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    Nota introduttiva alla seconda edizione

    Introduzione alla prima edizione

    L’opposizione insanabile

      Il venire meno

      Nel palazzo d’inverno è tornato l’autunno

      Un nemico senza cuore è forse immortale?

      L’espediente del chiamarsi fuori

      Il senso delle lotte

      La stupidità

      La stazione d’arrivo e tutto il percorso

      Le lotte intermedie

      La generalizzazione

    Relazione presentata al Convegno dal titolo “Riforma del Codice Penale”, tenuto all’interno del carcere di Rebibbia il 10 febbraio 2000

      Diseguaglianze sociali

      Il Codice penale riproduce le diseguaglianze

      La produzione del crimine

      L’espulsione dalla società

      Il cosiddetto reinserimento

      La frantumazione

      La diseguaglianza delle pene e quella del trattamento

      Le due controparti

      Il concetto di lotta intermedia

      L’ideale della distruzione del carcere

      Il processo di ristrutturazione

      Le singole leggi di riforma carceraria e la riforma del Codice penale

      L’attesa

      La diseguaglianza del trattamento come selezione e premio

      La soluzione dell’automatismo

      Una mentalità flessibile

      Lo scopo delle lotte in carcere

      La risposta

    La condizione carceraria e le lotte dei prigionieri oggi in Italia

    Intervista a Radio Onda Rossa del 7 novembre 1997

    Intervista a Radio Onda Rossa del 27 dicembre 1999

Nota introduttiva alla seconda edizione

Lo schiavo che non si ribella merita le proprie catene. E nessuna condizione sollecita la rivolta quanto quella carceraria. È spontaneo, quando si vive sotto un regime coatto, pensare a ribellarsi, ma niente è più difficile da realizzare.

Ho vissuto recentemente una dura esperienza nelle carceri greche – le peggiori che abbia sperimentato in vita mia – ed ho da subito pensato a ribellarmi contro le mille, estreme, ingiustizie che mi assalivano da ogni parte. Eppure non ci sono riuscito. Sarebbe stato un andare incontro a morte certa. Evidentemente, come ho capito dopo, anche gli altri miei compagni di sventura, la pensavano allo stesso modo.

Certo, abbiamo fatto scioperi più o meno della fame, del carrello e della spesa, del lavoro (chi lo aveva), ecc., ma in fondo c’erano ancora dei margini per respirare. Per quanto feroce fosse la condizione carceraria, di gran lunga peggiore di quella che ho sperimentato in decine di carceri italiane, si poteva andare oltre. Ecco, quale è la linea di demarcazione che spinge alla rivolta irrimediabile? Si tratta di un confronto di equilibri col potere e non è facile scoprire le carte di quest’ultimo, come non è facile mettere sul tavolo le carte che ognuno ha in mano, in genere modeste e di poco peso, se si esclude la propria vita.

Chi guarda le mura di un carcere dall’esterno non si rende conto di come questo equilibrio sia precario e di come possa rompersi da un momento all’altro. Chi vive dentro un carcere lo sa e sta allerta, aspetta il momento buono per colpire il nemico che ogni sera, con accuratezza sopraffina, chiude il blindato.

Il luogo estremo dell’istituzione totale è quello dove il potere mette in mostra la vera essenza di se stesso, il tessuto più intimo di cui è fatto. Qui non ci sono equivoci, tutto è bianco o nero, mancano i colori che in altri luoghi confondono le idee.

Le lotte dei detenuti è per questo motivo che sono le lotte di tutti noi, anche di coloro che – provvisoriamente – sono in libertà condizionata, cioè di tutti gli sfruttati.


Trieste, 26 ottobre 2011

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla prima edizione

Gli scritti qui pubblicati documentano un problema che mi ha sempre interessato: quello delle lotte dei detenuti.

So bene che in questo campo ci sono idee molto divergenti fra i rivoluzionari, e so anche che gli anarchici hanno spesso finito per accettare posizioni, per quel che mi riguarda, non sostenibili. Trovandosi in carcere è facile assumere la posizione netta e chiara di chi non è disponibile a nessuna lotta, se questa non ha le caratteristiche radicali della più completa distruzione. Sono d’accordo anch’io che la migliore soluzione possibile – e in fondo la sola praticabile – per quel che riguarda il carcere è la sua completa distruzione. Ma non sono d’accordo a considerare qualsiasi forma di lotta che può venire dal carcere, da parte degli uomini e delle donne in esso prigionieri, come qualcosa che avviene “col permesso della direzione”.

Cominciamo a sfatare questo aspetto.

Considerando le cose in modo distaccato, non c’è dubbio che qualsiasi lotta, anche quella che comincia in maniera “intermedia”, e poi si sviluppa fino alle sue radicali conseguenze, che non sono soltanto costituite dal raggiungimento dell’obiettivo, è fatta “col permesso della controparte”. Se quest’ultima decidesse di stroncare qualsiasi manifestazione di dissenso fin dal suo primo sorgere, nessuna lotta potrebbe vedere la luce, essendo, per definizione, la distribuzione delle forze in capo, intese queste forze dal punto di vista ridotto ed esclusivo della capacità militare d’intervento, decisamente dalla parte della repressione.

Ma perché, nei fatti, questo non avviene? Perché il rapporto di forza, in campo sociale, non è costituito soltanto da un mero quantificarsi delle bocche di fuoco. Esso va oltre, affronta quegli infiniti squilibri che tessono il canovaccio dei contrasti sociali e si sviluppa fino alle possibili conseguenze di un affrontamento totale, a volte soltanto desiderato, perfino sognato, ma non per questo da escludersi a priori. Di regola, intendiamo, noi rivoluzionari, per “politica” – con tutti i contorcimenti di muso scaramantici del caso – questo valutare i pro e i contro, che la repressione attua prima di decidersi ad intervenire. La stessa cosa avviene in carcere.

Non sempre la custodia è in grado di fronteggiare un movimento di dissenso, non sempre può ricorrere subito, e senza indugi, come vorrebbe nella maggior parte dei casi, a quegli interventi di salute pubblica che la caratterizzano e per cui risulta dotata in uomini, mezzi e mentalità. Non sempre, perché il problema è più articolato, e questa articolazione diventa terreno su cui può crescere il dissenso stesso, irrobustirsi, formare nuclei di possibile presa di coscienza, aggregarsi in strutture minimali, molteplici e informali, prendere corpo a livello territoriale, stabilire contatti con altre carceri, allargare la protesta, fare sentire la propria voce, dolorosa e spesso ai limiti della sopportazione, misera perché depauperata al massimo dalla mancanza di libertà, ma mai del tutto spenta.

Quando venni arrestato nell’ottobre del 1972 stabilii, com’è logico, molti contatti amichevoli nel carcere di Catania. Erano tempi durissimi. Le strutture carcerarie e i metodi di custodia erano ancora arcaici e fortemente repressivi. Era in uso l’ispezione corporale approfondita, i letti di contenzione, l’isolamento per ogni piccola infrazione al regolamento (venni punito con 15 giorni di cella d’isolamento per essermi rifiutato di lavorare), l’intervento della squadra punitiva per ogni minima questione, anche fra detenuti, i pestaggi quotidiani e la non possibilità di utilizzare i minimi livelli di sopravvivenza in cella (non si poteva cucinare, non si possedeva un fornelletto, né una sedia, né un tavolino, né la televisione, ecc.). Organizzammo una protesta contro gli abusi riguardanti la consegna, da parte delle guardie, dei pochi generi di sopravvitto che si potevano acquistare. In molti casi mancava sempre qualcosa: un pacchetto di sigarette, una bottiglietta d’aranciata, un rotolo di carta igienica, una tavoletta di gas concentrato. Ci astenemmo per tre giorni dal fare gli acquisti. Azione masochista ma importante perché indicava una strada sotto molti aspetti nuova, cercava di sottolineare dove stava il problema, anche se per le condizioni in cui si viveva allora in carcere non lo si poteva dire chiaramente. Anche io, che pure ero in carcere per attività sovversiva (alcuni articoli pubblicati su “Sinistra libertaria”), non potevo dire le cose chiaramente perché la maggior parte dei detenuti non avrebbe accettato il minimo passo in avanti. Anche io mi dovevo muovere con grande prudenza. Si ottenne il piccolo risultato di bloccare gli ammanchi quotidiani.

Quando, dopo qualche mese dalla mia scarcerazione, la protesta dei detenuti scoppiò molto più ampia e feroce, quando salirono quasi tutti sui tetti e cominciarono a smantellare la copertura delle tegole gettando il materiale in strada, i carabinieri vennero a prendermi a casa dicendo che alcuni detenuti, prima di interrompere la rivolta, avevano chiesto di parlare con me. Condotto in carcere sono stato perquisito e portato nella rotonda, e qui lasciato solo. Dopo qualche minuto la grande porta del braccio destro (il solo agibile in quel momento) venne aperta dai detenuti e entrai per parlare con loro. Le loro richieste erano di avere un vitto più decente (dopo i diversi casi di intossicazione verificatisi nei mesi precedenti), di avere la possibilità di comprare un più ampio numero di cose al sopravvitto, di non essere spennati dall’azienda che gestiva la vendita dei prodotti all’interno del carcere e, infine, di non avere ripercussioni personali (pestaggi, trasferimenti) a seguito dell’azione in corso.

La mia risposta fu che avrebbero potuto parlare loro direttamente col procuratore della repubblica che si trovava in quel momento all’interno del carcere, o col direttore, anch’egli presente. Ma nessuno di loro si fidava di quella gentaglia. Risposi che la mia presenza non aumentava di certo questa fiducia, che sempre sbirri erano e che quindi non ci si poteva fidare di loro. Mi risposero che comunque il più era stato fatto (distruzione di una parte del carcere) e che per il resto bastava che io mi impegnassi a fare conoscere all’esterno gli eventuali provvedimenti più gravi, in particolare i trasferimenti con destinazione ignota.

La fine di quella mia prima esperienza fu che parlai con il procuratore della repubblica e col direttore, questi garantirono quello che da perfetti sbirri dovevano garantire e dopo, con la morte nel cuore, vidi entrare i carabinieri dentro il carcere. Va da sé che vi furono terribili pestaggi e trasferimenti. Cercai, insieme a qualche compagno, di fare qualcosa per i primi e per i secondi. Si denunciò la vicenda a livello locale, con manifesti e volantini, si fecero riunioni, si ricorse all’aiuto di decine di avvocati per limitare i danni dei trasferimenti peggiori, e a me venne l’insegnamento, sia pure nei limiti della delega che ingenuamente mi venne data dai detenuti, e che non potevo di certo rifiutare senza tradire la loro fiducia, che loro la maggior parte del lavoro l’avevano fatto.

Quando poi, tanto tempo dopo, nel carcere di Bergamo, dove ero detenuto da quasi due anni, mi ritrovai nella medesima situazione, cioè designato come rappresentante dei detenuti nel corso dello sciopero che stava organizzandosi, ancora una volta non volli tirarmi indietro. Ne vennero fuori tre mesi di lotte articolate che cominciando con uno sciopero della fame di sei giorni, si conclusero alla fine del 1990 con la concessione dell’amnistia: una delle richieste di quella lotta.

Molti coglieranno qui una contraddizione tra quanto ho scritto nel libro E noi saremo sempre pronti a impadronirci un’altra volta del cielo, dove parlavo in modo radicale contro l’amnistia. Ma si tratta di una contraddizione solo apparente, che è facile chiarire. Altra cosa è la situazione in cui mi trovo a lottare insieme ai miei compagni per ottenere l’amnistia per reati attinenti alla mia attività rivoluzionaria, quindi proponendo la cessazione dello scontro di classe in termini di “guerra conclusa”, ed altra cosa è se partecipo ad una lotta per l’amnistia per tutti e vi partecipo insieme ai detenuti. In questa seconda eventualità, partecipo ad una “lotta intermedia” e chiedo maggiore spazio per sviluppare al meglio una diversa lotta che forse potrà venire fuori e forse no, ma che per me è il vero obiettivo, ed è la lotta per la generalizzazione dello scontro, per l’insurrezione armata contro lo Stato e tutti i suoi servitori. Come si vede la situazione si ribalta: nel primo caso, chiedendo l’amnistia, io dichiaro a priori lo smantellamento di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria, nel secondo caso, chiedo apparentemente la stessa cosa, ma la chiedo nella prospettiva rivoluzionaria dello scontro generalizzato.

So che queste lotte possono essere recuperate, ma c’è una differenza: la prima lotta, cioè l’ammettere che ogni obiettivo rivoluzionario è tramontato, è recuperata in partenza; la seconda lotta, anche se la richiesta è “intermedia”, presenta sempre la possibilità di uno sbocco rivoluzionario. E questo è possibile anche in carcere.

Questa differenza resta valido strumento di analisi perché riflette sullo stesso concetto di recupero. Molti si ritengono esentati dallo studio dei mezzi di lotta sempre più ampi e sempre più difficilmente recuperabili, ammettendo, a priori, che qualsiasi mezzo di lotta, e quindi qualsiasi lotta, è recuperabile. Ne deriva, partendo da questi presupposti, che l’unico mezzo non recuperabile è quello estremo, in genere lo scontro armato frontale che rende lo Stato privo di infingimenti politici e lo espone al ricorso alla repressione estrema, allo svelamento della sua vera natura ultima. Ciò è senz’altro vero, ma è semplificatorio. Mi ricordo del monito di Malatesta che aveva in sospetto coloro che non scendono in campo se non per mettere il mondo a soqquadro, e che restano sulle proprie reticenze quando si tratta di fare qualcosa, di cominciare da un punto qualsiasi dell’ampio ventaglio repressivo. Egli preferiva, se non ricordo male, cominciare ad agire, sia pure nel piccolo e nel limitato, perché aspettando la grande occasione di tutto distruggere, si finisce per non fare nulla e quindi tutto accettare.

La lotta intermedia, presa nel senso generalissimo di lotta che non si propone immediatamente obiettivi rivoluzionari, si presenta quindi, in qualsiasi settore della vita sociale essa viene a svilupparsi, come lotta rivendicativa. Mantenendo le distinzioni a questo livello, tra rivendicazione e distruzione, tra richiesta di miglioramenti e rivoluzione, passa un abisso che nessuna buona volontà, nessuno spirito di servizio, nessuna machiavellica intrusione della politica nella morale potrà mai colmare. Non è pertanto dalla modificazione degli obiettivi che deve attendersi una risposta, quale che sia. Per quanto questi obiettivi che la lotta ricerca e individua per soddisfare i bisogni della gente possano variare, resta la radicale differenza di fondo tra quelli che sono i miei veri scopi, di rivoluzionario e di anarchico, e quello che può essere l’obiettivo della rivendicazione più radicale ed estrema. Ma, così facendo, mi ritraggo da ogni contatto con le condizioni materiali dello scontro di classe, taglio via le possibilità stesse di una convivenza conflittuale, quella con la società nel suo insieme, che rendono significativa di sbocchi, e quindi di contraddizioni, l’attività rivoluzionaria stessa. Non avendo la verità in tasca, non ammettendo nemmeno che questa verità qualcuno possa veramente averla a portata di mano, non mi resta che imparare dalle difficoltà stesse della vita, anche dai minimi movimenti che sembrano privi di significato, dalle resistenze passive, dagli atteggiamenti di non omologazione, dai rifiuti più banali, a volte nemmeno visibili, dalle ribellioni individuali, ma lo stesso pregne di significati collettivi, che nella collettività nascono e muoiono, e da tutti quegli atti che dimostrano vitalità e creatività, ma che lasciati a se stessi abortiscono nell’assuefazione e nell’indifferenza.

Quello che mi può caratterizzare non è quindi la significatività dell’obiettivo, la larghezza delle analisi che fanno vedere l’importanza del suo raggiungimento, il tessuto relazionale che metto in risalto per cui quell’obiettivo, dapprima circoscritto, mostra alla luce del sole connessioni da altri non viste. Non è tutto questo. Quello che conta, che caratterizza il mio intervento di rivoluzionario, è il metodo.

