Titolo: A mano armata
Sottotitolo: Seconda edizione riveduta, corretta e aumentata
Data: 2009
Note: Prima edizione: novembre 1998
Seconda edizione: giugno 2009
Pensiero e azione n. 14

Bowles, quel miserabile uccello del malaugurio, gridò che era la fine e cadde di nuovo in ginocchio a mani giunte. Mi stavo già dirigendo verso l’albero maestro, afferrandomi come una scimmia al pavese dal lato sopravvento, quando vidi il capitano Wilkinson fare la stessa cosa dal lato sottovento, brandendo un’ascia. E lo vidi anche prendersi il tempo di alzarsi e con quell’ascia colpire Bowles in modo tale da farlo sparire fuori bordo, con le mani giunte e tutto il resto. Era quel che si meritava, pensai, e vidi che gli altri la pensavano come me. Non è giusto che chi si è già arreso debba trascinare con sé nell’abisso quelli che ancora lottano per la loro vita, tanto più nel nome di dio.

(B. Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, tr. it., Milano 1998, pp. 92-93).

Introduzione alla seconda edizione

Imparare la pace non mi è possibile, sono un uomo di guerra. Guerra giusta? E chi mai ha combattuto una guerra ingiusta? Ecco perché non ci sono guerre che possono essere vinte. Non mi voglio distendere pigramente, da solo, in questo letto di carcere [2008] che mi sta a fianco mentre scrivo, dove si riflettono i muri bianchi e verde pastello, ridipinti recentemente. Le mie mani fremono e corrono a staccare dal muro il mio vecchio kalashnikov con il braccialetto di perline intrecciate sul calcio. Lo riattacco al muro e guardo in avanti, i miei vestiti sono sotto il letto, alcuni sporchi altri puliti, il ginocchio sinistro sta conducendo una sua battaglia contro di me, che potrei dirgli? come saltare da una finestra con il suo radicale dissenso? I miei occhi testardamente scrutano il futuro da cui arriverà il mio destino, pensieri volano come fanno i gabbiani nel cielo di Trieste, gracchiano e stridono come li spennassero. Oggi è una giornata di sole.

Potrei sbrigare con due parole questa nota, la precedente introduzione resta ancora valida e la condivido pienamente. Perché non farò così? Non lo so, ma c’è qualcosa che mi urge e che minaccia di venire fuori tutto in una volta. Ecco perché mi impongo, quasi a forza, di procedere con ordine.

Scrivo la continuazione di questo testo in condizione di detenzione domiciliare, a Trieste, che se non è carcere poco ci manca. Nota di colore? Non credo. La parola subisce anch’essa gli umori delle restrizioni obbligatorie, specialmente quelle che si riverberano nel tempo e nello spazio, nella nostra idea di tempo e di spazio.

Qui sta la grande contraddizione che mi angustia il cuore da sempre, non posso pensare seriamente a quello che sono senza vedere che il pensiero opera una divaricazione tra quello che sono e quello che penso di quello che sono. Più approfondisco e più la divaricazione si allarga rischiando di sommergermi nella sventatezza o nella previdenza riottosa a ogni novità che sia veramente tale.

Lo sforzo che conduco qui è di mettermi, dicendo, dalla parte dell’agire, di accennare timidamente all’esperienza attiva e diversa, non a rammemorarla con parole piene di fuoco. Questo spazio è enigmatico ed etereo. Nell’azione tutto è attivo, cioè solo qualità, non ci sono parole se non di rifiuto di andare oltre il punto di non ritorno.

La condizione immediata si allontana e si avvicina, ora diafana e ora luminosa ma non è questo movimento che ha conseguenze sull’agire, è come un brusio di fondo, un piccolo rumore immemoriale di quello che sono stato, che continuo a essere, ma che nella cosa non sono. Forzare questo contatto salvavita significa sbriciolare l’azione come sabbia friabile fra le mani, mentre la coscienza diversa, presa alla gola, diventa dolorosa di una sofferenza insopportabile.

Sebbene non ancora rinculato nello scacco del fare coatto, non ancora tornato ai miei calcoli protocollari, comincio di già a soffrire senza sapere perché. Il mio cuore nascosto, l’intima composizione conoscitiva del mio anelito coraggioso verso l’oltrepassamento, brucia come fiamma viva, brucia e guida la sua sconfitta e il scorno, mentre tutto attorno vedo cadere i pezzi della maschera impassibile che avevo indossato. Un andamento, ovviamente, non definitivo eppure lo stesso provvisto di caratteristiche tombali.

Sono un artista delle sproporzioni stupefacenti, il mio orecchio negato per la musica le coglie subito, non appena scandiscono le prime note. Quando ero immerso nell’azione il mio cuore cantava felice. Anche adesso che ne parlo, che ne parlo a me stesso, ovviamente, torna il medesimo battito irragionevole dentro il mio petto.

Questo libro, in modo particolare adesso, nella sua veste definitiva, è un riflesso della mia vita, almeno di una parte consistente della mia vita. Saggezza? La parola attesta qualcosa, prima di tutto il proprio dire. È un punto fermo che essa non balbetti, parla non balbetta, parla e impiega parole. La saggezza sa di essere un velo, niente di più di un’anima di cipolla, che mi separa dalle impressioni di gloria della conoscenza, ma un velo che è sempre qualcosa se io parto da me stesso. Presento alla parola una condizione diversa e la parola, nel silenzio, comprende che il suo dire è diretto al destino, l’unico ascoltatore abilitato a capire la rammemorazione.

I processi di formazione della saggezza, inutili e vorticosi movimenti, sono tutti all’interno dell’accumulo conoscitivo che ho realizzato, ne deriva che se questo accumulo è modesto essi non hanno nemmeno inizio. Certe volte il giocattolo del dio strappa profonde lacerazioni e lascia intontiti, ma non passa molto tempo e la poca conoscenza torna a darsi un motivo, un funzionamento e prima di tutto uno scopo. Eccola che balza avanti e tutto finisce prima di iniziare.

Ma più la conoscenza è forte e più la sua messa in svuotamento dà frutto di leggerezza e di gioia.

Questo processo è architettonicamente dispiegato nei confronti dell’assenza come anticipazione di quello che la parola è chiamata a dire. In qualunque modo si giri attorno a questo problema la parola qui non difende i poteri della volontà, non segue un tragitto prefissato da quest’ultima, ma ha la propria anticipazione, la propria impronta nell’assenza, cioè nel di già accaduto.

Il dire non è in grado di afferrare l’assenza come se fosse una presenza, sottoponendola a regole è però in grado di interiorizzarla come anticipazione di se stesso. Nel sentirmi lieve e nel silenzio che ora subentra in tutte le mie fibre, non vedo più questo mondo concepito come una prigione, anche se in prigione ci sono davvero.

Scavare nella parola è l’esatto corrispondere allo scavare in me stesso. Tutto ciò è sempre quantità, ma non la quantità della percezione, mi lascio percepire dall’accumulo che vuole catturarmi, ma la mia resistenza iniziale diventa diversa mano a mano che procedo con il dislocamento. Mi propongo come padrone, o almeno concessionario, di un processo meraviglioso di alleggerimento, non so se questo per molti aspetti ricorda il processo di liberazione, di certo è un processo diverso, là c’era una maggiore pesantezza e la convinzione della completezza.

Dire la qualità è possibile solo se divento leggero, se evito tante connessioni che mi tengono aggrappato al molo di partenza come mostruose gomene e àncore. Questo accadimento non è registrato da nessuna testimonianza, tranne il silenzio che a un certo punto mi chiude la bocca.

Lo svuotamento che opera la saggezza avviene all’interno della conoscenza, nel punto di maggiore attrito dell’immanenza del mondo, l’accumulo. Dal dominio della volontà di controllo mi sposto all’assenza di questo dominio nella rarefazione del silenzio. Non ho argomenti critici da contrapporre, semplicemente il silenzio nel corso di svuotamenti essenziali e meno essenziali, periferici, che la conoscenza nemmeno avverte, eppure altrettanto indispensabili per l’operare della saggezza, sempre nel silenzio. Nel vecchio coinvolgimento partivo per un’avventura di nucleo completo, assolutamente altro. Qui sono quantità e quantità resto, come la parola, che è quantità e tale resta. Non ci sono spostamenti simili nell’azione, ma movimenti e svuotamenti specifici, che dipendono da me e che rinuncio a un peso preciso, poi a un altro peso, non all’intera quantità, molto di quello che tiene in piedi il mondo resta nella saggezza, e attraverso il velo vedo il dio bambino giocare con la trottola e mostrarmi in vorticosa successione tutte le sue facce.

La parola ha sempre un precedente, fosse pure un grido strozzato. L’attestazione e l’antecedente corrispondono anche se si presentano la prima volta, nell’antecedente, come un tutto, la seconda volta, nell’attestazione, come una incompiutezza.

Dico una incompiutezza che pretende dire un’assolutezza, non ci può essere nulla di più terribilmente fallimentare. Intuisco anche qualche altro strato nella parola, non sempre accuratamente preso di mira, capace a volte di emergere e dare conto in maniera più intensa dell’anticipazione del dire di cui non ho che scoperchiato i primi strati e di cui non posseggo testimonianze che accettino il rischio culturale di tenere a distanza la conoscenza.

Sono io che rinuncio alla conoscenza, mania del mondo, tutelata dagli spiriti maligni del potere, per andare verso la mania della saggezza, che pongo davanti alla parola come suprema provocazione. Caratteristica della saggezza è che attaccando la conoscenza lavora e opera anche nel mio corpo, fisicamente vengo cambiato, rendendomi capace di cogliere lievità che prima mi sfuggivano. Mi tengo distante dalle agglomerazioni, dalle critiche, dalle costruzioni, anche dalla stessa rammemorazione, che ancora la parola non dice. Mi accosto invece alle intimità più estreme della parola, a ciò che essa mi dirà di diverso, sollecitata non già dalla conoscenza, ma dalla saggezza.

Il coinvolgimento del corpo nella saggezza scuote la distanza che l’altezzosa conoscenza pone tra sapere e vivere. La vita si esprime anche nel silenzio e nello svuotamento del pensiero dei mille affanni dell’accumulo, conquiste e difese. Questa vita è così preposta alla parola. La leggerezza della vita è pari alla sua drammaticità, non ci sono livelli separati da vivere successivamente uno all’altro. Quando è il conoscere che si realizza, la vita si rattrappisce, impoverendosi, nella saggezza rinvigorisce, viene fuori allo scoperto. Tutte queste affermazioni suonano molto schematiche, la conoscenza è vista oggi in modo critico, cioè più alleggerito, ma non è di questo che sto parlando.

La saggezza non critica la conoscenza, la mette da parte e nel mio petto albergano i movimenti dell’addestramento, che una volta si chiamava ascesi. Anche questa parola, adesso è stata sigillata e posso aprire queste chiusure ermetiche solo presentandomi come liberatore di conoscenza. La saggezza opera un grande e profondo cambiamento e lo rende inutile.

Non so che farmene di quello che si trova nell’accumulo, o almeno di una parte di esso, se con questi carichi pensanti voglio sollevare una piuma. La saggezza è funzionale alla parola che dice la rammemorazione, ma questo è solo un accidente, non è finalizzato all’utile risveglio della parola che dice. In questo anfiteatro introduttivo non c’è una utilità del dire la rammemorazione. Io so quello che questa mostruosa architettura nasconde, so quello che pronuncia, il destino lo sa anche, ma forse la sua pigrizia, è sollecitata da profondità inusitate della parola, che la saggezza può mettere in mito.

Mi accompagno a questo fantasma del dire e sento ridondanze remote di silenzi, di arse strozzature in gola, di paure e mugolii di piacere, sento tutto questo, il ruggito dell’animale che azzanna e il sangue che esce dallo squarcio della gola, sento il fischio del vento nella notte, il vento che sposta le dune e modifica il paesaggio, sento lo strisciare nel fango accanto al nemico, senza conoscersi, senza risparmiarsi, senza potersi tirare indietro, senza esitare nel colpo.

Sento ciò nel dire che si scarica nella rammemorazione e non vuole mettere in ordine qualcosa, anzi rifugge dall’ordine fittizio elaborato dalla memoria che interroga la coscienza e la porta davanti alla corte di giustizia dove ogni fatto è soppesato e valutato, ogni fatto.

La memoria si trova in difficoltà. Fisso il tutto e vi riconduco, nell’arte di fissare, ogni condizione della perifericità che mi ospita. Questa operazione ricorda l’equivoco del contenitore degli oggetti scambiato con lo spazio, ma è comunque un punto di partenza. Mi rendo conto che si tratta di un trasferimento incompletabile, ma è anche la base di ogni negazione critica, la base solida che assicura come la verità non è in quello che voglio trasferire per quanto imponente possa essere la quantità del trasferimento.

L’azione che prende corpo da questa possibilità inesauribile è al di là di ogni possibile esperienza da trasferire, riassume in sé qualcosa che nella quantità non c’è e che io conosco per esperienza non provata se non per quella esperienza diversa che intravedo nella rammemorazione, ma che colgo sempre come quantità sconfitta e non come accumulazione programmata.

L’azione tocca la qualità e produce trasformazione, ma non è essa stessa libera, può solo farmi fare esperienza della qualità, quindi anche della libertà, ma solo fino al punto cruciale della domanda che non accetta risposte, la domanda, tutto qui? Non posso insistere all’infinito se non c’è una risposta oggettiva, direi quasi generalizzata, un interrogare ansioso dei tempi non basta, può darsi che la risposta sia sempre assente, una persistente neghittosità.

La risposta rammemorativa stringe un’alleanza tra parola e azione, quanto di più antitetico ci sia, il risultato dovrebbe essere il silenzio o la scoperta di nuove vie palpitanti della parola, vie tematiche reperibili nell’archivio e simboliche, cioè capaci di dare vita a nuovi indirizzi ermeneutici. Il groviglio di parole spesso non è districabile in maniera netta, ma non importa, il senso percorre camminamenti in profondità e realizza quello per cui la volontà ha fallito, cioè è stata messa in grado di non nuocere. Io ascolto la parola ed è questa, incredibile messaggio e presagio del destino, in essa risuona a volte un senso che è nello stesso tempo rammemorazione e barriera. Un muro bianco che riproduce non più le immagini della caverna ma semplicemente se stesso, perché nella profondità di questo muro che è la parola assolutamente silenziosa e nuova nuotano i segnali impercettibili del destino.

L’indifferenza del mondo da me creato la conosco, la do per scontata, sono un elemento del mio quadro riproduttivo, scavo in questa griglia di mutismo tutti i giorni, e odo gridare e piangere, disperazione e poveri artigli insanguinati che incidono a scrostare inutilmente un muro da dove la mente non può evadere per trovare altro da se stessa. Non ci sono alberi né uccelli in carcere [2008].

Il pozzo dei miei eccessi, la religione remota e inutile dei desideri ottenuti perché distolti dal loro alveo che li rendeva poveri conati possessivi, l’acredine rossa che tutto annebbia e che si chiude con me dentro, appallottolandosi come un enorme foglio di carta.

La pietà può aspettare, nella tempesta dove navigo non l’ho imbarcata a bordo, l’ho dimenticata. Vedo nel cielo nero nuvole frettolose ancora più nere.

Ci sono intuizioni che fiorendo davanti ai miei occhi diventano un segno riconoscibile della cosa, sia pure animandole in immagini pudicamente dirette a una loro copertura, e ce ne sono drasticamente irriducibili nel chiedere l’eccesso estremo del coinvolgimento, queste ultime non accettano altro che il salto. Lo scontro con esse non consente vie traverse verso l’apertura.

Paladino del bene contro il male? Perché queste angolosità schematiche? Aria, bisogna aprire la finestra, guardare l’orizzonte lontano, ma non respirando quell’aria pulita che solo in certi momenti storicamente significativi o in certe condizioni ben delineate dello scontro si può respirare, corro il rischio di non vedere al di là del mio naso.

Secondo me non ci sono cause perdute, ci sono cause sbagliate. Ci sono scelte che non farei mai, anche se ho conosciuto gente che le ha fatte e non erano stupidi imbecilli, e mi hanno rispettato e li ho rispettati, ma non le loro scelte.

Ogni domanda più approfondita riguardante la parola rammemorata, porta di fronte a me, riflette la mia immagine, come senso insaziato e insondabile, eppure, proprio per questo approssimativamente emblematico, non tangibile nei confronti dei protocolli ordinari che quella domanda presuppone sia pure a livello superficiale. Mi perdo in questo riflesso, come l’immagine in una pozza d’acqua scappa via al primo incresparsi della superficie. Restano le stigmate di una mancanza, di una impossibilità. Il possesso, inseguito fino dentro il suo territorio, si rivela inattaccabile.

Della puntualità dell’agire la parola rammemorante dovrebbe conservare la sintetica concisione, il deserto delle divagazioni esplicative, il silenzio dei codicilli protocollari, ma essa è sempre parola incarnata e materializzata, capace di rispondere solo alle tirannie della grammatica e delle corrispondenze confinarie del senso.

Se non accetto, sia pure attraverso le interconnessioni traballanti dei labirinti e dei camminamenti esistenti, questo radicamento annulla il senso che ho portato con me e l’immagine riflessa sul fondo della caverna resterà indisturbata al suo posto. La vera fascinazione del mio agire puntuale sta proprio qui, nell’osservare come quelle antiche pietrificazioni si aprano in maniera implacabile e inarrestabile. Non sarà mai un mio possesso quello che potrò osservare, ma un possesso del mio destino. È da quest’ultimo che mi arriverà il segnale tanto atteso.

Alla lunga la girandola dei fatti produce un’assuefazione critica, da negativo il prospetto espistemologico diventa positivo, si trova meglio ad accettare che a rifiutare. Ingloba qualunque proposta che si presenti con le caratteristiche percettive del senso, il resto, quello che è stato strappato via, si allontana sempre di più in un silenzio ghiacciato.

Quasi impossibile ascoltare la propria puntualità come si va concentrando nell’azione. Cogliere il senso di certi gesti, tutti capaci di concorrere all’agire puntuale, è impossibile, non c’è distinzione o ripartizione. Posso avere una discussione, ma si tratta di parole frammentate, svagate, dirette a se stesse, singhiozzanti la massima concentrazione su qualcosa che parola non è. Non è ancora l’esperienza del vuoto vero e proprio, ma non sono lontano, e tutto ciò è di già esperienza della qualità. Lo posso vedere come bellezza che azzera la distinzione proporzionale, come uguaglianza che azzera il possesso tra tuo e mio, come libertà che mi risucchia nella desolazione della cosa. Posso perfino rispondere alla domanda fondamentale, tutto qui?

La muraglia della coerenza appare senza crepe, ma il cuore non accetta questa levigata uniformità, e quando dico cuore mi riferisco all’intuito che scopre fessure dove niente poteva farle sospettare.

Combatto contro il male, ma io non so che sia il male come uniformità, il male assoluto. Posso ipotizzarlo e vederlo dove esso si manifesta con furore e collabora allo scempio, ma questa assoluta macroscopicità abbisogna di molti sostegni più piccoli che la rendono possibile e sono quindi altrettanto responsabili. Combatto il male ma la sua conoscenza mi attira più della conoscenza del bene. E poi, che è il bene senza il male?

Non ho bisogno dei drammi degli altri, per questo motivo leggo sempre meno romanzi. Bisogna evitare, interrogando una certa realtà, di commettere l’errore della produzione privilegiata, non bisogna farne l’oggetto degli oggetti. Da qui la necessità di eliminare l’ipotesi posizionale in base alla quale, in quanto soggetto, penso si debba trovare la realtà, un luogo sufficientemente ampio che non posso evitare di immaginare distribuito nello spazio, enorme, vastissimo, ma circoscritto e determinato, la determinazione dell’agire.

Lo sforzo di abbattere le apparenze è grande, ma necessario per la rammemorazione, questa ne produrrà altre, di altro genere, è irrevocabile conseguenza del dire, ma avrà risolto in parte i pericoli della partenza, i carichi eccessivi che la conoscenza allinea sul molo in attesa dell’imbarco. Lasciare questo carico, sia pure in parte, sul mondo mette la parola di fronte a una possibilità più agevole di dire la rammemorazione.

Il lavoro sulla conoscenza è lungo e approfondito, non può ritagliare una parte di sé e dichiararsi soddisfatto. La saggezza non ha limiti accettabili, come accade alla conoscenza, messo in moto lo svuotamento, questo procede senza fermarsi mai. Preparata nella conoscenza non è figlia di quest’ultima, la saggezza non può accostarsi ad essa, deve venire pretestuata o sviata, il meglio della lunga preparazione rigetta pesantezze e ripetizioni, di cui la conoscenza si pasce come di manna celeste.

L’inizio dello svuotamento è un evento storico e metastorico, prepara le difficoltà che si trovano sul tappeto, parte della conoscenza, non può fare a meno di accettare lo svolgimento chiamato a battere la conoscenza, ogni elemento di questa tragedia è una costruzione nuova della saggezza.

Non mi preoccuperei del risultato di una lettura fondata solo sull’impressione, sul fascino nascosto e mai sufficientemente stigmatizzato dell’arma come protesi supposta invincibile. Lo scontro è esso stesso uno scopo, non c’è bisogno di dissolverlo nella vacuità di un fine rigido da osservare come qualcosa di agghiacciante, garantito da un mezzo altrettanto rigido.

Nell’azione è presente la violenza totale, la sua completezza non permette di opporre a questa violenza quella mitezza tollerante della quale nella quotidianità vado fiero, modulazione della forza e genio della conoscenza con cui rallento i miei istinti nell’ambito dell’accettabile per evitare guai. Tutto ciò è spazzato via nell’azione, l’attacco non può avere limiti perché nell’azione è completo, l’avversario non è visto attraverso una deformazione dialettica, è là nella sua pienezza, la sua scomparsa è indispensabile e prende la strada della cessazione di esistere.

Anche nell’attacco riduttivo, in cui il nemico viene colpito nell’ambito del fare e con mezzi specifici del fare, dove il comportamento motivato dall’inquietudine è prevalente, posso acquisire una conoscenza di me stesso che travalichi i miei desideri immediati deferendoli a un punto di convergenza interpretativo che non può essere semplicemente considerato un prodotto della coazione.

Avviando in maniera inversa la tensione interpretativa non sono più vicino all’apertura, eppure non posso dirmi del tutto escluso da influenze esterne provenienti dalla rammemorazione. La soluzione scarta l’inquietudine e traduce il movimento verso l’apertura in una disgiunzione tra fare e non fare, tra censura e libero accesso alle fantasie, anche le più remote nei riguardi della realtà.

Non è certo il senso del dovere a distanziarmi dal fare, mentre le mie semplici inclinazioni considerate dall’avvocato Kant come dispersive, si collocano sentinelle periferiche a guardia del protocollo conoscitivo.

L’intuito che mi consola nell’ipotesi estrema di abbandono delle convinzioni immediate, è frutto di inclinazioni spesso sommesse, buie, raggelate in una sorta di paura e di autocondanna senza appello. La debolezza dell’intuizione, se paragonata alla forza dirompente della volontà, acquisisce una sua capacità e una sua inusitata persistenza a causa della sua insistenza. Sento debolmente la voce dell’uno che è e che non può non essere. Se la sentissi forte e chiara sarei al di là del punto di non ritorno. Folle.

L’universalità del protocollo, contrariamente all’affermazione kantiana, è valida senza contraddizioni, ma l’esistenza di una realtà fattiva eminentemente contraddittoria causa al posto della tranquillità della coscienza immediata, la sua inquietudine e il convincimento di una sua impossibile completezza.

Se colgo questi limiti e li elaboro nella loro specificità, singolarmente e specificatamente alla fine giro attorno al rispecchiamento della mia stessa inquietudine. Qui intuisco che un insistere è come affondare nelle condizioni dissociate del produrre, ora nella follia, ora nelle regole che governano ma non cancellano la follia.

La barriera ossessiva, rigida e, alla fine, punitiva, del fare combacia perfettamente con i sentieri che intuisco possono dipartirsi dall’inquietudine, sentieri misteriosi, incapaci di fermarsi a ogni istanza di controllo. Aggiranti la volontà, essi stessi troppo grandiosi per essere interamente controllati dalla istanze di verifica del fare.

Il mezzo passa in secondo piano, anche se poi ritorna a conquistare l’attenzione del fruitore passivo dell’accadimento. Una derubricazione è un caso, semplicemente un accidente imprevedibile nell’attacco stesso. Sull’avversario e su di me soffia il medesimo vento nero della notte, anche se non siamo entrambi a morire, almeno non sempre.

Si era preso la briga di salvaguardarsi, di fare attenzione a tutti i movimenti della giornata, prima di prendere una strada nuova si guardava sempre indietro. Tutto questo non fu sufficiente. Improvvisamente un evento pianeggiante come un campo di calcio si rivela scosceso e difficile da superare. Difatti, quasi sempre in questi casi non viene superato. È la vita che presenta il conto che per tanto tempo era rimasto nascosto, bello e pronto, in una fessura, in un interstizio inesplorato. La morte non ha bisogno di giustificazioni a ritroso, ogni fatto nuovo per me, per lei è fatto vecchio, escusso in tutti i particolari, niente gioco delle passioni né risentimenti, semplice accadere. L’antica fanciullezza ritorna per un attimo, per l’ultima fantasticheria, sopravvivere, ed è subito la fine. Favoloso.

Nel conto presentato dalla vita ci sono sempre errori di computo, ma contro chi farli valere? Caduto con la faccia sul selciato, stendendo i piedi, è a questo che pensava, alla ingiustizia della propria età, in fondo giovane stava morendo, troppo giovane, ma non poteva fare ricorso presso un’autorità superiore. La suprema autorità se n’era di già andata, aveva voltato l’angolo più vicino e della cronaca drammatica che si lasciava alle spalle non gliene importava più di tanto. Nel suo itinerario infernale era solo una piccola incombenza in meno, solo questo.

La necessità di azzerare l’avversario non può essere detta, le parole suonerebbero retorica vuota, fantasia neutra e fondamentalismo vanaglorioso, per questo la parola vi gira attorno, figlia della memoria porta in sé il limite della morte, il divieto di uccidere. Questo può essere detto, il suo contrario no.

A volte la vita è abietta, se non altro per la crosta formata dalle miserie della degenerazione organica. Pochi amano i vecchi, pochi odiano i bambini. Raskol’nikov aveva torto perché considerava punibile questa realtà. Essa è invece senza ritorno. Le chiacchiere umanitarie non bastano, la gioia sta altrove. Quando rimane solo malessere e confusione, che vale continuare?

Nell’azione, completa in sé, senza tempo cronologicamente accerchiabile e senza luogo da mandare a memoria, la mia carne era presente totalmente nella qualità, e totalmente era esposta al vento nero della notte. Il deserto livido poteva in qualunque momento, nella totalità dei momenti possibili inclusi nel mio agire, venire su di me e coprirmi per sempre, nulla sarebbe cambiato.

Avviarsi verso la cosa significa, per l’altro, fare i conti con una falsa autonomia, dilagante nella stessa immediatezza, Kant ha contrassegnato le potenzialità di questa autonomia che valuto serva della volontà, considerandola appunto autoimposta e regolata dalla ragione. Hegel invece vi ha visto qualcosa di più, l’autonomia da cui deriva una libertà della mente che così sta bene con se stessa.

L’autonomia si è nascosta a sufficienza dietro le tracce della volontà, è arrivato il momento di smascherarla, di scandagliare i motivi profondi di questa mimetizzazione.

Fino a quando si può inseguire la riflessione sui limiti della propria conoscenza di sé nella sfera della volontà? Quest’ultima governa anche i desideri e gli impulsi immediati? Oppure c’è una valutazione a più lungo termine, dove la volontà resta indietro, impantanata nelle proprie stesse manie protocollari?

Alla fine la rinuncia all’ideologia della conquista e dell’accumulo è un progetto fantastico e non programmabile. Nemmeno la rammemorazione lo rende più facile. L’identificazione con la dolorosa necessità del coinvolgimento riprende ogni volta daccapo e daccapo si insinua nell’immediatezza l’istanza di una sorta di risarcimento per la perdita subita. La saggezza conforta e alla fine può anche contribuire a una sorta di sgravio del problema, ma non ha la bacchetta magica.

Mettendo da parte il salto, che qui interessa meno, l’accostamento all’apertura è prodotto della medesima sollecitudine conoscitiva, dello stesso pragmatismo del fare insoddisfatto di sé, anche se queste condizioni debbono alla fine essere oltrepassate nel coinvolgimento che con il suo travolgente stimolo ad andare avanti, non le tiene più in considerazione. Il territorio della cosa è, alla fine, intravisto dal punto di osservazione immediato, uno spazio decontestualizzato, dove i protocolli non sono più nemmeno un ricordo.

Il limitare dell’apertura, la cosiddetta soglia da cui saluto col gesto del condannato al rogo, non è un momento puntuale, si articola in una varietà cangiante, ma identica a un complesso intuitivo precedente, in base al quale il carico conoscitivo e l’alleggerimento intuitivo si intrecciano in un tutto di istanze disordinate che, osservate dal punto di vista immediato possono anche sembrare sovradeterminate allo scopo dell’oltrepassamento mentre sono semplicemente un labirinto di contrasti e impulsi diretti, a volte uno contro l’altro, ad andare oltre, in corrispondenza biunivoca con la molteplicità delle intuizioni d’accesso e delle relazioni di abbandono.

Aree cromatiche che lentamente sfumano una nell’altra senza l’assistenza di contorni periferici protocollari. È questa l’assenza di scopo non essendoci scopo nell’azione e dovendosi prima abbandonare quello presente nel fare.

Se adesso la parola dice quei momenti di nebbia rossa, non li riconosco come miei, perché anche io ho ritrosie e paure ad aprire il mio cuore completamente, e così mi siedo sull’antica soglia dei miei avi contadini e carrettieri e ascolto quell’affabulazione, riconoscendo di qua e di là lo sforzo che viene fatto, e lo lodo o ne condanno le enormità, specchio di acque torbide, per poi rendermi conto che questi giudizi non si attengono né a me né al mio ruolo.

Rimango così seduto ad ascoltare il vento passare fra le foglie del fico, giù nella timpa dell’asino morto, e mi rivolgo al destino e alla sua fittizia distanziazione, e lo accolgo qua, lo invito a sedersi vicino a me ad ascoltare anche lui la parola che rammemora, e l’intera architettura che ne viene fuori. E mi sembra di appoggiare la testa sulla spalla di mio padre, seduti entrambi sulla soglia di casa a guardare per una notte intera il cielo infuocato dai bombardamenti su Catania. E capisco solo ora il suo amore per me.

È la parola che revoca in dubbio se stessa dopo essersi estesa praticamente senza limiti, trionfo nel segno della sconfitta, segno ripetuto all’infinito, lentamente, con composta consapevolezza. Non una rinuncia, che essa continua a dire, ma l’ammissione che la profonda e non oltrepassabile contraddizione è in se stessa, nel dire stesso.

Ogni critica negativa insiste nel terreno accidentato del fare, nega il prodotto ma lo deve fare dall’interno, dalle forze centripete che negano l’oggetto e agganciandosi a corrispondenze ipotetiche affermano se stesse e l’oggettualità. L’immediatezza è così annebbiata ma non rimossa, persiste fissata sulla tavolozza contenutistica della volontà. Alla fine l’impulso fatale di quest’ultima è riconfermato sia pure con aperture iperboliche verso probabili interrogazioni e distorsioni. Scarnificazione critica della volontà sua, riaffermazione in negativo, sua ricostruzione in base a precarietà assottigliate del conformismo protocollare. Perdita di armonia.

Il lungo e contorto discorso che faccio alla volontà è un mio discorso con la morte, con la mia morte. Disperatamente cerco di non farmi soffocare, anche se la determinazione della volontà è fortissima e la mia resistenza, a volte, si affievolisce.

A volte queste mie strategie sono distorte e sfregiate dal loro stesso accanirsi e risultano inconsistenti, a volte questa stessa inconsistenza le rende laceranti per le risposte conservative della volontà.

C’è in alcuni camminamenti e percorsi falsificati una sorta di fascinazione segreta e stregata che mi porta con sé, mi impedisce di essere costruttore e artefice di regole nuove, non perché finalmente convinto che anche queste siano regole, ma perché la morte mi guarda dal fondo della foresta e tiene desti i miei segnali di pericolo, il mio istinto di sopravvivenza.

Questi percorsi mi fanno vedere che c’è oltre la volontà, il temibile territorio del possibile.

Per la misura codificata il possibile fattuale è una infinita e vertiginosa discesa agli Inferi. Più mi accingo a fare mia la conoscenza che vado possedendo, più mi sembra di sprofondare nelle sabbie impalpabili di una mascherata apparenza che nasconde, senza riuscirci, una realtà qualitativa che continua a sfuggire.

C’è un segno intermittente di insufficienza o incapacità, un lampeggiante avviso di pericolo, che mi spinge a puntare i piedi sull’orlo di un abisso che sta inghiottendomi. Ogni nuova conquista si aggiunge all’archivio, eppure per me non sembra un’assommazione, oppure non sembra solo un’assommazione, ma principalmente una riduzione di consistenza, scavo per consentire che l’interpretazione mi venga in soccorso legando le mie meravigliose intuizioni al fare coatto, ma ciò a volte non accade e le parole si perdono in circonvoluzioni prive di senso, quando il senso è ciò che dovrebbero avere.

A volte resto immobile, indeciso, prigioniero della necessità di volere, ciò non mi esime dal furore produttivo, i due aspetti non si contraddicono, camminano paralleli e si scambiano forza e protervia.

Ogni traccia di indecisione sarebbe la benvenuta, ma non è facile mettermi ad accattonarla, i miei occhi stanchi scrutano la lunga sequela dei segnali protocollari, il mondo da me creato dorme sogni tranquilli. La mia straziata dimensione le è estranea.

Questa sconfitta apertamente dichiarata nella strozzatura della tensione gridata, è il dolore per l’impossibilità di dire il destino se non attraverso l’impossibile e indicibile compito di dire l’azione. È nella strozzatura e nella sconfitta che sto descrivendo qui come sento dietro la parola tornare il soffio del vento della notte, è qui che si colloca il mistero di camminare per lunghi tratti con la compagnia dell’arma al mio fianco. Eppure il silenzio può essere pesante e leggero.

La parola attinge la propria sconfitta nel mistero ed è questa la sua grandezza. Insistere sulla rigorizzazione discorsiva è sterile esercizio di abilità. Ogni assetto che invento, e che di per sé mi si presenta come possibile, non si rivela per quello che penso possa essere, tace nel suo rivelarsi e mi guida altrove, va fuori tempo e fuori separatezza, richiede una impensabilità che alla lunga esaurisce il mio repertorio e mina le basi di ogni assetto rigoroso della parola stessa.

L’azione non sale mai in cattedra, anche se posso rammemorarla, non è mai una lezione diretta, un caposaldo di grandezza di fronte alla miseria fattiva. Non è questo che la parola posta di fronte all’esperienza della cosa riesce a dirmi. Se la forzo ottengo un senso penalizzato, oltraggiato, distorto, obbligato a dirmi comunque qualcosa, qualunque mezzo sta racchiuso nella parola. Che me ne faccio, in questi termini, di simile fragile fantasma?

C’è un senso nel dilemma del volere capire e del non volere più conquistare attraverso la comprensione? Se c’è è immerso nel mistero, non viene a galla se non assistito dal destino che detta le direzioni del vivere e del morire, del rinunciare e dell’insistere, del disperare e dell’aspettare a cuore aperto.

Nella cosa sono saggio, sono il dio che mi sta di fronte e mi fissa enigmatico, sono io l’uno che è e l’occhio acquoso in cui occupa la mia visione della sua completezza, è per questo che sono la follia che rinuncia e che a settanta e più anni si vede in un carcere [2008] orrido come questo, fra urla strazianti, a ritrovare il filo di un possibile oltrepassamento, ancora più oltre, eppure sempre legato alla catena.

Mi guardo attorno e smettendo di rammaricarmi mi rendo conto di essere un privilegiato. Io so perché sono qui, gli altri non lo sanno, sembrano fantasmi abitanti un pianeta sconosciuto.

La tensione verso la cosa mi propone una condizione di palpitante diversità non ancora compresa bene, e questa mancata comprensione non è un accidente, è proprio il mio unico possibile modo di pormi di fronte alla cosa. L’intuizione mi riflette una condizione che non mi appartiene ma a cui aspiro, specchio deformante di una forza assolutamente altra alla quale, per il momento, riflettendo sulla base della conoscenza che mi sorregge, non ho accesso.

Tutto ciò che è torbido ha una sua luminosità, a volte accecante, bisogna non lasciarsi affascinare e indurre a chiudere gli occhi per paura.

La lucidità è serva sciocca della ragione, le prepara il terreno e così le impedisce di impantanarsi nei suoi stessi ghirigori tra causa ed effetto.

Più penso di avere conquistato una vetta del sapere e più la mia mancata saggezza mi fa ripiombare indietro, verso il fondo del ricominciamento, dove trovo nuova forza per tornare a morire sazio dell’insaziabile completezza.

Sono sufficientemente vecchio per capire come bellezza e morte non possono ricongiungersi nel mondo da me creato. Occorre un altrove, ma la qualità qui non mi consente comprensione alcuna, sono io l’incomprensibile non l’incompreso. Quando il destino mi porge la mano mi metto a cantare silenziosamente, il mio cuore esulta di fronte alla sua profondità misteriosa.

Pongo la mera possibilità e fuggo da ogni cristallizzazione, anche da quelle che mano a mano si concretizzano grazie alla punta della mia penna. Solo così penso perfetta l’azione di cui leggo, perché non la penso, non la investo con il mio fascio intenzionalmente interpretativo, la rinvio continuamente, la blandisco forse, non la catturo ma vengo catturato.

L’arrendersi della mia pretesa è separazione e contegno immediato, ma oltre a essere fatticità banale è anche un punto da cui partire per andare oltre.

La compiutezza dell’agire impedisce ogni intenzione oggettiva, tranne nel caso della fabbricazione di feticci psicologici adatti ad alimentare frustrazioni che non mi riguardano. Chi ha vissuto l’esperienza dell’azione, chi ha guardato la realtà armi in pugno, sa che cos’è la necessità della completezza, conosce la forza totale della sua presenza, il resto sono soltanto chiacchiere.

Ecco perché non si possono fare quattro di queste chiacchiere davanti al fuoco, amichevolmente, narrando degli accadimenti del buono e del cattivo tempo antico. I miei sensi difensivi inorridiscono e si ritraggono.

Nel deserto della cosa la qualità mi viene incontro, cioè allucina le mie tardive capacità di percezione, le libera dalle coordinate prescritte e prescrivibili, le assegna a un modo di coglierle che è solo mio, potente e delicato insieme nella sua puntualità. Non ho risposte vere e proprie, non parole ma solo azione in atto, il tempo rabdomantico della rammemorazione verrà dopo con la diffidenza e la paura, con l’insicurezza e la perplessità, con il rifiuto e la testardaggine dell’incomprensione. Per il momento tutto ciò è lontano, sono io e l’azione, basta con le antiche chiacchiere.

Il luogo dell’archivio non è mai mosso appieno nella sua potenza esplicativa, ma addormentato nella stasi ripetitiva e sigillata del contenitore, indifferenza e noncuranza, come chi prende e scappa via senza curarsi di come lascia tutto quello che resta. Insostenibile pesantezza del fare per il fare, della cura per la cura senza curarsi di andare oltre.

La palpitante intuizione, autentica nella sua immane necessità di scontrarsi con le difese immediate della coscienza fattiva, si smarrisce facilmente e cade vittima di una illusione espressamente voluta e quindi fabbricata per questo lavoro, cade nell’inquietudine estrema, nei sintomi di una incapacità di completezza che sono lancinanti e conducono a una coscienza di limitazione e impotenza. Nel dispormi alla critica negativa faccio riempire da vari punti della interpretazione le emozioni e le scoperte di quanto non può essere catalogato perché difforme senza sacrificarne l’incandescenza più alta, il messaggio più radicale, provvisto di un senso dissonante.

L’azione non procede, essa semplicemente è. Non ha flash-back, e non è neanche una tranquilla sequenza di nitidissime intuizioni. La sua puntualità si divora da sé, internamente, nella necessità del destino di non utilizzare spazio, di negarne l’utilità. Anche nella rammemorazione non sono in grado di disegnare scenografie se non di parole, ogni sequenza appare immobile, fotogrammi di segmenti pietrificati privi di progetto fattivo se non quello che l’oltrepassamento ha consegnato in maniera diversa alla novella coscienza. La solitudine della cosa è dura e resistente, è la piccola presenza ospite costituita dalla mia coscienza diversa che è fragile e lacerata.

Lo scontro, anche violento, con l’azione, pure dettagliandosi in elementi dotati di individuazioni sensibili ma estranee al mio agire, fantasmi perfino delicati e gentili, visti nella loro oscillazione tematica incapace di fornire per me indicazioni se non quelle di una disponibilità a ricevere il mio attacco impietoso, rimane individuato in una punta estrema, unica, stravolgente tutte le buone intenzioni ordinative.

Ciò non esclude un freddo inventario della memoria, criticamente articolato, non superficiale, per sommi capitoli, sorvolante e leggero come una piuma. Al contrario, la rammemorazione seriamente affrontata, seppure fatta di parole, aborre la chiacchiera, e quando le si prospetta o quando vi si perde dentro, assume subito l’atteggiamento altezzoso della rappresentanza, non della conoscenza critica, ma della penetrazione tangenziale, del cabotaggio, casuale e privo di responsabilità.

La linea d’ombra dell’intuizione è illuminata dalle condizioni che la rammemorazione scava nella saggezza, una chiamata radicale e utopica, un sovvertimento delle regole protocollari. Il destino mi viene incontro e io non lo contrasto, sono cioè capace, adesso, di non controllarlo, lo vedo attraverso il prisma ottico a doppia facciata della saggezza e dell’intuizione. Le trionfali sicurezze sono state messe al bando.

Di fronte alla terra sconosciuta non è possibile consultare mappe inesistenti ma stendere un taccuino di viaggio, eppure di questi appunti sporadici la rammemorazione stessa non può darsene una ragione, restano osservazioni estranee, qualche volta perfino controverse e nemiche.

È possibile trovarsi improvvisamente, come in sogno, nel cuore dell’esperienza diversa? No, non è possibile, trattandosi dell’esito di una lunga lotta, questo esito non lo regola nessuno, nemmeno il caso. Certi riferimenti emblematici intrinseci a qualche intuizione possono morire per inedia se non vigorosamente e fattivamente alimentati.

L’eccesso è una passione radente, che taglia alla radice e mi porta velocemente verso la fonte da dove sgorgano le immagini che la volontà cerca di ricondurre all’interno delle regole, dei processi analitici che reggono i misteri tormentosi e tutt’altro che lineari della ragione.

L’eventuale senso di colpa, l’errore che si è insinuato e ha fatto nido a posteriori nella coscienza, non si riflette nella mia testardaggine rappresentante, in questo cieco andare avanti per sentieri mai percorsi da alcuno e forse del tutto estranei alla stessa possibilità di dire.

Ogni passo avanti, ogni tassello, che è pur sempre parola, getta davanti a sé un ponte sulla inconsistenza dell’assenza, di ciò che è e che non può non essere, ma che la parola stenta a individuare perché troppo legata alle tecniche percettive codificate della conoscenza.

Sembra parola vana, e lo è, ma questa vanità è la sua forza, rifiuta di lasciarmi capire, di diventare altro, e propone una lettura diversa di sé, molteplice, per potere essere quello che da sempre era, parola originaria, urlo strozzato, mugolio lontano della barbarie nella sua solitudine essenziale.

La questione della parola è tutta qua, non è riconosciuta per quello che è, mentre quello che rappresenta rimbalza nelle tante giustificazioni di contenuto, l’altrove viene preso a testimonianza di quello che è nella parola, ma questo essere complesso è solo sfiorato. Ciò ovviamente accade anche qui, ma l’essere stato della parola, la sua testimonianza, qui si apre come una rosa e i suoi petali aspettano solo di appassire. Lo sgomento negli occhi e l’insensato soffrire della vita.

Perché no il silenzio?

Il silenzio non è fratello del laconismo. Sono agli opposti. L’abolizione della parola è possibile ed ha alcuni aspetti interessanti, la sua riduzione è un errore che si basa sulla possibilità di arrivare a dire parole essenziali, il che non è possibile.

C’è nella puntigliosità unitaria della concrescenza attiva una insondabile solitudine che si accompagna al grandioso fenomeno del coinvolgimento, al cammino coraggioso e delicato insieme che inizio a partire dall’oltrepassamento. C’è uno slancio verso l’uno che è di cui le intuizioni spesso friabili ma sfolgoranti non sono altro che slanci presaghi di futuri sconvolgimenti.

La mia intensità unitaria è solo una macchia priva di riferimenti protocollari, non posseggo contorni, non mi aggancio a niente di sufficientemente circoscritto. Agire è essere me stesso senza che qualcuno me ne abbia dato preventivamente il permesso, nessuna condanna è stata pronunciata né assoluzione è stata promessa. Ascoltare questa reciprocità è il suono del silenzio, la rarefazione delle parole fino al loro venire meno. Non voglio accettare giustificazioni.

La mia presenza nella cosa mi restringe piano piano la visuale, un silenzio invisibile mi prende con sé, niente resta affiancato alla puntualità del mio agire. La voce stretta dell’uno non la sento per tutto questo accadere più forte, è una ridondanza lontana, ma non me ne faccio un problema, so adesso che è una voce che non ha più suono.

Attorno a me, nella desolazione della cosa, l’azione è, non ammette dolori o strazi tardivi, si limita a essere quello che è, non mi lacera, come faceva l’immediatezza, riconferma puntualmente quello che è, soltanto questo, non mi propone il tema della morte, è la morte, non la fa lo è di già completamente, come l’uno che è e non può non essere.

Ascolto la parola della rammemorazione ma essa non è quello che è, solo io desidero ascoltarla per impedirle di morire, ma il più delle volte risuona enigmatica ed evanescente, occorre un supporto esplicativo ed è proprio questa superfetazione che la fa muta per sempre.

Ponendomi davanti a questa parola la interrogo per deformare una volta per sempre le ombre della caverna, ma vengo fatto rimbalzare indietro come una palla. Il senso che dovrebbe essere l’elemento tangibile al suo interno è qualcosa di friabile, di filante, di inafferrabile. A volte muore da solo senza neanche un grido di dolore. Briciole di suoni inarticolati si fanno compagnia per un pezzo di strada, poi finiscono pietrificati anche loro.

Nel terrificante rumore del produrre l’insistere sulla mia capacità di rammemorazione è un opporre il silenzio al frastuono, uno scontro inaccettabile, eppure un esile filo di respiro ansima da qualche parte. Il dilemma non ha soluzioni, non posso propendere che per il silenzio, sebbene questo negherebbe il mio messaggio agli abitanti della caverna e alle loro immagini che continuano a vedere sulla parete. Ma questo messaggio deve passare attraverso le fiamme dell’indicibile, da cui riemerge una parola smozzicata, balbettante, ritrosa essa stessa. Che ne è del mio sofisticato accumulo?

Il sospetto fondato nei confronti della parola denuncia il tradimento che il dire può commettere, e inevitabilmente finisce per commettere, nei confronti di ciò che si vuole dire. Ma non si può ovviare a questo tradimento riducendo il ricorso al dire, al contrario occorre aumentare il quantitativo delle parole, allargare il discorso in ogni direzione possibile per imbrigliare la volontà nel modo migliore.

Non si tratta di mettere insieme una pletora di parole, ma di costruire un vero labirinto senza paura per il lettore, senza lasciarsi impressionare dell’evidente sconvenienza che una persona beneducata noterebbe. L’accumulazione dei processi logici fa esplodere la linearità del significato e il contrasto che ne deriva.

Ma la parola è incompleta e si muove ai confini della vita, cioè lavora a corrodere territori confinari, se bene articolata nel dire, penetra fino alle lande scarsamente popolate da riferimenti e corrispondenze, ma non può andare oltre, verso l’estrema solitudine dell’azione.

Completezza e incompletezza corrispondono più o meno all’assenza e alla presenza, il più o meno è dato dalla regione in cui scava la parola, terra di mezzo che non è mai del tutto esplorata e mai completamente ignota.

La parola vera non esiste, anche se abbagli possono avere affermato il contrario, anche la memoria lo sa, che nella sua confusa registrazione non trova parole che possano rivestire le sensazioni che riporto a galla, confuse, perentorie ma anche troppo veloci e transitorie per fissarsi in un dire. L’assenza del di già accaduto ha una consistenza forte che replica costantemente ritraendosi a ogni sollecitazione, eppure da questo incontro che è anche scontro e contraddizione, viene fuori la completezza architettonica del dire e il sogno dell’azione ritorna a rivivere, allo stesso modo in cui la vita diventa sogno.

Io precipito nel lago oscuro della puntualità e mi preoccupo ancora di voltarmi indietro, di fare il bilancio assurdo tra vivere e morire, dell’assenza e del tempo dell’assenza nell’assenza di tempo. L’accesso alla puntualità è inaccettabile per la ragione del fare, ma non può essere portato a completamento senza l’eccesso, la sovrabbondanza del fare. Alla fine, anche nel mio personale e irreversibile confronto con l’uno che è, rimane la fascinazione di un mondo creato e immesso nei protocolli e nelle regole produttive.

Non mi importa nulla dell’imparzialità, vera o presunta. Ho a lungo dibattuto nel mio cuore riguardo la sua possibile esistenza, non esiste, vi sono palliativi che in altro modo si chiamano mettersi al sicuro, garantirsi la sopravvivenza. Disgusto e noia. Non voglio condividere o correggere qualcuno o qualcosa, se l’ho fatto lo scopo era indiretto, stava altrove, si indirizzava ad altri desideri. Non ho mai cercato di dare il meglio di me nello scrivere, altrove bisogna cercare, dove i piedi affondano nella melma, dove la fatica del progredire fa piangere gli occhi.

La sincerità del dire è la virtù dei deboli. I forti la ricercano prima nel fare e, dopo avere ricevuto tanti pugni in faccia, la trovano nell’agire. Solo l’azione può essere sincera, perché solo essa è vera.

Il furore luterano, l’estremismo da guardiano dell’ortodossia delle parole, l’ultimo avamposto di guardia alle idee, non sono altro che movimenti filistei.

La fluidità del discorso nasconde a volte il vuoto del pensiero, in ogni caso l’assenza di ogni tentativo di aggirare la volontà. La stessa passione per l’eresia, se circoscritta al dire, è utile fanfaronata.

Dall’accumulo non imparo mai chi sono, posso al massimo arrivare ad alimentare molteplici sospetti sul mio mascheramento.

Toccare temi irritanti è come sfiorare nervi scoperti. Tutti, più o meno, recitiamo una parte e non gradiamo che improvvisamente qualcuno ci strappi la maschera dietro alla quale ci celiamo. Una demoniaca didattica del fare pensa il contrario, ma non può essere imposta a lungo, prima o poi mangia se stessa.

Il confronto interno all’agire acuisce la puntualità capace di penetrare, di realizzare l’azione. Questo non vuole dire che un aumento della profondità penetrativa corrisponde a un aumento della comprensione di ciò che si sta agendo. Questi ordini di misura sono assolutamente estranei alla coscienza diversa e sono, se presenti come traccia, un retaggio delle modalità immediate di conoscenza, fornite di forte aggressività.

Un’improvvisa evenienza intuitiva scatena quasi sempre una tempesta altrettanto rapida che tende a placarsi se non la sostengo con un opportuno lavoro sulla volontà di controllo, se non cerco di limitare i danni di tutto quello che significa fare coatto. Questo lavoro è lungo e lascia lungo la strada una lunga scia di intuizioni sprecate, prematuramente abortite, in un lungo itinerario di frustrazioni. La nave non si decide a salpare e non riesce a lasciare sul modo la zavorra.

L’assenza non è più tale fino in fondo se lascia una traccia nella presenza, qui nel mondo da me creato, quotidianamente ripetuto, quotidiana parola che mai si interrompe. In cima al tetto più alto osservo il villaggio dove qualcuno morirà e giro attorno il mio sguardo apprensivo.

Così la parola sgretola la finzione compatta della riflessione, una realtà duplicata utilmente per essere usata su modelli artefatti ma produttivi di opportuna assennatezza. Non riesce questa finzione a farmi sentire ciò che è per sempre fuso nel mio cuore duro, eppure lavoro a questa opera fino a farmi male, fino al desiderio di vedermi dall’esterno, di sentire la parola descrittiva che indica con il braccio implacabile dove mi è mancato il coraggio e mi è rimasta solo l’indignazione, moneta spendibile con facilità da qualunque filisteo. Impossibile segno di retroguardia, destinato al macero come qualsiasi ipotesi fondata su acribie puntigliose ma inconsistenti.

Ribalto le mie attese, e le mie pene, lascio che il demone si impossessi della parola, ne faccia strazio e strame, la innalzi all’eccesso dove non può reggere come tale e scade nel vago del mito e del sogno, pagliaccio e mimo, lascio che tutto questo accada in modo insostenibile, sottoponendomi all’attesa di quello che il destino mi può rispondere, alle sue offerte possibili, non accidiosa attesa ma attesa preparatoria dell’azione.

Il torrente immenso che ne viene fuori non può essere arrestato dalle mie misurate superstizioni, la parola dice senza tenerne conto, anche se ho paura e faccio cenni di insofferenza, lei continua a dire e il flusso rammemorativo a mostrare la sua portanza. I miei accorgimenti costituiscono un intero sistema retorico e restano insufficienti. Sullo sfondo la minaccia dell’oblio che chiude l’ascolto del dire appestando ogni ulteriore insistenza. Il passato rimane se stesso malgrado le disperate incursioni con le quali cerco di commuoverlo, si nega alla molteplicità che propongo con imprudente franchezza.

Eppure sono sicuro della strada che sto percorrendo. Sono sicuro di quello che accadrà e della potenzialità di ciò che è accaduto come anima del futuro accadere. Sono sicuro che dall’attuale parola possa nascere futura azione se questa parola non si avvolgerà da sola nel sudario della consapevolezza dei propri limiti.

Il puzzo di stantio lo sento da qui, anche delle antiche letture, mie e non solo mie, di avanguardie più o meno letterarie di ogni epoca, tutte finite in soffitta, tutte suicidate sull’altare del proprio non riuscire a dire.

Ma, dire che cosa?

Il nulla della fantasmagoria, l’ovvio dell’analisi utopica leggermente adeguata al buon senso antico, la truculenza dei luoghi comuni, dell’invettiva che comunque colpisce nel segno perché il bersaglio è immensamente più grande del proietto.

Il desiderio deve essere posto seriamente nell’ambito marginale del possesso, non può costituire lo scopo del fare, in contropartita si sbriciola nella nullità di quello che desidero, un fantasma costruito della mia fantasia, che il fare stesso quotidianamente si incarica di sopprimere. L’irrealizzabilità del desiderio è la garanzia che esso brucia qui e ora e costituisce l’alimento più vivo dell’intuizione che qualcosa va storto in tutte le positure in cui cerco di accomodare e fare quadrare i miei programmi.

Il possesso è l’uccisione del desiderio, non posso desiderare ciò che possiedo, lo devo solo difendere e salvaguardare, misurare e protocollare, verificandone le corrispondenze e i sigilli, se lo chiudo in questo modo posseggo il suo cadavere muto e stecchito.

Più stringo e meno posseggo, fosse pure l’estrema sintesi, lo scheletro del mondo da me creato. Questa affermazione, a cui contribuisco con il fare coatto che alimento continuamente, mi annichilisce se non la spezzo con la rinuncia alla volontà di possesso e quindi se non accetto l’impossibile salvaguardia di ciò che non potrà mai essere salvaguardato.

Se resto prigioniero di una miserabile prospettiva dell’acquisizione, massacro tutto quello che mi circonda, la mia fame di inconoscibile si pasce del cibo putrido del conosciuto e mi fa diventare un mangiatore di cadaveri, la completezza mi incide nel corpo le profonde cicatrici dell’assenza, segnali di fuoco e fiamme dove vive la triste metafora dell’assoluto.

Il sogno della qualità sta al centro della mia strada verso la cosa, si erge inattingibile e incorruttibile, eccessivo, immenso. Ha tutto il rigoglio della natura, anche la sua stupenda oggettività, ottusa e crudele, misteriosa, imperscrutabile, che nessuna tempesta può scalfire.

L’accesso alla cosa riduce il sogno della cosa alla mia puntualità impercettibile, prima o poi mi ricondurrà di fronte al compito rammemorativo, la parte più intensa e incomprensibile dell’avventura attiva, la parola ritorna nuovamente in gioco.

Il dolore raffigurato dalla sera che si fa più intensa, dei colori che adesso, dalle sbarre, stentano a dirmi qualcosa del mondo di fuori. Decifrare questo messaggio sempre più oscuro non è possibile, nei suoi dettagli e nei suoi meandri. Non c’è neve di fuori, solo un orrido cortile di cemento. Il lucore che mi riflettono i miei occhi quasi spenti è l’ultimo tentativo della luce, poi le tenebre della negazione critica. Qui ricomincerò il mio lavoro di talpa.

La molteplicità delle strategie e dei percorsi del fare non conduce a una gestione tecnologica dell’accumulo, allo stesso modo si può considerare lo sforzo conoscitivo come un crocevia di intenti che l’organizzazione stessa della volontà di ragione riduce a coazione del fare, a progetto ristrettamente unitario.

Un flusso di fenomeni conoscitivi può però essere strutturato in modo da riuscire a sfuggire, almeno in parte, alla volontà onnicomprensiva. Ciò non è sinonimo di aleatorietà e arbitrarietà codificabili a sua volta in modulazioni di frequenza abbastanza controllabili. Non il meccanismo lasciato a se stesso davanti agli schemi a forma di cerniera ma un camminamento costruito all’inverso dove inciampano spinte e facilitazioni in grado di mettere fuori sintonia la corrispondenza protocollare.

Non sto dicendo che tutto questo non sia puntualmente presente nei miei scritti, estrema contraddizione delle mie improvvide affermazioni di principio, una verifica a volo d’uccello mi smentirebbe subito se affermassi questa leggerezza. Dico, al contrario, che ora e subito bisogna lavorare sulle parole, se vogliamo parlare alle future possibili azioni e a come le porremo in atto, anche continuando a partire, per potere riallacciare un filo logico e storico, da quello che è stato fatto, errori in primo luogo.

Io non posso dire la verità, nemmeno la mia verità, nel cicaleccio dilagante, mentre sono circondato da supposte totalità che sistematicamente si rivelano per modeste riproduzioni parziali. Sogno l’oltrepassamento che mi restituisca il maltolto, ma non posso restare seduto in poltrona, o sia pure su di una pietra, devo balzare avanti, disputare le apparenze di conforto che mi circondano.

Fa ciò, qualche volta, l’intuizione. Mi afferra, mi disgrega, mi fa esplodere, mette in mostra, ma solo a me stesso, le mie piaghe. Per il mondo sono il filisteo di sempre, anche quando dovessi gettargli in faccia le mie credenziali, le prenderebbe per pezzi di carta straccia.

Se insisto, se affronto lo scontro, quello che il mondo capisce è solo l’intervallo che la mia diversità improvvisamente rende visibile, non quando e dove mi sono inoltrato nella desolazione. La tensione intuitiva di confine resta una confusione mia, personale, che sconvolge solo me stesso, una soglia che mi consente solo un saluto sul rogo di già in fiamme.

Allargare le parole, singolarmente farle esplodere, scuotere la fede esaustiva, sorprendendole, sorpassandole, facendo evadere da esse significati tenuti prigionieri, scuoterle violentemente in modo da sorprendere, alla fine, ogni volontà di mistificazione, di controllo.

Non una nuova fioritura di belle astrazioni, una nuova sequenza di stimmate poetiche, ma un accelerare dell’azione, una rivisitazione continua di schemi e coordinazioni, composizioni e stili. Nessun imbarazzo nelle periferie del ridicolo, spesso questa fioritura viene frenata dall’ossequio al conformismo. La parola intimidisce, anche se ne dimostro senza scrupoli i limiti e gli infingimenti, e anch’io ne sono intimidito, ma cerco di andare oltre, come sempre del resto.

Ma la volontà è lì a controllare, devo quindi insistere in un progetto analitico, del tutto circoscritto al fare, che sia capace di andare oltre gli intralci tecnici e le remore morali, oltre il bisogno del ripiegamento in me stesso per leccarmi le ferite, devo tagliare i contorni in modo indefinito, devo disingannarmi.

Se la ragione resta serva della volontà non c’è destino ma solo resiste e si consolida l’asfissia del fare coatto. Rompendo tale alleanza, accerchiando e confondendo la volontà, c’è modo di trovare un sentiero incognito nella foresta.

Lo sbalordimento di fronte alla coscienza immediata dei superpoteri della volontà è estremo. Spesso non riesce nemmeno a cogliere i segnali intuitivi che tracciano una possibile via di uscita. Devo disturbare questa sorta di imbambolimento, portare alla ribalta le ridicole pretese del controllo volontario, sviluppare i segni e le incisioni dell’interpretazione critica negativa.

La lotta a vita e a morte con la volontà non ha come obiettivo l’insicurezza delle decisioni, questo è uno stupido luogo comune. Il problema del dominio della scelta e sulla scelta è differente da quello dell’obbligo a scegliere, dello scegliere coatto. La fragilità delle intuizioni rende questo secondo problema privo di riferimento immediato di lotta, ne derivano oscillazioni estreme e imprevedibili.

Pensare di non volere è un esercizio senza speranza, è come rompersi in due, accettare e non accettare di volere scegliere. Il muro che mi circonda cresce sempre più alto, non è questa la strada per fare i conti con la realtà, occorre scavare camminamenti e costruire labirinti.

Di fronte all’intuizione si alzano sensazioni folgoranti, radicali, dirette subito a ripristinare l’ordine. Faccio resistenza, è questa l’automatica risposta del fare a se stesso. Questa resistenza proviene dalle strutture essenziali della ragione che reggono il fare. È una reazione tipica degli abissi.

Perché accettare l’intuizione? Perché mettermi a repentaglio se la sua sola presenza è capace di sconvolgere le mie miserrime sicurezze? Non accetto di pensare a come difendere il muro di cinta del carcere in cui sto scrivendo queste righe [2008]. Se dovessi accettare questo fare sarei in fondo al baratro.

Di fronte agli scontri che l’intuizione scatena dentro di me, la mia sensibilità si acuisce e non riesco a frenare lo scontro tra l’esterno della immediatezza e l’interno, la mia coscienza non vuole ingrassare nella vacua stupidità. Lo specchio prodotto dall’intuizione manda segnali contorti, privi di senso. La lotta per dare loro un senso senza assoggettarli brutalmente alla coscienza immediata, è senza futuro.

L’esilità dell’intuizione deve essere rafforzata dal mio lavoro interpretativo prodotto sulla volontà e sui suoi meccanismi. Il risultato è dato dal fornire a quella apparente inconsistenza, carichi di significati vitali, sostituzioni di apparenze diafane con impegnativi coinvolgimenti.

