Titolo: Autogestione e distruzione
Note: Opuscoli provvisori N. 68
Pubblicato in Alfredo M. Bonanno, Autogestione e anarchismo, Terza ed., Trieste 2014, pp. 287-341, col titolo: Annotazioni di Άμφισσα.
Prima edizione in volume: maggio 2015
Edizione greca: 2012.
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L’uomo moderno teme il potenziale distruttivo della tecnica, mentre è il suo potenziale costruttivo la vera minaccia.

(Nicolás Gómez Dávila)

Nota introduttiva

Scritte nel lager di Άμφισσα in Grecia queste pagine sconvolgono le mie tesi sull’autogestione, mantenute e approfondite per quasi quarant’anni e in modo completo pubblicate nella terza edizione di Autogestione e anarchismo.

Non è eccessivo parlare di sconvolgimento perché come tale l’ho vissuto nel momento in cui mi rendevo conto delle conclusioni alle quali stavo per giungere, conclusioni che mettevano radicalmente in crisi i miei convincimenti decennali sull’argomento, l’autogestione, intesa nel senso non solo di autogestione della produzione ma anche delle lotte, non è possibile se non a condizione che permanga insignificante, un piccolo e trascurabile esempio, un modello di difficile attuazione su scala appena più ampia, insomma qualcosa che resta lì, in attesa di un accadimento futuro che nel suo verificarsi potrebbe dare significato e pericolosità antistatale all’esperienza limitata e insignificante.

E questo accadimento non è, di ciò mi sono convinto, una crescita quantitativa delle esperienze autogestionarie, un allargarsi non solo della parte di autodeterminazione ma anche delle lotte e dei conflitti sociali che quelle pratiche fanno proprie, ma qualcosa d’altro, qualcosa di qualitativamente diverso.

Ecco, questo qualcosa che dà corpo e significato differente alla parola “autogestione” è la pura e semplice distruzione della società in cui viviamo.

L’importanza di questo messaggio, secondo me, è tale che mi ha suggerito di staccare questo testo dalla sua collocazione nel mio libro sopra citato (pp. 287-341), dove porta il titolo di Annotazione diΆμφισσα e di farne un opuscolo a parte.

Lo stesso hanno fatto i compagni greci, pubblicando l’opuscolo nel 2012.

In poche parole, riguardo l’autogestione i nostri sforzi se restano poco significativi vengono tollerati e, quindi, resi possibili. Non appena diventano talmente ampi da costituire veramente un pericolo, lo Stato scatena una guerra civile non potendo tollerare un modello funzionante alternativo al dominio. Ecco quindi la necessità, contemporanea, di una sperimentazione autogestionaria e di uno sviluppo degli attacchi distruttivi contro la società in cui viviamo per dare vita a una società diversa, migliore di quella che ci ospita. Separando i due momenti, ci metteremmo in una condizione difensiva delle conquiste autogestionarie e non c’è posizione peggiore in uno scontro a vita e a morte con il nemico.


Trieste, 25 aprile 2014

Alfredo M. Bonanno

Autogestione e distruzione

È tempo che dalla parola “autogestione”, come da un vecchio cappello di giocoliere, escano altri significati. Quelli di quarant’anni fa non corrispondono più, il tempo si compiace sempre di essere cattivo consigliere di chi intende chiudere la propria curiosità nel cassetto.

Andiamo avanti con tono ruvido, non allettiamo ancora una volta gli interessi di circostanza dei lettori appassionati di economia. Il fatto è che quest’arte da imbonitori non ha punti fermi, nemmeno per il capitale, e le sue pretese leggi non sono altro che una giustificazione retorica a posteriori di quanto il capitale ha di già fatto in termini di massacri e di distruzione. Non ci sono teorie da reclutare in campo rivoluzionario prelevandole dall’economia, e questa è un’affermazione puntualmente incontrovertibile. Tutti coloro, anarchici compresi, che sono partiti da questa cosiddetta scienza per costruire un “mondo migliore”, hanno concluso con un abominio fastidioso. Farfugliare teoremi economici, con tutta l’aria di dire verità consolidate dalla pratica, non sarà quello che il lettore troverà in quel vecchio libro e, meno che mai, in queste giovani annotazioni.

Ma, visto che ci siamo, e che un grosso fardello di teoria economica pesa sulle nostre spalle, andiamo avanti per un poco. Non ci vuole un gran talento per occuparsi di economia, basta la lettura delle imprese pratiche dei capitalisti, questi ultimi sì che devono avere talento, gli economisti non ne necessitano. Sono gli imprenditori che aprono la strada, coltello tra i denti, che azzannano e mordono, che vincono e perdono, gli economisti si siedono spesso sul carro del vincitore, ma con l’abbigliamento da schiavo.

Una teoria economica si regge sulla pratica produttiva, modifica quest’ultima per le necessità del mercato e dello sfruttamento che il capitale impone dovunque, la teoria cade e viene sostituita da un’altra. Perfino l’autogestione, ma quale?, è stata presa con sé dal capitale e portata a suo completo svuotamento. Certo, non stiamo parlando di questa autogestione, e vedremo il perché. Tanto per chiamare le cose col loro nome, si è trattato più di cogestione che di autogestione, ma siccome la confusione se non altro fa brodo, tante vale giocare sull’equivoco. I compagni tedeschi e svedesi di trent’anni fa lo hanno fatto. Le esperienze teoriche italiane, a parte il mio libro e a parte la modestia che non mi è congeniale, sono di uno squallore unico. Bandire le chiacchiere, ecco un buon metodo. Spacciare strumenti recuperativi o repressivi di nuovo conio come strumenti rivoluzionari, sono chiacchiere fastidiose.

Chi soffre lo sfruttamento è in un doloroso stato di schiavitù. Il lavoratore è lo schiavo moderno, in nulla diverso dallo schiavo dell’antichità. Fornirgli una bella teoria economica per conforto e viatico significa sputargli in faccia.

Nessuna indulgenza per i propagatori della miseria altrui, pur di guadagnare la propria ottima condizione privilegiata aiutando chi tiene in mano la ferula con cui manda avanti il lavoro degli schiavi. Sono questi i veri miserabili, anche peggio degli sfruttatori in presa diretta, che almeno mettono davanti al mattatoio l’insegna di fabbrica.

L’economia, se fosse una scienza, dovrebbe conformare di sé il mondo della produzione, e dovrebbe essere costretta a seguire l’andamento generale della scienza, con tutti i suoi ripensamenti e i suoi squilibri, le sue approssimazioni e i suoi fantocci di paglia. Invece pensa ancora di misurare il mondo con le sue formule, le quali nel frattempo sono diventate ridicole esercitazioni manualistiche.

Ho puntigliosamente seguito, negli ultimi decenni, le comiche vicissitudini di questa scienza dalle gambe troppo fragili. Non ho trovato teoria che valga la pena di chiamare con questo nome. Il teorema Modigliani-Tarantelli è un esempio per tutti. Datevi un governo duraturo, capace di fare le riforme, e potete rifondare lo sfruttamento sulla flessibilità. Non preoccupatevi, il resto – globalizzazione in primo luogo – verrà da sé. Purché non si facciano movimenti troppo bruschi, altrimenti chi sta sotto la sferza potrebbe risentire il cambio dei colpi che riceve.

La miseria permanente dell’economia si può riassumere nel concetto di crisi, nemmeno degno di una teoria vera e propria. Le varie disfunzioni fisiologiche del capitale sono sempre state viste come “crisi” e all’uopo si sono suggerite ricette forse peggiori del male. Il bello è che alcuni rivoluzionari autoritari, specie di matrice marxista, sostengono ancora queste assurdità, e con loro non pochi anarchici, digiuni, bontà loro, proprio di studi seri di economia. Non che questi studi possano fare la differenza, ma certo permettono una riflessione che un rapido volo d’uccello non consente. C’è come un impaccio ad accostare la scienza principe del capitale, e non ci si rende conto che scrostando la vernice – quasi sempre matematica – il resto è assoluta nudità.

Forse in anni passati ho peccato di eccessiva cautela parlando di economia, e la trattazione dei problemi organizzativi dell’autogestione mi pare, con l’occhio dell’oggi, si possa ricondurre a questa cautela, ma ormai si possono dire le cose come stanno. Allontaniamoci da questa cautela.

L’autogestione non deve confondersi con l’autodeterminazione. Questa sovrapposizione ha fatto più danni del necessario. L’autodeterminazione è ciò che la volontà continuamente impone all’individuo, senza sosta, come un inarrestabile martello pneumatico. Tu devi volere, ecco l’ordine della volontà, e questo volere è te stesso. Un circolo chiuso. Una cecità. In questo cerchio si concentrano i valori, l’essenza della vita e la positività di qualsiasi progetto che dà senso alla vita. Ma sempre chiuso questo circolo rimane. Su che cosa posso difatti fondare la mia autodeterminazione? Evidentemente su me stesso, con tutti i miei limiti. Così questi ultimi divengono l’unità di misura per giudicare il mondo che mi circonda e penso di essere il centro e la concentrazione di questo mondo. In genere, chi pensa così ha – e vuole avere – sempre ragione. Triste destino di qualsiasi circolo chiuso. Ciò raggiunge la perfezione automatica nell’imbecille che, non potendo fare altro, autodetermina la propria imbecillità.

Autodeterminarsi è pertanto quasi un’antitesi di autogestirsi. Lo vedremo nel corso di queste pagine, per il momento bisogna sottolineare che il primo concetto si chiude nella volontà mentre il secondo si apre all’affinità. La volontà esalta se stessa e procede diretta come un treno, vuole volere fino in fondo. Darle libero accesso alla nostra vita significa costruire in noi stessi una macchina del fare. L’affinità cerca l’altro ed è disposta ad accettarlo nella propria cerchia più intima, per quanto questo aspetto dell’autogestione non sia stato trattato se non di sfuggita con preferenza dell’autogestione produttiva e della lotta.

L’autodeterminazione è una forte lente d’ingrandimento rivolta verso l’interno, scava e seziona, ma solo quello che c’è, non può portare dentro quello che sta fuori. Ciò produce una visione ristretta del mondo perché puntuale e centralizzata, per di più basata sul possesso della verità. L’altro, e le sue eventuali chiacchiere, mi sono remoti, non ho neanche il piacere di considerarlo uno stupido, quindi non affine con me. Pongo, determinandomi da solo, un altro punto fermo da cui non posso spostarmi, sono io che reggo il gioco e l’evidenza e il ribollire degli accadimenti non mi turbano. La mia cornice autodeterminata mi racchiude e mi consola, mi fa sentire al sicuro. Chi si autodetermina vive prigioniero di se stesso, si muove in un territorio seminato e arato solo dalla propria volontà. Non c’è altro.

L’affinità con l’altro non è la collettività, quindi il mondo dominato dalla politica del capitale, ma è un punto di riferimento che sono disposto a prendere in considerazione. Non tengo i piedi nella politica e la testa nell’autogestione, faccio con l’altro un esperimento che vuole essere diverso.

Ma in che voglio che consista questa diversità? Ecco il punto. L’autogestione della produzione non è che un pallido riflesso dell’autogestione generalizzata. Quando la prima è stata realizzata si è trattato di un esperimento di autosfruttamento, non certo di liberazione. L’autogestione della lotta, da parte sua, è costruzione di strumento di attacco, allontanamento di fittizie collaborazioni pelose, progetto rivoluzionario, ecc. Ma la diversità?

Ecco, la diversità è ancora oltre, ancora più in là. La diversità è il caos, il rifiuto delle regole, l’anarchia. Ma come posso portare il caos nella produzione e nella lotta se ho bisogno di mezzi di produzione e di mercati, da un lato, e dall’altro di un progetto di attacco? Non posso. Ecco perché ogni discorso sull’autogestione è destinato ad allontanarsi dalla diversità, a venire a patti con il caos, a organizzare e a produrre modelli di comportamento.

Ma l’importante aspetto del caos, per quel che ci riguarda, è tenere presente che nel corso dell’autogestione non tutto può essere ricondotto ai modelli produttivi ai quali ci ha abituati il capitale, o alle tradizionali forme di lotta sindacalista. Nell’autogestione c’è un pullulare di novità formali e sostanziali, di forze e di progetti, di intrecci tra produzione e distruzione, tra fare e agire, tra dare vita a nuovi prodotti e attaccare il nemico di classe distruggendo vecchi prodotti, ricchezze accumulate e irriducibili abitudini capitaliste. Insomma bisogna aprire la porta al diverso, anche al diversamente mostruoso, cioè a quello che la normalità codificata del capitale ci faceva considerare mostruoso. E ciò può avvenire producendo diversamente oggetti diversi e lottando diversamente. Tra i vecchi modelli e i nuovi, le vecchie teorie e le nuove, ci deve essere una delimitazione radicale non una benevola, reciproca accondiscendenza. È questa una nuova concezione dell’affinità nella lotta e della collaborazione autogestita nella produzione, tutto fondato su di un dislivello tra la lotta che si distingue ma non contraddice la produzione, anzi in questa si rispecchia e vi trova elementi di sviluppo, e viceversa. Accade allora che l’autogestione riflette una nuova e potente trasformazione della realtà naturale, realtà che ormai non può essere nemmeno più seriamente distinta dal produttivismo cieco del capitale.