La lotta intermedia ha un senso se proposta in base ad un metodo rivoluzionario e anarchico, se si differenzia in base ai mezzi scelti, e quindi anche al modo in cui impiegare questi mezzi, non recupera il proprio senso soltanto in funzione dell’obiettivo che si è scelto. Quest’ultimo, se resta essenziale – e come potrebbe essere altrimenti – per la gente, non lo è per me che sono quello che sono.

Questo chiamarmi diverso, questo identificarmi come portatore di un pensiero diverso – e quindi di una metodologia diversa – non è aristocrazia dell’azione, e del pensiero, ma è reale identificazione di quello che voglio, con tutti i suoi limiti e le sue possibilità. Io voglio, nella lotta intermedia, quindi pienamente e soddisfacentemente rivendicativa, che emerga un metodo, che si raggiunga un risultato positivo attraverso il mio metodo, il mio metodo, non quella sommatoria di procedure raffazzonate che spesso vengono empiricamente messe insieme per fare prima, con intenti esclusivamente pratici, e con risultati a volte soltanto ridicoli.

E questo lo voglio anche in carcere. Il carcere, pur con le sue speciali condizioni repressive, non è un altro mondo, è soltanto un luogo “diverso” della società, e quindi del potere che la società condiziona e regge, un luogo fisico e mentale in cui il potere si esprime semplificando alcune sue regole, in particolare quelle repressive. Luogo dell’istituzione totale che, per questo motivo stesso, rende alcune condizioni più immediatamente leggibili. Al suo interno non ci si imbroglia tanto facilmente in mezzo alle “libertà”, di cui la cosiddetta società libera è piena fino all’orlo. In carcere tutto è più difficile, perfino fare una passeggiata, e, proprio per questo, tutto è più facile.

Sognare, come fa qualcuno, livelli di lotta in carcere caratteristici di alcuni decenni fa, collocando al massimo di questi livelli, ad esempio, la settimana rossa dell’Asinara, o gli scontri di Trani e di Voghera, significa non rendersi conto che non esistono livelli ideali di lotta, ma soltanto lotte che devono, ciascuna nell’ambito delle proprie caratteristiche, svolgersi, con il nostro personale contributo, fino in fondo, fino cioè ad esercitare tutte le loro potenzialità, per svilupparsi, se è il caso, verso una sempre possibile generalizzazione dello scontro.

Allo stesso modo per cui non c’è un cuore dello Stato, una contraddizione fondamentale del capitalismo, non c’è nemmeno una lotta da privilegiare sulle altre, ma un metodo che si rivela migliore degli altri, una volta sperimentato nella lotta, e quest’ultimo è certamente il metodo della conflittualità permanente, dell’autogestione e dell’attacco, metodo che tiene lontano tutte quelle forze che non hanno interesse a far sì che la lotta si sviluppi fino alle sue estreme, naturali, conseguenze.

La condizione carceraria non fa eccezione. Anche in carcere sono possibili lotte intermedie, e le esperienze di discussione e di approfondimento analitico che vengono qui presentate cercano di dimostrarlo.


Trieste, 24 gennaio 2000

Alfredo M. Bonanno

L’opposizione insanabile

Che nella vita ci sia da lottare è fatto che tutti, prima o poi, sperimentano. Anche gli apatici, i sognatori incalliti, le vecchie zitelle e i sonnacchiosi benpensanti vedono il proprio cielo solcato da nubi che si affrettano a diventare più minacciose. Niente fa pensare alla quiete, la vita fugge da ogni concezione d’immobilità, la quale si presenta sempre come un’astrazione di comodo, mai come un fenomeno concreto, un accadimento preciso davanti ai nostri occhi.

Eppure tutti aspiriamo alla pace e alla tranquillità. Tutti, senza eccezioni. So bene quello che dico, e so bene come taluni aspiranti ribelli (dico aspiranti) si immaginano la vita: una serie di vicissitudini gloriose sulle barricate, o almeno la loro vita, quella che sognano di vivere, ma che in effetti vive soltanto nei loro sogni.

Ecco che ogni rigoglìo di desiderio, ogni arraffare di cognizioni immediate, ogni imbellettata acquisizione pratica, ogni avvicendarsi pallido della barcollante conoscenza individuale, viene scambiato per una vita diversa, un soggiornare sul livello massimo dello scontro, quando invece non si tratta che di battibecchi da osteria, di chiacchiere al bar tra ubriachi davanti al penultimo bicchiere. In fondo, anche queste apparenti sollevazioni del sabato notte sono espressioni di richiamo all’ordine: ognuno cerca il brivido della pelle, poi si rivoltola nel proprio pastrano per passare la notte nel migliore dei modi, sopraffatto dai fantasmi messi in moto.

Non ammettere, molto semplicemente, un passaggio più violento di sangue nelle proprie vene, scambiarlo per guerra all’ultima goccia col nemico di classe, è ridicola puerilità. La lotta è altra faccenda, altro turbamento. Non le mani sui fianchi, questo è vero, ma nemmeno le idee stillanti dai propri umori come fastidiosa secrezione. Nessun desiderio di ordine può essere immerso fino a scomparire nell’abbagliante conflittualità verbale: prima o poi emerge in modo spesso ridicolo, svela stati d’animo che sarebbe stato meglio non palesare.

Cercarsi il proprio nemico è scienza rigorosa, ma non del rigore della scienza che pretende fare del proprio rigore metodo di verità, quanto di quell’altro rigore, quello della coerenza con se stessi, del metodo e della inflessibile solitudine dei discorsi che non si possono rifiutare, che non possono risolversi in un ammiccante possibilismo. Oggi feroce assalitore di simboli e sporcizie burocratiche, domani contrattualista convinto in nome di una parentesi che mi conviene impiegare, tanto sono io stesso a decidere di quel che è giusto per me e di quello che per me è sbagliato. Ogni relativismo, dietro i suoi sillogismi, nasconde un triste filisteo.

In merito allo scontro non possiamo mentire. Si mente difatti col freddo delle parole: frequentiamo concetti che a volte coprono quello che vogliamo dire, e questo voler dire non è quasi mai quello che ci sta nel cuore, il punto più misterioso, ma quello che riteniamo convenga agli altri ascoltare come nostro ponderatissimo giudizio. Ma noi quasi mai possediamo giudizi veri e propri, né tanto meno ponderati. Offriamo il nostro collo al boia senza preoccuparci. Abbiamo opinioni, opinioni che un processo abilissimo di condizionamento ci procura e che pensiamo ci appartengano come una seconda pelle, opinioni che utilizziamo da quando mettiamo i piedi fuori dal letto al mattino, fino al momento di tornare a dormire. Ma siamo sicuri di essere svegli durante questo intervallo di tempo? Siamo sicuri di quello su cui siamo pronti a giurare?

In fondo, tanti ribelli sono proprio sicuri di essere ribelli, oppure sono semplicemente sacrestani in vena di esagerazioni verbali munite di lustrini?

Mi sono posto questa domanda più volte nel corso della mia vita, naturalmente cercando di interrogarmi in merito a quello che andavo dicendo e scrivendo, oltre che facendo, e mi sono ritrovato a scoprire dentro di me, dentro le pieghe più impercorribili dell’animo mio, connessure segrete dove si annidava qualcosa di protettivo, di convenzionale, occhi che guardavano con sorpresa le mie subitanee decisioni di coinvolgermi in accadimenti o in teorie, forse non del tutto valutati e ponderate. In tutto quello che percepiamo e consideriamo nel far fronte ai progetti che nebulosamente formuliamo dentro di noi, c’è sempre questo dubbio remoto, questo sapore di liquirizia di un tempo passato: ma io che cosa sto facendo? Ho trovato il mio nemico, o questo continua a sfuggirmi, come posso fare per riagguantarlo? Quali salti, quali piroette? Strategie e documentazioni, tutto ciò va bene, ma perché allora lui continua a dileguare sicuro e incontrollato? Forse ha un protettore (lui, il mio nemico) dentro di me? Forse sono proprio io che lo proteggo, che non voglio raggiungerlo, piombargli alle spalle, navigare insieme a lui gli ultimi flutti dello Stige?

La considerevole messe di giudizi su questo e su quello, l’avere percorso interminabili sentieri di valutazioni meccaniche e redatto plichi pesanti di informazioni, mi ha di certo (qui parlo per me, ognuno ne tragga le conclusioni che vuole) avvicinato alla identificazione del nemico. Ma questo avvicinamento, esso stesso, non è forse un modo per allontanarmi? Senza fare ricorso alle antinomie classiche, man mano che mi avvicino, per quanto possa dire di avere in pugno la situazione, di affissare il mio sguardo su di lui, sul mio nemico, resta sempre, fatto inevitabile, un ultimo passo da compiere, forse il passo decisivo. E quando compirò questo passo?

Questo ultimo passo, quello appunto decisivo, è possibile solo se mi rendo conto di che cosa vuol dire “lotta”. Lasciando questo fondamentale concetto nella nebulosa originaria, dove di tanto in tanto vola via qualche intuizione geniale, capace di mettere il mondo a soqquadro, ma solo in potenza, mai in effettive trasformazioni, tutto dilegua nell’inaccessibile disfacimento del desiderio, solitario e ammaliatore. Torno sempre nuovamente a cercare il mio nemico, fin quando il desiderio di attaccarlo si attutisce e crolla, dissolvendosi a poco a poco. Che triste condizione quella del ribelle che per continuare a ribellarsi ha bisogno che la luce si prolunghi all’infinito, la luce del suo cuore, e per questo si palpa il petto in ansiosa attesa che tutta la tensione accumulata negli anni resti intatta, mentre poco o nulla fa per sollevare effettivamente la piccola pietra da lanciare contro l’obiettivo desiderato.

Ma, per quanti desideri abbandonati l’eterno ribelle riesca ad accatastare, c’è sempre una insanabile situazione di scontro che non si può mettere da parte, che la sua stessa condizione di ribelle, il suo carico d’odio, gli impediscono di mettere da parte. Il vero risultato non è quindi la semplice inazione del ribelle che non si decide, fatto di per sé abbastanza ridicolo, ma il ripresentarsi del desiderio di attacco, con difficoltà di precisazione, il tutto in un labirinto di rinvii e ritorni su cui stormiscono le cime del rimpianto. Spesso l’impotenza si colora di estenuante splendore.

Il venire meno

Mi disseto di più venendo meno alla sete inestinguibile. Ecco quel che disse l’assetato alla fine accostandosi alla fontana. Non si tratta di fare sconti al desiderio di totalità, al contrario, si tratta di renderlo palpabile, pietra bianca e nera con cui costruire, non sabbia che passa via fra le dita.

Sognando distanze incolmabili, si resta sempre nella decisione da prendere. Nessun nemico è mai degno del mio sacro furore, disse il cavaliere, non accorgendosi che la sacralità del suo furore allontanava il nemico e gli dava così un margine di sicurezza che finiva per ingrassare il cavallo. C’è sempre un modo per non sapere quello che so, e così darmi a poco prezzo un’assicurazione sulla vita.

Gli obiettivi capaci di lacerare l’apparenza, questa barbona pidocchiosa, sono molti e tutti ugualmente modesti. Singolarmente presi essi vengono meno allo stile che sembra caratterizzare il “gran giorno”, la resa dei conti, che per altro si perpetua all’infinito con strane contorsioni. Vivo così tristemente sparso nel mondo e sogno le mie illusioni giornaliere, accontentandomi di aspettare che arrivi la mia occasione, il momento buono per assestare il colpo mortale, quello che tutti aspettavano a dare ma che nessuno trovava il coraggio di dare. Un severo monito mi viene dal mio animo di ribelle, si agita davanti agli occhi come un dito severo, e mi dice che nessun obiettivo parziale è degno del mio furore, più oltre bisogna andare.

Qui si nasconde una trappola infernale. Certo, questa trappola è a doppia uscita. Posso vanificare tutto cogliendo l’infinitesima parte della ribellione (il primo carabiniere all’angolo della strada potrebbe andar bene), ma in questo modo non ho che capovolto il problema. Colpire va bene, la mia ribellione farebbe alla fine il passo decisivo, annullerebbe la distanza dal nemico, mi porrebbe di fronte al punto di non ritorno, ma sarebbe lo stesso materia contraffatta mai appagata, malamente distorta. Il disgustato colpisce in modo disaccorto, mescolandosi alla folla. Ciò è, ovviamente, più che comprensibile, ma è forse il disgusto un canone di comportamento? Non lo so, in ogni caso mi sembra un abbandonare la scena, un ritagliare i minimi termini del confronto per fissare i piedi finalmente su qualcosa di solido. Ma questo qualcosa, solido, lo è veramente?

Non c’è cognizione attiva del proprio essere nel mondo che non si affacci sul problema dell’azione. Questa non è faccenda legata al numero, non riguarda l’anagrafe. Allargare la dimensione dell’obiettivo da colpire significa dare corpo al nemico, ma, nello stesso tempo, proiettarlo nella postura corretta in una prospettiva senza limiti. Quale la stazione di arrivo? L’ombra lunga del completamento può coprire i contorni di quello che vogliamo fare, dell’azione decisa e curata, sviluppando così all’infinito questa cura che, diventando fine a se stessa, azzera l’azione e riporta tutto il progetto al punto di partenza, da cui, in fondo, pagliacci di noi stessi, non ci si era mai mossi. Così provo un infinito disgusto per mete che mi dicono troppo e verso le quali non trovo mai modo di incamminarmi con serietà di intenti.

Purtroppo, a volte, non c’è modo di evitare queste evoluzioni. Ogni cosa intorno a me sembra, improvvisamente, perdere di significato, tutto diventa reprensibile. Corro alla successiva, all’occasione propizia, ma anche questa mi delude, la scopro marcia. Faccio allora un passo indietro, mi affido alla pratica immediata, anche violentemente immediata, nella speranza che qui stia la panacea del mio non sapermi decidere, del non sapere dove collocare l’indispensabile attenzione del mio agire. Sono ancora una volta in balìa dei miei equivoci.

Nel palazzo d’inverno è tornato l’autunno

Tutto dovrebbe convergere verso un unico scopo: abbattere la barriera dietro la quale la vita continua a sprofondare.

Non sempre ci riusciamo. Quando ci facciamo guidare dai nostri desideri abbiamo spesso un cieco per guida, la cui faccia indecifrabile ci dice poco. Il desiderio non è altro che un pensiero incerto, confuso, non ancora arrivato alla sua formulazione più chiara. Quando questa formulazione è in nostro possesso, quando, per così dire, la vediamo con gli occhi della mente, essa è di già cosa morta per l’eternità, accaduta, manca delle vibrazioni necessarie che la facciano palpitare. Eppure da questo dilemma non si esce. Per dar vita pratica al nostro desiderio dobbiamo vestirlo di concretezza (quasi sempre si tratta di concetti, i quali, a loro volta, sono fatti di parole), ma questa concretezza attenua la bellezza del desiderio fin quasi a farcene arrossire. Quello che abbiamo perduto lo guadagniamo senza dubbio come capacità di agire. Ma è questo ciò che volevamo quando abbiamo cucito il vestito al desiderio?

Nel desiderio dovrebbe esserci la festa unica, la festa festeggiata fino in fondo. Ma chi potrebbe avere tanta forza, tanto coraggio? Quasi sempre nei più segreti recessi conserviamo una paura atavica del disordine, sfuggiamo a ogni segno di festa vero e proprio, preferiamo la routine, l’abitudine, la prigionia, la tranquillità della modificazione ripetitiva. Alla base di questa paura sta anche il fatto che non abbiamo fiducia nei nostri desideri, non sappiamo dove possono condurci, con l’approssimazione del loro linguaggio. Essi sono sempre confusi, incerti, a volte ardui a capire, vogliono troppo e troppo poco conosciamo di quello che vogliono. Ecco perché ne abbiamo paura.