Le percorrenze camaleontiche che oppongo alla volontà non possono essere tutte emblematicamente distortive, cioè legate al modello ortodosso del labirinto. Alcune di esse devono portare soccorso alla stessa volontà di scelta, presentando modelli più leggeri, non solo quelli pesanti del taglio di significatività o del mancato approdo nel territorio percettivo del senso.

L’elemento sorpresa, anche in questa prospettiva autentica, funziona lo stesso anche se l’immediatezza mantiene intatte le sue capacità di recupero.

Mi confronto con l’uno che è e sto nell’azione, puntuale nella cosa, il mondo si è dolorosamente arenato alle colonne d’Ercole dell’oltrepassamento. Non ho una reale coscienza diversa e neanche una reale coscienza immediata, sono in bilico di fronte all’uno che è e ascolto le sue ridondanze che mi inducono ora a una chiusura emozionale ora a una improvvisa apertura fuori tempo.

Mi confronto e mi pongo, basta questo per mettermi in condizioni di agire.

Occorre essere saggi per diventare folli. Non si può essere folli prima e poi cercare di diventare saggi. La follia blocca la strada verso la saggezza, ma non viceversa.

Capire, conquistare strumenti logici e culturali, fino alla saggezza, terreno estremo della coscienza non è che preparazione alla follia. Ergersi contro il mondo, stare fermo al proprio posto mentre tutti si chinano al passare delle cose e delle regole, non temere assalti e condanne, scandali e scomuniche, tutto questo è per forza visto come l’agire di colui che provoca avversione e ostilità.

I nemici lo accerchiano. I peggiori a volte sono proprio quelli che condividono, ma solo sul piano teorico, la sua follia. Il sollevarsi contro le regole è follia, ma implica la conoscenza profonda di queste regole, altrimenti è l’altro tipo di follia, quella che non è conseguenza della saggezza, ma a questa precede.

La saggezza rimanendo nella quantità cerca la leggerezza, per lei è necessario distogliersi da tutto ciò che ricorda e sostiene la pesantezza della conoscenza. La scarnificazione che ne deriva non scalza però le regole ma le essenzializza alla luce della logica del tutto e subito. Quando essa può definirsi in contrasto pieno con l’organizzazione tradizionale dell’accumulo, si può parlare di saggezza vera e propria, cioè tutto il suo insieme raggiunge la leggerezza cercata e l’intera conoscenza è svuotata dall’interno e il suo contenuto depositato altrove, come un fardello troppo pesante.

Non dico che questa ricerca dell’inutilità sia semplicemente cancellazione dell’utile traccia che la conoscenza indissolubilmente porta con sé, dico che l’affermazione di questo contratto con la pesantezza si realizza via via che scompaiono i punti di riferimento della logica del dominio, per rimanere solo il velo che una volta li copriva, mentre ora li rende individuabili.

Nella saggezza svuoto me stesso e la conoscenza e convergo in me stesso, anche se so che questo esperimento è destinato a restare incompleto. Convergere in me stesso significa fare rimbalzare la palla su di me, la palla di cui parlava Rilke, lanciata da uno sconosciuto una volta, in modo impercettibile, leggero.

La saggezza è un contenitore di me stesso, leggero, quasi trasparente, che mi permette di affermare l’utilità del mondo e la sua inutilità per me. Non è un’affermazione rigorosa, ma perché dovrebbe esserlo?

Questo svuotamento dall’interno della conoscenza è una importante concezione di liberazione, meramente quantitativa, si intende, ma affievolita al punto tale da costituire un velo talmente inconsistente da negare l’utilità di sé, l’impiego di sé in modo controllato dalla volontà. Lo svuotamento si libera della conoscenza senza dichiararla criticamente scaduta, che sarebbe un’altra strada di attacco all’accumulo, che già conosco, ma lo fa deligittimandone l’uso, rinviandolo al mondo in cui essa è necessaria al controllo e al perfezionamento del controllo.

Questo movimento vorticoso è quasi impercettibile, come quello della trottola del dio bambino, è progressivamente assorbito dalla conoscenza che nemmeno se ne accorge, il movimento è per me, lavorano per me le tante facce del giocattolo e mi spiegano che non vale la pena prosciugare l’esistenza nel fare se non si sa almeno, e questa è saggezza, che se ne può fare a meno, agendo.

Se mi ergo contro le regole le metto tutte in discussione, non posso circondare un più o meno grande perimetro di salvaguardia dove dichiarare sospese le convenzioni e le concordanze, e lasciare che il resto non mi sia nemico, è proprio questo resto che avverte per primo la mia estraneità e la dichiara nemica. Né la parola può dirimere questa contrapposizione, perché essa appartiene alle regole ed è parola della logica, mentre oltre c’è solo il grido dell’angoscia e della paura.

Preparare la nave non è navigare, il momento cruciale è l’abbandono del molo, l’uscita dal porto, le prime onde appena più alte, il canto della paura che sollecita il ricordo di ciò che è rimasto sulla linea d’imbarco, la civiltà dell’accomodamento e del conforto. Davanti a me una nuova visione del mondo.

Il punto essenziale è l’azione, punta del punto, uno slancio da lupo verso l’assolutamente altro, lo sguardo al vento del deserto. L’uno è il riferimento cosmico, un luogo di crepe metafisiche e di tonalità sconosciute, non separate e distinguibili.

Davanti a me la navigazione, il mare che riflette il cielo, il cielo che riflette il mare. Il territorio della solitudine e le increspature del mare. È la vita che ondeggia, vorrei tornare indietro. Ciò è segno dell’apertura ancora lontana.

Le cimitière marin dove la vita è solo all’inizio.

Paul Valéry e la sua métaphysique ensoleillée.

Distribuisco la mia atmosfera attorno a questi millimetri quadrati che mi ospitano [2008]. La mia cella ogni mattina mi dà il benvenuto, il sole non si è ancora fatto vedere.

L’immediatezza insegna a insistere a non lasciarsi sopraffare dal disagio del fare, poco altro ha da insegnare, meno male. Mi prende alla gola guardare una fettina di cielo arrampicato sul tavolino. La piccola finestra in altro ricorda millenni di sofferenza, per questo le sbarre gemono ogni mattina quando sono colpite dai guardiani con il martello di gomma.

Respiro a pieni polmoni l’acre rudezza del mattino freddo nel cortile del passeggio semideserto.

Glissez, mortels, n’appuyez pas.

Il sottostante terreno costruttivo del fare, dove in fondo si realizza l’accumulo, è intersecato da desideri inappagati e inappagabili di completezza. La forza gioca un ruolo falso e approssimativo, incapace di garantire itinerari lineari. L’attaccamento ai protocolli è meno forte di quanto non appaia a livello immediato. Scendere a questo livello più intimo non è possibile se non nella fase interpretativa.

Il punto massimo di questa contrapposizione è l’esperienza nell’azione, l’oltrepassamento del semplice dire. Distruggere il nemico (quello vero) sul piano delle chiacchiere è banale dibattito di opinioni, è sul piano dell’agire e della progettualità futura che bisogna scontrarsi, se non si vuole rimanere impantanati nelle banalità quotidiane di una sterile coerenza a princìpi che rischiano di rimanere per sempre mummificati.


Trieste, 29 aprile 2008

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla prima edizione

La vera arma dell’uomo è la mano.

L’uomo è un animale che la natura ha selezionato con una mano dal pollice contrapposto alle altre dita.

Un animale che afferra, che vuole prendere, tenere saldo in mano, far proprio.

L’arma nel suo significato essenziale è quindi la protesi che incrementa la capacità attiva della mano. Protesi significava in greco l’atto di mettere davanti. Ben considerando, dalle frecce le cui punte erano ricavate da pezzi di selce opportunamente appuntite, impiegate dai nostri remoti progenitori, fino alle sofisticate armi attuali, che colpiscono a distanza e moltiplicano a migliaia l’unico bersaglio d’un tempo, la linea di sviluppo tecnologico è unitaria e ininterrotta.

Impiegare un’arma è facile. Anche un imbecille può quindi essere a mano armata. Anzi, nella maggior parte dei casi, dietro un’arma spianata ci sta quasi sempre un imbecille, o almeno, qualcuno che è costretto con le spalle al muro.

La società produce una costante emarginazione, il suo meccanismo impietosamente concorrenziale sollecita verso l’estrema periferia della sopravvivenza un enorme quantitativo di persone.

La mancanza di lavoro è solo una parte del problema, spesso un luogo comune e un alibi.

Chi non ha lavoro si arrangia in qualche modo, riduce le pretese, essenzializza la propria domanda di beni, si scava una nicchia nella società che, in questo caso, è perfino disposta a venirgli incontro, ad aiutarlo con qualche misero sussidio, ma vuole prima accettarsi della sua disponibilità a restare ai patti.

Il lavoro in se stesso può essere tale da tradursi in un prendere in mano le armi. Pensate al militare, al poliziotto, alla guardia del corpo, mestieri che prevedono istituzionalmente l’uso delle armi, e per i quali è prevista perfino una indennità di rischio che aumenta, sia pure di poco, l’emolumento salariale di base.

Chi indossa la divisa, qualsiasi divisa, la mattina, mettendo l’arma in tasca, e imbracciando il mitra d’ordinanza, non fa nessuna riflessione in merito, sono movimenti condizionati, spenti dal mestiere nell’ottundimento dei significati morali che il gesto potrebbe ancora presentare, al lumicino di una piccola riflessione.

A mano armata è quindi un problema di riflessione, un moto della coscienza, un momento, sia pure estremamente concentrato nel tempo, in cui chi impugna un’arma cerca di capire perché ha scelto quella protesi di particolare violenza e aggressività.

Tornando alla questione della protesi, mi sembra evidente che anche nella scelta più articolata può esserci un residuo di stupidità. Non c’è mai una collocazione netta in quest’ordine di cose. Niente è bianco e nero. La vita è sfumatura e modulazione, anche nella stupidità.

Ho visto compagni, di cui apprezzavo la disponibilità umana e l’impegno rivoluzionario, maneggiare con voluttuosa accuratezza e con evidente soddisfazione un’arma, accarezzarne l’acciaio brunito e liscio, ammirarne la struttura e la potenza, forma d’imbecillità più diffusa di quanto non si creda, anche fra compagni.

Quindi, tra il pugno che stringe l’arma e l’arma che viene stretta nel pugno, nella mano che la ospita e la padroneggia, deve esserci un contatto, una sorta di confine psicologico, sempre presente nella coscienza dell’individuo che quell’arma impugna, che ha deciso di impugnare.

Questo contatto non può mai invertire il proprio senso direzionale, cioè l’oggetto non può mai prevalere sulla condizione critica che ne ha sollecitato l’uso, descrivendone gli elementi positivi in quanto protesi tecnologica capace di accrescere le capacità di chi l’impiega.

Certo, la natura stessa di questa facilitazione può travalicare in una più o meno estesa degenerazione della condizione critica di partenza. L’arma fa sentire forti e invincibili, e questa condizione di sudditanza nei riguardi della protesi, se prolungata nel tempo e incrementata da una certa disponibilità di strumenti, può arrivare all’estremo che fa quasi sentire di essere nudo in caso di mancanza chi ha fatto l’abitudine ad andare in giro armato.

E la nudità è, oltre che fortuito accadimento contingentale, anche più spesso, condizione psicologica di inferiorità.

La crescita di potenza, dovuta al possesso fisico, allo stesso contatto tra la pelle e l’oggetto, non dovrebbe mai sfuggire alla condizione critica vista sopra, pena una subordinazione alla protesi e una inadeguata capacità di vedere tutti i limiti che quest’ultima comporta.

Non c’è dubbio, infatti, che avere un’arma in pugno non significa, di per sé, disponibilità ad usarla. La cosa è ancora più fondata in rapporto alla potenza mortale della stessa protesi. La crescita dell’illusione di potenza, a volte ridicolmente sconfinata, non fa sparire del tutto la vigile valutazione morale delle conseguenze relative all’uso concreto dell’arma.

Questi due elementi, che sembrerebbero escludersi a vicenda, non si annullano reciprocamente mai si fronteggiano con forza e finiscono spesso, dove l’imbecillità non ha di già avuto la meglio, per costituire una irrisolvibile contraddizione, carica a volte di conseguenze mortali per chi ha sprovvedutamente spianato l’arma senza rendersi conto di non essere disposto ad usarla.

Di per sé, la ferocia con cui l’arma viene usata in molti casi (basta pensare agli eccidi di massa o alle esecuzioni, oppure alla banale obbedienza agli ordini per quel che riguarda i militari), è l’esatto contrario del comprendere e decidere quello che si sta facendo. Il non sapere cosa fare e il farlo senza sapere si equivalgono e, alla lunga, l’efficienza bestiale del militare e del killer professionista finisce per trovare la propria stazione d’arrivo.

L’uso della protesi di cui discuto, l’arma in pugno, è una questione di coscienza. Ma che cos’è una questione di coscienza? È la conoscenza della realtà fatta propria, cioè introiettata criticamente nell’ampio raggio delle relazioni che la costituiscono.

Nessuno aspetto di questo movimento complessivo dovrebbe restare in quella zona d’ombra dove manteniamo gli elementi più difficili di quello che costituisce il nostro agire, spesso inquietanti in quanto toccano corrispondenze mantenute segrete ma che ciononostante sono dentro di noi e sviluppano conseguenze non sempre prevedibili.

L’arma in pugno è quindi impiego di un rafforzamento tecnologico che dovrebbe appartenere alla decisione responsabile dell’individuo.

Dico dovrebbe perché non sempre è possibile acquisire, in questo campo, una profondità critica sufficiente. Nessuna esecuzione di ordini è pertanto accettabile, nessuna delega, nessuna graduatoria di competenze nell’azione. Allo stesso modo, nessun imbecille diventa quello che non è per il semplice fatto di impugnare un’arma.

Qui si collocano due argomenti, fra loro contrastanti, eppure legati insieme da un preoccupante filo logico. Il primo riguarda la semplificazione decisionale, il secondo l’eccezionalità di certe situazioni che impongono una sorta di gerarchia delle competenze. Sviluppiamoli con calma.

La decisione critica del singolo, che si assume le sue responsabilità per gli atti che compie, si basa su fatti che dovrebbero apparire illuminati da una valutazione critica, non resi evidenti da una pregiudiziale ideologica, la quale ultima potrebbe nascondere una inavvertita banalizzazione.

Se io decido di colpire un responsabile dello sfruttamento potrei anche azzerare qualsiasi lume critico e affidarmi semplicemente al simbolo. Non quel carabiniere, o quel giudice, o quel medico, o quel giornalista, ecc., ma un qualunque carabiniere, giudice, medico, giornalista, ecc. Non c’è dubbio che il ragionamento fila, ed è stato fatto, e, dentro certi limiti, permane condivisibile in astratto.

Ma nel concreto determina un rischio considerevole, quello dell’azzeramento critico e dell’affidamento della decisione al banale massimalismo ideologico.

La disponibilità ad approfondire la condizione specifica del nemico che si vuole colpire non è importante per evitare di colpire un possibile “innocente”, perché nessuno è innocente, ma lo è per non banalizzare l’azione stessa riducendola ad un semplice abbattimento di birilli, tutti uguali fra loro nella notte delle nebbie ideologiche.

E poi c’è un altro argomento, quello ricorrente degli imbecilli, che non a caso sposano sempre, con fervore e accaloramento passionale, questa tesi che evita loro ogni gravame critico di cui, per le ridotte capacità mentali di cui dispongono, non saprebbero venire a capo.

Queste considerazioni non contraddicono la tesi del colpire nel mucchio, di cui mantengo il ricordo di una vecchia polemica, in quanto, al contrario, l’individuazione del mucchio è questione critica più difficile e non accesso secondario alla banalizzazione decisionale.

Veniamo ora all’altro argomento: la necessità, in casi di particolare difficoltà, di una gerarchia delle competenze. Anche qui il problema deve essere ricondotto all’approfondimento critico svolto dall’individuo.

Torna pertanto la tendenza dello stupido a considerarsi onnipotente, anche a causa della protesi armata che il caso e non la propria scelta cosciente gli ha posto in mano. L’illusione di onnipotenza porta direttamente a non capire le difficoltà della situazione, a sottovalutarle proprio a motivo della propria incompetenza e a considerarsi capace di fare quello che in effetti non si è capaci di fare. I guai di questo particolare tipo di imbecillità sono inimmaginabili.

L’apprendimento delle difficoltà è parte essenziale dell’approfondimento critico. Non essere capaci di valutare bene i propri limiti, evitando di imbarcarsi in imprese al di là delle proprie forze, è presunzione che impedisce l’apertura mentale necessaria all’apprendimento. Lo stesso per tutte le volte che si sostituisce la valutazione critica con il semplice entusiasmo o, peggio ancora, con un superficiale amore del pericolo, o desiderio del rischio.

Tornando all’inizio del nostro discorso mi sembra si possa vedere, adesso, con maggiore incisività il rapporto che esiste tra l’arma in pugno e la capacità di capire.

Desidero però fare notare che ogni capacità della coscienza, che dall’intelletto trae alimento per allargarsi nel campo delle relazioni possibili, ma che qui non si arresta travalicando nell’azione come condizione di continuo passaggio mai concluso, né concludibile, ogni capacità della coscienza è solo in minima parte un regalo della cosiddetta natura.

Nella sua componente essenziale è fatica, riflessione, esperienza, prova, coraggio, ricerca della differenza. Se tutto questo apparato analitico si pensa possa essere accantonato come ciarpame prendendo le armi in pugno, perché la protesi brunita ci rende onnipotenti, l’errore è grave e non tarderà a fare sentire i suoi effetti nefasti.

Questi effetti sono di due tipi, ancora una volta solo apparentemente antitetici.

Il primo è dato dall’incapacità critica che rinsecchisce il possesso dell’arma in una vuota protuberanza capace di generare ogni tipo di inconcludenza, dal farsi uccidere, all’uccidere senza sapere il perché, aspettando che dal fatto stesso di avere eliminato un nemico venga fuori la chiarificazione critica che avrebbe dovuto precedere la sua eliminazione.

Il secondo è dato dal tirarsi indietro di molti compagni dal prendere le armi in pugno e attaccare a causa della convinzione, inesatta, di non essere adatti all’uso di quelle protesi, pensandole come adeguate solo ad un certo tipo di persona e non attribuendo invece la loro evidente (a volte persino patetica) inadeguatezza, come sarebbe giusto, a un mancato approfondimento critico.

In fondo il problema resta sempre quello: nessuno ci regala niente, non esistono condizioni facili facili per farci entrare in possesso delle conoscenze indispensabili all’azione, e pensare l’arma solo nella sua circoscritta (e marginale) caratteristica tecnica d’impiego, è un modo come un altro per fuggire davanti al problema di fondo della conoscenza critica, misura e condizione attiva di ogni attacco contro il nemico di classe.

Come si è visto nelle pagine che precedono, ho cercato qui di mettere tutta la mia attenzione sul problema dell’arma in pugno, del perché, ad un certo momento della vita, un uomo cosciente di quello che significa un’arma, della sua mortale potenzialità distruttiva, decide di impugnarla, e, principalmente, di usarla.

Credo di avere se non altro contribuito a fare riflettere sui meccanismi che stanno dietro a questa decisione, processi logici ed emotivi a volte non chiari e spesso dati per scontati come banalità a cui è bene non pensare nel momento dell’azione.

Ma queste banalità sono esse stesse le banalità dell’analisi teorica, dell’approfondimento critico della situazione che si sta affrontando nel suo insieme complessivo, e definire questo aspetto come secondario, o privo di importanza, tanto nel momento che si è “a mano armata” i più forti siamo noi, possessori della protesi magica, è un tragico errore.

L’arma, per la sua stretta connessione con la teoria che criticamente penetra il mondo, è quindi qualcosa di più – come si è visto – di un semplice pezzo di ferro, e questo qualcosa di più può prendere consistenze e forme più articolate dall’oggetto brunito e pesante che di solito chiamiamo arma, può cioè prendere l’aspetto di una rapportazione, di una codificazione di rapporti in vista del raggiungimento di fini comuni, in altre parole può prendere l’aspetto di un’organizzazione.

Anche l’organizzazione è una protesi, ed anche per essa valgono tutte le considerazioni fatte prima, con alcune precisazioni, più delicate e difficili, che mi industrierò di fare qui di seguito, sperando nell’attenzione dei miei pochi compagni, disposti a seguirmi in questo ragionamento.

Torna qui il problema delle attese. C’è chi si immagina che tutto dipenda dall’esterno e che una forza, a lui ignota e per questo solo fatto immaginata fuori di ogni misura umana, arrivi a dare un senso alla propria vita altrimenti banale e subordinata alle opinioni correnti. Attesa che finisce sistematicamente per restare disillusa.

Costui è irrimediabilmente condannato a restare in attesa, anche quando avanza, petto in fuori, nel proscenio di quello che lui scambia per la Storia, e dichiara guerra al mondo in nome di una forza che esiste solo nella sua poco fertile immaginazione.

Fuori di queste stupidaggini, fuori di ogni tronfia messa in mostra della propria ignoranza, c’è la realtà concreta, e qui, nel medesimo movimento che produce l’approfondimento critico, nasce la forma dell’organizzazione specifica in funzione di un progetto.

Non è questa forma a determinare il progetto, ma essa permane strumento del progetto, anche se a volte preme alla porte dell’attenzione e dell’emotività del singolo compagno, sollecitando significatività più ampie. La duttilità della forma dell’organizzazione è quindi elemento essenziale, se quest’ultima deve essere strumento di un progetto e non, al contrario, rubare a questo tutte le cure che esso merita e tenersele per se, in una ottusa crescita quantitativa.

Non voglio qui scendere nella scelta organizzativa specifica. Personalmente, come anarchico insurrezionalista, sono arrivato al convincimento che la soluzione migliore, quindi la forma più adatta di organizzazione specifica, è quella “informale”, altri potranno convincersi diversamente, e prediligere strutture forse più rigide, illudendosi di ottenere risultati più concreti a breve scadenza: sigle, comunicati, rivendicazioni, campagne, e tutto il ciarpame vetusto a cui un’epoca non proprio recente della storia comune a ognuno di noi ci aveva abituati. Liberissimi, per carità.

Se qualcuno pensa che la protesi sia utile in funzione della sua rigidità, si faccia avanti, proponga seriamente e seriamente discuta, invece di affermare o modulare gradazioni di valore. Ma, per favore, non parta dallo strumento, parta dal progetto che quello strumento deve impiegare, altrimenti tutto è banalizzato nell’appiattimento della tesi che “qualunque sbirro è quello buono”.

Partire dal progetto significa analizzare criticamente la realtà. E qui il problema torna a masticare la propria coda. Chi non ha la possibilità di portare fino in fondo questo approfondimento ha due alternative: o sceglie quello che c’è in corso di elaborazione, cioè quello che circola, più o meno approssimativamente, nel dibattito fra compagni; o decide da solo di trovare i mezzi per pensare diversamente, ma realmente in modo diverso, essendo solo un patetico risvolto della banalità il suggerimento, buono per tutti i gusti, di limitarsi sempre e comunque a dire di no.

Ora, sul tappeto c’è sia la discussione sull’organizzazione informale, come strumento rivoluzionario di lotta per un attacco contro le istituzioni e gli uomini del potere, sia, in sordina e in bassa fortuna, l’ipotesi strutturata di un’organizzazione più rigida: sigla, dichiarazioni politiche, scelte di fondo strategiche, campagne da rivendicare, ecc.

Insomma, un’organizzazione che parla da sé, che non propone margini critici, un’organizzazione che sa quello che deve fare e che agisce in nome dell’efficienza. Dopo tutto, in caso contrario, che protesi sarebbe? Mi chiedo, e vi chiedo: può un imbecille, o peggio ancora un testardo ignorante, sicuro di conoscere l’universo mondo proprio grazie alla propria ignoranza, accettare la prima ipotesi, quella dell’organizzazione informale che lo obbligherebbe a un approfondimento critico della realtà di cui egli stesso, per primo, si riconosce incapace? No di certo. Egli preferisce la seconda soluzione, quella è la sola che “pensa al posto suo”, o almeno che dà questa impressione.

Ecco perché ho messo insieme questi testi, perché i compagni di cui qui si parla erano tutti in grado di pensare con la propria testa, principalmente quando si trovavano con le armi in pugno, a mano armata.

Mi auguro che, una volta tanto, questa lettura sia occasione per riflettere sul da fare e non un modo come un altro per fantasticare sul passato.


Catania, 31 luglio 1998

Alfredo M. Bonanno

* * * * *

«La mancanza di individualità si vendica ovunque: una personalità fiacca, sottile, spenta, che nega e rinnega se stessa non è buona a niente, – figuriamoci se è buona per la filosofia. L’“altruismo” non ha valore né in cielo né in terra; i grandi problemi esigono tutti il grande amore, e di questo sono capaci soltanto gli spiriti forti, pieni, sicuri, che poggiano saldamente su se stessi. C’è una sensibile differenza tra un pensatore che si pone in modo personale rispetto ai suoi problemi, tanto da avere in essi il suo destino, la sua necessità e anche la sua migliore felicità, e uno che li affronti “impersonalmente”, cercando cioè di toccarli e afferrarli con le antenne del pensiero freddo e curioso. In quest’ultimo caso, per quanto promettente, non si viene a capo di niente: i grandi problemi infatti, posto che si lascino afferrare, non si lasciano trattenere da uomini invertebrati e debolucci, perché questo è ab aeterno il loro gusto, – che per inciso coincide con quello di tutte le donne valenti. Come può essere dunque che io non abbia ancora incontrato nessuno, neppure nei libri, che si sia posto di fronte alla morale come persona, che abbia riconosciuto nella morale un problema e in questo problema la sua necessità, angoscia, voluttà, passione personale? Evidentemente la morale finora non è stata un problema; era anzi proprio il punto in cui, dopo tutta la sfiducia, i dissidi, le contraddizioni, si giungeva a un accordo, il luogo sacro della pace, dove i pensatori riposavano anche da se stessi, tiravano un respiro di sollievo, riprendevano a vivere. Non vedo nessuno che abbia osato una critica dei giudizi morali di valore; sento che mancano, in tal senso, persino i tentativi dettati dalla curiosità scientifica, dalla viziata fantasia sperimentale dello psicologo e dello storico, che spesso prevengono un problema e lo afferrano in volo senza sapere con esattezza che cosa abbiano afferrato. A malapena ho rinvenuto alcuni sparuti accenni per iniziare una storia della nascita di questi sentimenti e giudizi di valore (cosa ben diversa da una critica degli stessi e ancora diversa da una storia dei sistemi etici); in un determinato caso ho fatto di tutto per incoraggiare una tendenza e un’attitudine verso questo tipo di storia – invano, mi pare di capire. Questi storici della morale (soprattutto inglesi) hanno poca importanza: sono anch’essi soggetti, innocentemente, a una certa morale e, senza saperlo, ne costituiscono gli scudieri e il seguito; con quella superstizione popolare sempre così fedelmente ripetuta dell’Europa cristiana per cui caratteristiche dell’azione morale sono l’altruismo, la negazione di sé, il sacrificio di sé, oppure la pietà e la compassione». (F. Nietzsche, La gaia scienza, V, 345)

Clément Duval

Le Memorie autobiografiche di Clément Duval presentano, fra i tanti, tre diversi problemi che qui mi interessano. Divido quindi questo mio lavoro in tre parti.

La prima esaminerà alcune differenze tra il testo redatto da Galleani e l’originale dovuto alla penna di Duval.

La seconda preciserà diverse notizie biografiche riguardanti Duval stesso e gli anarchici conosciuti da lui o comunque interessanti per una migliore collocazione del libro nell’epoca sua, apportando di volta in volta nei nomi le correzioni di grafia, spesso considerevoli.

La terza parlerà invece della figura di Duval, del suo anarchismo e del significato della sua opera e della sua vita per noi, oggi, al di là, e spesso contro, ogni tentativo di utilizzo agiografico.

L’edizione curata dai compagni de “L’Adunata dei Refrattari”, esce con la data del 1929, ma è licenziata in tipografia il 30 settembre del 1930. Si tratta di un grosso volume di 1048 pagine.

L’opera, pur pubblicata a nome di “Clemente Duval”, quindi col nome tradotto in italiano come usava all’epoca, è scritta totalmente da Galleani. Il testo di Duval è tenuto presente, spesso alla lontana, a volte allargato, a volte riassunto, non raramente coperto di una coltre di parole e una fioritura di frasi che lasciano stupiti. Insomma, il lavoro originale di Duval, le sue vere e proprie “Memorie autobiografiche”, redatte – almeno per la parte che essendo disponibile è stata recentemente pubblicata in Francia – scompaiono. Eppure, come dimostrerò più avanti, erano un racconto bellissimo e diretto, semplice ma non disadorno, efficace, ragionevole, il ritratto di un uomo duro e dolcissimo nello stesso tempo, che gli anni delle tremende torture non erano riusciti a privare della propria umanità.

I lettori della presente opera di Galleani, che esce sotto il nome di Clément Duval, devono tenere presente che il testo originale delle memorie (soltanto la prima parte, la sola oggi disponibile) è stato pubblicato nel 1991 a Parigi da Les Éditions Ouvrières a cura di Marianne Enckell col titolo Moi, Clément Duval, Bagnard et anarchiste, lavoro quest’ultimo che terremo presente per i raffronti che seguiranno. Il manoscritto di questa parte è stato fornito nel 1980 alla Enckell, responsabile della Biblioteca anarchica di Losanne, il CIRA, da alcuni compagni di Brooklyn che avevano ospitato Duval negli ultimi anni della sua vita.

Molto tempo è passato da quando quelle pagine sono state scritte. Duval è morto nel 1935, Galleani nel 1931, “L’Adunata dei Refrattari” ha chiuso le pubblicazioni nel 1971, Raffaele Schiavina (Max Sartin), ultimo dei suoi redattori, è morto nel 1987.

Seguendo i titoli dei capitoli della vecchia edizione, la prima parte delle “memorie”, quella appunto pubblicata dalla Enckell con diversi tagli nelle pagine da lei ritenute meno importanti, si arresta al capitolo: “Il massacro di Saint-Joseph”. Le quattrocento pagine successive non esistono nell’edizione francese e quindi, a quel che sembra, si devono considerare perdute. Rimane solo la rielaborazione di Galleani.

I

Dato che il libro di cui intraprendiamo la lettura è un libro di Galleani, sorge subito il problema del suo linguaggio.

A molti estimatori dell’opera sua sto per dare un colpo mancino. A me la lingua di Galleani non piace: ridondante, agghindata oltre ogni dire di effetti retorici, finisce per diventare fastidiosa e per nascondere spesso la tensione del contenuto, l’idea che soggiace quasi confusa sotto il rimbombo delle iperboli.

Questo fastidio l’ho provato da sempre leggendo gli scritti di Galleani, ma questa volta sono finalmente in grado di far vedere come funzionava il suo artificio linguistico, e ciò perché, per la prima volta, posso paragonare la sua pagina ad un’altra, nuda e scarna, quella originale di Duval, che doveva per forza giacere a fianco della sua penna, mentre da quest’ultima sgorgavano infiorettature e gridolini.

L’esercizio di confronto che sto per proporre non è fine a se stesso. Non vuole cioè dimostrare, come evidenti di per sé, i difetti del linguaggio di Galleani, ma ha la pretesa di andare più in là, di fare vedere cioè come questo apparato linguistico venga messo a volte più a servizio del rielaboratore (e quindi delle sue idee e dei suoi progetti politici) che dell’autore. Galleani copre con la sua personalità la figura di Duval. E questo è di sicuro un cattivo servizio, di cui l’orgoglioso Duval, sono certo, non poté non dolersene.

Per motivi strettamente editoriali, le citazioni sono fatte con riferimento al titolo del capitolo che le contiene. Il raffronto verrà fatto mettendo prima le citazioni dell’originale di Duval (in corsivo e con l’indicazione della pagina del libro sopra indicato pubblicato a cura della Enckell), poi le citazioni del testo scritto da Galleani (in carattere normale e, come di già detto, con la sola indicazione del capitolo).

Aggrediti da un sorvegliante inferocito, mentre Duval sta per rispondere a nome dei suoi compagni, Marquant [Galleani trascrive Marquand] lo precede:

– Signor sorvegliante capo, noi siamo stati inviati qui per scontare una pena che ci è stata inflitta dai tribunali, e non per essere insultati, del resto il regolamento ve ne fa espresso divieto, sotto minaccia di pene severe, anche di revoca. (p. 41)

– Perdonate, signor sorvegliante in capo, interruppe Marquand con una calma olimpica, qui ci hanno mandati a scontar la pena inflittaci dal magistrato, ci hanno mandato col proposito più o meno serio di farci ravvedere, diventar migliori: non certo perché imparassimo da voi un linguaggio di obbrobrio e trovassimo nella vostra brutalità e nei vostri insulti stupidamente volgari un’aggravante di pena non contemplata dai vostri codici e non comminata dalle nostre sentenze. E poiché vi siete compiaciuto di ricordarci il regolamento, ricordate voi pel primo che il regolamento ha pure contro gli abusi di potere dei funzionari le sue sanzioni, la revocazione compresa. (Quattordici anni alle Isole della Salute).

E più avanti, in merito alla rimozione del comandante Cerveille, precedente capo degli stabilimenti di pena:

Ecco i fatti. Esisteva sull’altopiano Est un quartiere cellulare condannato dai medici delle Isole, col divieto di mettervi degli uomini vista la mancanza d’aria causata dalle inferriate, dalle bocche di lupo, ecc. e dall’umidità.

Cerveille non ne tenne alcun conto, e continuò a chiudervi gli uomini che cadevano così gravemente malati, alcuni trovandovi la morte: nuovo divieto dei medici. (pp. 69-70).

La ragione del grave provvedimento disciplinare [nei riguardi di Cerveille] era vecchia e acerba. Sull’altipiano est dell’isola era un quartiere cellulare che i medici avevano ispezionato e condannato ordinandone la chiusura. Era assolutamente inabitabile. L’umidità piena, l’angustia dei locali, i graticci e le tramogge alle finestre togliendovi l’aria e la luce, ne avevano fatto un vero e proprio ammazzatoio. I deportati vi morivano come le mosche, ed i medici, a scansare ogni eventuale responsabilità in caso di reclami, avevano mandato al comandante Cerveille l’interdetto del quartiere.

Il comandante che nella sua qualità di padreterno delle isole non voleva mosche sul naso non se ne dette per inteso, così, ai primi caldi, la dissenteria fece dei rifugiati dell’altipiano una strage. Nuova e più acerba interdizione dei medici con minaccia di rapporto ai superiori. (Quattordici anni alle Isole della Salute).

Eccoci all’episodio del “cacciatore”. La narrazione di Duval è composta e sbrigativa. Non si pone problemi per giustificare un improvviso empito di gioia e non cerca di giustificare il bisogno dei deportati di portarlo in trionfo per essere stato promosso ad una classe di pena meno feroce senza aver chinato la schiena. Galleani trova invece necessario fornire giustificazioni e non si accorge di cancellare l’unica considerazione veramente giusta, quella che Duval mette tra parentesi e che concerne il ricordo di tanta povera gente massacrata senza motivo.

Il 14 luglio 1889. Le autorità del penitenziario assistono all’appello per la nomina delle classi.

Si comincia con il declassamento degli incorreggibili. Mi trovai fra i declassati, ero soddisfatto. Il comandante aveva mantenuto la parola. Ma pensavo al cammino che c’era da percorrere dalla Quinta alla Prima classe; ammettendo di passare regolarmente ogni sei mesi, c’erano ancora due anni di attesa. Come trovavo lungo questo periodo! Grande fu la mia sorpresa quando mi sentii chiamare di nuovo, per passare dalla Quinta classe alla Quarta. Erano sei mesi guadagnati sui quali non contavo. A questo punto il mio sguardo incontrò quello del comandante, e anch’egli aveva un’aria soddisfatta come a dire: ho mantenuto la parola, ed anche di più.

Dopo l’appello venne dato l’ordine di cambiarmi di gruppo. Ah! quali felicitazioni da parte dei miei compagni di geenna, quanto erano felici. “Pazienza, coraggio, uscirai, rivedrai la tua compagna che ami tanto”, ecc. C’era chi smontava la mia amaca, chi faceva il mio sacco. Poi, quando tutto fu pronto, qualcuno mi acchiappò e mi mise sulle spalle di un garzone di macelleria il cui nome mi scappa, ricordo solo il soprannome: Il Cacciatore, perché aveva fatto il suo servizio nei cacciatori d’Africa.

Poi, tutto il gruppo accompagnandomi attraversò il campo per andare dal gruppo di fronte all’ospedale militare, primo e secondo gruppo. (Scrivendo queste righe sulla base di un ricordo di quasi vent’anni, sono commosso pensando a queste nature buone, a questi sfortunati, quasi tutti morti in quell’inferno dopo tante sofferenze). (pp. 103-104).

Alla fine venne il 14 luglio [1889], giorno della classificazione.

All’appello erano presenti tutti i berrettoni del servizio interno. Si cominciò dagli incorreggibili, dalla mia categoria, ed ho avuto così la prova che il comandante aveva tenuto la parola. Venivo iscritto alla quinta classe. Ammettendo che la promozione fosse continuata regolarmente tutti i sei mesi, avrei potuto andare in concessione entro due anni, qualche cosa come chi direbbe il giorno del giudizio universale, giacché a sbarcar due anni al penitenziario senza punizione bisogna avere, se pur basta, la pazienza di Giobbe. Grande fu la mia sorpresa quando all’appello dei deportati che passavano dalla quinta alla quarta classe sentii chiamare il mio nome un’altra volta. Erano dunque altri sei mesi guadagnati su cui non contavo, e guardavo senza volerlo, il comandante in faccia. Mosse la testa avanti in segno di conferma quasi a dirmi: ho tenuto la parola data, e sono andato anche più in là.

Bisognava pur persuadersene: ero sulla via della concessione se il buon tempo diveniva stabile. Ma a richiamarmi bruscamente alla realtà venne un incidente che per poco non mi precipitò nell’abisso.

Dopo l’appello fu dato l’ordine di cambiarmi pelottone; andavo al secondo. Quante felicitazioni: “Coraggio, Duval! Pazienza e fermezza, Duval! Uscirete di qui, rivedrete la vostra compagna, tornerete a vivere, coraggio!” E l’uno mi stringeva la mano, l’altro smontava l’amaca, un terzo si caricava il sacco degli stracci e mentre tutti cantando si disponevano ad accompagnarmi alla nuova dimora, “il Cacciatore”, un demonio di forza e di sveltezza, che chiamavamo così perché era stato del battaglione d’Africa, mi passò la testa fra le gambe levandomi come una pagliuzza su quel casaldiavolo e dirigendosi verso l’ospedale militare in faccia al quale era appunto il baraccamento del secondo pelottone.

Avevo un bel dimenarmi, sgambettare, protestare che mi mettessero a terra, che non andassero a cercarsi altri guai. Erano tempo e fiato sprecati. “Avanti, avanti” urlava il “Cacciatore” e gli altri seguivano in frotta cantando e richiamando il sorvegliante che cercò sbarrarci la via, che ci intimò di sbandarci, e dovette semplicemente tirarsi da parte per non essere travolto ed accontentarsi del suo solito rapporto. “Lasciateci fare! gridavano in coro. Esce dagli incorreggibili senza aver mendicato, né leccato le zampe, né fatto la spia a nessuno. Esce a fronte alta sputando sul grugno ai vigliacchi che il gallone raccattano nella bassezza e nel tradimento. Lasciateci fare!”. (Quattordici anni alle Isole della Salute).

Più volte, Galleani sente il bisogno di spiegare meglio il pensiero di Duval, ma non è raro il caso che egli incorra, così facendo, in tortuosità che il testo aveva saputo evitare. Cito qui uno dei casi meno pesanti, per passare di seguito a quelli più significativi e quindi più ingombranti.

Louise Michel disse da qualche parte che il presentimento potrebbe essere una specie di sesto senso, così esattamente si verificano le cose delle quali si ha un presentimento. Questo fu il caso di Plista, che non conoscevo e riguardo il quale non avevo alcuna conoscenza, ma riguardo al quale ebbi subito il presentimento di essere davanti ad un vigliacco e ad un traditore. Gli avvenimenti mi hanno dato ragione. (p. 138).

Luisa Michel deve aver lasciato scritto in qualcuno dei suoi libri che il presentimento è con tutta probabilità il sesto senso, un senso non deciso, non spiegato, meno attivo forse perché meno esercitato, ma qualche cosa di vigile costantemente e che ha nei fatti sanzione assidua e ripetuta.

Plista, di cui mi parlava con tanto entusiasmo Chevenet, svegliava in me il sesto senso, ed era di acre diffidenza.

Spieghi chi vuole, e come vuole, il fenomeno: non rimarrà meno curioso che io il Plista non l’avevo veduto mai, che di lui non avevo sentito a parlare se non nei termini più benevoli, e che dentro di me ammoniva una voce non appena echeggiata nella memoria o nella conversazione il nome suo: «non te ne fidare, è una carogna, è un traditore»; e che la voce di dentro – e mi duole più che d’ogni altra cosa – aveva ragione. (Vittorio Pini).

Qui di seguito Duval accenna, con grande leggerezza di mano, al problema del desiderio sessuale. Come pure al ricordo della donna amata. La figura della moglie del maggiore è comunque tratteggiata come quella di una donna concreta che suscita desiderio, un desiderio più che naturale in un giovane uomo da sette anni alla catena. Galleani adombra tutto ciò con le tinte del peccato e della gelosia. Non se ne trovano traccia nelle parole di Duval. Il lettore confronti.

Sì, dato che queste righe sono le impressioni, le sensazioni di una vita vissuta, la sola sensazione di questo genere [Duval ha inteso poco prima la voce di una donna giovane e bella] che ho provato durante il mio soggiorno all’inferno. Molte volte a causa dei piccoli incarichi che sbrigavo per loro, e anche quando il mio lavoro mi chiamava presso le loro case, mi sono trovato a contatto con le donne dei sorveglianti, e ne ho incontrato di buone e di belle. L’immagine della mia compagna era talmente impressa nel mio cuore che si rifletteva costantemente davanti ai miei occhi. Così non avevo mai provato desiderio per un’altra donna. Non fu lo stesso con quella del maggiore, per la quale provai un desiderio ancora più ardente a causa della privazione durata sette anni della soddisfazione di un bisogno naturale. Fui da lei tre pomeriggi, quanto durò il mio lavoro. Arrivavo felicissimo e me ne partivo triste. Sognavo la notte, sentendo quella voce così dolce parlarmi, come faceva durante la giornata, e ciò molto liberamente e con molto tatto alfine di non farmi sentire la mia condizione di condannato. Quando terminai lei mi dette cinque franchi e una bottiglia di vino, dicendosi molto contenta del lavoro e che mi avrebbe chiamato se ne avesse avuto bisogno. Non sono mai tornato ma l’ho incontrata qualche volta per la strada, a passeggio con la sua bambina. Ogni volta, senza alterigia, lei mi indirizzava un buongiorno sottolineato da un amabile sorriso. Era veramente una brava persona, buona con i condannati. (pp. 146-147).

Bisogna pure dir tutto in queste memorie che sono l’eco fedele del calvario vissuto. Ero stato le cento volte, anche laggiù, o per le ragioni del servizio o per le contingenze della camelotte, in contatto colle mogli dei sorveglianti incontrandone parecchie in cui l’avvenenza armonizzava colla cortesia e colla pietà imponendo la deferenza e la gratitudine. Null’altro; perché io rimanevo laggiù così ardentemente innamorato della mia compagna da non sentirmi tormentato da altro desiderio. Ma l’apparizione, improvvisa, di quella bellezza fidiaca era stato come un colpo di fulmine. Mi risovvenne l’entusiasmo di Gasset, e ne sentii come una punta amara di gelosia. E durante tre pomeriggi la musica della sua voce e del suo sorriso, la carezza del suo sguardo, eran state ragione per me di tanto giubilo che non sentivo più né i tormenti, né la catena e ne sognavo la notte, e tornavo il domani al mio lavoro come se andassi ad una festa, e non lo lasciavo a notte che coll’animo in pianto.

Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!

Quando ebbi finito le riparazioni ella venne ringraziandomi. Tolse dalla borsa cinque franchi, vi fece aggiungere dalla cameriera una bottiglia di vino, rassicurandomi che ove le fosse occorso m’avrebbe fatto chiamare, e mi strinse la mano.

Era del resto buona con tutti. Quando usciva a passeggio colla bambina arrestava su la via i detenuti, e col pretesto di un’informazione s’intratteneva qualche minuto tanto per spendere una parola buona che era balsamo ai cuori riarsi. E tutti l’adoravano. (Vittorio Pini).

Eccoci ad un altro passo in cui l’intervento di Galleani si appesantisce e cerca, senza peraltro riuscirci, di precisare le differenze tra l’individualismo e il comunismo anarchico. Duval, ancora una volta, è molto più semplice e chiaro. Galleani s’ingarbuglia nei suoi distinguo ideologici e il sovraccarico di aggettivazioni non è certo un miglioramento di quello che avrebbe dovuto dire se proprio non gli riusciva, come appare evidente, di mantenersi alle sole parole del testo originale di Duval.

Durante il suo soggiorno [di Léon Lepiez, nome che Galleani storpia in Lepièse] in ospedale, lo vidi spesso. Avendomi detto Paridaën che era individualista ebbi con Lepiez qualche discussione delle più cortesi su questo soggetto, questa nuova teoria che ignoravo. Non ci volle molto per rendermi conto che era una etichetta inutile. Perché, come noi, comunisti anarchici, egli voleva la libertà più completa per l’individuo, il suo diritto alla soddisfazione integrale di tutti i suoi bisogni. Massimo di benessere in cambio del minimo sforzo. È per questo che lottano i comunisti anarchici. E gli individualisti, per cosa lottano? Non è forse per ottenere gli stessi risultati? Allora, per qual motivo tutte queste etichette, che gettano confusione e seminano discordia fra i migliori compagni, fra i militanti? (p. 117).

Si diceva anarchico individualista Lepièse, e siccome questa dell’individualismo anarchico era per me teoria nuova assolutamente ignorata, di cui ai miei tempi non si discorreva, così con Lepièse ebbi all’infermeria discussioni amichevoli frequenti e deliziose poiché egli era intelligente, ragionatore e simpaticissimo, traendone questa conclusione confortante: che io comunista ed egli individualista, si voleva la stessa ed identica meta, gli stessi ed identici mezzi di lotta e di rivendicazione. Gli individualisti di allora non discorrevano di dominio, del dominio dell’uomo sull’uomo tanto caro a certi individualisti moderni che facendone il caposaldo della loro dottrina, si mettono fuori e contro l’anarchismo, aspirazione e dottrina antiautoritaria per definizione; affacciano soltanto qualche preoccupazione intorno alla prevalenza che potrebbe domani esercitare la società su l’individuo, ed affacciano una preferenza manifesta per gli atti di rivolta individuali, a cui nessuno di noi saprebbe negare il valore ed il carattere di necessaria preparazione all’atto di rivolta collettivo che la rinnovazione spinge oltre il nudo campo morale negli strati più profondi e nei più complicati rapporti dell’ordine sociale.

Era insomma una differenza più che altro di denominazione e di termini, in cui erano in germe tuttavia i pericoli dell’equivoco che venne di poi e delle discordie acerbe che tra compagni determinò. (Promozione effimera).

Altre volte, anche il più semplice passo, scritto proprio con le parole che in questi casi vengono sulla bocca di ogni uomo, viene sommerso dal profluvio linguistico di Galleani, sommerso fino a farne morire il significato. Un solo esempio fra tutti: una quasi banale considerazione fatta da un compagno anarchico [Charles-Antoine Simon] deportato insieme a Duval, riguardo due bambine e che Duval cerca di riportare alla dimensione precisa del momento in cui furono pronunciate. Quasi una riflessione fatta a se stesso nel momento in cui scriveva le proprie Memorie, ricordando il fatto, un’emozione, la questione d’un momento. Tutto scomparso nel testo di Galleani.

– Che bei bambini sono passati, come sarei felice di amarli, e non possiamo che odiarli. Perché data la loro falsa educazione, che andrà sempre più accentuandosi in un tale ambiente, si sente che ci odieranno, ci disprezzeranno, ci faranno sempre del male, a noi che non vorremmo loro che del bene. Ah, che società! (p. 187).

– Che belle bambine! come saremmo felici di poterle amare, di sentircele accanto, di vederle palpitare con noi per un mondo meno triste, per una società meno feroce, per una giustizia meno irrisoria, per una vita più piena, più luminosa! E ci odiano! Avete visto le labbruzze sanguigne riassumersi, mentre ci passavano d’accanto, nella smorfia amara del disgusto? Chissà che cosa insegnano alle povere creature, il babbo in galloni, la mamma evangelica, il cappellano cristianissimo, la ciurma abborracciata di tafia e di bestialità! Ci odiano, saranno sul nostro cammino domani, e noi dovremo ripagarle di eguale moneta. Le odieremo!... Eppure se le dovessi ricordare come stamani le ho vedute, grazia e bellezza e candore, chissà se ad esse non perdonerei per l’attimo di gioia di cui hanno inconsapevolmente illuminato tre cuori... (Promozione effimera).

Eccoci al problema delle avance omosessuali, faccenda abbastanza comune in carcere. Un detenuto si era permesso di fare dei piccoli regali al giovane compagno Simon, di cui si è detto più sopra. Si badi bene, non un tentativo di stupro, che potrebbe giustificare la violenza verbale e l’indignazione morale di Galleani, ma solo dei piccoli regali, qualche razione di pane e di tabacco, fatti beninteso in vista di un possibile rapporto sessuale. Nulla di più. E, difatti, come il lettore potrà constatare, Duval accenna alla cosa con la consueta sobrietà. Diversamente Galleani che si lancia in una tirata che la dice lunga riguardo la concezione dell’omosessualità che molti compagni anarchici avevano (e continuano ad avere).

All’epoca vedevo Thiervoz [nome di un deportato che Galleani storpia in Kervaus] e discutevo con Simon, che egli amava come un figlio e teneva sotto la sua protezione. Cosa di cui questi non aveva bisogno, essendo Simon capace di farsi rispettare.

Nondimeno, contro individui disgustanti (senza voler risalire alle cause) come se ne incontrano al bagno, ben sovente la forza si impone.

È così che un giorno Thiervoz dette qualche colpo a uno di questi tristi individui a causa dei suoi rapporti assidui con Simon. Questo individuo regalava spesso a Simon una ragione di pane e una di tabacco. Simon le prendeva come venissero da un buon cuore, sensibile alle sofferenze altrui che cercava di alleviare nella misura del possibile. Per cui non comprese nulla dell’intervento di Thiervoz e lo rimproverò. Ma quando quest’ultimo gli ebbe spiegato qual era lo scopo interessato del cosiddetto buon cuore, Simon, accompagnato da Thiervoz, andò a trovarlo e a chiedere spiegazioni, intimandogli di uscire dalla capanna, di andare solo con lui che gli avrebbe mostrato che non aveva bisogno di nessuno per farsi rispettare. Troppo vigliacco per accettare la proposta, Simon dovette accontentarsi di sputargli in faccia, e di restituirgli poi, nello spazio di un mese, le sue razioni di pane e di tabacco. (pp. 195-196).

Dalla sua assunzione [di Thiervoz] al posto di infermiere ci vedevamo tutti i giorni, discorrevamo a lungo e piacevolmente dei nostri princìpi e delle persone che ci erano care, delle speranze comuni che da quelli germogliavano e del comune affetto che a queste ci legavano, particolarmente a Pini, a Girier, al piccolo Simon che anch’egli idolatrava come un figliolo.

– Simon può vivere tranquillo, è sotto la mia protezione.

– È un’egida sicura, ma credete che ne abbia bisogno?

– C’è di tutt’erba un fascio, qui, Duval. Non protestate, che io so quanto volete oppormi. Così li ha fatti la società, l’ambiente di miseria, d’abbandono in cui li ha reclusi; siamo dello stesso pensiero. Ma così sono, degenerati e ributtanti, zimbello d’appetiti sozzi e capaci di ogni bestialità a saziarli.

Ve n’eran pur troppo... e proprio intorno a Simon, e Kervaus non ignorava.

Un animale di cui non ricordo più il nome prodigava al nostro piccolo compagno un’assiduità ambigua, dubbiosa: gli era ogni giorno alle calcagna colla mezza razione di pane, col paio di sigarette, col pacchettino di tabacco, con qualche leccornia. E Simon, cuor d’oro e natura sensibilissima che si commuoveva ad ogni pena, ad ogni miseria dei compagni, non attribuiva ad altro sentimento le premure e le bontà di cui era oggetto, non sognandosi mai che potessero essere lusinga e pegno d’innominabili favori.

Kervaus vigilava, e quando gli parve che le assiduità incalzassero pericolose, senza averne l’aria saggiò a la lontana le intenzioni dell’assediante maliziosamente, e quando ne ebbe accerto il fine obbrobrioso, mandò il porcaccione a gambe all’aria, le mandibole fracassate da un pugno formidabile, spaventoso.

Simon che alla turpe manovra non poteva credere, né tanta abiezione poteva concepire, e non l’aveva neppur odorata, se n’ebbe a male, volle spiegazioni da Kervaus, e quando le ebbe aperte ed esaurienti s’inquieto anche più: “per che cosa lo prendevano dunque? Proprio per un bambino, per un minorenne bisognevole della governante o del tutore?”.

Partì come una saetta, andò a cercare in camerata il turpe alfonsinatore, lo volle fuori, da soli, faccia a faccia, per raddrizzargli i connotati, e quando il poltrone miserabile si ricusò, egli, il piccolo Simon gli sputò in faccia, gli restituì, entro un mese, il pane e il tabacco che ne aveva avuto; fiero ed audace quant’era buono e cortese. (Promozione effimera).

Altre volte, per quanto più rare, è Galleani ad essere stringato e quindi a sopprimere considerazioni e pensieri di Duval, togliendosi quasi la parola di bocca. Così, le poche riflessioni teoriche di Duval scompaiono per essere sostituite, altrove, dai lunghi e fioriti soliloqui di Galleani. Ecco un esempio:

Si fece lo stesso riguardo alcuni condannati non anarchici [non parlare loro dei preparativi di una evasione], per quanto fossero uomini d’azione, seri, che conoscevo bene e sui quali si poteva contare. Pur conoscendo la loro discrezione, tenevamo che uno di essi ne facesse parte i suoi compagni, sia pure al momento di agire. Ma purtroppo! Malgrado tutte le precauzioni che la prudenza ci suggerisce di prendere, i nemici che ci derubano, che ci sfruttano, che ci spogliano di tutto, uccidendoci, schiacciandoci, avendo dalla loro la forza ipocrita e menzognera della legge, ecc., quando per amore della verità, della giustizia, alziamo la testa e diciamo: ne ho abbastanza, quindi lottiamo, spesso in questi casi è l’imprevisto che impedisce la riuscita, che fa soccombere quelli che una società matrigna obbliga a fare il male per arrivare al bene.

Allora è la prigione, il bagno, il patibolo che toccano a coloro che hanno commesso il crimine di volere una società armonica, dove la felicità di tutti si trova in quella di ciascuno.

Lo stesso al bagno, malgrado tutte le briscole che si possono mettere in gioco, tutta la fiducia in se stessi e nei propri compagni di sofferenza, tutto il coraggio, l’energia, tutta l’audacia che si possono dispiegare per sottrarsi ai carnefici, bisogna fare i conti con l’imprevisto. Ed è verissimo che spesso queste piccole cause producono grandi effetti. Questo fu il caso per quel che riguarda il nostro problema. (pp. 212-213).

Ci guardavamo naturalmente dal parlarne a chi né era in caso di giovarci, né di approfittare delle conseguenze. Erano anzi parecchi deportati non anarchici, ma uomini di azione seri e decisi che conoscevo da gran tempo e sui quali potevo contare, come contavo difatti al buon momento. Non dissi loro mai una parola neanche il sabato precedente al giorno stabilito per l’azione.

Sono già di per sé così fitte le cause imprevedute dell’insuccesso che ad aggravarle di quelle prevedibili, bisognerebbe proprio non aver cervello, tanto più che, al bagno come altrove, hanno la loro radice nelle piccole cause le più gravi conseguenze. (Promozione effimera).

E, per terminare con queste analisi parallele che minacciano di risultare noiose, ecco la conclusione della prima parte delle memorie, dove Duval accenna al triste epilogo del suo sogno d’amore e alla non meno triste valutazione della vita che è costretto a sopportare nelle condizioni di “libero”, ormai lontano dal bagno penale. Galleani trova ancora l’occasione per una clamorosa tirata delle sue.

Sette anni dopo quello che ho detto sopra, riuscivo a conquistare la libertà. Ma nel frattempo Pini aveva potuto rimpiangere, prima di morire, la nostra mancanza di risolutezza [nel mancato tentativo d’insurrezione e di fuga in massa] quando avevamo deciso di vendicarci col nostro piano di tutte le ingiustizie, le vessazioni, le umiliazioni subite dal giorno del nostro arresto. Oggi rimpiango ciò, vedendo la vita d’automa che conduco. Al bagno era la vita attiva, grazie alla lotta di ogni istante contro i nostri persecutori, sputando nella loro faccia il nostro disprezzo, il nostro disgusto, vedendo le loro scelleratezze, le loro villanie.

Che disinganno.

Dopo aver fatto tante concessioni, sopportato una simile esistenza sempre nella speranza di rivedere la mia compagna che adoravo e anche per continuare la lotta, io l’ho rivista dopo diciott’anni. Ma purtroppo l’amore che lei dimostrava nelle sue lettere era da tempo spento...

Fine della prima parte.

Se la mia vista, che si indebolisce sempre di più, e la mia salute fortemente intaccata me lo permetteranno, continuerò nella seconda parte. (pp. 217-218).

Io, è vero, superstite unico della falange sventurata, io sono tornato in libertà sette anni dopo, a vivervi una vita angosciosa di sconforto, di miseria, d’inerzia, da cui trapela a volte il rimpianto delle giornate atroci del bagno, delle giornate atroci di umiliazioni, di tortura fisica, di strazio morale, di sconsolati abbandoni, che erano tuttavia il moto, la vita, la lotta, l’urto aspro e quotidiano dell’arbitrio alla violenza, alla sopraffazione, alla persecuzione, in cui si tendevano tutte le fibre del cuore e della volontà, e non erano il disinganno, l’amarezza, il marasma d’una inutile, disperata sopravvivenza; ma Vittorio Pini [nell’insurrezione] che cosa avrebbe perduto? Non è morto egli pure come Girier, come cento altri, come altri cento ne languono corrosi dall’impotenza, logorato dal regime, illividito dai tormenti, disfatto dalla dissenteria, consumato dall’anelito incessante e sterile di riattingere la breccia sfolgorata e contesa su cui era così magnificamente caduto.

Che cosa?

Mezzana impudica, la speranza che vellica ogni più tardo, ogni più recondito istinto di conservazione, che veste di miraggi luminosi la vita e la realtà perfide, che vi leva pei cieli tersi dell’aspettazione gloriosa soltanto per lasciarvi cadere le ossa peste, le carni a brani, il cuore dilaniato sul basalto delle delusioni o nel gorgo delle angosce nefande ed irredimibili!

Dove non mi manchi per l’erta la terra, e mi accompagni il lume degli occhi che vanno giorno per giorno ottenebrandosi, dirò ai lettori che mi hanno seguìto benevoli fin qui, e mi si stringeranno ai fianchi, più intimi e più commossi, nelle tragiche vicende che seguiranno, dirò ad essi l’ultimo strazio, racconterò ad essi come l’amore che mi aveva sorretto, l’amore che era stato durante vent’anni l’anelito della vita reclusa, della fede pertinace, del coraggio rinascente, il viatico d’ogni giornata ed il conforto d’ogni supplizio, mi sia morto, fra le braccia, tumido, ripugnante di menzogna, di superstizione, di abiezione, abbandonandomi sul mondo appena riconquistato, solo, solo come un cane, accidiato e nauseato della vita a me ed agli altri inutile ed odiosa, se la fede nell’ultimo trionfo della verità, della giustizia, della libertà non m’avesse sorretto e qualche raro e fido compagno a ritessere il filo della speranza, l’ordito dei propositi immutati non avesse convertito anche la sanguinante esperienza di cui era ogni mia fibra lacerata: un mondo in cui l’abiezione monta, gorgoglia, dilaga fino a sommergere memorie, affetti, cuori che hanno vissuto, diviso, sanguinato tutta la nostra passione, è un mondo che non deve trovare misericordia; ogni sosta nella vendetta, nella rivolta, nella distruzione è viltà, è complicità codarda e vergognosa: bisogna passarvi sopra col ferro e col fuoco.

E le fragili mani ed il cuore invitto hanno riafferrata la scure, riagitata la face... (Promozione effimera).

Prima di concludere questa prima parte voglio ricordare un breve dialogo che lo stesso Galleani pone in chiusura dell’opera di Duval da lui, per così dire, tradotta. Naturalmente la finzione del tradurre un libro di Memorie viene mantenuta fino all’ultimo, e proprio in questa fase raggiunge il massimo del grottesco.

Così Duval sembra raccontare il suo incontro con Galleani e l’invito di quest’ultimo a scrivere le Memorie:

«Durante una tappa del mio [di Duval] incessante pellegrinaggio ho avuto il piacere di fare la conoscenza del compagno Luigi Galleani e di passare qualche serata graditissima con lui. Discorrendo del più e del meno gli esposi la mia intenzione di scrivere le memorie della mia vita col proposito soprattutto di mettere in luce, al sole, le vergogne del bagno, le brutalità, le perfidie, le infamie, la barbarie che vi imperversano.

« – Mettiti subito al lavoro e non appena ne avrai ammucchiato alcuni quaderni mandameli. La “Cronaca Sovversiva” sarà felice di pubblicarli in italiano, e della traduzione m’incarico io personalmente.

« – Avendo assai poco tempo a mia disposizione, la cosa andrà per le lunghe.

« – Non t’inquietare, manda.

« – Eppoi io sono un fabbro, e all’università della Guyana ho potuto curare assai poco la mia educazione letteraria...

« – Manda: non vogliamo fare mica un’opera letteraria, ma una pagina di vita, di storia, di cronaca sovversiva anche questa.

« – Così precisamente, e ti raccomando anzi che, pure dando uno scapaccione a qualche periodo che zoppichi, facendolo così andar diritto verso un più limpido e più logico ragionamento, tu rispetti quanto più è possibile il testo.

« – Traduttore, traditore; hai paura, eh? ebbene qua la mano, ti sarò interprete scrupolosamente fedele.

« – Intesi». (C. Duval, Memorie autobiografiche, ed. «L’Adunata dei Refrattari», Newark, New Jersey, 1930, p. 1042).

Tutto qui.

II

Clément Duval nasce nella regione della Sarthe, in Francia, nel 1850. Il 17 ottobre 1886 viene arrestato a Parigi. Nel corso dell’arresto colpisce con diversi colpi di coltello l’ispettore Rossignol. Il 12 gennaio è condannato a morte dalla Corte d’assise.

Duval faceva parte del gruppo “La Panthère des Batignolles”, costituito da compagni che si rifacevano alla tesi anarchica di quello che allora si chiamava “la propaganda con i fatti”.