Ora, questa distinzione è prima di tutto coscienza di sé in un metodo che penetra nelle fibre dell’individuo e ne scandisce i ritmi alternativi, a volte anche contrastanti. Non si tratta di sostituire un profilo ornamentale a un altro, ma di scalzare dalle fondamenta un mondo vecchio, che ha fatto il suo tempo e che avvolge l’uomo come un sudario. Incidendo l’enorme bubbone del mondo, la lotta lo fa esplodere, e tutta la melma che copre le cose della politica viene fuori ribollendo. La distruzione non può ritagliare qualcosa di marcio da un corpo sano, ormai questa è una credenza del passato rivelatasi infondata, deve azzerare l’informe circostanza della vita collettiva basata sulla politica, non può osservare, compiaciuta dell’opera sua, quello che ha staccato come un prezioso cammeo.

Certo, nella prospettiva pratica della lotta autogestita, l’affinità agisce producendo occasioni, a volte minime, capacità di sprigionare forze residue e meccanismi scartati. Ma poi occorre andare avanti, l’aspetto produttivo prende decisamente il sopravvento, e questo non può rimanere molto nell’ambito delle occasioni, deve avere un progetto preventivo il più possibile largo, fino a includere la società nel suo insieme. O questo immenso movimento si scatena ed evolve, oppure tutto ripiomba nella fase della lotta, ancora preparatoria e occasionale, non decisiva.

Il mondo autogestito è certamente possibile chiamarlo “mondo nuovo”, anche se questa definizione dei sindacalisti rivoluzionari del passato è ormai troppo abusata, ma bisogna intendersi sulla “novità”. Non si tratta tanto di nuovi rapporti, a volte mostruosamente inimmaginabili – questo è l’aspetto meno interessante – quanto di nuove energie distruttive che si aprono nel corso stesso dell’azione di lotta e di produzione.

Tutto quello che avviene nell’ambito di questo processo autogestionario duplice – lotta-produzione – interagisce reciprocamente, si ibrida in fioriture improvvise e spesso incomprensibili, mai sperimentate, che necessitano di coraggio e di mano ferma, due elementi che gli schiavi di oggi, i lavoratori, hanno perso quasi del tutto. Eppure saranno loro, all’interno del processo distruttivo, e il loro mondo nel suo stesso crollare, che rimetteranno in circolazione coraggio e mano ferma. Il “nuovo” viene fuori dal “vecchio” in questo modo inaspettato. Mutano le forme dei rapporti sociali, esplodono non le contraddizioni – che queste si sono assopite nel cimitero del conformismo partecipativo – ma i rapporti totali, socialmente complessivi, che costituiscono la società nel suo insieme. Non sto parlando delle occasioni di lotta, ma di una lotta che ha realizzato la sua occasione rivoluzionaria, lotta autogestita che non contempla compiaciuta o desolata il proprio concludersi, ma che va oltre ogni possibile occasione e nega l’intermediarietà con qualcosa di vecchio che vuole sopravvivere e cerca in tutti i modi di presentarsi modificato e accattivante.

L’autogestione è questa avventura epocale, questo mostruoso scaraventarsi del nuovo nel vecchio, questa distruzione senza residui attivi, questa fecondazione della fantasia che crea e riempie di materia nuove forme di vita.

So bene che tutto questo non c’è nel mio libro e che il lettore resterà sorpreso o consolato a seconda che leggerà queste annotazioni prima o dopo, non posso farci niente, spetterà a lui trarre le conclusioni del caso e se penserà di aver perso il suo tempo leggendo il libro, vorrà dire che io avrò perso il mio scrivendolo.

L’autogestione non possiamo più racchiuderla nei paludamenti dell’epoca produttiva, quando si riteneva seriamente che la rivoluzione sarebbe stata una semplice espropriazione dei mezzi produttivi, un passaggio di consegne. Usava dire così quarant’anni fa, oggi non sono in grado nemmeno di tornare a immaginare le basi di quella situazione e di quella cecità. Personalmente ho sempre pensato impossibile questo trasferimento, giusto corollario di una sorta di presa del Palazzo d’Inverno. Il mio libro ne è testimonianza. In ogni caso il tempo è scaduto e i giochi sono fatti, evocare condizioni morte da tempo è prurito storico oppure stupido interesse di partito. La distruzione adesso è la sola via praticabile per la lotta e la produzione autogestite, dolorosa ma ineludibile constatazione. C’è stata una perdita, una irreparabile perdita? Non lo so. Quello che si è perso è un mondo, un intero mondo che non ci era mai appartenuto. E poi, i mondi muoiono vecchi e rinascono bambini, la vita è questo alternativo concludersi e fiorire. Occhi blu me lo ha spiegato regalandomi una piccola pietra che ora stringo nella mia mano sinistra.

Ma bisogna capire quello che si perde e così meglio concorrere alla sua perdita, in caso contrario non si capirà quello che di nuovo arriva, scandito da ritmi sconosciuti, lancinanti. Bisogna convincersi che non si tratta di lenire una pena o rimediare a una perdita, ma alzare le vele verso l’avvenire. Bisogna essere fieri di questo scontrarsi e collidere di mondi in trasformazione, un processo mai visto, a cui partecipiamo noi con la nostra autogestione della lotta e della produzione. E come dare torto a simile fierezza? Si tratta di una svolta epocale, mai accaduta nella storia, e deve essere questo fatto unico, o sarà solo una ulteriore farsa per attoniti spettatori vicini ma incapaci di capire.

Questa sconvolgente avventura sarà possibile cominciare a prepararla a partire da ora? Ecco una domanda che molti si pongono anche se in effetti la rivolgono a qualcosa di più stabile, immaginato come società futura, libertà realizzata, anarchia, ecc. In materia di utopie passo la mano, non sono di mia competenza, qui ci si riferisce all’autogestione della lotta e della produzione intesa come distruzione radicale del mondo vecchio, e a questo voglio rispondere. Si può cominciare fin da ora solo se si è capito il pathos di quello di cui discutiamo, il battere del cuore rivoluzionario all’interno di un progetto di lotta che potrebbe presentare insegne pubblicitarie inadeguate. E siccome qui non facciamo questione di parole, “autogestione” è parola ancora utile e pregnante nella sua corrispondenza con il progetto che si sta illustrando, cioè è in grado subito di farsi capire.

Il pathos è la commozione umana che ci coglie tutti quando il destino ci chiama a un compito distruttivo. In epoca di progetti, metodi e razionalismo, l’autogestione corre il rischio di smarrire questo suo sostrato distruttivo ed apparire come un modo intelligente e democratico di coinvolgere i lavoratori nella produzione. Non è così, quello che essa ci chiede è niente di meno che un comportamento epico, chiama allo scontro, alla lotta definitiva. I lavoratori non sono pensati, in questa prospettiva, come vile bestiame che passa da una gestione a un’altra. È povera prospettiva tenere presso di sé un minuscolo simulacro del vecchio mondo produttivo per misurarne le distanze e le differenze. Ecco perché la sfiducia stipulata una volta per tutte nei riguardi della scienza economica.

La nuova vita a cui fa appello questa prospettiva autogestionaria è un’esperienza non solo immediata, di lotta e di invenzioni produttive, ma intima, che coinvolge la coscienza di tutti coloro che la vivono. Non si tratta solo di un metodo, ma di qualcosa che trascende la procedura e si innalza a cuore filosofico di una società nuova, non adiacente alla vecchia, ma al posto della vecchia che da essa viene annientata. In questo nucleo centrale si mantiene, ribollendo in forme sempre nuove, la spinta alla lotta e, all’interno di questa, in un cerchio concentrico privo di limiti, la forza produttiva, l’insieme dei processi che possono non solo soddisfare vecchi bisogni ma inventarne di nuovi, senza limiti, senza che tutto si livelli al minimo denominatore della miseria. Questo cuore pulsante non è un’Acropoli da difendere, ma una sorgente di acqua limpida, di sogni, di mostruosità, di caos vivo che ogni giorno può ricominciare daccapo. Insomma quanto di più vicino all’anarchia si possa immaginare, qui e ora, mentre boccheggiamo nella melma politica che regola e viene regolata dalla produzione.

Le rovine del mondo vecchio non sono però faccende che possano liquidarsi solo col desiderio di pulizia, di aria libera, di entusiastica vita diversa, occorrono decisioni che non sono facili e che portano in sé una parte del mondo vecchio la quale, in questo modo, può intrufolarsi e guadagnare spazio e significato. Autogestire la lotta può essere progetto metodologico indispensabile quando la produzione capitalista sta di fronte, compatta e quasi indisturbata. In queste condizioni l’autogestione della lotta si presenta – e l’abbiamo visto – come una serie di occasioni da mettere a frutto, invece nel momento della fusione tra lotta e produzione, cioè nell’autogestione matura, la lotta, diventando più intensa e generalizzata, potrebbe prendere il sopravvento e sviluppare due pericoli. Il primo è un’atrofizzazione dei metodi di lotta e perfino un ritorno alle forme militariste tradizionali. Il secondo è quello di fare venire meno alla produzione il sostegno di difesa che appare indispensabile. Ciò condannerebbe lo sforzo complessivo a un ritorno indietro, a una catastrofe. Affidarsi all’incrudelimento dello scontro, e soltanto a questo, è sempre un passo indietro. Se all’inizio la lotta è un insieme confuso, e perciò stesso incomprensibile al nemico, con le nuove necessità smetterebbe di essere un bric-à-brac per irreggimentarsi.

Bisogna far crescere la foresta, non trasformarla in un giardino coltivato. È nella foresta che la lotta si sviluppa facendo interagire uomini e cose, problemi e creatività, dando vita a un labirinto di efficienza involontaria, di caos non risolvibile, di sconosciute iniziative – spesso minime – e perciò stesso difficilmente estinguibili. Questa foresta deve crescere rimanendo lussureggiante e imprevedibile di fronte al nemico adesso in pieno assetto di guerra in atto. Non esiste, nella guerra sociale, anche nell’espressione della sua massima generalizzazione, un epicentro dove fare convogliare tutte le proprie forze, come non esiste uno scontro decisivo.

La nostalgia di un mondo passato, dove stavamo come midollo in un osso rosicchiato dai cani, è uno degli ostacoli maggiori. Spesso ci si blocca nel corso del processo distruttivo perché non si sa come rispondere alle sollecitazioni della memoria. Il ricordo delle stesse sofferenze è a volte allettante. Dopotutto, anche esse sono state parte della nostra vita e coinvolgerle nell’azzeramento produce di riflesso la cancellazione di una parte della nostra stessa vita. Eccoci quindi demolitori a metà, si vuole ma ci si rammarica. È difficile trovare chi sappia usare decisamente l’accetta fino in fondo. Essendo profondamente materialisti abbiamo una fede fisica nella materia e ci duole distruggerla, fossero pure le carceri di ieri o le catene di montaggio di un ieri più recente. Non è meglio cambiarle in biblioteche? E le chiese? e i musei? La lista è lunga e dentro tutti questi luoghi abitano ancora i fantasmi di quello che abbiamo sofferto. E noi questi fantasmi li amiamo e non vogliamo spazzarli via, essi piangono sotto i colpi della distruzione e le loro lacrime sono quelle delle nostre pene. In fondo siamo convinti dell’imperituro mantenersi della materia e della continua trasformazione della vita.

Impariamo a congedarci dal passato, dal nostro passato, non solo da quello del nostro nemico – in fondo non si tratta di due cose diverse. Dentro di esso non ci sono i fantasmi ma c’è la nostra vita, e questa ha un senso rivoluzionario solo se proiettata violentemente verso il futuro. Si tratta di un fardello che dobbiamo mettere a terra per guardarci dentro con attenzione, come sto facendo con questo libro. Non si tratta di congedo ma di tensione. Sono tanto vecchio da potermelo permettere, la vita – per me ormai breve – è solo nel futuro, dal passato proviene la storia delle nefandezze umane, delle atrocità che la bestia continua a perpetrare senza fermarsi, con i piedi ben piantati nella melma della politica.