Azzerare il nemico: questo il desiderio di ogni ribelle. Ma farlo subito, in breve volger di ore. Il tempo deve potersi ammansire nell’istante decisivo, non dilungarsi in una guerra di logoramento, riottosa, insostenibile, per come sappiamo bene. Ormai il palazzo d’inverno vive giorni d’autunno. Non è possibile nessuna presa del potere da sbriciolare e distruggere. Non ci sono roccaforti da espugnare e cuori e unità direttive da pugnalare. Le molteplici funzioni trasformative del capitale hanno suggerito evoluzioni produttive che non erano pensabili appena pochi anni fa, tutto sta per diventare evanescente e, proprio per questo, molto più solido e meno direttamente percepibile nella sua rappresentazione. Il nemico, fuggendo dal palazzo con i suoi simulacri infernali, si è rintanato negli interstizi del potere, nelle connessioni della produzione, nei gangli ottusi dell’organismo burocratico, nei canali televisivi e nella villania dei grandi mezzi d’informazione. L’accentramento, che una volta aveva fra l’altro lo scopo di far vedere fisicamente la presenza di chi dominava con le vecchie illusioni la scena sociale, oggi si è diluito nel territorio e nelle strutture portanti del controllo sociale e della produzione. Questi trasferimenti decisionali assicurano una diversa stabilità al nemico e pertanto ne collocano la relativa individuazione in una zona ancora tutta da inventare, comunque interna ai fianchi del mostro. Gli ornamenti ostentati e la gloria di una volta si sono liquefatti nella melma quotidiana del piccolo ufficio periferico, della connessione telematica, del ripetitore, del traliccio, della stazione televisiva, del giornale, dello spettacolo di intrattenimento popolare, ecc. Ogni aspetto del quadro generale si collega con ogni aspetto, tutto si tiene con tutto, non ci sono elementi trascurabili, non ci sono elementi portanti. Nessun cuore pulsa da qualche parte, è inutile ogni tentativo di individuarlo.

Un nemico senza cuore è forse immortale?

Anche su questa domanda non è facile alzare il sipario. Se il paragone si restringesse all’immagine organicistica, ai meccanismi dell’officina primordiale, di certo mancando un organo centrale qualsiasi parte periferica dell’organismo potrebbe riprodursi nella sua interezza dopo essere stata tagliata via. Ma, come ho sottolineato tante volte in passato, ogni analogia biologica è sempre un gioco di destrezza. Il sistema sociale non è un organismo, in ogni caso non è un organismo vivente dello stesso genere, ad esempio, del corpo umano. Attaccare il sistema sociale nei suoi elementi, in uno o tanti di questi elementi, è sempre possibile, ma non ci sono più punti essenziali del suo funzionamento. Con questo non si può ancora concludere per l’immortalità del presente sistema di dominio, la festa è sempre possibile.

Sarebbe più esatto concludere per un aumento della sua capacità di risposta agli attacchi. Le decisioni che hanno portato alla polverizzazione delle strutture produttive e di gestione del capitale non sono state imposte dai calcoli protettivi, ma dalla svolta tecnologica nel suo insieme, cioè da due moventi paralleli e successivi nel tempo: il primo, dato dalla necessità di ridurre i costi fissi (mano d’opera e impianti centralizzati), il secondo dalle possibilità offerte a tutti i livelli della telematica (produzione, distribuzione, controllo, ecc.). Dalla costellazione di cattedrali si è passati alla piccola chiesetta di campagna. Ora il nemico si è disteso nel territorio, si è allungato nelle componenti periferiche fino a determinare il ribaltamento tra centro e periferia. Il suo sguardo scrutatore si è trasferito (o si sta trasferendo) in modo da rendere via via più autonoma l’operatività di ogni singolo componente.

Ecco che la vecchia strategia di attacco centrale si è sgonfiata come una cornamusa. La data di questo passaggio potrebbe collocarsi intorno alla metà degli anni Ottanta, quando cominciò lo smantellamento delle catene di montaggio e lo svuotamento dall’interno di ogni capacità di resistenza della classe operaia, complici i sindacati e l’ideologia della flessibilità.

L’espediente del chiamarsi fuori

Di fronte alle lotte, considerate in generale come manifestazione di radicale contrapposizione di classe, è pur sempre possibile chiamarsi fuori, attardarsi in irrigidite inafferrabilità. Non sto usando questo concetto nel senso di mettere la testa sotto la sabbia, cioè di far finta di niente senza trasalire, di scavarsi una nicchia nella propria condizione sociale, radicandosi in attesa della pensione e della morte. Voglio intendere il “chiamarsi fuori” nella specifica significazione dell’uscire dal proprio contesto, del crearsene uno altamente specializzato, ponendo al centro della propria incisività di lotta un rapporto diretto, e quindi ritenuto privilegiato, con il nemico.

Voglio riferirmi all’organizzazione armata clandestina. Qui, il chiamarsi fuori assume l’aspetto di un collegamento diretto privo di rifrazioni tra membri di questa organizzazione e nemico. Le cose non cambierebbero di molto quando questa organizzazione, presentandosi forte e compatta, riuscisse a raggiungere il livello di analisi in grado di collocare esattamente il proprio intervento nell’angolazione sociale e produttiva di cui facevamo accenno prima, cioè nell’attuale cruda condizione di frazionamento, riuscendo a non cadere nell’equivoco del centralismo di qualsiasi tipo, da quello dei frammenti della classe operaia a quello degli elementi decisionali dello Stato e del capitale. Se questo tipo di struttura dovesse, negli anni futuri, tornare in attività, al di fuori di tragiche farse che sembrano balenare nelle concitate parole di qualche sprovveduto, non potrebbe fare altro che applicare questa analisi, individuando, nel corso del tempo, obiettivi sempre più polverizzati nel territorio.

C’è da dire, però, che se quest’attività convenzionale, così considerata e sviluppata, ha la sua logica, e potrebbe corrispondere quindi ad un attacco adeguato contro il nemico, pone problemi non trascurabili proprio per la sua condizione di partenza, cioè proprio per il chiamarsi fuori, per l’intenzione propedeutica di rappresentare qualcosa che si fa carico in prima persona di saldare una distanza ritenuta invalicabile dalla generalizzazione dello scontro, cioè dalla situazione conflittuale nel suo insieme. Ogni tentativo di autodefinirsi come difensore del movimento, in assenza di una realtà, a sua volta specifica, pensabile come “movimento”, non avrebbe senso, sarebbe difensore di nulla. Ma non è questo il luogo per prendere fino in fondo tematiche che ho approfondito altrove.

L’unica funzione di una “clandestinizzazione” sarebbe pertanto quella di attaccare il nemico nelle sue componenti polverizzate nel territorio (questo aspetto qui viene dato per scontato, ma potrebbe anche non essere tale), mentre resterebbero in piedi, quindi irrisolte, tutte le obiezioni tradizionali a questo tipo di scelta: complicazioni strategiche, difficoltà di sensibilizzazione degli esclusi, necessità di una traduzione dei propri interventi in modo da essere effettivamente compresi come aspetto (fra i tanti) di un possibile attacco generalizzato, altissimi costi in termini di sopravvivenza, sollecitazione verso radicalizzazioni di attacco non sempre “comprensibili” o “riproducibili”, ecc.

Volendo essere giusti, l’organizzazione armata clandestina potrebbe svolgere un compito di “servizio”, cioè assistere lo sviluppo delle lotte nella fase in cui si rendono necessari interventi di un certo livello, cioè specifici, quindi richiedenti una certa preparazione non dico di ordine militare, ma psicologicamente adeguata, una maturazione di coscienza più che altro, ma che spesso tarda a venire o è appannaggio di pochi. Perfino la disponibilità di mezzi (ad esempio, di armi, ma non solo) potrebbe essere, ad un certo punto, indispensabile, e questo potrebbe essere un compito di “servizio” di una certa importanza. Non potrebbe mai dare vita alla sontuosità della gioia, alla simpatia senza orpelli giustificativi, alla sovrabbondanza della festa. Questa organizzazione, agendo in una simile prospettiva, finirebbe per essere essa stessa qualcosa di differente da un’organizzazione clandestina di tipo classico, avrebbe in altre parole un assetto mutevole, articolato, meno asfissiante e decomposto da tutto quello che del genere abbiamo visto negli ultimi trent’anni [1999]. Non si proporrebbe, cioè, quasi mai, come unità di riferimento, munita di caratteristiche proprie, sufficientemente distinguibili (sigla, programma di base, organigramma strutturato, rivendicazioni esplicative, ecc.).

Il senso delle lotte

Anche in epoca di magra, come si suol dire, quando il livello dello scontro è ai minimi termini (siamo adesso in una di queste epoche di ritorno), c’è sempre un fermento conflittuale che non è facile cogliere. Basta sollevare una piccola parte della grande ferita che infetta la società, e sotto si vedono muovere i mille filamenti del pus che alimenta l’infezione. Tutti viviamo immersi nell’atmosfera della nostra epoca, tutti siamo in gran parte prodotti di quest’ultima, e su di essa agiamo, spesso senza neanche saperlo, contribuendo così a rinvigorire la sua decrepitezza. Quello che facciamo, dal cibo al vestiario, dalle opinioni che ingurgitiamo alle critiche che pronunciamo, dai timori che ci portiamo in petto alle smargiassate che andiamo affermando ai quattro venti, tutto partecipa di una condizione comune, di un clima culturale che ci assorbe e spesso ci condiziona.

Andare contro corrente è un’impresa mai facile e non sempre possibile. Anche approfondendo la condizione sociale che ci ospita, studiando i collegamenti e le reciproche influenze con le altre condizioni, non si arriva a capire bene l’effetto della nostra critica, a questa manca il guizzo vibrante capace di cogliere, tutto in essa appare fluttuare in un mondo di luoghi preconcetti, di ipotesi di lavoro, di illusioni più che di fermi punti di riferimento. Quando decidiamo un’azione, non un qualsiasi fare della quotidianità, ma un agire significativo, che ci coinvolge nel pieno delle nostre forze, siamo vulnerabili più che mai, non possiamo ancorarci al rispetto dei lineamenti progettuali che abbiamo studiato, a volte, nei minimi dettagli. Se questo progetto è indispensabile, nello stesso tempo esso è un ostacolo, un limite che autonomamente scegliamo di imporci. Dobbiamo quindi fare un balzo in avanti, gettare, come si dice, il cuore oltre l’ostacolo. Fare propri i limiti del progetto e andare oltre nella sua esecuzione. Fissare i punti di corrispondenza con occhi vitrei, che per paura di perdere i dettagli smarriscono la totalità dell’insieme, come mi è capitato di osservare assai spesso, è indice di paura più che di pochezza d’animo o di scarsa intelligenza. Ma non ci si libera da un giorno all’altro da abitudini mentali e da certezze tanto radicate. Un evento grave chiede gravità di decisioni, serietà d’intenti, una veglia sui propri desideri, fino a restare stremati, macerati nelle proprie convinzioni, in procinto di smarrire la propria identità. Ogni condizione del genere è apertura all’intuizione della realtà, ci consente di operare più a fondo, di penetrare fino allo sfinimento nell’azione, di rasentare se si vuole la follia: ma chi non è folle nell’assoluto impegno di se stesso di fronte a ciò che ha deciso di compiere? Quale altro tribunale, se non la propria follia, potrebbe valutare dove sta il limite tra giusto e ingiusto, bello e brutto, significativo e privo di senso?

Non si può cogliere la condizione reale in cui viviamo immersi, la connessione, spesso dolorosa, che ci lega agli altri nel tempo che si fa, non in quello che si pensa, se la follia e la morte non appaiono sullo sfondo, col loro radicalismo eccessivo. Aspettando la scansione giusta per il nostro pensare, il corretto modo di porsi nei riguardi delle altrui (e delle nostre) attese, la comprensione non arriva per come dovrebbe, si impiglia nelle corrispondenze e nei riscontri. C’è sempre qualcosa di ulteriore che sfugge e così garantisce per noi, conforta la validità di quello che stiamo facendo, virtuosi del nulla ci fa vedere come il fare sia coerente con quello che rappresentiamo – e di quello che siamo veramente? Di questo niente ci dice.

Scaviamo la nostra nicchia e su di questa riflettiamo la luce più intensa che possediamo, e ciò in modo che gli altri si accorgano di quanti sforzi facciamo per essere coerenti e corretti. Prima di ogni altra cosa questi bagliori giustificativi sono diretti a colorare le nostre povere cose, i nostri miserrimi movimenti, con il sanguigno delle grandi decisioni – rivaleggiamo con la luce: Bruto e Amleto. Dalla nicchia escludiamo ogni complicità, la teniamo lontana. Vogliamo che gli altri non ce la porgano, che il mondo intero si astenga dal porgercela, che benignamente spetti a noi la prima parola, il primo gesto. Conciliativi e arcigni, fissiamo la nostra immobilità nell’attesa dell’evento comunicativo. Aspettiamo che arrivino i segnali di appartenenza, aspettiamo che qualcuno, o qualcosa, un accadimento qualsiasi, ci spieghino in che modo ci ingabbiamo nell’epoca presente. Non c’è dubbio che ogni volta che apriamo le pagine di un libro cerchiamo un segno convenzionale riguardante questo collocamento, in qualsiasi libro, in qualsiasi lettura, in ogni sguardo che ci viene rivolto cerchiamo la risposta alla domanda: perché siamo qua?

Secondo i criteri abituali, a questa domanda non c’è risposta. Mettersi in gioco è in fondo agire contro se stessi, restare senza difese. Non so quanti di noi sono in grado di uscire allo scoperto, sia pure per dare un’occhiata all’orizzonte e cercare di capire dove ci troviamo.

La stupidità

È la virtù capitale. Regge il mondo e ne rende possibile una lettura rappresentativa, cioè in grado di fornire rappresentazioni omologate di qualcosa che omologato non è ancora. Essendo una virtù eroica, si esalta da se stessa come una piuma di struzzo. Più lo stupido è stupido, più si crede esente da questa virtù, quindi certo di quello che pensa, delle opinioni circoscritte che lo circondano come mura del carcere, come strane insofferenze che agitano il suo povero animo di storpio mentale.

Grazie alla stupidità il mondo ha bandito la poesia. La poesia, non le righe mozze e rincoglionite che una incerta grafia spaccia per tale. La necessità di tutto rappresentare ha svuotato il compiacimento narcisistico davanti allo specchio: si preferisce guardare la televisione. La poesia della vita, la forza dell’inquietudine, l’eccitazione del non del tutto certo, la messa a nudo dell’apparenza, la mancanza di una parte giusta da illustrare, il fallimento di ogni possibile tentativo di recupero, hanno perso ogni tenerezza. Lo stupido sa sempre dove si trova, non gli mancano certo le coordinate. Sa sempre quello che non va negli altri, come per scarti successivi arriva alla banalizzazione, all’uscita di sicurezza, alla conclusione onesta, quella che più aderisce all’essenza del mondo: il relativismo di tutti i significati, l’equivalenza di tutte le scelte, l’azzeramento di tutti i sentimenti. Lo stupido, per definizione, non sapendo amare, sputa sull’amore, per poi rammaricarsi di un bene perduto che non è mai stato suo. La sua conoscenza del mondo lo mette al riparo da qualunque caduta del gusto, tanto gli altri lo aiutano continuamente a comporsi in ogni dettaglio: la vanità e l’eroismo dei piedi per terra. Lo stupido non conosce ombra o penombra, vive alla luce della propria stupidità.

L’impegno e la lotta sociale hanno spesso ospitato gli stupidi, con i loro occhi infagottati di realismo. Ne è venuto fuori un connubio grottesco che è difficile rappresentare, ma che potrebbe essere utile cercare di capire in futuro.