Nello stesso tempo, insieme ai suoi compagni, realizza una serie di furti per finanziare le attività del movimento anarchico. Egli non si definisce un “ladro”, ma un “derubato”, come vedremo più avanti esaminando la sua dichiarazione al processo.

L’ultimo furto, avvenuto in una ricca casa di rue de Monceau, è accompagnato da un incendio, con il quale Duval e i suoi compagni vogliono distruggere quelle tracce di ricchezza che non possono portare via. L’indomani Duval è arrestato presso un ricettatore.

Interrogato il primo giorno del processo egli risponde subito e senza mezzi termini alla domanda del presidente Bérard des Glajeux:

«Sì, i parassiti non devono avere gioielli mentre i lavoratori, i produttori non hanno il pane. Non ho che un rimpianto, quello di non avere trovato i soldi, che pensavo di recuperare per poterli impiegare nella propaganda rivoluzionaria, e non sarei qui sul banco degli imputati ma intento a fabbricare bombe per farvi saltare in aria».

A difenderlo è l’avvocato Fernand Labori, giovane avvocato d’ufficio, che poi difenderà Pini, Vaillant, altri compagni anarchici e, ormai famoso, Dreyfus. Il 23 febbraio 1887 la condanna è commutata nei lavori forzati a vita, da scontarsi alla Guyane.

Ecco alcuni dati biografici riguardanti gli anarchici deportati o comunque conosciuti da Duval, con le relative correzioni nella trascrizione dei cognomi, spesso difettosa nel testo di Galleani.

Victor Cails [non Cail] è meccanico di marina e imbarcato su di un battello incontra Duval all’isola Royale. Gli dà una copia del giornale “Le Forçat du travail”, giornale comunista anarchico, pubblicato a Bordeaux dal settembre 1885 al giugno 1886.

Duval affida a Cails un documento di sessantasei pagine che una volta sulla nave al momento della partenza viene sequestrato e che finisce quindi nel dossier di Duval, dove si trova tuttora negli “Archives d’autre-mer”, secondo quanto scrive la Enckell.

Dopo il rientro di Cails in Francia quest’ultimo si fa notare per la sua attività anarchica e viene arrestato e condannato per “incitamento all’assassinio, al saccheggio e all’incendio fatto a mezzo di un manifesto”, insieme ad altri due compagni: Liard-Courtois e Régis Meunier. Successivamente è condannato a otto anni di lavori forzati in Inghilterra per fabbricazione di esplosivi.

A partire dal 1892 gli anarchici che arrivano alla Guyane sono sempre di più. Molti di questi compagni sono poco conosciuti o del tutto ignoti. La trascrizione dei loro nomi, fatta per trasmissione orale, è difettosa anche nel testo di Duval, per cui solo in alcuni casi si sono potute fare delle precisazioni, per le quali, come ho detto, seguo il libro citato della Enckell.

Le condizioni di detenzione dei detenuti anarchici sono “speciali”, come spesso è accaduto. Alla Guyana sono tutti all’isola Saint-Joseph, chiusi in una cella grande, legati con doppia catena ai piedi, in un ambiente sporco e senz’aria. Non vanno mai alla passeggiata. Escono solo un’ora al giorno per passeggiare in un corridoio scuro. L’aria passa attraverso un foro nel muro che si trova a fianco della porta. Questo buco è protetto da una grata con fori piccolissimi per non fare passare neanche una sigaretta. Per respirare i detenuti si mettono a turno con la bocca davanti al buco. Questa descrizione si trova nel libro di Eugéne Degrave: Affaire Rorique. Le Bagne, Paris 1902, p. 206.

Fra i nuovi arrivi ci sono:

Léon Lepiez [non Lepièse], tipografo, nato nel 1870 e Joseph Paridaën [non Paridaine], impiegato di commercio, nato nel 1873, ambedue anarchici conosciuti e recidivi, condannati nel maggio 1882 dalla Corte d’Assise di Rouen a dieci anni di lavori forzati per tentativi d’incendio volontario, furto con effrazione, oltraggio a mezzo stampa contro l’esercito (in altre parole affissione di manifesti anarchici). Lepiez muore alla Guyana nel 1907, Paridaën, dopo molti tentativi, riesce ad evadere nel 1904.

Charles-Antoine Simon, detto Biscuit, o Ravachol II, condannato ai lavori forzati a vita nell’aprile 1892 all’età di 21 anni per la sua partecipazione agli attentati di Ravachol. Ucciso nel corso della rivolta dell’ottobre del 1894.

Benoït Chevenet e Auguste Faugoux, che avevano partecipato con Ravachol, Étiévant e Drouet, nel febbraio del 1892, al furto della dinamite che era servita a Ravachol per fare saltare in aria la casa del presidente della Corte d’Assise Benoït e quella del procuratore Bulot. Condannati nel luglio dello stesso anno, Faugoux aveva preso 20 anni di lavori forzati e Chevenet 12. Moriranno nel 1894, il primo di dissenteria, il secondo ucciso nel corso della rivolta.

Vittorio Pini, uno dei migliori compagni di Duval nel corso di tante evasioni fallite. Era stato condannato a venti anni di lavori forzati nel 1889. A seguito della richiesta di estradizione da parte del governo italiano (in Italia era accusato di tentato omicidio) una perquisizione nel suo domicilio parigino permise di trovare un arsenale da scassinatore e il ricavato di molti furti. Pini dichiarò di rubare per la propaganda anarchica e difese nel corso del proprio processo il “diritto alla ripresa”. Morì nel giugno 1903 alla Cayenne.

Louis Chenal, falegname, nato nel 1861, condannato a otto anni di lavori forzati per furto con effrazione. Morirà alla Guyane nel 1925.

Henri Pierre Meyrueis [non Merueis], nato nel 1865, condannato a morte per avere ucciso un poliziotto. Pur senza avere presentato richiesta formale, la sua pena viene commutata, come quella di Duval nei lavori forzati a vita. Considerato dall’amministrazione uno degli anarchici più pericolosi e violenti, pur non essendo mai stato condannato in precedenza. Morirà nel corso della rivolta del 1894.

Jean-Baptiste Foret [non Forest], aiutante panettiere nato nel 1870, condannato a morte per furto di conigli accompagnato da un poco chiaro tentativo di omicidio. Davanti al giudice aveva dichiarato che: “la ripresa individuale è un diritto ed io l’approvo in pieno, come tutte le teorie anarchiche”. Graziato, rientrerà in Francia nel 1901.

Joseph André Crespin [non Crepin], nato nel 1852, condannato a otto anni di lavori forzati per complicità in diversi furti, “anarchico e in relazione con anarchici” (così definito dall’amministrazione). Più di sei tentativi di evasione. Non si conosce la sua fine.

Léon Ortiz [non Ortis], collaboratore nel 1886 della rivista anarchica “La Révolution cosmopolite”. Amico di Émile Henry, abbastanza lontano dagli ambienti anarchici ufficiali. Uno degli accusati del Processo dei Trenta dell’agosto del 1894, condannato a quindici anni di lavori forzati. Al bagno si allontana dagli anarchici e nel 1898, dopo esserci guadagnato la fiducia dell’amministrazione, viene graziato e ritorna in Francia.

Auguste Hincelin, nato nel 1870 (o 1871), arrivato alla Guyane insieme a Simon, Lepiez e Paridaën, per scontare otto anni di lavori forzati. Condannato per furto con scasso e con precedenti condanne per furto, vagabondaggio e oltraggio a magistrato. Rilasciato dopo la rivolta del 1894, si trovava ancora al Maroni nel 1921.

Auguste Courtois, propagandista e conferenziere anarchico, arrivato col convoglio successivo a quello di Lepiez, condannato a cinque anni di lavori forzati per propaganda sovversiva. Autore di due libri sui penitenziari della Guyane: Souvenirs du bagne (Paris 1903) e Après le bagne (Paris 1905), pubblicati col nome di Liard-Courtois. Ottiene la grazia a seguito della campagna lanciata dalla Lega francese per la difesa dei diritti dell’uomo.

Léon Jules Léauthier [non Lèauthier], calzolaio disoccupato, appena ventenne ferisce con un colpo di coltello il cliente di un grande ristorante. Prima, in una lettera a Sébastian Faure, aveva scritto: “Mi vedo ridotto a morire di fame o a suicidarmi... Mi vendicherò nel modo che mi sarà possibile, non avendo i mezzi per fare un grande colpo, come il sublime compagno Ravachol. L’arma che sceglierò sarà il mio arnese di lavoro, ma che importa? Sarà una cortesia che gli farò uccidendo un borghese con l’arma che mi sarebbe servita per produrre quello che lui avrebbe consumato a mie spese. [...] Non colpirò un innocente colpendo il primo borghese che mi capiterà a tiro”. Condannato nel 1894 ai lavori forzati a vita.

Edmond Marpaux [non Marpeaux], “buon lavoratore, morigerato” si legge in un rapporto della polizia. Arrestato in un ufficio postale mentre colpisce un agente di polizia. Condannato ai lavori forzati a vita, viene ucciso nel corso della rivolta del 1894.

François Briens, falegname, ucciso il 1° ottobre nel corso della stessa rivolta dal sorvegliante Mosca. A Parigi faceva parte dell’Unione sindacale mobilieri che nel 1890 fece uscire un giornale anarchico dal titolo “Pot à Colle”. Briens era uno dei più assidui diffusori. Non si conoscono i motivi della sua condanna.

Gustave Marchand, condannato a vita per omicidio premeditato. Non era conosciuto negli ambienti anarchici. Fino al 1931 era in Guyane.

Placide Catineau, falegname. Condannato insieme ad altri compagni per stampa e spaccio di moneta falsa cerca di fuggire dalla prigione di Troyes, ripreso viene inviato alla Cayenna per scontarvi la condanna ai lavori forzati a vita. Insieme a Brines aveva conosciuto a Parigi Tortelier [non Tortellier], un altro falegname anarchico, amico di Duval. Joseph Tortelier aveva fatto parte con Duval del gruppo “La Panthère des Batignolles”.

III

Clément Duval è un anarchico. Le sue Memorie, per quanto ricche di fatti se si vuole fuori del normale e di sofferenze, non sarebbero altro che una storia come tante altre, se non si tenesse presente questa scelta essenziale. L’infiorettamento di Galleani risulta ancora più fastidioso quando si rifletta sul fatto che scopo suo fu proprio quello di presentare, se possibile accentuandola, una “vita esemplare”, un modello.

Poiché ragioni editoriali hanno suggerito di pubblicare il testo di Galleani e non quello di Duval (che andava per altro tradotto e sistemato, quindi con tutto un lavoro non realizzabile in tempi brevi), s’impone questo discorso critico introduttivo.

Ogni intenzione edificatoria, dovuta alla penna di Galleani, deve essere posta al bando. Il lettore è invitato a leggere con una certa “luce critica” le pagine di Galleani, allo scopo di potere cogliere, dietro la barriera degli sdegni e delle retoriche esecrazioni, la nuda realtà dei fatti. Perché questi fatti ci sono, e da soli parlano chiaramente.

Di fronte alla situazione che Duval trova una volta uscito dal bagno penale, tornato diciamo nella cosiddetta “liberà”, sia pure considerando la difficoltà per un internato di integrarsi non solo nella società ma principalmente nella lotta rivoluzionaria, qualcosa gli fa rimpiangere la deportazione. Come dire, qualcosa gli fa rimpiangere di non essere morto accanto agli altri compagni nelle insurrezioni, o nel corso delle tanti evasioni, senza più uscire dalla situazione del penitenziario. Perché?

La risposta è evidente. Duval è un uomo semplice, appartiene in fondo ad un’altra epoca, non è disposto ad accettare le piccole compromissioni di ogni giorno. E queste compromissioni sono moltissime, e quanto dovettero pesargli, una volta uscito dal bagno penale. Le sue ultime parole, rivolte ai compagni, con le quali completa le sue Memorie, sono le seguenti:

«Compagni,

«Vi porgo il rendiconto esatto di una vita vissuta in un inferno, il bagno.

«Vi ho detto, grosso modo, quello che ero, quello che sentivo prima di entrarci.

«Alla mia uscita, vi ho raccontato la mia vita più intima, allo scopo di farvi conoscere i risultati che nessun fisiologo, psicologo professionista potrebbe fare, non avendo sentito essi stessi gli effetti di una vita anormale.

«È per questo che vi dico:

«Se fra di voi vi sono alcuni che non possono più aspettare, che sono stanchi di essere sempre acciaccati, schiacciati, ecc., e vogliono fare giustizia, compagni, andate fino in fondo.

«Ma prima riflettete bene. Perché se avete la debolezza di pensare di rivedere i vostri affetti, sappiate che sarebbe molto sorprendente ritrovarli, dopo tanti anni di assenza, così come dovrebbero essere. Può essere che, come mi è accaduto, vi si subisserà di rimproveri, vi si calunnierà. Avrete il dolore di constatare che voi o i vostri atti non sono stati compresi, o sono stati snaturati. A causa della calunnia vedrete i migliori compagni che vi stimavano staccarsi da voi e restare solo, misconosciuto. A parte la gioia di non esserlo per quei pochi che vi conoscono bene, che vi apprezzano e che vi stimano. Quest’ultimo aspetto mi ha aiutato a sopportare tanti rancori.

«Dunque, compagni, se agite, fatevi piuttosto uccidere sul posto, tagliare la testa.

«Ma non andate mai al bagno penale».

Quando, a proposito delle posizioni assunte dal movimento anarchico francese, nell’insieme della sua ufficialità perbenista, contro Bonnot e i suoi compagni, Duval scrive ad uno dei patriarchi dell’anarchismo, l’allievo di Kropotkin e futuro firmatario del “Manifesto dei Sedici”, Jean Grave, chiedendo spiegazioni della condanna pronunciata, si sente rispondere che lui, Duval, aveva dato con le sue azioni un cattivo esempio e che proprio attraverso il suo esempio “una gran quantità di ruffiani aveva invaso il movimento richiamandosi al suo caso per giustificare i propri appetiti”.

Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole.

È logico che chi ha dell’anarchismo una visione quantitativa, non può non essere preoccupato del dilagare, ma anche del semplice loro accennarsi, di episodi capaci di attaccare direttamente la proprietà e le persone dei responsabili dello sfruttamento.

Forse è arrischiato concludere che le preoccupazioni di questi anarchici sono determinate da un loro rifiuto dello scontro e da una gestione possibilista del rapporto con lo Stato. Con ogni probabilità anche loro hanno una concezione conflittuale dell’essere anarchici in una situazione in cui il nemico continua, come sempre, ad opprimere e a sfruttare.

Ma pensano che lo scontro debba essere affidato a grandi movimenti di classe, a larghe componenti della società che soffre e subisce in silenzio, e fin quando questi movimenti non si verificano, aspettano e si limitano a veicolare messaggi critici ed esortazioni ad aspettare il momento opportuno, evitando di diluire le forze in rivolte individuali e velleità prive di senso.

Il gruppo di compagni che da solo, dopo un accordo fra tutti i componenti, inizia il proprio cammino – come la “Pantera” di cui faceva parte Duval – inoltrandosi nel terreno del furto, dell’incendio, del sabotaggio, insomma della distruzione dei beni (e qualche volta anche delle persone) degli oppressori, viene spesso accusato di avere intrapreso una fuga in avanti, una scorciatoia che perde di vista l’obiettivo a lunga scadenza, la rivoluzione delle grandi masse, diretta coscientemente a uno scopo, quello dell’emancipazione definitiva.

Per motivi del tutto inversi, i pochi compagni che da sempre si sono disposti verso una immediata, e diretta, azione di attacco, non vedono gli altri compagni, cioè i sostenitori dell’attesa e dell’organizzazione di grandi masse in vista della rivoluzione, come loro antagonisti.

Anzi, al contrario, tutto il lavoro di chiarificazione, di propaganda, di organizzazione presso gli sfruttati, è visto da questi compagni come un lavoro indispensabile, fruttuoso di conseguenze positive, perché se il furto (per ridurre il ragionamento all’osso) consente di attaccare la proprietà, esso si traduce in definitiva in una punzecchiatura di spillo davanti alla paurosa messe di teste blasonate che si può falciare nel corso di una sola insurrezione popolare ben riuscita, per quanto breve e circoscritta.

Solo che il furto può essere realizzato ora, domani, anche con pochi compagni, e col ricavo del furto si può allargare l’attività rivoluzionaria e anche si può strappare la propria libertà di movimento e di tempo alle rapinose intenzioni sfruttatrici di chi offre salario in cambio di consenso, mentre la grande insurrezione di massa, la rivoluzione sovvertitrice di rapporti produttivi e di valori, può stentare a venire.

E non solo il furto, ma l’attacco distruttivo, il sabotaggio, l’individuazione di un personaggio preciso, quello e non l’altro, oppure di un personaggio qualsiasi appartenente alla classe dei dominatori, ecco, tutto questo è di certo più a portata di mano, e non contrasta con il lavoro degli altri compagni, con l’organizzazione, con la propaganda a lunga scadenza, con i dibattiti e le conferenze, con i comizi, i giornali, i libri e tutti gli altri veicoli con i quali, tradizionalmente o meno, si diffonde l’anarchismo.

Duval sosteneva il movimento, e il guru Jean Grave non poteva smentirlo al momento della sua deportazione alla Guyana. Bonnot e compagni non avevano rapporti certi di questo tipo col movimento, non sembra lo sostenessero direttamente.

Forse se avessero avuto la possibilità di continuare nelle loro attività, clamorose ma in fondo appena iniziate, l’avrebbero sostenuto, e il buon Grave non si sarebbe arrischiato a considerarli dei “ruffiani”.

Dico forse, perché non posso sapere quale strada potevano prendere Bonnot e i suoi compagni. E in fondo non posso sapere nemmeno se il motivo della condanna di Grave sia stato la mancanza di sostegno. Fatto sta che qualche anno dopo, all’epoca dei finanziamenti di Durruti e Ascaso a favore della Enciclopedia di Faure, non vennero fuori condanne del genere da parte delle agguerritissime lingue critiche dell’anarchismo francese. Tutt’altro. Pochi anni, e la fucina santificante del sacrificio spagnolo cancellò per sempre ogni preoccupazione in questo senso. Lo stesso è successo con Sabaté e Facerias. Lo stesso potrebbe succedere anche oggi, per quanto non essendo documentato su quello che accade adesso, preferisco tacere.

È capitato anche a me ascoltare critiche e malignità nei riguardi di compagni che attaccavano ora e subito la proprietà, e si trattava non solo di persone preoccupate per i rischi del proprio orticello, ma anche di chi cercava il pelo nell’uovo per non farsi coinvolgere in operazioni troppo arrischiate per il proprio cuore di coniglio.

Poi, passato il pericolo, il giudizio tornava ecumenico, i compagni (alcuni, nel frattempo, morti) venivano riabilitati, le loro pratiche risultavano “interessanti”. E di questi critici ho in mente solo i migliori.

Duval avverte i compagni del destino che li attende: saranno calunniati e i loro atti resteranno incompresi. Nulla di più vero. Non potrebbe essere diversamente.

Immaginatevi insieme a me, lettori sia pure sospettosi, come mi auguro che siate, di queste pagine, un compagno anarchico impiegato al comune, un altro funzionario di banca, un maestro di scuola, un professore universitario, un operaio sindacato, oppure un disoccupato che trova costante assillo in famiglia per l’impossibilità di trovare un lavoro fisso.

Immaginatevi, vi prego, un padre di famiglia affascinato dalle idee di libertà che l’anarchismo propaganda, idee bellissime che aprono il cuore e sviluppano il cervello, immaginatevi questo padre di famiglia in preda ai quotidiani problemi di come educare la prole, mantenere salda l’unità familiare, dare un avvenire ai propri figli, soddisfare i desideri della moglie, guadagnare di che vivere. Migliaia di compagni vivono queste asperrime contraddizioni. Ne ho visto dei migliori soccombere sotto il peso di una regolarità di gesti e di una sacralità di bisogni. In questo modo i sogni inaridiscono, le idee sfumano, l’abitudine trionfa, l’amarezza e il disinganno distruggono ogni ideale.

L’anarchia resta una vuota parola riempita di ricordi, di sogni dimezzati, di letture soporifere, di avventure vissute per interposta persona. Quello che fino a ieri era ribellione o, almeno, desiderio di contrattaccare il nemico per sentirsi vivi, adesso è metodica rassegna di una visione mortificata del proprio essere anarchici. E questa rassegna, a lungo andare, si trasforma in vigile e gelosa custodia di limiti e precisazioni.

Brava gente questi anarchici.

Grandi lettori di libri, tutti con la loro brava biblioteca a casa, dove in bell’ordine fanno mostra di sé i classici dell’anarchismo e quant’altro è stato pubblicato (ahimè, forse troppo) sull’argomento.

Brava gente, ma sospettosa. Se qualcuno alza un poco la voce, subito si sentono attaccati. Non parliamo se poi qualcuno allunga la mano sulla proprietà altrui. I loro sogni mortificati gridano vendetta.

Ma, siamo sinceri con noi stessi, come potrebbero un impiegato al comune, un bancario (genere che chi scrive conosce molto bene), o un maestro di scuola, non restare turbati davanti all’attitudine di un compagno capace di alzare il braccio e colpire la proprietà altrui?

Non dico che l’impiegato, il bancario, il maestro di scuola, se anarchici, siano a favore della proprietà, tutt’altro, dico che sono contrari, ma soltanto in teoria. L’eliminazione della proprietà deve, per loro, avvenire contemporaneamente all’avverarsi della rivoluzione sociale, quindi in una condizione che renderebbe di fatto impossibile la sua esistenza.

Ogni attacco parziale invece non fa altro che mettere in discussione lo scontro tra avversarsi e sostenitori della proprietà, e siccome loro (gli impiegati al comune, i bancari, i maestri di scuola) si sentono avversari della proprietà, la cosa li fa stare inquieti. Essi sono così sollecitati a chiedersi: “Ma se noi siamo contro la proprietà, perché restiamo al di qua? perché non facciamo qualcosa per attaccarla subito?”.

Tragica domanda, alla quale la risposta più immediata e logica diventa impossibile. Infatti, se rispondessero: “È vero bisognerebbe attaccarla subito e non aspettare che tutto si risolva nella rivoluzione delle grandi masse in movimento”, si scoprirebbero in contraddizione con se stessi, con la propria vita quotidiana, con le imposte da pagare, con i figli cui pensare e tutto il resto.

I libri di anarchia, da soli, non hanno mai insegnato a nessuno ad attaccare la proprietà e il dominio. Certo, sono elementi importanti che concorrono a chiarire le idee dei compagni, che suggeriscono percorsi d’azione e di riflessione. Ma non bastano.

Occorre un elemento in più. Occorre il cuore, la decisione, il coinvolgimento, il superamento di una frattura morale che non è facile da superare. Quando, davanti agli occhi del nostro maestro di scuola, del nostro bancario o del nostro impiegato comunale, passa la figura d’un Duval, essi ne restano affascinati.

Ma si tratta di un’impressione vicaria. Quella figura impersona tutto ciò che loro non sono mai riusciti a fare, che mai saranno capaci di fare, e di questa carenza ne soffrono, e soffrendone se ne forniscono giustificazione, non ultima quella della condanna del gesto d’attacco, diretto, immediato. E dalla giustificazione della propria debolezza alla calunnia per la forza che non si può non ammirare negli altri, il passo è breve.

Non voglio porre al centro dell’attenzione il furto, il sabotaggio, la distruzione degli uomini e delle cose attraverso i quali si realizza lo sfruttamento. La rivoluzione anarchica è faccenda molto più complessa e articolata.

L’argomento è suggerito qui dalla figura di Duval, quindi non ne sto parlando perché il dente duole da quella parte. I progetti rivoluzionari degli anarchici non possono basarsi soltanto sui cinque franchi di contributo cui faceva riferimento Malatesta nell’ambito delle preoccupazioni riguardo le scelte dei suoi compagni.

La decisione di attaccare a livello di piccoli gruppi non è superiore in alcun modo alla lotta di chi si muove diversamente, di chi diffonde le idee anarchiche poniamo distribuendo un giornale, di chi discute e approfondisce i singoli problemi in tutte le occasioni possibili, di chi partecipa a tutta una serie di lotte intermedie che sembrano non avere sbocco, ma che possono sempre innescare la scintilla per fatti insurrezionali di più ampio respiro.

Qui non si pongono questioni disgraziate di graduatorie o di merito. Il problema è invece inverso. Molte delle polemiche che hanno da sempre tagliato a fette il movimento anarchico, molte delle calunnie, fra cui quelle cui faceva riferimento Duval, sono venute da condanne cieche nei riguardi delle scelte di attacco immediato fatte da compagni sostenitori di altre strategie di intervento.

Jean Grave, per fare un esempio lontano, non poteva essere favorevole alla cosiddetta “Propaganda con i fatti”, di cui Duval fu uno degli iniziatori, per un suo concetto di fondo dell’anarchismo legato alla progressiva, e illimitata, educazione delle masse, in vista di una gloriosa conclusione rivoluzionaria che avrebbe costruito, da un giorno all’altro, il mondo futuro della libertà.

Certo, questa sua diversa impostazione, del tutto legittima, non giustifica le ignominie realizzate contro compagni (ad esempio contro Bonnot e gli altri) che avevano un altro modo di agire. E quanti sono i compagni che oggi, scelta una diversa forma d’intervento anarchico nella realtà, calunniano e denigrano i compagni che invece, oggi come ieri, insistono nell’attacco diretto e immediato contro persone e cose responsabili dello sfruttamento? Sono di certo legione.

Ma limitiamoci al problema del furto.

In fondo il bisogno di soldi che tutti avvertiamo può essere risolto in due modi: lavorando o rubando. Esiste un terzo modo, che qui escludo per definizione, quello di essere dei rentier, dei ricchi possidenti e non mi risulta che anarchici di questo tipo ne siano esistiti, se non per sbarazzarsi al più presto di quello che la sorte aveva fatto pesare sulle loro spalle.

Certo, esiste qualche industriale che giocando sull’equivoco di essere un individualista, e facendosi i fatti propri nel migliore dei modi, si dichiara anarchico. Ma si tratta soltanto di una questione di parole, non di sostanza. Quindi, esistendo due sole strade per procurarsi i soldi necessari a vivere, bisogna pure scegliere.

Ora, scegliendo la strada del lavoro non c’è dubbio che si fa scelta di tutto rispetto. Chi vende se stesso lo fa sempre per il migliore degli scopi possibili. Per la propria sopravvivenza, per quella dei suoi figli, della sua famiglia. E su questo piedistallo incontrovertibile, si accumula, a poco a poco, la struttura sociale del controllo e della repressione. I bisogni primari producono quelli secondari, dalla ricerca del pane si passa a quella dello status sociale, del riconoscimento da parte degli altri della propria abilità, del proprio essere qualcuno. La casa, l’auto, le ferie, i viaggi, i gioielli. Piccole cose, per carità.

Ma quale anarchico potrebbe negare ai propri figli il diritto di prendere una laurea? E questo anche quando tutti i ragionamenti critici conducono a dimostrare che si tratta di uno specchietto per le allodole. Perché mai dovrebbe essere proprio suo figlio l’allodola di turno? Perché mai suo figlio non potrebbe riuscire in quella scalata alla gerarchia sociale che spetterà poi soltanto a lui rifiutare, o accettare, e non ad una condizione preventiva determinata dalle scelte del padre? E qui il cerchio si salda.

Il lavoratore produce lo sfruttamento e lo sfruttamento riproduce il lavoratore.

La rottura del circolo vizioso è affidata ad elementi esterni, estranei alla volontà del singolo: crisi del capitale, scontri epocali fra grandi Stati, diluvi universali, funghi radioattivi. In mancanza di tutto questo: l’attesa. La preparazione, perdio, questa sì, che gli anarchici si preparano continuamente, la preparazione e l’approfondimento critico, la lettura, sempre di più, sempre meglio, e, perché no, anche dei testi più estremi e feroci.

Conosco anarchici che hanno chiamato il proprio gatto Bakunin e il proprio cane Bonnot, ma che non escono di casa la sera dopo le dieci per paura di fare brutti incontri o di essere derubati.

I profondi cambiamenti che sono intervenuti nella formazione produttiva hanno modificato il ruolo del lavoratore. I tempi di Duval sono lontani. Oggi il lavoratore è, se possibile, ancora più responsabile dello sfruttamento di quanto non lo fosse all’epoca di Duval.

La miseria e l’ignoranza generalizzate determinavano un bisogno estremo del lavoro, fino a quei livelli in cui non c’è più tempo per ragionare: o si muore o si accetta il tozzo di pane. L’inedia e le malattie ponevano spesso l’alternativa tra la morte immediata nella miseria o la ribellione cieca e senza sbocco.

Ciò faceva vedere diversamente (e in fondo diverso lo era) il lavoro e la sua funzione. La società liberata di domani poteva essere vista come una continuazione della società dello sfruttamento di oggi. Certo continuazione nella rottura (rivoluzionaria), ma sempre continuazione. Il lavoratore era orgoglioso del proprio mestiere. Duval era orgoglioso di essere fabbro, di manipolare con le proprie mani una materia forte come il ferro e i metalli, Léauthier si faceva punto d’onore di colpire il nemico col proprio strumento di lavoro, la lesina, mentre Marpaux era definito negli stessi rapporti di polizia un “buon lavoratore”, questo per restare fra i compagni di Duval.

In sostanza, però, i lavoratori più sfruttati, le fasce estreme della miseria che si vende al datore di lavoro, erano la stragrande maggioranza. La struttura piramidale della produzione, fortemente centralizzata, era in mano a pochi proprietari, a una fascia trascurabile di dirigenti e capiciurma, ma si basava in fondo su innumeri poveracci che soffrivano di essere ributtati sul lastrico ad ogni minima modificazione delle leggi di mercato.

E qui si inserisce una riflessione che spesso viene trascurata.

Le lotte rivendicative hanno alzato il livello di vita dei lavoratori, portandolo se non al benessere per tutti almeno ad una condizione di sufficiente disponibilità finanziaria. Nello stesso tempo le condizioni stesse di lavoro, la vita nella fabbrica, sono cambiate.

Miglioramenti e meccanismi assicurativi e pensionistici hanno reso più forte la condizione finanziaria e sociale del lavoratore. Questo innalzarsi della situazione di partenza, invece di tradursi in una maggiore possibilità di lotta, fatto che nelle ingenue pretese dei sostenitori delle lotte operaie e sindacali era quasi scontato, si è rivelato come l’inizio di un indebolimento. La trasformazione del capitalismo post-industriale, ha fatto il resto.

Ma limitiamoci qui a questo grosso problema dell’indebolimento conflittuale conseguente all’innalzarsi del livello di vita dei lavoratori.

Di per sé la cosa si presenta molto comprensibile e trova riscontro in qualsiasi campo delle umane relazioni. Ne vedremo subito dopo le specificità nell’ambito della repressione pura e semplice. Perché allora risulta ancora oggi di così difficile comprensione? Perché si vogliono ignorare le conseguenze che sul singolo ha l’integrazione all’interno del sistema produttivo.

Oggi il lavoratore produce qualcosa che nella settorializzazione della formazione economica gli sfugge e che quindi non capisce, ma la rielaborazione dell’oggetto prodotto, rielaborazione in termini di simbolo sociale, gli viene offerta come se fosse a portata di mano. In altri termini, il lavoratore di oggi è solo in modo trascurabile il fabbro che era Duval, al contrario produce ad esempio automobili ma non ne vede la materiale realizzazione fra le proprie mani.

Il computer, il robot, la linea sincronizzata, la distanza, l’immagazzinamento diffuso nel territorio, tutto questo gli sottrae la visione diretta della cosa prodotta, la quale gli viene poi fornita come oggetto di consumo attraverso il sistema commerciale e distributivo, che trasforma quella cosa in simbolo capace di fornire status, quindi riconoscimento e verifica del proprio successo individuale.

La circolazione degli oggetti trasformati in simbolo, quindi sostituiti nel loro antico valore d’uso da un insieme – non ben differenziabile – di valore simbolico e valore di mercato, non si limita al solo momento economico (consumo e produzione), ma coinvolge la società nel suo insieme, una società di simboli e di bisogni indotti alla cui necessità non è quasi più possibile sottrarsi.

In questo modo, il lavoratore, diventato più ricco da un lato, ritorna dall’altro lato ad essere povero, commutatore di una circolazione fittizia di ricchezza che non lo arricchisce per niente ma che lo rende sempre più disarmato complice e manutengolo di fronte al nemico sfruttatore.

La ribellione di oggi, anche quella di Duval, non può quindi più passare attraverso la dimensione positiva del lavoro. Non ci saranno più compagni che in tribunale, rivendicando i loro furti e quanto altro hanno deciso di fare, affermeranno, con l’orgoglio di una volta, di essere stati privati di tutto e quindi di avere il diritto alla “ripresa individuale”, in attesa della ripresa collettiva.

L’attacco contro la proprietà e contro i responsabili dello sfruttamento, il sabotaggio, la distruzione pura e semplice di quanto opprime, non può nascere più dall’impossibilità di trovare lavoro, ma sempre più spesso nascerà dalla cosciente rinuncia alle lusinghe del lavoro.

Ora, la critica del lavoro non è problema semplice ed è bene che i compagni vi pongano mente con attenzione. Non l’approfondisco qui avendolo fatto altrove in maniera più dettagliata (vedi “Anarchismo” n. 73, pp. 21-34, ora in opuscolo: Distruggiamo il lavoro, Trieste 2007).

Legato al medesimo rapporto tra miglioramento delle condizioni e minore incidenza delle capacità di lotta è l’insieme delle considerazioni che intraprendo, riguardante l’ambiente repressivo in cui Duval si trovò dopo la sua condanna.

La Cayenna resta ancora nell’immaginazione di tutti noi il massimo dell’abbrutimento e della ferocia. Quando, leggendo un romanzo o magari vedendo le immagini di un film, ricostruiamo per nostro conto quelle esperienze, ne rabbrividiamo. Mi sono chiesto cosa avremmo potuto e saputo fare in quelle condizioni. Anche quelli fra noi che hanno conosciuto il carcere e la tortura, nella maniera in cui sono diventati faccenda quotidiana nel mondo in cui viviamo adesso, continuiamo a chiederci come avremmo reagito di fronte a condizioni di tortura e di detenzione correnti nelle isole della Guyana.

Una risposta superficiale potrebbe essere quella che anche là avremmo, come Duval e i suoi compagni, sputato in faccia agli aguzzini la nostra sfida di anarchici. Non ne sono tanto sicuro. Non ne sono sicuro come anarchico che cerca di guardare le cose criticamente, non ne sono sicuro come uomo che ne ha viste troppe, e di troppo brutte, per non conoscere un poco il cuore degli uomini, il cuore degli uomini miei contemporanei.

Non c’è dubbio che ci siamo infiacchiti. Tutti, senza eccezione. Il livellamento della società in cui viviamo ci ha trasformato in mediatori e opportunisti. Sul piano ipotetico non di certo, sul piano concreto resta da vedere. Ho conosciuto compagni che sembrava volessero mangiarsi il mondo, dopo cinque, dieci anni di carcere, li ho visti accettare un compromesso qualsiasi pur di venire fuori dalla situazione in cui si trovavano. Per carità, nulla di grave: né spiate o vendita di compagni, niente di tutto questo, ma un semplice assenso alle proposte dello Stato. Dopo tutto, cosa chiedono questi nostri persecutori d’oggi: una piccola dichiarazione, un gesto di distensione, qualche rigo sulla carta, nient’altro. Perché non accettare e tirarsi fuori dai guai?

Il fatto è che siamo tutti infiacchiti. Tutti. Come reagiremmo nei riguardi di uno Stato che al posto della carta da firmare ci proponesse un anno di catene ai piedi a pane e acqua, in una temperatura tropicale, chiusi in un sotterraneo con la sola compagnia dei topi?

La risposta immediata (e superficiale) sarebbe quella che in questo caso accetteremmo molto prima. E invece non è così. Questa risposta non coglie il problema e non rende giustizia alle mie considerazioni. Non sto dicendo infatti che quanto peggio vanno le cose tanto meglio per la lotta rivoluzionaria, sto dicendo una cosa più complessa. Le cose non possono peggiorare per la libidine di un qualsiasi aguzzino di periferia. Ciò può accadere (personalmente l’ho sperimentato in diverse occasioni), ma si tratta di casi particolari. Le condizioni in cui si venne a trovare Duval corrispondevano ad una situazione complessiva del mondo qual era all’epoca, nella fabbrica, nella famiglia, nella vita quotidiana e, quindi, anche nelle carceri e nella speciale condizione dei deportati.

Una società violenta e impietosa, dove i padroni non facevano nulla, o quasi, per nascondere le proprie intenzioni, e gli esecutori delle opere di bassa e alta giustizia, agivano di conseguenza. Meno ipocrisia, meno perbenismo, meno chiacchiere, meno assistenzialismo, meno democrazia. Chi attaccava la proprietà sapeva a cosa andava incontro. Chi distribuiva un volantino anarchico poteva anche prendere fino a otto anni di lavori forzati. Eppure c’erano i compagni che distribuivano volantini, che affiggevano manifesti, ed erano tanti, e non avevano paura, e non facevano calcoli.

Pensate, anche oggi noi anarchici affiggiamo manifesti e distribuiamo volantini, e parliamo, e critichiamo, e tutto il resto, ma a quali rischi concreti andiamo incontro? Pochi mesi di carcere nella peggiore delle ipotesi. Se oggi, da un giorno all’altro, per un’invenzione del potere, l’attività degli anarchici venisse punita con otto anni di lavori forzati, quanti di noi la continuerebbero? Pochissimi, forse nessuno. E non perché, singolarmente presi, i compagni di oggi siamo più codardi e più calcolatori di Duval, ma solo perché la situazione complessiva della società rende illogica una condanna così alta, non commisurata all’evolversi dei nostri costumi, quindi impensabile, e come tutte le cose impensabili non può essere facilmente immaginata.

Per un altro verso, il miglioramento delle condizioni complessive della società, come dicevo, ci ha infiacchiti, quindi resi inadatti ad una radicalizzazione dello scontro.

Se questa dovesse verificarsi, per motivi endogeni alla composizione strutturale della società, cioè per un movimento interno alle diverse componenti di quest’ultima, sapremmo affrontare gli ostacoli che si presenteranno (come si è visto nella ex Jugoslavia, la barbarie più assoluta è appena alle porte della società più avanzata e non impiega molto tempo ad arrivare).

Ma, fin quando questi movimenti oggettivi non si verificano, nell’ambito delle nostre capacità individuali di affrontare una situazione repressiva, il più delle volte, ci facciamo impressionare troppo facilmente.

Il perbenismo (apparente) della democrazia ci ha infiacchiti, per portare il colpo fino in fondo. Così ci facciamo mille scrupoli. Gli anarchici, brava gente.

Duval e i suoi compagni non erano così. Quei tempi erano troppo diversi dai nostri. Ecco perché, nel leggere le loro azioni, adesso, a distanza di tanti anni, corriamo il rischio di ammirarle e basta, di trasformarle in letture edificanti.

Ma non appena solleviamo il velo degli imbrogli democratici, ci accorgiamo che la distanza tra il potere e chi lo subisce è rimasta la stessa.

Da un lato gli inclusi, ormai quasi del tutto al sicuro nei loro fortilizi medievali, disposti solo a mercanteggiare migliori condizioni per garantirsi la perpetuità del dominio, dall’altro gli esclusi, sempre più disarmati, sempre più stupidi. Fra i tanti risultati della strategia possibilista c’è quello che questa strategia ci ha dissuaso dall’impiegare nella lotta tutti gli strumenti possibili, senza esclusione di colpi.

Ci hanno così reso galantuomini abituati a discutere e a dibattere in assemblea, ma non adatti a quella lotta al coltello che è ancora la dimensione possibile contro gli oppressori. Mentre loro, i nostri carissimi maestri di perbenismo, possono in qualsiasi momento aspettarci dietro l’angolo con i mitra spianati, e farci secchi in tutta buona coscienza, oppure torturarci nel fondo d’una prigione di periferia e, lontani dalla luce del sole, dichiarare ufficialmente la nostra morte per sopravvenuto collasso cardiaco.

Ma ogni categorizzazione lascia il tempo che trova. Innumeri sono i miserabili che giacciono sotto lo sfruttamento senza ribellarsi, accettando quel poco che viene loro dato come ricompensa, sognando un’ascesa sociale impossibile, e percorrendo sempre la stessa via della sofferenza e della sopportazione.

Allo stesso modo, una grande schiera formano i venduti che sostengono il potere con la forza delle braccia o con l’acume del cervello, poliziotti o illustratori delle virtù taumaturgiche dei dominanti di turno, aspettano anche loro che le cose migliorino finendo poi nel tramonto della pensione.

Dalle più alte cariche, dove diventa tangibile il gioco del potere, cariche piene di responsabilità e di ignominia, fino al più stupido dei servitori dello Stato, e, trasversalmente, dall’ultimo produttore, che soffre costruendo qualcosa che ormai gli è diventato incomprensibile, fino al quadro intermedio, sicuro di sé e del misero benessere che gli viene garantito, nessuno è veramente contento della propria situazione.

Anche l’alto burocrate, che accumula denaro e cariche, che ha ormai acquisito uno status inattaccabile, è scontento della propria situazione, e in questo si collega stranamente col più misero sfruttato che cerca di sopravvivere, ma, quasi sempre, né l’uno né l’altro si ribellano. Il primo per apparenti buoni motivi di raggiunta agiatezza, il secondo per altrettanto apparenti buoni motivi di insoddisfazione e di miseria.

Ma, l’agiatezza o la miseria, rispettivamente, possono soddisfare l’uomo? oppure, nel secondo caso, renderlo automaticamente un ribelle? No. Occorre qualcosa d’altro. E quando questo qualcosa c’è, ecco che scatta la ribellione.

Insomma, la miseria da sola non basta a fare un ribelle, come, per altro, l’agiatezza, da sola, non basta a fare un soddisfatto di sé e del proprio ruolo di privilegiato sfruttatore. Spesso la miseria produce altra miseria, e nell’appannarsi della coscienza di sé, l’adeguamento e la sopportazione, magari la fede cristiana in un mondo migliore dopo la morte. Spesso, molto spesso, l’agiatezza produce desiderio di maggiore dominio, di scalata sociale, di accumulazione e riconoscimenti da parte degli altri.

Ma non si tratta di modelli assoluti. Ribelli se ne trovano di diversa estrazione. Anzi, spesso, la miseria come motivazione del proprio istinto di rivolta non è un buono e sicuro fondamento.

Il ribelle sconvolge la propria condizione di partenza, quindi, sia questa la miseria o l’agiatezza, egli si pone contro di essa, e non è detto che sia più facile lottare contro la miseria, non esistono chiarezze in questo campo, e tutti i luoghi comuni del passato andrebbero rivisti senza chiusure ideologiche.

Un nuovo modo di concepire la vita (che cos’altro sarebbe la ribellione?), non si costruisce senz’altro mettendo in rotta il precedente modo, ma penetrandovi in mezzo, sconvolgendo schemi e categorie, criticando concezioni superate e false, e quindi facendo fremere i propri desideri, rivolgendoli verso l’assolutamente altro ma anche verso il di già conosciuto perché diventi diverso e inaccettabile nella dimensione precedente.

Spesso il ribelle si trova nella tragica situazione di capire e non capire, nello stesso tempo, quello che gli sta accadendo, pertanto di contraddire e contraddirsi, di andare incontro al nuovo, quindi alla distruzione del vecchio, e di restare innamorato di sensazioni e ricordi, appartenenti al vecchio. Non c’è una linea retta che sancisce la direzione del progresso. Niente muore in noi una volta per tutte o nasce definitivamente a nuova vita. Il ribelle non è mai sacro in tutti i suoi aspetti. Nessuna ribellione sacralizza la vita al di là di ogni possibile dubbio.

Ci fu un tempo in cui in tanti abbiamo pensato la rivoluzione come processo se non proprio semplice, almeno lineare. I più avventurosi avanzavamo dubbi, ma in fondo questi dubbi finivano per costituire discorso marginale, tenendo conto del dilagare di un movimento che sembrava inarrestabile. Le infatuazioni ideologiche, come gli amori acerbi, sono fra le più irriducibili. La lezione degli eventi ha portato riflessioni più mature.

Alcuni, cogliendo il senso mortale di queste riflessioni hanno ripiegato in buon ordine accettando l’offerta del potere, riempendo gli interstizi di una collaborazione contraccambiata con poche miserabili briciole.

Altri, cogliendo il senso vitale di tali riflessioni, hanno allargato il proprio orizzonte critico, approfondendo gli spunti che prima sembravano privi di fondamento. Così, i nuovi concetti non mettono da parte i vecchi (quanto desiderio di “fine dello scontro” c’è nel mettere da parte il di già accaduto), ma li sconvolgono fino in fondo, rendendoli diversi e pronti a svilupparsi verso nuovi concetti. La vita sarebbe un bagno incolore e privo di senso se non si riuscisse a leggerla attraverso una continuazione delle idee e dei sentimenti.

Abbiamo finalmente capito che nessuna rivoluzione sarà il risultato della somma di determinati avvenimenti, siano questi ultimi vicende dell’individuo o fatti sociali generalizzati. Il destino del quantitativo è quello di generare le condizioni per una ulteriore crescita, e così all’infinito. Non c’è un limite in questa direzione.

Capito questo non sappiamo ancora cosa determina, nella sua concretezza di scelte individuali radicali, la ribellione. Perché un Duval agisce come agisce? La miseria, il temperamento, le letture anarchiche, la frequentazione degli ambienti di lavoro dove fermentano stimoli rivoluzionari, il caso? Che cosa produce un ribelle? Non lo sappiamo. Quello che possiamo indicare, di volta in volta, sono le scelte e le conseguenze di queste scelte, per giunta osservate nell’ottica deformata della ricostruzione.

Il cuore o, per meglio dire, i sentimenti.

Ma possono i sentimenti essere, al contrario, elementi d’ordine, di cautela e, in definitiva, di acconsentimento? Certo che possono. Non esiste un’equivalenza tra sentimenti e ribellione, il che suonerebbe come a dire che per ribellarsi occorre mettere a dormire la ragione.

L’intelletto e la conoscenza, il pensiero riflessivo e lo studio, possono essere elementi importanti dell’azione rivoluzionaria, la quale diamo qui per inteso che comincia dalla rivolta individuale, ma non ne esauriscono la composizione. Ogni aspetto riflessivo conduce ad una presa di coscienza: sappiamo di più, non possiamo nasconderci dietro la scusa di non sapere.

Ma non ogni presa di coscienza conduce automaticamente alla rottura dell’equilibrio, alla dimensione dell’attacco. Spesso la conoscenza, il pensiero, appesantiscono l’azione, non ne agevolano lo sviluppo. Altre volte accade il contrario, ma come orientarsi?

Non esiste una regola generale, neanche una tendenza sufficientemente comprensibile. Il più delle volte non sono gli interessi colpiti che smuovono alla ribellione, quanto la dignità offesa. E per la risposta contro l’oppressore, risposta che poi diventa attacco nel corso della propria maturazione, basta molto poco.

La schiavitù di un solo uomo sulla terra è la mia schiavitù, in quanto a causa della sua sofferenza io non potrò mai essere libero. Come si vede, qui ci troviamo al di là della semplice rivendicazione. Solo a seguito di un traslato penalizzante i contenuti si può ritenere una difesa dei propri interessi (poniamo un discorso sindacale), una lotta contro la dignità offesa. Certo, le vie della rivolta sono tortuose ma presentano delle analogie.

Duval matura all’azione nella miseria e nelle difficoltà della vita, ma anche nell’approfondimento teorico, nella discussione, nelle assemblee popolari. Poi, in maniera conseguente, riflette sul da farsi, si procura i mezzi per agire (prima di tutto i soldi), attacca il nemico. Quando si è convinti di quello che si fa, tutto diventa elementare. Poi, nulla può fermarci. L’unità di teoria e azione una volta realizzata non la si spezza facilmente.

Altrove, le chiacchiere, le distinzioni, le attese.


[Introduzione alle Memorie autobiografiche nuovamente pubblicate nel 1996 dalle edizioni Arkiviu-Bibrioteka “T. Serra” di Guasila, pp. 7-50]

José Lluis Facerias

Facerias fu uno di quegli uomini per i quali viene quasi spontaneo scrivere un libro. Nelle sue azioni, nella sua vita e nella sua morte ci sono tutti gli elementi essenziali dell’anarchico da leggenda, del vendicatore che insorge nella lotta contro il nemico di classe e non accetta compromessi. E, certamente, questo costituisce uno dei modi di lettura del volume che presentiamo, il primo modo, il più semplice e, se vogliamo, il meno utile.

Molti anarchici hanno lottato e lottano anche oggi con i medesimi sentimenti di irriducibile contrapposizione che caratterizzarono la vita di Facerias, o di Sabaté o dei mille altri guerriglieri che morirono continuando lo scontro armato contro il franchismo anche dopo la caduta della Repubblica, e per molti di loro altri libri si potrebbero scrivere, non tanto dedicati ad un metodo o ad una certa posizione rivoluzionaria, quanto alla volontà del singolo che insorge quando tutti gli altri tacciono aspettando timorosi che segnali favorevoli si disegnino nel cielo.

Eppure questo primo empito del discorso non mi sembra adeguato. O meglio, per dire la verità, non mi sembra più adeguato. Ci fu un tempo in cui, vent’anni fa, mi soddisfece l’analisi diciamo così primaria, essenziale, quella diretta a sottolineare il grande coraggio dell’azione, proponendolo come esempio da seguire. Oggi sono sicuro che questa condizione propedeutica non è più sufficiente. Si correrebbe il rischio di cadere nell’agiografia.

Oggi dobbiamo dire qualcosa di più. Non tanto in merito alle responsabilità di coloro che indirettamente favorirono la repressione, e quindi ostacolarono il lavoro rivoluzionario di Facerias e di tutti gli altri, in nome di prospettive politiche che intendevano difendere scelte di partito o di conventicola resistenziale; quanto riguardo la concezione stessa dell’antifascismo, come elemento ritardante dello sviluppo della lotta rivoluzionaria, e comunque equivoco o difficilmente utilizzabile in modo chiaro in una prospettiva anarchica di distruzione del potere.

La guerra di Spagna e l’eredità che le sue tragedie consegnarono nelle mani della sinistra politica europea e mondiale, non aveva certo creato l’ambiente ideale per chiarire problemi come questo. L’antifascismo sembrava, e continuò a sembrare per decenni avvenire, il terreno comune sul quale si poteva impiantare una collaborazione rivoluzionaria. Le organizzazioni anarchiche che all’estero appoggiavano l’attività di Facerias, o di Sabaté, perché i problemi furono uguali per questi due compagni come per molti altri, avevano anche, e direi essenzialmente, una prospettiva antifascista, una prospettiva cioè di dare vita ad un contropotere in grado di programmare il ritorno in Spagna della Repubblica. Pertanto potevano sostenere fino ad un certo punto l’attività di compagni che invece si recavano all’interno della Spagna per fomentarvi la rivolta, ma non potevano sostenere del tutto l’attività di questi compagni quando essa si realizzava in situazioni come quella francese e italiana, dove per definizione, dopo la guerra, il fascismo non era più al potere.

Da questa strana concezione della lotta rivoluzionaria, almeno per come l’intendevano le organizzazioni istituzionali dell’anarchismo spagnolo all’estero, e per come la condividevano non poche organizzazioni non spagnole, ma allineate su posizioni politiche simili o vicine all’anarcosindacalismo, derivavano due ordini di problemi, ambedue forieri di malcomprensioni ed equivoci. In primo luogo, la necessità di una generica collaborazione in nome dell’antifascismo, e ciò a prescindere da una vera e propria analisi delle posizioni di chi proponeva un intervento di lotta. In effetti, poniamo, sia delle posizioni di Facerias, come di quelle di Sabaté, non furono mai fatti seri approfondimenti, non furono mai avviati dibattiti o discussioni. E lo stesso Facerias non andava al di là di un generico desiderio di vedere organizzati in modo federativo tutti i gruppi che non condividevano la posizione della FAI spagnola o della CNT. Secondo, per lo stesso motivo, quel generico, e non chiaro, accordo giustificava l’isolamento e il boicottaggio quando quelle iniziative minacciavano di allargare il proprio campo d’azione e non intendevano più colpire “soltanto” il fascismo spagnolo, etichettato dal franchismo, ma qualsiasi struttura statale, in quanto qualsiasi Stato è nemico per gli sfruttati, fascista o meno che sia il suo statuto costituzionale.

E se la lotta doveva continuarsi, questa non poteva che contare sull’autonoma decisione di quei pochi compagni che volevano continuarla. Decisione che si vedeva costretta ad affrontare e risolvere tutti i problemi, senza sostegno esterno, quando non si trovava di fronte ad una vera e propria rete di calunnie o di ostacoli più o meno dichiarati.

In questi casi ci sono due altri ordini di problemi da affrontare. Chi si trova a combattere quasi da solo deve affrontare il problema dell’autofinanziamento. E questo non può affrontarsi che andando a prendere i soldi dove si trovano, in genere nelle banche o nelle gioiellerie. Per risolvere questo aspetto, diciamo strumentale, ci si deve dare una attrezzatura tecnica che è la medesima impiegata di solito nella lotta contro gli obiettivi con qualificazione politica più dichiarata, più facile a identificarsi. Non sono stati rari i casi in cui questi due problemi si sono intersecati a vicenda prendendo l’aspetto di un serpente che inutilmente cerca di mangiarsi la coda. Se gli autofinanziamenti servivano per darsi i mezzi per la lotta, questa era lo scopo reale delle operazioni di finanziamento. Ma, a volte, quest’ultime diventavano faccenda tanto complicata da correre il rischio di essere esse stesse scopo della lotta e non più mezzo. Se a ciò si aggiunge il fatto che, isolati da un vero e proprio movimento di massa, in queste condizioni si è costretti a provvedere a tutto, fin dal più piccolo spostamento, alla casa, alle armi, si ha un’idea di quali giganteschi sforzi questi uomini affrontassero ogni giorno, e senza la minima speranza non solo di aiuto ma anche di comprensione da parte di tanti sapienti indottrinati, dediti soltanto a spulciare dubbi nella comodità delle proprie poltrone.

Che Facerias facesse le rapine in Spagna, a danno delle banche spagnole, è una cosa, ma che avesse il coraggio di ripeterle in Italia a danno, poniamo, del Banco di Santo Spirito, questa è un’altra cosa. Certo, ci si poteva poi mettere una pezza sopra, pensando che comunque il suo scopo ultimo restava sempre l’antifascismo, ma non credo che fossero poi in molti a guardare in modo favorevole questa attività in Italia, a parte quei pochi compagni che non hanno mai avuto gli occhi chiusi sul problema reale dello scontro rivoluzionario.

Viceversa, non risulta che fossero in tanti a sostenere la sostanziale uguaglianza tra banche spagnole e banche italiane, e che da questo concludessero che la lotta contro il fascismo spagnolo doveva cominciare, e continuare, con la lotta contro tutti gli Stati, e tutti i capitali nazionali, in nome della libertà e non in nome della sostituzione di un regime fascista con uno democratico.

L’equivoco antifascista spiega, con grande evidenza oggi a tanti anni di distanza, come fosse possibile allora trovare compagni di strada disponibili ad impegnarsi anche nello scontro armato, ma tutt’altro che disposti a condividere un allargamento della lotta in senso realmente anarchico, cioè al di là dell’immediato obiettivo costituito dal fascismo spagnolo prima, da quello greco dopo e così via. Molti di questi cosiddetti compagni di strada, in epoche molto più vicine a noi, dichiararono subito la loro indisponibilità a sostenere ipotesi di lotta che non si limitavano ad indirizzarsi contro questa o quell’espressione del fascismo ma cercavano di analizzare e quindi di colpire l’espressione stessa del potere come andava modificandosi e realizzandosi storicamente nel corso degli anni. In quest’ultimo caso, cessato l’alibi antifascista, il quale alibi suonava sempre come una sorta di autorizzazione morale, molti si fecero prendere dai dubbi e finirono spesso per chiedersi se fosse veramente il momento di attaccare, se non ci fossero altre strade per impostare una lotta politica contro il potere, una lotta se non proprio riformista almeno capace di tenere conto delle gradazioni repressive che una democrazia bene o male è sempre in grado di proporre ai suoi contrappositori.

E tanti di questi dubbiosi si fecero e continuano a farsi sbandieratori della lotta di Facerias, di Sabaté e di tanti altri, proprio perché quella lotta, loro, la volevano racchiudere in un bel libro, consegnandola al lunghissimo elenco di coloro che seppero sacrificarsi nella guerra contro il fascismo, una guerra perduta ma che si poteva anche vincere.

La nostra lettura del libro dedicato a Facerias [A. Téllez, Guerriglia urbana in Spagna. Facerias], come quella del precedente libro che lo stesso Téllez ebbe a dedicare a Sabate, è invece diversa. Questi compagni sono stati anarchici e rivoluzionari, non antifascisti generici. Per loro la lotta contro il franchismo era soltanto un punto di partenza, e l’eventuale sconfitta del fascismo sarebbe stata tutt’altro che un punto di arrivo. Loro non avrebbero mai risposto che con la democrazia al potere non c’era più motivo di continuare la lotta, avrebbero semplicemente individuato i nuovi nemici e continuato a colpire.

E quale meraviglia? Quale altro ruolo potrebbe mai essere quello dell’anarchico?


[1990, Introduzione alla prevista edizione inglese per Elephant Editions della biografia scritta da Antonio Téllez]

L’amore e la morte

Macke thy love larger to enlarge my worth

(Elizabeth Barrett Browing)

Dal lungo silenzio della mancanza di segnali, un tacito accordo fondato sulla libertà fra compagni, irrompe frantumandolo il gelido avvertimento poliziesco della morte, cui ogni speranza dell’animo s’ostina a non credere.

Poche righe dai giornali. La morte d’un anarchico con la sua carica d’esplosivo. Luigi Di Blasi, dilaniato da una bomba. Impossibile. Tutti coloro che l’hanno conosciuto, ed amato, rifiutano il pensiero categorizzante della morte, la chiusura definitiva che come un cupo basalto sigilla il continuo affiorare della vita e la consegna alle considerazioni dei posteri, compunti recitatori di requiem che in altri tempi, di fronte all’insorgere spontaneo e irrefrenabile dei progetti e delle azioni, dileguavano fra i sofismi dell’incertezza, sufficienti a garantire la propria incolumità avara e inconcepibile.

Credere a questa realtà, che per altri versi il persistente silenzio si ingegna a ribadire, significa per noi ammettere l’inattingibilità mortale dei nostri sogni di pietra, della costruzione d’un mondo meraviglioso, mai conchiusa in un programma o in vincoli di freddezza razionali, ma proprio per questo sempre immaginata possibile, sempre sollecitata, trascinata, dal modo in cui Gigi vedeva la realtà, dal modo in cui la realtà era vista dai suoi occhi.

Ma la lingua, impietosa e rigida, non ammette sentieri insondabili. Ha bisogno, nell’uso stesso del passato dei verbi, la certezza del certificato di polizia. Così lo strumento grammaticale ci conduce fino in fondo, nel territorio assolato della certezza, mentre Gigi prediligeva gli angoli ombrosi, dove poteva avvicinarsi di più al sentimento gioioso della vita con i compagni che nella torrida necessità del fare, spesso, trova soltanto catalogazioni e chiusura. Certo, uno dei pochi che abbiamo conosciuto la cui pienezza della personalità si coglieva nelle cose da fare e, nello stesso momento, nel come farle perché, al di là del fare c’erano gli altri compagni con cui bisognava farle e ciò solo nella prospettiva di una crescita comune non fondata sulle chiacchiere ideologiche, ma sui sentimenti, sulla fiducia reciproca, sul rispetto dell’altro, sul desiderio e sulla gioia della vita.

Non è nostra intenzione scrivere un necrologio, orrenda parola che ci ricorda l’ineluttabile commissione che spesso i nostri morti tacitamente ci lasciano e a cui ci siamo sempre rifiutati di provvedere. Anche questa volta siamo cattivi raccoglitori di memorie, anche perché, come il sandalo di Empedocle, non qualcosa ma tutta la breve vita di Gigi resta con noi, sollecitamente viva, attivamente significativa. Non vogliamo ricordare, vogliamo vivere. Il resto, dall’ottuso silenzio alla chiacchiera migratoria che s’ingegna di circolare a destra e a manca costruendo fantastiche deduzioni e preoccupate prese di distanza, non ci dice nulla. L’ingiustizia e l’ignoranza sembrano camminare con passo sicuro. Non ce ne curiamo. Ma l’aria che respiriamo può ancora farci ricordare la corteccia levigata delle sue parole risentite attraverso le elegie duinesi, e per quanto questa possa essere una nostra operazione, se l’uomo ha la forza di andare oltre se stesso, può anche andare oltre il tempo, vincere la sofferenza, il dolore, perfino la morte. Insieme a Baudelaire possiamo vedere in fondo ai suoi adorabili occhi (del gatto) sempre chiaramente l’ora, sempre quella, un’ora vasta, solenne, grande come lo spazio, senza suddivisioni di minuti o di secondi, un’ora immobile non segnata sugli orologi. È il nostro modo di annodare un ricordo, di rispettare una volontà che ha inteso andare oltre i limiti che imprigionano l’uomo alle sue troppo umane disavventure, una volontà rivoluzionaria che ha voluto trasformare il mondo.


[Pubblicato su “Anarchismo”, n. 69, giugno 1992, p. 12]

Morire innocenti fa più rabbia

Siamo certo lontani dall’epoca e dalle condizioni sociali in cui maturò la tragedia di Sacco e Vanzetti. Ma i problemi riguardanti il modo in cui reagì in quei lontani giorni il movimento d’opinione democratico mondiale e il movimento anarchico internazionale, sono molto cambiati?

Le contraddizioni che emersero allora, non potrebbero riemergere anche oggi? Per quali motivi? Forse per il mancato chiarimento di certi equivoci? Queste domande hanno generato le modeste considerazioni che seguono.

Ho letto gli Atti del Convegno di studi su Sacco e Vanzetti, tenutosi a Villafalletto il 4 e il 5 settembre 1987, estratto del “Notiziario dell’Istituto storico della resistenza in Cuneo e Provincia”, n. 33, giugno 1988, complessive pp. 192, e, proprio in questi giorni, improvvisamente, mi sono chiesto come mai da quegli interventi non venisse fuori la domanda: qual è stato il ruolo svolto in tutta questa vicenda, sia all’epoca che anche oggi, dal fatto, assolutamente inoppugnabile, che i due compagni erano innocenti?

Se i due compagni si fossero dichiarati o, altrettanto inoppugnabilmente, fossero stati riconosciuti, responsabili dei fatti attribuiti loro, sarebbero stati ugualmente difesi dal movimento anarchico internazionale?

Quali, in quest’ultimo caso, sarebbero invece state le reazioni del movimento mondiale d’opinione che prese in pugno tutta la vicenda?

Certo, so perfettamente che la storia non si costruisce con i se. Ma io non voglio dare un contributo alla “storia” di Sacco e Vanzetti.