Continuare ad abitare nel passato, nelle emozioni del passato, è di già un forte freno alla distruzione. Ma come faccio a mettere in gioco tante cose? Si tratta di tutto quello che ho, mi rintoccano le campane a morto nelle orecchie. Non è vero, posso rispondere, non sono tutto quello che hai, ma tutto quello che sei. Racchiuditi pure nel tuo guscio, amico mio, in questo prezioso involucro le disgrazie si alterneranno alle gioie e viceversa, ma tutto avrà pari peso, tutto si compenserà e si eguaglierà in una prospettiva commisurata alla miseria stessa della tua vita. Non accettandone la distruzione si resta prigionieri di un mondo vecchio che finirà per immiserire le pratiche nuove – di lotta e di produzione – anche se si è profondamente convinti di sapersi autodeterminare all’autogestione.

Nella mia vita ho ascoltato tante proteste contro i misfatti dello sfruttamento da parte di coloro che avrebbero voluto distruggerlo salvando le sue realizzazioni “migliori”, o almeno più tollerabili. Qui c’è aria di buonsenso mista a sacrificio. Chi assiste a questi battibecchi da galline si rende conto che c’è tanto spirito quanto se ne può tollerare in un polemista francese, quanto ne basta per renderlo leggibile e insignificante.

Siamo davanti alla vera follia, quella usata per non farci definire folli da chi ascolta le nostre tesi inaccettabili. Questo modo di procedere significa salvare la faccia. Siccome non abbiamo nessuna faccia da salvare, eccoci qua a deporre per terra il fardello di questo libro sull’autogestione.

Bisogna intendersi. Siamo davanti alla miseria estrema del capitale, da un canto, dall’altro alla proposta autogestionaria, di lotta e produzione, si tratta di scegliere. Se vogliamo lasciare le cose come stanno, con le nostre teorie messe in bella mostra una dietro l’altra, bisogna convivere con la miseria, quella del capitale e anche quella delle nostre povere tesi, cooptate dal tornado capitalista e trattate come un fuscello. Misero il capitale, misere le nostre tesi. La miseria iniziale è infettiva e condiziona qualunque cosa diciamo. Perfino lo spirito estremo degli scrittori rivoluzionari (loro si credevano tali) francesi, si è evaporato a contatto con questa miseria. Poiché non vogliamo aggiungere miseria a miseria, o rompiamo il cerchio o buttiamo le nostre tesi nel cestino.

Eppure questi contrasti si sono fronteggiati, personalmente lo confermo per gli ultimi quarant’anni. Sì, fronteggiati come occasioni da mettere a frutto nella miseria dove avrebbero potuto sbocciare come fiori dal concime. Non è stato così. Qualche pallido tentativo e mai nel senso pieno dell’autogestione della lotta e della produzione. Questo mancato accadimento ha avuto un senso? Io penso di sì.

Capire una tesi rivoluzionaria richiede alcuni elementi che non sono tutti di natura intellettuale. Occorre essere rivoluzionari, cioè avere scelto una vita rischiosa, contraddittoria, problematica, che continuamente propone a se stessa esperienze e le rinnega per andare avanti. Per le persone che hanno fatto questa scelta, quella tesi ha ridondanze che non ha per altre, forse più intelligenti e più colte. Occorre quindi che si realizzino incontri sfolgoranti tra tesi e persone che quelle tesi fanno entrare nella propria vita. Questa alleanza, aleatoria, produce l’autogestione e non la semplice lettura del mio vecchio libro o di queste annotazioni. Lo splendore di tale incontro non può essere descritto, deve essere vissuto. Improvvisamente tutto diventa più chiaro e ricomincia a vivere quello che si conosce, conoscendo nello stesso tempo quello che si vive.

Ma nel mondo, oggi aperto in modo ormai non nascondibile alle oscenità del capitale, una simile idea splendida, una irradiazione tanto potente, capace solo di sbocciare nella distruzione definitiva, ha perfino qualcosa di ridicolo. Il pauroso buonsenso di coloro che tengono i piedi per terra insorge subito per bacchettare chi ha colto il significato profondo di queste parole: Distruzione totale e Autogestione. Oggi nessuno, nemmeno i rivoluzionari anarchici, crede nella distruzione totale e parla di autogestione senza sentirsi un po’ ridicolo. È proprio quello che queste annotazioni, scritte in un luogo in cui non si conosce il senso del ridicolo ma solo quello dell’orrenda oscenità repressiva, non intendono accettare. La splendida coabitazione del binomio: Distruzione totale / Autogestione, può fare paura, come è comprensibile che sia, ma non per la propria inverosimiglianza – fonte consueta del ridicolo – piuttosto per la sua radicale lontananza dai due concetti che lo costituiscono, una volta separati. Ed è di questo che ci occuperemo adesso.

La distruzione – di cui ho parlato a lungo altrove – non si riassume nella lotta autogestita e non può essere presupposta nell’autogestione della produzione. La distruzione è all’inizio uno stato mentale. Il mondo si sta prosciugando e noi strisciamo nella melma alla ricerca di una polla d’acqua pura, camminiamo radenti un muro nella nebbia e non sappiamo dove andare. Il significato umano di questi gesti è scomparso e non può essere recuperato. La nostra capacità di vivere è estranea a questo mondo, è stata mandata in esilio. Volendo tornare indietro troveremmo realtà incomprensibili, marciume e oscenità, tra noi e il mondo si è scavato un vallo incolmabile dove precipitiamo sempre più. Pochi sono quelli che si rendono conto di questa estraneità, quei pochi sono gli uomini dell’autogestione, ad essi il compito di distruggere quello che sta ingoiando tutti gli altri.

La scomparsa di un mondo non è un fatto avvertibile con facilità, accade, e quasi nessuno si rende conto del lutto che ci colpisce, che ci immalinconisce, che ci rende ciechi e orfani. E questa cecità è progressiva e irreparabile. In questa caduta siamo tutti coinvolti, anche coloro che la sostengono e concretamente la realizzano quasi senza saperlo, i capitalisti. Non è vero che loro si stanno salvando nei castelli teutonici del passato, questa non è la peste, è la morte senza colore, è la morte di un mondo. Qualche decennio fa anch’io ho pensato possibile per loro un salvataggio in questi castelli arroccati sul nulla, oggi non più. Le condizioni di vita sono profondamente cambiate. So bene che qualcuno potrebbe trovare incomprensibili queste parole, non sono un interclassista, gli inclusi stanno distruggendo il mondo per il loro interesse esclusivo, noi lo distruggeremo perché nasca una società autogestita nuova, per tutti, non solo per gli esclusi. Questa distinzione ha un senso in un mondo morente, in un mondo distrutto è priva di senso. Per il momento stiamo calpestando le future rovine che possiamo intravedere in filigrana nella stupida pompa del mondo multicolore che addormenta ogni giorno la nostra fantasia. Grattiamo la patina che ricopre questo mondo e subito vedrà la luce l’oscenità sottostante, la melma politica, la gozzoviglia produttiva insensata, l’improntitudine finanziaria senza scopo. Tutto questo è destinato irrimediabilmente a perire, può spegnersi da solo nel sacrificio di tutti, affogando ignominiosamente nella propria melma, o il progetto autogestionario lo distruggerà. Ecco il punto.

Quale che sia il mezzo distruttivo che sceglieremo, il nostro avrà la prospettiva di dare vita a un mondo nuovo, la distruzione capitalista ha in prospettiva solo la sopravvivenza a breve scadenza, sacrificandoci tutti alla miopia del 3%. Questo luogo che chiamiamo mondo deve quindi essere distrutto, esso è stato reso malato e inservibile dalla cecità capitalista, noi siamo stati soltanto complici per non avere avuto la capacità di reagire in tempo. Ormai è troppo tardi, è un altro luogo che portiamo nei nostri cuori, ed è questo nuovo luogo che l’autogestione vuole realizzare.

L’infelicità intrinseca a questo progetto è immensa, ce ne rendiamo conto, ma non ci sono alternative. Non si tratta di allungare la catena degli schiavi o di verniciarla, si tratta di spezzarla, e nessuna distruzione si fa senza lacrime e sangue. Ma questa infelicità futura, le pene che subiremo e che causeremo, non possono misurarsi in base all’infelicità passata, sono due mondi diversi, tra loro incomparabili. Domani potremo solo constatare l’assenza della passata infelicità.

Scrivendo queste considerazioni estreme sull’autogestione mi rendo conto di tirare troppo la corda, ma il tempo stringe e voglio dire esattamente quello che penso, non quello che posso presumere risulti gradevole a chi vorrà leggermi. Sto per diventare irrimediabilmente estraneo alle mie ipotesi di lavoro, dopotutto non ho molti anni davanti a me, e non vorrei che questa estraneità più o meno prossima, che nel posto dove mi trovo si profila quotidianamente nelle forme più violente, mi faccia velo. Ecco quindi che mi sforzo di andare un poco più oltre, di essere un poco più efficace. L’autogestione senza distruzione del mondo vecchio è un progetto intermedio, valido, interessante, ma condannato alla sua veste di occasione o di esperimento produttivo. Autogestione e capitalismo si escludono a vicenda. E per eliminare il capitalismo bisogna distruggere il mondo che esso ha ormai definitivamente fagocitato.

Parlando di autogestione viene subito in mente la sua condizione essenziale ed efficiente, la distruzione totale del mondo vecchio. È una sorta di resa dei conti in cui a spese di tutti le sofferenze millenarie di alcuni vengono pareggiate con magnanimità equanime. Non voglio dire che dalla distruzione del mondo vecchio nascerà un mondo perfetto, solo che nascerà un mondo nuovo, forse con nuove sofferenze e nuovi conflitti, ma diversi.

L’autogestione, producendo un mondo diverso, produce anche se stessa come struttura complessiva di questo mondo così perigliosamente venuto alla luce. Quello che chiamavamo autogestione prima era una dicotomia formata da lotta e produzione, adesso è semplicemente la società autogestita. Certo, le ombre dei problemi passati si ripresenteranno ed evocheranno soluzioni già sperimentate come fallimentari, ma questo fa parte dello scontro distruttivo iniziale, poi ci saranno altri conflitti, sui quali non si può prevedere nulla, gli anarchici saranno sempre portatori del loro messaggio di liberazione da tutti i vincoli, anche in una società prodotta da un mondo nuovo.

Certo, queste ombre e questi fantasmi saranno impersonati da uomini con i quali bisognerà fare i conti fisicamente, come è sempre accaduto, e da idee del passato avventurosamente sopravvissute al cataclisma distruttivo, idee che bisognerà criticare, ma anche questo fa parte della spinta distruttiva. La rivoluzione marcia sempre su uomini e idee che non intendono accettarla. Nella rivoluzione tutti perdono qualcosa che non possono più ritrovare, vi troveranno altro, forse il mostruosamente altro, nessuno può garantire guanciali di piume. Tutte le sofferenze di coloro che hanno subito i colpi della ferula sotto la schiavitù si presentano compatte nella distruzione, non solo la loro idea restaurata come spauracchio per i vecchi responsabili, ma concretamente. Gli schiavi non avevano nulla se non la pelle spianata dalla frusta, i capitalisti di ieri, dopo la distruzione procurata in maniera generalizzata dall’autogestione, non avranno più nulla non potendo nemmeno offrire la propria pelle mancando la frusta. I dimenticati, i poveri – che trista parola – gli sconfitti, insomma quella grande massa di esseri umani che i capitalisti usavano come carne da macello, entreranno anch’essi nella distruzione, ed è all’interno di questa enorme catastrofe generalizzata che perderanno anche loro non le ricchezze che non hanno mai avuto, ma l’interiorizzazione della propria miseria, il proprio statuto di ultimi, di dimenticati.

Insomma, ben lontana dal quadro idilliaco di un’autogestione riassumibile in forti teoremi di autodeterminazione riguardanti la lotta e l’assetto produttivo, questa appare adesso nella sua veste rivoluzionaria di coinvolgimento generale di tutti, nessuno escluso, nella distruzione. In questo evento epocale moriremo tutti, forse non della morte fisica, che in fondo sarebbe per ognuno di noi l’evento più estraneo, ma di una morte riguardante quello che siamo, rivoluzionari parziali in primo luogo. Il colmo della tristezza si capovolge nel colmo della gioia. Il progetto, dapprima ridicolmente inadeguato al suo compito radicale, si espande e permette di far vedere le prime tracce di quello che verrà dopo, la produzione autogestita, e altro ancora.