La stazione d’arrivo e tutto il percorso

Un tragitto qualsiasi ha sempre una stazione d’arrivo. Il viaggiatore che sale in vettura, è quella più o meno lontana stazione che si prefigge. Ogni viaggio è un’avventura nei limiti in cui la stazione pensata come terminale resta approssimativa, rimessa in gioco in ogni momento del tragitto, senza riconoscenza per i chilometri percorsi. Se questo non avviene, se lo scopo è prima di tutto messo in luce, e in tale posizione resta, affascinando le possibilità critiche del viaggiatore, esso finisce per dominare la scena. Ogni senso del viaggio viene allora addormentato nell’abbaglio del di già costituito. A ogni fermata lo scopo si avvicina per il viaggiatore, almeno così gli suggerisce l’illusione del viaggio, mentre in effetti si allontana, fino al suo punto culminante, quando, arrivato alla stazione d’arrivo, egli scende dalla vettura e si rende conto che tutto il viaggio è stato inutile. Il dare requie, in fondo, era lo scopo del viaggio e lui poteva benissimo esaudirlo, questo scopo, fin dalla partenza, senza uscire dalla propria camera.

Se la meta è la banchisa mobile, la terra promessa che mai si profila all’orizzonte, la materia del tempo e non lo spirito dello spazio, l’estasi dell’immaginazione e non il calcolo geometrico dei chilometri, il discorso cambia. La stazione d’arrivo scade d’importanza e tutto il viaggio trova vita diversa, allegorica. Quello che viene in primo piano adesso è il metodo, non il risultato.

Il metodo è scelta di mezzi, non solo di obiettivo. Se questo giustifica e regge quelli, il mondo si cancella nell’ottusità della misura. Altro è il pontificare dei canonici su questa dicotomia, altro è viverla direttamente, costantemente, scelta che si accalca con le altre scelte, fino allo stremo quotidiano, fino alla perdita della maestria (supposta) con cui ci illudiamo di governare la vita.

Di regola siamo inadeguati di fronte all’eccesso, stanchi di innovazioni, di rischi, preferiamo che i metodi siano quelli collaudati, se non altro dalle albagie terminologiche dei parolai, e dal grigiore dei risentiti, di tutti coloro che pensano di scatenare il caos premendo un pulsante. Pensiamo che l’adeguatezza sia quella che la storia registra, la grande scena della Rivoluzione, i bagliori a lungo trattenuti che si scatenano ferocemente fino in fondo, la sconfitta del nemico, l’esplosione del caos. Quasi sempre, anzi sempre, non è così.

La lotta può essere folgorante e vera anche nella circoscrivibilità del suo apparire, anche nel suo venire in essere fra i limiti di obiettivi modesti, un gesto della mano il cui fascino, di per sé, è tutt’altro che travolgente. Il compito di incoraggiare queste lotte a svilupparsi nella loro possibile dimensione metodologicamente rivoluzionaria è ancora tutto da espletare.

Le lotte intermedie

Rivendicative. La parola che mi viene in mente qui per prima è questa. Non tanto perché le lotte intermedie siano necessariamente dirette a rivendicare qualcosa, quanto perché, sia pure in modo indiretto, la loro stazione di arrivo è sempre quella. Spesso alcuni cadono nell’equivoco che quando le lotte non hanno un vero e proprio scopo rivendicativo (ad esempio, le lotte per la solidarietà con qualcuno, di protesta contro qualcosa, ecc.), sono lotte “politiche”, prive cioè della concretezza di uno scopo rivendicativo. Io ho sempre pensato che si tratta comunque di lotte intermedie, infatti, anche nell’obiettivo della solidarietà (per restare all’esempio precedente), c’è sempre la rivendicazione dello spazio di lotta, la richiesta della garanzia che un movimento antagonista, in ogni caso, abbia la possibilità di esprimersi senza essere costretto al silenzio a partire dal suo primo gesto di dissenso.

Il vero problema della “intermediarità” non è questo. Il porsi di tali lotte nella fase che sta fra la richiesta rivoluzionaria di abbattimento di qualsiasi sistema statale e capitalista di produzione, gestione e controllo, e la richiesta, meno radicale, di uno spazio di maggiore vivibilità all’interno del medesimo sistema di produzione, gestione e controllo, non è privo di conseguenze. Infatti, questo collocarsi richiede un chiarimento metodologico non solo dal punto di vista dei “mezzi” impiegati, ma anche della prospettiva suggerita, della possibilità di sbocco che non deve essere circoscritta a priori dalla stessa scelta dei mezzi o dalla intermediarità di fondo.

Il trovarsi a metà strada non significa non distinguere bene l’obiettivo radicale, la distruzione del nemico. Questa distruzione può tardare a venire, ma nella richiesta intermedia (poniamo nella difesa del posto di lavoro, tanto per fare un esempio, radicale, ma in maniera rovesciata) deve esserci inserita, come prospettiva rivoluzionaria, la possibilità di un utilizzo in senso distruttivo della forza aggiuntiva ottenuta con la lotta, sia pure nella modestia delle sue dimensioni (per restare nell’ambito dell’esempio precedente: la distruzione del lavoro). Non per lasciare una finestra aperta alla speranza di una ineluttabile trasformazione rivoluzionaria, ma per impedire che una parete tanto sottile, in certi momenti, diventi muro invalicabile.

Il linguaggio troppo greve del marciume riformista, che bene o male permea di sé qualsiasi rivendicazione, può così non essere un blocco assoluto dell’apertura verso l’impiego confacente di metodi rivoluzionari altrimenti in contrasto con le richieste stesse. La nostra presenza nell’ambito delle lotte intermedie, oppure, meglio ancora, la nostra presa d’iniziativa, il nostro dar vita per primi a panorami di lotta rivendicativa, non avrebbero senso una volta obbligati a seguire metodi non anarchici. Sarebbero servi schiocchi dell’ovvietà riformista e quantitativa alla quale aspirano partiti e sindacati. Non si tratta di suggerire ai vari contesti la monotonia rigida delle nostre formulazioni programmatiche, ma inventare, di volta in volta, un modello d’intervento dentro cui calare i metodi rivoluzionari e anarchici della conflittualità permanente, dell’autonomia delle lotte e dell’autogestione del progetto.

Essere nelle lotte significa credere in quello che si fa, non mantenere l’aspetto asettico di chi sta sperimentando in provetta la rivoluzione. Se proviamo disgusto (e quale rivoluzionario non lo proverebbe) nel trattare di certi argomenti, nella loro circoscrivibilità e asfissia, dobbiamo pensare che non ci sono argomenti che nella loro specificità non siano asfissianti e circoscritti, anche quello della distruzione totale che, come luogo dell’immagine apocalittica che tutto azzera, è pregno di chiusura mentale e malessere per la vita.

Bisogna credere nell’efficacia parziale di queste lotte e, nello stesso tempo, non crederci. Né sacralizzazione del metodo realista né rappresentazione scenica di quello che vorrei fosse la realtà. Né solitudine né esultanza.

La generalizzazione

Nulla mi impedisce di sognare. Di rivestire con pensieri e parole ben scelte l’intuizione confusa che mette in marcia i miei titubanti desideri verso un loro possibile completamento, mentre nel disinganno e nell’amarezza cerco di spingere lo sguardo oltre. Certe sere lo faccio, non sempre.

L’eccesso, se veramente è vissuto come tale, non è mai enfatico. Ma non è facile evitare il trionfalismo senza cadere in affermazioni equivoche. Per dire pane al pane bisogna denudarsi completamente. I sentimenti che la situazione complessiva suscita sono spesso ricacciati indietro, sottoposti alla sapienza del farmacista, incappano nel pudore e nella paura del ridicolo. C’è una malignità, una crudeltà nella sapienza accorta degli stupidi che non riesco a cancellare via. Tutte le volte che mi sono trovato di fronte all’imprevedibile, ho visto quanto distanti costoro fossero dal capire il segno, la carezza dell’impossibile che sta maturando sotto gli occhi. E ciò nonostante si fossero, insieme a me, allenati per tempo a cogliere l’avvenimento, l’avessero atteso, auspicato. Ci vuole una fantasia dai garretti forti per costruire sogni, ma anche un coraggio senza limiti per vederli al momento del loro possibile realizzo, in caso contrario si fa un passo indietro, ci si avvia tristemente alla sicurezza del progetto minimo, alla persistenza del di già noto, all’acrimonia del diseredato che sogna la ricchezza altrui, non per distruggerla ma per goderne in proprio, in maniera altrettanto dissennata e accidiosa.

Il rudere conservativo ama il sangue, non c’è verso di ammansirlo. Lo stupido pensa che nella estremizzazione del fare ci sia la molla segreta del salto di qualità. Non capisce che non c’è passaggio sbrigativo per la rivoluzione, che ogni cosa procede in maniera imprevedibile: capriole, danze, salti, leggerezza, non accumuli di carta straccia, dichiarazioni di buona volontà e minacce avventate. Tenere il naso per terra gli sembra un ottimo metro di giudizio. Se qualcuno applaude al fatto che ieri si era in due e oggi ci si conta in tre, egli sottoscrive senza indugi, pensa che sia quella la strada per la generalizzazione, che tanto vale cominciare subito, qui, adesso, nella perfezione racchiusa in un guscio di noce, nella perfetta geometria di passi cadenzati. Eccola la sua gioia e la sua gratitudine guardare con occhi velati il computo giornaliero, i botti, le rispondenze giornalistiche, gli occhi assonnati degli astanti, spettatori inconsapevoli d’un accadimento che non accade perché non c’è nulla che accade davvero nella realtà dell’opinione, nulla per cui possiamo mettere la mano sul fuoco.

Ma il salto qualitativo o, per essere più esatti, l’apertura a qualcosa di diverso, ad un passaggio trasformativo che coglie il tuo sforzo singolo, dapprima offuscato e poi audacemente invincibile, lavora altrove, sta lavorando nel momento stesso in cui tu vedi te stesso e gli altri insistere nella routine che non luccica, pallida, livida, che non dà piacere, che sembra tempo perso, roba da circolo di periferia. Lavora, e tu non te ne accorgi: il tuo amore, la tua costanza, la tua destrezza, la tua coerenza, la tua astuzia, stanno per essere premiate e tu non lo sai, tu continui semplicemente a lottare nell’ambito intermedio di qualcosa che vuoi far nascere, ma che non sei sicuro che nasca: la generalizzazione dello scontro.

È lo stesso spirito dell’epoca in cui vivi che procede a tentoni nella sua vicenda storica, lo stesso movimento ottuso e insignificante che di colpo si anima e si mette in mostra, indica i suoi belletti e i suoi lustrini, manifesta la sua precisione, danza senza perdere colpi, ed appare finalmente nel pieno della sua maturità, nel dilagare delle condizioni metodologiche che prima tu soltanto, o pochi folli come te, avevano divisato, analizzato, provato, precisato.

Stai attento che il tuo orgoglio non ti ferisca nel momento meno opportuno, che la sua cecità non ti costringa a chiudere gli occhi e quindi a non vedere quello che pure, adesso, alla fine dell’apparenza fallace, appare evidente a tutti. Attento a non diventare proprio tu, rivoluzionario e anarchico, l’ultimo difensore della morte, la retroguardia nostalgica dell’esattezza rigorosa che misura i sogni in termini di risultato. Al contrario, che il sogno dilaghi, ecco quello che dovremmo desiderare vivamente, che la festa affacci in modo sfolgorante nella vita, che la danza esploda nella miseria di tutti i giorni, e li trasformi in fucilate e dinamite.

Nell’impegno di lotta, nell’approfondire e intaccare le difese del nemico, nella stessa quotidianità degli interventi intermedi, anche dove l’efficacia stessa del metodo sembra tornare in discussione, il rivoluzionario trova la ferita segreta di una solitudine mortale, il rigore della propria coscienza. È quest’ultima che fissa i canoni del mio intervento, che ne disegna i limiti e le possibilità, ed essendo controllora e attenta ai risultati, può capitare che ingiunga perentoriamente di fare attenzione, di evitare proposte troppo massimaliste, troppo dirette a dare spazio al sogno impudico invece che alle rattrappite richieste di un migliore benessere da parte degli esclusi.

Quello che accade altrove, dove la generalizzazione dello scontro può improvvisamente operare (non sappiamo mai con certezza se ciò sta accadendo in questo momento oppure no), dobbiamo darlo per inesorabile, operare cioè nella sua stessa direzione, ma non pensare di diventare noi i piloti del vascello fantasma. Nessuno di noi ha tanta forza (o stupidità?). In fondo, non conoscendo la rotta, dove mai condurremmo la nave? Darlo per scontato, quindi, muoversi con emozione nel senso di qualcosa che si sta attuando e che non conosciamo nei dettagli (forse nemmeno all’ingrosso), ma che possiamo raffigurarci nell’immagine della distruzione di tutto quello che ci opprime, immagine che, per diventare quello che per il momento possiamo solo immaginare, ha anche bisogno del nostro apporto, della nostra azione metodologicamente orientata verso le condizioni anarchiche della lotta, non verso accordi e concessioni adatti a un realismo politico che ci è sempre stato estraneo.

Oggi inventiamo un progetto che vediamo solo con la fantasia, con l’immaginazione che mai deve sopirsi, domani dovremo cogliere nella realtà quello che dell’immagine sognata nel progetto c’è come continuazione e logica conseguenza. So bene che tutto questo appare follia e sfacciataggine. So bene che molti preferiscono la parsimonia del passo dopo passo, dell’immergersi fino alla liquefazione nell’umore tetro delle lotte intermedie, sposandone lo scopo in vista di un rafforzamento quantitativo, una crescita esponenziale che pensano poi renda possibile applicare metodi anarchici, separandosi (perché ormai in grado di farlo) da coloro con i quali si è marciato insieme fino a quel momento. E so anche che questi incubi da dopolavoro ferroviario vengono puntualmente penalizzati, ridotti in briciole dalla noncuranza della gente, dalla scarsa memoria di coloro con i quali si sono fatte le lotte, dalla penalizzazione a favore di quelle forze politiche che sanno continuare altrove (ad esempio, in comune o in Parlamento) le iniziative prese in piazza. So tutto questo.

Ecco perché non è facile cogliere la generalizzazione dello scontro, ecco perché occorre che l’eccesso e la sfacciataggine abbiano la meglio sull’oculatezza del buon padre di famiglia che tiranneggia il comportamento di tanti rivoluzionari, notai e ragionieri della propria condizione mortale di sopravvivenza. Il sogno diventa la base concreta su cui misurare il proprio intervento nelle lotte intermedie, il sogno, non il computo delle adesioni, gli applausi degli stupidi o le speranze computerizzate dei politici. Il sogno sontuosamente ricco, ricco fino alla nausea dei suoi dettagli, mostruoso nelle sue capacità di darci il resoconto della sconfitta del nemico, dappertutto dove il nostro sguardo arriva le spoglie dell’odiato giacciono come membra dilaniate dalla nostra ferocia. È il sogno che rende percettibile il processo della generalizzazione dello scontro, che lo fa diventare qualcosa di vivo sotto i nostri occhi, fuori dall’oscuro movimento che davamo per scontato, ma che non potevano percepire in nessun modo. Il sogno allontana crudelmente ogni velleità realistica, ogni sollecitazione a tenere i piedi per terra, ogni indirizzo organizzativo che si proponga come rimodellatore del mondo con la vana (e delittuosa) scusa di migliorarlo. Non si migliora un mondo come questo, lo si distrugge e basta.

Le lotte intermedie hanno un’anima distruttiva. Noi siamo la loro anima.

Relazione presentata al Convegno dal titolo “Riforma del Codice Penale”, tenuto all’interno del carcere di Rebibbia il 10 febbraio 2000

L’universo carcerario è un universo totale, un insieme di luoghi fisici dove uomini e donne vengono tenuti prigionieri. Rinchiusi per la più gran parte della giornata. Nessun discorso, per quanto ricco di dettagli tecnici e approfondito, può descrivere l’orrore del carcere, fare capire che cos’è questa istituzione voluta dagli uomini per sottrarre alla società una parte dei suoi membri ritenuta colpevole di avere trasgredito alle regole. Vivere da carcerato questa esperienza è qualcosa a cui, dopo un certo tempo, ci si abitua, come alle cose peggiori che possono capitare nella vita. Dopo tutto l’uomo è un animale che si adatta alle più mostruose condizioni di sopravvivenza, un animale che progetta e spera, che sogna e che si illude.