Ho un forte sospetto verso tutti gli storici di professione più o meno accertata, ho non pochi sospetti anche nei riguardi della Storia, oltre com’è logico ad avere sospetti sulla buona fede di tanti politici vecchi e nuovi nell’interessarsi di “casi” storici.

Per un altro lato, non ho alcun dubbio sul fatto che Sacco e Vanzetti fossero assolutamente estranei a quei fatti specifici che vennero loro contestati, ma questa mia certezza, personale e del tutto lontana dai dati di fatto che possono essere accertati o obnubilati nelle more di un processo giudiziario, non mi impedisce di porre a me stesso e ai pochi compagni che mi leggono, inquietanti domande.

C’è una frase in anteporta all’intervento introduttivo firmato dal non mai sufficientemente lodato storico dell’anarchismo Claudio Venza, dovuta alla penna di un altro storico dell’anarchismo, Ronald Creagh (ahimè, avrebbe detto Cœurderoy), che suona così:

«Eccezionale e banale, la storia di Sacco e Vanzetti è immensa, nessun libro la esaurirà e questo meno di tutti gli altri [fa riferimento al libro che lui ha scritto, pubblicato in Francia, a Parigi, nel 1984]; invece di emettere giudizi categorici sull’innocenza o la colpevolezza degli accusati, questo libro vuole piuttosto suggerire nuovi campi di ricerca». (Atti, p. 5).

Ora, io conosco Creagh ma non ho letto il suo libro su Sacco e Vanzetti (ci fu un tempo lontano in cui lui mi spediva o consegnava personalmente tutto quello che scriveva, anche quando usciva in sei o sette copie, ma è un tempo lontano e ormai, forse, dimenticato), non ho letto dicevo quel libro, ma la frase in questione mi ha fatto riflettere.

Ed è per questo che ho steso queste povere noterelle scettiche. Agli altri un giudizio sulla loro validità oggi, in tempi in cui si preferisce tacere o guardare altrove, davanti ad evidenze che richiederebbero il coraggio di dare o negare la propria solidarietà.

Certo, morire innocenti deve essere terribile, e questo perché in ognuno di noi c’è radicato il valore morale della giustizia, non quella sacrosanta della ribellione proletaria, che tutto travolge e pareggia i conti in un impeto collettivo di distruzione che potrà essere visto con paura quanto si vuole ma che nessuno potrà mai fermare, ma quella tecnica, giuridica, religiosa, sacrale, tradizionale, quella vecchia giustizia dagli occhi bendati che dobbiamo smascherare per scoprire con raccapriccio che occhi non ne ha proprio perché sono tutti marciti.

Ma pur avendo tutti letto e pur ricordando questo concetto, siamo tutti intimamente convinti che la giustizia deve funzionare. Cristo! Come si fa a mandare a morte due innocenti!

La santa indignazione di tanti compagni anarchici si affianca qui all’indignazione più laica di comunisti, democratici vari e possibilisti d’ogni pelo. La vecchia e gloriosa crociata di “sinistra” si ricompone immancabilmente tutte le volte che si fanno i nomi di Sacco e Vanzetti. E il collante è proprio il generale, ed obiettivamente fondato, motivo dell’innocenza. Ma la rabbia, che sta in fondo a questo collante, la rabbia per due compagni assassinati dallo Stato, non può farci chiudere gli occhi su altri problemi.

A me sembra che l’afflusso di personalità democratiche di ogni genere, specialmente quelle artistiche e letterarie, oltre a quelle giuridiche e accademiche, abbia contribuito molto a diffondere il “caso” Sacco e Vanzetti, abbia, all’epoca, contribuito ad una immensa propaganda universale, ma abbia anche abbassato il tono dello scontro che indubbiamente, in quel momento, si stava svolgendo negli Usa e, più specificamente, in quel tribunale.

Troppe chiacchiere, troppi pezzi teatrali, troppi giornalisti democratici, troppi uomini politici, e questo, come un filo continuo perverso, continua anche oggi [1989] con i tentativi di recupero del concorrente alla Casa Bianca Dukakis.

Ma come si può decidere diversamente? Poniamo nel caso di Piazza Fontana, si poteva mandare a quel paese l’aiuto offerto dal Pci?

Se gli anarchici fanno di tutto per allargare la loro propaganda, per coinvolgere la gente, per farsi sentire da un numero quanto più vasto possibile di persone, come si fa poi, quando l’occasione si presenta, a non accettare la collaborazione di forze politiche e intellettuali che si sa benissimo dove vogliono andare a parare?

Non è facile rispondere a questa domanda. Si poteva, allora, respingere l’appoggio di gente come Sinclair Lewis, Eugene O’Neill, Walter Lippman, John Dos Passos, per non parlare dei vari Roman Rolland, Thomas Mann, Albert Einstein, ecc., che in tutto il mondo sostennero l’innocenza dei due anarchici? Certo, era difficile.

Non voglio però sollevare qui il punto di vista, per altro anch’esso legittimo, che i compagni andavano difesi soltanto nei limiti delle forze del movimento anarchico internazionale impostando la propaganda solo sulle motivazioni degli anarchici e accettando esclusivamente quelle forze estranee che si dichiaravano disposte a mantenersi nei limiti di quelle motivazioni.

Voglio dire che una volta aperta la porta alla collaborazione che, impostata dall’avvocato Moore, dovette per forza di cose avere il beneplacito sia del Comitato di difesa che dei due compagni in carcere, non si poteva prevedere dove si sarebbe andati a finire, cioè non si poteva prevedere quanto si sarebbe sottolineata – e lo fu ad usura – l’innocenza nei fatti dei due compagni, e quanto si sarebbe trascurata la loro colpevolezza di principio in quanto anarchici.

Puntualmente questo loro essere anarchici, la loro militanza, la loro appartenenza ad una parte specifica del movimento anarchico americano e internazionale, vennero messi da parte, quasi sullo sfondo. Questo era il prezzo da pagare per quella collaborazione, dopo tutto si poteva giocare sull’equivoco, e lo si continua a fare anche oggi, che si trattava di due emigrati, di due onesti lavoratori, smuovendo con ciò la chiave nazionalista e la chiave classista, cose che fecero certamente brodo all’epoca, ma che non consentirono di mettere nella effettiva luce la personalità anarchica e rivoluzionaria di Sacco e Vanzetti.

Fu produttiva quella presenza delle forze della “sinistra” internazionale ai fini del tentativo di salvare la loro vita? Dal fatto che i due compagni furono uccisi si deve concludere di no. Dal fatto che si attutirono le possibilità di fare emergere la loro identità anarchica, si deve concludere lo stesso di no.

Se si fosse respinta, cosa sarebbe successo? Che i due compagni sarebbero stati difesi allo stesso modo in cui furono difesi dal giornale di Galleani tanti altri compagni che andarono sul patibolo, quelli innocenti, questi colpevoli.

E qui si pone la domanda, ma questa differenza tra “colpevoli” e “innocenti” ha un senso oppure non lo ha?

Francamente non lo so. Ho letto, e ho rivisto negli Atti di cui discuto qui, che ambedue, Sacco e Vanzetti, erano collaboratori della “Cronaca Sovversiva”. Quindi dovevano per forza sapere quale era la posizione di Galleani su questo falso dilemma. Il fatto che fossero innocenti non poteva consigliarli, di sana pianta, per un’accettazione totale della tesi innocentista e tecnica, almeno nei termini in cui venne sviluppata al processo.

Sono quindi d’accordo con la relazione della Pedretti quando scrive: «Bartolomeo Vanzetti comunque, non era un personaggio acriticamente unidimensionale e denunciò fino alla fine il meccanismo che portava ad eroicizzare la sua sconfitta: egli era essenzialmente un comunista anarchico, profondamente convinto ed estremamente fiero delle sue scelte politiche ed esistenziali... infatti non nascose mai il suo odio verso l’ingiustizia di cui era vittima né il suo desiderio di essere vendicato». (p. 130).

In un certo senso si deve considerare che una volta presa quella decisione si doveva andare fino in fondo, fino al sacrificio di fare apparire tra le righe il loro essere anarchici, che è poi quanto venne imposto dal “progressista impaurito” che costituiva la gran massa dei sostenitori di Sacco e Vanzetti.

Il fatto che Sacco e Vanzetti siano stati uccisi pur essendo palesemente innocenti prova una cosa sola: che il concetto di innocenza o colpevolezza non è un dato di fatto, ma è una misura dettata, anzi imposta, dallo scontro di classe, le tecniche e i procedimenti giudiziari e polizieschi, attraverso i quali si arriva a stabilire, con assoluta certezza che una persona è colpevole o innocente, sono patrimonio della cultura e della tecnica del dominio.

Per un rivoluzionario anarchico queste procedure, che vengono spacciate come l’evidenza della logica, non valgono assolutamente niente. È davanti alla propria coscienza rivoluzionaria che egli deve rispondere, non davanti all’evidenza di una situazione gestita dal nemico, dove quest’ultimo fa e disfà a piacimento le regole del gioco.

Per un “democratico”, vecchio o nuovo che sia, c’è al contrario una differenza molto netta tra essere colpevole o essere innocente. Il colpevole è chi ha infranto la legge in un modo preciso, per l’appunto il contesto che gli viene notificato dalla legge e per cui s’instaura un procedimento penale. L’innocente è colui che non ha fatto quello che invece, per vari motivi, gli è notificato.

La gran massa di coloro che ancora oggi inorridiscono per la “fine” di Sacco e Vanzetti, lo fanno perché quei due nostri compagni erano innocenti, cioè non avevano fatto la rapina, né ucciso le due persone, di cui invece vennero accusati e per cui andarono a morire sulla sedia elettrica.

Una piccola minoranza, e fra questi dovrebbero esserci gli anarchici, al contrario inorridiscono per il fatto che Sacco e Vanzetti furono uccisi dallo Stato a prescindere dal più o meno ignominioso, incredibile, insostenibile modo in cui l’accusa riuscì a portare avanti la loro responsabilità nei fatti specifici.

L’inorridimento di cui discutiamo, da parte di questa piccola minoranza, la quale, per un motivo o per un altro, non tiene conto del dato oggettivo della loro innocenza, ci sarebbe stato lo stesso se i due anarchici avessero avuto un processo più degno (dal punto di vista dell’accertamento delle prove) e fossero stati proprio loro a commettere quei fatti? Siamo sicuri che ci sarebbe stato un comportamento diverso.

La gran massa dei perbenisti di professione sarebbe stata tutta per la condanna, e questo lo comprendiamo. La piccola minoranza invece, quella dove collochiamo anche gli anarchici, sarebbe stata anche questa divisa e combattuta. Ci sarebbero stati quelli come Galleani che avrebbero ribadito la loro estraneità ad ammettere qualsiasi differenza tra innocenza e colpevolezza, e ci sarebbero stati quelli che invece questa differenza l’avrebbero fatta, anzi, sostenuta e avvalorata con ragionamenti da causidico.

Se avessero veramente commesso quei fatti, ci sarebbe stata una difesa dei compagni molto modesta, al livello di quel movimento di opinione che ci fu qualche tempo prima della tragedia di Sacco e Vanzetti, per Ravachol, ad esempio.

D’altro canto, i compagni che si pongono nell’ottica dell’espropriazione non possono pensare di avere un movimento dietro le spalle, quali che siano le condizioni oggettive di sviluppo quantitativo di questo movimento e quali che siano i livelli di approfondimento teorico raggiunti al suo interno.

Perché non ci si può aspettare una cosa del genere?

Almeno per due buoni motivi:

– primo, perché la decisione di compiere certe azioni, anche allo scopo di partecipare con uno sforzo concreto alla crescita e alla disponibilità di certi strumenti rivoluzionari, è sempre una decisione personale e deve essere sostenuta, nel bene come nel male, dal singolo compagno come sua maturità di coscienza;

– secondo, perché un movimento, sia pure rivoluzionario, ha certe sue necessità di sviluppo, certe divergenze d’opinioni, certi riserbi legittimi, che non possono essere messi tutti da canto e tutti in una volta.

Posto in questi termini, a mio avviso corretti, non c’è affatto bisogno di meravigliarsi davanti a una presa di distanza, a una chiara affermazione di estraneità. Perché mai qualcuno si dovrebbe fare coinvolgere, per giunta a posteriori, in qualcosa che non condivide? Ci sarebbe soltanto da criticare una presa di posizione puramente morale, la quale andrebbe a finire ineluttabilmente nelle braccia della morale dominante, cioè quella prodotta e voluta dai padroni.

Questa breve riflessione ci dovrebbe fare vedere meglio le diverse situazioni, a cominciare da quella stessa di Sacco e Vanzetti.

Se l’innocentismo è soltanto un fatto oggettivo che può esserci e, purtroppo, può anche non esserci – e nel caso dei due compagni uccisi negli Usa essi erano innocenti – i compagni vanno difesi comunque, quindi anche se sono “colpevoli”. Ora, se questo è vero, non si possono costituire fronti larghissimi, con tutta la zavorra democratica, quando i compagni sono innocenti e poi limitarsi a una piccola parte dello stesso movimento anarchico quando i compagni sono colpevoli.

L’impostazione dovrebbe essere, almeno teoricamente, la stessa, se ammettiamo a priori, come dovrebbe essere pacifico, che non ci possono essere “innocenti” e “colpevoli” se non sulla base dei ragionamenti voluti ed imposti dalla logica dominante.

Come uscire da questo dilemma? In modo semplice. Partendo sempre dalla tesi che per noi il fatto tecnico è secondario, e che se i compagni vengono accusati, imprigionati e, in certe occasioni, anche giustiziati, questo avviene solo e perché sono anarchici, a prescindere dal fatto oggettivo che costituisce elemento di dibattito processuale ma che a noi, in quanto rivoluzionari, interessa solo in modo marginale. Non possiamo mai prendere questo punto come elemento centrale della campagna politica di difesa.

Molti compagni, anche in buona fede, ragionano diversamente perché sono preda dei luoghi comuni dell’intellettualismo dominante. La pretesa dell’oggettivizzazione è infatti uno dei fondamenti del pensiero filosofico dei conquistatori. Questi, una volta raggiunto il potere, si sono assicurati di continuare il filo logico che il razionalismo classico aveva consegnato nelle mani della Chiesa.

È importante capire questo svolgimento perché esso ci coglie sempre di sorpresa e lo vediamo rispuntare dove non lo avremmo mai sospettato.

Che la realtà sia determinabile in modo esatto è una delle tante cose che sono alla base del nuovo pensiero scientifico, così come questo emerge dalle complesse condizioni del Rinascimento, poniamo nel pensiero di Galilei: si tratta di razionalismo ridotto alla constatazione del modo della realtà, non più della sua essenza.

La scienza giuridica di oggi, erede del razionalismo illuminista, non ha modificato di molto le certezze riguardo il “modo” in cui sono andate le cose. Ancora oggi, nei processi in tribunale, si assiste a comiche “ricostruzioni” della realtà, a “prove”, a “testimonianze” e a tante altre cose del genere. Ormai siamo così abituati a questo modo di ragionare che non ci facciamo più caso.

Quando affermiamo, al contrario, che Sacco e Vanzetti non erano innocenti ma erano colpevoli, però solo di essere anarchici, inseriamo nel preteso processo oggettivo, quindi avente pretese quantitative, un elemento estraneo al processo stesso (o, almeno, tale ritenuto dalla scienza giuridica), un elemento avente carattere qualitativo.

Spesso, anche a noi che lo facciamo, questo inserimento sembra strano, lo trattiamo quasi come un espediente di propaganda, un modo di dire che respinge la realtà tanto lontano da farla diventare un processo ideale, anzi ideologico.

E invece non è così. La realtà è proprio questa cosa complessa che non può essere ricondotta alle risultanze di un procedimento giudiziario. Questo sarà sempre arbitrario e sarà fondato non sull’evidenza ma sulla forza, non sulla logica ma sul dominio.

Ragionamento difficile? Forse sì, ma ragionamento che una volta fatto non si dimentica più.


[Pubblicato col titolo “Noterelle su Sacco e Vanzetti. In margine a un Convegno di studi”, su “Anarchismo” n. 63, luglio 1989, pp. 36-40].

L’ombra del giustiziere

Nella figura del giovane anarchico Berkman che chiede gentilmente di essere ricevuto dal finanziere Frick, facendo con calma l’anticamera d’obbligo prima di accedere davanti a tanto personaggio, per poi spianargli sotto il naso la propria pistola e cercare di fargli pagare i crimini commessi contro gli operai della “Homestead Steel Company”, c’è tutta la tradizione populista e anarchica russa.

L’ombra del giustiziere si erge fino a coprire la pallida e tremante figura dell’assassino di operai, del torturatore di innocenti, e la giustizia proletaria si sostituisce a quella farsa che è la cosiddetta giustizia dei padroni.

C’è, nella storia di Berkman, nella sua vicenda personale, nella sua tumultuosa vita, questo elemento romantico che oggi risulta di difficile comprensione; e c’è anche questo impegno, questa dedizione alla causa rivoluzionaria che oggi risulta quasi incomprensibile ai sofisticati militanti che hanno vissuto il disfacimento dei sogni di Maggio.

Non vogliamo discutere dei meriti letterari del testo di Berkman [Un anarchico in prigione], anche se questa volta, data l’indole del racconto e l’avvincente svolgersi degli avvenimenti, essi costituiscono elemento non ultimo dell’interesse della lettura. Vogliamo, invece, affrontare proprio questi problemi di fondo: la validità dell’attacco rivoluzionario contro singoli esponenti del capitalismo e la diaspora dell’impegno militante.

Leggendo le prime pagine delle memorie di Berkman ci si rende conto, nel pieno della movimentatissima scena dell’“attentato”, che le disposizioni politiche di fondo, le motivazioni ideologiche del giovane sono essenzialmente le stesse del movimento populista russo, e che il suo gesto non voleva fare altro che trapiantare un modello d’intervento rivoluzionario in una situazione oggettivamente molto diversa.

A tutto ciò può opporsi una critica più che giusta, che lo stesso Berkman sviluppa proprio nelle pagine centrali delle sue memorie, ma ciò non sposta la validità del gesto, una volta sbarazzato il campo dai pregiudizi morali di origine neocristiana. Berkman scrive:

«Ci potrebbe essere qualcosa di più nobile che morire per una grande, sublime Causa? Perché la vita reale di un vero rivoluzionario non ha altro obiettivo, nessun altro significato, fuorché sacrificarla sull’altare dell’amato Popolo. E che cosa c’è di più alto nella vita che essere un vero rivoluzionario? Essere un uomo, completamente uomo. Un essere che non ha né interessi personali né desideri oltre le necessità della Causa; uno che si è emancipato dall’essere semplicemente umano, ed è cresciuto oltre, fino alle vette della convinzione che esclude ogni dubbio, ogni rimpianto; in breve, uno che nelle profondità della sua anima si sente prima rivoluzionario, poi umano». (Un anarchico in prigione, tr. it., Catania 1978, p. 19).

In fondo, basandosi su questa visione mistica dell’impegno rivoluzionario, Berkman ha quasi scrupolo ad aspettare un momento migliore per colpire il mostro. Come san Giorgio vuole attaccarlo a viso aperto, alla luce del sole, vuole che la gente veda il grande scontro – tra il colpevole e il giustiziere – e che da questo spettacolo tragga il giusto insegnamento per attaccare, insieme, la miriade di mostri grandi e piccoli, che infestano la terra degli uomini.

«“Fr...” comincio. Il suo viso terrorizzato mi lascia ammutolito. È lo spavento della chiara presenza della morte. “Lui capisce” mi balena nella mente. Con una mossa rapida estraggo il revolver. Appena alzo l’arma, vedo Frick afferrare con entrambe le mani i braccioli della poltrona e tentare di alzarsi. Miro alla testa. “Forse indossa un giubbotto protettivo”, rifletto. Con un’espressione di orrore velocemente gira la faccia, mentre io tiro il grilletto». (Ib., p. 33).

Il sogno neocristiano è ben presto sfatato. Il mostro è viscido, sfugge, non gli esce fuoco dalla bocca, ma bava, la secrezione della paura. Poi non è solo, vicino ha gli angeli custodi: colossali gorilla che si gettano improvvisamente addosso al “giustiziere” deviando i colpi di pistola, salvando la vita dell’immondo.

Di più. Gli altri non capiscono, guardano altrove. Gli stessi operai che si sono scontrati con i mercenari di Pinkerton, che hanno saputo difendersi ed attaccare sulle barricate l’esercito privato al servizio del capitale americano, fanno finta di non vedere, non solo non esaltano il gesto, ma quasi ne hanno paura, considerandolo come l’anticamera di una futura più grave repressione.

Qui emergono gli errori della posizione populista e romantica.

Il popolo non è quella fonte di verità assoluta che si ama credere, nasconde in se stesso i germi reazionari del consenso, dell’accettazione della tirannia, della paziente sopportazione.

Va bene che al momento opportuno è capace di alzare la testa e, sdegnosamente, affrontare il nemico nello scontro a fuoco, nell’insurrezione di un giorno, ma poi, stanco, affaticato, costretto dalle necessità economiche, è obbligato a prestare ancora una volta la propria opera a favore del nemico, a costruire per conto terzi quella ricchezza che rinsalda meglio le catene della propria schiavitù.

Il gesto isolato, anche se bello e moralmente ineccepibile, una volta trascorso il momento della grande lotta, dello scontro frontale, resta quello che è: un gesto che non può essere facilmente traducibile nel codice di comprensione delle masse.

Così Berkman si interroga: «[...] la perversa giustizia sociale che trasforma i bisogni dell’uomo nell’inferno di un duro lavoro brutalizzato. Deruba l’uomo della sua anima, toglie la luce del sole della sua vita, lo tratta peggio delle bestie e tra la pietra da macina della felicità divina e la punizione infernale stritola carne e sangue per farne ferro ed acciaio, tramuta le vite umane in oro, oro, oro senza fine. Il grande, nobile Popolo! Ma è davvero grande e nobile se è schiavo e ne è soddisfatto? No, no! Si sta svegliando, si sta svegliando!». (Ib., p. 54).

Nel momento in cui il gesto di Berkman viene realizzato, il codice interpretativo degli operai che pure, poco tempo prima, avevano subìto chiari segni della tirannia capitalista, è già profondamente modificato. La massa dei lavoratori si trova in fase di riflusso, non accetta che un isolato, uno straniero, un “portatore di verità”, un illuminato, anche se con le migliori intenzioni del mondo, imponga un ritorno a codici interpretativi della realtà (quindi ad azioni) che essa ritiene appartenenti ad un momento precedente, superato dalle necessità immediate di sopravvivenza.

Questo limite è di grande portata. Esso ci chiarisce sia l’inconsistenza dell’atto individuale isolato, sia la contraddittoria posizione degli sfruttati, contemporaneamente unico elemento della futura rivoluzione e notevole parte della presente reazione.

Il gesto isolato, che abbiamo detto moralmente ineccepibile, non attinge quei livelli di validità rivoluzionaria non perché sia errato far saltare le cervella di un responsabile dello sfruttamento, ma solo perché non tiene conto che uccidere due tiranni è sempre meglio di ucciderne uno solo, e che ucciderne tre è meglio di due e via di seguito; cioè non tiene conto che il primo compito del rivoluzionario non è solo quello di uccidere il nemico, ma è quello di studiare tutte le condizioni possibili per uccidere il nemico e salvare se stesso e i compagni, allo scopo di potere continuare la lotta.

Lo sprezzo cieco della propria vita, il sacrificio che rasenta il suicidio, farsi esplodere una bomba tra le mani per uccidere, nello stesso tempo, un certo numero di nemici; sono posizioni che conducono ad un’inevitabile svalutazione della vita, ad una esaltazione della morte, del sacrificio, tutte cose che hanno poco da vedere con la lotta rivoluzionaria liberatrice, e che si portano dietro pesanti ricordi di stampo neocristiano.

E per evitare questa logica di morte occorre che si rifletta bene sulle forme strutturali e strategiche che garantiscono – nei limiti dell’umana prudenza – attacchi contro i nemici senza compromettere troppo le capacità offensive del movimento rivoluzionario.

Questa valutazione strategica non è dettata solo da motivazioni tattico-militari, ma comporta una considerazione delle condizioni in cui l’organizzazione specifica rivoluzionaria si viene a trovare all’interno del movimento rivoluzionario nel suo complesso, ed anche una considerazione sulla generale situazione di sfruttamento delle masse.

Il passaggio dal vago populismo d’origine romantica ad una posizione rivoluzionaria che tenga conto delle condizioni di lotta del movimento nel suo complesso, è caratterizzata da questi problemi.

Berkman visse in prigione gli anni del travaglio relativo a questo passaggio e quando uscì si trovò non poco a disagio per reinserirsi in un ambiente di compagni che avevano avuto esperienze molto diverse da quelle della vecchia Russia che lottava per liberarsi dallo zarismo.

Adesso non è più il sacrificio isolato che si chiede al militante, la dedizione completa ed assoluta della propria vita alla causa, in nome di un’astratta dimensione morale che rende “peccaminoso” anche un pasto ragionevole dato che la massa degli sfruttati soffre la fame.

Adesso, dopo gli anni di prigione di Berkman, il movimento si organizza in strutture specifiche, per poi fare le proprie esperienze – positive e negative – ma sempre in relazione alle condizioni d’organizzazione e di ricettività rivoluzionaria delle masse stesse.

Il periodo degli “attentati” isolati, dello scontro tra san Giorgio e il drago, è definitivamente tramontato.

Solo il concetto di “impegno” resta vivo, ultimo residuo di quelle vecchie esperienze romantiche, arrivato fino ai tempi più maturi delle organizzazioni specifiche clandestine e delle organizzazioni di massa.

Quest’impegno, sebbene con notevoli varianti, è spesso visto come qualcosa di sacro, di intoccabile, di totale. Deve permeare tutta la vita dell’uomo-militante, fino a condurlo al di là di una barriera, un vero e proprio punto di non ritorno. Da quel momento egli è segnato a dito dal nemico, individuato, criticato, criminalizzato, attaccato, ucciso. Nessun’altra cosa gli è possibile se non attaccare a sua volta, difendersi o accettare supinamente di recitare il ruolo del martire.

La sua vita tra la gente “comune” è piena di contraddizioni. Non sente quello che gli altri sentono, ha interessi che agli altri sono incomprensibili, si veste, cammina, fa l’amore, gioca in modo diverso, vive in modo diverso. E di questa differenza il potere fa strumento di criminalizzazione.

Leggendo le pagine del libro di Berkman si può notare il segno profondo di una grande amarezza, quando l’uomo riaffiora dietro la maschera del militante, quando i sentimenti – così acutizzati dalle orribili condizioni della prigione – pretendono lo stesso, e malgrado tutto, di emergere, alla luce del sole.

Sono tra le pagine più belle del libro quelle che lasciano trapelare lo stupore per il comportamento di alcuni compagni, l’amore per la vita, la speranza, il desiderio della primavera, il sentimento che si prova dietro le sbarre nel sentire improvvisamente il suono di una voce femminile, il cinguettio di un uccello. Tutto ciò, di colpo, viene a spazzare il piombo uniforme dell’oppressione carceraria, ma anche a dare spazio all’uomo reale, concreto, che pretende imporre i suoi bisogni fisici, la sua forma di vita, la sua ricerca della gioia, anche all’interno della più oscura delle prigioni, e anche all’interno di uno schematico modello d’intervento rivoluzionario.

La sofferenza tra queste realtà è vivacissima in Berkman, e costituisce una costante delle sue riflessioni, sia sul gesto in se stesso che sul comportamento del movimento in generale, costante che oggi ritorna di grande interesse, anche al di là della problematica del carcere.

Enorme la disillusione di fronte alla condanna del suo gesto da parte di Most. In effetti, le motivazioni di condanna che il vecchio agitatore aveva indicato erano quanto mai discutibili, riguardando i danni presunti che il gesto arrecava alla crescita del movimento anarchico negli Stati Uniti, ed in particolare alla corrente di lingua tedesca, mentre dimenticava o non trovava modo di affrontare i limiti e il significato del gesto nel suo senso più intrinseco.

Berkman restò molto colpito, da questa condanna. Egli scrive: «Come si spiega un simile cambiamento in Most? Abiurare tutto il suo passato, il suo glorioso passato! Ne è sempre stato così fiero, come anche del suo estremismo rivoluzionario. Qualche ragione tremenda deve esserci dietro quest’abiura. Non c’è nulla di simile nella storia dell’anarchismo. Ma che cosa può essere?... Forse... è mai possibile? Un vigliacco? Quell’esperienza di carcere ha influenzato il suo atteggiamento attuale? È tremendo pensarci. Most... un vigliacco? Lui che ha dedicato tutta la vita alla Causa, che ha sacrificato il seggio al Reichstag per onestà intransigente, che è rimasto in prima linea per tutta la vita, affrontando rischio e pericolo... lui, un vigliacco?». (Ib., pp. 57-58).

La disperazione nel sentirsi abbandonato, nel momento cruciale della propria vita, dall’uomo che gli era servito da simbolo fino al giorno del suo gesto vendicatore, si somma alla disperazione del sentirsi solo, lontano da tutti, staccato con violenza dai bisogni essenziali della vita.

«La tortura del “cesto” mi fa impazzire; l’oscurità permanente mi rende cieco. Quasi non mi arriva né aria né luce attraverso la reticella a maglie fitte che ricopre la porta sbarrata. La puzza è soffocante; mi afferra la gola con una stretta mortale. Le pareti mi circondano; mi stringono ogni giorno di più, finché la cella sembra contrarsi e mi sento schiacciato nella bara di pietra. Da ogni parte le pareti bianche mi occhieggiano, ostinate, inesorabili, fiduciosamente assaporando la loro preda. Lo sconforto cresce un giorno dopo l’altro; la mano della disperazione diviene sempre più pesante. Di notte lo stridere di una cornacchia sul fiume fa eco sinistra al corvo che è vigile nel mio cuore. Le finestre nella galleria tremano e vibrano sotto il vento furioso. Lugubri e desolate trascorrono le giornate – un altro giorno, poi un altro... Debole e apatico giaccio sul letto». (Ib., pp. 136-137).

Dal conflitto tra la forma tradizionale della militanza attiva e la lenta e penosa presa di coscienza della presenza umana all’interno del militante astrattamente considerato, presa di coscienza che in Berkman è scandita dalla sua esperienza di recluso, emerge tutta questa serie di contraddizioni che sono interessanti per tutti i compagni che si pongono, oggi, il problema della lotta rivoluzionaria.

Certo, è abbastanza facile venirsene fuori con la moneta corrente della condanna dell’impegno, affermare – con un sorriso di compiacimento – che il povero Berkman era vittima delle illusioni del suo tempo e che la tremenda esperienza da lui vissuta non ha poi gran senso oggi, per noi, che sappiamo tante cose e siamo rimasti orfani di Maggio. Ciò non farebbe che spostare il problema, facendoci chiudere gli occhi davanti alla realtà.

Il segnale d’allarme che ci ha messo tutti sull’avviso non è stato qualcosa proveniente dal regno astratto delle valutazioni morali, quanto qualcosa che, in un modo o nell’altro, aveva a che fare con la gestione del potere.

La globalizzazione dell’impegno finiva per costruire militanti “professionisti” cinicamente capaci solo di ragionare in termini “politici”, in loro l’uccisione dell’uomo era forse avvenuta per motivi di razionalizzazione del risultato ma finiva sistematicamente per produrre deformazioni di potere. Quel tipo di militante non poteva fare a meno di essere pretenzioso, di chiedere un prezzo altissimo per i propri sacrifici, per quello che aveva lasciato, per quello che aveva fatto e continuava a fare per la rivoluzione. E questa ricompensa finiva per tradursi sempre in forme di potere. Spesso forme talmente rarefatte di potere da sembrare assurde, ma non per questo meno pericolose.

Una ulteriore mistificazione è intervenuta, in questi ultimi tempi, con la mercificazione del discorso sui rapporti tra personale e politico, pretendendo fare accedere la prima parte di questo (preteso) binomio all’interno della seconda parte e qualificando questa seconda parte solo quando la prima parte finiva per trovarsi a proprio agio, cosa che quasi sempre assumeva il significato di scarico di tutte le frustrazioni personali all’interno delle dimensioni specifiche del cosiddetto “lavoro politico”. Un casino da non dire.

Mi sembra più corretto riproporre il problema in termini di potere e di contraddizioni specifiche alle strutture di potere. Se il disimpegno è il segno definito della frustrazione derivante dal mancato incasso della sperata retribuzione, allora è soltanto un modo di camuffare un proprio fallimento politico (nel senso di gestione del potere) mischiandoci dentro le questioni personali allo scopo di darsene una giustificazione per sopravvivere e per fare sopravvivere la propria immagine davanti agli altri.

Se invece si presenta come duplicazione dell’impegno, continuazione della lotta con le stesse armi o con armi diverse, anche all’interno della costellazione uomo, perché finalmente si è scoperto che tra questa dimensione e la dimensione politica non c’è altra differenza che la mascheratura ideologica fornita dal capitale, allora il termine “disimpegno” è mistificatorio e andrebbe chiarito meglio.

A prescindere da ogni altra valutazione resta il fatto che il capitale continua nella sua opera di sollecitazione del consenso. Questo lo possiamo avvertire non solo accettando i termini di sopravvivenza approntati dalla struttura produttiva, ma anche rifiutandoli apparentemente in forma ideologizzata, pretendendo di risolvere separatamente i nostri problemi personali spacciandoli per politici ma mantenendoli accuratamente separati da quei problemi che politici sono veramente perché, in primo luogo, sono problemi personali.

Lentamente cominciamo a vederci più chiaro e a potere apprestare i primi strumenti di difesa. Se la figura del vecchio militante neocristiano è tramontata, portandosi dietro tutte quelle pretese di retribuzione (in un modo o nell’altro) che lo conducevano fatalmente nell’area del gioco del potere, purtroppo non si è ancora chiaramente delineata la figura del nuovo militante. Che le difficoltà di questi anni di lotta possano darci un’indicazione in questo senso. Sarebbe di già un grosso risultato.


[Introduzione ad A. Berkman, Un anarchico in prigione, tr. it., Catania 1978, pp. 7-12]

Il delinquente

Uno dei compagni della redazione di “Anarchismo” mi portò agli inizi del 1977 uno scritto di Piero Cavallero sul carcere, accompagnandolo con un’analisi delle lotte contro la criminalizzazione in corso, in quegli anni, contro il movimento rivoluzionario nel suo insieme.

Il compagno era stato a lungo nel carcere di San Vittore con Cavallero, nella stessa cella, ed aveva discusso con lui molti aspetti della figura sociale e “politica” del cosiddetto delinquente.

Le idee di Cavallero non erano, all’epoca, molto comuni, anzi costituivano un’eccezione nell’ambito delle considerazioni correnti sull’argomento.

Prima di pubblicare i due testi, quello del compagno della redazione e quello di Cavallero, approfondimmo alcune implicazioni che la lucidità di oggi [1998] potrà anche considerare banali, ma all’epoca non era così.

Già la posizione di partenza contro la funzione riduttiva della scelta leninista, finiva per essere un’indicazione di considerevole valore, specialmente tenendo conto che l’analisi teorica risaliva al 1969 e non era stata buttata giù nel 1977.

La pregiudiziale della “coscienza politica” come condizione per discutere con i detenuti in termini pratici di che cosa fare nelle carceri, di come organizzare le lotte, di come analizzare la struttura di potere che a monte regola il funzionamento repressivo nelle istituzioni totali, era un ostacolo non facilmente superabile.

Come il nostro compagno aveva avuto modo di sperimentare direttamente nelle discussioni con Cavallero, quest’ultimo aveva delle idee chiare a partire dal 1969.

«Il movimento rivoluzionario nelle carceri nasce verso il 1969 (quando i detenuti detti politici cominciarono a transitare) riuscendo subito ad annullare la pratica clientelare dei ruffiani delle direzioni che si concretizzava nella stesura di suppliche e “cahiers de doleances”; non riesce però a superare i limiti angusti della concezione classica (che è meglio definire paleolitica) secondo cui i detenuti sono sottoproletari che debbono riscattarsi da una condizione di dannazione con l’acquisizione della coscienza politica (sic!) somministrata loro dall’esterno dagli ultimi naufraghi leninisti. Il movimento nella sua praxis ha espresso ben altra radicalità (distruzione dei laboratori, della cappella, del Centro di Osservazione Criminologica a San Vittore nel 1969, ecc.) di quella che ci si attenderebbe basando il giudizio sui suoi arcaismi ideologici.

«Questo movimento non ha ancora la coscienza di ciò che è. Noi vogliamo rendergliela affinché non ci sia più scarto e discontinuità tra prassi e posizioni teoriche, ma unità teorico-pratica, quindi una nuova dimensione della radicalità».

Il “delinquente” trova così una prima definizione nell’analisi di Cavallero. Un uomo che ha rotto con la società, proponendosi una vita diversa, anche se in maniera confusa e spesso fortemente condizionata dalle condizioni di esistenza prevalenti. In ogni caso questa è una scelta di vita che nega la realtà controllata e retta dalle norme dominanti.

«Aspettarsi dall’esterno (delle carceri, del movimento interno, di sé, ecc.) la coscienza, ha reso possibile ai gruppuscoli paleoleninisti di far credere di aver trasformato il carcere in un nuovo settore di lotta – quando invece era già in lotta da due anni! – e, una volta fallita questa mistificazione menzognera, si sono dedicati explicitas verbis al proselitismo, ossia al tentativo di trasformare in delegati interni dell’organizzazione i compagni detenuti, in definitiva quindi, proporsi come avanguardia dirigente.

«Siccome i detenuti nella loro lotta, la quale è negazione totale della realtà imposta in quanto rivendicazione ad una vita nuova, non sono dirigibili, perché vanno ben oltre le rivendicazioni bassamente politiche dei gruppuscoli che stanno al di qua della critica del bugliolo, gli apprendisti stregoni neoaspiranti alla dirigenza (anche se non sono mai stati in galera, neppure per guida senza patente) hanno fallito perché non c’è nessuno che vuol essere diretto».

Si può non essere d’accordo con quest’analisi e considerarla troppo ristretta per un problema tanto ampio e di difficile comprensione, anche perché non tiene conto del rancore dei singoli, dell’odio e dello spirito di vendetta.

Oggi sappiamo molto di più sulle forze che concorrono alla formazione delle minoranze avulse, degli esclusi che combattono per trovare spazio in una società che li vuole sempre più ristretti negli ambiti dei ghetti di riproduzione e consumo.

In ogni caso è vero che non si possono racchiudere le istanze di desiderio e di diversità che il “delinquente” porta dentro di sé in termini di organizzazione delle lotte rivendicative per l’abolizione del bugliolo.

Gli scioperi in carcere sono una scuola di autorganizzazione o sono solo un modo per fare passare il tempo, per spegnere gli istinti di rivolta e quindi, in ultima analisi, tornano utili all’istituzione totale.

Anche l’analisi prettamente marxista del delinquente come produttore di plusvalore potrebbe essere discutibile, se non altro nei termini in cui venne sviluppata a partire dal 1969 nelle carceri e nello stesso dibattito fra il nostro compagno e Cavallero.

Ma non è lo schematismo che qui interessa sottolineare, dal quale schematismo è molto facile, specialmente oggi, prendere le distanze. L’ho fatto in tantissime occasioni e non mi interessa ripetere qui i discorsi sui limiti del metodo dialettico e sul concetto di “superamento”. Il lettore di oggi è di certo in grado di provvedere in proprio a queste considerazioni.

«Così come l’operaio è produttore di plusvalore, di capitale, così il “delinquente” produce poliziotti, giurisprudenza, giudici, spie, boia, ecc. (cfr. Marx); sono due modi distinti e complementari di contribuire alla preservazione delle condizioni esistenti, perché sono due ruoli, due funzioni previste dal capitale e quindi perfettamente funzionali alla sua logica d’esistenza.

«Non si tratta perciò di passare “dall’operaismo” ad una sorta di “delinquentismo” o di “illegalismo”, ma di aver ben netta la coscienza che ogni modo di sopravvivenza in cui il capitale cerca di ruolificare l’esistenza umana è tempo di riproduzione del capitale stesso (per esempio la puttana è indispensabile per la conservazione della famiglia patriarcale, della monogamia, della morale cristiana, ecc.) e che di conseguenza, ogni ruolo deve essere sottoposto a critica teorico-pratica per arrivare al superamento del campionario di modelli comportamentali che hanno per matrice il capitale.

«Bisogna arrivare attraverso un processo dialettico vissuto (e non soltanto “pensato”) alla ricomposizione della propria unità organica, della propria soggettività liberatasi dalla disumanizzazione imposta, per percepirsi e porsi nella dimensione del rivoluzionario che vive, e riproduce, il processo rivoluzionario, che trasforma se stesso nel mentre trasforma la realtà sociale. Quando noi si dice: “Bisogna criminalizzare gli operai, e proletarizzare i criminali”, sottintendiamo tutto questo processo».

La concezione di “centro” è sempre pericolosa. Nel 1977, dopo diversi anni di lotte sociali nelle carceri e nella società non si era ancora aperta con sufficiente forza una breccia in questa dolorosa concezione.

Gli stessi anarchici, che in teoria criticavano a fondo la concezione sociale di “punto di forza”, nella pratica delle lotte, rivendicative o meno, erano inglobati nell’ottica sindacale, però capace di impiegare a volte metodologie diverse dal semplice sciopero.

Non c’è dubbio che la storia di questi ultimi vent’anni di vita carceraria sia stata contrassegnata dalla presenza di “detenuti politici” che con la loro presenza hanno contribuito a determinare un movimento di lotta all’interno delle carceri, ma non c’è nemmeno dubbio che questo movimento ha avuto esso stesso la propria spinta all’autorganizzazione schiacciata dalle scelte dirigiste degli appartenenti alle cosiddette organizzazioni storiche della lotta armata.

Cavallero, e il nostro compagno che, sia pure con alcune divergenze, ne condivideva le riflessioni, pur accettando questa idea di un punto di forza nelle lotte sociali costituito dal “delinquente”, non arriva ad accettare la tesi della irregimentazione del “delinquente” nello statuto politico delle organizzazioni agenti sul tessuto carcerario.

«Il “delinquente” è al centro di un conflitto acuto, lacerante, tra soggettività che tende all’affermazione, all’autoliberazione e tutto il resto del mondo. Ogni reato del delinquente è un attentato alle leggi del capitale, alla sua esistenza, perché non solo rifiuta il dogma basilare – l’ideologia del lavoro – ma si spinge sino all’insurrezione aperta, all’esproprio, alla confisca, ecc.

«Nei momenti di ristagno della lotta di classe è – senza ombra di dubbio – la parte più avanzata dello scontro. Non sempre però l’impiego di strumenti formalmente rivoluzionari sottintende finalità rivoluzionarie, sovente si è in presenza di aspiranti ad una porzione di capitale da valorizzare restituendola al ciclo della circolazione.

«Quindi: illegalismo non è ancora prassi rivoluzionaria. Tuttavia è possibile sostenere che il delinquente è più vicino ad essere rivoluzionario di chiunque altro, perché si situa nel campo di chi già in modo attivo (e non solo “politicamente”, o “culturalmente”, in definitiva “ideologicamente”) rifiuta l’esistente e le sue regole; perché escluso dalla produzione e dal consumo, esige-pretende tutto. In questa rivendicazione totale possono ritrovarsi i moderni rivoluzionari».

Difatti, più avanti mitiga la tesi della “centralità” e passa a quella della “accelerazione” della trasformazione sociale, all’interno della quale il “delinquente” può svolgere un ruolo attivo.

«Il “delinquente” con la sua critica pratica, risulta essere un fattore di accelerazione della crisi sociale, ed attenta non solo alle istituzioni ufficiali del capitale ma anche a quelle “ufficiose”, quali la malavita professionalizzata, la mafia, ecc.

«Queste si modellano sull’immagine del potere (gerarchia, proprie leggi, propri codici morali, stessa finalità del potere – l’accumulazione forzata), di cui sono un braccio armato ombra, che patteggiano e contrattano concessioni e campi di libero intervento.

«Costoro sono nemici allo stesso titolo dei corpi repressivi, e avversano con tutte le loro forze la figura sociale del nuovo “delinquente”, cioè del proletario emarginato dalla produzione, quindi dal reddito fisso e garantito, ecc.».

Che il “delinquente” svolga di per sé, in quanto figura sociale, un ruolo contro il lavoro è una conseguenza delle sue scelte di vita, ma anche un effetto necessario e determinato della sua funzione produttiva sociale.

Forse oggi abbiamo le idee più chiare sul concetto di “lavoro”, di quelle che poteva avere Cavallero nel 1969-1972, epoca in cui si colloca questo dibattito sviluppatasi nel carcere di S. Vittore a Milano.

La distruzione del lavoro implica un concetto radicale di sovvertimento della società. Ma in questa direzione è la società stessa che ha svolto passi impensabili nel 1969-1972. Il mondo del lavoro ha perso la struttura ferreamente disciplinata che aveva una volta, l’epoca della misurazione dei tempi e delle catene di montaggio è finita.

L’omogeneità del mondo operaio si è disintegrata, e con questo anche la sua centralità. Oggi il capitale ha smantellato la sua inadatta formazione produttiva. Propone variabilità di mansioni, di tempi, di decisioni, sostituibilità, malleabilità di progetti e di idee, rallentamenti dei tempi produttivi.

Molti “delinquenti” che ieri inorridivano di fronte alla disciplina militare dei tempi produttivi, oggi potrebbero trovare “allegro” il lavoro, perfino avventurosamente diverso, forse solo scarsamente remunerativo.

E qui, a legare il “delinquente” di Cavallero alla sovversione resterebbe solo la parte dei suoi desideri, quella meno “politica” per intenderci, ma non per questo dimentica nelle considerazioni di cui sto discutendo.

«Il “delinquente” è la critica vivente oltre che dell’ideologia del lavoro, anche della merce, del valore di scambio, della sacralità delle istituzioni repressive, ecc. Con la sua azione devalorizza il denaro, discredita il concetto di prestazione e di compenso, riscopre – a volte – il valore d’uso, ecc.

«Cosa manca al “delinquente” per essere un rivoluzionario? Rifiutare le false aspirazioni che il capitale gli impone (soprattutto il mito del consumo), smettere di percepire come colpa l’aver rifiutato il lavoro, rinunciare ad impossibili ritorni all’indietro verso impossibili reintegrazioni nel tessuto sociale borghese».

Quindi distruzione del carcere, distruzione del lavoro. I due concetti sono concatenati, e Cavallero lo capisce in tempi di gran lunga non sospetti.

Il carcere è la brutale e diretta espressione del potere, quello che del potere è visibile a occhio nudo, senza fare troppi sforzi di immaginazione. Restando in piedi una traccia di carcere, anche latente nelle singole coscienze degli uomini, il potere ha sempre la possibilità di rinascere a nuova vita, forse modificato e alleggerito, ma sempre dominante e repressivo.

Non esiste altra natura del potere se non quella così radicalmente espressa nella concezione carceraria, nella sua logica che obbliga corpi umani a stare rinchiusi nella quasi totale dimenticanza della propria bellezza e della propria forza.

«Chiunque non si pronuncia esplicitamente per la distruzione del carcere e della società che lo produce perché gli necessita, è un controrivoluzionario.

«Chiunque non afferma a chiare lettere che il movimento rivoluzionario trova la sua espressione lungo la linea del fronte per l’abolizione dei codici e dei penitenziari, è un ciarlatano, oppure un riformista (parte più avanzata e mistificata della reazione), e finisce per tentare di castrare il movimento dei detenuti confinandolo sulle sabbie mobili della semplice abolizione del bugliolo, dell’abolizione cioè di tutte le eredità medioevali dell’organizzazione penitenziaria, alla fine: umanizzazione della pena ed “europeizzazione” (in senso nordico-socialdemocratico) delle carceri italiane.

«In sostanza: “... razionalizzazione dell’istituto derivante da una lotta esclusivamente sui contenuti anacronistici e medievali che le istituzioni estrinsecano... lottando su questa linea si metterebbe in forse solamente la validità strutturale, quantitativa e non qualitativa delle istituzioni totali, che comporterebbe un consenso implicito alla validità della loro essenza ed esistenza... ”.

«Non ci interessa perfezionare le modalità per la comminazione della pena (Riforma codice) non vogliamo “modernizzare” i tempi e i luoghi della sua espiazione (Riforma carceri). Su questa linea si ritrovano tutti: da quel cretino di Giorgio Bocca a Berlinguer, da Lotta Continua ai Socialisti».

Sistemare le cose, aggiustarle con la logica perbenista dei benpensanti è terribile decisione, non diversa dalle buone intenzioni che accompagnarono l’ideologia ortopedica di coloro che fondarono le carceri moderne sulla concezione che l’uomo che ha sbagliato può modificarsi e, redento, tornare a vivere in società.

Il concetto di “errore”, visto in questo modo, non si discosta da quello di “malattia”, vista quest’ultima come “errore della natura”, quindi da curare. E l’errore del “delinquente” essendo stato quello di cercare una riappropriazione nei riguardi della società che sa come difendersi, e in modo occhiuto, non può correggersi che con il ricorso all’ortopedia dell’animo umano, la psichiatria.

«Fra i riformisti-più-estremisti, c’è addirittura chi preconizza l’impiego su larga scala della psicologia e della psichiatria, e quindi caldeggia la sostituzione dei secondini con psicologi e assistenti sociali (come se non fossero poi la stessa cosa! come se bastasse cambiare nome e divise ai funzionari per mutarne funzione ed essenza!).

«A costoro han già risposto i detenuti che nel 1969 devastarono il Coc di San Vittore. La psichiatria e affini, sono l’estremo tentativo del capitale di anestetizzare e recuperare situazioni di conflittualità – quindi scontro di classe – che si manifestano sempre più nella vita quotidiana di ognuno.

«Il compito degli psicologi è del tutto antitetico a quello dei rivoluzionari, questi creano contraddizioni, loro si adoperano per risolverle, i primi acuiscono la frizione tra soggetto e istituzione – per eliminare le istituzioni – i secondi reprimono la soggettività – privandola di ogni peculiarità per appiattirla, renderla anonima, inoffensiva – per salvare l’istituzione, da cui sono pagati.

«Costoro tentano di ricondurre alla riaccettazione della norma sociale, e di “riadattare” (eufemismo che sta per reprimere, obbligare) a modelli di comportamento funzionali all’agonia del capitale. Non sappiamo che cazzo farcene di queste SS in camice bianco che ripropongono la terapia di Auschwitz: il lavoro!».

La chiarezza nei riguardi del poliziotto è essenziale non solo in carcere, non solo per il “delinquente” di cui parla Cavallero, ma per ogni uomo che non ha perso la propria dignità.

Purtroppo i carcerati di oggi stanno perdendo la loro identità di carcerati, e di tempo ne è passato parecchio dall’epoca in cui Cavallero rifletteva su questi problemi nel carcere di S. Vittore. I carcerati stanno accettando cambiamenti permissivi e possibilisti che non hanno sbocchi se non nell’accettazione della struttura istituzionale, la quale, a sua volta, sta cambiando proponendosi come “comunità chiusa”, quindi con collegamenti continui e paraistituzionali con la società.

Esatta la conclusione a cui arriva Cavallero, anche oggi pienamente condivisibile.

«Qual è la funzione dei gruppi che intervengono sui detenuti? Il Gip – equivalente francese dei gruppi italiani che intervengono nelle carceri – ha avuto il coraggio di ammettere che il sistema permette loro di agire perché chiede “aiuto e complicità, senza tenere conto dei loro interessi e della loro ideologia”. Questi gruppi hanno il compito di canalizzare la ribellione verso forme pulite, “razionali”, politiche ossia sindacali, senza violenze, ecc. Potrebbero riuscire laddove falliscono secondini e Coc: recuperare il “delinquente” ad un ruolo ancora accettabile per il sistema: il militante politico. Cioè trasformare la ribellione in linguaggio morto, in simulazione dello scontro reale, in diplomazia e “azione” modulata su schemi previsti, tollerati perché inoffensivi. Il pericolo di quanto detto è molto meno ipotetico di quel che si possa pensare. Basti sapere che a Firenze, nel mese di giugno, nella sede di “Servire il popolo” è stato tenuto a battesimo un sedicente sindacato dei detenuti (Aided) che si prefigge come scopo precipuo il “… reinserimento dell’ex detenuto nella vita civile”. Come si vede Mao dà la mano alle dame di San Vincenzo».


[I testi di Piero Cavallero e l’intervento del nostro compagno sono stati pubblicati con l’indicazione: “Alcuni compagni detenuti e non detenuti” e col titolo: “Confronto sulle origini delle lotte contro la criminalizzazione”, su “Anarchismo” n. 14, marzo-aprile 1977, pp. 99-102].

Il rifiuto delle armi

Nell’antimilitarismo è implicito il “rifiuto” delle armi. Ma si tratta di un concetto che è dato per scontato e che non è stato quasi mai approfondito.

L’arma in quanto oggetto preciso è certamente lo strumento fondamentale su cui si fonda non solo la struttura militare in quanto organizzazione (la quale non avrebbe senso se fosse disarmata), ma anche la mentalità militare (la quale dall’arma deriva una serie di deformazioni autoritarie).

Ed anche questo è giusto. Gli eserciti sono sempre stati armati e da questo stato di fatto hanno tratto una particolare forma di organizzazione, che è quella gerarchica, dove la scala dei comandi è ben fissata e rigida e ciò proprio perché l’impiego delle armi è – o almeno si crede che sia – rigido e sottoponibile a regole precise. Lo stesso per la mentalità. L’uomo “armato” si sente diverso, più aggressivo, supera con maggiore facilità (apparentemente) le frustrazioni che ognuno si porta dietro e quindi finisce per diventare prepotente e vigliacco nello stesso tempo.

Ma il militarismo non può fare un uso “ottimale”, a suo giudizio, delle armi. Deve inserire questo possibile uso in una logica complessiva, di natura politica e sociale, che corrisponde ad un equilibrio instabile sia interno che internazionale. In un’epoca come quella in cui viviamo, in Italia, per restare più vicini a problemi di natura immediata, non è concepibile un impiego esclusivamente “militarista” delle armi. Ciò porta i detentori degli armamenti, i loro mandanti e i produttori di armi, allo sviluppo dell’ideologia difensiva, attraverso cui coprire non solo l’impiego delle armi, ma anche la loro produzione e il loro sempre più pericoloso perfezionamento.

Ora, se l’antimilitarismo deve limitarsi a semplici dichiarazioni di principio, allora il rifiuto delle armi deve intendersi in modo solo simbolico, cioè cosa l’arma significa in astratto, in quanto simbolo di distruzione e di morte. Se invece, questo antimilitarismo deve andare avanti, nel concreto, costruendo i possibili percorsi della liberazione in senso materiale, allora non può limitarsi al rifiuto simbolico delle armi, deve approfondire il problema.

In effetti, l’arma, in quanto oggetto, riceve valutazioni differenti a seconda del punto di vista da cui la si considera. Ciò vale per tutte le cose e le armi non fanno eccezione. Non si tratta di una considerazione relativista, ma di semplici princìpi materialisti. Non esiste quindi l’arma, in quanto oggetto inerte, ma esiste l’arma in azione, cioè impiegata (o in attesa di essere impiegata) in una data prospettiva. Se si riflette, ciò accade per tutte le cose. Noi le immaginiamo staccate dal loro contesto storico e materiale, in quanto cose astrattamente prese, ma, in realtà, se così fosse esse sarebbero senza significato, ridotte all’impotenza alla quale le vorremmo condurre noi. In sostanza, però, le cose sono sempre “cose in azione”. Dietro le cose c’è sempre l’uomo, l’uomo che agisce, che progetta, che impiega mezzi per raggiungere fini.

Quindi, l’arma astratta (in quanto oggetto isolato), non esiste. Esiste però l’arma che il militarista inserisce nel suo fare, e quest’arma riceve una investitura specifica, essa è lo strumento di “difesa della patria”, di “mantenimento dell’ordine”, di “distruzione dell’infedele”, di “conquista di spazi vitali”, ecc. Il militarista è quindi in possesso di un corredo vastissimo di ideologie, o modelli di valore, con cui agisce impiegando l’arma. Egli, sparando, si sente, di volta in volta, difensore della patria, costruttore dell’ordine sociale, distruttore di infedeli, ingegnere di nuovi spazi sociali, ecc. Più ottuso è il suo ruolo di semplice esecutore, più egli è in balia dei facitori di ideologie, dei dominatori del capitale e della politica, più l’arma in suo possesso si solidifica in strumento cieco di oppressione e di morte. Anche se dovesse deporla, quest’arma resterebbe sempre lì, oggetto inserito in un quadro generale che lo qualifica sempre come oggetto di morte.

Ora, se il progetto è diverso, se il contenuto dell’azione è diverso, l’arma muta significato. In quanto mezzo non sarà mai assolto dalla sua limitatezza d’oggetto con cui diventa possibile procurare danni e distruzioni con una certa facilità (che poi sarebbe questa la distinzione tra gli oggetti “arma” e gli altri oggetti che, in gran numero, possono diventare all’occorrenza “arma” anche loro). Non si vuole qui dire che il fine – la liberazione, la rivoluzione, l’anarchia, o qualsiasi altro sogno libertario ed egualitario – possa assolvere e giustificare il mezzo però può trasformarlo di quel tanto che a noi interessa, cioè farlo diventare un “oggetto in azione” diverso. Ed è questo oggetto in azione diverso che entra a far parte della lotta antimilitarista, anche restando “arma” a tutti gli effetti, cioè restando oggetto che produce morte e distruzione con relativa facilità.

Nel progetto di liberazione, dietro l’arma ci sta la spinta a liberarsi dai dominatori, a far loro pagare il male fatto e che stanno facendo, ci sta l’odio di classe, della classe sfruttata contro gli sfruttatori, ci sta la differenza concreta e materiale di chi soffre continuamente nella propria dignità offesa e vuole distruggere gli offensori.

Tutto ciò è radicalmente diverso da tutte le chiacchiere ideologiche sulla difesa della patria e dell’ordine.


[Pubblicato su “Provocazione” n. 10, gennaio 1988, p. 7]

La frattura morale

Che un’azione sia considerata “giusta” non è elemento sufficiente di giudizio perché venga posta in atto, eseguita. Perché ciò avvenga occorrono altri elementi, alcuni dei quali, come la considerazione morale di fondo, sono del tutto estranei alla obiettiva fondatezza e “giustezza” dell’azione stessa.

Ciò è visibile nelle difficoltà che tutti i compagni riscontrano nel momento in cui si trovano ad intraprendere azioni che a lume della sola luce logica sembrano ineccepibili.

Si tratta, come cercherò di dimostrare qui, di un ostacolo morale che bisogna superare, un ostacolo che porta diritto alla creazione di una vera e propria “frattura” morale, con conseguenze non sempre facili a prevedere.

Sosteniamo da tempo, insieme a molti altri compagni, l’inutilità delle grandi manifestazioni di massa, pacifiche e dimostrative. Al loro posto, ed a fianco di manifestazioni, anch’esse di massa, ma organizzate in modo insurrezionale, propugniamo la possibilità (anzi, la necessità), di piccole azioni distruttive, d’attacco diretto contro le strutture del capitale responsabili dell’attuale situazione di sfruttamento e di genocidio a livello mondiale.

Mettendo da parte ogni discussione di metodo e di valutazione politica, mi pare utile riflettere un poco sulla diversa disposizione personale nei riguardi di queste azioni.

In fondo, in ognuno di noi, per quanti approfondimenti teorici si siano potuti fare, restano vivi alcuni fantasmi: la proprietà altrui è uno di questi. Altri potrebbero essere la vita degli altri, Dio, la civiltà dei comportamenti, il sesso, la tolleranza per le altrui opinioni, e via discorrendo. Siamo, per limitarci al nostro assunto, tutti d’accordo contro la proprietà, però, nel momento in cui allunghiamo una mano per attaccarla, dentro di noi scatta un segnale d’allarme. Secoli di condizionamento morale agiscono a nostra insaputa e scatenano due reazioni, eguali e contrarie. Da un lato, il brivido del vietato, che porta tanti compagni ai dissennati furtarelli spesso al di là del bisogno immediato e inevitabile; dall’altro, il disagio per un comportamento “immorale”. Mettendo da parte il brivido, che non mi interessa e che lascio volentieri a coloro che di queste cose si dilettano, voglio insistere sul “disagio”.

Il fatto è che siamo stati ridotti tutti allo stato di animali da “branco”. Non è qui il caso di fare citazioni e non accetto alcun progenitore in modo assoluto. La cosa è evidente. La morale che tutti (“tutti”, quindi anche coloro che la negano in modo teorico e poi trovano alibi d’ogni genere per non trasformare in pratica questa negazione) condividiamo è quella “altruista”, perbenista nei comportamenti, tollerante nei rapporti, egualitaria e livellatrice nelle utopie. E i territori di questa morale sono ancora tutti da scoprire. Quanti sono i compagni che superbamente dichiarano di averne visitato alcuni e che poi arretrerebbero inorriditi davanti al seno della propria sorella? Forse molti, certo non pochi.

E siamo sempre prigionieri di un’idea di schiavitù, quella morale per l’appunto, quando giustifichiamo davanti a noi stessi (e davanti al tribunale della storia) il nostro attacco contro la proprietà privata, affermando che gli espropriatori vanno espropriati. In questo modo, riaffermiamo la validità “eterna” della morale dei nostri precedenti padroni, rimettendo ai posteri il compito di giudicare se si possano o meno considerare espropriatori coloro nelle cui mani abbiamo rimesso quanto da noi personalmente espropriato.

Di giustificazione in giustificazione ricostruiamo la chiesa, quasi senza accorgercene. Ho detto “quasi”, perché in fondo ce ne accorgiamo, ma ne abbiamo paura.

Se togliamo agli altri la proprietà questo fatto ha un significato sociale, cioè costituisce una ribellione e, proprio per questo, i detentori della proprietà che così vengono attaccati devono essere rappresentanti della classe che detiene la proprietà e non semplici detentori di qualcosa. Non siamo esteti dell’atto nichilista, per i quali andrebbe bene anche togliere le elemosine dal piatto del povero perché anche quella “è” proprietà. Ma l’atto dell’espropriazione ha un suo significato proprio nella collocazione di classe, non nel comportamento “scorretto” che colui che intendiamo espropriare ha tenuto in passato. In caso contrario, dovremmo escludere dalla legittimità di un esproprio un capitalista che paga i suoi dipendenti secondo le tariffe sindacali e non fa loro mancare quant’altro previsto dalla legge, oltre a non vendere a prezzi esosi e a non prestare ad usura. Perché mai dovremmo occuparci di queste cose?

Lo stesso problema sorge quando parliamo di atti “distruttivi”. Molti compagni non si danno pace. Ma perché questi atti? Cosa si conclude? Che validità hanno? Non arrecano utile a noi e sono solo di danno agli altri.