Non pretendo di essere convincente, so bene che qualcuno dei tanti che mi hanno assillato per tutta la vita si chiederà se non è questa un’utopia rovesciata, dandomi sulla voce, a me, odiatore di ogni genere di utopia. Ebbene non è così. Se si parla di “autogestione” è di questo sconvolgimento del mondo vecchio che stiamo parlando, non di qualcosa che ci è familiare e che anche oggi quasi possiamo toccare con mano – lotte intermedie, anche insurrezionali, e produzione autodeterminata o cogestione – ma di una realtà che non ci è consanguinea, qui nel mondo della melma politica e capitalista. E poi, il fatto di non essere frequentatori assidui di scontri rivoluzionari – qualcuno si limita a codificarli sulla carta andando avanti e indietro nella storia – non ci toglie la patente di distruttori, per il semplice fatto che nessuno ce l’ha mai data.

Capisco che ci vuole una certa ampiezza di vedute, senza stare a scomodare vastità di pensiero, per rendersi pienamente conto di quello che stiamo dicendo, e ci vuole anche ciò che definirei un ottimismo melanconico, cioè una sollecitazione verso la catastrofe distruttiva totale, voluta da noi, secondo il progetto autogestionario, e non imposta cinicamente dal capitale, a modo suo e con i tempi suoi.

E per accettare questa prospettiva occorre una grande fiducia nel progetto insurrezionale e autogestionario, oltre a una profonda conoscenza del mondo in cui viviamo, della sua povertà, della sua irrimediabile decadenza, un mondo che da se stesso chiama a gran voce la propria liquidazione. Gli scultori e i sottolineatori del particolare che può ancora essere salvato sono legione, non speriamo di convincerli, lascino qui la lettura se mai l’hanno intrapresa, vadano altrove a impiegare il proprio tempo, l’assistenza sociale è un grande fiume che accetta qualsiasi ruscelletto.

Se azzeriamo la prospettiva autogestionaria che qui stiamo delineando, riduciamo i nostri stessi tentativi di lotta intermedia a pallidi riflessi di un progetto più grande, messo da parte per paura o per accondiscendenza alla tradizione sindacalista rivoluzionaria del tema che ci occupa. Lontano dalla distruzione come programma totale, la stessa lotta rinsecchisce e la produzione che potrebbe fare un tentativo di autogestirsi sviene nelle braccia della cogestione. L’idea che fonda questo meraviglioso progetto getta le sue basi nel futuro, ed è qui che diventerà pienamente comprensibile, adesso è come se si parlasse di una meraviglia mai vista da alcuno, che non è possibile dettagliare se non si vuole cadere nel ridicolo. Oggi questa meraviglia è assente, quindi stiamo parlando di un’assenza, ecco perché le nostre tesi sono condannate in partenza a essere una versione sminuita, smozzicata, che arranca e non convince se non coloro che di per sé si procurano i mezzi per convincersi. Quello di cui parliamo, che appare come l’estremo lembo della terra radicale dove attecchisce la terribile pianta della distruzione, è invece un pallido riflesso attenuato, qualcosa che nelle parole traspare ma che è privo di calore e di vivacità. Inesauribili sono gli elementi che mancano, noi che ce li prefiguriamo restiamo sbalorditi del loro estendersi e del loro reciproco intricarsi.

Entrando in questo intrigo maestoso tutti gli elementi che posso scegliere – ad esempio, la selezione dei beni di sussistenza immediata da espropriare e non distruggere – appaiono paradossalmente immiseriti dalla fioca luce che filtra nel clima ovattato e fiacco che ci ospita (per una volta non mi riferisco al lager dove scrivo queste righe). Ecco perché questo esercizio è disperante e, in questa sede, nemmeno necessario.

Dall’esercizio precedente, se si vuole infelice quanto gli altri che avremmo voluto scegliere, viene fuori come il coniglio dal cappello il problema della fase transitoria, centro oscuro e palude mefitica di ogni progetto rivoluzionario. Se immagino questa fase come una grande festa, sulla scia dell’esperienza di Bakunin, potrei essere facilmente smentito. Se l’immagino come un urgente mattatoio da montare in fretta perché in fretta cominci a tagliare teste, potrei essere accusato di dare la stura a vendette individuali, con le miserie da cortile che si portano dietro. Se l’immagino come una vasta distesa di macerie e di campi di baracche, potrei essere additato come fautore del tanto peggio tanto meglio.

La questione è che la distruzione totale non l’abbiamo conosciuta, essa appartiene all’autogestione realizzata, quindi al futuro. Quella che conosciamo è una serie sterminata di distruzioni parziali attuate dal capitale, quindi un ammasso informe di uomini vivi e morti, di cose giacenti smembrate e derelitte, di animali in putrefazione. Ma sono realtà che non possono essere comparate tra loro. Quello che il futuro può realizzare, cioè la distruzione totale autogestita, non è un serraglio di meraviglie, con i responsabili dello sfruttamento alla fine castigati, ma è qualcosa di inimmaginabile.

Chi vuole piangere su questa enorme quantità di latte che verseremo, lo faccia pure, forse non se ne rende conto ma è implicitamente un coadiutore del presente stato di miseria e di sfruttamento. Pianga, se crede, per le sofferenze patite, per la distruzione realizzata dal capitale, per l’immonda necropoli politica che ci soffoca, ha una vasta serie di cose su cui poter piangere. La massa dei misfatti del capitalismo può così alla fine rovesciarsi in una prospettiva di liberazione purché tutto venga capovolto, anche se in questo modo tutti lamenteranno una perdita, chi le proprie ricchezze e chi le proprie catene.

Dobbiamo renderci conto della potenza visionaria che occorre per parlare di autogestione, in contrappunto polemico perfino con il libro mio che ho insistito a ripresentare. E certo è carente in esso proprio questa potenza, anche accennando a tutto quello che occorre per saldare la produzione autogestita alla lotta. Quello che abbiamo nelle mani è il nostro patrimonio di lotte, ma per quanto insurrezionalmente sviluppate, esse sono troppo livellate dall’assenza della distruzione totale, a cui però, inevitabilmente, rinviano. Lottiamo stringendo nelle mani, qui e ora, i nostri miserrimi possessi, mentre la produzione langue in lager separati, dove fischia la ferula del capitalista. Anche se i dolori sono innominabili e la nostra rabbia esplode feroce, non c’è rapporto con la distruzione totale, se non attraverso la visione della mostruosità indicibile. Questa cosa che non è possibile dire mi spinge all’azione.

È disperante descrivere un panorama sconosciuto di cui non si hanno né le proporzioni né i colori. È grottesco insistere in un lavoro di Sisifo. So che anche questa giustificazione a continuare è sgangherata e ha bisogno di più di un sostegno per riuscire almeno a zoppicare. È il mio destino quello di coinvolgermi in imprese impossibili.

Ci sono condizioni che è possibile immaginare, perfino nei dettagli, e condizioni che si riferiscono a un’atmosfera non immaginabile. Queste ultime richiedono una visione d’insieme – pratica e teorica – che non trova riscontro in quello che si ha sotto gli occhi, anche se da ciò deriva come conseguenza mostruosamente diversa di un evento traumatico radicale. Questa è l’autogestione realizzata sulle macerie che la distruzione totale ha generalizzato nel mondo vecchio. Occorre quindi installarsi in tale dimensione non con la semplice fantasia – questa sarebbe vera e propria utopia – ma concretamente sulla base di ciò che il mondo vecchio mette a disposizione, selezionando ciò che va espropriato subito per rendere possibile l’avviamento dell’autogestione generalizzata, da ciò che va distrutto subito, uomini e cose. Niente di ciò, insomma la melma politica e capitalista, può essere considerato pegno del progetto distruttivo. Niente è più in vendita e niente più si paga, quindi non ci sono mallevadori che possono garantire per qualcun altro, ognuno salda i suoi debiti e i suoi crediti, tutto è azzerato e ricomincia daccapo, dall’organizzazione autogestita della produzione e del consumo dei beni preventivamente espropriati.

Una logica perversa insiste sulla durata limitata di questi beni espropriati e sulla lentezza con cui si possono organizzare i nuovi processi produttivi. Qui c’è tanta verità quanta ne trovano di solito i benpensanti di fronte a ogni impresa disperata. Ma la rarefazione stessa delle possibilità di riuscita porta necessariamente con sé una radicalizzazione dei comportamenti, non ci può essere tempo per i tentennamenti o per le scelte estetiche migliori. Tutto deve nascere di nuovo, quindi sarà un mondo che emette vagiti non parole o discorsi. In questa atmosfera neonata bisogna calarsi se si vuole parlare di autogestione. La bilancia dei pro e dei contro immediati, quella su cui pesiamo continuamente la quotidianità, va rotta in uno con la responsabilità di cui ci siamo da sempre fatti carico, quella che vuole a tutti i costi ridurre i danni. Ebbene, occorre alla fine essere irresponsabili, il passaggio alla distruzione totale è questo ribaltamento, solo così le scelte sono più aspre e decise.

L’alzarsi di un processo di ribaltamento complessivo non è uguale e semplice come la mano che colpisce o annienta chi ci opprime. Mille mani possono alzarsi in questo gesto liberatorio senza che nulla succeda, quale è allora il mistero che opera all’interno di un movimento epocale senza precedenti come l’autogestione generalizzata? Il fatto straordinario è che sofferenze e godimenti vengono allo stesso modo azzerati, non si eredita una condizione comoda e confortevole per goderne, non si espropria nessuno – se non della trascurabile ma necessaria parte dei beni di consumo immediati – ma si porta a completamento, in tutt’altra direzione, la distruzione che ottusamente il capitalismo aveva cominciato per garantire i propri interessi. La vendetta è portata così dentro il cuore stesso del capitale, dentro la sua dissennata smania di considerare proprio possesso il mondo intero. Invece il mondo è dichiarato vecchio e inservibile, quasi totalmente, e ribaltato nel mondo nuovo.

Non limitandosi a sostituire un pezzo della macchina oscena, l’oscenità stessa della macchina è portata alle sue estreme conseguenze, quindi distrutta, cancellata, nientificata. C’è un incontro segreto e mostruoso tra la distruzione in corso attuata dal capitale e la distruzione totale futura che attuerà l’autogestione generalizzata, una circolazione sotterranea che non può essere colta nel singolo sfruttamento o nella singola azione di lotta intermedia, questi sì ben separati tra loro.

Viene così alla luce, nel mondo nuovo, una incomprensibile coesione di macerie, quelle della melma e quelle che mettono fine alla melma. Non avremmo mai potuto aspirare alla distruzione totale autogestionaria se il capitale non avesse di già distrutto una parte considerevole del mondo vecchio, ci saremmo sempre limitati alla prospettiva di una espropriazione dei mezzi di produzione e a un progetto diverso di organizzazione produttiva. In questo incontro mostruoso si vengono a mettere in evidenza le grandi possibilità della distruzione come prodromo della creazione della società nuova.

Le sofferenze dello sfruttato saldano così il godimento dello sfruttatore? Non proprio, perché entrambi finiranno nell’autogestione dove non dovrebbe essere possibile il potere sugli uomini, in caso contrario bisognerebbe cominciare daccapo, e questo gli anarchici lo sanno bene. Ogni azzeramento è sempre un complice scambio di possibilità. Distruggendo la forma e la sostanza dello sfruttamento si rende accessibile il godimento anche a coloro sui quali prima fischiava la ferula, e distruggendo il godimento dei privilegiati si rende possibile una produzione senza sfruttamento per tutti. Siamo entrati nella zona oscura della distruzione, qui dentro non ci sono separazioni se non quelle provvisorie a carico degli stupidi che non sapranno cogliere la trasformazione epocale in corso. In fondo, il metro con cui misurare il mondo nuovo non sarà più la ghigliottina.

A questo punto i miei pochi lettori si possono dividere in due gruppi, il primo si interesserà solo dei processi distruttivi – adesso soltanto con la fantasia – il secondo solo ai nuovi processi produttivi – anche questi con la fantasia. Mi dispiace ma io non mi schiero né con una parte né con l’altra. Se questa separazione avviene non si è capito il lato oscuro di questo precipitarsi nell’autogestione, a capofitto e senza garanzie. Certo, mi rendo conto che è pericoloso pensare questa condizione inimmaginabile, ma è proprio di questa ipotesi disagiata che stiamo parlando. L’intelligenza media, educata alle cautele e alle prudenze, non ha accesso a questa zona oscura e se per caso vi piomba dentro si sente fuori luogo. I concetti che maneggia sono quelli dell’a poco a poco e si stomaca del tutto e subito.

Fermarsi sulla soglia di questo accadimento epocale è certo possibile a una condizione, collaborare con lo sfruttamento, oggi, in modo che quel principio non si apra e che tutto si mantenga in bilico tra essere e avere, in attesa di un altro genere di catastrofe, quella che il capitalismo sta mettendo in scena senza pietà per nessuno.