Molti sono i cosiddetti operatori carcerari, come molti sono coloro che studiano i problemi del carcere. Ma chi di costoro può dire di conoscere veramente il carcere? I cosiddetti tecnici del diritto forse possono dire, in tutta coscienza, di conoscerlo? Io credo di no, e questa sensazione di distanza, che ho avvertito fin dalla prima volta che ho vissuto l’esperienza della segregazione, più di un quarto di secolo fa, ovviamente come detenuto, col passare degli anni l’ho vista sempre riconfermata. In fondo anche la custodia [le guardie] non conosce il carcere, ed apparentemente sembra costituita da uomini che vivono a diretto contatto giornaliero con i detenuti. Il fatto è, secondo me, che l’essenza del carcere, il perno attorno a cui ruota tutta questa struttura, è la chiave: oggetto fondamentale dell’esperienza quotidiana dei detenuti.

Solo chi ha sentito in vita sua il rumore che fa la chiave quando veniamo chiusi, la sera, dopo una giornata che bene o male cerca di mimare piccoli spicchi di una libertà impossibile – la passeggiata all’aria, momenti come questi di dialogo e di scambio di idee, la socialità, la palestra, la visita medica –, solo chi ha sentito ogni sera il ripetersi di quel rumore, per giorni, per mesi, per anni, può dire di conoscere il carcere. L’individuo che dall’altra parte del blindato gira la chiave non ha questa conoscenza, malgrado gli sforzi per immaginarsela.

Diseguaglianze sociali

Per quanto il carcere sia una istituzione totale, quindi segregativa e autosufficiente sotto quasi tutti gli aspetti, non è una istituzione egualitaria.

Eppure, considerandolo diciamo dall’esterno può indurre a questo equivoco. Uomini e donne sono tutti parimenti chiusi a chiave, godono più o meno degli stessi miseri privilegi di locomozione all’interno della struttura, passeggiano le ore regolamentari in luoghi in genere non molto salubri, ecc. Lo stesso regolamento precisa che non ci deve essere mai una condizione interna al carcere che ponga un detenuto in situazioni di privilegio rispetto agli altri detenuti.

Ma si tratta di considerazioni che potremmo definire estrinseche alla realtà. Una interpretazione basata sull’ideologia illuminista che propose, di già sul finire del diciottesimo secolo, l’ortopedia sociale come scopo di questa struttura e non la semplice distruzione dell’individuo carcerato.

Non voglio tenere conto delle deviazioni individuali, sempre presenti, come è esperienza comune di tutti, riguardanti i comportamenti di questa o quella guardia (meglio chiuderli tutti e gettare via la chiave), si tratta di manifestazioni aberranti e in fondo marginali, mi riferisco invece al meccanismo della struttura carceraria che finisce per riflettere le diseguaglianze intrinseche alla società di cui è l’espressione.

I quattro quinti della popolazione carceraria sono in condizioni di povertà, la metà di questa popolazione è in condizioni di estrema povertà. Se c’è qualcosa da notare è che in carcere l’insieme dei detenuti è ancora più povero, in proporzione, di quanto non sia l’insieme degli indigenti nella società cosiddetta libera. In questi ultimi anni, come è stato notato con attenzione autorevole, è aumentato l’afflusso di detenuti condannati per piccoli e piccolissimi reati, creando una massa considerevole di bisognosi che vivono quasi esclusivamente del vitto regolamentare e delle diecimila lire della carità pubblica.

Com’è facile capire, ciò comporta una difficoltà di accesso a tutti quei mezzi che lo stesso Codice mette a disposizione per alleviare e ridurre la pena. La disgregazione sociale, la non conoscenza delle regole, spesso l’esiguità delle singole pene (che però separatamente scontate costituiscono nel loro insieme una condanna rilevante), la mancata o ridotta assistenza legale, sottolineano pesantemente questa diseguaglianza.

La sofferenza di chi vive in carcere in queste condizioni è la peggiore di tutte. L’essere umano si incattivisce senza un perché, smarrisce facilmente il valore della propria vita e non aspetta altro che il trascorrere lento dei giorni lo conduca alla porta del carcere, in quella società dove sa perfettamente che troverà un’altra segregazione, se non peggiore di quella carceraria, altrettanto selettiva e punitiva.

Il Codice penale riproduce le diseguaglianze

Per quanto i tecnici del diritto possano esercitare le loro competenze sulla lettera del Codice penale, il problema sembra privo di soluzioni. Il fatto di trattare in modo uguale le persone sottoposte a procedimenti giudiziari ha due livelli di eccezioni: il primo è quello stesso previsto dalla procedura, cioè i casi in cui la medesima lettera del Codice prevede una differenziazione di trattamento collegata all’esistenza di alcuni reati. Un secondo livello riguarda invece la diseguaglianza oggettiva, diciamo di partenza, in cui si trova il singolo individuo, cioè la sua condizione sociale di origine, alla quale nessuna uguaglianza procedurale può porre rimedio.

In fondo la diseguaglianza di partenza, quella espressa dalla società con le sue intrinseche divisioni, è di natura economica, ma quest’ultima prende, di volta in volta, nei singoli individui, la forma che la vita di ciascuno, insomma il proprio destino, ha voluto darle. Molti si appellano alla fortuna, e chiamano disgrazia l’essere stati poniamo catturati dalla polizia nel corso di una rapina perché “qualcosa è andato male”, ma, in fondo, si tratta di disponibilità di mezzi, di capacità di ragionamento, di tempo a disposizione, di lucidità di intenti, insomma di capacità vere e proprie, e queste non sono altro dalla discriminazione di fondo. Il caso riveste, anche nel cosiddetto comportamento criminale, un aspetto del tutto marginale.

Il bisogno, si dice, è sempre un cattivo consigliere, e i suoi stimoli, quando sono pressanti perché più si avvicinano alle condizioni della pura e semplice sopravvivenza sono sempre portatori di consigli addirittura pessimi.

Insomma la distribuzione della ricchezza è una caratteristica rilevante di diseguaglianza. Non so se da sola può costituire sempre e in ogni caso un elemento determinante, forse non lo può, ma nella maggior parte dei casi ciò avviene, con conseguenze tragiche.

Solo per restare nel limite di un solo esempio: il nostro Codice prevede tre livelli di giudizio, ma non so quanti fra coloro che hanno come propria condizione la miseria più assoluta possano significativamente percorrerli tutti, cioè sfruttando tutte le occasioni che questi tre livelli mettono a disposizione. È intuitivo che non ogni singolo detenuto può disporre dei servigi di un grande avvocato. Spesso piccole pene vengono scontate del tutto prima che si possa proporre un appello decente. I cumuli non sempre sono eseguiti a regola d’arte, ecc.

La produzione del crimine

Quale che sia la concezione in base alla quale si considera il cosiddetto crimine, quest’ultimo resta pur sempre un atto proibito che determinate regole indicano come attinente ad un fatto considerato lesivo di determinati interessi.

Che queste regole colgano poi l’esistenza di elementi geneticamente impliciti ad una data società, oppure il comportamento criminalizzante dei fattori di controllo sociale, questo ha una importanza soltanto teorica. In pratica, a condurre in carcere una consistente fascia della popolazione detenuta sono i processi di criminalizzazione voluti dalla parte dominante della società che così fissa l’identità e il ruolo criminale di coloro che compiono certi atti.

In questo modo il crimine viene prodotto dalla stessa società che, da un lato, con i suoi meccanismi intrinseci fissa quella diseguaglianza che allarga a dismisura la necessità di compiere determinati atti, dall’altro, con i suoi meccanismi estrinseci indica quali atti sono da considerare come crimini. Produzione del crimine a livello sociale e sua precisazione a livello giuridico sono un tutt’uno.

Il prospettare come universali i valori che stanno alla base della scelta, e quindi della codificazione di certi atti come criminali, è una forzatura diretta a raccogliere il consenso sociale sui processi di criminalizzazione e sulla relativa condanna dei criminali, cioè sulla loro esclusione, definitiva o temporanea, dalla società.

In effetti, senza questo consenso sociale, e senza una continua sua manutenzione da parte degli organi di informazione, questo processo di esclusione, l’esistenza stessa delle carceri e dell’intero sistema della cosiddetta giustizia verrebbe a trovarsi compromessa.

L’espulsione dalla società

La condanna è una espulsione dal contesto sociale, quindi una marginalizzazione. Il condannato che entra in carcere viene a subire una forte riduzione delle risorse, delle garanzie, dei privilegi che il sistema dice di assicurare ai suoi membri.

Il fatto che la maggior parte di questa riduzione sia di già operante, in maniera oggettiva, anche al di fuori del carcere, per la quasi totalità della popolazione detenuta, la dice lunga sulla corrispondenza di diseguaglianze che si forma tra società e carcere per ben precisi strati della popolazione.

Il detenuto vive questa espulsione, cioè il suo nuovo status di carcerato, come una fortissima coazione, ma difficilmente questa coscienza della propria situazione si eleva alla dimensione collettiva. Quasi sempre essa resta disgregata, in balìa degli avvenimenti quotidiani, in una lotta senza quartiere per la sopravvivenza, per il piccolo beneficio che l’amministrazione promette in relazione a comportamenti di assuefazione e rassegnazione.

La possibilità di pervenire ad una considerazione collettiva della propria condizione, in un insieme significativo con gli altri detenuti, è una presa di coscienza difficile da raggiungere, anche perché l’intero sistema di controllo fa da ostacolo, pretendendo una risocializzazione singola, di per sé illusoria, e nascondendo la sua natura repressiva (in uno con la caratteristica essenziale della pena).

Il cosiddetto reinserimento

Chiudendo gli occhi davanti alla realtà macroscopica delle diseguaglianze sociali, la società del controllo, che ha fissato essa stessa le condizioni in cui si determina il fatto considerato come criminale, si illude che l’ideologia ortopedica dell’intero sistema delle pene dia i suoi frutti.

È strano notare come il sostrato pedagogico che sta alla base di questa ideologia, e che in un certo senso la giustifica da più di un secolo e mezzo, sia scomparso dal luogo dove aveva trovato origine, cioè dall’educazione dei fanciulli. Nessun pedagogista sostiene oggi il sistema dei castighi, nessun teorico dell’educazione sognerebbe oggi di tornare al sistema di picchiare i bambini per educarli. Eppure lo stesso sistema continua a pretendere di educare i detenuti col meccanismo della pena.

Più correttamente invece mi sembra giusto considerare il carcere come una punizione, come un allontanamento dalla società, senza che ci sia alcuno scopo direttamente visibile di risocializzazione. Chi ha esperienza di stare dietro le sbarre, chi ha sentito con le proprie orecchie lo stridore della chiave la sera, quando i desideri si fanno più penetranti e il ricordo va a quegli affetti che sembrano definitivamente perduti, sa che si tratta di un equivoco, se non di un imbroglio.

La frantumazione

Il sistema penitenziario tende a frantumare ogni sorta di aggregazione fra detenuti. Questo processo è implicito nella struttura del carcere che tende all’isolamento e alla estremizzazione della durezza dei trattamenti individuali, ma che poi per la sopravvivenza stessa del sistema punitivo deve fare delle concessioni, altrimenti, come si dice, tenderebbe troppo la corda.

Queste concessioni costituiscono la parte essenziale della storia dell’istituzione carceraria. Nello stesso tempo esse si collegano con una società in evoluzione fondata su concezioni della vita cosiddette progressiste. Molto ci sarebbe da dire sulla intrinseca valenza autoritaria di questi progressivismi, ma non è questo il luogo. Invece è importante sottolineare che la concessione, cioè il dare più spazi circoscritti di libertà ai detenuti, il prospettare un futuro flessibile della condanna, tutto questo, è diretto ad abbassare un livello di sempre possibile conflittualità, in altre parole a rendere attuabile l’intero sistema delle pene.

Il complesso meccanismo delle concessioni è basato però sulla frantumazione. Ogni individuo carcerato deve potersi considerare un caso a sé. Non per nulla si parla di “trattamento”, che è termine di origine clinica, diretto a ricondurre l’azione repressiva e quella correlata di recupero nell’ambito del progetto ortopedico. Pensare che ogni singolo individuo sia mediato dalla totalità sociale oggettiva significherebbe accettare l’influenza sul singolo dell’intera comunità dei carcerati e, per conseguenza, dell’intera società – con la sua divisione diseguale – sul carcere e sul singolo detenuto. Significherebbe, in altri termini, ammettere una latente pericolosità della popolazione carceraria, collegata così con quella ribollente condizione sociale che sembra continuamente sotto controllo ma che potrebbe minacciare rivolte per qualsiasi motivo.

Il carcerato è quindi da tenersi non solo sotto chiave, ma anche tagliato fuori da ogni aggregazione, separato in modo radicale dal sentirsi facente parte di un insieme in cui tutti dipendono da tutti.

Da parte sua, il carcerato mette fatica a sentirsi facente parte di una qualsiasi aggregazione, passa la maggior parte del suo tempo a sopravvivere, fra le mille difficoltà della sua vita di recluso.

Tutte le volte che si è realizzata, nella storia passata e recente della popolazione detenuta, un’unità significativa, si è sempre corso ai ripari. La struttura repressiva ha operato frantumazioni sia ricorrendo a miglioramenti di trattamento (ad esempio permessi più facilmente concessi), sia coi trasferimenti dei detenuti più impegnati nell’opera di aggregazione del tessuto sociale detenuto, sia con le punizioni vere e proprie, con le denunce, con i pestaggi, ecc.

La caratteristica dell’istituzione carceraria è quella di restare legata al suo ideale primigenio di reclusione: chiudere e gettare via la chiave, per spostarsi poi sull’asse dei miglioramenti e delle concessioni in relazione all’intensità, all’incidenza e all’articolazione delle lotte in carcere.

La diseguaglianza delle pene e quella del trattamento

Un sistema penale moderno prevede una differenziazione delle pene in relazione al reato commesso. L’infrazione di una regola che interdice un determinato comportamento è valutata in base alla sua presunta gravità. A sua volta, questa gravità è in relazione all’entità degli interessi sociali messi in discussione da quel comportamento. Poiché a fissare le regole, e quindi le modalità di infrazione, è la stessa struttura deputata al controllo sociale, ne deriva la presenza di una scala di penalizzazioni che differenziano di fatto la situazione carceraria di ogni singolo detenuto.

Pene più consistenti, quindi tali da presupporre una maggiore permanenza in carcere di chi le subisce, di regola, dopo una fase introduttiva quasi sempre poco chiara, vengono sottoposte ad una sorta di regime comune, ma sempre diretto ad impedire qualsiasi forma di aggregazione sulla base della specificità dei reati. Ciò non toglie che la stessa condizione carceraria, per le situazioni esacerbate di convivenza, fornisce una sorta di situazione privilegiata per la ulteriore produzione del crimine, per cui l’obiettivo di recupero e di reinserimento sociale, sbandierato dall’ortopedia sociale, risulta quasi interamente svuotato di contenuto reale.

Nonostante questo, il trattamento diretto a capire la reale condizione del singolo detenuto cerca di pervenire a degli accertamenti riguardo la sua disponibilità a tornare nel contesto sociale, ovviamente a determinate condizioni. Che dietro tutto questo si celi un reciproco gioco delle parti è talmente evidente da non meritare discussione.

Le due controparti

Per quanto possa essere latente, cioè mitigato da condizioni carcerarie definite in maniera approssimativa come “aperte”, il conflitto tra chi custodisce e chi è custodito resta sempre forte.

E non c’è modo che le cose stiano diversamente. Pretendere che ognuna delle parti regga il confronto in maniera oggettiva è una tipica illusione positivista. Dietro l’oggettivazione della lettera, così come è imposta dal Codice, c’è la reazione del singolo e, sotto certi aspetti, anche quella della classe, su cui però ci sarebbe molto da dire, cosa che non è possibile fare qui.