Attaccando, ad esempio, tanto per amore di discussione, un’impresa che fornisce armi al Sud Africa o finanzia il regime razzista d’Israele o progetta impianti nucleari o fabbrica apparecchiature elettroniche che poi servono per meglio indirizzare le armi tradizionali, e tante altre attività del genere, non si mette l’accento sulle responsabilità specifiche di chi si sta attaccando, quanto sulla sua collocazione di classe. Le responsabilità specifiche sono elemento di giudizio per la scelta strategica e politica, la collocazione di classe è il solo elemento di giudizio per la scelta etica. In questo modo si può fare un poco di chiarezza. Il fondamento morale dell’azione sta tutto nella differenziazione di classe, nella diversa appartenenza a due componenti della società che non possono trovare commistioni od alleanze e la cui esistenza finirà con la distruzione dell’una o dell’altra. Il fondamento politico e strategico invece determina una serie di considerazioni che possono anche essere contraddittorie. Tutte le obiezioni sopra elencate sono ovviamente riconducibili a questo secondo aspetto e non riguardano il fondamento morale.

Però, senza che ce ne accorgiamo, è proprio nel terreno della decisione morale che molti di noi trovano ostacoli. In fondo, la manifestazione di massa, pacifica (o quasi), comunque semplicemente dichiarativa d’intenti “contro”, era un’altra cosa. Anche gli scontri violentissimi con la polizia erano un’altra cosa. C’era una realtà intermedia, tra noi e la cosa “nemica”, una realtà che ci consentiva di salvare il nostro alibi morale. Ci sentivamo sicuri di essere nel “giusto”, anche quando assumevamo – nell’ambito del dissenso democratico – posizioni non condivise dalla gran massa dei manifestanti. Anche quando rompevamo qualche vetrina, le cose restavano sempre in modo tale che potevamo accomodarle.

Affrontando direttamente l’attacco, noi, da soli, o con altri compagni i quali non potranno mai darci alcuna “copertura” psicologica del genere di quella che ricevevamo tanto facilmente all’interno della “massa”, le cose sono diverse. Qui siamo noi, singoli, a decidere il nostro attacco contro l’istituzione. Non abbiamo mediatori, non abbiamo alibi, non abbiamo scuse. O attacchiamo o retrocediamo. O accettiamo fino in fondo la logica di classe dello scontro come contrapposizione irriducibile e senza soluzioni, o andiamo indietro verso i patteggiamenti, i distinguo, gl’imbrogli linguistici e morali.

Se allunghiamo la mano, intacchiamo la proprietà altrui – od altro, ma sempre di appartenenza del nemico di classe – dobbiamo assumerci tutte le responsabilità, senza potere trovare scuse in presunte condizioni della situazione collettiva nel suo insieme. Non possiamo, cioè, rinviare il giudizio morale, relativo alla necessità di attaccare e colpire il nemico, a quello che ne pensano gli altri i quali, tutti insieme, concorrono a determinare la “situazione collettiva”. Mi spiego meglio su questo punto. Non è che sono contrario al lavoro di massa, controinformativo e preparatorio, a quelle lotte intermedie che devono pur sempre esserci in condizioni di sfruttamento e di miseria. Sono contrario ad un’impostazione simbolica (esclusivamente simbolica) di queste lotte. Quindi, esse devono essere dirette ad ottenere risultati, sia pure parziali, ma concreti, immediati e visibili, però con la premessa di un impiego del metodo insurrezionale, cioè un metodo basato sul rifiuto della delega, sull’autonomia dell’intervento, sulla conflittualità permanente e sulle strutture autogestite di base. Quello che non condivido è l’insistenza di alcuni sulla necessità di fermarsi qui, quando non affermano di fermarsi prima, ad una semplice lotta di controinformazione e di denuncia, per altro orchestrata e ritmata sulle scadenze fornite dalla repressione. È possibile, anzi è necessario, fare qualcosa d’altro, e questo qualcosa, al momento attuale, in una fase di violenta e veloce ristrutturazione, mi sembra si possa individuare nell’attacco diretto, polverizzato, verso i piccoli obiettivi del nemico di classe, obiettivi che sono ben visibili nel territorio (e quando non sono visibili, il lavoro di controinformazione preventiva può renderli visibili con un minimo di sforzo).

Io non penso che ci possano essere compagni anarchici contrari a queste pratiche, almeno in linea di principio. Vi possono essere quelli (e vi sono) che si dicono contrari in base ad una considerazione generale della situazione sociale e politica, perché non vedono in essa uno sbocco costruttivo di massa, e questo posso capirlo. Ma non ci possono essere condanne a priori. Il fatto è che coloro i quali prendono le distanze da queste pratiche sono di gran lunga meno di coloro che, pur accettandole, non le mettono in atto. Come si spiega tutto ciò? Penso che possa spiegarsi proprio con questa “frattura morale” che l’oltrepassamento della soglia dell’altrui “diritto” comporta in molti compagni, come me e come tanti altri, educati fin da piccoli a ringraziare e a chiedere scusa ad ogni pie’ sospinto.

Spesso parliamo di liberazione degli istinti e – in verità, senza avere le idee chiare – parliamo anche di “vivere la propria vita” (argomento complesso che merita un approfondimento a parte). Parliamo anche di rifiuto degli ideali illusori trasmessici dalla borghesia nel suo momento vittorioso, almeno rifiuto nei termini contraffatti in cui quegli ideali ci sono stati imposti attraverso la morale corrente. Parliamo infine della soddisfazione reale dei nostri bisogni, che non sono soltanto i bisogni cosiddetti primari della semplice sopravvivenza fisica. Ebbene, penso che per tutto questo bel programma, le parole non bastino. Quando restavamo fermi sulle rive della vecchia concezione di classe, basata sul desiderio di “riappropriazione” di quanto ingiustamente ci era stato tolto (il prodotto del nostro lavoro), eravamo in grado di “parlare” bene (anche se poi razzolavamo male), di bisogni, di uguaglianza, di comunismo e finanche di anarchia. Oggi, che questa fase di semplice riappropriazione ci è stata lestamente modificata sotto gli occhi dallo stesso capitale, non possiamo fare ricorso alle medesime parole, ai medesimi concetti. Il tempo delle parole sta lentamente per finire. E ci accorgiamo ogni giorno di più di risultare tragicamente arretrati, di essere racchiusi in un ghetto di discorsi all’interno del quale ci soffermiamo a battibeccare su argomenti ormai privi di reale interesse rivoluzionario. E ciò mentre la gente viaggia velocemente verso altri significati ed altre prospettive, sornionamente sospinta dalle improbabili ma efficaci sollecitazioni del potere.

Il grande lavoro di liberare l’uomo nuovo dall’etica, questo peso enorme che venne a suo tempo costruito nei laboratori del capitale e contrabbandato fra le file degli sfruttati, questo lavoro non è praticamente nemmeno cominciato.


[Pubblicato su “Provocazione” n. 12, marzo 1988, p. 7].

Il fantasma di Ravachol

Il sant’uomo viveva in miseria. Un sacerdote all’antica, come ormai ce ne sono pochi. Buono, disponibile alle belle parole dirette ai quattro rimbambiti che la domenica vanno a messa nella piccola chiesa di Sant’Annunziata di Borgo Mondello nei pressi di Latina, nell’anno di grazia 1995.

Generoso in soldi non lo era proprio, ma da quelle parti la gente si arrangia, zappa qualche orticello, insomma, tira a campare. Così pensava, la gente, anche del suo parroco. Poveri loro, povero anche lui.

Ma qualcosa deve essere trapelato, qualcosa riguardo il non infimo gruzzolo che il sant’uomo nascondeva accuratamente nella canonica. E di notte qualcuno è andato a fargli visita.

Un malcristiano o più, le cronache non lo precisano. Ha preso il vecchio e dopo averlo imbavagliato lo ha legato al letto. Ha cercato dappertutto i soldi. Non li ha trovati.

Dopo aver messo a soqquadro la casa è andato via, simile nella notte al fantasma di Ravachol mentre fugge dall’eremitaggio di Notre Dame de Grâce dopo avere ucciso il frate Jacques Brunel.

L’economo parroco è morto soffocato dal bavaglio troppo stretto. I carabinieri, accorsi l’indomani, chiamati dalla perpetua, nella loro, evidentemente più accurata e professionale perquisizione, hanno trovato 50 milioni e un testamento nel quale stava scritto che i soldi, alla morte del sant’uomo, erano destinati a madre Teresa di Calcutta.


[Pubblicato su “Canenero” n. 22, 7 aprile 1995, p. 7].

Dichiarazione di Ravachol davanti ai giudici [1892].

Se prendo la parola, non è per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poiché solo la società che, con la sua organizzazione, mette gli uomini in continua lotta gli uni contro gli altri, è responsabile. E, in effetti, non vediamo in tutte le classi, in tutti gli ambienti, delle persone che desiderano, non dico la morte, poiché suonerebbe male all’orecchio, ma la disgrazia dei loro simili se questa può procurare loro dei vantaggi?

Esempio: un padrone non si augura di veder sparire un concorrente? Tutti i commercianti, in generale, non vorrebbero, reciprocamente, essere i soli a godere i vantaggi che possono venire dalla propria industria?

L’operaio senza impiego non sogna, per ottenere del lavoro che, per un qualsiasi motivo, colui che è occupato venga licenziato?

Ebbene, in una società dove si producono simili fatti non devono sorprendere atti del genere di quelli che mi si rimproverano, i quali non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l’esistenza che si fanno gli uomini che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a sé, colui che si trova nella necessità deve agire. Ebbene! Poiché così è, quando io avevo fame non ho esitato ad impiegare i mezzi che erano a mia disposizione a rischio di fare delle vittime.

Quando i padroni licenziano gli operai si preoccupano poco di vederli morire di fame.

Tutti coloro che hanno il superfluo, si interessano della gente che manca delle cose necessarie? Vi sono alcuni che danno dell’aiuto, ma sono impotenti a sollevare tutti coloro che si trovano in stato di necessità e che muoiono prematuramente in seguito a privazioni di ogni tipo, o volontariamente suicidandosi in ogni modo per porre fine ad un’esistenza miserabile o per non aver potuto sopportare i rigori della fame, le onte delle innumerevoli umiliazioni senza alcuna speranza di vederli finire. Così come hanno fatto la famiglia Hayem e la signora Soufrein che hanno dato la morte ai loro figli per non vederli ancora morire di fame. E tutte quelle donne che, nel timore di non poter dar da mangiare ai loro figli, non esitano a compromettere la loro salute e la loro vita distruggendo nel loro seno i frutti del loro amore!

Ebbene! tutto questo accade in mezzo all’abbondanza di ogni tipo di prodotto. Si capirebbe se tutto questo avesse luogo in un Paese povero di prodotti, dove vi è la carestia; ma in Francia, dove regna l’abbondanza, dove le macellerie sono stracolme di carni, i panifici di pane, dove i vestiti, le scarpe riempiono i magazzini; dove vi sono appartamenti vuoti, come ammettere che nella società tutto va bene quando si vede così bene il contrario? Vi sono delle persone che piangono tutte queste vittime ma dicono che non è possibile far niente! Che ognuno se la sbrogli come può! Cosa può fare colui che, pur lavorando, manca del necessario? Se non lavora, non gli resta che lasciarsi morire di fame, e allora qualcuno getterà qualche parola di pietà sul suo cadavere. Ecco ciò che ho voluto lasciare ad altri. Ho preferito diventare contrabbandiere, falsario, ladro e omicida!

Avrei potuto mendicare, ciò è degradante e vigliacco ed è anche punito dalle vostre leggi che fanno della miseria un delitto.

Se tutti i bisognosi, invece di aspettare, prendessero dove vi è e non importa con quale mezzo, può essere che i benestanti comprenderebbero più in fretta che è pericoloso voler conservare l’attuale stato sociale dove l’inquietudine è permanente e la vita è in ogni istante minacciata; finirebbero senza dubbio per comprendere che gli anarchici hanno ragione quando dicono che per avere la tranquillità morale e fisica, bisogna distruggere le cause che producono il crimine e i criminali. Non si risolve il problema sopprimendo colui che preferisce prendere violentemente ciò che gli serve per assicurarsi il benessere, piuttosto che morire di una morte lenta dovuta alle privazioni che sopporta, o che dovrebbe sopportare senza speranza di vederle finire (se ha un poco di energia). Dopo tutto la fine della propria vita non è altro che una fine delle sofferenze.

Ecco perché ho commesso gli atti che mi si rimproverano e che sono la conseguenza logica dello stato barbaro di una società che non fa altro che aumentare il numero delle sue vittime col rigore delle sue leggi che intervengono sugli effetti senza mai toccare le cause!

Si dice che bisogna essere crudeli per ammazzare un proprio simile: ma coloro che parlano così non vedono che lo si fa per evitare che lo facciano a noi stessi!

Anche voi, signori giurati, senza dubbio mi condannerete a morte perché credete che è una necessità e che la mia scomparsa sarà una soddisfazione per voi che avete orrore di veder scorrere il sangue umano; ma quando credete che sia utile versarlo per assicurare la vostra esistenza non esitate più di me a farlo. Con questa differenza, che voi lo farete senza alcun pericolo, al contrario di me che agivo a rischio e pericolo della mia libertà e della mia vita.

Ebbene, signori, non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere. Creando gli articoli del Codice, i legislatori hanno dimenticato che non attaccavano le cause ma semplicemente gli effetti e che in tal modo non distruggevano affatto il crimine. In verità, esistendo sempre le cause, scaturiranno sempre effetti e si avranno sempre dei criminali, poiché oggi ne distruggete uno ma domani ne nasceranno due.

Cosa bisogna fare allora?

Distruggere la miseria, questo genio del crimine, assicurando a ciascuno la soddisfazione di tutti i propri bisogni.

E quanto sarebbe facile realizzarlo. Bisognerebbe stabilire la società su nuove basi in cui tutto fosse in comune, in cui ciascuno producendo secondo le proprie possibilità e le proprie forze, potesse consumare secondo i propri bisogni.

Allora gli inventori, avendo tutto a loro disposizione, creerebbero delle meraviglie che farebbero in modo che i lavori che ci sembrano penosi o ripugnanti diventerebbero una distrazione o un passatempo. Allora non vi sarebbe più quell’inquietudine per il domani che è un continuo tormento per l’operaio e anche per il padrone, per tutti.

Non si vedrà più gente, come l’eremita di Nostra Signora delle Grazie ed altri, mendicare un metallo del quale diviene la schiava e la vittima!

Non si vedranno più donne vendere il proprio corpo come una volgare merce, in cambio di quello stesso metallo che molto spesso ci impedisce di capire se l’affetto è veramente sincero!

Non si vedranno più uomini come Pranzini Prado e Anastay, anche adolescenti che, sempre per avere questo metallo, arrivano ad uccidere.

Tutto questo dimostra chiaramente che la causa di tutti i crimini è sempre la stessa; che bisogna veramente essere stupidi per non vederla!

Sì, lo ripeto, è la società che fa i criminali e voi, giurati, invece di colpire loro, dovreste impiegare le vostre forze a trasformare la società.

Di colpo, sopprimereste tutti i crimini e la vostra opera, attaccando le cause, sarebbe più grande e più feconda di quanto non lo sia la vostra giustizia che si limita a colpire gli effetti.

Io sono solo un operaio senza istruzione, ma poiché ho vissuto l’esistenza dei miserabili, sento meglio di un ricco borghese l’iniquità delle leggi repressive.

Dove prendete il diritto di uccidere o di rinchiudere un uomo che, messo sulla terra con la necessità di vivere, si è visto nella necessità di prendere ciò che gli è necessario?

Ho lavorato per vivere e far vivere i miei, tanto che io e i miei non abbiamo troppo sofferto, sono rimasto quello che voi chiamate onesto. Poi il lavoro è mancato e con la disoccupazione venne anche la fame!

È allora che questa grande legge della natura, questa voce imperiosa che non ammette repliche, l’istinto della conservazione mi spinse a commettere i crimini e i delitti di cui mi riconosco l’autore.

Nego di aver commesso quelli della Varizelle [Ravachol era stato anche incolpato di omicidio volontario nella persona di Jean Rivolier abitante a La Varizelle, n.d.r.] e delle signore Marcon [due donne trovate uccise a Saint-Etienne, n.d.r.] poiché vi sono completamente estraneo e voglio evitare alla vostra coscienza i rimorsi di un errore giudiziario.

Giudicatemi, signori giurati, e, se mi avete compreso, nel giudicarmi, giudicate tutti i disgraziati che la miseria, alleata alla fierezza naturale, ha fatto diventare criminali e che in una società intelligente sarebbero state persone come tutte le altre.

Kœgnistein, detto Ravachol

Le mie impressioni sulla Corte di Assise della Loira, sedute del 22 e 23 giugno 1892

Trovo questa messa in scena caotica e ridicola. Perché tutti quegli uomini che devono prendere una parte attiva al dibattito si parano, gli uni con toghe rosse, gli altri con toghe nere piene di fronzoli? È forse per parlare con i pregiudicati e lasciar credere che il travestimento rende più intelligenti o più temibili?

Perché esigere, quando la Corte fa il suo ingresso, che tutti gli astanti siano in piedi?

Penso che il rispetto ha significato solo nel caso in cui è liberamente espresso.

Il Procuratore della repubblica ha detto il vero, nella sua requisitoria, quando ha detto che ero risoluto a distruggere tutti gli ostacoli che si opponevano al compimento dei miei progetti; ma si sbaglia quando dice che avevo ancora del denaro; non sono i pochi franchi che mi restavano che potevano farmi sperare dei giorni migliori. Non volevo nemmeno aspettare di essere completamente senza risorse e cadere per l’inedia, le cose che avevo già rubato mi avevano reso poco poiché non le avevo vendute tutte.

Quanto al rimprovero di essere un operaio abbastanza mediocre, non posso farci niente se la natura non mi ha dato qualità migliori per questo.

Dove si sbaglia ancora è quando dice che non ho dato prova di coraggio.

Non avevo affatto l’intenzione di posare, volevo semplicemente riuscire, il resto importava poco. Tuttavia rischiai parecchio di farmi prendere recandomi molte volte, durante dodici o quindici giorni, a svaligiare la casa di Loy. Sapevo bene che poteva costarmi caro essermi introdotto in una casa, scassinare e sottrarre un mucchio di cose.

Per la violazione della sepoltura della baronessa di Rochetaillée, non mi credevo esente da ogni pericolo; prima di decidermi, ho fatto le seguenti riflessioni: un cadavere in putrefazione deve produrre dei gas che, non trovando una via di uscita, devono accumularsi in gran quantità, dunque potrebbe esservi il pericolo di rimanere asfissiato o fortemente stordito nel momento in cui avrei praticato un’apertura per scoprire il cadavere; avevo anche preso la precauzione di munirmi di un poco di aceto. A dire il vero, sapevo che il cadavere era stato imbalsamato, ma non ero certo che questo potesse completamente impedire la formazione di gas, in quanto non avevo alcuna nozione in merito.

A proposito della morte e del furto dell’eremita, comprendevo perfettamente che, mentre mi trovavo presso di lui, poteva venire qualcuno a cercarlo, qualcuno che, restando sorpreso della sua brusca assenza, potesse supporre che gli fosse capitato qualcosa, che fosse malato o qualche altra cosa, ed entrando in casa sua, sorprendermi; e poi, ritornarvi tre volte in tre giorni diveniva molto pericoloso, malgrado le precauzioni che prendevo.

Non parlerò di quello che ho fatto a Parigi che è stato molto pericoloso e senza alcun profitto personale.

Ho anche detto che, in virtù dei miei princìpi, poiché si aveva il diritto di prendere il denaro a chi lo aveva, e poiché io ero divenuto a mia volta borghese, si avrebbe il diritto di prenderlo anche a me come io lo avevo preso all’eremita.

Risposi sì, si ha il diritto di prendermelo dato che si può avere il benessere solo a condizione di possedere; ma bisogna assolutamente riconoscersi in questi stessi princìpi, poiché colui che, riconoscendo che la società va bene, agisse così, non potrebbe giustificarsi e sarebbe in contraddizione con se stesso.

Ciò che mi ha sorpreso è stato quando ha detto che, tagliandomi la testa, non si avrebbe il rammarico di far scorrere il sangue francese.

Mi dispiace scrivere che un uomo istruito limita alle frontiere la sua umanità! Per me, io non riconosco frontiere: tutte le nazioni sono sorelle e penso che i loro figli debbano amarsi un po’ più di quanto non lo abbiano fatto fino ad oggi, grazie alla propaganda portata avanti per impedirlo.

Che siamo nati sotto il bel cielo d’Italia, nelle fredde contrade della Germania, nelle gelate regioni della Russia sotto il nebbioso cielo dell’Inghilterra o nel suolo della repubblica francese, mi sembra che siamo tutti fratelli, qualunque siano le leggi che ci amministrano. L’umanità non ha che una vera patria: l’Universo!

Kœgnistein, detto Ravachol

Lettere

Montbrison, 8 giugno 1892

Cara sorella e cognato,

sono stato contemporaneamente contento e triste di aver visto mia sorella in una situazione che non aveva niente di allegro per un fratello. Avete dovuto spendere una somma che vi ha disagiato tutte e due e non ha impedito a mia sorella di stancarsi. Malgrado il mio desiderio di vederti, con tua figlia, penso che questo dovrà costarti due giorni di lavoro che sono così lunghi e penosi e che ti sono indispensabili. Sarete obbligati a privarvi del vostro necessario che è già così ristretto.

Preferisco sacrificare il mio desiderio ai vostri bisogni.

Sto molto bene in salute, auguro lo stesso a voi e soprattutto vi auguro di avere coraggio e di non lasciarvi abbattere da una separazione che avrebbe comunque dovuto accadere, magari sotto un’altra forma che mi avrebbe fatto soffrire di più. Ci guadagno dunque, in quanto non dovrò soffrire per morire, e posso assicurarti che questo non mi preoccupa. Mi hai detto che non ero abbandonato dai miei parenti. Ti ringrazio, è sempre buono sapere chi ti ama. Ma, senza voler ferire: io appartengo alla grande famiglia dell’umanità e nel caso in cui la piccola famiglia mi avesse dimenticato, la grande avrebbe pensato a me, poiché essa non dimentica mai.

Salutami la mamma, se questo può farle piacere e tutti coloro che possono ancora interessarsi a me.

Se, malgrado i miei consigli, verrai a trovarmi, non dimenticarti di scrivere, su un foglio di carta tutto ciò che avrai da dirmi, perché rischierai di dimenticare qualcosa.

Ho appena ricevuto un telegramma di Lagasse [il suo avvocato, n.d.r.]. Non mi sembra l’ora di veder finire le formalità che devono decidere la mia sorte, che è alla mercé di questi uomini.

Se sperassi di riavere la mia libertà, farei tutto il possibile per ottenerla; ma poiché così non è, preferisco finirla con la vita e sarà la fine di sofferenze future.

Vi abbraccio con tutto il cuore.

Kœgnistein Francis

* * *

Montbrison, 3 luglio 1892

Avendoti scritto, come ti avevo promesso, dopo la mia condanna, e non ricevendo alcuna risposta da parte tua, ho pensato che la tua lettera fosse stata trattenuta perché conteneva parole che avranno disturbato questi signori. Poiché non mi è permesso, nella corrispondenza, di scrivere i miei pensieri, succede la stessa cosa per quelli che mi scrivono.

Non affliggerti della mia condanna, è preferibile che sia così anziché andare al bagno dove avrei crudelmente sofferto. Mi è stato raccontato, da un uomo che ha visto il fatto, che un forzato di ritorno dal bagno, dopo lo sbarco, non poteva più camminare, perché le catene che aveva ai piedi durante la traversata, come tutti i condannati comuni, gli avevano fatto gonfiare le gambe.

E poi, una volta al bagno, quale tormento per me al pensiero delle persone che mi sono care!

Poiché la natura non mi ha favorito, dal momento che mi ha dato una costituzione delicata, non avrei tardato a soccombere sotto le pene del cuore e del corpo. È per questo che preferisco una fine sbrigativa dove non si deve soffrire per morire. Ragionando un poco, tu lo comprenderai come me e non ne vorrai a coloro che mi hanno condannato, che, senza dubbio, hanno creduto di far bene! Che vuoi? Non tutti vedono le cose allo stesso modo; dunque bisogna tenerne conto e non lasciarsi andare ad atti disperati che, a loro volta, affliggono coloro che vi amano.

Se la tua situazione è sopportabile, cerca di migliorarla e non di aggravarla, perché non bisogna, nei pochi giorni che si passano sulla terra, crearsi delle noie; ma al contrario, bisogna saper rendere gradevole questo passaggio prendendosi tutte le gioie che si possono incontrare. A te approfittarne. Darai prova d’intelligenza.

Salutami la tua compagna della quale deploro il dispiacere che ho potuto causarle, ma che essa si convinca di quest’idea, che io, solo io sono responsabile degli atti che ho compiuto; che non si affligga per quanto può vedere o sentire nei miei riguardi, poiché ciò che ho fatto non è dipeso né dalla mia volontà né da quella di alcuno e che, avendosene a male, non darà prova di buon cuore.

Salutami tutti coloro che mi hanno conservato il loro affetto. Tutta la mia riconoscenza a quella donna che espia in carcere l’errore di avermi conosciuto, per il coraggio di cui ha dato prova venendo alla sbarra della Corte di Assise a ritrattare le parole che aveva scritto al giudice dell’istruttoria con le quali, parlando di me, si rammaricava di aver conosciuto un mostro, e che nella sua ritrattazione ha detto di avere sempre mentito. Povera donna! Essa che non aveva niente da temere o da sperare da me, non ha temuto di aggravare la sua situazione volendomi provare la sincerità del suo amore del quale io non avrei mai dubitato anche se non avesse fatto quella ritrattazione. Spero che i giudici abbiano compreso la delicatezza dei suoi sentimenti e che non vorranno essere troppo rigorosi con lei. Ah! l’amore, quale sentimento potente, irresistibile. È esso che ci dà i piaceri più gradevoli quando gustiamo la delizia delle sue dolcezze. Allo stesso modo di come riesce a causarci le più dolorose pene quando è interrotto da una volontà contraria. In questo momento, è ciò che più mi rattrista.

Nient’altro da dirti se non che sto bene e sono calmo. Desidero che sia lo stesso per te.

Ti manderò i miei capelli come mi hai chiesto; nel frattempo cresceranno di più, cosa che mi permetterà di aumentarne la quantità. Trovo il tuo desiderio molto infantile, ma poiché ciò ti fa piacere e mi è facile di soddisfare te ed anche Joséphine, vi accontenterò.

Tuo fratello ti abbraccia con tutto il cuore,

Francis Kœgnistein

* * *

Montbrison, 8 luglio 1892

Caro Claudio,

il 6 corrente, ho ricevuto la tua lettera e i dieci franchi in francobolli, ma non ho ricevuto la lettera proveniente da Ginevra. Ringrazio quest’amico generoso nei miei confronti, poiché è sempre molto bello sapere che si è amati; ma, ancora una volta, ti raccomando di non inviare soldi, poiché ne ho ancora a sufficienza per pagarmi le soddisfazioni che mi sono permesse e non voglio, per la mia situazione, abusare della bontà dei compagni, perché so che troppo spesso si privano delle cose necessarie per dimostrarmi i loro sentimenti riconoscenti.

Profitto dell’occasione per dire a coloro che avessero l’intenzione di trarre vantaggio dalla mia condanna di riflettere bene se questo può essere utile alla propaganda.

Nel caso contrario, sarebbe inutile, cioè insensato accrescere il numero delle vittime; dato che non conservo odio per nessuno, dal momento che, come ho detto, coloro che mi hanno condannato hanno senza dubbio creduto di fare un’azione giusta. Non potrei dunque volergliene.

Quanto a me, non rimpiango ciò che ho fatto, perché ho pensato che era necessario. Ai compagni rendersi conto dei risultati ottenuti e giudicare se ho avuto torto o ragione.

Il procuratore della Repubblica, avendo saputo che mi ero lamentato perché tu e Joséphine non avevate ricevuto la fotografia che vi avevo inviato da Parigi in una lettera per niente contraria al regolamento, dato che l’avevo mostrata al direttore e non mi spiego quindi perché l’hanno trattenuta, mi ha offerto di potervene inviare una. Ho accettato di buon grado perché non ho visto in ciò che una benevola attenzione da parte sua e perché ho pensato che vi farà piacere. Vi ho aggiunto i miei capelli che ho lavato prima di tagliarli.

Nient’altro da dirti se non che sto bene e che spero sia lo stesso per voi.

I dieci franchi che ho ricevuto li invio a mamma: ne ha molto bisogno.

Tuo fratello che invia la sua amicizia e vi abbraccia affettuosamente.

Francis

Volantino trovato ai piedi della statua di Diderot il giorno del primo anniversario dell’esecuzione di Ravachol

«Avviso — Compagni fedeli al ricordo, informano che Ravachol non ebbe altro impulso che l’amore del meglio, che essi hanno deciso di non lasciar passare l’anniversario del suo martirio (martedì 11 luglio prossimo) senza testimoniare il loro sentimento di lutto e di solidarietà.

«Essendo lontani dalla sepoltura dell’Immenso Propagandista per depositarvi il presente manifesto, essi hanno scelto il monumento di Diderot, questo illustre precursore dell’Anarchia, come lo fu ogni vero pensatore a prescindere dall’epoca in cui visse.

«Diderot, fra l’altro, affermò nei suoi lavori questa massima: “La natura non ha fatto né servitori né padroni, non voglio né dare né ricevere leggi”.

«L’Anarchia non è altro, pertanto, che l’Umanità che ha trovato la propria via.

«Recatevi presso la statua del celebre filosofo, Boulevard Saint-Germanin, domenica 9 luglio) per facilitare i compagni nell’organizzazione di quanto occorrerà fare martedì.

«Stampato per iniziativa individuale»


[La “Dichiarazione davanti ai giudici” e le “Lettere” di Ravachol sono state pubblicate su “Anarchismo” nn. 16-17, luglio-ottobre 1977, pp. 257-262. Per il volantino sull’anniversario della morte di Ravachol: cfr. Audience solennelle de Rentrée du 16 octobre 1894. Discours prononcé par M. Orsat, Avocat General. Les precurseur de l’anarchie, Chambéry 1894, p. 21].

Nessun sonno tranquillo

Nella zona delle villette unifamiliari dei Castelli romani ci si chiude in casa presto la sera e non si apre più tanto facilmente la porta d’ingresso, nell’anno di grazia 1995. Dal buio della notte, improvvisamente, può balzare fuori uno sconosciuto incappucciato, armato di cattivissime intenzioni.

La pace casalinga di tante famiglie benestanti è stata turbata. Adesso nel panico sono non soltanto coloro che hanno avuto di già una visita, anche i potenziali obiettivi del futuro. Insomma, nelle ville della zona dei Castelli non si è al sicuro.

Approfittando dell’oscurità, sabato scorso quattro individui molesti sono entrati nel giardino di una di queste villette, e qui hanno atteso che gli abitanti tornassero a casa. Poi li hanno assaliti, li hanno obbligati ad aprire la porta, poi si sono fatti aprire anche la cassaforte. Nessuno è stato ferito perché questa volta non è stata opposta resistenza. L’anno scorso, nello stesso posto, un imprenditore del settore edile era stato ferito con un colpo di pistola perché si era rifiutato di aprire la cassaforte.

Fin nella zona di Rocca di Papa, chi ha da temere una visita indesiderata, la sera ci si barrica in casa.


[Pubblicato su “Canenero” n. 17, 3 marzo 1995, p. 7].

Alexandre Marius Jacob

Sloggiati il rigore e la precisione dal campo delle umane attese di ogni giorno, riconosciuta l’impossibilità di una prospettiva pienamente organizzata in tutti i suoi dettagli, una prospettiva di vita capace di dare indicazioni operative sul che fare quotidiano, il bisogno di ordine e di sicurezza si è trasferito nella sfera dei desideri.

Qui, costruita in tutta furia una roccaforte di ultima difesa, si è attestato per l’ultima battaglia. Il desiderio è sacro e inviolabile, è quello che alberghiamo nel cuore, il figlio dei nostri istinti e il padre dei nostri sogni. Su di lui possiamo contare, non ci tradirà mai.

Di questa fenomenologia irrazionale sono piene le fosse più recenti, quelle che riempiamo ai margini dei cimiteri di periferia. Diamo ascolto a fondamenti che prima ci avrebbero fatto ridere, assegniamo condizioni di stabilità e pulsioni che sappiamo, in fondo, non essere altro che il vago ricordo di un benessere passeggero, l’ala fugace di un gesto nella nebbia, il frullìo di ali mattutine che scomparvero ben presto di fronte alle necessità del ripetersi, del ripresentarsi ossessivo e irrispettoso del burocrate che si annida dentro di noi, in qualche angolo oscuro dove seleziona e codifica sogni come qualsiasi altro imbrattacarte nelle sale anatomiche della repressione.

Fugaci balenii attestano comportamenti eroici, di qualche compagno, di qualche ribelle, a volte sogguardato con sospetto prima che la storia non sigilli immota il suo marchio a fuoco nelle carni martoriate a puntino. Non siamo sbalorditi osservatori di televisioni inguardabili, non siamo lettori d’appendici ormai relegate nel polveroso catalogo delle biblioteche. Siamo vivi e per la vita, quindi ci cibiamo di esperienze dirette. Non appena un segno vitale appare qua e là, lo stacchiamo con la punta dell’unghia e lo collochiamo nel segreto portafogli del nostro cuore, dove ricaviamo una breve icona con cuoricini e nontiscordardime.

In fondo anche noi, i duri e gli impavidi della durezza refrattaria alle scelte di comodo, anche noi che non ci siamo scoraggiati né di fronte alle minacce delle istituzioni, né di fronte a quelle, ben più terribili, dell’imbecillità camuffata da ribellione, abbiamo bisogno di alimentare le nostre iconografie, ed è per questo che collezioniamo ricordi, simpatie, amicizie, semplici strette di mano, a volte, non più di questo, caricandoli nella memoria come condivisione e sostegno, quando non al di là, come partecipazione diretta.

In questa fase allucinatoria, molti di noi hanno sfondato casseforti di banche e di ministeri del tesoro, realizzato effettivamente espropri radicali, tolto terre ai latifondisti e ucciso nemici in scontri a fuoco cruenti sul far della sera.

E leggendo, e annotando emozioni di letture, e ricordando racconti attorno al fuoco, quando la vecchia nonna riportava nella giusta luce le gote arrossate di Cappuccetto Rosso, sviluppiamo per conto nostro, nell’ambito delle fantasie più accese, quei fatti realmente accaduti, di cui non siamo stati che compartecipi alla lontana (nel migliore dei casi), e vi collochiamo la parte più viva dei nostri desideri. E tanto ci è sufficiente.

Mentre l’antica critica ad occhi aperti, quella che in fondo vedeva il lupo e non la bambina, e per il primo parteggiava e non per la seconda, se ne rimane in soffitta. Nessuna scienza rigorosa è possibile: non vi ricordate? Quindi perché dovrebbe essere possibile mettere un po’ di criterio nelle nostre fantasie? Ma lasciamole a briglia sciolta. Lontani dalla scepsi che ha frastornato a sufficienza nel passato più o meno recente, riscaldiamo il nostro cuore come pietanza fredda alla fioca sorgente di questi racconti d’avventure, di cui ne presentiamo uno, per altro neanche tanto mal fatto.

Questo racconto parla di un ladro. Un ladro con le sue illusioni egualitarie. Un anarchico con i suoi sogni.

Ma con una particolarità: quest’uomo, insieme ai suoi compagni, apriva veramente le casseforti dei ricchi e con questo semplice fatto dimostrava realizzabile un attacco, sia pure parziale, alla ricchezza sociale.

Che questa sia la cosa più interessante di tutto il racconto potrà sembrare troppo poco, ma non è così. L’aspetto spettacolare dell’attività di Jacob e dei suoi compagni, l’inverosimile elenco dei loro furti, il modo in cui questi furono elegantemente perpetrati, non sono gli aspetti più importanti. Ma possono essere quelli che più colpiscono la fantasia del lettore, perfino di quello anarchico.

In fondo chiediamo anche noi oggi, come ieri, che qualcuno costruisca per nostro conto l’iconografia di cui non riusciamo a fare a meno. Il paragone con Arsenio Lupin valga per tutti. Maurice Lebanc fu un noto scritto d’appendice, Bernard Thomas è un giornalista d’appendice. I due generi vanno a braccetto.

Ma Jacob e gli altri erano qualcosa d’altro. Erano, prima di tutto, dei compagni. Ed è qui, in questo campo di scelta del loro agire, che dobbiamo cogliere il significato più profondo delle loro imprese. La descrizione, che nel racconto è implicita nel fascino di un fare al di là di quel livello quotidiano che tutti, più o meno, sopportiamo, non rende fino in fondo i livelli di coscienza che sono stati necessari, gli oltrepassamenti affrontati e condotti a termine, tutto quello che di straordinario, veramente e non come fatto mitico, Jacob e gli altri affrontarono per portare a compimento le loro azioni di attacco.

Procedure e metodi, rigidità di comportamenti e morale anarchica nel rapporto con i rappresentanti della classe dominante, sono solo alcuni aspetti del racconto, al di là, volendo andare più a fondo, si deve mettere da canto la descrizione, quindi la favola d’appendice, e accedere alla riflessione.

Che vuol dire mettere le mani sulla proprietà altrui? Per rispondere a questa domanda, e quindi esaminare diversi errori che vengono sistematicamente commessi da molti compagni, oltre a quelli specifici attinenti alle illusioni di Jacob, occorre fare alcune riflessioni non proprio piacevoli.

La prima di tutti è che il furto, l’appropriazione in genere, fatta con la forza o con l’astuzia, e non con la cessione della propria attività lavorativa, non può mai diventare arma di livellamento sociale. Per quanto ingenti siano queste appropriazioni, che possiamo definire “fuorilegge”, rimangono pur sempre una minima cosa di fronte all’accumulazione più o meno selvaggia che il capitale rende agevole ai padroni della finanza, ai possessori presenti della ricchezza, ai gestori delle grandi intraprese pubbliche, ai signori della guerra e della mafia di ogni genere.

L’appropriazione di cui parliamo, che tanto ebbe a fare tremare i cuori dei pasciuti borghesi dell’impero francese, è semplicemente un mezzo da fare fruttare altrove, per mettere in moto quella generalizzazione dello scontro che resta per gli anarchici lo scopo principale di ogni attività rivoluzionaria. Ingenuità permettendo, credo che questo punto sia chiaro una volta per tutte.

Un altro luogo comune che bisogna sfatare è che queste azioni possano rappresentare un modello per gli oppressi, una maniera sbrigativa e semplice per rientrare in possesso di quello che è stato estratto con la forza dello sfruttamento e della repressione.

Il concetto stesso di esproprio proletario, muovendo dagli iniziali e, in fondo, banali raid nei supermercati, non ha più senso di una sceneggiatura per film della vita di qualsiasi rivoluzionario espropriatore: da Durruti a Bonnot, da Sabaté e Facerias, da Di Giovanni a Pollastro. La fruizione passiva di comportamenti eroici è sempre produttrice di miti, di favole per adulti, che condizioni di vita frustrante richiedono a getto continuo, protesi che aiutano a vivere allo stesso titolo dell’alcol o dei sonniferi.

Le condizioni complessive dello scontro possono, in un dato momento, a certe condizioni specifiche di natura sociale ed economica, produrre movimenti di grandi masse all’interno dei quali gli espropri, generalizzandosi, finiscono per diventare pratica quotidiana, ma tutto ciò germina spontaneamente e non ha bisogno di modelli.

Per un altro verso, e riflettendo bene sulla realtà che sta di fronte al compagno anarchico che si pone il proprio che fare da un punto di vista rivoluzionario, il problema si pone con più ampi dettagli.

Qui occorre risolvere nel modo più chiaro possibile il proprio rapportarsi con la realtà, e quest’ultima è rigidamente incarcerata in condizioni di vita che ritmano i tempi della produzione e del consumo.

Certo, come tutti sappiamo, ci si può parzialmente chiamare fuori (fino ad un certo punto), racchiudersi nelle idilliache condizioni di una comune provvisoria, ricca di spaventevoli autosfruttamenti e di frustranti condizioni di vita all’aria libera sotto l’ombrello di una natura fittiziamente incontaminata.

Oppure cercare, fino ad accoltellarsi, nel chiuso di un numero ragionevolmente grande di rapporti interpersonali, realizzando quelle condizioni soggettive e oggettive che permettano di uscire fuori dalle regole della comune convivenza, tristemente contrassegnata dai classici limiti della coppia. Tutto questo è possibile, e a volte è perfino bello, ma non è tutto.

Procedendo oltre, al di là, sempre più in là, si trovano i primi segni del problema vero e proprio: che vogliamo fare della nostra vita? Vogliamo viverla interamente, per quello che ci sarà possibile fare, oppure vogliamo consegnarne una parte, una considerevole parte, in contraccambio di un salario più o meno velato, più o meno camuffato da prestazione economica?

Oggi esistono molti modi per camuffare questa contropartita: il volontariato è uno di questi. Gli impegni molteplici nel sociale, alla coda di nuovi modelli politici di intervento, diretti a garantire la pace sociale, abbondano, e tutti forniscono contropartite che lasciano una fascia a volte insospettabilmente consistente di “tempo libero”.

Il potere si è reso conto che deve attirare nella fascia del controllo, con mezzi sempre più intelligenti, proprio quelle fasce di disadattati sociali che altrimenti in modo troppo violento reagirebbero alle condizioni classiche dell’utilizzo lavorativo.

E, in questa direzione, molto stanno facendo per rendere più allettante il compromesso. Ma nessuna condizione di privilegio può renderci padroni di noi stessi. Il lavoro, anche quello volontario (si fa per dire), ci mangia l’anima, in breve diventiamo quello che facciamo, siamo quello che produciamo, e se produciamo accondiscendimento e accettazione, pace sociale in primo luogo, siamo noi stessi infettati di pace sociale, di accondiscendimenti e di accettazione.

Siamo noi stessi il poliziotto che sta all’angolo della strada e perfino il torturatore in camice bianco o il custode delle carceri che stringe nella mano guantata il mazzo di chiavi.

Se non vogliamo farci mangiare l’anima, seguendo Jacob dobbiamo allungare la mano sulla proprietà altrui, non c’è altro da fare. Ma per allungare la mano dobbiamo portare chiarezza nella nostra coscienza, altrimenti faremo soltanto più o meno vistosi trasferimenti di ricchezza, nient’altro.

Il ragionamento corretto diventa quindi quello che propone all’espropriatore, a colui che da un punto di vista rivoluzionario recupera mezzi per fare quello che va fatto, un maggiore spazio di libertà operativa. Non la libertà, che nessuna vera libertà potrà venire da una maggiore disponibilità di denaro, ma una maggiore capacità operativa, una maggiore disponibilità di tempo per realizzare il proprio progetto rivoluzionario.

Tutto questo, come si vede, ha poco di mitico e di affascinante, si tratta semplicemente di rendere possibili progetti rivoluzionari che in caso contrario verrebbero tarpati da una scarsa disponibilità di mezzi. Il mondo in cui opero con la mia attività rivoluzionaria coinvolge tutto me stesso, non c’è, da un lato, il me stesso che vive la sua vita e, dall’altro lato, la mia attività rivoluzionaria.

Per questo semplice motivo non posso che soffrire delle conseguenze di una dicotomia assurda quale è quella che mi dilacera come lavoratore e rivoluzionario, obbligato, da un lato, a produrre ricchezza per gli sfruttatori, dall’altro, a combattere questi ultimi e quindi quel flusso stesso che io, con il mio lavoro, contribuisco a produrre.

Una classica obiezione è quella che anche il furto è un’attività lavorativa, e quindi un produrre ricchezza, e anche Jacob e i suoi compagni cedettero a questa interpretazione definendosi “Lavoratori della notte”. Ma io ho sempre letto in chiave ironica questa etichetta, che contribuì ai suoi tempi a incutere maggior paura ai borghesi, che non avevano dimenticato i giorni del Settantuno. Invece l’obiezione in se stessa non manca di una certa fondatezza.

Il fuorilegge, se non altro, produce il giudice, una parte considerevole del carcere, un gran lavorìo di avvocati e impiegati di tribunali, tutta una mentalità repressiva che dai depositari della ricchezza scende giù fino alla vecchietta che teme di essere scippata della sua piccola pensione. E tutto questo fa senza dubbio parte del gioco. Il furto costituisce, con tutti i suoi annessi, una attività lavorativa che impiega migliaia di operai dell’illegalità, i quali, sollevandosi appena dalla miseria, vengono sistematicamente derubati, a loro volta, da un sistema che li spinge verso un corteggio di brillanti proposte di consumo.

Se il rivoluzionario dovesse (come sembra temere Malatesta) cadere in questa trappola, sarebbe un imbecille indistinguibile dal poveretto che riconsegna il proprio bottino, frutto di onestissime rapine, al primo concessionario di costose automobili. Non voglio nemmeno pensare a questa eventualità che, in ogni caso, per quel che può valere la mia personale esperienza, non è cosa molto comune.

Ma resta l’altro aspetto del problema. Il furto non è attività che s’improvvisa: richiede professionalità e impegno, puntualità, precisione e sangue freddo, conoscenza della psicologia umana e delle tecniche più avanzate di prevenzione e controllo. Richiede infine tempo. Non è pertanto né un generoso regalo, né un’avventura esaltante. Quasi sempre si trasforma in routine meticolosa che sfianca il migliore dei compagni.

Spesso si commettono errori in un senso o nell’altro: nel presupporre quest’attività più facile di quanto sia, come nel presupporla più articolata e fantastica. Tenere fermo il complesso di problemi che la caratterizzano è importante, e nessuna narrazione agiografica può aiutarci in questo. Così, dopo una approfondita riflessione critica si può arrivare alla conclusione che questi sforzi possono, a certe condizioni e in certe situazioni, costituire la soluzione più efficace per portare a termine un progetto rivoluzionario.

So bene che queste conclusioni non soddisferanno molti compagni incapaci di cogliere quello che spinge molti ribelli verso l’identificazione del nemico.

Mi dispiace, ma non essendo mai stato un ribelle, non saprei da dove cominciare. Spero solo che quei pochi rivoluzionari, ai quali queste considerazioni sono dirette, sappiano almeno leggerle per quello che sono: una riflessione critica e l’antefatto di un progetto operativo.


[Introduzione a B. Thomas, Jacob Alexandre Marius, tr. it., terza edizione, Trieste 2008, pp. 5-9].

* * *

Nous aimerions être Jacob, mais...

Ci piacerebbe essere Jacob, entrare e uscire dalle case dei ricchi con facilità, mettere le mani sui loro tesori accumulati grazie allo sfruttamento dei poveri disgraziati costretti a sudare sotto la sferza della necessità, ma.

Appunto c’è un “ma”.

Ed è ciò che spiega la fortuna di questo libro.

Bernard Thomas, un giornalista, lo ha scritto e, in fondo, si è documentato per bene, facendo perfino un gran lavoro d’archivio, cosa che per un giornalista deve avergli fatto venire la scoliosi prima del tempo, ma non per questo ha cambiato mestiere.

Non che il mestiere dello storico sia migliore, le barriere ideologiche e culturali del primo si riflettono nelle idiosincrasie tecniche del secondo, le cocciutaggini accademiche rimpallano i voli lirici della cronaca avventurosa, “nera”, certo, ma con una prouderie d’avanspettacolo.

Se sullo sfondo non ci fosse stato Maurice Leblanc e la sua marionetta Arsène Lupin, non credo che il buon Thomas si sarebbe tanto dato da fare con le sue encomiabili (?) ricerche.

Perché pubblicarlo allora? Perché tante migliaia di copie vendute? Potrei rispondere in veste di responsabile delle nostre edizioni: non che se il mercato chiede qualcosa noi delle Edizioni Anarchismo siamo disposti a fornirlo, ma qui non si è voluto tanto assecondare una sottile ambiguità di lettura, quanto vedere fin dove ci si poteva spingere con la tematica del furto.

Nella precedente edizione, la seconda, pubblicata in tremila copie (il dato è importante per le nostre striminzite abitudini), non ho potuto affrontare questo problema perché mi trovavo in carcere, tanto per cambiare. Adesso voglio prenderlo fino in fondo.

Mettere le mani sulla proprietà altrui non è uno scherzo. Non lo è dal punto di vista pratico, altrimenti detto “tecnico”, ma, prima di tutto, non lo è dal punto di vista morale. Morale? Qualche anarchico più anarchico degli altri potrebbe ribattermi sulla voce. Appunto morale.

Nel mio vecchio articolo, di cui non ricordo la collocazione bibliografica (che importa, qui stiamo facendo una discussione amichevole fra compagni – vedi in questo stesso libro alle pagine 164-170), dal titolo “La frattura morale”, prendevo questo argomento. La barriera da superare è legata al nostro essere permeati dal radicale e profondo concetto di proprietà. Consideriamo nostre le cose che ci stanno a cuore, perfino la donna amata consideriamo “nostra” (a scanso di essere linciato prego notare che ho messo le virgolette nella parola che precede questa parentesi), e quindi non siamo d’accordo che qualcuno, sia pure per un attimo, ce la porti via, diciamo, la prenda in prestito. No, non siamo d’accordo. Preferiamo che lei (la donna che amiamo) si sfianchi a causa del lavoro ma non accetteremmo mai che ricavi danaro da una (esempio, sto facendo solo un esempio) prestazione sessuale. Ignominia!

Ho, a lungo, discettato, con protervia degna di migliore causa, sulla differenza tra possesso e proprietà. Degno di stima il primo, di condanna il secondo. Distinzione plausibile, è ovvio, c’è una differenza enorme tra i libri della mia biblioteca personale, che venderei con dolore e rammarico perché considero miei, e i libri che si trovano in una eventuale libreria di mia proprietà che mi causerebbero rammarico e dolore solo nel caso inverso, cioè se restassero invenduti.

Gli oggetti che posseggo arricchiscono la mia personalità, l’arredano e la rafforzano, caratterizzandola nell’ordine del tempo e dei sentimenti che a questo decorrere lento ma sensibile sono collegati, gli oggetti che ho in proprietà mi rendono occhiuto e insensibile, attento solo al denaro che dalla loro alienazione posso ricavare.

È ovvio che collocare la donna da me amata nell’ordine dei miei possessi è quanto meno discutibile. La sua autonomia di scelta è la sola misura della sua crescita ed è di questa crescita che io sono innamorato, ed è questa crescita che mi avvince nel contratto amoroso che non abbisogna né di sigilli né di annotazioni notarili.

Superare la barriera del possesso, dopo quella (ovviamente da eliminare per prima) della proprietà, è indispensabile per accedere al diritto di mettere le mani su ciò che gli altri hanno, in proprietà e in possesso: gli altri che queste proprietà e questi possessi hanno accumulato nel tempo a danno degli sfruttati.

Non c’è una strada maestra per superare questi ostacoli, non sono un battistrada, caso mai posso considerarmi un piccolo artigiano miniaturista, commisurando quello che ho fatto in questa direzione di fronte all’immane compito che resterebbe da fare.

Jacob ha svaligiato centinaia di case borghesi, ha ricavato una ricchezza che si potrebbe senz’altro definire enorme, e l’ha messa a disposizione del movimento anarchico internazionale. Il suo progetto era utopicamente insensato, tendendo ad allargare il numero dei “Lavoratori della notte” e quindi a svuotare dall’interno, con questi prelievi coatti, la forza repressiva della classe borghese. Utopie, siamo d’accordo, ma non è qui il punto.

Rubare è indispensabile per un rivoluzionario, rubare ai ricchi, non occorre sottolinearlo. È indispensabile perché altrimenti non potrebbe trovare i mezzi per la propria attività rivoluzionaria diretta a sovvertire l’ordine esistente, ordine oppressivo in maggiore o minore misura, questo è secondario perché nessun potere è accettabile, e perché altrimenti dovrebbe andare a lavorare e quindi sottrarre tempo ed energie alla propria attività rivoluzionaria.

Le critiche del passato (e del presente), critiche anche con i baffi, per carità, erano tutte infondate. Lo si è visto in mille occasioni. La disponibilità di soldi, anche di tanti soldi, non travia i compagni che sono veramente rivoluzionari anarchici, non li porta via dalla loro strada attiva di attacco all’esistente, viceversa, anche pochi soldi, quali potrebbero essere quelli che si traggono da un qualsiasi lavoro in banca, fanno di un rivoluzionario un coglione perbenista e codino.

Ecco che taglio dare alla lettura di questo libro sulla vita, e sulle azioni di esproprio, di Jacob. Non è un libro di avventure, anche se ciò può aver cercato Thomas. È un momento di riflessione, un’occasione per chiedersi: che vogliamo fare? Vogliamo lasciare nelle casseforti dei padroni i loro ninnoli dorati, le loro banconote da 500 euro, una sull’altra, i loro buoni del tesoro al portatore, o vogliamo portarceli via con qualsiasi mezzo? Jacob era un ladro, Bonnot era un rapinatore, che cambia? Lo scopo era il medesimo.

E, poi, l’altro lato della questione. Non illudiamoci. La vita di un ladro, o di un rapinatore, non è una vita eccitante, di adrenalina continuamente in circolo nelle vene. È fatta, per il novanta per cento, di lavoro stressante e meticoloso, ore e ore di pedinamenti, di appostamenti, di misurazione di percorsi e di tempi, di addestramento (più tecnico per il ladro, più grossolano per il rapinatore), di pazienza e di educazione alla calma e alla freddezza nel corso del lavoro. Non c’è niente, o quasi niente, di quell’aura romantica che molti si immaginano ci sia, i momenti in cui occorre far fronte a situazioni di tensione sono pochissimi e durano istanti.

Poi viene il progetto rivoluzionario. I soldi non sono niente, i gioielli anche meno (qui occorre un buon ricettatore che non cerchi di fregarti e che non sia un confidente della polizia), quello che conta è la speranza in un mondo migliore, la capacità di tornare sempre daccapo senza perdersi d’animo.

Quando, come in questi ultimi anni, la miseria sembra battere alle porte, e lo starnazzare in cortile sembra assordante, non bisogna perdere la forza e la volontà di ricominciare. La rivoluzione è sempre dietro l’angolo, siamo noi che dobbiamo soltanto svoltare questo angolo e vederla in faccia. E se non dovessimo trovarla proprio a portata di mano, ebbene continuiamo con l’angolo successivo. Ma non sia mai che a impedirci questa capacità di svoltare sia la rassegnazione o la penuria di mezzi.

Questo proprio no.


[Postfazione a B. Thomas, Jacob Alexandre Marius, tr. it., terza edizione, Trieste 2008, pp. 229-231].

Dichiarazione di Marius Jacob davanti al giudici

Signori,

Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...

Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro. la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.

Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.

Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece d’ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, il patibolo... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbrutimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.

Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. “Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri”. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. “La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti”.

Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verrà!

Marius Jacob


[La “Dichiarazione davanti ai giudici” di Jacob è stata pubblicata su “Anarchismo” n. 12, novembre-dicembre 1976, pp. 356-357].

Albert Libertad

Difendendosi come può con le sue stampelle di paralitico Albert Libertad, anarchico, muore a trentatré anni sulle rive della Senna ucciso dai calci dei fucili dei poliziotti imbestialiti che vogliono mettere finalmente a tacere il pericoloso animatore del settimanale “L’Anarchie”, uno dei giornali più significativi e penetranti che la propaganda anarchica e antimilitarista abbia prodotto.

Ma con lui non muore l’idea e non si ferma la lotta. Dalle scalinate di Montmartre, dove ha sede il gruppo editoriale de “L’Anarchie”, la propaganda continua.

Siamo alla fine del primo decennio del secolo. La propaganda col fatto è ormai quasi un ricordo, ma la lotta violenta che gli illegalisti anarchici conducono contro lo Stato non si è del tutto esaurita e saranno Bonnot e la sua banda a dare l’ultimo segno di un modo di attaccare il potere e di un’epoca.

Ma, in un altro senso, Libertad ha fatto epoca. La sua tecnica di propaganda è rimasta insuperata e quasi un modello. Egli non partiva dai grandi problemi: la disoccupazione, lo sfruttamento, la rivoluzione, ecc. No, egli preferiva i piccoli problemi, i piccoli avvenimenti. Egli si poneva dalla parte del popolo, dalla parte di chi trova difficoltà a leggere cose che pure hanno una grande importanza. Ed ecco che quelle cose molto importanti egli riusciva a farle trovare, con facilità, al lettore, partendo dai piccoli problemi.

La vita di tutti i giorni nelle caserme lo conduceva a spiegare il significato del militarismo, dell’onore, della patria, dell’esercito, ecc.

La lotta solitaria di un vecchio contro una compagnia dell’esercito, gli consentiva di spiegare come funzionano i meccanismi della repressione e come agisce la folla, questo animale sanguinario e spietato.

Le strane cerimonie funebri di cui la nostra civiltà è afflitta, lo portavano a fare capire i grandi problemi della vita e della morte, ma anche la differenza tra il culto della morte che ha lo Stato e il culto della vita e della gioia che la rivoluzione deve avere.

Ma dove questa tecnica si rivela insuperabile è proprio nella propaganda antimilitarista. Qui il problema non è più percepibile a livello popolare e di massa se viene impostato sui grandi problemi economici, teorici, sociali e rivoluzionari. Mentre risulta molto più chiaro partendo dai problemi del quotidiano che l’istituzione militare pone a tutti.

Fondamentale significato ha la propaganda antimilitarista condotta da “L’Anarchie”, in quanto si contrappone alle incertezze e alle ambiguità di tutta l’altra propaganda che appariva anch’essa con matrice antimilitarista.

Non è lotta separata da un progetto rivoluzionario.

Ad esempio, nel 1902 esce Le Nouveau Manuel du Soldat (Il Nuovo Manuale del Soldato) stampato a decine di migliaia di copie e redatto da Yvetot per conto della CGT (Confederazione Generale del Lavoro). In questo opuscolo, tra l’altro, vi è una curiosa differenziazione tra guerre da condannare e guerre da accettare. Si giustifica così la guerra difensiva e l’uso dell’esercito per una guerra del genere. Contro equivoci di questo tipo si scaglia Libertad.

Il lavoro antimilitarista di Lafargue, che si svolge più o meno nello stesso periodo, è troppo economicista e costituisce l’altro versante della propaganda, cioè quello che segue un metodo di spiegazione non condiviso da Libertad.

Sulla linea di Libertad si pone invece un battagliero giornale di provincia: “Le pioupiou de l’Yonne” (“Il marmittone dell’Yonne”) diretto da Gustave Hervé (autore che però finirà male nel 1914 con una conversione in difesa della guerra, come del resto fecero diversi anarchici fra cui Kropotkin, Grave, ecc.). Fin quando restò antimilitarista, Hervé fu una delle voci più efficaci della propaganda rivoluzionaria contro l’esercito e la guerra.

Da notare infine che l’antimilitarismo de “L’Anarchie” non si pone sulla linea pacifista che altre componenti del movimento rivoluzionario francese del momento sostenevano.

Anche lo stesso Hervé parlava di insurrezione, ma il legame tra la lotta contro l’esercito e lo sbocco insurrezionale non era chiaro, almeno fin quando non utilizzò le tesi di Sorel dello sciopero generale, ma ciò avvenne proprio alla vigilia del suo voltafaccia.

Invece Libertad parla di un rifiuto non della violenza ma della violenza del soldato obbligato da una disciplina che lo rende stupido e bestiale. La violenza del rivoluzionario che invece decide, autonomamente e coscientemente, di attaccare il nemico che lo opprime, questa violenza liberatoria non viene condannata, anzi viene giustificata ed esaltata.

In lui è frequente l’invito, diretto ai soldati, di sparare sugli ufficiali, di spezzare le catene dell’ubbidienza cieca e animalesca, di ricostruire la propria coscienza di proletari, e di attaccare l’esercito e il militarismo insieme alla società e ai padroni.

La lotta antimilitarista non è infatti vista da Libertad come lotta separata da un progetto rivoluzionario complessivo che intenda cominciare dalle caserme per finire nelle fabbriche e dovunque si esercita lo sfruttamento.

Se gli ufficiali sono i nemici più immediati e diretti del soldato, non bisogna dimenticare che quest’ultimo, in quanto proletario e uomo libero, deve poter vedere quali sono le mani che tengono le fila di questi burattini in divisa; e queste mani sono quelle dei padroni, degli sfruttatori di sempre.

In questo senso la propaganda antimilitarista di Libertad è tra le più conseguenti e penetranti che siano mai state svolte, e non per nulla il potere comprendendo la sua pericolosità lo inchiodò, ricorrendo alle mani insanguinate dei suoi sgherri, al selciato di quella Parigi proletaria che egli avrebbe voluto condurre sulle barricate.


[Pubblicato col titolo: “Albert Libertad, l’irriducibile nemico” su “Senzapatria”, giugno 1982, p. 18].

Il culto della carogna

«Libertà: una di quelle parole detestabili che hanno più valore che significato, che invece di parlare, contano; invece di rispondere, domandano; di quelle parole che hanno fatto tutti i mestieri, e la cui memoria è imbrattata di Teologia, di Metafisica, di Morale e di Politica; parole perfette per la controversia, la dialettica, l’eloquenza: appropriate sia alle analisi illusorie e alle sottigliezze infinite sia ai propositi di frasi foriere di tempeste». (P. Valéry, Sguardi sul mondo attuale, tr. it., Milano 1994, p. 55).

La presente raccolta di scritti di Albert Libertad non rende conto in maniera adeguata della figura e dell’azione anarchica di questo lottatore, morto sulle scale di Montmartre nell’ennesimo scontro con la polizia, mentre difendendosi attaccava con le proprie stampelle di paralitico. Non rende conto perché si tratta di parole, di poche parole, quando l’essenza del pensiero di Libertad è tutta, o quasi, nell’azione, nella continua azione di attacco con qualsiasi mezzo contro il nemico.

La sua influenza sulle scelte degli anarchici francesi del suo tempo fu immensa, lo si capisce dal modo in cui le sue tesi vennero accolte: da un canto con l’entusiasmo dei pochi, dall’altro con l’indifferenza dei molti, ma anche, come spesso accade, con l’acredine e il veleno degli imbecilli.

Il passaggio tra le discussioni periodiche che si tenevano nella stessa sede del giornale “L’Anarchie” e gli scontri di piazza era senza soluzione di continuità. Per la Parigi di quei tempi erano indicazioni precise, non soltanto sfoghi senza ragione e senza scelta, non tanto moti dell’animo quanto decisioni conseguenti e precisione di riferimenti.

Scoprire, anche attraverso la lettura di questi scritti, la tecnica analitica di Libertad è importante, anche come possibile suggerimento per cogliere un modo di comunicazione diretta con la gente, scansando l’ostacolo insormontabile (a volte) di quelle comunicazioni ricche soltanto di luoghi comuni e parole d’ordine che solo pochi iniziati capiscono (e spesso nemmeno loro, come si è potuto constatare).

Sarebbe stato di gran lunga più interessante potere usufruire direttamente delle forme linguistiche di Libertad, del suo modo di scrivere pieno di frantumazioni, di parole in argot, di polarità non concluse, di parodie, di spezzettature simboliche, di riferimenti per noi non più comprensibili, di immagini oniriche, di scandinamenti della parola tradizionale, ecc., tutte cose che una traduzione non può fornire. Ma su questo non possiamo farci niente.