Il fatto è che in molti preferiscono annegare nella noia, nell’angoscia, nella tristezza e cadere alla fine sotto la sferza dello sfruttatore, piuttosto che scatenare un conflitto epocale. Scavando a fondo c’è nella delega del comando produttivo il desiderio di non pensare, il pensiero è troppo pesante, meglio l’accattonaggio e la schiavitù. Ben al di là dello scambio capitalista, osservabile alla superficie tramite l’intermediarietà fittizia del denaro, c’è questo scambio reale che struttura il mondo, sofferenza contro sopravvivenza. È così che la vita procede acciaccando le proprie possibilità, azzoppandosi per non correre, una sorta di ritmo metastorico che non è facile capire seguendo le due filiere separate della difesa produttiva, da parte di chi ritiene di avere bisogno dello sfruttamento, e l’attacco produttivo di chi ha bisogno realmente dello sfruttamento per dominare e garantire l’avvenire del progetto capitalista.

Questo stupefacente meccanismo trova origine nel crimine stesso che l’uomo è capace di realizzare sia nel ruolo di soccombente che in quello di sopraffattore. Questa melma, di cui esempio eclatante è la putredine politica, si accumula infinitamente, interagendo senza tregua con tutti i progetti di liberazione, da un lato, e con quelli produttivi dall’altro lato. Questo rapporto può essere continuamente sottoposto a manutenzione per meglio funzionare, ma strutturalmente rimane sempre lo stesso. Niente può eliminarlo, cancellarlo, perché questa cancellazione cancellerebbe il mondo. Noi vogliamo proprio questa cancellazione, per noi non ha alcun senso diversamente intesa, cioè lasciando questo mondo in piedi così com’è o continuando a sottoporlo a periodiche manutenzioni.

È questa connivenza che apre in me una ferita profonda e larga non appena mi rendo conto di essere complice dei crimini che intessono la storia dell’uomo con monotonia ributtante. Non c’è modo di sanare questa ferita che anzi imputridisce sempre più ignorandola e ricorrendo allo svago fornito dal capitale tra un colpo di frusta e l’altro. Non appena la mia coscienza se ne rende conto per me è finita, come uomo attivo il mio ruolo è concluso, non mi resta che morire ogni giorno un poco facendo finta di vivere. In questa prospettiva funeraria l’autogestione, correttamente pensata, fa scivolare il controveleno del dubbio. I valori sacrosanti del capitale e della melma politica sono finalmente denunciati alla luce del sole, non ci sono più connivenze involontarie ma soltanto complicità volontarie, e da queste non ci si salva, si cade con loro.

La maggior parte degli schiavi alimenta una fallace acrimonia contro lo sfruttamento che cresce per tutta la vita, fino all’età della pensione. Di regola questa amarezza accelera l’esistenza senza che ce ne rendiamo conto, la immiserisce, la sgualcisce e la riduce a un relitto, mentre la famiglia copre le sue vergogne con una patina di perbenismo, perfino nella diversa ma equanime distribuzione delle responsabilità sessuali, a ognuno la sua parte. I sussulti ribellistici che qua e là balenano nelle lotte intermedie, privi di uno sbocco distruttivo concreto e totale, si avvitano su se stessi e si macerano nella ricerca del progetto più puro e coerente. Il recupero di questa immensa potenzialità di rivolta è una delle industrie più fiorenti.

Abbiamo in passato visto in che modo si possono catalogare le responsabilità di questo recupero e della sostanziale inazione. Ed è stato lavoro utile, eppure, come le lotte intermedie, non può bastare. Il vero responsabile, al di là del sindacato o del partito, è lo stesso sfruttato, colpevole se non altro di non insorgere e morire. L’aria trionfante dei capitalisti è là a dimostrare questa amara notazione critica. Essi hanno vinto le loro battaglie riuscendo a distruggere, a poco a poco, il mondo. La triste vicenda di questo tramonto del mondo vecchio, che si avvia a svuotarsi dall’interno come una mela marcia, mantiene in vita una incredibile aura di benefattore attorno alla figura del capitalista, e questa è l’ultima beffa, il tocco finale di comicità della tragedia che ci circonda.

Ma può una tale prospettiva di radicale sconvolgimento, distruzione totale, qualificare in senso positivo la società autogestita che ne verrebbe fuori? Non è possibile rispondere a questa domanda, alla quale non vogliamo comunque sfuggire per due motivi. Il primo è che nessuno ha la ragione assoluta, nessuna realtà nasce buona in tutte le sue parti, nemmeno l’autogestione generalizzata. Il secondo è che nell’autogestione tutto va reinventato nuovamente, lotta e produzione, ovviamente su basi nuove, e non è detto che queste basi nascano connaturate alla bontà dell’ipotesi autogestionaria. Niente lusinghe, torneremo a lottare, anche nelle mutate condizioni, contro ogni nuova idolatria. L’uomo della condizione a venire è inondato – alla pari delle cose che lo circondano come disiecta membra – dall’autogestione, è saturato da quello che occorre realizzare di nuovo, praticamente tutto il mondo, ma è pur sempre una bestia maligna e potrebbe trovare, fra le pieghe, la possibilità di ricostruire il meccanismo con cui coprire di melma la realtà, il meccanismo politico, anche senza saperlo, non essendo possibile che le passate esperienze scompaiano nel nulla, sia pure in un mondo completamente mutato. La vita stessa di questo maligno essere può suggerirgli le sotterranee vie della novella prevaricazione. Contrastare questi nuovi progetti sarà il compito del fronte interno da aprire subito mentre si stanno realizzando i processi autogestionari generalizzati.

Il mondo nuovo non è retto da un’armonia cosmica stabilita una volta per tutte, è sempre un mondo dell’uomo ed eredita le caratteristiche di questo straordinario animale, capace di sublimi azioni e atrocità senza limiti. Ma è sempre un mondo nuovo, dove ogni debolezza può capovolgersi nel suo contrario, in un processo in cui questi capovolgimenti non sono mai bilaterali ma multipli, interagendo fra loro in una rete praticamente sterminata. Non è un modello già conosciuto che stiamo delineando, siamo nella zona oscura della vita sociale, e qui la malevolenza a priori è solo uno stupido gioco al massacro. Bisogna entrare nei singoli momenti di questo progetto, nei collegamenti che produce, e ammettere che la sua radicale estremizzazione è più che ragionevole, essendo ormai l’unica strada da percorrere se non si vuole andare incontro all’altra distruzione, quella ciecamente priva di sbocchi, voluta dal meccanismo capitalista.

Inoltrarsi in questo nuovo territorio significa non portare bagaglio con sé, non possedere più nulla che faccia compagnia, che conforti e ci identifichi per quello che siamo. Le macerie sono la sola proprietà comune pensabile, a parte qualche rimasuglio di immediata sopravvivenza. Quello che si possiede adesso è esclusivamente quello che si è, ma si è quello che si produce in maniera autogestita. Nasce così una nuova intimità con le cose che finiscono per avere la meglio sulle rovine, intimità non d’uso ma di fraterna collaborazione. Sono cose che diventano familiari all’uomo, non sue incomprensibili nemiche, e gli parlano non più nella solitudine ma nella nuova realizzata affinità collettiva. Quello che comincia a profilarsi non è più un fantasma mentale, ma concrete produzioni e altrettanto concrete distruzioni. Nasce l’uomo nuovo produttore, muore l’uomo vecchio, e se non vuole morire lo si obbliga a cadere insieme al vecchio mondo che cerca a tutti i costi di mantenersi in vita.

Questo radicale capovolgimento non è un pretesto o un artificio per eliminare il capitalismo, non è una radicalizzazione testarda delle lotte intermedie con in più un maggiore uso della dinamite e della ghigliottina. È un passaggio obbligato, anche con pause più o meno lunghe, ma obbligato, dove è secondario, sebbene non superfluo, l’intervento diretto a mettere fuori uso preventivamente gli elementi più inflessibili della repressione capitalista. Intendo qui riferirmi alle azioni insurrezionali realizzate prima dell’autogestione generalizzata, che a questa esclusione tendono anche se spesso, a livello di analisi, sembrerebbe non ne siano consapevoli. Quello che corre il rischio di restare vago e indistinto, perché la realtà dello scontro ha mille contrappunti inconsapevoli che lo rendono tale, di colpo rientra nel grande alveo rivoluzionario dell’autogestione e non è più una piccola polla d’acqua isolata nel deserto, ma un grande fiume che travolge e toglie di mezzo tutti gli imbrogli e tutte le incertezze. Non c’è una dottrina rivoluzionaria capace di distillare questo capovolgimento, non c’è un timbro giusto con cui gridarlo forte ai quattro venti. In ogni caso queste eventuali possibilità arriverebbero sempre troppo tardi. Ed è d’altro canto stupido trascorrere tutta la vita con gli occhi fissi su questo snodo essenziale, imbambolati nell’attesa, è questo un modo principe per disseccare ogni possibilità di realizzazione del mondo nuovo.

La distruzione è una forma di consumo, violento e immediato. Sto parlando della distruzione totale autogestionaria, invece quella che il capitale realizza è lenta ma procede verso un abisso privo di futuro, la semplice soppressione del mondo, non la creazione di un mondo nuovo. Restando nei termini economici dello stesso capitale, il consumo è l’antecedente logico della produzione, legge che è valida proprio perché appartiene alle cose in generale ed è legge della vita, prima di essere formulata dall’economia. L’autogestione produttiva segue pertanto al tipo particolare di distruzione che abbiamo presagito, non può innestarsi sul tronco marcio della distruzione capitalista.

Io ho difficoltà a immaginare di essere capito, non mi capita spesso e non vedo perché deve accadere giusto adesso, di fronte ad un fatto di tale portata. E poiché ho fatto l’abitudine a questa tragica condizione di lavoro, vado avanti. Potrei lanciare un appello lancinante, per favore fermatevi un momento a riflettere, potrebbero essere queste le ultime righe che vi indirizzo, considerata la situazione oggettiva in cui mi trovo, ma non sarebbe che un sotterfugio per richiamare attenzione per pietà. Lontano questi sepolcri imbiancati, lontano da me.

Non basta la pura esistenza della necessità di produrre a partire da macerie generalizzate, perché questa produzione venga alla luce in forma autogestionaria. Certo, visto il panorama complessivo, ci sono tutti i presupposti ma non c’è un rapporto obbligato di causa ed effetto. L’assillo, per limitarsi a questo, è un elemento di ritardo o di confusione programmatica, cattivo consigliere per chi lavora sulle macerie. C’è in esso la spinta a stabilire una scala di graduazione che potrebbe essere falsa. I benefici di consumo che ci si attende dalla nuova produzione devono provenire da lontano, non dal passato ma dal futuro. Intendo dire che a reggere le scelte devono essere le relazioni che si vanno intrecciando da parte delle varie esperienze autogestite, non i quadri stereotipati dei bisogni del passato. Il beato guadagno del capitalista non esiste più, non è esso che regge gli esperimenti ma la libera cooperazione fra unità produttive non concorrenti, le quali sono nello stesso tempo destinatarie della produzione, cioè unità di consumo.

In queste condizioni, non dimenticando le macerie su cui si è costretti a lavorare, l’esperimento produttivo è diverso da ciò che conosciamo sotto questo nome. In esso c’è una immagine sognata diversa, stravagante, forse inutile in termini strettamente legati alla soddisfazione di certi bisogni, e ciò per il fatto che anche questi bisogni sono sottoposti a profonde trasformazioni creative. Produzione e consumo potrebbero incontrarsi in questo modo su un territorio incognito e non riconoscersi direttamente, mentre l’allargarsi della rete produttiva e di consumo potrebbe sviluppare altri incontri, impensabili a priori, forieri anch’essi di altre ulteriori trasformazioni. Il sogno si converte in prodotto consumato e questo meccanismo della vita, immiserito in maniera indegna nel capitalismo, potrebbe far nascere altri sogni e altri consumi. La superstizione della corrispondenza a priori tra consumo e produzione, una volta che si è cominciato a costruire sulle rovine, potrebbe essere messa da parte.

Non c’è motivo alcuno per accettare un canovaccio produttivo arcaico visto che si parte dalle rovine. Non c’è sul fondo la colpa originaria dell’estraniazione del valore dalla materia bruta grazie allo schiavo, adesso siamo in condizioni differenti. Occorre in ogni caso non correre il rischio di punirsi ricorrendo a modelli del passato, ora necessariamente contraddittori. La grande fame di novità e la conseguente inevitabile disillusione derivata da errori e risultati non confacenti alle attese può generare questa volontà di punirsi.