Non esiste un controllo sociale asettico, come non esiste un potere realmente illuminato. Il confine tra il permissivismo e la chiusura totale dell’istituzione è sempre fluido, ed è importante capire che esso è segnato, o comunque controllato, dal livello dello scontro, per come questo livello può profilarsi all’interno dell’istituzione stessa, tra custodi e custoditi.

Nel perseguire il proprio programma ortopedico l’istituzione trova l’ostacolo della resistenza dei soggetti reclusi. Questa resistenza è di regola disgregata, ma a volte può presentarsi in maniera più compatta. In quest’ultimo caso l’istituzione è costretta a delle concessioni, le quali possono arrivare fino ad un certo punto, oltre il quale l’equilibrio della permissività si rompe e si entra in una contraddizione del tutto differente, che di regola può proporre anche momenti di estrema repressione, non escludendo la stessa eliminazione fisica.

In teoria, quindi, l’ideologia ortopedica propugna una sorta di reificazione del proprio contenuto. Il pensiero migliorativo che ne deriva presuppone di guidare i procedimenti totalizzanti della custodia, di portarli oltre il limite della reciproca tolleranza passiva, verso un attivo intervento di trasformazione del soggetto detenuto. Ne viene fuori un amalgama culturale fluido e contraddittorio, un insieme di decisioni legislative, di regolamenti improbabili, di decisioni politiche di piccola e media portata, un sopravvivere nella quotidianità dell’altalenante attesa e un desiderare di ridurre il danno al minimo. Tutto questo intessuto nel pessimismo radicale dei detenuti e nell’ottimismo di facciata dei responsabili istituzionali della repressione e del controllo sociale.

Nella considerazione del conflitto sociale, che si rispecchia con chiarezza nelle carceri, gioca un ruolo importante la diseguaglianza che regola sia le strutture di dominio, sia la stessa conflittualità di classe nel suo insieme, divisione del lavoro in primo luogo. Non tenerne conto, come fa l’ideologia ortopedica che tenta di impostare il proprio discorso fittizio di recupero sul singolo individuo, condanna quest’ultima non solo all’inefficienza (il che sarebbe il minore dei mali), ma la fa diventare un elemento in grado di rinfocolare il conflitto stesso, rinviandone gli esiti, invece di oltrepassarlo in qualcosa di realmente diverso.

Il concetto di lotta intermedia

Una situazione come quella carceraria rende possibile la lotta sociale con l’obiettivo di ottenere dei miglioramenti. Obiettivo minimo, spesso non facilmente comprensibile nell’ottica del rivoluzionario, ma non trascurabile.

Una lotta, come ad esempio il rifiuto del vitto fornito dall’amministrazione, chiamata spesso “sciopero del carrello”, di per sé è poca cosa, ma diventa fatto considerevole se si riflette sulla questione che per essere possibile questa pur minima manifestazione di dissenso si richiede un’aggregazione fra detenuti, spesso anche a livelli considerevoli che potrebbero dirsi di massa. Senza stare ad analizzare in dettaglio il perché questa aggregazione viene in essere inevitabilmente, è facile capire che non siamo davanti alla semplice somma di un numero, anche considerevole, di rifiuti individuali, quanto di fronte ad una decisione collettiva. E questo, all’interno di una realtà che per proprio compito, diciamo istituzionale, ha quello di impedire qualsiasi aggregazione e di considerare i singoli carcerati come atomi in movimento all’interno di un universo chiuso, è risultato di per sé considerevole.

L’avere, ad esempio, fischiato tutti insieme nel 1997 l’allora Ministro di Grazia e Giustizia in visita a Rebibbia, è stato un fatto di considerevole importanza, non tanto per la cosa in sé, ovviamente circoscritta ad un semplice dissenso che poteva essere interpretato come di natura accidentale, quanto per il segno di aggregazione che il fenomeno non mancava di portare in evidenza. La stessa cosa riguardo lo sbattere di pentole contro le sbarre delle celle, prolungato per circa un’ora, che venne posto in essere, se non ricordo male, più o meno nello stesso periodo.

Lo stesso dicasi per un altro ciclo di lotte, quello della fine del 1990, da me vissuto nel carcere di Bergamo, in cui si sviluppò tutto il raggio delle possibilità: dallo sciopero del carrello allo sciopero della fame, dalla sospensione del lavoro all’interno del carcere alla fermata all’aria, ecc.

Spesso, considerando le cose dal punto di vista di chi si trova fuori, queste lotte in carcere vengono valutate come poca cosa, espressione di una condizione ferita e ridotta al minimo della sopravvivenza. Nessuno si illude, esse sono di certo solo un piccolo segno di quello che sarebbe necessario fare, ma, nello stesso tempo, sono anche il segno di una conflittualità mai doma, di qualcosa che continua a dormire sotto il comportamento spesso acquiescente della totalità dei detenuti.

L’ideale della distruzione del carcere

In prospettiva, l’ideale dei carcerati non è certo quello di migliorare il carcere. Quando gli ospiti coatti si lamentano dell’affollamento, come pure quando cercano di organizzare qualche protesta in questo senso, non lo fanno nell’ottica di chiedere la costruzione di nuove carceri. Questa conclusione sarebbe assurda. Eppure ci sono tecnici del diritto e politici che pensano sia veramente questa la speranza dei detenuti: ottenere cioè, col loro comportamento di protesta, se non di lotta vera e propria, condizioni migliori di vita.

Le migliori condizioni sono soltanto una tappa intermedia, sono quell’allentarsi della repressione, allentarsi necessario a riprendere le forze, a misurare le proprie capacità di aggregazione, la stessa progettualità di cui si è portatori, per riprendere la lotta con altri obiettivi.

L’obiettivo finale resta sempre quello della distruzione delle carceri, di tutte le carceri.

Il processo di ristrutturazione

La risposta dell’istituzione alle spinte aggregative capaci di alimentare il continuo ripresentarsi delle lotte in carcere è la ristrutturazione.

Lo scopo di questo processo, assai complesso e spesso contraddittorio, è quello di indirizzarsi verso gli aspetti immediati che coinvolgono una maggiore tensione fra le parti in causa, aspetti spesso astrattamente considerati come elementi di un quadro generale di per sé suscettibile di perfezionamento. I tecnici della ristrutturazione carceraria considerano i problemi più urgenti, ad esempio quello del sovraffollamento, e cercano di evitare di porsi problemi insolubili, e per altro non di loro competenza, quale ad esempio il problema dell’esistenza stessa delle carceri in una società come la nostra. Il risultato è di regola un miglioramento delle condizioni di vita all’interno dell’istituzione per i soggetti che subiscono l’imprigionamento, anche se questo miglioramento (poniamo la televisione a colori in tutte le celle) non può che essere considerato in relazione a tutto il sistema nel suo complesso. Spesso un miglioramento specifico (vedi il caso di cui sopra) si paga con un maggior controllo indiretto o con l’allontanarsi di altri possibili benefici.

Non si può dire, in tutta coscienza, che l’attività di ristrutturazione dello Stato sia nel settore qualcosa di concretamente chiaro e pianificato. Ad esempio, le forze che il Ministero dedica al problema del lavoro per i detenuti che si avviano alla semilibertà sono ridicolmente esigue. Nella maggior parte dei casi, il lavoro di ristrutturazione avviene sulla base di sollecitazioni indirette, fra le quali non mancano neanche gli interessi politici precisi, perfino di carattere elettorale, lavoro che in ogni caso segue i livelli di pressione determinati da singoli gruppi di potere o anche dall’intera opinione pubblica, opportunamente opinionata dai grandi mezzi di informazione.

Le singole leggi di riforma carceraria e la riforma del Codice penale

Dalla Gozzini in poi, alla Simeoni e fino alla progettata riforma del Codice penale, sullo sfondo resta, come soggetto passivo dei processi legislativi di cui si discute, l’insieme dei carcerati. Non questo o quel detenuto di cui parlano le cronache repubblicane, ma l’insieme della popolazione carceraria, più di cinquantamila “signor nessuno” che vivono quotidianamente in prigione.

Affrontare il problema del carcere partendo da un singolo detenuto la cui situazione risulta particolarmente interessante è un modo errato di dire delle cose sensate. Se da un lato è giusto fare conoscere queste situazioni eclatanti, uomini e donne nei cui confronti la repressione ha colpito più duramente, o nei cui riguardi si sono commessi errori giudiziari macroscopici, o si è voluto dimostrare un teorema inquisitorio più che applicare la legge, è cosa giusta, ma, nello stesso tempo, è cosa che relega in secondo piano l’esistenza di tutti gli altri detenuti, la cui situazione, spesso al limite della tortura, quotidianamente è priva di riscontro nei grandi mezzi d’informazione.

Chi potrà mai dare voce ai malati in carcere? Chi farà parlare gli stranieri privi di soldi e di speranza? Chi amplificherà il grido di paura che ogni giorno i tossici gettati in galera soffocano in gola? E, accanto a loro, mille e mille detenuti con sulle spalle condanne pesantissime che sopravvivono spesso grazie agli sforzi della famiglia, in una lotta quotidiana per non morire di galera.

Lasciate a loro stesse, migliaia di persone si sentono abbandonate da una società contro cui hanno soltanto alzato la mano perché qualcosa era stato loro negato, forse un diritto fondamentale? Non lo so. Forse qualcosa di più importante? Può darsi. Nell’abbandono, sistematicamente puntualizzato da tutti gli interventi correttivi che la struttura carceraria rende inevitabili, tutti si sentono soli, privi di contatti reali con gli altri detenuti, se non le quattro chiacchiere all’aria o le due ore di socialità. La quasi totalità dei discorsi che si tengono in carcere rasentano l’incredibile. Ognuno, per non morire, si mostra più forte di quello che è, nascondendo la propria solitudine con un atteggiamento che è capace solo di sprezzare chi invece non nasconde la paura e la generale mancanza di futuro.

L’attesa

Uscire al più presto dal carcere: ecco lo scopo unico di ogni detenuto, ecco la sua attesa, che inizia con il primo giorno di carcerazione. Non c’è pena lunga o incerta che possa cancellare questa speranza.

Ma la lettura delle disposizioni di legge, l’addentrarsi tra i cento meandri delle possibilità, anche quando è fatta intravedere da un minimo di informazione o di cultura, resta spesso materia di chiacchiere giornaliere. Le domandine si accavallano l’una sull’altra, le speranze pure, mentre i giorni e i mesi passano in attesa di qualcosa.

D’altra parte, la custodia e l’amministrazione cercano di gestire una situazione non facile. Non possono tirare la corda come vorrebbero (non dimentichiamo l’idea di chiudere e gettare via la chiave), e non vogliono andare incontro a troppi acconsentimenti. Dopo tutto il carcere è un luogo di pena, non certo un albergo. In fondo ad ogni teorico dell’ortopedia sociale si acquatta il convincimento, corroborato dall’irrisoria disponibilità di strumenti efficaci, che il suo lavoro è del tutto inutile. Eccolo quindi arrivare alla conclusione che vista l’inutilità del recupero, che almeno il carcere sia luogo di sofferenza, la qual cosa (ritorno dell’ideologia correttiva, diciamo dalla finestra) mette in pace la coscienza e ridà lustro alla funzione del carceriere che altrimenti correrebbe il rischio di svanire nella più assoluta inutilità sociale.

Dal canto suo, il carcerato continua ad aspettare.

La diseguaglianza del trattamento come selezione e premio

L’insieme delle leggi e dei provvedimenti diretti a recuperare il detenuto prevede una disponibilità di quest’ultimo ad essere recuperato.

Il concetto di recupero si basa su di una scala di valori che se è valida per la società nel suo insieme, reggendone le scelte di status, non lo è in modo certo per il detenuto il quale, bene o male, quella scala di valori ha revocato in dubbio, se si vuole in modo più o meno cosciente. È grande pertanto la violenza che viene esercitata su di un soggetto in condizioni di debolezza: quella cioè diretta a fare accettare, e a richiedere comportamenti adeguati in grado di provare questa accettazione, una scala di valori che non solo la scelta di partenza (il reato vero e proprio), ma la stessa permanenza in carcere negano completamente.

L’accettazione di un scala di valori però non è soltanto un moto dell’animo, è principalmente una valutazione positiva in vista dell’ottenimento di qualcosa. Crediamo all’importanza di ciò che desideriamo perché dal suo possesso pensiamo di ricavare un beneficio. Ora, il detenuto si trova nella strana situazione di essere costretto a desiderare qualcosa (ad esempio, il lavoro) per poterne ottenere un’altra (in pratica, la libertà). Niente in una relazione del genere, costante nel rapporto tra istituzione di controllo e soggetto coatto, può avere a che fare con la verità.

L’istituzione sonda e mercanteggia, cerca di ottenere il massimo profitto da una struttura formalmente ortopedica ma sostanzialmente punitiva; il soggetto in esame, schiacciato e reso sospettoso dalle condizioni di pena in cui si trova, cerca la via per meglio ridurre i danni.

Il recupero in società, qualora fosse possibile, dovrebbe essere qualcosa di completamente diverso. In queste condizioni, l’unico risultato è quello di un mercanteggiamento tra selezione e premio.

La soluzione dell’automatismo

Si presenta come la sola soluzione egualitaria, in persistenti condizioni di diseguaglianza. I benefici previsti dovrebbero essere concessi a tutti in base ad una semplice richiesta, quindi ad una dichiarazione di volerli ottenere. Ogni altra procedura, diretta a indagare sulla effettiva condizione di recupero del detenuto, cozza con l’evidente inadeguatezza di qualsiasi ideologia ortopedica, da un lato, e con la palese ingiustizia di un sistema basato sul meccanismo della selezione e del premio.

Le ritrosie istituzionali di fronte ad una soluzione automatica nell’applicazione dei benefici mettono a nudo la reale natura di questi benefici, e quindi l’effettiva estraneità dei detenuti a tutti i tentativi di riforma che sono stati fin qui attuati, come pure a quelli in corso di attuazione. Estraneità basata sul fatto che il mondo della condizione coatta non partecipa di certo alla elaborazione delle riforme, ma queste vengono studiate ed approvate come risposta migliorativa alla pressione esercitata sull’istituzione dall’insieme dei detenuti, sia attraverso le loro lotte, sia attraverso il loro cominciare a sentirsi partecipi di un tutto unitario: partecipi cioè della condizione coatta del recluso.

Ecco spiegata l’importanza, per l’istituzione, di spezzare continuamente, e fin dal suo sorgere, qualsiasi forma di aggregazione, proprio perché quest’ultima minaccia di diventare lo strumento di una pressione sia per l’attuazione delle riforme carcerarie, sia per l’applicazione delle stesse leggi esistenti.

Una mentalità flessibile

Se l’istituzione carceraria non può realizzare l’utopia illuminista di una modificazione del singolo attraverso la pena, può comunque progettare un modello di detenuto che sia più flessibile, più adatto alle mutate condizioni del carcere, il quale ultimo, in quanto struttura di controllo, riflette le mutate condizioni della società.

Mille iniziative, all’interno delle carceri, s’indirizzano verso la flessibilità. L’universo esterno, con le sue profonde modificazioni produttive, una realtà non più schematica fondata sulla centralità di una classe rispetto alle altre, viene riprodotto nel microcosmo carcerario, e qui lavora ad ammorbidire la contrapposizione tra custodi e custoditi. Il carcerato rimane così incerto sul proprio ruolo, aumenta il livello delle aspettative, si colloca in una dimensione possibilista che una volta era impensabile. Il carceriere, a sua volta, è chiamato a compiti non precipui suoi, non più strettamente legati alla conta e alla chiusura dei blindati. Si allarga così e si diversifica la figura dell’operatore carcerario, si diffonde la presenza del volontariato, come pure si moltiplicano le attività culturali: cinema, teatro, conferenze, dibattiti, ecc.