Libertad, insieme ai suoi compagni co-redattori de “L’Anarchie”, partono da accadimenti semplici, quotidiani, fatti di cronaca a volte trascurabili, quasi sempre mistificati dalla grande informazione, oppure del tutto tralasciati, e da questi punti di riferimento periferici, marginali, risalgono ai grandi problemi della vita, non tanto ai problemi del vivere in società, di quello che una deformazione lessicale chiama “politica”, ma alla vita nel suo significato più profondo, ai desideri degli uomini e delle donne, ai bisogni, alle speranze, ai sogni.

Il ragionamento è semplice e immediatamente comprensibile, e se si collega questa tecnica, puntualmente impiegata nel giornale, con i dibattiti periodici, a cui partecipavano moltissime persone, si capisce l’influsso che nella Parigi del primo decennio del secolo scorso, aveva ogni critica e ogni lotta che gli anarchici riuscivano ad organizzare, specie contro l’esercito.

Molti compagni, anche a seguito di esperienze recenti e meno recenti, pensano che la dimensione analitica sia faccenda di secondaria importanza, che quello che conta sia soltanto l’azione, lo scontro in primo luogo, sia avvertire il respiro del nemico, individuarlo fra i tanti fantasmi che ci circondano e colpirlo con qualsiasi mezzo.

E sbagliano. Il colpire in queste condizioni è quasi sempre un vano dibattersi.

Molti altri pensano che l’analisi sia necessaria, anzi indispensabile, ma sia faccenda di estrema difficoltà perché fondata su uniformità ed esattezze che solo a pochi è dato cogliere, quindi non realizzabile da tutti, delegabile pertanto soltanto a pochi capaci di realizzarla, per cui finiscono per sentirla come faccenda estrema, anche quando per loro avventura gli capita fra le mani qualcosa che lontanamente ad un’analisi somiglia.

E sbagliano. Il capire in queste condizioni è un inutile equivoco con se stessi. Lo stesso agire finisce per somigliare molto ad un continuo rinvio in attesa di chiarimenti.

Libertad fu uno di quei compagni che ammirevolmente seppe fondere insieme l’analisi, semplice e immediata, con l’azione, sempre efficacemente collegata con i presupposti analitici, mai fine a se stessa o banale attestazione d’esistenza in mancanza d’altro.

Non riproponiamo questo libretto per suggerire un modello da impiegare a colpo sicuro, per altro siamo radicalmente contrari ai modelli, e anche i tempi sono radicalmente cambiati rendendo impossibile, tanto per limitarci a un esempio, una realtà come quella delle “Causeries populares” di rue Chevalier-de-la-Barre, ma riteniamo importante riflettere su alcuni temi che spesso sfuggono all’attenzione, o vengono considerati di secondaria importanza.

Valga l’esempio della “carogna” e di quanta preoccupazione si prendono i compagni non solo della propria “carogna”, prenotando posti in questo o quel cimitero più o meno connotato come “anarchico”, o lasciando indicazioni esplicite sulla destinazione della suddetta “carogna” o sul modo di inumarla.

Evidentemente molte delle nostre preoccupazioni personali muoiono parecchio tempo dopo che abbiamo tirato le cuoia. Ma è solo un esempio.

In fondo la lotta è legata ai vari problemi sui quali riusciamo a condurla. Può svilupparsi o miseramente annegare a seguito di nostre scelte, trovare risposte e colpire il nemico, come diventare occasione solo per ascoltare la nostra voce, tanto per dirci di essere ancora in vita.

Con buona pace del nemico.


[Introduzione a Il culto della carogna, seconda edizione, Catania 2001, pp. 5-7].

Sante Pollastro

Forse è meglio così. Non so quale sarà il destino dei documenti riguardanti la vita e le gesta di Sante Pollastro dopo la morte di Luigi Brignoli, il compagno che per tanti decenni li aveva accuratamente cercati e messi da parte, ma dai quali aveva ostinatamente tenuto lontano l’occhio critico di tutti coloro che avrebbero voluto prenderne visione per scrivere qualcosa sulle esperienze di questo anarchico di cui si sa poco se non nulla.

Personalmente ho avuto modo di avere fra le mani soltanto le poche pagine manoscritte di Pollastro riguardanti la rivolta del penitenziario di S. Stefano.

Purtroppo, a titolo di esempio, l’imbecillità di un recente curatore, Alberto Ciampi, ne ha fatto uscire un assaggio disastroso, ed è questo il modo in cui si distrugge, con grossolane disattenzioni, la memoria dei rivoluzionari anarchici che attraversa come una lama di luce tutti i periodi storici, senza eccezione.

Inarrestabile quindi il malcostume editoriale anarchico di gettare in pasto ai compagni, come quest’ultimi fossero del tutto sprovveduti e incapaci di giudicare con la propria testa, lavoretti tagliati in pochi giorni, e con poca fatica, affidati alle mani e al cervello davvero miserrimi di qualche storicuccio.

Le suddette note autografe di Pollastro, appena poche paginette, sono state in malo modo storpiate dal curatore (Ciampi) e presentate in forma a dir poco approssimativa dall’autore del profilo biografico (Chessa). Da questo ingeneroso connubio esce malconcia la figura di un anarchico di cui deve ancora essere scritta non solo la biografia, che sarebbe poca cosa, ma qualche riga di considerazione critica concernente la sua azione e il suo modo di affrontare, armi in pugno, la realtà.

Il lavoro di Ciampi ha distrutto il testo di Pollastro, che da solo si presenta invece in modo lineare e vivace, per quanto non immune da quegli svarioni che sono sempre presenti nelle scritture di questo genere. Lo ha distrutto cercando di sistemarlo, fra l’altro attraverso un uso dissennato delle parentesi quadre. E, in fondo, questo sarebbe poco male, finendo per screditare il curatore e non certo l’autore.

Più grave è invece l’avere trascritto in modo errato diverse parole importanti, come ad esempio, a pag. 12 dove nel testo a stampa si legge la parola “volare”, mentre sul manoscritto sta scritta la parola “veloce”. Nella stessa pag. 12, al capoverso “Così nacque la calma anche quelli...”, manca la congiunzione “e”, che invece si trova nel manoscritto, per cui la versione esatta, di mano di Pollastro, è : “Così nacque la calma e anche quelli...”. Ecco, per fare un ultimo esempio, cosa si legge a pag. 6 del testo a stampa: “I detenuti si aspettava[no] che gli americani avessero aperto tutti e, vedendo invece che a loro non interessavano affatto, ne rimasero un poco meravigliati e delusi nella loro aspettativa”. Questo invece è quello che aveva scritto Pollastro: “I detenuti si aspettava che gli americani avrebbero aperto a tutti e, vedendo invece che loro non interessavano affatto, ne rimasero non poco meravigliati e delusi nella loro aspettativi”. Ora, se per avere la correzione di “aspettava” in “aspettavano” e di “aspettativi” in “aspettativa” bisogna pagare il prezzo di un errore grossolano di grammatica e di un completo stravolgimento del significato del testo (erano i detenuti che non interessavano e non gli americani che non erano interessati), lo scambio mi sembra troppo diseguale. Tra l’illetterato Pollastro e il letterato Ciampi, da un punto di vista linguistico, io preferisco il primo.

Non continuo perché annoierei i lettori. Voglio solo riportare un pezzo che è stato dimenticato dal “curatore”. A pag. 10, dopo la frase: “Passò vicino a S. Stefano ed andò a fermarsi a Ventotene”. Manca la seguente frase che invece si trova nel manoscritto a pag. 30: “Dopo qualche tempo che arrivò questo mezzo... Partì una barca da Ventotene che noi abbiamo riconosciuto per la solita che faceva servizio per S. Stefano. Infatti dopo un quarto d’ora la barca arrivò e... sbarcò Mariani e i 4 compagni che andarono con lui il giorno prima a Ventotene”.

E diciamo adesso qualcosa sul “Profilo”.

Chessa è disinformato, lo dichiara lui stesso in anteporta: “Chi scrive non è riuscito a trovare una qualche notizia biografica di Santo Pollastro”. Le poche cose che dice non sempre sono esatte.

Faccio due piccoli esempi: non è il massaggiatore di Girardengo (di cui Chessa ignora il nome, e che si chiamava Cavanna) a fare la spia, ma Silfide Carro, la moglie di un compagno anarcosindacalista; nel conflitto a fuoco dove morirono Renzo Novatore e il maresciallo Lupano, è quest’ultimo ad aprire il fuoco per primo, venendo ucciso subito dopo da Pollastro. Altri esempi si potrebbero indicare, ma pensiamo che il nostro compito possa fermarsi qui.

Il libretto di Brignoli (Le confessioni di Pollastro. L’ultimo bandito gentiluomo) ha pure i suoi guai. Alla fin fine, l’autore ha raccontato dell’amicizia sua con Pollastro, e dei suoi ricordi, ma i documenti, nella gran parte, sono rimasti negli scatoloni, conservati per i posteri (quali?).

Il libretto, per altro, doveva uscire con una mia prefazione che mi sono rifiutato di fare vista l’impronta complessiva del lavoro che finisce per diventare uno sfogo intimistico e non uno spaccato semplice e lineare della vita di uno dei compagni più attivi che il movimento anarchico internazionale abbia mai avuto.

Alla fine Brignoli ha creduto opportuno fare introdurre il libro da un giornalista sportivo de “Il Giorno”, tale Gigi Riva, in omaggio alla notorietà caduta come una tegola sulla “vicenda” Pollastro dopo una canzone cantata da tutti gli imbecilli di borgata che parla di un campione (Girardengo) e di un bandito. Basta così.

Pollastro appartiene alla vecchia generazione di compagni indomabili. Gente come Pedrini, come Zava, come Mariga e come tanti altri che attaccarono ai loro tempi il nemico di classe cercando di sottrargli quanto più potevano. La lotta rivoluzionaria passa anche per questo tipo di attacchi al capitale, a mano armata, i quali in definitiva rendono possibile che lo scontro non si traduca in un massacro di inermi.

E, naturalmente, nel sottrarre il gruzzolo ai benestanti questi compagni chi trovavano a difendere quei soldi? I servi prezzolati in divisa. Di suo pugno, Pollastro, ne uccise quindici. Trentadue anni di carcere.


[Pubblicato su “Canenero” n. 9, 6 gennaio 1995, p. 14. Recensione a: (A cura di Alberto Ciampi), Santo Pollastro: Un uomo coraggioso e carico di altruismo, Archivio Famiglia Berneri, Cecina 1994 e G. L. Brignoli, Le confessioni di Pollastro. L’ultimo bandito gentiluomo, Bergamo 1995].

Bruno Filippi

La Galleria Vittorio Emanuele, una notte del novembre 1994, a Milano. Le ricchezze solidificate in buona pietra scura, riposano tranquille. I segni visibili del potere (Berlusconi è di queste parti), nella semioscurità, sembrano eterni. Poi il fuoco. Questa forza rigeneratrice che trasforma in pochi minuti la calma e l’attesa centenaria dei palazzi in un andirivieni ansimante e confuso di pompieri e poliziotti. Il cuore stesso di Milano, è stato disturbato. Il ristorante Savini è andato in fumo, insieme al bar Salotto.

I benpensanti attoniti si chiedono chi può essere stato. Non sembra un’azione del racket delle estorsioni, e poi queste organizzazioni non agiscono così. In fondo l’incendio è stato semplicissimo. Il giardino d’inverno, con poltroncine d’epoca e pannelli di Mondino, realizzati alla fine degli anni Ottanta e oggi valutati più di cento milioni, erano a portata di una qualsiasi torcia, d’una semplice bottiglia incendiaria.

E questa puntualmente è stata gettata, questa torcia è stata puntualmente accesa. La galleria dei milanesi perbenisti e codini è stata “violentata” col fuoco, come hanno commentato alcuni chiosatori di mestiere, preoccupati per la piega che vanno prendendo le cose di fronte al dilagare irrefrenabile dell’inesplicabile “teppismo”.

Noi, ovviamente, non sappiamo come si sono svolti i fatti, né chi può avere avuto l’idea di bruciare tanti tesori del genio commerciale milanese, per cui la città della Madonnina va famosa nel mondo. Abbiamo anche cercato di rammaricarci dell’accaduto, ma senza riuscirci. Il primo moto dell’animo è stato di gioia, per il fuoco rigeneratore, per l’allegra scossa data all’assonnata neghittosità dei rinunciatari che di notte albergano sotto le volte ostili della galleria, per il severo monito che il fatto privo di senso ha dato alle sensatissime e riflessive intelligenze dei commercianti e dei banchieri che infestano la zona.

Poi ci siamo ricordati di un nostro compagno, ormai quasi dimenticato nella memoria degli anarchici. Ci siamo ricordati di Bruno Filippi, saltato in aria con la sua bomba mentre saliva le scale del Club dei Nobili di Milano, che guarda caso si trovava sopra l’attuale ristorante Savini. Era il lontano 7 settembre 1919. Bruno aveva diciannove anni e voleva vendicare il massacro della guerra mondiale attaccando coloro che l’avevano voluto e che poi si erano arricchiti con le forniture. Che strani ricordi possono venire in mente aprendo il giornale in una brutta mattinata di novembre.


[Pubblicato su “Canenero” n. 5, 25 novembre 1994, p. 4, con il titolo “Un fantasma in galleria”].

Una mummia aggressiva

Il “Golf Club” è un Residence di lusso a pochi chilometri da Bologna. La famiglia Kerkoc abita un’antica casa colonica ristrutturata che confina con i prati del Golf Club di Crespellano, il cui proprietario è il conte Filippo Sassoli de’ Bianchi, ex proprietario della Buton. Nelle case vicine abitano il rettore dell’Università di Bologna Fabio Roversi Monaco, l’attrice Tina Ruggeri e il portiere della nazionale di calcio Gianluca Pagliuca.

I Kerkoc, di origine austriaca, sono proprietari di due industrie, la Tecnoform e la Tecnosail che producono laminati per barche e camper. Niente di eccezionale nel campo dell’imprenditoria emiliana e romagnola, ma di certo si possono collocare, e lo sono stati, nella cerchia ristretta della Bologna Bene, essendo proprietari anche di diversi appartamenti nel centro storico della città.

Insomma una ricca famigliola, dentro la cui intimità dorata e sonnolenta piomba improvvisamente dal nulla, alle dieci di sera di un qualsiasi giovedì di ottobre del 1994, una serata come tante altre, una mummia proveniente da un altro mondo.

La mummia per il momento non ha nome, è armata, uccide senza esitazione il cane da guardia, sequestra tutti e poi inizia la solita storia delle trattative con la polizia, insomma l’iter conosciuto di tutti i sequestri bloccati sul nascere, finendo per farsi arrestare.

Ma chi è la mummia anonima, dalla testa fasciata e dai gesti violenti e sicuri? È un albanese di ventidue anni, uno dei paria arrivati negli ultimi anni in Italia, la terra dove sembra possibile realizzare i sogni di benessere, altrove impensabili. Non sappiamo nulla delle sue condizioni e delle sue motivazioni. Ma di già l’incontro-scontro tra questi due mondi, assolutamente agli antipodi tra loro, l’uno lanciato verso un maggiore arroccamento e una più triste e solitaria ricchezza, l’altro verso una maggiore disperazione e miseria, l’incontro di questi due mondi, di per sé costituisce un fatto da segnalare. Invece di sfiorarsi alla lontana, nel gesto caritatevole dell’interesse sociale, quando la mano del ricco concede qualche piccola briciola al povero, quest’ultimo ha pensato bene di tagliare la strada al primo, penetrando con la ferocia della disperazione nella sua vita e sconvolgendone gli assetti ben ordinati.

È qualcosa di più di un semplice fatto di cronaca.


[1994]

Francisco Sabaté

Questo libro [A. Téllez, Sabaté. Guerilla Extraordinary, London, 1985] parla della vita, dell’azione e della morte di un guerrigliero anarchico.

Molte cose sono successe da quando fu pubblicato per la prima volta alla fine degli anni Sessanta, e l’esperienza della lotta armata in Europa non è più limitata soltanto a quella dei compagni che continuarono la lotta contro la Spagna franchista. Questo non toglie nulla all’importanza teorica e pratica delle azioni di Sabaté, e al valore di questo libro.

Il discorso potrebbe essere lungo, ma cerchiamo di abbreviarlo per non complicare le cose.

Sembrerebbe che tutti gli anarchici dovrebbero essere d’accordo su alcuni aspetti; non avere esattamente la stessa opinione, ma almeno essere senza grosse contraddizioni. Il primo problema è quello di attaccare il nemico di classe (cioè lo sfruttatore), sia nell’aspetto macroscopico dello Stato, sia in quello microscopico dell’individuo responsabile dello sfruttamento.

Ma quando un compagno si organizza per passare dalle parole ai fatti, quelli che avanzano dubbi, perplessità, sospetti, incertezze non mancano mai. Ci sono sempre stati compagni anarchici che hanno fatto diventare il loro anarchismo una specie di parabrezza per nascondere le proprie debolezze e i propri compromessi. Evidentemente non possono approvare qualcuno che contribuisce a smascherarli, e attraverso le sue azioni, attaccando il nemico smuove le acque stagne del loro sonno, spesso attirando l’attenzione delle forze repressive.

Critiche del tipo: non è il momento, queste cose si fanno quando la rivoluzione è alle porte, dobbiamo essere sicuri che le masse sono con noi, vengono indirizzate costantemente al compagno che intende agire ora, subito.

Per quanto riguarda le azioni di Sabaté, egli, in pratica, fu lasciato solo con alcuni compagni che, di volta in volta, si unirono con lui individualmente per continuare la lotta. Ma queste azioni dovevano aver luogo dentro la Spagna.

Quando si cercava di fare qualcosa fuori, sempre per colpire il regime fascista, era subito un mare di disaccordi. E anche più tardi, quando ci fu il ricorso alla solidarietà internazionale (per esempio il sequestro di Monsignor Ussia), non pochi furono i dissenzienti. L’azione doveva essere vista alla luce del suo obiettivo eccezionale, di salvare la vita dei compagni condannati a morte, niente di più.

Il lettore si renderà conto che poco è cambiato dall’epoca in cui Sabaté portava avanti la sua lotta in completo isolamento.

Anche in tempi molto recenti, quando alcuni anarchici si sono organizzati per attaccare, il cosiddetto movimento ufficiale ha preferito rimanere in silenzio, quando non è uscito in dichiarazioni di dubbio o condanna vera e propria.

È questo l’ineluttabile destino di tutte le organizzazioni? Non credo. Un’organizzazione che si definisce custode delle tradizioni ideologiche del movimento anarchico deve necessariamente diventare conservatrice e guardare a tutte le iniziative d’attacco – specialmente quando queste avvengono al di fuori del suo controllo – con preoccupazione e sospetto.

Al contrario, un’organizzazione nata come struttura di attacco, capace di modificarsi secondo i bisogni del momento, che evita la burocratizzazione, e non ha alcuna intenzione di custodire una qualsiasi “memoria”, può diventare la base indispensabile per l’azione rivoluzionaria. E, in fondo, è verso questo genere di organizzazione che andarono gli sforzi di Sabaté, come di qualunque altro rivoluzionario anarchico che intende attaccare il nemico di classe. È precisamente su questa linea di separazione che i due modelli di intervento si sviluppano.

Da un lato, il modello controinformativo come fine a se stesso, una struttura che si ripete eternamente, che sopravvive nella propria immagine, di volta in volta fornendo le opinioni più avanzate su quello che le forze del potere decidono di mettere in circolazione.

Dall’altro lato, una struttura minima, che si organizza per agire, che si mantiene ben documentata sulla realtà, ma solo per realizzare progetti di intervento e azioni rivoluzionarie, non per distribuirle come merce di consumo.

In questa prospettiva tutto prende un’altra luce. In primo luogo la disponibilità di mezzi. Chi si limita alla controinformazione, si basa sulla buona volontà dei compagni e sulle loro sottoscrizioni. Chi ha un progetto preciso di attacco deve andare oltre, espropriando ai capitalisti i soldi necessari. Ma allora, in questo caso, l’impegno è diverso, completo e totale.

Certo, ci sono dei rischi. Non tanto per la vita, che per un rivoluzionario è sempre messa in gioco in tutte le decisioni, quanto per la conseguente separazione, per l’isolamento.

L’imbecillità degli altri, la loro cattiva fede nel non volere comprendere, la loro mancanza di entusiasmo: tutte queste cose feriscono spesso più dei proiettili del nemico. Altrettanto dannosa è la vacua simpatia e la curiosità morbosa.

E Sabaté fu ferito da tutte queste dolorose spine nel fianco, prima di essere ucciso dalla Guardia Civil.

Ma non si fermò mai, non si ritirò, non si lasciò sopraffare dal dubbio. E che non si dica (come è stato detto) che le cose erano più facili per lui perché tutti erano d’accordo a combattere il fascismo.

Questo va bene per gli ipocriti che si travestono da rivoluzionari, certamente non per gli anarchici. Il fascismo è sempre davanti a noi, anche quando porta il vestito multicolore dello Stato relativamente permissivo della signora Thatcher [1985].

Ognuno capisce ciò abbastanza facilmente. Meno facilmente decide di agire. Ecco perché un libro di questo tipo è sempre utile: perché leggerlo ci spinge all’azione, sveglia gli entusiasmi. Perché dimostra in mille modi come colpire il nemico, perché non dà spazio alla rassegnazione e al dubbio.

È necessario capire che non possiamo aspettare che gli altri – neanche gli altri compagni – ci diano il segnale di agire, l’indicazione finale. Questa deve venire da noi. Ciascuno di noi, preso individualmente, deve trovare i suoi compagni e costituire piccoli gruppi di affinità che sono l’elemento essenziale per dare vita all’organizzazione di attacco di cui abbiamo bisogno.

Le azioni verranno facilmente, come conseguenza naturale della decisione di agire, insieme, contro il nemico comune.

Grandi parole, dichiarazioni per andare nella storia, le grandi organizzazioni del passato glorioso, i vasti programmi per il futuro, sono tutti inutili se la volontà del singolo compagno viene a mancare. E in questa prospettiva Sabate non è rimasto solo, la sua lotta continua oggi.


[Introduzione a Antonio Tellez, Sabate. Guerrilla Extraordinary, London 1985, pp. 9-12. Cfr anche Introduzione a A. Téllez, La guerriglia urbana in Spagna: Sabaté, tr. it., Ragusa 1972, ora in La dimensione anarchica, seconda ed., Trieste 2007, pp. 317-329]

Severino Di Giovanni

La figura di Di Giovanni ha sempre messo in luce una profonda divisione all’interno del movimento anarchico, divisione che va molto oltre i limiti degli avvenimenti specifici durante la sua vita.

Da prima dell’attività di Di Giovanni, fino a oggi, ci sono sempre stati compagni che includono i metodi di azione diretta, lotta armata ed esproprio nella lotta contro lo sfruttamento.

D’altro canto, ci sono sempre stati quelli contrari a questi metodi, e a favore soltanto della propaganda e dell’educazionismo libertario. Quest’ultima è la posizione tenuta dagli anarchici argentini riuniti, all’epoca di Di Giovanni, attorno al quotidiano anarchico “La protesta”. Anche oggi ci sono molti che mantengono questa posizione e che sicuramente avrebbero preferito lasciare Di Giovanni, e ciò che rappresenta, in una relativa oscurità.

Per com’è questo libro [O. Bayer, Anarchism and Violence. Severino Di Giovanni in Argentina. 1923-1931, London 1986] contiene certi difetti che devono essere indicati e che esamineremo più avanti.

Il lavoro di Bayer è un tentativo onesto e quasi oggettivo, lontano dagli stereotipi così cari alla stampa borghese. Racconti contemporanei alle sue attività riempirono colonne e colonne, dipingendo Di Giovanni come bombarolo, bandito e assassino.

Non solo la stampa dei padroni, come si dice, ma anche quella parte della stampa dalla quale ci si aspetterebbe di meglio, hanno insistito nel vedere Di Giovanni immerso in una realtà brutale e omicida, nella quale viveva e portava avanti la sua lotta, distaccato dal movimento anarchico di cui invece faceva parte.

Per esempio, l’autore della Prefazione all’edizione spagnola di questo libro, José Luis Moreno, dice: “Di Giovanni voleva dalla violenza ciò che la borghesia voleva dalla legge: uno strumento per ottenere uno scopo finale, che naturalmente in ambedue i casi erano diversi e antagonisti. Di Giovanni credeva di potere combattere la borghesia con le sue stesse proprie armi”. E più avanti: “ […] Egli utilizzava il suo arsenale di guerra come uno strumento di base, relegando i problemi ideologici al secondo posto. Per lui, come per molti anarchici, è questo che significava azione diretta”. E ancora: “In realtà fu un romantico. Paradossalmente come potrebbe sembrare, e citando Bayer, diremo che fu un romantico della violenza, l’amore e la violenza sono veri scopi, e per lui non ce ne furono altri”.

Potrebbe essere difficile al primo sguardo fare una distinzione tra la violenza proletaria della difesa e l’opprimente terroristica violenza dello Stato. Ma questa distinzione può e deve essere fatta.

Attaccando le istituzioni, armi in mano, Di Giovanni non stava usando le stesse armi della borghesia, ma quelle, completamente diverse della liberazione e della rivendicazione popolare, e dove mai l’autore della Prefazione all’edizione spagnola ha letto che Di Giovanni ha messo i problemi ideologici in secondo piano? Forse avrebbe fatto meglio lui, al posto di Di Giovanni braccato, inseguito dalla polizia come un animale selvaggio, ma nonostante ciò lo stesso curando in tipografia numerose pubblicazioni anarchiche, compreso un giornale quindicinale: “Culmine”, e una edizione degli Scritti sociali di Reclus? E, in fine, perché definirlo un romantico? Quando sappiamo benissimo che oggi la storiografia lega questo termine agli aspetti decadenti della poetica romantica, quelli che sono lontani dalla realtà? Utilizzare questo termine oggi può solo confondere il lettore.

Esisteva per Di Giovanni molto di più dell’amore e della violenza: la lotta contro il fascismo, la lotta sindacale, la lotta per una società nuova, la lotta per l’anarchia. Tutte queste lotte furono intraprese nella piena coscienza del bisogno di utilizzare mezzi pericolosi, mezzi giustificati solo dalla guerra aperta, dichiarata da quelli al potere.

Torniamo al libro.

Come abbiamo detto è una ricostruzione quasi oggettiva, lontana dal sensazionalismo dell’epoca. Lo sviluppo dell’attività di Di Giovanni è stato seguito attentamente attraverso la consultazione di giornali contemporanei, documenti e testimonianze.

Dagli avvenimenti al Teatro Colon, al momento finale, davanti al plotone di esecuzione, incontriamo Di Giovanni attraverso un miscuglio di distanza e simpatia. Non avendo accesso alle fonti utilizzate, possiamo solo accettare le conclusioni raggiunte dallo storico e considerare il suo lavoro come positivo.

Sono altri aspetti del libro che ci danno preoccupazione, particolarmente il frequente ricorso a giudizi di valore tutti legati ad una visione, “romantica e idealistica” dell’attività rivoluzionaria di Di Giovanni.

Non è nostra intenzione privare il lettore del piacere di leggere il racconto ricco che Bayer fornisce, allora non cercheremo di riassumere qui l’attività di Di Giovanni. Sentiamo comunque che è necessario indicare la mancanza di fondamento alle conclusioni teoriche di Bayer.

Per esempio scrive: “Da buon autodidatta, Di Giovanni crede, nella sua tragica ingenuità, che la teoria è fatta per essere applicata. Bakunin e Kropotkin avevano detto che tutti i mezzi sono leciti per giungere alla rivoluzione e per conquistare la libertà”.

È in tali passaggi che ci si rende conto che Bayer, per quanto un ricercatore coscienzioso, o non ha letto, o ha capito poco del pensiero anarchico.

Dove mai ha trovato l’affermazione che Bakunin e Kropotkin dicono che tutti i mezzi sono giustificabili?

Dove mai ha letto che utilizzare la teoria anarchica acriticamente è tipico degli autodidatti?

Dove ha saputo che la teoria anarchica è teoria fatta solo per restare sulla carta?

Di Giovanni era uomo coerente, non è vero che qualunque mezzo fosse buono per lui. Sceglieva sempre i mezzi in rapporto alla violenza terroristica delle strutture del potere, ed è rimasto su questa strada fino alla fine.

Chiedersi, come fa il nostro autore, la psicologia del suo rapporto con la teoria anarchica non ha senso. Faccia a faccia col nemico, il famoso volume di Galleani, è anche il titolo di una sezione del giornale di Di Giovanni “Culmine”, e dimostra la vera sostanza del rapporto tra teoria e pratica.

Di Giovanni sapeva che l’attacco contro l’oppressione doveva usare certi mezzi, ma sapeva anche che gli altri mezzi, la propaganda, le pubblicazioni anarchiche, erano di grande valore perché servivano a preparare il campo per l’intervento attivo rivoluzionario. Ma, affinché questo scambio tra teoria e pratica potesse verificarsi, occorreva che in futuro la prima fosse sviluppata in una certa direzione, e non diventasse ostacolo nella strada dell’azione diretta come nel caso degli editori de “La protesta”.

Un’altra interessante interpretazione fatta da Bayer di Di Giovanni è quella che lo identifica con l’individualismo nicciano. Questo è un problema interessante.

Bayer individua a più riprese la presenza del filosofo tedesco nel pensiero di Di Giovanni. E, in effetti, questa influenza non può essere negata. Bayer ci dice: “È percepibile in Di Giovanni l’immensa influenza di Nietzsche (nel perquisire la sua biblioteca a Burzaco vennero trovati dei cartelli esposti alle pareti, con frasi dell’autore di Zarathustra)”.

In una lettera del 22 ottobre 1928, egli stesso scrive: “Oh, quanti problemi si affacciano sulla scarpata della mia giovane esistenza, travolto da mille turbini del male! Eppure l’angelo della mia mente mi ha detto tante volte che solo nel male vi è la vita. Ed io vivo tutta la mia vita. Il regno della mia esistenza si è perduto in essa: nel male? Il male mi fa amare il più puro degli angeli. Faccio io male? Ma se essa mi guida? Nel male vi è l’affermazione più alta della vita. E stando in essa, sono equivocato? Oh, problema dell’ignoto, perché non ti risolvi? […]”.

Per questo Bayer conclude: “Tenerezza che, presto, quando gli toccherà di agire, si convertirà in crudeltà. Era evidentemente un uomo spontaneo, completo nei suoi sentimenti, che agiva come ubriacato di tutta la gamma di colori, di lotte, di contraddizioni, di bellezze, di generosità, di tradimenti che la vita ci presenta. Vale a dire un autentico nicciano”.

Leggere Nietzsche costituisce un impatto per molti, e probabilmente anche per Di Giovanni. Ma da questo, arrivare a definire l’uomo e le sue azioni come nicciani, sembra un passo troppo grande.

Anche la presenza di alcune frasi dell’opera di Nietzsche nella biblioteca del nostro compagno, sembra essere un elemento modesto per giustificare l’affermazione che lui era un dichiarato seguace delle dottrine del filosofo.

L’approfondimento delle radici filosofiche è un problema molto serio e può avere un effetto su tutte le azioni dell’anarchismo che insiste sull’azione diretta, e che pur non negando l’importanza e i valori della propaganda, dell’educazione libertaria, accentua l’importanza dell’attacco contro l’oppressione.

Non è vero che Di Giovanni “agisse come ubriacato da tutta una gamma di colori, di lotte e di contraddizioni […]”. La pienezza della sua concezione di vita non aveva niente della violenza improvvisata che si confonde con la forza vitale nella dimensione filosofica di Nietzsche.

Non dobbiamo dimenticare la visione del filosofo tedesco riguardo l’essenza del mondo e della storia, né la sua ammirazione per l’ideale del “superuomo”, qui l’elemento deterministico dell’eterno ritorno interagisce con l’elemento volontaristico e mistico della volontà di potenza.

Queste tendenze opposte fanno dire delle cose interessanti al filosofo riguardo il nazionalismo, la religione e la guerra; ma anche delle affermazioni assurde e pericolose che nella bocca dei seguaci del nazionalsocialismo hanno a torto fatto di lui un filosofo di “destra”.

La lettura di Nietzsche come quella di Stirner è un lavoro abbastanza difficile, ed è quasi sempre stato fatto male. Ma esiste una divisione netta tra la lettura che Di Giovanni fa dei libri di Nietzsche e la sua attività anarchica, rivoluzionaria.

L’aspetto volontaristico della sua attività non aveva mai lo scopo di creare un mito, o di seguire il modello del “superuomo”. Aveva sempre in mente una precisa situazione di lotta, che emergeva dallo sfruttamento e dall’oppressione fascista. Questa situazione venne da lui verificata, a livello teorico, nel suo giornale “Culmine”.

Non si dovrebbe essere stornati dalla prosa fiorita e traboccante, una volta abbastanza comune fra gli scrittori libertari, Galleani ne è un esempio. Quando dice che “solo nel male c’è vita”, il riferimento letterario si rapporta direttamente a una contraddizione che è abbastanza evidente in un uomo che ha scelto la strada dell’“outsider”.

Se la dimensione borghese della vita è ciò che ognuno definisce “buono”, allora solo nel “male” esiste vera vita, solo rompendo il cerchio dell’ipocrisia e il falso amore del bene è possibile trovare un differente e più essenziale bene, l’unico capace di fondare la società di domani attraverso il dolore e la sofferenza di oggi.

Anche nel suo rapporto con la giovanissima compagna Josefina egli è cosciente che, dal punto di vista borghese, la sua relazione potrebbe essere condannata e considerata “male”: ma è precisamente questo male che gli fa sentire di avere ragione e di affermare la vita. Non rimane allora null’altro da fare che accantonare le parole, guardare la realtà in faccia, e agire.

Arriviamo al terzo problema, che emerge da una lettura di questo libro, quello del terrorismo.

Ancora una volta Bayer dà sfogo a giudizi di valore e si perde in affermazioni assurde e infondate: “Di Giovanni fu un eroe sfortunato, un giovane uomo che prese sul serio ciò che i libri della sua ideologia dicevano. Ideologia questa che, secondo come la si interpreta, può passare dalla bontà e dal rispetto per la condizione umana in tutti i suoi aspetti, alla più disperata e violenta azione soggiogatrice, giustificata con l’ideale di voler instaurare la libertà assoluta per tutti”.

È dunque indispensabile che il lettore tenga in mente la totale mancanza di comprensione da parte di Bayer riguardo che cos’è l’anarchismo. E, più di tutto, su che cosa significarono e significano le azioni di Di Giovanni.

Ma il nostro problema è ancora leggermente diverso.

Assieme ai suoi compagni, Di Giovanni ha eseguito delle azioni che normalmente vengono definite “terroristiche”, egli stesso ha scritto: “In eterna lotta contro lo Stato ed i suoi puntelli, l’anarchico che sente su se stesso tutto il peso della sua funzione e dei suoi scopi emananti dall’ideale che professa e della concezione che ha dell’azione, non può molte volte prevedere che quella valanga che fra poco andrà a far rotolare per la china dovrà necessariamente urtare il gomito del vicino in astrattiva contemplazione delle stelle o calpestare un callo di un altro che s’impunta in non smuoversi avvenga quello che avvenga intorno a lui”.

In primo luogo deve essere detto chiaramente che cos’è terrorismo.

La propaganda di Stato fatta dai soliti inservienti pagati della stampa borghese ha sempre chiamato terrorismo le azioni di individui o gruppi contro i responsabili dello sfruttamento, contro la proprietà, le istituzioni dello Stato e l’ordine costituito.

L’altro terrorismo, il vero terrorismo, eseguito dallo Stato direttamente utilizzando l’esercito in tempo di guerra, o i padroni sul posto di lavoro, non è mai stato considerato terrorismo. E migliaia di operai uccisi, feriti ogni anno, solo in questo Paese, i dolci avvelenati, i gas allucinogeni, i defoglianti e ogni genere di arma batteriologia nel Vietnam, sono ormai patrimonio di tutti gli Stati in guerra.

Al tempo di Di Giovanni lo sport preferito della borghesia argentina era la “caccia” nella Terra del Fuego durante la quale i nativi delle foreste venivano colpiti a morte. Le stesse persone che ammazzavano questi “selvaggi” a sangue freddo per il piacere della caccia, furono fra i più decisi nel condannare le azioni di Di Giovanni.

Evidentemente quando il terrore viene praticato contro gli altri non disturba il palato della borghesia. Ma quando la minaccia appare vicino casa, allora essa cambia opinione.

È giusto, dunque, che possiamo parlare di terrore solo quando parliamo di violenza repressiva, mai quando parliamo della violenza degli sfruttati. L’uso di tale termine riguardo azioni concernenti il loro diritto di difesa, diventa causa di malcomprensione, e di lunghe e inutili discussioni.

E le azioni di Di Giovanni non erano mai violente per il piacere di esserlo, non erano mai applicate indiscriminatamente per creare una tensione che avrebbe solo favorito il potere e la sua politica di consolidamento.

Le azioni di Di Giovanni erano sempre guidate da uno preciso ragionamento rivoluzionario: colpire i centri del potere con azioni punitive che trovano la propria giustificazione nella violenza di Stato e che hanno lo scopo di spingere la massa verso un obiettivo rivoluzionario. Di Giovanni ha sempre tenuto conto della situazione di massa, anche se spesso è stato accusato del contrario.

È anche stato accusato di avere contribuito alla repressione, scatenandola contro il movimento anarchico. Tale accusa non ha senso. La repressione poliziesca uccide un movimento rivoluzionario solo quando questo è già morto nella sua componente essenziale di attacco contro il potere. In altre parole, se un movimento rivoluzionario, in una situazione democratica, si illude che esiste solo perché vegeta all’ombra della tolleranza governativa, è logico che un’ondata di repressione finirà per distruggerlo.

Ma, nei fatti, questa repressione uccide solo un cadavere senza vita, qualcosa che si illudeva di essere vivo perché come una pianta buttava solo pochi semi o generava un numero di gruppi che diffondevano solo opinioni.

È necessario interpretare l’attività di Di Giovanni e il suo rapporto con il movimento anarchico argentino in questo contesto.

In ultimo, è necessario dire qualcosa riguardo i possibili “incidenti” che ogni rivoluzionario deve cercare, per quanto possibile, di evitare nel corso dell’attacco contro il potere.

Questi incidenti sono sempre deplorevoli, perché vengono subito visti in una luce negativa dalla massa degli sfruttati e perché mettono in pericolo la vita di persone che prese individualmente non sono responsabili per un particolare atto di repressione.

Ma una volta che l’atto violento, deciso da un militante o gruppo di militanti, viene portato a termine con approfondita analisi e garanzia; quando la sua opportunità rivoluzionaria è stata considerata ed esso viene eseguito in modo da renderlo quanto più chiaro possibile alla massa; e il militante o gruppo sono veramente parte della minoranza armata degli sfruttati: allora se l’azione causa un “incidente” e qualcuno muore durante il suo corso, non possiamo condannare l’azione, né i compagni che l’hanno eseguita.

In ogni caso, anche quando non siamo d’accordo con una particolare azione, e una critica ci sembra giustificata, dobbiamo sempre tenere in mente che la nostra critica non può andare oltre quell’azione specifica. Trarre princìpi generali da essa – per quanto logici questi possano sembrare – è gratuito e pericoloso dal punto di vista rivoluzionario.

Molti importanti problemi riguardanti Di Giovanni non avrebbero avuto senso se i compagni che li hanno sollevati, nel passato come oggi, non avessero iniziato con delle malcomprensioni riguardo la funzione e gli scopi dell’azione rivoluzionaria.


[Introduzione a O. Bayer, Anarchism and Violence. Severino Di Giovanni in Argentina. 1923-1931, London 1986, pp. 7-17. Scritto in collaborazione con Jean Weir. Questo testo, e il precedente su Sabate, in mancanza degli originali in italiano, sono stati tradotti dall’inglese. I dattiloscritti devono essere di certo rimasti nelle mani di qualche poliziotto nel corso di una delle tante perquisizioni degli ultimi decenni]

Per favore, restiamo coi piedi per terra!

Se sostenete la tesi della distruzione del lavoro, anche fra anarchici, finirete per trovare sempre qualcuno che vi risponda: “E domani? Se non lavoriamo che cosa mangeremo domani?”.

Ecco, se le vostre orecchie ascolteranno questa domanda, vuol dire che vi trovate davanti ad un anarchico pragmatista o, per dir meglio, ad un compagno coi piedi per terra, insomma uno di quelli che quando gli chiedete se considera ancora significativo il ruolo della classe lavoratrice nello scontro tra dominanti e dominati, vi risponderà subito: “Assolutamente si!”.

Non arrischiatevi a chiedergli però che cosa significa essere realisti, o meglio pragmatici. Le sue risposte potrebbero turbare a lungo i vostri sogni.

Egli vi parlerà infatti della necessità di restare aderenti alle condizioni dello scontro di classe, di non mettersi ideologicamente al di sopra della testa della gente, di non diventare, insomma, avanguardia del proletariato a tutti gli effetti. E aggiungerà, subito dopo, con fare più o meno suadente, che la sua tesi non è dettata da presupposti di efficienza nella lotta, di risultati oggettivi e immediati, insomma di determinismo politico, ma solo dal bisogno di restare a fianco degli sfruttati nei momenti in cui questi manifestano la loro massima capacità di risposta al dominio del capitale, quindi nel momento lavorativo.

Certo, a voi verrà subito una risposta fra i denti (che vi consiglio di tenere per voi), cioè di dire: “Ma questa tua tesi non è forse anch’essa un’ideologia camuffata? Cioè un insieme di idee che ha ormai perso ogni contatto con la realtà?”. E così continuando vi verrà voglia di dire che la classe operaia non esiste più, che è stata frantumata dagli interventi del capitale nel suo accordo epocale con le nuove tecnologie, e che quindi qualsiasi pratica riformista di rivendicazione e difesa è ormai un sostegno di questa stessa strategia di dominio e di annientamento. Ma ogni precisazione da parte vostra, per quel che penso, sarebbe inutile.

Il realismo, o pragmatismo politico, che dir si voglia, è malattia perniciosa e poco visibile. Si insinua nella pratica di chi vede la realtà solo in termini di schemi causali, e non ne esce più. Ogni gradualismo è difatti estremamente convincente. Conforta se non altro su ciò che accadrà a breve termine, e allontana con questo le paure del futuro vero e proprio, di quell’uscita che prima o poi finirà per inghiottirci tutti. In questo modo i nostri compagni pragmatici e realisti ci dicono che un punto essenziale della lotta è di far sì che gli errori del passato non si possano ripresentare. Fascismo, mai più! Ecco la loro risposta. E guardando indietro a quelle lontane forme di fascismo, perdono di vista le nuove forme che apparentemente nulla hanno del fascismo antico, ma che sono fascismo forse peggiore di quello del passato.

Il compagno che ribatte con fare sufficiente che non lavorando non si può mangiare, che quindi ogni tesi che insiste sulla distruzione del lavoro è azzardata e fuori dalla realtà, è sostenitore di una tesi che vuole restare aderente a questa realtà, ma non si accorge che in questo modo finisce per giustificarla, restandoci prigioniero. Egli non è interessato ad un dibattito sulle idee, ai problemi di metodo, vuole solo che si faccia chiarezza riguardo i risultati da ottenere, i quali non hanno senso se non sono interpretati dal punto di vista quantitativo: uomini e cose da enumerare, settori della realtà da cointeressare ai propri progetti, dinamiche sociali da capire per meglio indirizzare. Le sue idee e i suoi metodi sono quelli che in passato hanno dato frutti, solo quelli, nessuna riflessione critica, nessuna discussione che potrebbe metterli in dubbio è accettata.

Ogni idea che possa minacciare questa ricerca del consenso degli sfruttati, che possa minimamente presentare i rivoluzionari anarchici come sovvertitori di ogni ordine costituito, quindi anche di quello che legittimamente potrebbe prendere vita da una espropriazione dei mezzi produttivi a beneficio degli sfruttati attuali, ecco, ogni idea del genere deve essere messa al bando, in caso contrario addio espropriazione, addio passaggio ad ogni possibile futura società liberata.

Le sperimentazioni possono essere realizzate solo da piccoli gruppi – affermerebbe questo compagno nella sua illuminata visione pragmatista della lotta – i quali non hanno significato dal punto di vista della lotta di massa.

Questa mentalità ha alcune ulteriori caratteristiche. Primo, ubbidisce in fondo ad una visione tecnica della realtà, visione evolutiva che tiene conto delle condizioni date e prevede una evoluzione oggettiva alla quale si limita ad assistere e a fornire occasioni di sbocchi parziali in senso migliorativo. La funzione dell’assolutamente altro non è neanche presa in considerazione, neanche a livello di piccoli gruppi, perché l’ammissione in via di ipotesi vista prima finisce subito per diventare condanna e presa di distanza allorquando questa sperimentazione dovesse prendere forma e consistenza significative. Secondo, accetta la tecnologia come elemento portante di qualsiasi convivenza civile moderna, quindi prevede una possibile futura società solo a partire da un utilizzo differente della presente gestione tecnologica realizzata dal potere. Terzo, non riesce a liberarsi dal proprio compito istituzionale che resta quello di esorcizzare la paura del futuro come paura dell’imprevedibile. Ogni forzatura riguardo il gradualismo dei metodi finisce, prima o poi, per incontrare problemi insolubili, quindi per far rispuntare l’ignoto come nemico e il noto (conservazione dell’esistente) come punto da non abbandonare nelle mani dei barbari.

Rispondere a queste condizioni mentali con le nostre tesi sull’assolutamente altro, spesso, è pura perdita di tempo. Ogni epoca, dal buio delle origini della storia, è stata sempre attraversata dall’ombra lunga dei burocrati. Le chiacchiere non li hanno mai impensieriti. Occorrerebbe altro, ben altro.


[Pubblicato su “Canenero” n. 26, 12 maggio 1995, p. 4]

Nestor Mackno

Alla fine del 1917 la situazione politica in Ucraina vedeva una preponderante influenza del Partito Menscevico che era molto diffuso all’interno della classe operaia, mentre i bolscevichi restavano in forte minoranza e non avevano praticamente voce alcuna fra gli operai. Nelle campagne, oltre agli anarchici, un notevole seguito aveva il Partito Socialista Rivoluzionario ed il Partito Nazionalista Ucraino con interessi prevalentemente proprietari.

La situazione economica della regione non era nemmeno lontanamente da paragonarsi con quella delle altre regioni dell’impero russo.

L’importanza dell’Ucraina era quasi parallelamente distribuita tra il settore industriale (produzione metalmeccanica e ferroviaria, miniere di carbone, ecc.); e settore agricolo, in cui il tipico latifondo russo era una rarità mentre in gran parte la terra era coltivata con aziende agrarie moderne, con salariati, che convivevano accanto a medie e piccole proprietà condotte dai contadini più poveri o addirittura poverissimi che spesso facevano anche i braccianti.

La diffusione dell’anarchismo si aveva nelle campagne del Sud dell’Ucraina, attraverso la struttura della Confederazione delle organizzazioni anarchiche d’Ucraina che aveva come organo di stampa il giornale “Nabat”.

Erano presenti, in quel periodo, anche il movimento dei Consigli che aveva una forte impronta di autonomia, escluso nelle zone del Nord dove invece era sotto l’influenza menscevica e nelle zone dell’Ovest dove era sotto l’influenza dei nazionalisti.

La Rada Centrale Ucraina (Consiglio, o specie di Parlamento) comprendeva i socialisti rivoluzionari, i menscevichi e i nazionalisti ed era praticamente nelle mani dei nazionalisti.

Fu all’inizio del 1918 che la situazione divenne particolarmente tesa quando la Rada proclamò la Repubblica Popolare Ucraina e i nazionalisti cercarono di eliminare le organizzazioni che non volevano sottoporsi al governo.

Ma questa politica risultò possibile solo nelle zone occidentali e nelle grandi città come Kiev, nelle altre zone e in particolare nel Sud, i Consigli e il movimento anarchico, come pure i vari Comitati e i Sindacati, non vennero sciolti dal governo.

Da quasi un anno, cioè dall’inizio del 1918, nella zona di Guliai-Polé, gli anarchici avevano organizzato l’“Esercito degli insorti” e una “Unione dei contadini” attraverso le quali era cominciata la distribuzione delle terre. Fu questo modello operativo di rivoluzione agraria che si diffuse in una vasta zona che comprendeva tutto il Sud dell’Ucraina fino al mare di Azov.

La difesa della loro rivoluzione e del loro modello di organizzazione libertaria, portò gli anarchici guidati da Mackno a lottare dapprima contro gli Austro-Tedeschi che a seguito del trattato di Brest-Litovsk avevano invaso l’Ucraina e sostituito i nazionalisti al potere con elementi di loro fiducia allo scopo di restituire la terra ai proprietari e iniziare lo sfruttamento in grande.

Poi la lotta si spostò, insieme ai bolscevichi, contro i nazionalisti di ritorno che avevano sostituito gli Austro-Tedeschi al potere, per continuare subito dopo contro i bianchi del generale Anton Denikin, sempre in collaborazione con l’Armata Rossa. Nel 1920 lo scontro decisivo tra bolscevichi e macknovisti si concluse con la vittoria dei primi. Mackno passò in Romania nell’agosto del 1921.

Questo quadro sommario della situazione politico-militare al momento in cui si estese in Ucraina la lotta delle organizzazioni guidate da Mackno deve essere completato con le posizioni degli anarchici riguardo il problema agrario.

Mentre i menscevichi sostenevano una soluzione comunalista, dando alle amministrazioni locali il compito di stabilire il tipo di conduzione agricola; mentre i bolscevichi e i socialisti rivoluzionari sostenevano una distribuzione dei latifondi in modo parcellare; gli anarchici, insieme all’ala sinistra dei socialisti rivoluzionari, sostenevano la creazione delle comuni agricole.

Tra la fine del 1918 e la metà del 1919 si ebbe il massimo sviluppo delle comuni agricole organizzate dai congressi regionali di operai, contadini e partigiani. In modo particolare il fenomeno prese consistenza nel Sud dell’Ucraina.

Le terre espropriate di già ma in forma parcellare vennero sottoposte ad un regime di socializzazione. Gli attrezzi e il bestiame vennero messi in comune. La gestione aziendale, svolta a rotazione. La famiglia restava, come era evidente, non trattandosi del mondo della rivoluzione realizzata ma solo di un tentativo serio e dettagliato nella direzione rivoluzionaria, e con la famiglia restava la mentalità patriarcale tipica della società rurale slava; ma a poco a poco molte cose andavano modificandosi.

Anche i rapporti con le città si modificavano via via che i mesi passavano, dall’iniziale rifiuto e sospetto si passava ad una ricerca dei rapporti e della collaborazione. La lotta delle comuni agricole fu specificamente diretta a debellare il diffuso antisemitismo, tipico delle regioni ucraine, il nazionalismo che faceva cadere in equivoco molti compagni desiderosi di vedere la libera Ucraina, la scuola tradizionale, la religione, ecc.

Le comuni vennero sciolte nell’estate del 1919 sotto l’infuriare della lotta contro Denikin e sotto il sorgere sempre più acuto della difesa e poi della lotta aperta contro la stessa Armata Rossa.

Le comuni scomparvero definitivamente sotto il successivo processo di bolscevizzazione dell’Ucraina. I rapporti tra Armata Rossa e “Esercito degli insorti” si fecero sempre più drammatici, ma in un certo senso durarono sotto il segno della sospettosa collaborazione fino all’estate del 1920, quando quest’ultimo, guidato da Mackno, raggiungeva la forza di più di 20.000 uomini bene armati. Da quel momento si ebbe un declino, fino all’inverno 1920-1921, quando l’esercito di Mackno si ridusse a poco più di 3.000 uomini in armi.

L’esperienza delle comuni ucraine è fondamentale non solo perché precedente a quella spagnola del 1936, ma anche perché costituente una soluzione diversa e, in un certo senso, radicalmente opposta a quella che impose il Partito Bolscevico al potere.

Fin dall’estate del 1918 infatti i bolscevichi cercarono di organizzare la produzione russa sulla base di una collaborazione col capitale straniero, in particolare tedesco e americano, sotto il controllo del partito. Per questo motivo operarono subito nel senso di smantellare la struttura dei Consigli operai e contadini.

Nelle fabbriche venne imposta l’organizzazione capitalista del lavoro ribattezzata come “organizzazione proletaria” per il semplice motivo che lo Stato che la imponeva con la forza era definito “proletario”.

Il salario restò in piedi, venne condotta una battaglia contro l’assenteismo, si fissò un premio di produzione, e tutto ciò fin dalle prime settimane. Il risultato fu la rottura dell’unità rivoluzionaria degli operai e il controllo più facile da parte degli organi repressivi.

Nelle campagne la proprietà venne frazionata in piccole cellule che vennero distribuite ai contadini poveri e ai braccianti; ma la proprietà media, quella dei “kulaki”, cioè dei contadini ricchi, non venne toccata. La miseria crescente costrinse in breve tempo i contadini poveri e i neo-proprietari, a diventare di fatto braccianti dei proprietari più ricchi (i grandi proprietari erano scappati).

La strada rivoluzionaria indicata dai contadini ucraini di Mackno conduceva verso altre soluzioni, e dall’accordo tra i Consigli operai cittadini e le comuni agricole sarebbe sorta una società del tutto diversa, con i propri problemi, ma con tutte le condizioni oggettive per cercare di risolverli in senso rivoluzionario.

Bisogna comprendere a fondo questo progetto, in caso contrario non si capisce né la natura profondamente controrivoluzionaria del progetto bolscevico né le condizioni effettive dello scontro che resero possibile la costituzione dell’“Esercito degli insorti” e la sua guerra di guerriglia protrattasi per tanto tempo e in modo così entusiasmanti.

Tutte le pesantezze dell’analisi marxista, rivissute attraverso il Lenin del 1905 (la posizione del 1917 fu per l’appunto una parentesi opportunista), contribuirono alla scelta operata dai bolscevichi.

La classe operaia doveva porsi come guida delle lotte rivoluzionarie. Non aveva importanza che essa fosse una goccia nel gran mare contadino della Russia zarista, le cose stavano così nei testi sacri del marxismo e bisognava fare di tutto se non per realizzare l’ipotesi dei padri della chiesa marxista, almeno per avvicinarsi ad esse.

Per prima cosa bisognava omogenizzare la classe operaia, per quanto piccola fosse, tra il potere centrale e le realtà produttive periferiche: a ciò provvedettero opportunamente i sindacati nascenti e la struttura del partito in via di perfezionamento.

I contadini poveri, trasformati nella quasi totalità in proprietari fittizi, ma in sostanza sfruttati come braccianti, vennero considerati massa di manovra per possibili mire bianche, quindi esclusi dal processo rivoluzionario.

Il punto cruciale di riferimento per l’accumulazione del capitale nelle campagne fu, ancora una volta, costituito dai proprietari più significativi, non quelli di una volta – per altro inefficaci economicamente – ma la nuova classe dei contadini ricchi.

Le condizioni possibili di uno sviluppo comunitario, per altro non estraneo alla stessa tradizione del popolo contadino slavo, vennero eliminate con la forza, le comuni ucraine sciolte e i rappresentanti più in vista del movimento delle comuni agricole perseguitati.

Con questo non solo si chiudeva un’esperienza produttiva, se si vuole periferica, ma significativa, ma si spegneva un esempio concreto di una via alternativa alla rivoluzione dall’alto, al progetto autoritario marxista.

Cadevano con le comuni ucraine anche i progetti libertari di costruzione di una società nuova che, in quel momento, solo la forza delle armi avrebbe potuto difendere dalla controrivoluzione ormai scatenata. Non era una esperienza che si chiudeva nel sangue, ma un’alternativa radicale alla controrivoluzione, una strada che, percorsa fino in fondo, avrebbe potuto dare risultati incredibilmente diversi e sconvolgere rivoluzionariamente l’assetto sostanzialmente capitalista che i cosiddetti rivoluzionari marxisti stavano impostando.

E la prova che lo spirito contadino, lungi dal chiudersi nei luoghi comuni marxisti, lungi dal presentarsi come tradizionalista e bigotto, si apriva invece alle nuove idee è data dal fatto che il sostegno alla lotta degli anarchici guidati da Mackno non venne a mancare fino all’ultimo, fino a quando il tallone di ferro dei bolscevichi non scese su tutta l’Ucraina.

Ora, questo sostegno non avrebbe avuto senso se i contadini fossero stati ancora legati alla vecchia visione delle cose, al tradizionale modo di intendere la produzione agraria, cioè alla piccola proprietà parcellizzata. In questo caso avrebbero accettato spontaneamente la soluzione proposta dapprima dai menscevichi e poi dai bolscevichi, e avrebbero considerato subito Mackno e compagni come pericolosi portatori di idee non adatte a loro. Invece non solo essi sostennero l’“Esercito degli insorti” in ogni modo e fino all’ultimo, ma parteciparono alla lotta, entrarono nelle fila del movimento armato, si batterono a fianco degli anarchici, vissero e lottarono e morirono essi stessi da anarchici.

Questa è la prova che la proposta delle comuni agricole, portata avanti da Mackno era sentita fortemente dai contadini e da loro messa in atto come realizzazione immediata e concreta di giustizia sociale.

E, in senso inverso, è anche la prova che il movimento armato di Mackno aveva operato delle scelte giuste di politica agraria, suggerendo soluzioni al problema produttivo rivoluzionario che risultavano perfettamente coordinate con le necessità, le prospettive e la maturazione delle masse contadine.

Quest’ultimo punto conduce direttamente all’interno del grosso problema dell’organizzazione armata anarchica. Per prima cosa bisogna eliminare l’equivoco che porta a leggere “anarchismo” ogni volta come si pronuncia “mackhnovismo”.

Scriveva un compagno macknovista in un documento pubblicato in appendice a La rivoluzione anarchica in Ucraina di Pëtr Archinov: «L’esercito macknovista non è un esercito anarchico e non è composto di anarchici. L’ideale anarchico di una felicità ed eguaglianza per tutti non può essere raggiunto dall’opera di alcun esercito, anche se questo fosse composto di soli anarchici. Nel migliore dei casi un esercito rivoluzionario servirà a distruggere ciò che è vecchio e brutto; all’opera di ricostruzione, di creazione, di organizzazione, qualsiasi esercito, che per sua natura si appoggia sulla forza degli ordini, è del tutto impotente e anche dannoso». (Milano 1972, p. 314).

Sono parole chiare che non solo si riferiscono all’“Esercito degli insorti” di Mackno, ma anche a qualsiasi altro tipo di organizzazione armata messa in atto dagli anarchici. Non basta infatti il semplice cambio di nome per eludere il grosso problema della partecipazione degli anarchici a strutture organizzative che attaccano in armi le forze della repressione e dello sfruttamento.

Il punto cruciale di questo problema, secondo noi, sta nel non volere ammettere che la lotta armata contro lo Stato (e in esso includiamo tutto quello che produce e perpetua lo sfruttamento e la repressione) la realizzano le masse degli sfruttati, non tutte insieme, in una sola volta, perché allora sarebbe più giusto parlare più che di insurrezione di massa, di rivoluzione vera e propria; ma, come quasi sempre accade, a poco a poco, man mano che i singoli prendono coscienza della repressione e dello sfruttamento.

Ora, questa presa di coscienza non può accadere come una illuminazione collettiva, che colpisce tutti gli sfruttati e gli oppressi in una volta, e neppure come un’illuminazione che ne colpisce alcuni in un modo uniforme. Accade invece che i singoli prendono coscienza in modo diverso e multiforme, ma, per grandi linee, si orientino verso l’accettazione di modelli operativi che possono più o meno richiamarsi ad alcuni princìpi dell’anarchismo ma non certo a tutti.

Uno dei princìpi fondamentali dell’anarchismo è la lotta contro lo Stato senza avere la pretesa di costruirne uno nuovo e migliore. Ora, tutti coloro che si riconoscono in questo modello operativo, sia pure parziale, incompleto e non certamente rappresentativo di tutti gli aspetti della dottrina anarchica, possono partecipare insieme a strutture organizzate che cercano di realizzare attraverso la lotta armata quelle condizioni oggettive che rendono possibili l’insurrezione di massa e la rivoluzione.

Ma la loro partecipazione non avverrà in nome dei princìpi astratti dell’anarchismo, la qual cosa richiederebbe analisi e approfondimenti non sempre possibili in determinati momenti, e forse nemmeno auspicabili al di fuori delle lotte perché, date talune condizioni di impellenza, potrebbero costituire altrettanti alibi per allontanare l’azione o spezzare quel minimo di unità indispensabile all’azione stessa. Invece avverrà in nome del comune desiderio di attaccare e possibilmente distruggere lo Stato senza pretendere di operare all’interno di strutture organizzate che prefigurino lo Stato “rivoluzionario” di domani.

È esattamente questo il modo seguito da Mackno per risolvere il problema della costruzione dell’“Esercito degli insorti”.

Per entrare in queste formazioni militari sostanzialmente guerrigliere, non occorreva essere o dichiararsi anarchici, occorreva però rifiutare la proposta organizzativa suggerita dal nuovo potere, nel caso in specie occorreva essere per le comuni agricole e contro la parcellizzazione della proprietà contadina.

Questa scelta di fondo, infatti, costituiva una notevole discriminante rivoluzionaria, ben al di là di qualsiasi chiarimento teorico o dichiarazione programmatica. Il resto sarebbe venuto automaticamente come conseguenza di quella scelta radicale di fondo: la messa in discussione della famiglia, del patriarcalismo, del tradizionalismo dei valori della società del potere, ecc., insomma di tutto quello che costituiva il vecchio mondo.

A poco a poco l’accettazione dell’anarchismo sarebbe stata una conseguenza naturale delle scelte iniziali, conseguenza venuta a maturazione con la lotta e con l’approfondimento teorico e pratico, con la nuova circolazione delle idee, con la nuova dimensione delle esperienze quotidiane, ecc.

Lo stesso può accadere in qualsiasi momento storico in cui lo scontro di classe rende necessaria per gli anarchici l’organizzazione di un gruppo o di un movimento armato che passi dalla semplice difesa delle realizzazioni del movimento nel suo insieme (propaganda, strumenti di diffusione del pensiero anarchico, scuole libertarie, strutture di riferimento per i compagni anarchici, gruppi di lotta all’interno delle realtà produttive e di sfruttamento in genere, ecc.), all’attacco contro lo Stato (nel senso più ampio già detto prima).

I compagni disponibili per organizzare e mettere in pratica la struttura armata non potranno, ovviamente, cercarsi reciprocamente sulla base delle mere dichiarazioni di principio, risultando queste spesso non solo fuorvianti ma in pratica incomplete e insufficienti a sottolineare una disponibilità rivoluzionaria.

Al contrario, l’incontro deve collocarsi nella realtà delle singole scelte personali, quotidiane, di vita, di azione, di lotta; realtà che spesso hanno una loro coerenza intrinseca solo se misurate al rifiuto di trovare nell’organizzazione il prototipo del potere futuro, e non certamente nelle mille questioni di dettaglio che l’anarchismo teorico giustamente pretende di imporre.