Qui bisogna chiarire l’equivoco naturale, l’autogestione non può affidarsi alla spontaneità ed affermare di seguire in questo modo la natura. Di che natura hanno parlato, e continuano a parlare, tanti facitori di chiacchiere? La natura umana non è certo un buon terreno per alimentare grandi speranze. La natura nel senso del mondo nuovo, questa deve essere ricostruita quasi totalmente di sana pianta. La melma è sempre dietro l’angolo e l’opera di autogestione educativa è ancora da inventare, non potendo contare che in maniera trascurabile sulla pedagogia libertaria.

In effetti, la possibilità di un riemergere della melma politica per come la conosciamo è remota, ma esistono categorie melmose che ancora si conoscono poco e che potrebbero proliferare. L’uomo è un animale pericoloso per contare troppo sulla sua spontanea capacità di orientarsi verso il bene. L’anarchia conosce profondamente le pieghe dell’animo umano perché parte dal rifiuto di qualsiasi principio archetipo, ciò non vuol dire che è incapace di programmare e realizzare processi di trasformazione autogestiti e diretti a rendere accessibili territori di sensibilità che l’uomo spontaneamente non riuscirebbe a raggiungere.

Vivere in una società autogestita in modo generalizzato costituisce di già un programma di questo tipo pienamente in atto. Più cresce la coscienza partecipativa dell’autogestione e più la connaturata tendenza verso il male si attenua nell’uomo. Realizzare il male significherebbe colpire se stesso nel colpire il proprio simile, legati come si è dal processo autogestionario nel suo insieme. Questa crescita educativa autogestita non spontanea costituisce la profonda diversità che potrebbe prodursi all’interno della creatura umana, ma il percorso è lungo e non si può misurare in tempi storici.

Allo stesso modo, la ricostruzione di una natura risanata, sulle rovine di quella del passato, non significa creazione di innocenza, un’arcadia dove inserire il mondo nuovo autogestito. Sono ipotesi ridicole che non meritano discussione. L’autogestione generalizzata è una condizione altamente artificiale, tecnicamente avanzata, capace però di creare quella rete interrelazionale che sogna e inventa l’imprevedibile, che non copia e non vuole soltanto modificare, migliorandolo, il mondo vecchio. Ogni ipotesi di innocenza umilia il progetto autogestionario e lo riduce a un’utopia bucolica.

C’è una sorta di insolenza da parte di coloro che pretendono addomesticare l’uomo e la natura riducendoli ai loro dettami di allegra spensieratezza. E l’immane abisso dei misfatti passati? Sparito nella distruzione totale, mi si potrebbe rispondere, e a ragione. Eppure ciò che ricompare nelle cose, nelle singole cose distrutte, permane nell’animo umano e qui si acquatta come una belva con cui bisogna fare i conti. Lo stesso per la natura. A lungo violentata, non potrà ripresentarsi esente da colpe nel mondo nuovo, le conseguenze dell’antico uso dissennato delle risorse hanno lasciato il segno dappertutto, e le rovine possono coprirlo fino a un certo punto. Il male dell’uomo serpeggia sotto la forma finalmente liberata del mondo nuovo, e gli fa da contraltare il male della natura. Nessuno è innocente, neanche coloro che decideranno di cominciare a saltare da una liana all’altra.

L’autogestione permetterà la crescita di una coscienza immane che fino al suo completamento avrà molta strada da percorrere, dovrà anche – e parallelamente ai risultati positivi – fare venire alla luce la malinconia di quello che è andato perduto. Il mondo vecchio, con tutti i suoi guai e la sua melma, aveva alte espressioni di umanità e di cultura che ora – dopo la distruzione totale – non potranno essere più intelligibili se non a sprazzi. Uno splendore malinconico, un tramonto che ricorda qualcosa di cui non sarà più possibile parlare. Dalla stessa distruzione, dalle rovine, emana questo splendore ma per i produttori autogestionari esse saranno soltanto rovine, ogni intenzione archeologica essendo scomparsa per sempre. Il fatto è che nel mondo nuovo bisognerà reinventarsi la gioia, e questo non sarà possibile a seguito di un progetto autogestito qualsiasi. Come nasce la gioia in un mondo che l’ha cancellata insieme al mondo precedente, che la conservava e la usava quasi soltanto per lenire il dolore dello sfruttamento o per dare un senso al risultato ricavato dallo sfruttamento stesso? In questa direzione non solo si va avanti a tentoni ma si incoraggiano anche le controtendenze.

Per un controsenso più che comprensibile, un mondo produttivo nuovo cerca di puntare tutto sulle cose e sulla rete vastissima di correlazioni che permette la creatività necessaria al progredire e all’estendersi della produzione autogestita. Ne deriva una scarsa propensione per l’equilibrio indispensabile tra cose e animo umano, e quest’ultimo, rompendo gli indugi, potrebbe sfuggire in una ricerca astratta dello spirituale, un rifugio come un altro contro il pericolo dell’appiattimento sulle cose. Una vita angelicata è di già conosciuta oggi nelle piccole comunità accerchiate dal capitalismo. Gli Stati Uniti sono il luogo in cui queste sette, fuggite nello spirituale, proliferano più che altrove. Ciò potrebbe essere un vicolo cieco e un ostacolo, uno fra i tanti.

È duro inventare tutto da principio, ascoltare il rumore assordante della caduta dei vecchi dèi e sapersi assegnatari di un compito immane. A questa durezza si potrebbe rispondere con un lavoro di routine, macchinoso e ripetitivo, utilizzando il modello autogestionario classico e non sforzandosi di dare vita alla parte essenziale, l’innovazione. Il pericolo di attivismo puro e semplice, freddo, diretto a portare a termine il proprio compito, è forse peggiore di una poco probabile contromisura capitalista. Il ritmo di una volta, coatto e obbligatorio, adesso banalmente autodeterminato, potrebbe tornare dalla finestra dopo essere stato messo fuori dalla porta. Nessuno negherebbe così il nuovo mondo, anzi vi farebbe parte a pieno titolo, ma contribuirebbe a soffocarlo con la propria apatia, con il proprio entusiasmo da impiegato al catasto. Come un manichino folle, questo produttore si accartoccerebbe sui propri sogni con un sorriso ebete sulle labbra.

Corriamo il rischio di costruire un mondo nuovo di manichini folli? Certo è che si tratta di un compito durissimo, quello di giocare due ruoli, l’inventore creativo e il produttore di cose che adesso ricevono una pregnanza diversa dal classico scambio capitalista. Si può essere disponibili, benevoli, accondiscendenti nei riguardi del progetto, ma si resta sempre uomini, con tutti i limiti e le nefandezze umane. Ricostruire su basi sconosciute può scatenare scontentezze orribilmente catastrofiche. Questo è un altro problema.

A volte, nelle alzate di ali degli utopisti, è stato detto che la spontaneità viene fuori dalla semplice autodeterminazione associata a mutate condizioni sociali, dove per l’appunto non c’è più lo sfruttamento. Ciò potrebbe essere una clamorosa banalità. Non c’è nulla di ritualmente obbligatorio nella libertà, neanche la libertà stessa, che è conquista non aria che involontariamente si respira. Non basta affermare che l’adozione di un processo autogestito produce automaticamente creazioni nuove e forme produttive mai viste prima. Tutto questo è possibile ma richiede molto di più della semplice volontà di volerlo. E questo molto di più viene fuori a stento e con sofferenza dalla realtà che impregna il mondo nuovo, non è irresistibilmente dato alla luce dalle mutate condizioni produttive. Nelle utopie che ricorrono ad affermazioni come quelle qui temute è disarmante la puerilità e l’insistenza su dettagli inessenziali che mostrano il tentativo di riempire il nulla con desolanti fantasie.

Lo scontro, a mio avviso, dovrebbe continuare anche nella condizione generalizzata dell’autogestione. Scontro di mentalità e di coscienze diverse, scontro di persistenze non sufficientemente demolite, scontro di progetti e non più di ambizioni, scontro di turbolenze umorali ma anche di teorie produttive, di sistemi e procedimenti, di ritrovati e di trasformazioni. La lotta è vita e considerarla definitivamente conclusa è morte, morte della creatività, la quale è la forma più congeniale alla vita che l’uomo riesce, a volte, ad esprimere. Non è la felicità di un’atarassia noiosa e insopportabile che può venire fuori dall’autogestione nel modo in cui ne discutiamo, ma l’angustiante processo umano di costruzione su basi diverse del mondo nuovo, impresa né facile né di per sé soddisfacente tutti alla stessa maniera. Non occorre una grande sottigliezza per rendersi conto di queste difficoltà ed è facile capire che proprio in esse risiede la ricchezza creativa per cui si lotta e la stessa possibilità di dare vita a procedimenti produttivi mai visti prima.

In genere gli uomini fuggono via dalla noia o dalla paura, nello sconvolgimento della quotidianità la maggior parte di loro dà fondo alle proprie forze e fa venire fuori una fiammata a volte non prevedibile. Certo, la zavorra resta tale ma è sempre una perdita trascurabile. E poi a spingere saranno coloro che non disposti ad arretrare di fronte alle difficoltà si lascerebbero sfiancare subito da un precipitare nell’obbligatorio della routine. Non sono i nodi difficili da sciogliere che bloccheranno l’autogestione generalizzata ma, al contrario, la sua istituzionalizzazione, cioè la sua modificazione in un processo chiuso, autoreferenziale, che dichiara una volta per tutte di essere nel giusto. Lo scontro vivifica le soluzioni trovate e ne fa intravedere di nuove, lo sfinimento quotidiano le azzera.

Non si deve pensare che un progetto autogestito e generale sia qualcosa di conchiuso, senza nemici esterni contro cui lottare, senza bufere interne, senza inadeguatezze o altrettanto perniciosi eccessi. Sono queste incertezze che alimentano la passione e impediscono che si spenga il fuoco creativo.

Non essendoci più – o essendosi essenzialmente attutite – le convenienze e le separazioni, ognuno può essere libero di esprimersi al meglio, senza timore di essere sanzionato? In linea di massima sì, nella pratica anche qui sorgeranno conflitti e perfino azioni inevitabilmente distruttive nei confronti di coloro che vorranno fare tornare in vita il mondo vecchio. Anche il mostruoso è produttivo nell’autogestione generalizzata e contribuisce a creare i nuovi processi che fondano appieno il mondo nuovo, ma il mostruoso o il caotico non è il gioco voluto e predeterminato di sconvolgere ogni progetto in banale negazione dell’ordine produttivo, riducendolo a semplice e vago caos. Qui si nasconde uno dei nodi più terribili per il futuro autogestito, qui è in agguato la sua stessa possibilità di svilupparsi e crescere.

C’è in fondo all’autogestione, nel senso che veniamo descrivendo, una strana ambivalenza. Da un lato si ha in essa una componente intrinseca inarrestabile che le deriva dal precedente logico della distruzione totale, dall’altro si ha la rete imprevedibile e sterminata delle correlazioni che essa stessa mette in moto. Questi due movimenti non possono procedere all’unisono, ci sono fra loro differenze strutturali e fisiologiche, sgorgano irresistibili ma ognuno per conto suo e si gettano a capofitto nelle braccia dell’altra. Le rovine precipitano nella rete complessiva e qui testimoniano di una inadeguatezza passata. Sono le carte ereditarie di un mondo morto ma non per questo privo di conseguenze. Non è tanto la nostalgia delle catene e della frusta, o il ricordo dei passati godimenti, ma è il fascino stesso del passato che entra nel processo autogestito e generalizzato.

Nessuna cosa infatti vive esclusivamente nuova, anche il momento ha una storia, se non altro la sua storia genetica, che ad un certo punto si fa imperiosamente sentire. Le nuove strutture produttive saranno radicalmente diverse ma avranno a fondamento e come scopo la produzione, e ciò ricorda qualcosa che è andato in rovina, qualcosa di diverso – va bene – ma non del tutto diverso. Queste componenti non sono ricordi individuali, scherzi di sentimenti assistiti dalla memoria, sono condizioni oggettive di mezzi di produzione, sono cose e rapporti fra cose. La sensazione fisica di un prodotto, il vellicare di una pelliccia, proviene dalle rovine. È andata distrutta la cosa non il ricordo della sensazione. Ciò è un’eredità che finirà per rovesciarsi dalla rete produttiva causando sollecitazioni verso progetti che potrebbero contraddire l’indirizzo complessivo delle correlazioni in corso di sviluppo. Lo stesso per lo splendore di un gioiello o lo stimolo olfattivo causato da un profumo. Tutto questo, tornando insieme a tanti altri ricordi dalle rovine, potrà essere sovvertito e abbagliato da nuove sensazioni, mostruosamente diverse, che saranno prodotte dalle infinite possibilità dell’autogestione generalizzata. Ed è di uno scontro completamente aperto che stiamo parlando.