Considerando le cose da un punto di vista strettamente carcerario, ogni piccolo miglioramento è una conquista: dall’ora passata fuori dalla cella, alla televisione, alle possibilità di acquisto di prodotti vari all’interno, una volta limitata a pochi articoli adesso diversificata al massimo. Nello stesso tempo questi miglioramenti hanno un prezzo: rendono più difficile mantenere alta la coscienza di carcerato, la stessa cognizione della propria sofferenza, contribuiscono ad alleviare la pena ma ovviamente non possono cancellarla, per cui, alla lunga, gettano le basi della disgregazione e di quel sentirsi soli, in balìa di una struttura nemmeno tanto bene identificabile.

Lo scopo delle lotte in carcere

È sempre quello della costituzione o del rafforzamento dell’unità dei carcerati.

Non si tratta più, come è accaduto in passato, di etichettare questa unità sotto una sigla egemone, ma di farla camminare coi propri piedi, cioè di contribuire alla crescita della coscienza individuale. Non una coscienza generica, tipica di chi trovandosi in condizioni di bisogno si arrangia per sopravvivere, ma una coscienza specifica, cioè qualificata, una coscienza che sta individuando ed approfondendo la propria condizione sociale di emarginato ed espulso dai meccanismi societari, di racchiuso in un ghetto ben custodito con ragguardevoli privazioni di libertà.

Questa coscienza non è il prodotto di indottrinamenti o di scelte politiche a priori, non si tratta di accettare la guida di qualcuno, tanto meno quella di qualcuno orientato politicamente. Si tratta di una crescita culturale, di un aumento delle occasioni di riflessione, di moltiplicare all’interno dell’istituzione la circolazione delle idee: naturalmente delle idee di libertà, non delle idee di acconsentimento e di rinuncia. Sulla crescita culturale dei detenuti tutti sono d’accordo. Per prima la stessa istituzione, che nei secoli della sua storia ha messo in atto atroci sistemi di indottrinamento (ad esempio, le ridicole conferenze contro l’alcolismo, ecc.). Anche oggi il sistema carcerario si dà un gran daffare per mettere in piedi una circolazione della cultura. Anche le forze tradizionalmente dedite alla semplice pietà adesso fanno cultura nelle carceri, e perfino, a volte, la stessa custodia in prima persona pretende di farlo. Ma non è di questa cultura che sto parlando.

Sappiamo tutti, in quanto carcerati o ex carcerati, quale può essere la risposta dei detenuti all’offerta istituzionale di cultura: sempre quella di uscire dalla cella per qualche ora, di approfittare di ogni occasione possibile per variare il monotono panorama dell’annientamento quotidiano.

Ma la crescita della coscienza individuale verso un senso collettivo del sentirsi insieme, se è fatto culturale, è fatto culturale diverso. Ecco perché sono di grande importanza tutte le iniziative culturali autogestite dai detenuti, perché vengono immediatamente viste dagli altri carcerati come iniziative diverse, e quindi ogni occasione del genere produce molto di più di quello che, sia pure con le migliori intenzioni, può produrre l’istituzione nei confronti della quale vige un radicato e giustificabilissimo sospetto.

La risposta

Alle attività politiche in senso stretto e a tutte quelle iniziative che vengono prese per studiare e affrontare con intenti migliorativi il problema delle carceri, i detenuti possono rispondere a mio avviso in un solo modo: con una attenzione programmatica. Cioè, da un lato documentarsi e studiare quali sono queste attività, indicando quali di esse hanno un vero e proprio fondamento pratico e quali costituiscono solo fumo indirizzato a coprire scopi diversi; dall’altro, aggregarsi in vista delle possibili lotte di domani.

Infatti è solo questo il mezzo che i carcerati possiedono per rendere più veloci le riforme, più significativi gli eventuali provvedimenti di miglioramento, più applicate le leggi di già esistenti.

Tutto ciò senza dimenticare che il problema non può essere risolto in questo modo, che nessuna riforma e nessun uomo politico potrà risolverlo, e che l’unica soluzione possibile è la completa distruzione delle carceri.


[Relazione presentata al Convegno dal titolo “Riforma del Codice Penale”, tenuto all’interno del carcere di Rebibbia il 10 febbraio 2000. Questo testo è stato pubblicato in opuscolo a cura dei detenuti di Rebibbia facenti parte della biblioteca Papillon, dicembre 1999, pagine 11]

La condizione carceraria e le lotte dei prigionieri oggi in Italia

Il carcere è un argomento un po’ diverso da tutti quelli che si discutono giornalmente in un’aula come questa. Si tratta di un argomento che viene quasi sempre nascosto. Occorre una certa cautela a chi finanzia, sostiene, modifica e rende possibili le carceri. Difficilmente l’istituzione stessa ama parlare del carcere, se non per dire che sta cercando di perfezionarlo, di migliorarlo. In effetti il carcere è un bubbone mostruoso che potrebbe essere soltanto distrutto.

Non esiste un discorso migliorativo sul carcere, né quanto dirò questa sera, pur parlando di lotte dall’interno del carcere, lotte dirette ad ottenere alcuni miglioramenti della vita dei detenuti, potrà essere inteso come desiderio di migliorare il carcere, tutt’altro.

Il carcere è un’istituzione totale che toglie via ad un certo numero di persone un considerevole quantitativo di anni, una parte della loro vita, una grossa fetta di anni. Qualunque periodo viene trascorso in carcere, da pochi giorni a moltissimi anni, ed ho conosciuto detenuti con molti anni di carcere sulle spalle, costituisce una pesante, e spesso non eliminabile, esperienza negativa.

Le figure che girano attorno al carcere sono tante, ci sono tante persone pagate dallo Stato, non soltanto per tenere chiusi i detenuti, ma anche per – a suo dire, a dire dello Stato – per migliorarli, per metterli in condizioni di tornare ad inserirsi nella società e svolgere in quest’ultima un ruolo produttivo. Sono tutte cazzate. Non è possibile un reinserimento di una persona che è stata così trucemente, così violentemente stuprata, a cui è stato tolto così proditoriamente, e senza possibilità di fare diversamente, una parte considerevole della sua vita, obbligandola a restare senza fare niente in attesa del passare dei giorni.

Varie quindi le figure che ruotano attorno al carcere, ma sostanzialmente io le ho sempre divise in due categorie: i carcerati e i carcerieri. Carceriere quindi non è solo chi tiene la chiave e chiude a chiave – questa è l’ultima e la più schifosa, la più ributtante ruota del carro – ma qualunque persona che entra in carcere e non ha la divisa del detenuto. E, nel carcere, come vedremo appresso, a seguito delle profonde trasformazioni che ci sono state nella struttura della società, e quindi nella struttura stessa del carcere, sono molte le persone non detenute che entrano in carcere, non soltanto persone istituzionali, ma anche volontari che cercano di stabilire un rapporto, di cui parleremo dopo, con i detenuti.

In fondo, il carcere, che è un luogo di pena e di isolamento, invece si propone all’attenzione della società come un luogo in cui viene operato il recupero e il reinserimento, come se questo luogo fosse gestito e basato su di una concezione ortopedica dell’uomo, come se l’uomo si potesse modificare, dopo l’“errore” commesso, e tornare ad essere indenne, pulito, un’altra volta al suo posto nella società. Una delle prime impressioni che si ha entrando in un carcere, a parte l’oppressione fisica che uno avverte, la mancanza di aria, il senso di claustrofobia, il senso di pericolosità che ogni secondo che si vive in carcere porta con sé – inteso come qualcosa che sta per accadere, che potrebbe essere anche di considerevole pericolo – una prima impressione, dicevo, è quella che la maggior parte dei detenuti è povera. I quattro quinti dei detenuti sono poveri nel senso di quel livello di miseria che nella società, nella cosiddetta società libera, esiste anche ma che solo in carcere raggiunge una particolare visibilità.

Pensate che in Italia, in questo momento [gennaio 2000], vi sono circa 55.000 detenuti, mediamente, appunto, i quattro quinti di essi non hanno più di diecimila lire di reddito. Queste diecimila lire sono, come vedete, praticamente nulla, non bastano nemmeno a comprare le sigarette per due giorni. Esse costituiscono in genere l’elemosina elargita da certe organizzazioni, come la Caritas, l’Arci, e così via.

In effetti questi detenuti in miseria si trovano dentro il carcere in una condizione di diseguaglianza, condizione che riflette la diseguaglianza sociale, la quale, riproducendosi in carcere, si ingigantisce come condizione particolarmente penosa, perché non c’è modo in carcere di potersi arrangiare, non essendoci che in misura minima lavoro per questa fascia di detenuti. Quindi, in carcere, o si ha una certa disponibilità di soldi o non si ha. Se non si ha si è un reietto duplice, non puoi nemmeno utilizzare quei modesti mezzi che la legge ti mette a disposizione. Non trovi con facilità un avvocato che abbia voglia e tempo, fatica e intelligenza da sprecare per te, non hai nemmeno la possibilità di fare un appello decente, di seguire un iter giudiziario. Molti detenuti che si trovano in carcere senza soldi si vedono piovere addosso sentenze definitive che fanno accumulare anni e anni di condanna, che forse con una disponibilità finanziaria si sarebbero potuti evitare.

D’altro canto, il Codice penale in se stesso, considerato come un insieme, come luogo fisico e intellettuale, premessa ideologica, dove si trovano delle norme che fissano i limiti tra ciò che è legittimo e ciò che non è legittimo – limiti in base ai quali la gente viene spedita in galera – presiede e garantisce la differenza di classe, attraverso una differenza di trattamento, una diseguaglianza di fatto camuffata da un’uguaglianza di diritto. È lo stesso Codice penale che mette alcuni mezzi legali a disposizione dei detenuti privilegiati – e il privilegio è sempre quello basato sulla disponibilità finanziaria. Ad esempio, piccoli reati puniti con pene che vanno dai tre ai sette mesi vengono scontati per intero da chi non ha queste possibilità, e non c’è modo di fare qualcosa per aiutare costoro in un ricorso o in un appello. C’è pertanto una massa fluttuante di detenuti, che esce ed entra dal carcere, scontando sostanzialmente ergastoli senza avere commesso nulla di più di qualche semplice furto.

Certo, anche nella società ci sono le contraddizioni, le vediamo tutti i giorni, ci sono i poveri, ci sono i ricchi, ci sono gli inclusi e ci sono gli esclusi, ci sono quelli che possono accedere a determinate possibilità, mettere a frutto, a utilizzo, le proprie doti naturali, chiamiamole come vogliamo: condizioni familiari di partenza, condizioni finanziarie, ecc., e poi ci sono quelli che non possono farlo. Questa situazione crea delle discriminanti sociali, le fa perpetuare nel tempo, quindi diventa storia dello scontro di classe. E il carcere riflette queste condizioni della società e le acuisce. In effetti, quindi, la società produce essa stessa il crimine per cui la gente va a finire in carcere, le azioni cioè condannate e quindi corrispondenti al cosiddetto “crimine”. Se io passo davanti a una gioielleria, apro la porta, spiano sotto il naso del gioielliere una pistola e cerco di prendere quello che posso, se compio questo atto violentemente estortivo, ma che io considero un recupero di quello che come miserabile la società mi ha sottratto, se ho preso coscienza di una certa distribuzione della ricchezza e di quello che dalla mia tasca è stato tolto, viene scatenata immediatamente contro di me la repressione, perché non si fanno le rapine.

Ma, a determinare che cosa è una rapina, in fondo in fondo, è un pezzo di carta. Nel Codice c’è scritto che la rapina è condannata, se non sbaglio, da un minimo di due o tre anni fino ad un massimo di ventuno anni, un ampio raggio di anni di carcere con cui si può condannare una persona accusata del reato di rapina. Ora, in fondo, la rapina – o comunque il furto, o l’impadronirsi della proprietà altrui – non è soltanto condannata, perseguita da un foglio di carta che si chiama Codice penale, ma anche da una certa distribuzione dei valori, da una certa condizione di pensiero di cui tutti, bene o male, facciamo parte, che tutti condividiamo, da una certa condivisione dei valori. La sacralità della proprietà altrui è un grosso valore su cui si basa la società contemporanea. Davanti a questa sacralità c’è una soglia da superare, ci sono determinate condizioni della nostra vita. Pensate alla soglia della corporalità. Se io con la mano avvicino il corpo di un’altra persona, anche per sbaglio certe volte, immediatamente mi sento quasi obbligato a chiedere scusa, perché c’è una chiusura sacrale nella comunanza di due corpi che si supera soltanto attraverso certe condizioni: la discussione, l’affetto, l’innamoramento, la simpatia, l’odio, lo scontro fisico feroce, si supera a certe condizioni, ma in condizioni normali è difficile superarla.

Così è per quanto riguarda la proprietà. La maggioranza dei detenuti che si trova in carcere ha dovuto superare questo livello. I motivi per cui lo ha dovuto superare costituiscono l’elaborazione di una vera cultura. A chi non appartiene, o non ha frequenza o non ha mai avuto modo o fortuna o sfortuna di partecipare, di far parte di determinate minoranze, sembra straordinario, incredibile quanta fatica mettano i detenuti e quante attenzioni pongano a mantenere questo raggiunto superamento della soglia della sacralità della proprietà altrui. Io mi sono accorto di questo perché, ad esempio, non è mai successo, o è rarissimo, ed è comunque veramente esecrato, un furto in carcere, cioè, mentre in carcere il novanta per cento dei detenuti sono tutti ladri, chi più e chi meno, ladri o rapinatori o anche spacciatori, ma hanno una loro esperienza di furto e così via, ecco, non entrerebbero mai nella cella di un compagno per rubare. Questo significa che costoro hanno non soltanto introiettato il superamento di una certa soglia di sacralizzazione della proprietà altrui, ma hanno anche capito che la proprietà nella miseria, o, per meglio dire, il possesso minimo di alcuni beni, nell’ambito della propria situazione di carcerati, è condizione diversa.

Quindi, non sono persone allo sbaraglio, non sono barbari che distruggono, ma persone che ragionano e che hanno anche una considerevole umanità di ragionamento, e in più hanno una grande capacità di cogliere i bisogni e i desideri degli altri.

Ed è di questo, del tentativo di distruggere questo processo di presa di coscienza, che si prende carico lo Stato, particolarmente gli istituti dello Stato che sono presenti in carcere. Quindi, la società, come abbiamo visto prima, produce sia a livello dell’economia che a livello della produzione di pace sociale – cioè con l’equilibrio tra repressione e consenso, equilibrio che è continuamente in corso di realizzazione nella società – produce una marginalizzazione, in altri termini un insieme di persone abbastanza consistente che non accetta questo tipo di normalizzazione, non l’accetta per le condizioni sociali in cui si viene a trovare, per difficoltà di sopravvivenza, oppure non l’accetta per una scelta di coscienza, perché si è resa conto che il processo di normazione che viene realizzato attraverso la partecipazione, attraverso il salario, attraverso il lavoro, attraverso la “vita normale”, non va accettato ma rifiutato. Questo processo di marginalizzazione nella società costituisce anche un processo culturale, un processo di normazione culturale. In sostanza, tutti noi viviamo giornalmente questo processo di marginalizzazione, e siamo sempre noi a impostare i termini della distanza, a rifiutare quello che ci viene offerto, a livello di singoli: abbigliamento, scelte di colori, di parole, di cultura, ecc.

Scegliamo noi, resta da vedere entro quali limiti riusciamo a farlo, se è vero che scegliamo noi o c’è anche un processo insito nella stessa distribuzione di classe che ci spinge ad operare certe scelte. Questo è un vecchio argomento sempre aperto, ma altrettanto fa quel vasto strato sociale che alimenta in fondo in fondo il carcere: sceglie in base a valori che solo apparentemente sono contrastanti con i valori dominanti. Io ho parlato con rapinatori il cui scopo nel fare rapine era quello di fare una bella vita, comprarsi la Lamborghini, ma ancora di più lasciare la Lamborghini in seconda fila davanti al night e buttare le chiavi al guardamacchine. Era questo il loro vero desiderio: non tanto la Lamborghini o la bella vita, ma proprio quel gesto plateale che a me ricorda il gesto di un nobile spagnolo che entrava a cavallo nella cattedrale di Siviglia.