Ecco perché all’occhio esterno potrà sembrare non omogenea la struttura operativa, quando questo occhio pretenda vedervi quelle uniformità teoriche dell’anarchismo che è bene andarle a cercare altrove; ed ecco perché all’occhio interno potrà sembrare inutile la ricerca di un dibattito teorico che possa, via via nel tempo, chiarire proprio quelle questioni teoriche che erano state messe da parte. Ambedue queste valutazioni risultano errate.

L’iniziale decisione di cominciare la lotta armata contro lo Stato in condizioni di omogeneità precarie ma garantite sufficientemente dalla comune intenzione di rifutare le strutture del partito e del nuovo Stato “rivoluzionario”, deve essere superata con l’approfondimento teorico dell’anarchismo, ma nel corso della lotta e nel pieno rispetto di quelle decisioni personali che avevano costituito l’elemento fondamentale di partenza nella valutazione della stessa disponibilità al progetto rivoluzionario.

Allo stesso modo la struttura armata deve considerarsi per quello che è: non palestra di approfondimenti teorici fine a se stessa, ma strumento di attacco contro lo Stato; non modello della società liberata del futuro, ma meccanismo capace di attaccare e possibilmente distruggere una parte o tutto l’apparato di morte che ci opprime e sfrutta.

Il segno dell’inefficienza dell’organizzazione armata clandestina contro lo Stato deve essere individuato dagli anarchici nella difficoltà di cercarsi e trovarsi fra compagni, cioè nella difficoltà di rinvenire all’interno di quell’area di omogeneizzazione prodotta dallo stesso sfruttamento, un sufficiente numero di compagni che, al di là della pregiudiziale teorica, siano disponibili per la lotta contro lo Stato, ma anche contro le strutture che prefigurano lo Stato di domani.

Quando quest’area, non specificatamente anarchica, ma sostanzialmente rivoluzionaria in senso anarchico, si restringe, per svariati motivi; quando le condizioni dello scontro di classe si modificano, solo allora bisognerà intensificare la discriminante teorica, riducendo il gruppo operativo clandestino ai soli compagni anarchici e ciò per una naturale conseguenza del rapporto di forze stesso.

Questo fenomeno spiega perché, in certi momenti storici, le organizzazioni armate clandestine degli anarchici si sono allargate notevolmente fino a diventare – come nel caso di Mackno – veri e propri “eserciti” o “colonne” – come nel caso di Durruti o della situazione della Spagna del 1936 – per poi restringersi in altri momenti storici a piccoli gruppi o a singoli individui, gruppi e individui dichiaratamente anarchici.

Non si tratta di diversi modi di concepire la lotta armata da parte degli anarchici ma si tratta di una risposta automatica delle forme organizzative alla maggiore o minore possibilità dell’insieme degli sfruttati di produrre una minoranza capace di cogliere il momento fondamentale di lotta contro lo Stato: la partecipazione ad un’organizzazione che non si ponga contemporaneamente come modello di un futuro Stato.

Queste considerazioni possono essere viste come un contributo per superare il problema dell’anarchismo dei macknovisti e di qualsiasi organizzazione armata clandestina alla quale partecipano gli anarchici; come pure possono essere viste come un chiarimento del problema della necessità dell’organizzazione armata clandestina come viene vista dagli anarchici.


[1981]

* * *

Anche se ancora viva nel nostro cuore, la vicenda storica e umana degli anarchici russi si perde nella notte dei tempi. Non molti decenni sono trascorsi ed è quasi come se la polvere dei secoli si fosse addensata su quei fatti cancellandoli dalla comprensibilità. La figura di Mackno appare come quella di un cavaliere senza macchia e senza paura, galoppante alla testa degli insorti ucraini, invincibile, imprendibile, vittorioso in tutte le battaglie: ora contro i bianchi di Denikin o di Wrangel, ora contro l’armata rossa di Trotzsky.

Visto il grande bisogno di miti rivoluzionari che sembra persistere in tanti compagni, la faccenda potrebbe finire lì: ogni attività agiografica, rasentando e perfino duplicando le interpretazioni storiche, aiuta a vivere e qualche volta a morire. Ma è davvero questo ciò che vogliamo fare, dando alle stampe il presente volume?

Non lo so. Come sempre, al ricordo e alla narrazione dei fatti del passato, specialmente quando questi fatti ci toccano da vicino, sembra indispensabile tenere presente la situazione attuale, l’aria che oggi respirano tutti coloro che sognano ancora la rivoluzione, non gli ebeti e gli imbecilli. E se questo bisogno ha un senso, significa raccogliere il filo del tessuto così come è stato lasciato interrotto, raccoglierlo dalle mani dei compagni insorti tanti decenni fa, e continuare la tessitura, andare avanti, in mutate condizioni, beninteso.

Anche oggi, come allora, come Mackno, e più ancora come Archinov, il suo compagno più vicino, alcuni sentono il fascino della grande protesi, il fascino dell’organizzazione forte e complessa, dotata di mezzi e di uomini, di strategie e programmi dettagliati e visibili, di un nome altisonante, capace di produrre proclami intimidatori, di gettare il panico fra le forze della repressione col solo alito delle proprie iniziative vendicatrici, se non con la sola minaccia di dare inizio ai fuochi. E più la situazione generale del movimento appare dilaniata da mille malcomprensioni e diatribe da cortile, più uno contro l’altro alimenta sospetti d’inquinamento perbenista e di abbassamento della guardia, più le parole, esse stesse, singolarmente prese, finiscono per perdere il loro senso ed assumerne uno recondito, quasi crittografato, messaggio il più delle volte dettato solo dal sospetto, più l’organizzazione e il suo rafforzamento all’infinito sembrano i toccasana di ogni male. La protesi allunga la sua ombra malefica e ci fa sentire forti e non più fuscelli piegati dal vento, e nella forza della protesi trovano alimento altri sospetti, verso tutti quei compagni che dovessero trovare l’ardire di non accettarla, di criticarla, di sospettarla di alibi e di ulteriore segno di debolezza.

In molti passi del primo libro delle Memorie di Mackno, quello che qui viene tradotto e pubblicato per la prima volta in lingua inglese, c’è questo riferimento all’organizzazione inefficace o mancante degli anarchici russi, sottolineando il fatto che le cose (a partire dal maggio del 1917) sarebbero andate diversamente se questa organizzazione ci fosse stata e avesse funzionato in maniera adeguata.

Come ho più volte fatto notare in molti dei miei scritti, questo del rafforzamento organizzativo è un falso problema, non solo nelle condizioni in cui si trovarono ad operare gli anarchici russi, ma in generale. E con ciò, in altre parole con tutte le mie affermazioni critiche in questo senso, non ho voluto disconoscere l’importanza del problema organizzativo, ma solo fare notare che da esso non può arrivare nessuna indicazione risolutiva per i problemi della rivoluzione, e nemmeno quello che tanti compagni si aspettano: la contrapposizione vittoriosa tra due organizzazioni, vittoriosa per le forze rivoluzionarie.

Più gli anni passano, più il capitale trova nuove forme di ristrutturazione e di ammodernamento, più risolve i problemi che ieri sembravano per lui mortalmente irrisolvibili, più ci si rende conto che non è una partita sul piano della forza organizzativa (militare e produttiva) quella che alla fine occorrerà giocare, ma una partita del tutto diversa. Una partita dove la creatività delle nuove forme produttive, la loro estrema capacità di trovare sempre differenti soluzioni, e lo sforzo strettamente militare della lotta rivoluzionaria, si compenetreranno con la generalizzazione dello scontro, cioè con la più ampia partecipazione delle masse allo scontro di classe, nei mille modi in cui questa partecipazione sarà possibile.

I compagni russi, e il testo di Mackno è ovviamente impregnato dell’atmosfera rivoluzionaria di quegli anni, non potevano vedere con chiarezza quello che oggi noi vediamo in modo semplice e lineare. Per loro, quindi, la soluzione principe era quella del rafforzamento organizzativo. Mackno lo dice a più riprese, e dopo di lui Archinov porterà il problema alle sue estreme conseguenze. Oggi, ripetere le medesime affermazioni, solo perché avvolte nell’aura del prestigio rivoluzionario di un grande guerrigliero, sarebbe veramente fuori luogo. Leggeremmo queste pagine con una logica agiografica e non con la luce critica della pratica, l’unica possibile per anarchici che hanno in vista le cose da fare e non si limitano a discutere quello che andava fatto.

Nelle Memorie che presentiamo c’è il problema latente del “fronte popolare”, latente perché venuto a galla solo poche volte, ma in fondo presente in tutta la narrazione. Mackno scrive: “… anarchici, dovevamo, malgrado il paradosso, deciderci a formare un fronte unico con le forze stataliste. Fedeli ai princìpi anarchici avremmo saputo superare tutte le contraddizioni e, una volta annientate le forze della reazione, avremmo allargato e approfondito il corso della Rivoluzione per il maggior bene dell’umanità sottomessa”. Le forze che lottano contro la repressione, sempre sul punto di impadronirsi del potere sono tante, includendo socialisti rivoluzionari, indipendentisti ucraini e bolscevichi, con una composizione sempre diversa dal punto di vista strettamente militare. Non c’è dubbio che in una situazione del genere, quando si è davanti ad un nemico comune, come accadrà dopo in Spagna, gli anarchici devono decidersi: o lottare da soli, o partecipare al “fronte” comune con gli altri cosiddetti oppositori della reazione scatenata. La decisione è sempre stata controversa. Ci sono stati (e ci sono) i sostenitori del fronte comune, ci sono stati (e ci sono) quelli dell’autonomia della lotta, cioè dell’organizzazione anarchica specifica e della formazione di strutture organizzative di massa dove gli anarchici si trovano a fianco della gente in lotta, non ad apparati di partito o strutture specifiche guidate da funzionari più o meno camuffati da capipopolo.

Questo problema minaccia di seguire le sorti della precedente valutazione. Chi si fa affascinare dall’efficientismo, chi pensa che la sola soluzione possibile alla debolezza e all’inefficacia degli anarchici, sia una forte organizzazione, non potrà non salutare con gioia il “fronte” che (apparentemente) quella forza moltiplica e quell’efficacia rende possibile. La conclusione è ineluttabile. La via per il militarismo frontista è aperta. Anzi, più grandi saranno le azioni condotte, più significative appariranno all’occhio ormai deformato dell’angolatura militare, e più si rafforzerà la decisione in questo senso, più ci si allontanerà dalle pratiche vive della generalizzazione anarchica dello scontro.

Una chiara considerazione dei fatti – specialmente alla luce delle esperienze russe e spagnole – dovrebbe condurre ad altre soluzioni. Non direi ad un rifiuto, a posteriori, della scelta frontista, ma ad una scelta sistematica e preventiva di attaccare senza perdere tempo tutti i tentativi autoritari diretti a controllare le forze rivoluzionarie, da qualsiasi parte vengano e sotto qualsiasi sigla si camuffino. Ciò fin dai primi giorni della rivoluzione. La cosa è possibile, e quindi efficace in termini di riduzione della pericolosità dei controrivoluzionari che si nascondono fra i rivoluzionari, proprio perché all’inizio queste forze sono soltanto nominali, pochi uomini, piccole aggregazioni che quasi non si vedono nella marea montante della generalizzazione dello scontro, del caos e della distruzione. È il momento per impedire che quelle piccole isole di marciume autoritario prendano a poco a poco forza e, poi, approfittando della inevitabile riduzione di tensione rivoluzionaria, che succede dopo i primi tempi, gettino discredito sulle forme autorganizzative e propongano al loro posto quelle controllate da funzionari di partito. Ma quest’azione preventiva può essere realizzata da quei compagni anarchici che non si fanno illusione riguardo la necessità di una grande organizzazione e quindi da coloro che pensano il problema organizzativo in termini differenti: piccole unità, semplici nuclei di base, costituiti da anarchici e da non anarchici, legati insieme da strutture informali, dall’attività di gruppi anarchici costituiti sulla base dell’affinità. Insomma un’organizzazione agile e informale, che non ha nulla della pesantezza delle grandi federazioni le quali pretendono gestire il nuovo mondo che si apre dopo l’avvento della rivoluzione. Questa prospettiva è quindi basata sull’autonomia della lotta.

Questa autonomia comporta una scelta di orientamento informale, non una scelta di fronte unico, massicciamente minaccioso, capace di mettere paura alla repressione. Tanto la repressione, come sappiamo per amarissime esperienze, non si mette paura se non quando è veramente con le spalle al muro. Di più, come il caso dello stesso Mackno dimostra, e quindi venendo a negare nei fatti le sue stesse preoccupazioni organizzative, almeno sul piano militare, l’organizzazione informale di nuclei di base, autonomamente strutturati e muniti solo di un coordinamento minimo, si rivelò la migliore risposta alla repressione.

Purtroppo è difficile da scalzare, nella mente di alcuni compagni, il modello efficientista di cui si sono fatti portatori gli autoritari di tutti i tempi, dai giacobini ai marxisti che ancora sopravvivono qua e là nel mondo, conducendo alla fossa le ultime resistenze dei popoli oppressi. Questo modello continua a circolare anche fra di noi, se com’è vero assistiamo ancora a piccole rappresentazioni che cercano di mimare le truculenze verbali di altri tempi, per altro nemmeno con la forza dei fatti che quelle truculenze assistevano e rafforzavano. Quando la storia si ripete, se prima era una tragedia, dopo diventa una farsa.

Ma torniamo all’organizzazione.

Chi scrive non è contrario a qualsiasi tipo di organizzazione, anzi si è da sempre fatto sostenitore della necessità dell’organizzazione, senza la quale non c’è modo di agire, forse nemmeno di fare crescere quelle condizioni iniziali di autonomia dell’individuo che sono essenziali al processo rivoluzionario. Ma detto questo si è detto assai poco. L’organizzazione è mezzo e, dentro certi limiti, è mezzo che moltiplica la forza dei singoli individui, producendo quella nuova forza collettiva che i singoli non potevano sperare uscisse fuori da una banale somma dei desideri di tutti. Detto questo, però, la forza in questione può andare malamente sprecata, cioè può essere persa nei meandri di una involontaria burocrazia che finisce per soffocarla. Tanto più ampia ed articolata l’organizzazione diventa, tanto più si sviluppa al suo interno una rete di ramificazioni e reciproci controlli che rendono impossibile la stessa efficacia di cui agli inizi si era andati in cerca.

Da un altro punto di vista, una volta scelta questa strada, non si può tornare indietro. Cioè non c’è modo di mitigare le conseguenze di una ipertrofia organizzativa. Riducendo i controlli e le ramificazioni non si avrà un’organizzazione migliore ma solo un’organizzazione inefficace, come dire un peso morto, qualcosa che è meglio buttare a mare.

Un’organizzazione informale, quindi autonomamente determinata e libera da condizioni esterne e da organigrammi interni, deve nascere informalmente fin dall’inizio, non può aspettare che un tocco di bacchetta magica, o l’opera di un qualsiasi teorico, la renda tale.

L’altro punto essenziale è la conflittualità permanente: non aspettare unanimità di decisioni o ratifiche federali, ma attaccare subito, sulla base della decisione dei singoli gruppi di affinità, dei singoli nuclei di base, dandosi il minimo di raccordo possibile, senza aspettare che da qualche parte, individuo o comitato, arrivi l’indicazione pratica o l’illuminazione teorica su dove e come attaccare. Non è un caso che Mackno, la cui incontaminata simpatia di guerrigliero anarchico attraversa quasi tutto questo secolo, veniva chiamato dai suoi stessi compagni “Batko”, cioè “Padre”, nome che in Russia viene dato a ogni condottiero. In Russia, come altrove, per naturale volgere delle cose, se non si vuole accettare un ruolo (e il popolo ne possiede di estremamente schematici), non bisogna mettersi nelle condizioni di non poterlo rifiutare.

Lo stesso Mackno riferisce parlando dei suoi rapporti col movimento dei contadini: “… giudicarono utile che le iniziative venissero sempre da me e che i fili conduttori delle diverse organizzazioni fossero sempre nelle mie mani”.

Il condottiero, come figura carismatica, anche se disponibile a non fare un cattivo uso del potere, ad esempio non gestendolo per rafforzare i propri personali privilegi (e questo è senz’altro il caso di Mackno, morto poverissimo in un ospedale di Parigi) è pur sempre un condottiero, e la sua credibilità, da cui la sua fama deriva e si nutre, deriva tutta dal fatto di essere capace di condurre alla vittoria. Ma cosa vuol dire condurre alla vittoria? In genere, sul piano strettamente militare, significa risolvere un conflitto armato ammazzando più nemici di quanti propri compagni si mettono a rischio. Contabilità che finisce sempre per segnare soltanto perdite. Nessuno vince, tutti vengono sconfitti. L’unica giustificazione morale che può sollecitare all’attacco è la necessaria distruzione del nemico, non tanto la vittoria su di esso. Questi due aspetti sono spesso stati confusi uno con l’altro. Distruggere il nemico significa rendere impossibile i suoi progetti di controllo e di dominio, stabilire un nuovo mondo è faccenda diversa, anche se obbligata a passare attraverso la porta stretta di quella distruzione. Un nuovo mondo non si conquista con la vittoria. Impadronendosi di tutto quello che il nemico possiede, anche della sua stessa vita, non si costruisce un mondo migliore, se poi si finisce per ragionare con le medesime idee, appena cambiate di colore. Un mondo migliore lo costruiamo diversamente, portando idee e sentimenti diversi nel nostro cuore, qui e ora, non emulando i successi apparenti di un apparato di dominio che ci domina e sognandolo capace di lavorare in un secondo tempo a nostro favore, supportando le nostre debolezze e sotterrando i nemici per nostro conto.

Non ci sarà vittoria possibile per gli anarchici, non ci sarà nessuna società libera in futuro capace di uscire direttamente, in modo completo come Atena dalla testa di Giove. Forse nulla di quella società esiste oggi nelle elaborazioni teoriche degli anarchici, forse nulla di essa sarà mai visibile per quante vittorie potremmo accumulare rafforzando le nostre organizzazioni o sognandone altre meglio capaci di rispondere alle esigenze della rivoluzione. Vincere, sul piano militare, a volte è solo una soddisfazione periferica, un sospiro di sollievo nel cupo chiarore di un vicolo cieco dove cadono le teste dei nemici che ci hanno tallonato da sempre. E dopo? Che cosa troveremo, dopo, nei nostri cuori? Su che cosa costruiremo la società di domani, se non a partire da quel tanto di libertà che saremo riusciti a infondere negli stessi mezzi distruttivi che impieghiamo oggi? Cosa sarebbe successo se gli anarchici fossero riusciti a sconfiggere l’Armata Rossa, se il modello delle libere comuni del macknovismo si fosse diffuso in tutta la Russia? Forse la società libera avrebbe preso piede e si sarebbe sviluppata, forse non avremmo visto gli orrori del socialismo reale (orrori ancora sotto gli occhi di tutti). Forse. Ma solo per la presenza di altre forze, creativamente diverse, sviluppate da quel nucleo comunitario di partenza, forze significative solo se capaci di dimenticare più velocemente le illusioni del fronte popolare. In caso contrario gli anarchici sarebbero stati condottieri e oppressori come qualsiasi altro funzionario di partito sufficientemente ideologizzato.

Rimanere prigionieri dell’ideologia della vittoria significa non avere capito che nessuna minoranza agente, a nessun titolo, può mai veramente vincere, in quanto la sua vittoria significa comunque la sconfitta di ogni possibilità di generalizzare la libertà. A vincere, se vogliamo usare questo termine, devono essere le masse in rivolta dapprima e liberamente associate in nuove creazioni sociali, capaci di dare vita a differenti e inverosimili formazioni vitali di un tipo che nessuna fantasia per quanto sfrenata può immaginare dall’interno della scorza repressiva che tutti ci opprime e circonda. Se a vincere è una minoranza di specialisti, sia pure più o meno assistita da gruppi di persone sensibilizzate dalla propaganda ai nuovi ideali di libertà, ci sarà sempre un resto grandissimo di persone che subiranno le nuove idee, e questo subire sarà tanto più terribile quanto i nuovi portatori della verità si crederanno detentori della migliore soluzione possibile della questione sociale. La virtù al posto del vizio, non c’è oppressione peggiore.

Quindi, se da un lato i problemi organizzativi sono importanti per non consegnarci disarmati alla repressione, dall’altro essi vanno visti per quello che sono, un mezzo come tanti altri, non l’obiettivo principale. La lotta ha molteplici sfumature e un solo obiettivo: fare in modo che essa stessa diventi quanto più generalizzata possibile. Ecco il vero compito dei rivoluzionari: iniziare, sviluppare lo scontro, assumersi l’onere e le difficoltà degli inizi, capire prima di tutti quello che tutti non capiscono subito, e senza aspettare, senza porre indugi, passare all’attacco, ma non cadere nell’illusione di una partita da combattersi a due: da un lato la repressione, dall’altro la minoranza armata (più o meno cosciente dei propri limiti e delle proprie potenzialità).

Non separato da questo compito è l’altro, indicato spesso nel testo di Mackno come soluzione del problema economico, visto all’epoca nel rapporto da instaurarsi e garantirsi tra campagna e città, tra produzione agricola e produzione industriale. Così egli scrive: “Si trascorse la seduta a discutere questa tesi: effettuare scambi fra la città e i villaggi senza l’intermediario dell’autorità politica dello Stato. L’esempio era là: senza intermediario, i villaggi potevano conoscere meglio la città e viceversa. Due categorie di lavoratori si sarebbero così intese in questo fine comune: togliere allo Stato ogni potere nelle funzioni pubbliche, abolire la sua autorità sociale, in poche parole, sopprimerlo. Via via che quest’idea grandiosa si sviluppava fra i lavoratori della regione di Guliai-Polé, via via che questi ultimi l’adottavano, prendevano posizione nella lotta contro tutti i princìpi autoritari che la ostacolavano. I lavoratori cercavano di precisare il valore teorico degli scambi diretti fra lavoratori e di affermare praticamente il loro diritto ad effettuare questi scambi. Vedevano nello stesso tempo in questo il mezzo di distruggere le basi capitaliste della Rivoluzione, vestigia dei tempi zaristi. Di modo che, quando tutti i tessuti ricevuti furono ripartiti, la popolazione di Guliai-Polé esaminò i mezzi di allargare gli scambi a tutti gli articoli di prima necessità ed in quantità sufficiente per tutta la regione. Questo avrebbe dimostrato che la Rivoluzione non si curava soltanto di distruggere le basi del regime borghese e capitalista, ma che aveva anche pensato a indicare concretamente le basi per una società nuova con la sua atmosfera d’eguaglianza nella quale si sarebbe sviluppata la coscienza dei lavoratori”.

Oggi il problema si presenta molto più complesso, e molti compagni preferiscono coglierlo sotto gli aspetti che esso assume nella fase di sviluppo, o di ristrutturazione del capitale. Ma nella fase rivoluzionaria, che ha quindi di già reciso molti degli aspetti essenziali che garantiscono il funzionamento del capitale in regime corrente, ad esempio la prevalenza della struttura e del meccanismo delle transazioni finanziarie, il problema torna ad essenzializzarsi. Molti aspetti dell’attuale formazione telematica diventerebbero del tutto inutilizzabili, quindi una parte considerevole della produzione andrebbe bloccata o distrutta, quella parte cioè che non può essere ricondotta in breve tempo ad una gestione, di produzione e consumo, fondata su meccanismi amministrativi più semplici, se non primordiali.

Anche qui non si tratta di imporre con la forza un modello di funzionamento: ad esempio il libero scambio autogestito, in quanto questo modello, di cui gli anarchici si fanno fin da subito portatori, potrebbe risultare inapplicabile poniamo in condizioni di lotta ancora da svilupparsi, in situazioni in cui permangono interessi non chiari che forze reazionarie del capitale mantengono in vita, confuse mescolanze in via di transizione. Se l’obiettivo è il comunismo anarchico, il mezzo per arrivarci, al di là del fatto distruttivo, non è ancora perfettamente conosciuto, salvo a dare per buone soluzioni del genere “presa nel mucchio”, che lasciano il tempo che trovano. Anche qui non si tratta di vincere, ma di fare funzionare una formazione sociale di cui quasi nulla conosciamo. Non possiamo partire da una semplice sostituzione di proprietà, da quella capitalista a quella comunitaria, pensando che i mezzi di produzione continueranno a funzionare allo stesso modo. La moderna tecnologia telematica ha di già reso tutto ciò impossibile da molto tempo.

Non si tratta quindi di sostituirci alla guida delle vecchie aziende e produrre in modo migliore (politicamente più corretto) quello che prima il capitale produceva per il profitto dei capitalisti. Allo stesso modo, non si tratta di avere la struttura militare più forte, e quindi vincente. I problemi sono tutti aperti, davanti a noi, e la lettura di queste Memorie, da un lato dolorose e dall’altro affascinanti, può essere una buona occasione per ripensarli, non certo per illudersi di risolverli.


[1999]

La bestia inafferrabile

C’è un legame tra quello che posso fare e quello che sogno di fare. Tra accontentarmi del mondo così com’è e cercare di mandarlo a soqquadro. Questo legame da un lato tocca l’eternità della vita nel suo svolgersi inattingibile, forse incomprensibile, dall’altro i contrafforti di una modestia che non ha avuto in sorte che alcune possibilità di difendersi.

Imprecare alla propria incapacità non vale, i mezzi per lottare non li regala nessuno all’angolo delle strade. Occorre staccarli dalle pareti del tempio, affrontare il corruccio degli dèi pensierosi della propria sorte, e l’avida tenacia dei manutengoli addetti alla custodia.

Fior di denti aguzzi e di mascelle spalancate sono fuggiti via al primo rumore di una scacciacani. Bisogna inerpicarsi per via scoscese, per difficili sentieri non riconoscibili sulle carte del condominio governativo, incontrare il pericolo faccia a faccia nell’aria rarefatta delle altezze, dove non è possibile giocare sugli equivoci, mentre altrove un abitacolo pieno di fumo può mettere a nudo l’animella spaurita di una mangiatrice d’uomini.

Non è il simbolo della montagna che mi interessa, e neanche quello della radura da cercare nell’impenetrabile foresta, il cuore dell’uomo nasconde oscure possibilità ancora da scoprire e semenze imprevedibili da cui far venire alla luce frutti che la rivolta finora non ha avuto modo di vedere. Ma questo impressionabile muscolo per ora batte timido nei recessi della propria allocazione.

È un gigante che si immagina di scalare il cielo e non ha fatto i conti con i propri piedi d’argilla. Perché questa debolezza? Non si tratta di un fatto muscolare né di mezzi a disposizione. Non è certo la potenza di fuoco quella che distingue la bestia inafferrabile dall’animella spaurita che continua a raccontarsi le solite storie di fantasmi del passato per avere modo, la sera, di chiudere gli occhi e trovare il sonno riparatore di tante fatiche.

La protesi, quando c’è, ha sempre bisogno di una realtà concreta su cui innestarsi. Ho visto distruttori armati di tutto punto decidersi per la resa e ho visto al lavoro la bestia inafferrabile. Due universi differenti.

Sono tanti i fili che ci tengono legati, fili che la coscienza alleva e sottopone a periodiche manutenzioni, fili di perbenismo e di sacralità, fili talmente tenaci che non possono essere neanche scalfiti dalle parole, anzi più queste parole sono esaltate ed esaltanti, più quei fili che rendono mummificata la coscienza, si rafforzano e così frenano qualunque stimolo alla rivolta.

Se non si spezzano prima questi fili, ed è lavoro del singolo che deve crescere insieme ai suoi compagni in uno sforzo affine verso l’azione, ruggire è solo un gargarismo linguistico.

Rompendo quei fili non ci sono più né proporzioni né misure, tutto viene di colpo oltrepassato. L’architettura difensiva del nemico è parimenti forte e, forse, insuperabile, ma le sue strutture non sono più un ostacolo per la bestia che si slancia contro di loro. Non cadono, a volte, restano in piedi e a cadere è proprio l’animale dai forti e invincibili denti aguzzi, e che vuol dire? Forse per questo mille altre bestie altrettanto inafferrabili non si rialzeranno dal loro oblio lanciandosi all’attacco di quell’architettura senza fare calcoli di centimetri o di grammi?

Il nemico, a ben considerare le cose, è inaccessibile con i mezzi ordinari di attacco. Quando non stronca subito la vita della bestia inafferrabile, le taglia le unghie e i denti, l’addomestica, gli offre un pasto e uno stipendio a fine mese, oppure, molto più banalmente, gli dà la possibilità di ruggire, di ruggire quanto e come vuole (è stato abolito l’art. 272 del codice penale italiano).

Il muro che così alza il potere intelligente è più alto e più forte di qualsiasi gabbia dello zoo.

La riflessione può essere tessuta di leggerezza e trasparenza, ma resta sempre struttura preventiva dell’azione, anche nelle persone migliori non manca di mettere in luce la malinconia che tutto pervade il mondo dell’attesa, del rinvio, del prepararsi in vista di essere forti abbastanza per fare qualcosa.

Alla tristezza della ineluttabile inadempienza a volte si sopperisce con la ricerca di una inadempienza ancora più grande, quello che non può essere concluso, messo in atto adesso e subito, tanto vale che venga lasciato aperto, possibile ma aperto alla discussione e all’imbroglio reciproco, nella migliore buonafede. In questo modo il lavoro preparatorio si avvita come un serpente che vuole ingoiare la propria coda. Non posso di certo cadere nel tranello del tanto peggio tanto meglio, non posso nemmeno non vedere la sproporzione di forze. Sono una persona seria, io.

Eppure i segni del dolore sono qui, davanti a me, non il dolore degli altri, ma il mio, il mio personale portarmi dietro la carne incisa e le ossa martoriate. Posso squadernare questo dolore nella sua laida pienezza e posso coprirlo con le bende della pudicizia.

Solo la bestia inafferrabile, nella sua barbarie inassimilabile da parte degli inebetiti bamboccioni che giocano a fare i terribili, sa radicalizzare il proprio rifiuto dell’addomesticamento senza stare molto ad approfondire i limiti reali non solo del ruggire ma anche dell’agire, dell’affondare la propria zampata singola, sia pure, e micidiale.

Il colpo che viene inferto senza indugi e senza imbarazzi, in se stesso senza bisogno di giustificazioni, la presa alla gola spersonalizzata e oggettiva, orgogliosa di dire sì anche davanti alla coscienza dei propri limiti e delle proprie debolezze, caratterizza la bestia inafferrabile.

La visione intuitiva dell’azione dovrebbe essere alleggerita da tutti i ricordi e dalle abitudini che affollano la riflessione preventiva. Occorrerebbe parlarne con sobrietà e senza quella enfasi che ricade inevitabilmente nella ripetizione e nel tornare a riprendere ciò che si è detto di già. Un ruggito è più che sufficiente, due rischiano di diventare una chiacchierata.

Ogni volta bisognerebbe essere pronti alla partenza per andare oltre, per uscire fuori dal porto delle attese dove il battello è ormai stanco di dondolarsi nelle medesime acque. Non si verifica, questa partenza, perché il nemico ha dato un segno di debolezza, ma solo perché deve accadere, perché è impossibile che non accada. Può anche essere un istante privo di seguito, un balenio della zampa, può essere invece l’istante a cui seguirà quello in cui è consentito di assistere all’attacco inferto, alla rabbia finalmente esplosa, all’azione.

Per questo la bestia è inafferrabile. Con buona pace degli attendisti e degli aspiranti conquistatori.


[Introduzione alla seconda edizione di La bestia inafferrabile, Trieste 2009].

* * *

A braccarlo a lungo, l’animale diventa feroce.

Si accorge di quanto le pretese convivenze civili siano ridicole fattezze del feticcio statale, e di come al di sotto resti intatta l’antica sostanza repressiva del dominio, quella dell’assolutismo indiscutibile perché certo della propria forza.

La bestia ne aveva avuto sentore, anche quando la si accarezzava nel senso del pelo, quando le si rivolgevano parole fraterne di conforto e tolleranza, perché non sentisse fino in fondo gli aculei del collare o i denti del morso con cui si frenava la sua esuberanza bonaria e vogliosa.

La catena era stata allungata fino ai margini del campo e, in tempi recenti, perfino colorata. Così, i suoi occhi di belva mansueta avevano potuto vedere, come in sogno, quel che restava del paesaggio lontano, mai raggiunto perché irraggiungibile, sempre desiderato.

E allora, come per gioco, aveva cominciato a mostrare i denti al padrone, a fargli qualche versaccio maleducato, qualche ululato di troppo.

Non è che il padrone non ha più fiducia nella catena, sia pure allungata, è che non gli va che la cosa si venga a sapere, che altre bestie incatenate si permettano di digrignare i denti, di fare versacci o ululare guardando con occhio voglioso il lontano paesaggio di libertà che mai avrebbero dovuto guardare.

Ecco che, di tanto in tanto, per provare da che lato sta la forza e la ferocia, il padrone stringe il collare, raccorcia la catena e magari rinchiude la bestia in gabbia. E sono notti di sgomento per ogni desiderio di libertà.

Tutti i padroni usano la logica dell’esempio (che tragico equivoco averne sognata una simile anche da parte degli incatenati), e sanno che è logica che funziona.

Sulle prime, di fronte alle frustate e agli accorciamenti di orizzonte, gli ululati e il digrignare di denti sembrano cessare, poi d’improvviso riprendono, ed è un gran daffare per padroni e palafrenieri.

Sotto sotto, qualcosa sfugge al calcolo sclerotico del dominio. Come ogni monopolista, anche quello che produce e gestisce la forza deve avere l’intelligenza di fissare un prezzo accettabile, in caso contrario, il risultato si capovolge. Tirando troppo la corda, questa si spezza e la bestia può tornare libera.

In effetti, pur sembrando strano, la catena, il morso, il collare, e perfino la gabbia, con i suoi lucchetti e i suoi guardiani, sono soltanto oggetti, simboli di una cattività che per essere veramente freno e sofferenza, deve essere vissuta come tale, deve essere accettata, fatta propria.

La bestia che ulula e morde la catena è già sulla strada per rompere gli indugi, per salpare verso il mare libero, per sbarazzare la propria mente dall’accettazione dei vincoli. Non ci sono legami più forti di quelli fatti propri, di quelli dei quali non ci si lamenta più e che, alla fine, vengono considerati mezzi di sopravvivenza e non impedimenti alla vita, come in effetti sono.

Da questo punto di vista, la sferza del padrone o l’accorciamento della catena attuato dal palafreniere, ben vengano, sono atti sacrosanti del dominio che fanno bando delle chiacchiere e degli equivoci.

Il padrone tortura, uccide, rinchiude, massacra, riduce al minimo le possibilità di vita della bestia, non è un suo amico solo perché gli ha allungato la catena o gli ha gettato qualche osso in più. Non più di un pensiero, per carità! Siamo razionali, noi, oltre ogni possibile dubbio. Sappiamo quanto sia da condannare il “tanto peggio, tanto meglio”, vogliamo trovare altre strade alla rivolta e alla rivoluzione, vogliamo che la prima sia ben indirizzata e la seconda ben carica di positive conseguenze per la società libera di domani.

E se proprio quell’accorciamento, quel gesto repressivo fuori misura, quel colpo bene assestato, dissonante nella paciosa atmosfera democratica che addolcisce il campo delle bestie incatenate, se proprio quella cattiveria superflua del padrone, suggerita dalla paura dell’ululato o del digrignare della belva, se proprio quel fatto repressivo, così rassicurante per la miserabile coscienza del dominatore, dovesse essere l’occasione per lo scatenamento?

Chi lo può dire? Ognuno di noi sopporta più o meno bene le sue catene, le colora o se le fa colorare, si scava una nicchia nella condizione sociale in cui vive aspettando di morire. Naturalmente, non se ne rende conto, sogna, e sognando divaga e balbetta di libertà, ma poi mille vincoli accettati e giustificati lo garantiscono e lo trattengono dallo scatenamento.

Ogni tanto un piccolo segno d’insofferenza, senza conseguenze gravi: la scheda bianca nell’urna, o l’astensione, un botto attutito, qualche percorso vociante nella città intasata di paccottiglie e indifferenze, perfino un battibecco da stadio con la polizia, insomma qualche pigolio più che un ruggito vero e proprio. La bestia si sveglia pulcino e non si accorge di addestrarsi a starnazzare nell’aia.

Per la verità altri segni, apparentemente più consistenti, ci sono: le grandi strutture di attacco al potere, compatte schiere ferocissime di manipolatori di catene, capaci di sostituire velocemente, nei processi di controllo, ai vecchi strumenti del potere nuovo, quello rivoluzionario.

Nuovi padroni, pronti, dietro le quinte. Un grande rimescolio di ruggiti e belati nel campo, gran confusione di ferraglie e lucchetti, dentro tu, fuori io, viceversa, poi tutto torna come prima.

Ma lo scatenamento è altro. Se avviene, allora la bestia è inafferrabile. Non ci sono catene per tenerla. La si può solo abbattere a vista, ma prima bisogna vederla, per il momento non resta che braccarla.

Attenzione. Il potere sa quanto può essere pericolosa una bestia che si sente braccata, prima di venire raggiunta e abbattuta. Sa quanta libertà può vivere la bestia braccata e quanta ne può fare vivere agli altri.

Attenzione. Qui entriamo in un terreno dove il padrone non si sente più a suo agio. È il terreno della libertà vera, non delle colorazioni vistose delle catene contrabbandate per nuovi pezzi di libertà concessi graziosamente.

Una volta capito che quelle catene, e tutte le altre procedure di allungamento e di accorciamento, non sono altro che elucubrazioni della mia mente deformata dalle condizioni di cattività, io sono libero. Non c’è ostacolo che può fermare la mia corsa.

Dappertutto sbadigliano indifesi i simboli e le concretizzazioni del dominio, dappertutto il dominio è costretto a distendersi nello spazio come un gigantesco polipo per occupare i luoghi senza i quali la sua stessa esistenza sarebbe priva di senso. Questa necessità primaria tende da un lato ad allargarsi, dall’altro a chiudersi. Vediamo come e perché.

Niente di più evidente, sotto gli occhi di tutti. Allargarsi nello spazio, fissare linee di collegamento, è necessità vitale per il dominio capitalista.

La telematica rende possibile l’unificazione in tempo reale di unità operative lontane fra loro, purché queste siano collegate. La serie completa di questi collegamenti racchiude ormai il globo come in una ragnatela, i supporti satellitari stessi sarebbero non operativi senza questa rete, nella gran parte costituita da fibre ottiche.

Lo smembramento nel territorio della fabbrica tradizionale, di già completato alla fine degli anni Ottanta, ma da allora accentuatosi grazie alle possibilità consentite dai collegamenti con unità operative via via più lontane e prive di qualsiasi logica geografica, realizza oggi una condizione produttiva che domina lo spazio praticabile nella sua totalità e non si radica in una piccola porzione di esso, trincerandosi come un fortino attaccato dagli Indiani. Il calcolo dei costi di produzione è l’unico mezzo impiegato dal capitale per valutare la propria configurazione spaziale.

Per un altro verso, i dominatori, i padroni della bestia, gli inclusi, cercano di chiudersi in luoghi altamente difesi da giannizzeri armati e da sofisticati strumenti elettronici, rendendo le loro case simili a bunker comandati da robot.

Tutto ciò non basta, e i primi a rendersene conto sono proprio loro, per cui il passo successivo sarà quello della costruzione (di già in atto) di un muro culturale che allontanerà sempre di più gli esclusi dagli inclusi. Per desiderare (anche per desiderare la libertà) bisogna conoscere, per conoscere bisogna capire, per capire bisogna avere i mezzi culturali adatti.

Sottraendo, a poco a poco, questi mezzi culturali, riducendo gli esclusi a una massa morbida di acquiescenti in cerca di una soluzione quale che sia al problema della sopravvivenza, si sottrae loro non solo la capacità di capire, ma anche quella di desiderare.

Se la bestia spezza la catena, non per questo abbatte il muro culturale, non potrà in poco tempo riapprendere a desiderare, a godere, ma di un altro godimento andrà immediatamente alla ricerca, quello di sbranare il padrone.

Sbranare il padrone. Sembra facile, ma non lo è. A vederselo così, davanti, nel momento in cui mi decido ad agire, e la bestia scatenata prende il sopravvento, mille pezzetti non basterebbero a soddisfare la mia vendetta.

Ma non mille pezzetti della sua persona soltanto, non solo lui, ma tutti gli altri padroni, e la loro progenie nefanda in grado di alimentare il futuro dominio, e la categoria infame dei palafrenieri, di coloro che collaborano e abbelliscono la catena e il collare che mi stringe il collo.

Finalmente libero di respirare, tutti vorrei includere nel mio irrefrenabile desiderio omicida di bestia scatenata. E qui, di colpo, mi fermo. Non potendo colpirli tutti, non potendo azzerare il mondo per cominciare daccapo, devo trovare un criterio di distinzione.

Non è vero che la bestia non ha criterio. Non lo ha nei primi momenti della libertà, che ubriacano e bruciano la gola, poi deve per forza averli questi criteri in base ai quali distinguere. E quali sono?

Il primo criterio è l’azzeramento di tutti i valori, ogni soppesare di colpo tramonta di fronte al proprio mettersi a rischio totale. La libertà non è materia di giudizio, né metro per valutare il mondo.

La bestia che ha rotto gli argini sa di avere messo per sempre in gioco la propria vita (verrà abbattuta non appena possibile) e quindi vuole che nel proprio gioco entri pure la vita degli altri, e i beni per gli altri più importanti della loro stessa vita. In questa fase qualunque obiettivo è buono, qualunque ombra della sera si veste dei panni dell’odiato padrone o del miserabile manutengolo che rivernicia i simboli del dominio.

Non sempre dietro l’ombra c’è la consistenza dell’oggetto che si vuole distruggere. Fin dalle prime disillusioni la bestia diventa scaltra, affila gli aculei, migliora la tecnica di caccia, ma principalmente impara a distinguere.

Distinguere mi fa più efficace, non più forte. Se mi fermo a valutare, do tempo all’avversario di apprestare le difese, e queste si riassumono in una conclusione soltanto: la mia morte, la mia morte senza distinzioni.

Gli artigli si accorciano e ricominciano le valutazioni morali: questo sì, quello no, questo ha più colpa di quello, quell’altro accampa scuse accettabili, poveretto, bisogna capirlo. La bestia comincia a diventare ragionevole. Si avvicina il momento della cattura, della messa a morte.

Io, uomo ragionevole, capisco il meccanismo della distinzione e lo condivido, so che il passaggio dalla ribellione primaria ed essenziale, nella sua assolutezza che tutto azzera davanti a sé, alla riflessione capace di distinguere prima di colpire, corrisponde al complesso viaggio verso la presa di coscienza rivoluzionaria, e capisco anche che non essendo mai stato un ribelle, nel senso ora descritto, prima di attaccare mi sono sempre dato mezzi per distinguere, ma non sfuggo al fascino della bestia azzeratrice, per cui non mi sento di avallare il passaggio alla distinzione come un processo di acquisizioni di capacità rivoluzionarie più ampie. Diverse sì, più ampie forse, migliori no di certo.

La forza sicura di sé, con la quale la bestia finalmente scatenata si muove nel buio, colpendo forse indistintamente, torna sempre davanti ai miei occhi. Chi mette in gioco se stesso, totalmente, è totalmente libero, quindi può distruggere chi vuole. Niente lo può fermare, se non una forza più grande di lui, in grado di ucciderlo. Oppure, qualcosa che nasce al suo interno stesso, nell’ambito della sua stessa coscienza, qualcosa che comincia a parlare la voce forte e intollerabile del giudizio morale.

Anche i millenni di atrocità, in fondo, di fronte a questa voce altissima tornano ad impicciolirsi, la ferocia e il sangue sono, come la tortura, caratteristiche troppo connaturate al padrone, e troppo legate allo stesso ricordo della frusta, per potere essere di colpo scoperte dalla bestia in qualche angolo riposto della propria anima ferita.

Ma la morte no, la zampata radicale che cancella l’avversario da quell’opportunità di continuare a fare del male, a colpire e a torturare, la morte è sentita dalla bestia come la sola soluzione a portata di mano, il solo prezzo da fare pagare a chi nella sua vita ha finito per lasciare troppi conti in sospeso.

Recriminare sugli innocenti trucidati dalla barbarie della bestia scatenata è umano, perché l’uomo è prima di tutto un tartufo che si nasconde dietro il dito della morale. Ancora, per esempio, non ha imparato a chiedersi il perché delle grandi offensive della natura offesa, ma dovrà affrettarsi a farlo, se non vuole autocancellarsi per sempre.

Certo, mi sento venire meno quando apprendo dei tanti massacri che giornalmente arricchiscono le letture edificanti che tutti più o meno facciamo. E mi muovo a sdegno per l’impotenza mia (o degli organi competenti, governo, polizia, Stato?) che non sa porre un freno a quelle disgrazie, e i miei occhi luccicano quando un benintenzionato porta ai miserabili sopravvissuti un camion di vettovaglie. Finalmente, un’anima buona.

Mi imbroglio così nelle distinzioni. La luce critica diventa mezzo per giustificare, non punto progettuale da cui partire.

La bestia trionfante non ha di questi problemi.

Distinguere non vuole dire soltanto soppesare: questo è colpevole, quello no, questo lo è di più, quello lo è di meno. Distinguere, prima di tutto, vuol dire questo sì, al posto di quello, perché corrisponde meglio al mio progetto che, a partire da questo può articolarsi e svilupparsi meglio che a partire da quello.

Il progetto fa il rivoluzionario. Ma la bestia scatenata, nel giorno del suo trionfo, non è detto che possieda per forza un progetto. Può avere solo e semplicemente la necessità di distruggere, anche il primo che gli càpita, appena girato l’angolo.

E se questo primo che gli càpita, girato l’angolo, non fosse un padrone? Se non fosse nemmeno un verniciatore di catene? Se fosse un innocente?

Nessuno è innocente, potrebbe rispondere la bestia finalmente trionfante nella sua libertà. Dove era questo cosiddetto pover’uomo quando il padrone mi teneva alla catena e mi faceva mancare l’aria stringendo il collare? Era forse lì a frenare la sua mano?

Oppure apparteneva a quell’ampia schiera di innocenti che sollecitano l’impiego della sferza e della gabbia per sentirsi al sicuro nelle loro povere case di periferia? E quand’anche questo innocente di cui dite voi – potrebbe continuare la bestia, respirando a pieni polmoni – fosse, estrema ipotesi, un rivoluzionario chino sui propri progetti di liberazione, intento a riflettere su come distruggere il padrone, e la catena e tutto il resto, ma assolutamente senza parole davanti alla mia stessa esistenza in libertà, e senza mezzi per fermare chi prima o poi finirà per abbattermi, che me ne importa? Perché dovrei risparmiarlo?

E il povero cucciolo, un bambinello indifeso e tenero come la crema, che certo non era nemmeno venuto al mondo quando il padrone studiava la lunghezza della catena con cui legarmi e le misure della gabbia che mi avrebbe racchiuso, questo povero esserino che potrei portare con me stringendolo con tutta la delicatezza di cui sono pur capaci le mie possenti fauci, e allevarlo col mio latte, e proteggerlo, e farlo diventare forte e robusto, credete voi che, diventato forte e robusto, non s’ingegnerebbe subito per costruirmi una nuova catena e una nuova gabbia? Per quale motivo dovrei risparmiarlo?

Provate a dire che queste riflessioni sono sbagliate. Bestiali magari sì, sbagliate no. E i padroni lo sanno, ed è per questo che cercano in tutti i modi di allungare e colorare la catena.

Sanno che la pietà è sentimento troppo sottile per reggere alle nerbate, sanno che non possono invocare regole etiche, loro che non hanno mai avuto per regola che il tasso di profitto, quel 3% che ha costituito il mondo della grande borghesia fondiaria.

Attenti alla bestia, dappertutto è la loro parola d’ordine, non svegliatela, lasciate che chieda qualcosa e che qualcosa ottenga, non riducetela alle estreme conseguenze, potrebbe essere molto pericolosa.

Anche da qualche altra parte viene un cantico suadente di possibilismo progressista. È rivolto alle bestie incatenate, ed è opera di cantori liberti, di povere bestioline innocue ma tenaci, in grado di fare vedere meccanismi inesistenti diretti verso la liberazione come fossero bicchieri d’acqua per un assetato.

Pazienta ancora un poco, dicono questi preti travestiti, il paradiso dove cadranno le catene non è, a dire il vero, nell’altro mondo, quello indicato dalla Chiesa, ma proprio qui, nella storia che si indirizza verso la libertà. La bestia inghiotte amaro e sogna di addentare anche le loro coriacee ossa alla prima occasione.

Ma, che cos’è questa libertà che sconvolge la vita ordinata, e coatta, della bestia? Qualcuno potrebbe dire (a ragione) che è lo scatenamento, la messa in gioco di se stessa, direbbero altri, la coscienza finalmente matura di sé, altri ancora.

L’insieme di queste cose, alla fine concluderebbero i più attenti, con fare sapiente. E avrebbero tutti visto solo un aspetto del problema. La bestia scatenata è la libertà essa stessa, non è soltanto una bestia libera, ed essendo la libertà dilaga senza limiti e senza misure, si dispiega in tutta la sua forza, decide e afferra, afferra e stronca, stronca e fa proprio, con l’unico ostacolo di una forza più grande che affrontandola l’uccide.

Questa bestia ha la bellezza della libertà perché è pura come la libertà, non ha calcoli, nemmeno quello di una maggiore efficacia, taglia l’erba alla radice davanti a sé, ma brucia tutto dietro di sé, non preserva nulla di quello che affronta, ma nemmeno conserva qualcosa di quello che potrebbe tornarle utile domani.

Per lei il domani è soltanto l’oggi, la violenza della distruzione è la sua vita. E voi, sacrosanti rettori dei canoni etici, volete parlare con lei in termini di quello che deve fare! Attenzione, potrebbe schiacciarvi senza neanche avvedersene.

Riservate le vostre lamentele per quando celebreremo il suo funerale.

La libertà è questa assoluta mancanza di regole. Quando si affaccia nel mondo, sia pure attraverso un piccolissimo spiraglio, mette a soqquadro, niente può patteggiare miglior quartiere con lei, solo una forza maggiore può controbatterla e distruggerla.

L’accettazione delle regole è la condizione primaria della convivenza civile, e questa può avere un considerevole livello di libertà, ma non è la libertà, diciamo che è la rinuncia alla libertà per un ideale presupposto superiore, quello appunto della pace sociale. Solo che a trarre interesse da questo ideale surrogato in primo luogo sono gli sfruttatori, gli organizzatori del gioco, mentre la gran massa degli astanti è semplicemente giocata come qualsiasi peso morto, ora di qua, ora di là, per fare pendere la bilancia ora da una parte, ora dall’altra.

La libertà è un sogno abbagliante, non un accadimento da contabili. Nessuno che non ha avuto la pelle scorticata a sangue dalle disavventure dello sfruttamento può fare questo sogno. Gli eruditi della rivoluzione, farneticando di progetti e ricostruzioni, coi loro metodi perfezionati, raggiungono a volte una ferocia altrettanto considerevole, ma non hanno la forza essenziale della bestia, la sua assoluta purezza che le viene dallo scatenamento.

Ma può ipotizzarsi dietro l’angolo di casa una simile bestia acquattata? Oppure è fatto di tale rarità da discuterne qui come di un accadimento ipotetico, un battere delle ciglia del mostro che respira tranquillo in fondo a ognuno di noi?

Se si pensa ai milioni di esseri umani portati al macello in santa e parsimoniosa rassegnazione, c’è da stare quasi sicuri che la bestia inafferrabile non esiste, parto della fantasia di scrittori dediti malaccortamente a mettere paura ai benestanti, a coloro che hanno molto da perdere. Se si guarda lo spettacolo serale, che tante volte ho avuto il dubbio privilegio di osservare, di centinaia di galeotti che rientrano quietamente nelle loro celle, come pecore all’ovile, c’è da pensare più alla fantasia che alla realtà.

Attenzione, padroni pasciuti, attenzione solerti palafrenieri, la bestia può scatenarsi in ogni momento. Provate a metterla con la coda al muro ancora una volta, provate e vedrete.

Molti uomini dabbene in tocco ed ermellino, sonnacchiosi fra le loro scartoffie, non hanno mai pensato a questa eventualità. Nascosti dietro il codice si credono al sicuro, e al sicuro lo sono, fin quando si resta alla catena allentata, alle regole flessibili del dialogo e della tolleranza. Attenzione a non fare cadere questo velo che cela le vostre nefandezze, la bestia potrebbe avvedersene. Non spingete il gioco troppo oltre.

So bene che non siete stupidi, e che pensate a un mondo futuro gestito nel migliore dei modi dalle vostre illuminate intelligenze, so bene che rimbrottate spesso chi fra di voi sostiene ancora l’obsoleta teoria dell’accorciamento della catena, e so anche che forse senza nemmeno accorgervene avete, di tanto in tanto, un moto di simpatia per la povera bestia, moto dell’animo che per altro non arriva mai a consigliarvi un accostamento eccessivo alle sue unghie.

So tutto questo. So quanto siete giusti, della vostra giustizia beninteso, e quanto desiderosi siete della verità, della vostra verità, giustizia e verità che fanno strada davanti a voi ma non mettono mai in discussione le catene che garantiscono il vostro dominio.

Io vi capisco, anche se non muoverei un dito per aiutarvi vedendovi in difficoltà, la bestia no. La bestia non vi capisce.

La forza della bestia trionfante sta tutta qui, nel non capire, nel non trovare validi gli argomenti vostri e (per la verità, miei cari signori) neanche i miei. Non li trova validi non perché li rifiuti ma perché nemmeno se ne cura, nemmeno li considera. Fiato sprecato, null’altro. La sua forza è incomprensibile proprio per questo, sarebbe come chiedere clemenza a un vulcano o a un terremoto.

Provate a portarla con la coda al muro, adesso, dopo che avete letto queste pagine, provate, se vi riesce di trovare il coraggio, ad accorciare la catena, a stringere il collare e il morso.

Provate.


[Introduzione alla prima ed. di La bestia inafferrabile, Catania 1999].

Come un ladro nella notte

Questi ultimi anni, la metà dei quali passati in carcere, non mi hanno fatto risolvere la contraddizione alla quale accenno in questo libro.

Anarchia e libertà sono sinonimi? A quel che vedo in giro, tranne una sparuta schiera di esseri lunari, non ci sono altro che imbroglioni e mestatori. E che vuol dire?

Niente, l’anarchia e gli anarchici sono due cose del tutto differenti. Della prima ci si può innamorare a vita, dei secondi quasi mai l’amore dura a lungo, escluso quei pochissimi, per i quali l’affinità e la sintonia di affetti va al di là di qualsiasi contingenza.

La diversità che colgo tra il dire e l’agire è nella libertà di quest’ultimo, quindi anche nella libertà della volontà di agire. Il volere essere liberi non è però uguale ad essere liberi, il libero non vuole essere libero, semplicemente lo è. Non opera una selezione negandosi tutto quello che lo vincola, catene in primo luogo.

Sono uscito da poco dal carcere e devo quasi certamente tornarci ancora per un residuo pena di un anno e qualche mese, potevo non essere mai entrato in galera, fin dal lontano ottobre del 1972, quando per la prima volta feci questa esperienza, bastava che continuassi a fare il dirigente industriale. Se ho gettato alle ortiche il mio status di sicurezza non l’ho fatto per finire in prigione, ma per fare più facilmente dei passi verso la libertà. Né l’andare in prigione ora né quei passi ormai lontani sono la libertà. Fino a quando dovessero restare solo un volere la libertà sarebbero conati e forme sofisticati di controllo.

La libertà, e quindi l’anarchia, si coglie ma non si possiede, è la qualità somma che perdo proprio nel momento in cui mi chiedo se posso conservarla garantendola contro le pretese dell’altro.

Il dono comanda la qualità gratuitamente, il donarsi è aprirsi senza chiedere nulla in cambio. Senza questo dono non si arriverebbe mai alla qualità, ma si resterebbe sempre nell’ambito dell’impenetrabilità del fare.

L’azione che non mi coinvolge, che non mi cambia la vita mettendomi a repentaglio, è un semplice fare, una routine che rischia di infettare perfino la mia stessa quotidianità.

Vorrei, e lo sto facendo, scrivere tutto questo per gli altri, per me questo è un male necessario al quale cerco in ogni modo di sfuggire. Quando trovo un lettore ho un tuffo al cuore e mi chiedo se finalmente è arrivato chi riuscirà a leggere quello che anche io, solo io, riesco a intravedere a malapena in quello che scrivo.

Considerare poi la fortuna di un libro è qualcosa di puerile. Basta pensare, per quel che mi riguarda, a La gioia armata. Spesso molti leggono un libro senza vederlo, quasi per sentito dire. Scrivere è una malattia dura a guarire, leggere senza capire è una malattia dello stesso genere. Non si è trovato ancora il modo di curarle, si possono solo cronicizzare.

Conosco molti stupidi che non potendo fare altrimenti si immaginano di vivere dei grandi eventi o di affrontare dei grandi problemi.

Gli stupidi sanno sempre quello che fanno. Sono quasi in balia dei loro mali e ascoltano gli altri sperando di dare la stoccata buona.

La libertà, e quindi anche l’anarchia, non va raccontata, è una condizione cieca, non si lascia mettere per iscritto. La volontà l’azzera solo apparentemente, per meglio controllarla, ma non può mai cancellarla del tutto.

Perfino nei peggiori, nei mestatori e nei venduti, si trasforma in falsa coscienza e morde senza pietà. La volontà campa a credito della libertà. Ora la vede come un nemico da affrontare, realizzandolo nel proprio ridurlo all’impotenza, ora come un’amante vogliosa da soddisfare. Il dolore che porta con sé non si distingue facilmente dal piacere.

L’anarchia è il massimo livello della libertà, riconoscere questo itinerario, scoprirlo, seguirlo, sono esercizi massacranti e richiedono una certa tendenza omicida. L’anarchico non sogna distruzioni, distrugge. I poveri illusi, che di solito considero stupidi, cercano a tutti i costi di darsi un atteggiamento da distruttori. Solo pochissimi non lo fanno. Alla lunga ottime persone ricavano da questa maschera una specie di automatismo, un gioco malvagio da cui non riescono più a venire fuori. Nei loro confronti è superfluo dire di no.

L’anarchia, e quindi anche la libertà, non può essere cercata come comunione conchiusa, perfetto completamento di quello che palesemente mi manca nella vita.

L’apertura all’azione non lascia intendere questa aspettativa, che sarebbe una forma di reductio ad unum. Lo sforzo dell’azione è diretto, nella migliore ipotesi, a una delusione, alla constatazione di una sconfitta, ma questo fine è per pochi, sono difatti pochi quelli che non si fanno travolgere dal trionfo decretato loro dagli stupidi a tale scopo assoldati. Andando oltre è la regola che viene spezzata, tutto quello che è stato fatto andava bene, tanto bene da risultare degno di essere messo da parte, considerato materiale di riflessione non di possesso.

Il cammino procede, lo strumento che si pensava conclusivo è invece un biglietto di passaggio verso qualcosa d’altro che la libertà mette in gioco nella molteplice veste delle possibilità.

Intenzionarsi verso l’anarchia ha una motivazione tremenda, una specie di mandato nuovo. Niente di ciò che appartiene all’accomodamento, alla progressione e alla contrattazione migliorativa può direttamente relazionarsi con l’anarchia, salvo che non si tratti di immagini e rappresentazioni simboliche.

Un rifiuto del mondo è lo stesso impossibile, una parte del mondo è richiesta in maniera assoluta, me stesso. In genere mi costruisco un modello ed è questo modello che propongo nel relazionarmi con l’azione e con i miei compagni, ma me stesso è sempre al sicuro dietro il modello, non viene mai allo scoperto.

Se l’anarchia mi chiama non posso ascoltare la sua voce perché le convenienze del mondo me lo impediscono, i miei stessi modelli in primo luogo, la vita è imitazione e immagine, non è me stesso messo in gioco. L’anarchia esige pienezza assoluta che non posso portare dietro non possedendola. La follia soltanto intuisce una possibile rapportazione, un dono che non può essere distrutto perché oltre ogni possibilità di misura.

Non potenza che si realizza, ma realizzazione inimmaginabile che non potevo presupporre né programmare. È questa la sola possibile compresenza tra l’anarchia e il mondo che parcellizza e produce continuamente la vita, con tutte le limitazioni alle quali ogni giorno ci costringe a far fronte.


[Introduzione alla seconda edizione di Come un ladro nella notte, Trieste 2009].

* * *

Questo libretto nasce da una contraddizione.

Non credo sia possibile parlare direttamente dell’anarchismo. Cioè, non c’è dubbio che gli anarchici parlano dell’anarchismo, che io stesso ho riempito forse più pagine di quanto avrei dovuto riguardanti i problemi che l’anarchismo solleva, e forse assordato più orecchie del necessario, ma io mi riferisco ad un discorso diretto che pretenda dare corpo leggibile, udibile, all’anarchismo, che pretenda comunicare non dico la sua essenza profonda, il suo messaggio sconvolgente e inquietante, ma semplicemente le sue linee fondamentali, le più direttamente attingibili da pratica e teoria.

Eppure ho accettato di parlare dell’anarchismo, specificamente su questo argomento, e parlandone mi sono reso conto che non stavo parlando dell’oggetto della conferenza – che tutto comincia lì con questa pretesa di affrontare un uditorio, sia pure benevolo, su di un argomento tanto multiforme e refrattario a qualsiasi spiegazione – ma stavo semplicemente dando corso ai miei pensieri, alle mie esperienze, ai miei amori e alle mie delusioni, alla mia vita in relazione al mio essere anarchico.

Solo che travestivo queste motivazioni personali con le parole e le pretese di un’analisi storica, filosofica e perfino progettuale, ammettendo antefatti e suggerendo possibili sbocchi.

Avanzando nel parlare, mi sono accorto che non era adeguato il mio dire alla presunzione del fare. Mi ero infilato in un vicolo cieco, a me sconosciuto. In effetti era la prima conferenza che facevo sull’anarchismo, non mi ero mai arrischiato a tanto, e dire che di conferenze ne ho fatte parecchie, e nei luoghi più disparati, dalle grandi aule universitarie alle piccole casupole di periferia, dove si annidano i nostri gruppi anarchici. Ne ho fatta una perfino in un vagone ferroviario in disarmo, ma sempre su argomenti specifici, su aspetti teorici particolari, sullo sviluppo del nemico e sulle sue forze, sui mezzi e sui metodi dell’attacco, forse qualche volta mi sono arrischiato, titubante e timido, a parlare della società del futuro, dei problemi organizzativi di una condizione, diciamo, come usava una volta, post-rivoluzionaria. Mai dell’anarchismo.

Ed eccola la contraddizione venire fuori improvvisamente, e diventarmi palpabile nel mentre del mio discorso, pur continuando a guardare in faccia, uno per uno i miei ascoltatori, come faccio sempre, per vedere che tipo di reazione suscitano le mie parole.

Non era discorso di propaganda. Voleva essere altro. Voleva cioè proporre un momento di riflessione globale su di una concezione della vita grandiosamente irriducibile a qualsiasi tentativo di incasellamento. Se ne afferravo un pezzo, poniamo i presupposti dei grandi teorici, le implicanze filosofiche, me ne scappava via un altro pezzo; se è di quest’ultimo che mi preoccupavo, per esempio gli attacchi contro i responsabili del dominio e contro le cose che lo rendono possibile, un lembo sia pure remoto della grande idea anarchica se ne volava via.