Occorre tenere presente questo gioco di sensazioni, ricordi, sovrapposizioni, cancellature, nuove intuizioni, e occorre anche considerarlo un mondo parallelo a quello produttivo con cui interagisce sia nelle invenzioni progettuali che nelle stesse scelte di consumo. L’autogestione non è solo un’aspra e difficoltosa riorganizzazione produttiva, da questo punto di vista rimane il limite della completezza, com’è giusto che sia, un progetto in evoluzione aperto a nuove esperienze, ma è anche l’autogestione dell’uomo nuovo, o almeno lavora in questa direzione, non su velleitarie ipotesi di pedagogia libertaria, ma attraverso la trasformazione dei rapporti produttivi. I due compiti non cercano reciprocamente di condizionarsi, ma sono in sviluppo parallelo, anche con tutte le contraddizioni che possono emergere, alcune delle quali le abbiamo viste prima.

È l’autogestione che per la prima volta rimette in discussione il problema del primato della produzione. Sulle rovine risuonano ancora i teoremi dell’economia. Primato scosso a parole da tanta parte dell’anarchismo, senza capire che proprio qui si colloca la distanza di sicurezza dal marxismo. Critiche ce ne sono state, anche le nostre, ma il loro inveramento può aversi solo nell’autogestione generalizzata. È uno dei motivi che rende inconfondibile questa riorganizzazione del mondo sulle rovine del passato.

Riconfermare qui tale grande impresa potrebbe avere l’aria esornativa di un pleonasmo o di un’allegoria. Non è così, non c’è nulla in me del costruttore di monumenti, caso mai il contrario, essendo pratico nell’uso della dinamite. Le riconferme reboanti si ergono come montagne inarrivabili e sono un po’ gelide nella loro solitudine. Nella piccola dimensione sono monumenti funebri alle buone volontà messe a partito da degni portatori d’acqua. Queste analisi sono imprecise e aperte a tutte le critiche, anche quelle malevolmente fondate. Per questo fanno acqua da tutte le parti. Forse se le avessi scritte con i miei strumenti a portata di mano sarebbero state più onnicomprensive e cimiteriali.

Ogni argomento deve avere la sua espressione, non può sovraccaricare né farsi dominare dalle parole. Sono queste che devono servire le cose e non il contrario. Spesso, quando le parole prendono il sopravvento, costruiscono delle posture, rigidi manichini d’esposizione, monumenti funerari, ma non conducono le cose alla comprensione. In ogni caso, il luogo in cui mi trovo, una bolgia, mi aiuta a essere sobrio e a non farmi prendere la mano dagli aspetti tecnici dell’argomento, che da parte sua ne possiede parecchi.

La glorificazione dell’oggettività, come ideale assoluto di verità, trova parecchi ostacoli nel mondo dell’autogestione generalizzata. Molti processi produttivi sono sprovvisti di chiarezza immediata, mancando del riscontro del mercato. La singola avventura produttiva non ha niente di manageriale, si potrebbe presentare malleabile e quindi irripetibile nella sua realizzazione, questione di dettagli, a volte, questione di sostanza, non si può sapere. Lo sforzo creativo può essere assorbito in una forma precisa, durevole nel tempo, ma non può essere imposto con la forza dei mezzi impiegati nel mondo vecchio, ad esempio la pubblicità. Occorrerebbe conoscere il ritmo delle corrispondenze, ciò che si ripercuote nella rete complessiva, non cogliere solo ciò che si infrange negli ostacoli che sorgono improvvisamente davanti a una singola unità produttiva. Questa eminente contraddizione è segno di maturità dell’intero sistema produttivo autogestionario. Sono proprio questi i punti di forza che non sclerotizzano il processo e nello stesso tempo non lo rendono troppo fluido da risultare inintelligibile. La produzione ha bisogno di modelli ma questi non possono essere statue turrite, immobili, da riprodurre meccanicamente. L’autogestione ne verrebbe bloccata, questi modelli devono presentarsi e svanire, con un ritmo corrispondente a quello delle nuove forme produttive che si riversano nel consumo. Nessuno di questi modelli è in sé perfetto, né come prodotto né come oggetto di produzione, dappertutto si registrano soltanto approssimazioni, incertezze, ammaccature, incongrui risultati, velleità frustrate, ma si registrano comunque risultati, cose vengono prodotte.

Mandare avanti la produzione autogestita forma una coscienza diversa, dove il valore del prodotto non è più fatto penetrare dall’esterno, grazie al mercato, ma cresce dall’interno della coscienza stessa, con un misto di compiacimento e di tristezza. Si è contenti di quello che si è prodotto e, nello stesso tempo, si è tristi per il fatto che in quella cosa prodotta è entrata realmente, impastandosi con la materia di cui quella cosa è fatta, una piccola parte della nostra vita. Il prodotto fabbricato prima delle rovine aveva il valore di mercato, il suo prezzo, quello che viene fuori dall’autogestione ha il valore di una parte della mia vita, è la mia vita che offro al sistema autogestito di consumo. Non ci sono più casseforti e scrigni, non ci sono banconote e gioielli da accumulare e custodire. Le rovine della pura apparenza sono ancora là – se non le abbiamo fatte sparire – per ricordare questo profondo cambiamento, siamo adesso nella terra dimentica di ogni contenuto commercialmente riscontrabile.

La coscienza diversa fugge dalla cristallizzazione dei rapporti e delle correlazioni di affinità autogestite, vuole che tutto rimanga fluido, vuoto di pesantezze foriere della melma di cui erano colme le rovine, e di tale fluidità ne fa forma essenziale di vita, valutazione e considerazione della realtà. Rassodare tutto questo mondo dalle sembianze nuove, inaudite, nello stampo classico del rispecchiamento – la verità di ciò che corrisponde a ciò che è – avvia verso la calma catacombale. La nuova produzione generalizzata perirebbe così in un clima di esattezza e di compensazione perfetta, essa rigetta invece ogni libro mastro residuato dalle rovine e ancora galleggiante sulla melma.

Effettivamente si resta sopraffatti di fronte a un compito del genere, ma solo se si pensa ancora intatto il mondo vecchio, se si lasciano filtrare ricordi di un passato indegno e speso male, allora gli errori ripiombano anche nel mondo nuovo, ed è una infelicità assicurata. Ma la distruzione totale ha fatto il suo lavoro, adesso non ci sono le cose che nuotano nella melma politica e capitalista nascondendosi nel suo profondo buco nero una all’altra. Non ci si può intenerire per la cancellazione di un obbrobrio di schiavitù e di sofferenza, ed è senza senso fare ciò anche per coloro che hanno soltanto ricordi di godimento. Tutto questo, il bianco e il nero, è stato cancellato, dietro c’è solo la tenebra delle rovine, dove è inutile frugare, non si trovano che cadaveri.

L’immenso sforzo produttivo nuovo esce anche da queste contraddizioni intime, che si dibattono nella coscienza diversa degli uomini del mondo nuovo. Si soffre per un residuo di vecchio, una traccia che tende a sparire e che forse è meglio che permanga ancora, come i beni di sopravvivenza espropriati prima della distruzione totale e messi in salvo. In questa sofferenza c’è un recupero di umanità per quello che è accaduto, che si ripercuote nelle incertezze del futuro e nelle difficoltà dell’intrapresa. Non si tratta di rimorso, tutt’altro, ma nessuna coscienza diversa è sempre monoliticamente certa di sé, sarebbe un blocco di idiozia se non conoscesse e vivesse il dolore, tutto il dolore del mondo vecchio, quello sofferto e quello fatto soffrire. E non si tratta neppure di sentirsi colpevoli di qualcosa. Quello che andava fatto, irrimediabilmente fatto, è stato fatto. Un meteorite è caduto sul mondo e ne ha cambiato il volto.

L’idea dell’autogestione, la semplice idea, ancor prima della sua realizzazione generalizzata, susseguente alla rovina del mondo vecchio, lascia stupefatti. L’uomo nuovo non è il lavoratore che riceve un’eredità dal capitalista, è un essere completamente diverso, con in testa progetti che lasciano attoniti per la loro assoluta mancanza di precedenti. Le lotte e le eventuali esperienze autogestionarie (poche) del passato non sono in questa idea nuova di cui stiamo tratteggiando visionariamente le linee essenziali, più per contrasto che per esame diretto.

In effetti, io sono troppo impaziente, e forse troppo vecchio, per tessere tutta la tela di questa visione, e forse per dirla in giuste parole, sono uomo incapace di fare ciò, ma quello che propongo, non più che un elenco di intuizioni problematiche e contorte, fornisce sufficiente materia per riflettere. Altri potranno, con maggiore attenzione di me e forse con migliore materiale a disposizione, andare oltre nell’intessere la trama completa di tutte le conclusioni produttive autogestite.

Quello che insisto ad offrire qui sono condizioni non plausibili nel mondo vecchio, dove resterebbero ipotesi balzane e impotenti, mentre nel mondo delle rovine trovano il proprio scioglimento, se non un impossibile completamento. Quello che c’è di entusiasmante nella nuova, futura, disposizione delle cose del mondo, è la loro irrimediabile mostruosità, ovviamente se considerata dal lato del mondo vecchio, e questa deformità è come qualcosa di ipnotico, di bloccato in formule d’azzardo al confine con l’utopia.

La fondatezza invece la si riscontra subito assumendo con profondità di coscienza l’ipotesi di partenza, quindi accettando di fare proprio il compito immane e terribile della totale distruzione. È questo passaggio che fornisce la chiave di comprensione e che aleggia su tutto l’insieme produttivo autogestito e generalizzato. Non ci sono passaggi laterali, scorciatoie meno costose, concessioni o rese a discrezione da parte dei capitalisti, queste ipotesi sono piantate nella melma politica e risultano infettate di utopia fino al midollo. Non c’è sviluppo lineare né sinfonie polifoniche in grado di aprire la porta del futuro mondo nuovo, occorre ammettere con coraggio la necessità di questo sprofondamento fra le rovine.

Solo così si aprono molteplici scenari tutti intoccati a causa della scomparsa dello sfruttato e dello sfruttatore. L’autogestione sarebbe una incompresa beffa se lo sfruttamento venisse assunto in proprio dagli sfruttati. Su tutta la generalizzazione del progetto autogestionario aleggia quindi una incredibile unificazione umana, incomprensibile per chi vive in un mondo che andrà in macerie. Certo, anche all’interno di questa compattezza mai vista, si creeranno delle differenze, l’uomo è animale non solo maligno ma estremamente vario, non accetta di essere livellato verso il basso, e questo è uno stimolo positivo, produttore comunque di conflitti che non è possibile conoscere o prevenire, anche perché saranno diversi da quelli passati circoscritti allo sfruttamento e alla melma politica che lo rende possibile.

Entrare, da osservatori collocati nel mondo vecchio, in questi conflitti del mondo nuovo, non è possibile. Ogni dettaglio sfuma nell’incomprensibile tensione che si sfiora ma non si può approfondire. Sono scontri che è possibile immaginare in senso verticale, al contrario di quelli attuali che hanno andamento orizzontale. Questa verticalità emerge dalle diversità che si svilupperanno per ogni singolo progetto produttivo autogestito. Non conflitti di interessi finanziari, estorsione di valore e accumulazione di capitale, ma conflitti derivati dalle diverse intensità di collaborazione, di filantropia, di pietà per il sofferente, di affinità, di sogni e di forze creative, di amore e di amori, insomma tutti quei conflitti che pure esistendo nel mondo che ci ospita oggi, non riescono ad estrinsecarsi appieno ma vengono bollati a sangue dall’irriducibile scontro di classe.

Il coacervo di questi conflitti è vecchio almeno quanto i sentimenti che l’uomo alimenta dentro di sé, ma il suo intreccio verticale è nuovo, ed è contrassegnato dall’affinità come polo di attrazione, attorno al quale roteano tutti gli altri elementi, l’amore e la pietà, uno contro l’altro in profonda antitesi, in primo luogo.

Partecipare è condizione dell’autogestione, non confliggere, almeno non necessariamente, e per partecipare bisogna condividere il progetto produttivo. Ora, questa condivisione può basarsi sull’affinità in modo totale, oppure avvertire gradazioni diverse di altre tensioni, l’amore e la pietà, come si è detto in primo piano. Questi elementi non sono semplicemente collaterali, essi interagiscono e condizionano l’affinità, per cui il progetto assume un aspetto verticalmente conflittuale. In questo conflitto si annidano due tendenze, contrastanti e complementari, ma che aumentano il piacere del produrre, la gioia di cui parlavamo, l’amore per l’uomo e il prodotto dell’uomo – distinzione ormai molto difficile da fare –, la seconda è la pietà compassionevole per il meno dotato, che può contrastare con la prima o integrarsi ad essa. I risultati non sono prevedibili. Basta pensare che il passo tra pietà e abiezione è sempre molto breve e che l’uomo è comunque un animale infido sul quale incide l’educazione in corso di autogestione, ma fino a quanto valida ed efficace?

Registrare questi conflitti che abbiamo individuato disposti in modo verticale, costituirebbe un elenco consistente che risparmio ai miei pochi lettori. In fondo, qui sto entrando nel profondo del territorio oscuro di quello che sarà l’autogestione generalizzata. La distruzione totale, come ricordiamo, avrà causato sterminate macerie di cose e uomini, ma la coscienza diversa, capace di analizzare sensazioni e sentimenti diversi, è costruzione che non fiorisce spontanea sulle rovine, bisogna costruirla, e questo è lavoro lungo e pericoloso. L’uomo è un animale feroce tutt’altro che addomesticabile. In più, distrutto lo sfruttamento e la catena, tutte le deformità del passato si rovesceranno fuori e saranno fuoco e fiamme.

Vista la conclamata sfiducia nell’educazione libertaria, almeno da parte mia, penso che per spegnere questa fiamma senza annientare il fuoco che la genera bisognerà entrare in un rapporto profondamente diverso con questo animale feroce. Arrossire, come ogni benpensante, dei suoi crimini, è stupido. Pretendere di azzerare questi ultimi facendo funzionare la ghigliottina è soltanto un duplicato di ferocia, niente di più.

È ovvio che le mutate condizioni generali renderanno automaticamente impossibili alcune di queste atrocità che oggi tanto ci colpiscono, in primo luogo quelle di chi oggi fa fischiare la ferula dello sfruttamento. Ma le altre? Quelle che la naturale bestialità umana porta con sé? Per queste bisognerà aspettare che l’autogestione si generalizzi veramente, che non solo occupi le braccia e le menti ma anche i cuori e le più profonde pulsioni, anche le peggiori, sostituendo il progetto creativo alla pulsione distruttiva. Non voglio dire che l’autogestione si abbandonerà pacificamente alle trovate di sabotatori folli, del tutto in controtendenza riguardo la conflittualità verticale di cui parlavo prima, si dovranno in questo caso considerare come residui nostalgici del mondo vecchio o come individui irriducibili agli interessi dell’autogestione generalizzata. Ci si difenderà proponendo che autogestiscano nel modo che più aggrada loro il proprio punto di vista, stroncando duramente ogni tentativo di sabotare il processo che non condividono. Non essendoci conflitti orizzontali non si possono permettere intenzioni che vogliano crearli per il semplice gusto di fare una cosa diversamente.

E agli anarchici? E il loro modo di essere contro ogni principio autoritario? Se troveranno questo principio in atto nella società della generalizzazione autogestionaria vuol dire che questo processo non si è attuato e che sussistono ancora conflitti orizzontali, cioè di sfruttamento. In questo caso la loro azione contro sarà più che giustificata, ma siamo ben al di là dell’esempio precedente. Non perseguendo lo scopo immediato di una qualsiasi lotta intermedia, in questo caso gli anarchici avrebbero solo il compito di contrastare lo sviluppo di conflittualità orizzontali, dove lo scontro si accende per un residuo del principio di potere. In sostanza, essendo quest’ultimo fuori del processo autogestionario, può svilupparsi solo mascherandosi sotto forme diverse, non tutte prevedibili.

Scoprire queste nuove forme e dare loro la caccia è sempre compito degli anarchici. Non che questi siano i custodi della morale autogestionaria, cioè di una serie di regole etiche che mettono fuori gioco il dominio dell’uomo sull’uomo. Non c’è nulla da custodire perché non c’è un principio sacro da difendere, che gli anarchici rifiuterebbero per primi. La questione vera è che gli anarchici non si accontentano della forma e vogliono la sostanza dell’autogestione generalizzata, e questa non accetta nessuna logica di potere nel suo concretizzarsi in cose e uomini che quelle cose fanno. Occorre essere chiari in modo dirimente su questo problema, la lotta degli anarchici non si arresta con la distruzione del mondo vecchio, essi continueranno a frugare fra le rovine alla ricerca delle ultime tracce.

Di per sé l’autogestione non è un richiamo all’ordine, sia pure un ordine nuovo. Apre semmai a visioni impensabili prima della distruzione ma non le conclude, non suggerisce un sigillo confortante e definitivo, non è un accadimento solennemente registrato dalla storia, essa taglia corto con le attestazioni e con la storia stessa, che è sempre storia della melma politica e dei crimini del potere. Allo stesso tempo essa non assume su di sé il compito impossibile di fare la felicità degli uomini, destinati quasi sempre a una maggiore infelicità quanto più diventano coscienti di loro stessi, una infelicità diversa dallo sfruttamento, ma sempre melanconica infelicità. Questo è un argomento che abbiamo di già sfiorato, accennando alle nuove forme di gioia, le quali potrebbero comportare proprio questa infelicità di cui parliamo adesso.

Le grandi realizzazioni produttive dell’autogestione generalizzata scuotono l’uomo vecchio e lo trasformano nell’uomo nuovo. Questo straordinario processo non è una banale affermazione utopica, è la conseguenza di uno sguardo panoramico dato alle rovine, dove crescono, qua e là, tra rovi e sterpi, mostruose formazioni mai viste prima. Queste dapprima si incastonano a caso, creando un caos incomprensibile per chi deve viverci e anche per chi, come me, osserva questo continuo fiorire da lontananze siderali. Sono vibranti e sfrontate affermazioni di vita nuova, non unità singole, ma raggruppamenti d’affinità produttiva, dichiarazioni d’amore verso il futuro, verso quello che si riuscirà a fare in futuro, in una rete correlazionale in cui le corrispondenze si risponderanno e si contraddiranno fino a sfiancarsi e tacere. È una guerra nuova, una guerra che non si è mai guerreggiata prima, dove gli scontri non sono tra nemici orizzontalmente diversi, ma verticalmente complementari.

Dietro tutto questo non c’è memoria, non c’è custodia antica o recente di simboli o bandiere per cui farsi uccidere, tutto è stato consegnato al futuro, venali contrasti e dolci tenerezze. La tristezza è qui compagna della gioia e il possesso nasce e si scioglie nel dono. Non ci sono appartenenze reciproche stabili, né personali né produttive, che non siano revocabili attenendo ognuno, prima di tutto, a se stesso. La passione è amore e l’amore è incontro appassionante nella vita, il che è come dire nell’autogestione generalizzata. Non ci sono piattezze che non possano innalzarsi a picchi inaccessibili o profondità che rimangono insondate. E la morte visiterà la vita, come sempre accade, non una sua consorella col sudario addosso.

Tutto questo quadro è una visione delle rovine e delle fioriture, una tensione che cerca di cogliere qualcosa, qua e là, che non può dissociare – come avviene di regola nella logica dell’a poco a poco – pensiero e sentimento. Voglio che almeno, da questo tentativo, si possa cogliere l’atmosfera del mondo nuovo, l’odore e il sapore dell’autogestione, voglio che si possa intravedere ciò che essa può sviluppare, esasperare, sollecitare, spingere, esercitare fino allo spasimo, scatenare, dall’interno di quel buco nero della distruzione totale. Voglio che si possa immaginare quest’onda mostruosa innalzarsi al di sopra delle rovine, coprirle e sbriciolarle per l’ultimo contraccolpo, quello definitivo.

Ogni singolo elemento produttivo adesso si presenta correlato con novità autogestionarie generalizzate che lo rendono incomprensibile all’occhio guercio degli economisti. Io stesso devo fare uno sforzo per mettere da parte questo bau-bau, giocattolo che una volta è stato, millenni fa, la mia professione. Di fronte all’elemento produttivo ora non ci sono protezioni, non ci sono rifugi sicuri, né valori di scambio né equazioni dell’imprenditore. Se lo osservo in modo da isolarlo con l’immaginazione, questo elemento se ne sta appollaiato, solitario e goffo, muto e riottoso a qualunque richiesta di spiegazioni. Non c’è più un palcoscenico dove recitare la sua parte. Mille progetti lo circondano, e mille e mille lo correlano con l’autogestione generalizzata, da solo non è che una suppellettile superflua e silenziosa. Alla fine, se insisto, utilizzando residui della formalistica economica del mio passato mestiere, si sbriciola con una serie di smottamenti. Il terreno logico che una volta, nel mondo vecchio, l’avrebbe sorretto, il consumo di mercato e il valore di scambio, adesso non c’è più. Più che una erosione è un crollo.

O si guarda all’insieme autogestito o ci si muove fra le sabbie mobili, più si insiste e più queste ultime ingoiano il singolo elemento produttivo con un effetto disastroso anche per le altre corrispondenze che ne potrebbero subire il contagio. Ma lo sguardo d’insieme non si ottiene a comando, è prodotto dalla conoscenza e, nello stesso tempo, dalla coscienza di sé. Non c’è un osservatore estraneo, tutti siamo in campo, e le reazioni allo svolgimento del gioco decidono, tutte insieme, l’esito che è in palio. Non c’è qualcuno o qualcosa da esaltare o biasimare, ci siamo noi tutti, nessuno escluso, e siamo noi gli artefici del nostro destino.

Il riverbero del passato è comunque destinato ad affievolirsi. Le rovine testimoniano di qualcosa che non può tornare indietro se non come vicenda occasionale, chiacchiera pruriginosa, schizzo abbreviato e repentino di un tempo che non può risvegliare nostalgie se non in persone legate al vecchio regime e a esso sopravvissute. Amori furtivi e produzioni da sfruttamento sono parimenti materia per favole ormai quasi incomprensibili. Direttori spirituali e direttori di produzione sono morti nella medesima ecatombe. Solo all’interno della coscienza diversa, dove anche la caverna orrida dell’antica melma è stata, per quel che si sa, sepolta e sigillata, potrebbero riaffiorare rigurgiti immondi, pazzi che ancora amano l’apparire all’essere. Non solo pazzi, a dire il vero, ma anche paurosi del respiro profondo, delle onde che si infrangono sulle scogliere inattaccabili, dei percorsi arditi e incerti nella verginità della foresta inestricabile. Ma anche questa genia incorreggibile, prima o poi, scomparirà.

Prima di concludere queste annotazioni scritte ad Άμφισσα, nelle condizioni che ho già ricordato, voglio dare un ultimo sguardo d’insieme all’autogestione generalizzata.

Il libro che ho pubblicato, nella sua terza edizione italiana [Autogestione e anarchismo, Trieste 2013], costituirà per il lettore uno strumento utile per capire meglio i semi di mostruosità che qui ho profuso a piene mani. Sono di fronte all’inverosimile umano – degradazione e sopraffazione – e questi semi li ho a portata di mano, basta chinarmi a raccoglierli nel fango che copre tutto l’ambiente carcerario in cui vivo, fango di cose e fango di uomini, atrocità e miserie, uno splendido coacervo che, alla mia età e con la mia esperienza di carcere, non avevo ancora visto.

Questi semi li colloco qui senza acrimonia, dopo averli puliti e resi quasi filosoficamente comprensibili. Certo, non sono annotazioni che tutti potranno leggere, e io non le ho scritte per tutti, le ho scritte per quei pochi che non hanno paura di guardare in faccia l’ignoto. A questi ultimi, che hanno litigato come me con la ragione, raccomando di non chiudersi di fronte all’esempio concreto – che spesso manca –, di non sperare di trovare il teorema economico che non può esserci. Raccomando solo di allargare lo sguardo, di imparare a sopportare la forza delle ondate che si susseguono nel tenebroso oceano dell’autogestione generalizzata. Non ho costruito roccaforti per fronteggiare le forze dell’ignoto, né ho scavato camminamenti fra le rovine del mondo vecchio per facilitare il passaggio al mondo nuovo.

Solo, senza nessun apporto teorico a portata di mano, non potevo scrivere un Trattato di economia – e questo, nella mia personale disgrazia, è una fortuna per tutti –, quindi non cercherò di spacciare queste annotazioni per quello che non possono essere.

Se sono nella realtà – e il languire di cinquanta reietti impazziti me lo conferma – queste visioni possono essere lette come un contributo a qualcosa che è ancora di là da venire. Niente di assestato, di definitivo, di tranquillo, di ripetitivo, né qui, in queste pagine, né nell’autogestione generalizzata. La novità, che è quasi sempre il ripresentarsi del di già visto in forma modificata, non è mai stata tanto nuova.

Che il mondo a venire, finalmente aperto dalla distruzione totale, non ci metta paura. Esso sarà l’assolutamente altro, mentre queste annotazioni, così estreme, come ritengo saranno giudicate da molti, appartengono al mondo vecchio.

E forse sono un ghiribizzo da vecchio.


Finito ad Άμφισσα il 31 dicembre 2009