Avrei voluto avere la concisione e l’ingenuità, bellissime doti, di un Malatesta, per dire in poche parole ai miei attenti ascoltatori quello che mi straripava dentro, ma non posseggo quelle doti, sono più attento al dettaglio, all’aspetto marginale che pretendiamo di solito mettere da parte, ma che impone la sua presenza quando meno ce ne accorgiamo. E poi, diciamolo francamente, non me ne importa niente della propaganda.

Solo che, per un altro verso, quell’impresa, per me difficilissima, forniva un chiarimento, non dico ai miei ascoltatori, ma a me stesso, un chiarimento di natura personale, intima. Mano a mano che il discorso si dipanava, vedevo gli effetti della visione del mondo che ha accompagnato gli ultimi trent’anni della mia vita mettersi in risalto, assumere un tono diverso, venire quasi a corrispondere uno con l’altro. Ecco quale può essere il senso di un discorso sull’anarchismo, fatto da un anarchico che non si prefigge scopi di apologetica o di propaganda, che non vuole parlare della bellezze dell’anarchia, o della sua ineluttabile necessità, conclusione della storia e delle pene dell’uomo. Un senso più sottile, e forse più essenziale, un senso che aiuta a riflettere sulle cose da fare rivivendo i momenti della personale, continua e ininterrotta relazione d’amore con l’anarchia, ma anche un accadimento improvviso e rapinoso, l’agire inaspettato di un ladro nella notte.

In fondo, ogni volta che si affronta un argomento, ogni volta che discutiamo fra compagni anarchici su di un problema che ci coglie intimamente, che ci fa fremere d’interesse e di passione, di sdegno e di rivolta, ogni volta che con tutti noi stessi vogliamo che quel problema diventi non dico chiaro, una volta per tutte, ma sufficientemente chiaro per potervi agire dentro e distruggere le conseguenze negative che esso ha sulla nostra vita, ogni volta quindi che ci accingiamo ad una riflessione di ordine sociale, ma anche più specificamente economica e perfino tecnica, cioè di dettaglio di strumenti e mezzi, e così via, ogni volta, dietro la parzialità del movimento intellettivo e del contemporaneo coinvolgerci della passione, sta l’idea complessiva dell’anarchismo, della quale, come nel caso che mi sono trovato davanti a Firenze, nel corso della conferenza che qui riporto, volendo parlare in modo specifico si deve ammettere che si finisce o per fare opera vana di accatastamento didascalico di fatti e teorie, oppure opera di sollecitazione all’agire, toccando quelle fibre del cuore che ogni anarchico tiene scoperte, evitando accuratamente che gli aggiustamenti e i compromessi della quotidianità facciano crescere sopra il callo.

Volendo illudermi della non vanità dell’opera mia, mi resta la seconda ipotesi. Ma questa, validissima per me, come discorso che andavo facendo a me stesso, nel mentre che nell’aula dell’Università di Firenze risuonavano le mie parole, è stata valida anche per gli astanti? Cosa si sono portati dietro, alla fine, ognuno nel proprio animo, di quelle parole? Che cosa li ha colpiti?

Se le tracce rimaste sono state soltanto qualche nome, più o meno conosciuto, di filosofo o qualche atto di rivolta, individuale o collettivo, se qualcosa di esterno è entrato in loro e qui ha nidificato futura prole di coscienti decisioni rivoluzionarie, non era questa la mia intenzione. Se ciò può essere accaduto, e non si può escludere, a governarne il processo è stato il caso.

Al contrario, se quelle parole hanno risvegliato qualcosa che era di già negli ascoltatori e almeno in uno di essi hanno toccato quelle fibre scoperte, quei nervi tesi e mai domi che caratterizzano l’anarchico, quei sentimenti non codificabili che alimentano la sua vita di tutti i giorni, e toccandoli li hanno collegati con uomini, fatti, teorie e pratiche del passato, di quello che è stato l’anarchismo, accidentalmente e sprovvedutamente attraverso le mie parole, quella sera, e adesso, nella loro veste trascritta e riveduta per la pubblicazione in questo opuscolo, torneranno a toccarli, il mio impegno non sarà stato vano.


[Introduzione alla prima edizione di Come un ladro nella notte, Catania 1998].

Renzo Novatore

Leggere Novatore è un’impresa. I motivi per cui, oggi, si viene respinti dalla lettura di un testo come quello che presentiamo qui di seguito sono parecchi e tutti paralleli ai motivi, altrettanto numerosi, per cui se ne rimane affascinati.

Il disgusto deriva dal modo di scrivere, dalle infiorettature stilistiche, dalle assordanti ripetizioni, dalla retorica tratta per i capelli a servire da strame per lo sbocciare di un fiore ormai fuori del tempo. Il fascino viene da quello che il lettore ricorda – il lettore provveduto, non quello accidentale – della vita di questo ribelle, morto con le armi in pugno in un conflitto a fuoco contro i carabinieri che volevano catturarlo.

Ma una vita bella, e certamente la sua lo fu, una vita “contro”: contro la guerra, contro i fascisti che della guerra furono gli esecutori testamentari, contro i padroni che mandarono i proletari a morire in un sanguinoso quanto assurdo conflitto e poi gestirono i fantocci fascisti per mettere paura alle giuste rivendicazioni dei sopravvissuti, una vita bella, dicevo, non è detto che possa trovare riscontro in belle pagine scritte.

Il motivo è lo stesso per cui belle pagine sono state scritte da assurdi pagliacci sbrodoloni, come quel D’Annunzio che qui se non proprio di casa sta acquattato dietro le quinte.

Eppure le parole di Novatore meritano una riflessione, mentre non meritano l’entusiasmo di sprovveduti lettori che trovano in esse esattamente quello che non c’è, che il suo autore, quasi certamente (di questo non si può mai essere sicuri), non voleva che ci fosse. Il fatto è che la madre degli imbecilli purtroppo è sempre gravida.

Il nulla e la creazione sono concetti messi qui, apparentemente in modo innocente e spontaneo, sostanzialmente in modo provocatorio. Non avrebbero senso se non derivassero dalla “morte di Dio”.

L’annuncio di Nietzsche, insieme a tanti altri, è colto da Novatore in blocco, con quella cecità di lettore frettoloso e improvvido che lo contraddistingueva. La sostanza del suo pensiero – che di pensiero robusto, anche se in forma di tenero virgulto, si tratta – sta tutta qui. Ed è bene soffermarsi un poco.

La morte di Dio, del Dio dei massacri e delle pietà raccoglitrici di tradimenti ed ignominie, propone la visione del nulla. Una «magia dell’estremo», aveva detto Nietzsche (Aurora, IV, 271).

E il suono delle parole di Novatore trasforma la tesi ancora fredda del filosofo in un canto reboante, retoricamente fastidioso, ma con tutto ciò presente nel suo cuore di uomo che amava la vita, la vita nei suoi afflati dionisiaci estremi, senza mezze misure, senza concessioni o patteggiamenti.

L’estremista Novatore va sempre più oltre, rilancia la sua posta, butta sempre i propri resti sul tappeto verde, e vince, vince comunque una cifrata condizione impensabile, vince contro tutti coloro che, parallelamente, stavano a misurare la propria esistenza con il bilancino del farmacista.

Il nulla può essere guardato in faccia solo da un immoralista. Lo stesso Nietzsche, immoralista quasi sempre a parole, stroncato da un semplice sguardo in tralice di Lou, non gli è vero compagno di strada.

Certo, lo sopravanza per vastità d’ingegno e visione d’insieme, ma la seduzione dell’estremo è ancora nelle mani di Novatore, è lui che la gestisce. La creazione del futuro sta ancora nel gesto che attacca, non in quello che – tra un bicchiere d’acqua fresca e l’altro – si raccoglie nell’aria rarefatta di Sils Maria.

E il futuro, quello che parla e dice qualcosa direttamente, non può venire da una dialettica compositiva di contraddizioni, deve venire dall’estrema rarefazione contraddittoria, dal parossismo delle Erinni.

Novatore è uomo tragico, lacerato, insopportabile, ed è bene che le sue parole scritte, nero su bianco, siano insopportabilmente illeggibili.

È bene però che i compagni lo leggano e che ne traggano non istupidita meraviglia, ma reazione di rigetto e stralunato senso di nausea, per andare oltre, verso il nocciolo concreto di quello che il suo polso fermo, lo stesso con cui impugnava la rivoltella nelle rapine, mettendo paura a borghesi e bottegai insieme al suo compagno Sante Pollastro, poteva afferrare.

Non dico che qualsiasi sedicente ribelle, pauroso della propria ombra, mentre starnazza nell’aia, possa afferrare questo nocciolo concreto, dico che qui ne ha l’occasione. Spetta a lui abbandonare i piccoli saltelli e spiccare il volo.

Se in Nietzsche, oltre all’aspirazione poetica c’è anche il concetto, in queste pagine c’è l’estasi che procurano i concetti quando si accavallano l’uno dentro l’altro fino al parossismo, azzerando la logica, rendendo turgido il desiderio non di chiarezza ma del suo contrario, di annullamento, di penetrazione nel nulla, dove il genio del cuore può finalmente dare sfogo alla sua capacità creativa.

Naturalmente Novatore non vi riesce, che lo strumento linguistico gli tarpa fastidiosamente le ali, ma il desiderio c’è tutto e anche la forza personale di andare oltre, ancora più oltre, contro ogni esprit de finesse che alla fin fine è solo sottoprodotto di un qualsiasi laboratorio letterario.

A guidargli la mente, ma più ancora il braccio, è lo sdegno, lo sdegno per le turpitudini borghesi che aveva sotto gli occhi, lo schifo per la vigliaccheria generalizzata, non solo quella dei picchiatori fascisti, sempre in cento contro uno, ma principalmente quella delle rane proletarie, incapaci di ribellarsi. Il suo bisogno di annientamento della realtà, prima di tutto la realtà dei massacri e della guerra, è anche bisogno di autoannientamento, da cui deriva l’identificazione nichilista con la rivolta definitiva e senza possibilità di ritorno.

«Sì! – cantava Nietzsche – Io so le mie radici! / Insaziato come la fiamma / Ardo io e mi consumo. / Tutto che afferro diventa luce, / Tutto che lascio si fa carbone: / Fiamma per certo son io». (Gaia scienza, II). E, allo stesso modo, il bruciare di Novatore si fa creazione, richiesta perentoria nei riguardi del futuro. Andare oltre non è incoerenza, è l’unica via possibile di fronte agli appelli del destino.

Certo, questi appelli possono ridursi al lumicino, quasi alla impercettibilità, ma quanto deve indurirsi la scorza di cui finisce per circondarsi, fino alla morte. Ogni segnale che questo profeta nascosto nelle nebbie del futuro insiste a mandare, ha con sé l’emblema della morte, ma lui non è in grado di leggere questi segnali fino in fondo, il linguaggio della morte gli resta per sempre sconosciuto. Io vi leggo l’invito pressante all’oltrepassamento, l’incitamento a trovare il coraggio e a smettere di avere paura. Non è una via di uscita, questo lo so, ed è tutt’altro che comoda.

La ragione non vince la paura dell’incompletezza, anzi la sigilla nel cerchio difettoso del produrre. Da paura e inquietudine, nella continua riconferma, alla fine si sviluppa la sostanza venefica e inevitabile del mondo che ci circonda. Novatore non si è reso conto proprio di questo, e come poteva farlo?

Dal nulla emerge soltanto la creazione dionisiaca, l’eterna volontà di generare, la fecondità che mai cessa, l’eterno ritorno. Novatore non si accorge che in questo modo, riagganciandosi a Nietzsche, crolla attorno a lui qualsiasi riferimento concreto alla terrestre fondatezza del sangue e dei morti.

Queste due mitologiche figure parlano in un’altra dimensione, ma entrano in contrasto con quella della creazione che sempre si ripete, della negazione di ogni miseria e compromesso quotidiani.

L’eterno ritorno rende vicine tutte le cose, ma lontane quelle cose che ci hanno lasciato, che non sono più qui, forti e vigorose davanti a noi, che sono soltanto simboli di morte, sia pure simboli di morte che riportano alla memoria “i morti nostri”, i nostri fratelli.

L’apertura all’azione è gioco dionisiaco, quindi è senza cominciamento e senza fine, ricomincia sempre daccapo. L’azione resta al di là del tempo, quindi al di là dell’edificante e del distruggente.

Stornare è simulare quello che non sto per fare come dissimulare è nascondere ciò che ho già fatto, due movimenti che si ricongiungono insieme a volte in modo freddamente oggettuale, a volte con una istintualità che mette in dubbio le statiche direttrici protocollari.

Dappertutto ci sono residui che propongono vie di fuga ripugnanti e inaccettabili, stimoli per una non vita patinata di vita artificiale. Combattere lo spirito inquisitore delle corrispondenze maniacali è compito della critica negativa, e in questo Novatore riesce perfino a spezzare i gangli attenuatori che lo legano alla propria prosa manifestatrice di limiti contrastati ma mai del tutto azzerati.

Egli ha più volte spezzato la saldatura ragionevole e domestica tra le parole e il senso, ma non si è mai liberato dalla sudditanza delle categorie, questo è un altro sforzo, non compierlo fino in fondo apre la porta a una sorta di ibrida manomissione che produce nuovi codici espressivi difficili e imprevedibili, comunque forieri di prossima cattura.

La ripetizione eterna è il tempo che così diventa circolare, ecco perché il sangue non appartiene a Novatore, la sua ingombrante presenza è qualcosa di spurio perché ricorda l’irreversibilità del tempo proprio nel momento in cui intende proporsi come ritornante, come risorgente, tale e quale, come sangue per l’appunto, come morti che sono “nostri”, ma la morte non ci appartiene, essa è respinta una volta che l’affrontiamo a viso aperto, una volta che andiamo avanti verso il paradossale pensiero della ripetizione.

Si tratta di un gioco, e Novatore gioca con la propria vita e vince la partita perché non ha paura di morire con le armi in pugno. Chiunque altro, non appena un battito di paura si fosse affacciato nel suo cuore, sarebbe piombato a terra in preda al panico, non lui. Il suo gioco personale riflette e interpreta, qui e subito, il grande gioco del mondo.

Nelle condizioni del suo dire non c’è una ragionevole assennatezza che coglie alcuni elementi estranei alla produzione di senso per metterli in risalto, non ci sono residui puri e semplici, non ci sono valori confezionati e codificati, ma parole dure che affrontano l’ormai incontrovertibile esperienza dell’azione.

La parola risuona così per sfumature timbriche, per improvvisi scurimenti retorici, per scintillii e supposizioni non lessicali che aprono prospettive sgradevoli e contorte, comunque consonanti con la voce dell’azione che urla la sua necessità illogica, la sua radicale connessione rivoluzionaria.

L’antico assetto labirintico è ora un gioco innocente e avventato, perfino stomacante, a volte capace di far buttare via il libro di fronte all’insorgere delle bramosie di un lettore insoddisfatto, eppure ci sono correlazioni possibili, anche se il tutto è spesso inframezzato da sconfortanti concetti che aiutano solo l’incomprensibilità, ciò a partire dalle sconnessioni grammaticali. Gli artifici hanno di certo il loro peso, ma la perdita si gioca tutta nella parola stessa e nella sua insondabile molteplicità sintattica.

«Tutte le cose che vivono a lungo, a poco a poco si intridono a tal punto di ragione, che la loro provenienza dall’irrazionale diviene perciò improbabile. Non suona paradossale ed empia per il sentimento quasi ogni precisa storia di una genesi? Il buon storico, in fondo, non contraddice continuamente?». (F. Nietzsche, Aurora, I, 1).

Esattamente. Novatore lo sa e non se ne cura, non si prende cura del logos cristiano né della secolarizzazione hegeliana, forse non ne aveva nemmeno cognizione. Che importa di fronte al suo tragico contrapporsi polemicamente inattuale?

«Ancora una volta il grande brivido ci afferra: ma chi mai avrebbe voglia di divinizzare ancora immediatamente, alla maniera antica, questo mostruoso mondo ignoto? E di adorare forse, da questo momento, questa cosa ignota come “colui che è ignoto”? Ah, in questo ignoto sono comprese troppe non divine possibilità d’interpretazione, troppa stregoneria, scempiaggine, bizzarria d’interpretazione: quella nostra umana, anche troppo umana, interpretazione, che noi conosciamo». (Gaia scienza, V, 374).

Che farsene del sangue dei morti? So bene che quella di Novatore non è una nuova forma di adorazione, ma non può nemmeno costituire quello che lui si illude di utilizzare, il punto di appoggio su cui far leva per innalzare il proprio urlo di combattimento.

È comunque evidente che la maggiore strutturazione comporta al più alto grado un giganteggiare della volontà. Come rendere possibile l’oltrepassamento dell’inquietudine e della sofferenza, questo è un altro discorso. Tutto questo può procurare un avvitamento della volontà e, come risposta, un rafforzamento dei controlli e delle limitazioni.

La retorica, alla fin fine, non svolge un ruolo anche in questo gioco di bassa forza? Galleani docet.

L’azione urge alle porte ma rimane ribollente contrasto al di là della creazione, ogni esclusività intuitiva, compresi i contributi posteriori dell’azione, gli esaltanti deliri di onnipotenza, sono inefficaci se lasciati tristemente da soli.

La parola decrepita non può produrre nuovi virgulti se non c’è un violento coinvolgimento che esalta l’avviarsi di un itinerario diverso. Se insisto, nell’indirizzarmi verso l’azione, o nel prendere il largo, a identificarmi con gli oggetti e i rapporti perduti, lasciati sul molo, pretendo di portare con me il dolore del mondo intero, un coacervo di recriminazioni e rivendicazioni che mi trascina indietro, sempre più radicandomi nel rifiuto. La rinuncia è così all’orizzonte con il suo richiamo pervasivo.

Sono molti i rodomonti che a tutta prima sembrerebbero in grado di mangiarsi il mondo. So bene che Novatore non era di simile pasta molliccia, ma potrebbe sembrarlo, e questo, in fondo, non mi farebbe piacere.

«Ridiamo di colui che esce dalla sua camera proprio nel minuto in cui il sole esce dalla sua, e dice: “io voglio, che il sole sorga”; e di quello che non può fermare una ruota e dice: “io voglio che essa rotoli”; e di colui che nella lotta è gettato a terra e dice: “io qui giaccio a terra, ma sono io che voglio questo!”. Ma, a parte le risate, facciamo noi forse qualcosa di diverso da uno di questi tre, quando usiamo la parola: “io voglio”?». (F. Nietzsche, Aurora, II, 124).

Ecco, di certo Novatore non lesse mai questa frase del suo amato Nietzsche.


[Introduzione a Renzo Novatore, Verso il nulla creatore, Trieste 2009].

Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi

Due anni e mezzo di carcere sono trascorsi da poco. Alla mia età non sono pochi e c’è tempo per riflettere. Fra i tanti ricordi che mi sono passati per la testa, belli e brutti, c’è stata l’esperienza del funerale di Pinelli. Non erano pensieri pacifici, tranquillizzanti. La rabbia e l’insoddisfazione mi prendevano spesso alla gola, nelle lunghe passeggiate in circolo all’interno dell’eterno cortile in cemento.

Se devo essere sincero, come mi sembra necessario in questo momento, non era tanto del povero Pinelli, ormai polvere alla polvere, che mi preoccupavo, quanto del mio ideale. Sì, proprio di quello, mi preoccupavo, e mi preoccupo, dell’anarchia, di questo meraviglioso ideale che disgraziati individui continuano a inzaccherare.

Pensando a Pinelli ecco che mi accadeva sempre di pensare a Calabresi, il binomio torna anche adesso spontaneo, avvicinati dalla morte, anarchico e sbirro, sembrano ancora oggi allacciati in una danza macabra, lo sembrano ovviamente nei miei pensieri, non lo sono mai stati nella realtà.

Ma, in fondo, che me ne faccio della realtà, oggetti che confliggono fra loro continuamente, se non accetto che la realtà sono anche io con i miei pensieri cattivi, con i miei desideri anche peggiori, e tutto il resto? Dopo tutto, Calabresi faceva il proprio mestiere, e lo faceva senza volersi nascondere dietro il dito del poliziotto buono, dalla faccia pulita. Era uno sbirro fra i più duri e questo è un dire le cose come stanno. Sparargli è stata un’azione degna di nota, difatti sto ancora qui a connotarla.

E di tanti altri, sbirri anch’essi, che agiscono sotto l’ala del camuffamento? Ecco, su questo punto, i miei pensieri, in questi ultimi anni di carcere, andavano via per la tangente, scappavano e si trasformavano in fantasticherie di cui vorrei mettere a parte i pochi lettori che mi rimangono.

I compromessi, più di quello che fa la religione, degradano, abbassano la vita, la propria vita, a mezzo e a prezzo di contrattazione. Se accetto i compromessi che mi vengono di volta in volta messi sotto il naso divento dipendente non di chi me li ha sottoposti, ma della mia stessa vigliaccheria. Si arriva così all’assurdo, che tanta gente che aveva per una certa parte della propria vita mostrato un interesse per molte cose ma non certo per l’anarchismo, si dichiara anarchico, per poi, di fronte a massicce dosi di carcere, tornare alle vecchie scelte, chiamandosi fuori dalle dichiarazioni strombazzate ai quattro venti non solo col piglio del neofita ma, quel che è più grave, con l’intransigenza dell’accusatore di nuova nomina.

È legittimo cambiare opinione, non idee, che non di idee si è trattato quando si urlava dalla colonna dello stilita, ma sempre di raccogliticci scambi di chiacchiere. Per carità, è legittimo mettersi al riparo, per quanto si può, da una repressione che non ammette estremismi verbali e che pretende sempre interpretarli come una minaccia seria, anche quando si tratta, più o meno, di un gargarismo.

Molti ritengono di avere messa la propria coerenza in banca e si aspettano di ricevere gli interessi mensilmente, allo stesso modo in cui si taglia accuratamente la cedola delle proprie buone azioni.

Ebbene, si sbagliano. La coerenza è un restare svegli quando tutti dormono, specialmente quando è la propria coscienza a sentirsi preda del sonno, svegli per non cadere vittima dei tanti allettamenti, delle accondiscendenze ma anche, a partire dalle più subdole, che sono proprio le rigidità.

Ma lasciamo questi argomenti al proprio destino, insisterò su di loro in altra occasione. Torniamo alle conseguenze sull’ideale, sulla pratica concreta dell’essere anarchici, sulla lotta e sui momenti che stiamo attraversando, tutti, nessuno escluso.

Quando la piena è travolgente pure la melma viene sospinta a galla e vede la luce che mai si sarebbe sognata di vedere, quando il deflusso fa ristagnare le acque la melma pensa ancora di essere in alto e invece è tornata al suo posto naturale, nel fango, dove solo le rane e altri animali consimili fanno rari zompi. È nel deflusso che la melma sente il bisogno di farci conoscere le sue visioni del mondo, questa volta immaginate dall’alto e non come di consueto dal basso.

Ora, ogni interpretazione della realtà, se affidata a chi ha in sé solo l’animo servizievole e miserrimo della melma non può che essere puzzolente e ciò per due motivi, primo perché ogni interpretazione porta dentro di sé la tabe della sudditanza, c’è sempre dove pescare le idee non disponendo che di opinioni mal digerite, secondo perché la melma ha esperienze, desideri e sogno di melma, anche se per caso si è venuta a trovare a contatto col cielo.

Nei momenti di deflusso i giochi dovrebbero farsi più duri, quindi i duri diventano più duri ma, nello stesso tempo, i deboli diventano più deboli. Ora, il debole, vedendo il duro continuare dritto per la sua strada e non degnare le sue argomentazioni possibiliste neanche di uno sguardo critico, si sente ancora più debole.

Il duro contro cui appoggiare la propria debolezza cercando di darsi le arie di una forza a buon mercato e a spese del muro ospitante, ora non lo guarda nemmeno, eccolo quindi diventare oggetto delle critiche meschine del debole, com’è logico che siano. Da persona incattivita dal proprio stato di meschinità viene fuori sempre melma, e il cerchio si chiude.

Come si spiega che il primo contro cui indirizzare queste critiche da roditori con la coda lunga è sempre quell’idolatrato muro ideale a cui il debole si è appoggiato per tanto tempo? Che ne è dell’ideale quando l’unico compito che sembra restare in piedi è quello di ficcare i propri denti nella carne più a portata di mano?

Lasciamo andare i sorci dove li conduce la loro sorte di sorci.

L’animo dei puri non si può corrompere, anche se abili descrizioni possono mettere in cattiva luce il loro comportamento. Ma chi sono i puri? Chi può realmente definirsi tale?

Nessuno. Ecco perché la buonafede è sempre in balia della menzogna e della calunnia, dell’imbecillità che accetta senza luce critica quello che l’imbroglione spende come moneta sua e che apre le porte della propria casa per farne spelonca da adibire alla circolazione di fanfaluche. Ma, anche se non ci sono puri, ci sono gli innamorati dell’ideale.

Io mi sono innamorato dell’anarchia, molto meno degli anarchici, anche se nella mia vita ho amato molti anarchici il loro numero è di gran lunga troppo esiguo di fronte alla grande schiera di anarchici che ho dovuto subire come piattole d’inverno e che si sono approfittati di me come tanti macrò.

Senza un miscuglio di purezza e di sagacia critica non ci sarebbero anarchici degni di questo nome. Non solo sognatori, ma prima di tutto sognatori, non solo realizzatori, ma prima di tutto realizzatori. La denominazione qui ha un valore che può riassumersi in una sorta di indicazione di stato.

L’essere anarchico è un modo di vedere la vita, una visione del mondo, non un’accozzaglia più o meno articolata di principi assoluti e di banalità politiche. Se acquisisco un valore, e quasi sempre questo valore per me è dato dalla mia capacità di capire la realtà, quindi di conoscerla, in altre parole pertanto se acquisisco una conoscenza, è per condividerla con gli altri.

So, e questo sapere mio, ha un valore per me, se ne faccio dono agli altri e, restando per il momento nell’àmbito della mia esperienza personale, i veicoli privilegiati di questo dono sono stati, nel corso della mia vita, le mie azioni e le mie parole, dette o scritte. Bisogna che qui si faccia evidente qualcosa che di regola non appare di primo acchito. Io dono quello che per me ha qualità di dono, appunto le mie azioni e le mie parole, ma anche questi doni possono prendere un aspetto più terra terra, una modalità fattuale più immediata, possono cioè appartenere alla mia quotidianità banale.

Non ho azioni da donare ma fatti da proporre, faccio e quindi non ho idee ma semplici opinioni che mi aiutano a modificare la realtà nella produzione del fare. Accompagno questo fare con le parole adeguate, tipiche della tecnica che utilizzo e che cerco di impiegare al meglio per sopravvivere, accetto lavori non impegnativi, cioè che non distruggano la mia individualità in breve tempo, scrivo tesi di laurea per conto terzi, discuto di quale prosciutto sia meno grasso per il mio colesterolo col salumiere e di quale dieta devo tenere per sopravvivere al mio diabete col medico.

Non posso parlare di dono in questi casi, eppure, a un osservatore distratto, il mio comportamento apparirebbe lo stesso, sto facendo – l’osservatore smarrito potrebbe capire che sto agendo, sto parlando – lo stesso osservatore potrebbe capire che sto dicendo qualcosa d’importante.

L’uccisione del commissario Calabresi è stata un’azione non un semplice fare. Quindi è stata un dono che qualcuno ha fatto a tutti i compagni, in particolare a tutti gli anarchici, come dono ci ha resi tutti parimenti responsabili, in altre parole è come se tutti noi, che avevamo sentito l’uccisione di Pinelli come un’aggressione personale e una ferita inferta sul nostro cuore, avessimo fatto fuoco sul commissario finestra.

Alcuni lettori ipercritici, per la verità non molti, mi hanno fatto presente che l’Introduzione alla prima edizione del presente libretto era troppo indulgente con la retorica. Non mi scuso.

Quella che forse era retorica per altri per me era soltanto un ricordo che continua a commuovermi anche adesso, allo stesso modo in cui mi commosse mentre sotterravano Pinelli.

Le parole, questo è ben noto, possono essere intese in molti modi, anche se a un orecchio estraneo esse si limitano a produrre sempre lo stesso rumore.

Che queste, più dure e per orecchie più sorde, abbiano migliore sorte.


[Introduzione alla terza edizione di Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, Trieste 2007].

* * *

Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino.

L’affermazione è grave, non per le implicazioni giudiziarie, per carità, delle quali non mi curo minimamente, ma per ben altri motivi, ed è di questi motivi che voglio mettere a parte i miei attenti lettori.

In fondo, se riflettiamo un poco, di che cosa possiamo essere sicuri? La mattina ci svegliamo, mettiamo i piedi fuori dal letto, facciamo colazione in fretta, voliamo verso la scuola, il lavoro, i più vicini giardinetti per trovare gli amici, insomma, ognuno verso le proprie faccende quotidiane.

La sera, ritornando a porre le spalle sul lenzuolo, quasi sempre lo stesso della sera prima, di che possiamo dirci certi dell’insieme di fatti che abbiamo visto scorrere sotto i nostri occhi durante l’intera giornata? Non appena puntualizziamo un avvenimento, per quanto semplice, il caffè che abbiamo preso la mattina al bar, ecco che tutto il contorno si fa confuso, tende a sfocare nei suoi dettagli, e ogni aspetto scompare in un desiderio inappagato di precisione.

In definitiva, abbiamo una memoria di quello che ci è accaduto, di quello che abbiamo fatto, ma le nostre affermazioni, riguardo i singoli avvenimenti, sono tanto inadeguate da farci concludere che non possiamo dirci certi di niente.

Ma com’è possibile? direbbe qualcuno.

La risposta è semplice. Noi siamo certi, e sempre dentro limiti a volte consistenti e gravissimi, solo di quello che veramente ci interessa, di quello che si è talmente avvicinato ai nostri personali sentimenti, bisogni, desideri, sogni, progetti, da costituire pugno nello stomaco. Ricordiamo solo i pugni nello stomaco.

Di per sé, la vita non ci riserva molti pugni nello stomaco, e forse è meglio così.

Pensate cosa sarebbe una vita continuamente vissuta al limite della tensione emotiva, fin quasi a scoppiare sopraffatti dall’adrenalina. Un poco di calma, per carità.

Ma, poiché non siamo bestie da soma, ma uomini e donne ansiosi di viverla questa vita, ecco che la guardiamo in maniera selettiva. Filtriamo i fatti che ci accadono attorno, non solo quelli che vediamo direttamente con i nostri occhi, ma anche quelli che le grandi protesi moderne dei giornali e della televisione ci consentono di cogliere, fatti distanti migliaia di miglia, lontani nello spazio eppure così vicini come se accadessero nel cortile di casa nostra.

Abbiamo fatto l’abitudine a questi fatti, ma ce ne sono alcuni che si presentano in modo tale da colpirci profondamente.

Che vuol dire questo essere colpiti, per giunta in profondità? Vuol dire che restiamo a bocca aperta, mentre una sensazione di dolore, di ansia, di indignazione, di disgusto, oppure, il che fa lo stesso dal punto di vista dei meccanismi biologici che si scatenano nel nostro corpo, di gioia, di entusiasmo, di ebbrezza, ecc.

Questi accadimenti entrano in noi e vi si suggellano nella nostra certezza.

So bene che non c’è certezza alcuna, se la si considera in termini di oggettiva certezza valida per tutti, se la si pretende verificare con il bilancino del farmacista, ma quando il sangue ribolle nelle nostre vene per i quindici morti straziati dentro la sala centrale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, passassero cent’anni, ci sentiremmo lo stesso certi di un fatto indegno, che solo miserabili servitori dello Stato potevano compiere.

Ecco il genere di certezza di cui voglio parlare.

Tutte le volte che penso a Pinelli gettato dalla finestra della stanza del commissario Calabresi nel cortile interno della questura di via Fatebenefratelli a Milano, il sangue mi ribolle nelle vene.

Quindi anche di questo sono certo. Mille legulei organizzati insieme per spiegarmi le ragioni del povero commissario sbalordito dal poderoso colpo di reni di Pinelli per andare a volteggiare nell’aria notturna di Milano, non possono convincermi.

Non ho nemmeno bisogno di leggere le testimonianze dei compagni presenti nelle altre stanze che udirono l’accalorarsi dell’interrogatorio, e le imprecazioni che precedettero e seguirono l’uccisione di Pinelli. Non aggiungono nulla alla mia certezza, queste testimonianze.

Allo stesso modo non tolgono nulla gli scagionamenti di tribunali, o le dichiarazioni filiali di giovani uomini cresciuti all’ombra della colpa paterna, o i ricordi sudaticci di una vedova per la quale non ho mai provato compassione.

Un uomo deciso, sicuro di sé, messo in caricatura perfino in un film, ma padrone della situazione. Era lui la punta di diamante della questura di Milano nel momento in cui scoppiano le bombe, era lui a darsi da fare sulla spinta degli avvenimenti, forse più grandi di lui, ma non di certo capaci di stornargli il cuore verso un moto di correttezza, prima di tutto verso se stesso.

Ma di che correttezza può essere capace uno sbirro, e per giunta uno sbirro che vuole fare carriera a qualsiasi costo?

Nessuno parla più di questa persona in modo concreto, non potendo sembrare un mito, sembra almeno un fantasma.

Gli anni passati hanno annacquato il personaggio, la morte sembra avere appiattito le caratteristiche in una iconografia da martire statale.

Il povero Calabresi, trentaquattro anni, un fiore di gentiluomo, con moglie incinta e due figlioletti. Un appartamentino al terzo piano del n. 6 di via Cherubini, una casa modesta. Dopo la morte, la moglie dovette attendere quasi un anno per avere 156.000 lire al mese di pensione.

Che tristezza.

Ma il povero Calabresi vedeva la vita sotto un’altra prospettiva.

Voleva essere un vincente, giocava sporco, ed era riuscito a costruire attorno a sé la fama di duro, di imbattibile. Dappertutto arrivava per primo, schiacciava tutta la concorrenza, i suoi collaboratori lo odiavano, i suoi superiori lo temevano. Uomo da karatè e da culto della forza, era talmente ipocrita con tutti da farsi passare per un sentimentale, per un cattolico praticante, per un timorato di Dio. In fondo, quest’insegnamento l’aveva appreso in America, dove era stato a lavorare con la Cia. Un’esperienza, all’epoca, fatta da pochi super poliziotti italiani.

In quei febbrili giorni del dopo strage a Milano tutti avevano paura di tutti. Il segno del terrore cominciava per la prima volta, seriamente, a penetrare l’aria provinciale e sempliciotta del nostro Paese.

Anche la città industriale per eccellenza, in fondo, non aveva mai vissuto un’epoca come quella che si accingeva a vivere. E la gente quasi lo sentiva nella pelle questo tragico discorso nuovo che stava per aprirsi.

Perché Pinelli?

Perché non lo sappiamo, non lo sapremo mai. Poteva toccare a un altro compagno. La prova di buttare giù qualcuno dalla medesima finestra dello studio di Calabresi era stata fatta mesi prima con Braschi, poteva essere lui a cadere rimbalzando sui cornicioni. Gli è andata bene. Il contesto degli attentati alla Fiera campionaria non era all’altezza di quello di Piazza Fontana.

Raffazzonare al meglio la tesi della pista anarchica era compito suo, era lui lo specialista degli anarchici milanesi, e degli altri che avevano rapporti con i compagni di Milano.

Chi meglio di lui poteva raccogliere le fila del discorso di già iniziato da Ventura, con la pubblicazione dei testi anarchici fatta da una casa editrice dichiaratamente fascista e finanziata dal Ministero?

In fondo, la scelta degli anarchici era di già in corso da mesi, la prova generale era stata fatta con le bombe della Fiera campionaria.

Molti i compagni in galera proprio in quel momento. E lì attorno, a girare ben bene le cose, il povero Calabresi, con il suo vestito stirato di fresco, il suo atteggiamento educato e duro, la sua cultura (si fa per dire, ma sempre qualcosa in prestito riusciva a prenderlo qua e là), la sua velocità nel prendere decisioni.

La velocità nelle decisioni. Un uomo che aveva lavorato per la Cia non poteva avere che la velocità degli uomini della Cia, spietati e freddi nell’esecuzione del loro lavoro.

Solo tempi molto più vicini a noi hanno smontato questi luoghi comuni, facendo vedere come i Servizi Segreti, dalla Cia al MI5, al famigerato Mossad, altro non sono che bande di assassini prezzolati e garantiti dell’immunità statale, spesso anche un branco di incapaci e di sprovveduti, dotati di mezzi che a un certo punto li fanno più grandi e più forti di quello che veramente sono.

Ecco, il commissario Luigi Calabresi era uno di questi assassini prezzolati e garantiti. Attorno a lui si era creato il mito dell’imbattibilità, della forza decisionista che abbatte tutti gli ostacoli di fronte a sé.

Una prima incrinatura questo mito l’aveva avuto al processo contro “Lotta Continua”, dove Calabresi era apparso in difficoltà. Lo si accusava esattamente di quello che stiamo dicendo qui, di avere ucciso, o almeno partecipato all’uccisione di Pinelli. I balbettii di risposta sono ancora nel ricordo di tanti compagni.

Il 17 di maggio fu un giorno infausto per il grande commissario. Tutto sembrava dovesse andare come sempre, la solita routine della mattina: la colazione, il saluto alla moglie incinta, i due figlioletti, uno di due anni e uno di undici mesi, che scenetta familiare.

Anche il boia ha una famiglia. Non sembra possibile, ma è così. E la famiglia del boia vede il lavoro del boia come quello di un qualsiasi funzionario dello Stato, per giunta di un certo livello, richiedendo il lavoro di boia specializzazioni che non tutti possono assolvere. Dietro la maschera che nasconde il boia c’è posto anche per la prolifica moglie e la numerosa figliolanza.

Quell’infausto giorno, più o meno alle nove di mattina, il commissario Luigi Calabresi scende in strada. Lì lo aspetta il suo destino, esattamente alle nove e quindici minuti, sotto forma di due pallottole, una prima e una dopo.

Referto: discontinuazioni craniche, meningo-cerebrali, da proiettile da arma da fuoco (regione occipitale destra).

L’autoambulanza della Crocebianca di Vialba urla la sua urgenza per le strade della metropoli.

Alle nove e trentasette minuti il commissario Luigi Calabresi muore all’ospedale S. Carlo.

L’autopsia sul cadavere di Pinelli fu eseguita dai professori Ludovi, Mangigli e Falzi. Chi sono costoro? Non lo so. Dei tagliaossa qualsiasi?

Non credo, almeno uno di loro era un uomo dei Servizi, come è apparso in una nota marginale pubblicata dai giornali anni dopo.

Perché questa presenza? Perché, ancora una volta non si sentivano sicuri che tutto fosse stato fatto a dovere (troppa gente nella stanza di Calabresi?), e volevano chiudere al più presto, massacrando in fretta e furia quel che restava del nostro compagno.

Una cosa è certa, che se il lavoro di Calabresi fu un macabro pasticcio (all’improvviso risultò che Pinelli portava ai piedi tre scarpe), quello dei notomizzatori fu fatto alla perfezione. Dopo, nessuna controperizia risultò possibile.

Calabresi, dopo essere uscito dal portone di casa, va verso il salvagente nel centro della via dove era parcheggiata la Cinquecento della moglie. Ai due lati una Primula e una Opel.

Il primo colpo lo coglie alla spalla destra, cade, il secondo gli fa saltare parte del cranio. Lo spazio tra la Cinquecento e l’Opel si riempie a poco a poco di sangue.

La gente presente non accorre subito, quasi non si è accorta dei colpi d’arma da fuoco. Nell’aria primaverile sembravano scoppiettii d’una vecchia auto.

Poi qualcuno scorge il corpo bocconi, il sangue che continua ad allargare la sua chiazza purpurea. Si chiama la polizia, i carabinieri, l’autoambulanza, insomma tutto quello che accade di solito in questi casi, accade, come in un vecchio copione abusato.

Solo che stavolta accorrono anche gli alti vertici della polizia milanese.

Guida ha gli occhi pieni di lacrime. Il vecchio custode dei penitenziari fascisti, sperimentato a tanti misfatti e a tante torture, si commuove nel vedere il corpo del fido collaboratore a terra, riverso nel proprio sangue.

Il funerale del commissario finestra è fastoso, moltissime corone di fiori. Il cadavere viene portato in chiesa. Il vescovo ausiliare di Milano celebra il rito funebre: “Fulgido esempio di dedizione al dovere”. È incredibile come questa gente non abbia il minimo senso del pudore.

Il cardinale Colombo, riferendosi ad una dichiarazione della signora Gemma Calabresi, afferma: “Il fiore più bello sbocciato sul sangue del commissario ucciso è il perdono della vedova”. Roba da non crederci.


Perdono.

Che parola magica. Bisognerà aspettare degli anni per sentirla ripetere di nuovo, da altra gente, in altri contesti, ma sempre riguardo la morte di Calabresi.

Ma, andiamo con ordine.

Di quella mattinata di maggio qualcuno, dopo tanti anni, sembra ricordare qualcosa. Che splendido e meraviglioso meccanismo è la memoria. La memoria dei pentiti, poi, meriterebbe uno studio a parte.

In quel di Massa c’è un tizio che vende crêpe, che ha un chiosco di crêpe, forse venderà anche cocacola e aranciate, non lo so, comunque ha tutta l’aria di un onesto bottegaio che tira a campare.

E invece sotto il suo sguardo bonaccione si nasconde un pericoloso criminale.

Di più. Questo criminale pericoloso parla, racconta delle storie, narra di quello che fece la mattina di quel 17 maggio 1972 in via Cherubini, quando a bordo di una macchina aspettava, aspettava, aspettava.

Ma chi aspettava?

Il nostro amico fa un nome, poi ne fa altri due, indicando in questi ultimi i mandanti dell’uccisione di Calabresi.

Lui era solo l’assistente, l’autista dell’autore materiale del fatto.

Ma andiamo, mio caro amico pentito, possibile che i carabinieri abbiano soltanto un disco e che a tutti coloro che accettano per quattro soldi di indossare la casacca dell’infame facciano recitare sempre la solita storia?

Lo stesso per la ragazzina che nel processo di Roma contro gli anarchici (ancora in corso presso la Corte d’Assise [1998]), fra i continui “non ricordo”, ripete soltanto quello che ha imparato a memoria della relazione preparata dai carabinieri.

Ecco, c’è un fatto che i magistrati non sanno, che lo stesso pentito non sa, che nessuno sa, ed è il fatto che io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino.

E questo taglia la testa al toro, definitivamente.

Il faccione del pentito sta solo recitando un pessimo copione.

Ma, non anticipiamo i tempi.

Ad aspettare il commissario in via Cherubini, c’era la vendetta.

Un assoluto silenzio accolse il 20 dicembre del 1969 all’uscita dell’obitorio la salma di Pinelli. Erano le 15 e un quarto. Cominciava a piovere.

Ci indirizzammo verso via Preneste.

La moglie Licia aveva rilasciato un comunicato: “Desidero vivamente che i funerali di Pino Pinelli, pur aperti a tutti gli amici che vorranno prendervi parte, avvengano in forma dichiaratamente privata, senza la partecipazione di gruppi organizzati, di delegazioni o simboli”.

Non so perché lei ebbe a fare questa dichiarazione, non certo per i motivi per cui da solo, nel mio cuore, anch’io ero arrivato alle stesse conclusioni: simboli, striscioni dei gruppi, forse le stesse bandiere al vento, sarebbero stati fuori posto.

Una sola bandiera nera avrebbe dovuto essere presente, alla fine risultò che di bandiere ce n’erano più del necessario.

Una corona di fiori portava una piccola scritta: “Gli anarchici tutti non ti dimenticheranno”.

Mi chiesi se non avremmo dimenticato Pinelli, oppure quello che gli era stato fatto.

Il dubbio rimase fino al Cimitero Maggiore.

Fossa 434, campo 76.

Qui non ebbi più dubbi. E, insieme a me, i mille compagni presenti non ebbero più dubbi.

Calabresi doveva essere ucciso.

Addio Lugano bella.

La vendetta è una questione di dignità. L’enormità del fatto non deve essere commisurata soltanto alla morte di Pinelli, e forse nemmeno alla stessa strage dei quindici morti e dei novanta feriti. Ciò costituirebbe una mera algebra giuridica, forse appena appena più corretta di quella che prevedono i codici.

E, in questo senso, non mi interesserebbe.

La vendetta è un eccesso, di per sé, non nell’attacco che realizza.

Quindi, vedendo il rapporto nel senso contrario, l’uccisione di Calabresi, questa non è stata una vendetta commisurata, commisurata ai morti di Piazza Fontana o alla morte di Pinelli. Anche vedendo le cose in questo modo si ricade nell’algebra giuridica di prima.

La vendetta è quindi un eccesso.

Non occhio per occhio, dente per dente, che di già nella formulazione biblica costituiva una razionalizzazione di precedenti comportamenti vendicativi imprevedibili, quindi un codice vero e proprio, mentre è parso ai più, erroneamente, una vendetta e basta.

L’eccesso che si racchiude nella vendetta spazza il campo di qualsiasi rapporto di equivalenza, di qualsiasi commisurazione. Non è vendetta se non si trabocca nell’immane, nella cancellazione barbara del nemico, nella sua eliminazione o, almeno, in un arrecargli un danno di tale portata da rendergli impossibile l’oblio.

Se la vendetta fosse commisurata, sarebbe il sistema sociale nel suo insieme ad impormela, ed eccomi quindi racchiuso in un codice, sia pure non scritto, ma sempre in un codice.

L’ambiente mi obbligherebbe a vendicarmi, seguendo delle regole, in quanto in caso contrario sarei guardato male e male considerato se non mi vendicassi o se mi vendicassi in eccesso, dando origine a ripercussioni dannose per l’ambiente stesso.

Invece, se a sollecitarmi alla vendetta è la mia dignità offesa, è solo verso di essa che io sono responsabile, ed è con essa, quindi con la parte offesa di me stesso, con la mia coscienza, che devo fare i conti.

E con me stesso non ci sono mezze misure, io costituisco con me stesso una totalità indissolubile, io sono il mondo, la totalità del mondo, e chi arreca offesa alla mia dignità cancella il mondo, mi distrugge come coscienza del mondo attraverso me stesso, e merita di essere tolto dal mondo.

Certo, sono pochi a cogliere il senso profondo della propria dignità. È questo il mistero di certi comportamenti che ci sembrano inspiegabili.

Nietzsche si sente offeso nella propria dignità di uomo di fronte allo spettacolo di un vetturino che frusta il proprio cavallo e non potendo resistere davanti al proprio mondo ucciso da quel bruto insensibile, decide di cancellarlo quel mondo, di cancellare il proprio mondo, di cancellarsi nella pazzia.

Per lo stesso motivo, altri compagni, di fronte alla propria dignità offesa cancellano il mondo in altro modo, si cancellano nel suicidio.

Questo modo di vedere la vita si sviluppa e finisce per diventare essenziale, man mano che ci si rende conto dell’assurdità delle regole formali che sanciscono la cosiddetta società, per non parlare delle leggi che fissano le condizioni di esistenza dello Stato.

Leggi e comportamenti che a lungo andare appaiono non solo strumenti del nemico per asfissiare e rendere impossibile quel poco di libertà che anche in una società amministrata e controllata è possibile strappare, ma in se stessi, come vere storture, comportamenti aberranti anche quando appaiono intenzionati dalla migliore buona volontà.

La critica della vita quotidiana produce una coscienza che nel tempo si fa sempre più acuta e sensibile, sempre più alacre nello scoprire ulteriori terreni di desolazione e di isolamento.

Tutto intorno cadono così i luoghi comuni del possibilismo democratico, le illusioni della politica, le positività del movimento storico, le concessioni istituzionali, l’asetticità di certi riconoscimenti.

Si fa terreno bruciato, ed allora occorre decidersi. Se la propria coscienza è capace di penetrare dentro la realtà, se scopre la trama che costituisce il tessuto dei rapporti sociali, quella trama fine e quasi impalpabile che spesso è coperta dai colori appetitosi dell’offerta con cui si veste la miseria del dominio, se arriva a fare chiara questa notte senza tempo, allora si sente offesa, profondamente offesa.

È l’offesa dei millenni della schiavitù e dell’incarcerazione, dei millenni di sofferenze e genocidi, dei millenni di sottomissione a pochi gruppi dominatori.

Nulla di quello che è stato il nostro passato merita di essere salvato, nulla mi è stato dato, e nulla sono riuscito a strappare al nemico, se non nell’ottica di una sua concorrenziale concessione diretta a farmi accedere al banchetto, sia pure per qualche briciola, per qualche riconoscimento di status del tutto marginale, per qualche striscia sul berretto, per qualche inchino da parte di imbecilli sornioni che si credono furbi.

E puoi anche riflettere per anni e anni su questi problemi, leggere e riflettere, fin quando ti senti stanco e triste, e non c’è nessuna pagina, nessuna parola, nessun gesto di uomo o di donna a te vicini che ti dica qualcosa di chiaro, definitivamente chiaro.

Puoi remare nell’oscurità per anni, come i galeotti di un tempo, fino allo stremo, fino a quando cadi morto sul remo senza che gli altri se ne accorgano.

Invece, può accadere che un fatto ti illumini per un attimo il fondo della strada, che un fatto atroce ti faccia vedere in filigrana com’è veramente il nemico, di che pasta lo hanno messo al forno, da quale crogiolo infernale è uscita la sua anima.

Se un tale avvenimento accade, se sei là anche tu, insieme a tanti altri come te, che sai che stanno vivendo la medesima esperienza traumatica, e li vedi, omoni grossi con le mani callose, ragazzini che cercano di darsi un atteggiamento, donne mature che corrono col pensiero agli anni della guerra, ai figli trucidati, fanciulle che vedono il loro amore, che avvertono come un segno di purezza del mondo, quasi sporcato da tanta protervia, e li vedi, tutti con le lacrime agli occhi, impotenti ma con i muscoli tesi, se un tale avvenimento accade con te dentro, non è più un qualsiasi accadimento, un fatto come gli altri (milioni di persone muoiono uccise barbaramente e vengono condotte al cimitero più o meno in fretta), ma quel fatto ha una carica diversa, porta con sé una tensione che non ti permette di avere tregua, ti svegli la notte sudato e, seduto sul letto, ti chiedi che stai facendo nel tuo letto, e se per caso non sei tu il morto che si gira nella tomba, mentre ad essere vivo, ben vivo, è proprio Pinelli, con la sua ingenua barba da operaio delle ferrovie.

Mi rendo conto che tutto questo potrà sembrare un elenco di sensazioni avvertite da un cervello esaltato, da me che, lo devo confessare, quella sera al Cimitero Maggiore, fossa 434, campo 76, mi sono messo a piangere senza ritegno.

E sia, mettiamola così, si tratta di ricordi che risentono dello stato emotivo del momento, e spesso questi stati emotivi esaltati, non potendosi esprimere sull’istante in qualche cosa di fattivo (prendere a pugni un poliziotto, ad esempio), si traducono in una frustrazione che fa scoppiare in lacrime.

E sia, sono d’accordo.

Ma così ragionando si perde qualcosa d’importante, riducendo tutto ad una somma di singole persone che vivono singoli stati d’animo, si mette da parte la cosa essenziale, quella forza eccezionalmente importante che viene fuori da molte persone che avvertendo le medesime sensazioni emotive, sollecitate da sentimenti molto simili (nessuno identico, per carità, lo so bene), si sentono attratti uno con l’altro a costituire un insieme omogeneo che non ha bisogno di patti o contratti scritti o detti per costituirsi. Improvvisamente, questa forza collettiva emerge ed è là, tangibile, posso toccarla, posso sentire la sua voce, posso lasciarmi prendere dalle sue suggestioni, indirizzare lo sguardo dove lei mi dice di guardare, vedere con i suoi occhi fatti di mille pupille quello che i miei poveri occhi miopi non vedono, ricordare ciò che la mia povera mente da sola non può ricordare.

Improvvisamente, come dalla testa di Zeus, di tutto punto armata, esce l’idea di giustizia. Ma è una ben strana idea, perché non si appoggia a nessun patto, a nessun ordinamento preferenziale.

Non è un’idea che vuole rimettere le cose al loro posto, scambiare il cadavere di Pinelli con quello di Calabresi, non sono prodotti fungibili.

Non è un’idea che vuole garantire all’azione rivoluzionaria, genericamente considerata, una legittimità di continuazione: che fiducia possono avere gli sfruttati in rivoluzionari che senza reagire si fanno gettare dalla finestra come una scatola di roba vecchia. No, nemmeno questo.

Non è un’idea che vuole essere conosciuta, fatta propria dalla gente, tanto è vero che non ci saranno rivendicazioni o chiacchiere politiche da parte di organizzazioni specifiche di nessun genere, e dire che in quel torno di tempo strutture nascenti ce n’erano diverse.

Non è un’idea che si alza più alta delle altre per richiamare all’ordine turbato dal comportamento fuori delle regole, dai misfatti compiuti da un certo commissario Calabresi, dopo tutto non è certo normale che un fermato in questura, durante un interrogatorio, venga buttato fuori dalla finestra.

Se questo mondo si basa sulla giustizia commisurata, sui calcoli numerici di un dare e un avere, di un punire per il torto fatto e di fare un torto per la pena subita, si tratta di un mondo che non ha niente a che fare con quell’idea di giustizia venuta fuori collettivamente in quel momento, quella sera, nel Cimitero Maggiore di Milano.

Ecco quindi che quella sera, senza che nessuno lo volesse o lo sapesse, è venuta fuori un’idea di giustizia che prima non c’era, un’idea che travalica e rende risibile il singolo desiderio, la singola fantasia di sparare in bocca al buon commissario Calabresi, desiderio e fantasia coltivati senz’altro dalla quasi totalità dei presenti, ma come tutti i desideri e tutte le fantasie, poco dopo, col ritorno alla vita quotidiana, svaniti nel nulla.

Invece quest’idea di giustizia (che si potrebbe definire “proletaria” se, come giustamente è stato fatto notare, su questo termine non fosse piovuta la polvere dei millenni a renderlo inutilizzabile), che non sapendo come chiamare continueremo a chiamare così, semplicemente, giustizia, quest’idea di giustizia ha continuato il suo cammino in tutti noi, ci ha mantenuti tutti insieme uniti, compagni che non mi sono mai stati vicini, che erano presenti quella sera lì, che poi ho rivisto poche volte altrove, in tutt’altre faccende affaccendati, loro ed io, compagni per i quali, diciamolo chiaramente, nutro pochissima stima, se non proprio avversione e disprezzo, ebbene per il semplice fatto che anche loro fossero lì quella sera, tutte le volte che la voce lontana ma vivissima della giustizia mi chiama, mettendomi in subbuglio il cuore, anche quei compagni torno a sentirli vicini.

Ecco perché io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino.

Quei mille, e più, compagni presenti alla fossa 434, campo 76, del Cimitero Maggiore di Milano, abbiamo tutti premuto il grilletto.

Nessun perdono. Nessuna pietà.

Addio Lugano bella.


[Introduzione alla prima edizione di Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, Catania 1998].

La tensione anarchica

Il processo in base al quale la tensione anarchica verso la libertà svuota se stessa della conoscenza non è mai ricordato come uniforme, non avviene tutto in una volta.

La presa di coscienza non è un sacco che si vuota, alcuni elementi della conoscenza raffrenante non sono dettagli che si tolgono via a proprio gradimento, altri non possono essere tolti che con grande difficoltà e, non appena tolti, cercano in tutti i modi di ritornare al proprio posto.

La paura di restare in balia dell’ignoto rimane forte. Sono portato, ed è naturale, a considerare più importanti gli elementi conoscitivi che tolgo via con maggiore difficoltà, ma questa purificazione non assegna una graduatoria né qualitativa né quantitativa.

La parola, di fronte a questi sforzi, ha reazioni sue, non risponde mai in modo adeguato alla follia della tensione distruttiva, difatti non può quest’ultima presentarsi come progetto progressivo e dettagliato. La sua danza ricorda più quella del dio delle donne che la sapienza dominatrice di Atena.

Non potendo presentare un progetto distruttivo completo in ogni sua parte, se non per grandi linee, troppo vaghe alla fin fine, devo ammettere che in assenza di regole ogni progetto comporta in sé qualcosa di ridicolo, la tensione corre il rischio di contrastare la parola invece di sollecitarla ad aprirsi.

Ciò è costante nei casi in cui la preparazione liberatoria della tensione è ancora troppo esile di fronte al peso complesso dell’accumulo che la conoscenza minaccia di presentare come ricatto. Un errore può essere commesso nella sopravvalutazione del processo di avvicinamento al silenzio e la parola può non coglierlo, in questo caso si inizia un’analisi dettagliata che prenderà movimenti complessi, contorti e che si modificherà profondamente di fronte alle ulteriori proposte della tensione più avanzata.

A volte, quando le titubanze hanno il sopravvento, transitorio se vogliamo, comunque in grado di raffrenare l’istinto e gli impulsi più generosi, la tensione non è sufficientemente silenziosa e lascia che la conoscenza la gonfi di sé, la parola si accorge dell’invasione o delle condizioni premature, e crea dei falsi punti di riferimento per non azzerare completamente il lavoro già fatto dalla tensione stessa.

Nessuna idea è talmente forte da resistere senza danni a questo ritorno della volontà di mettersi in salvo. È difficile cogliere i motivi della distruzione, radicale, che l’anarchismo propugna con tanta certezza, una volta che si deve mettere da parte lo scopo di questa distruzione, qualsiasi scopo, non regnando che l’inutilità nel baratro che accoglie i movimenti disorganizzati della tensione individuale, e molto più ampiamente, della tensione collettiva verso la libertà.

La tensione è aprire il proprio cuore all’imprevisto, lasciare così che la conoscenza propria e altrui scappi via per il mondo, che ognuno faccia quello che gli aggrada, strame o no, tanto lei non è né l’uno né l’altro.

Grandi filosofi come Aristotele o Bruno sono caduti al servizio, anche transitorio, dei potenti, per non dire delle utopie di Platone, ma non potevano aprire la loro conoscenza, erano troppo gelosi e troppo parziali per non limitarsi ad assolvere fino in fondo all’arrogante e stupido compito di reggere il candelabro.

Rinuncio malvolentieri alla conoscenza e ai benefici che ne ho tratto per tutta la vita. Anche nelle peggiori condizioni in cui mi sono venuto a trovare essa riceveva un inchino dal nemico e, diciamo, un trattamento di favore. Anche quando sono stato torturato, i colpi erano peggiori solo quando il torturatore non sapeva chi fossi, poi diventavano più leggeri, quasi vergognosi.

Rinunciare a questa essenza conoscitiva che mi pervade e che mi mostra quale sono essendo penetrata a fondo, anche se vestito di stracci come i Cinici, non è del tutto possibile, è una lunga lotta, e quando credo di essere arrivato a una buona condizione di svuotamento, ecco che l’antica tabe rispunta dove meno me l’aspetto.

La distruzione non sarà mai possibile se non staccherà il contatto con questi legami che trovano la propria radice occulta proprio nel tessuto connettivo della conoscenza. Eppure è un’amara necessità rinunciare ad essa, anche all’ultimo, quando il suo respiro si fa corto e i suoi progetti di controllo sono scarnificati fino all’osso, permane una traccia di contenuto e di senso.

In fondo la tensione verso la radicale distruzione dell’esistente è follia che mi fa paura, come farla entrare in moduli conoscitivi rassicuranti?

Non sto parlando ovviamente dell’estasi vuota, impossibile perché dovrebbe riempirsi totalmente di qualcosa che non è da qualche parte ma si propone soltanto come movimento, appunto come tensione verso qualcosa, la libertà, eppure sto parlando di qualcosa che inceppa la parola e la rende incomprensibile se non vista nella prospettiva dell’azzeramento totale, del silenzio che circonda l’azione ormai completa in tutte le sue parti, condizione di svuotamento che fa spazio e libera dalle pretese di conquista che la conoscenza aveva sostenuto per decenni.

L’insegnamento che viene da questa condizione pericolosa e insostenibile, eppure desiderata come nient’altro con tanta forza, è che la conoscenza chiude per sempre il cuore dell’uomo e lo sostituisce con il calcolo, con la convenienza, la conquista, il possesso. Rinunciare a tutti questi aspetti e conservare la conoscenza e le sue corrispondenze è impossibile. Prova ne è che la parola balbetta solo il piatto linguaggio della quotidianità, oppure, a volte, timidamente si avventura nelle mutate condizioni che la tensione rende possibili.

La tensione è il sapere della qualità, silenzio che ascolta la voce del destino, voce che non può tardare malgrado le mille occasioni dispersive che nella notte della conoscenza ghiacciano le sue intenzioni. Ma poi essa arriva, ed è l’agire che illumina la notte, e la stessa parola riprende finalmente il messaggio libero staccandosi da quello coatto, dimenticandone la triste necessità. La tensione e la conoscenza, questi due aspetti, l’agire e il fare, si separano e si riunificano, non posso considerarle estranee, solo nemiche, esse galoppano una a fianco dell’altra, come la vita e la morte.


[Introduzione alla seconda edizione di La tensione anarchica, Trieste 2007].

Luigi Lucheni

All’1,35 del 10 settembre 1898 l’anarchico Luigi Lucheni uccide sulla riva del lago di Ginevra la principessa Sissi, colpendola al petto con una lima.

Lucheni non ha la bellezza fisica di Caserio né la preparazione intellettuale di Henry né la tracotanza affascinante di Ravachol, è un povero manovale. Il suo gesto non ha quindi mai incontrato la fortuna che ha da sempre accompagnato le azioni di altri anarchici. In più, colpisce una donna, e in particolare una icona (falsa, come tutte le icone) della belle epoque, la moglie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria.

Eppure quest’azione ha molto da insegnare nella sua esemplarità. Il comportamento di Lucheni, a volte perfino puerile nell’entusiastica accettazione del proprio destino, è unico. Non si lascia abbattere, contrattacca sempre, rivendica, non intende nemmeno fuggire per meglio assicurare la leggibilità rivoluzionaria del suo gesto, non fa nomi e si porta il suo segreto nella tomba.

Molto si potrebbe dire sulla “povera” Sissi, fantasma edulcorato perfino da una cinematografia da rotocalco, ma sarebbe un’analisi inutile. Quello che conta è che era una imperatrice, la moglie, consolatrice remota e arcigna – se si vuole perfino peggiore – dell’imperatore austriaco.

Lucheni, nel corso dei tanti interrogatori, espone bene i motivi del suo gesto. In fondo gli anarchici, in questo genere di decisioni, non hanno mai avuto soverchi dubbi.

Un povero manovale si erge da solo contro un monumento storico. Lo scontro è impari, ogni confronto perdente, eppure, alla fine, la coerenza morale dell’anarchico emerge in tutta la sua purezza. È la sua vita che egli mette in gioco, niente di più, niente di meno.


[Introduzione a Luigi Lucheini, Come e perché ho ucciso la principessa Sissi, Trieste 2009]