Questa concezione fantastica della realtà spinge molti ad attaccare la proprietà, quindi non cadiamo, per carità, nell’equivoco poveristico, l’equivoco in base al quale è la miseria a riempire le carceri. Certo, i quattro quinti dei detenuti sono poveri, ma spesso tra questi poveri ci sono pure quelli che avevano la Lamborghini prima e che si sono mangiati tutto. Tutte queste cose, che sembrano contraddittorie, caratterizzano la popolazione carceraria. Il problema delle carceri è questo insieme di contraddizioni.

Queste persone vedono davanti ai propri occhi svilupparsi una serie di prospettive. La trasformazione della realtà, così come l’abbiamo ormai sotto gli occhi tutti, ha sostituito la prospettiva normale garantita attraverso la qualificazione sul lavoro, la partecipazione alla distribuzione delle ricchezze, sostituita con una potenzialità di prospettiva, forse più ricca ma sostanzialmente inadatta a realizzarsi. In pratica stanno costruendo un popolo di frustrati, di persone che hanno centomila cose in più da fare, possibilità per capire centomila cose in più e per realizzarne ancor meno di quanto se ne potevano realizzare venti, trenta anni fa, quando ognuno vedeva soltanto la strada da percorrere nell’ambito della propria qualificazione professionale. Siamo in sostanza davanti ad una riduzione di prospettive che porta una parte di persone a smarrire il senso della propria vita, a perdere la coscienza di sé, perché si è in questa situazione: che cosa fare davanti al concetto ben radicato in molti di noi che non esiste futuro, che cosa si può fare?

Io penso che i migliori di noi, davanti alla domanda: che farò in futuro? si pongano la domanda successiva: e allora che devo fare ora, visto che non so cosa fare in futuro? Perché non prendermi ora tutto quello che è possibile pigliare e poi vedere cosa c’è a disposizione, e questo cos’è (stiamo parlando della situazione collettiva nel suo insieme), cos’è questa seconda domanda se non la porta che si apre davanti alla disgregazione sociale?

Come vedete, il progetto repressivo non è tanto il poliziotto e il suo manganello, non è soltanto questo, ma è anche il darti l’impressione di entrare all’interno di un palazzo delle meraviglie in cui qualunque oggetto tu tocchi immediatamente squaglia, si frantuma, si scioglie nelle sue mere possibilità, diventa niente, però mantiene nello stesso tempo l’illusione di potere aprirsi al momento successivo, e così via, di momento in momento: entrare in una banca, aprire la cassaforte, portare via i soldi, tutto sfuma nella mancanza di coscienza di sé, pur nella possibile determinazione del gesto, anche in questo caso in effetti non si sa che fare, tutto dilegua nella Lamborghini, nel gesto di buttare le chiavi al guardamacchine.

Siccome il carcere non è altro, molto semplicemente, che la società messa sotto la lente del microscopio, invece di sessanta milioni, sessanta mila messi sotto il microscopio, le cose in carcere si vedono molto meglio, più chiaramente. Il carcere si basa sul sistema molto semplice e antico delle pene e dei benefici. Dal momento che tu entri in carcere e vai in matricola e ti spogliano nudo e ti fanno la perquisizione e incominci a sentirti una persona degradata, immiserita (perché anche oggi che non c’è più la penetrazione anale, che c’era quando sono entrato per la prima volta in carcere tanti anni fa, l’immiserimento resta lo stesso), da quel momento sei un uomo nudo, un uomo privato della gran parte delle sue possibilità di difesa. Questa concezione di perdere qualcosa l’avverti fin dal primo momento che entri in matricola. E allora, cosa fai? Incominci a cercare di darti da fare. Se una persona ha un minimo di amor proprio, un minimo di forza morale, naturalmente si organizza, cerca di trovare i propri spazi vitali, perché l’uomo è un animale che si adatta a qualunque condizione. In breve tempo, se uno non è del tutto stupido, riesce a stare mediamente bene, si adatta. E quindi cosa fa? Inizia la lunga attesa. Il carcerato aspetta, il suo vivere in carcere è una attesa continua. Il potere lo sa, la gestione carceraria lo sa, e cerca di frammentare questa attesa. Anche nell’ambito della giornata stessa ci sono degli interventi, c’è l’aria, c’è quello che ti porta la frutta e il pane, l’uovo sodo o la marmellata, il pranzo, la cena, ti portano all’aria, ti fanno fare due ore di socialità, come vedete la giornata è molto articolata. Ma tu aspetti, aspetti che cosa? Aspetti che passi la giornata? No, aspetti che passi il carcere, tu aspetti la libertà.

Ora, il sistema delle pene, come ognuno capisce, ha una origine all’interno delle vecchie concezioni pedagogiche in base alle quali si pensava che i bambini potessero essere educati meglio sottoponendoli a pene precise, corporali e morali. Tenete presente che, ad esempio, il sistema pedagogico inglese soltanto da qualche anno ha abolito la presenza della verga nelle scuole primarie, non è una cosa di due secoli fa, ma di appena qualche anno fa. Però il carcere è rimasto indietro, non alla verga ma alle celle di punizione, ai letti di contenzione, alle punizioni nel senso di privare i detenuti che si comportano male di determinati benefici di cui adesso discuteremo.

Il carcere, comunque, se si considerano (come so per esperienza personale) gli ultimi trent’anni, e anche considerando periodi ancora precedenti, si è evoluto verso una maggiore apertura. Il carcere di una volta era molto più chiuso, non c’erano certe possibilità, ad esempio una stupidaggine come la televisione non esisteva in cella, e non è poco per chi è costretto a restare chiuso ventidue ore su ventiquattro. Si è evoluto perché non ci sono più i sistemi repressivi di una volta, nel senso che c’è una maggiore capacità di resistenza da parte dei detenuti. Ma con tutti questi cambiamenti in fondo nulla è cambiato, ogni cosa essenziale è rimasta al suo posto: il carcere è sempre il medesimo luogo di sofferenza. La novità consiste nel fatto che la società esterna ha messo sempre di più l’occhio dentro il carcere e sta cercando di vedere se è possibile la sua gestione non soltanto in termini repressivi e di controllo, ma anche in termini di partecipazione.

Ma questo stesso concetto non è altro che il modo di essere della società nel suo complesso. Quest’ultima si è andata trasformando, il sistema produttivo è diverso dalla vecchia concezione fissa della produzione capitalista. Oggi ci si avvia verso una concezione sempre più flessibile, sempre più diffusa sul territorio, frantumata; verso una struttura capace di risolvere i problemi di natura economica una volta caratterizzati dalla rigidità dei costi del lavoro, dei costi degli impianti fissi, ecc.

La società in cui viviamo è sostanzialmente una società di profonde trasformazioni che sono rese possibili dalle nuove tecnologie, in particolare dalla telematica. Il carcere non è contrario ad accettare queste trasformazioni. Pur restando la condizione carceraria basata sempre sull’attesa e sulla costrizione (persone chiuse in un luogo, persone che non si possono muovere e che non possono fare nulla perché debbono solo aspettare), si creano situazioni carcerarie più aperte, interne comunque alla dimensione costrittiva del carcere.

Così, la flessibilità, l’apertura, il fatto di fare entrare dentro il carcere una serie di figure non istituzionali che possono facilitare il contatto fra interno ed esterno, quale scopo si prefiggono, cosa cercano di raggiungere? Cercano di frantumare ancora una volta la popolazione detenuta.

Se noi consideriamo la questione dal punto di vista del controllo, l’ideale della guardia, come dicono i carcerati, sarebbe quello di chiudere e di buttare via la chiave. Ciò è facile da capire: così la guardia ridurrebbe il lavoro che gli compete, e col lavoro le sue preoccupazioni. Però, tra questo ideale di chiudere il detenuto e buttare via la chiave e l’ideale di farlo circolare liberamente, sia pure all’interno del carcere, c’è tutto un itinerario da percorrere. Io, come ex-detenuto del carcere di Rebibbia, dove sono stato fino alla fine del 1997, faccio parte della biblioteca di quel carcere. Si tratta di una biblioteca con migliaia di volumi all’interno della quale alcuni detenuti organizzano, in collaborazione con l’esterno, incontri, dibattiti, conferenze, presentazioni di libri, sviluppano ed elaborano analisi, approfondimenti, critiche, fanno conoscere quello che accade nelle carceri, documentano la condizione carceraria in generale e quella particolare (malati, minoranze etniche, tossicodipendenti, ecc.).

Lo scopo principale di tutta questa attività culturale, analitica e informativa è quello di fare vedere come la condizione atomistica – ogni detenuto separato, isolato dall’altro – sia la possibilità migliore da parte dell’istituzione di colpire o gestire, dal punto di vista repressivo, la situazione del detenuto in carcere, e quindi, nello stesso tempo, di mostrare come la risposta migliore dei detenuti sia quella di raggiungere una più grande coesione fra loro, cercando di capire quali sono le prospettive di lotta più efficaci per uscire dall’isolamento e dalla disgregazione.

Ora, la parcellizzazione e l’atomizzazione all’interno del carcere sono fatti molto evidenti perché rendono più difficile la possibilità di ognuno di avvicinarsi al compagno detenuto per fare qualcosa insieme, per superare tutta una serie di differenziazioni. Il carcere permette determinate facilitazioni – chiamiamole così – a chi si sottopone al cosiddetto “trattamento”, termine di origine clinica che lascia capire bene di cosa si tratta. Il detenuto singolo viene con questo “trattamento” sottoposto ad una serie di indagini personali da parte di figure istituzionali (psicologi, educatori, ecc.) e non istituzionali (volontari), che cercano di far luce sui processi di cambiamento (in genere fittizi, suggeriti dalle attese stesse del detenuto) che si stanno realizzando. Lo scopo è quello di premiare i comportamenti “adeguati” con una facilitazione dell’accesso agli accorciamenti di pena e di spezzare la resistenza dei detenuti che non vogliono accettare queste indagini comunque invasive.

Il volontario, che è immagine importantissima della società di oggi, esprime le caratteristiche più avanzate di questo recupero. Io mi sono trovato in carcere, nel corso dell’ultima carcerazione, proprio a Rebibbia, ad ascoltare una conferenza sull’Unità d’Italia fatta da un tizio, un volontario. Litigando con lui riguardo la funzione degli eserciti napoleonici nell’Europa dell’inizio dell’Ottocento, gli dissi che per me tutti i volontari erano dei carabinieri. È chiaro che vi fu una sorta di levata di scudi da parte di tutti i volontari. Poi abbiamo chiarito meglio, anche in diverse discussioni pubbliche, dicendo che i volontari in carcere, per me, sono carabinieri in quanto in carcere ci possono essere due figure soltanto: i carcerati e i carcerieri, e fin quando i volontari non dimostrano di essere anche loro carcerati non possono essere altro che carcerieri o, per usare una parola più forte, semplici carabinieri.

Sfido chiunque a dirmi che questo ragionamento è sbagliato. Qualcuno potrebbe rispondere: “è un ragionamento massimalista”, per cui avrei fatto bene a non farvi perdere questa oretta di tempo dicendovi semplicemente all’inizio: “amici miei, io sono anarchico, per me il carcere va distrutto, per cui tutto il resto sono chiacchiere”. E invece non dico soltanto questo. Io sono un anarchico, per me il carcere va distrutto e a riconfermarmi in questo mio convincimento non solo di essere anarchico – questo va da sé – ma di distruggere il carcere, di cercare di distruggere il carcere, è il fatto che la realtà carceraria consente la possibilità di sviluppare delle lotte dei detenuti contro certe particolari condizioni specifiche, lotte che sono abbastanza simili alle lotte che possiamo sviluppare, ad esempio, insieme agli sfrattati, insieme ai disoccupati, insieme a tutti coloro che si trovano in una situazione di bisogno. Si tratta di un bisogno loro, bisogno di un lavoro, bisogno della casa, ecc. A me, in quanto anarchico, questi bisogni non interessano, sono troppo circoscritti e limitati, anzi posso pure pensare che come anarchico sia meglio, dal punto di vista delle condizioni di rivolta, che questi bisogni non abbiano soddisfacimento, che non vengano dati né la casa, né un lavoro, ma sono lo stesso disposto a partecipare alle lotte intermedie se i partecipanti accettano la mia proposta metodologica, se sono cioè disposti, nelle loro lotte parziali, nelle loro richieste di miglioramenti, ad impiegare il metodo dell’attacco, a prendere l’iniziativa, a prendere in mano il proprio destino. In altre parole se accettano il metodo della conflittualità permanente, dell’autogestione, del rifiuto di qualunque contrattazione, del rifiuto di tutti i partiti e di ogni altro genere di gentaglia, e così arrivare fino in fondo, fino al punto in cui si vuole arrivare.

La stessa cosa può avvenire anche in carcere, a mio modesto avviso. So che questa tesi non è condivisa da tanti compagni, però è la tesi che io condivido da molti anni, difatti mi sono chiesto se io faccio una lotta con i senza lavoro, con che obiettivo mi pongo nei confronti di questa lotta? Ad esempio, qualunque cosa io faccio mi pongo nell’obiettivo di farla bene, che abbia un risultato positivo, che ottenga dei risultati. Se io lotto insieme a quelli che sono senza lavoro, mi aspetto che loro ottengano il lavoro, il risultato migliore ipotizzabile in un certo momento. Ma dato che mi aspetto questo risultato positivo (sarei un imbecille se mi aspettassi il contrario di quello che voglio fare), qual è la mia posizione, quella cioè di pensare che questa gente tramite una lotta correttamente impostata dal punto di vista metodologico – quindi tramite la conflittualità permanente, l’attacco, anarchicamente corretta come lotta, ma non condotta da anarchici, mentre anarchico è soltanto il metodo impiegato – questa gente, ottenuto il risultato, sia, come dire, riconoscente verso di me anarchico, verso i metodi anarchici? Mi aspetto questo? Se mi aspetto questo sono un imbecille. Perché mai dovrebbe questa gente avere riconoscenza nei confronti del metodo? L’unico motivo per cui potrebbe averla sarebbe quello che, maturata una coscienza di lotta, immediatamente lo sfruttato, il disoccupato, trovato lavoro, trovata la casa, decidessero di passare la vita sulle barricate. Ma che senso avrebbe tutto ciò? La gente ha famiglia, deve pur mangiare, perché mai deve passare la vita col moschetto in spalla sulle barricate? Potrebbe però ammettere che il metodo è efficace, ed andrebbe applicato in altre lotte. Calma. Bisogna pure pensare ai bambini, dar loro da mangiare, pensare ai cazzi propri, ognuno ha i suoi problemi.

Quindi non ci si può aspettare dall’applicazione di un metodo corretto una risposta permanente di tipo quantitativo, un’adesione ai miei metodi – non dimentichiamo che sono stato io a proporre quei metodi, la mia figura personale o collettiva, secondo il modo in cui mi sono presentato. Va bene: oggi abbiamo avuto il lavoro, domani distruggeremo il mondo. E che gli frega alla gente di distruggere il mondo? Se io sono là ad aspettarmi un’adesione di tipo quantitativo, se mi metto a raccogliere adesioni, se faccio un’organizzazione anarchica di tipo tradizionale applicante questi metodi, diretta adesso non più ad ottenere gli scopi modesti del raggiungimento del lavoro, ma più esattamente quelli ottimali, dal punto di vista anarchico, di distruggere lo Stato, se mi pongo tutto ciò, sono ancora una volta un imbecille.

Difatti, è accaduto nella storia, ad esempio in Spagna nel 1936, ma anche più recentemente e più in piccolo a Castelvetrano all’inizio degli anni Cinquanta e a Spezzano Albanese qualche anno fa, che i compagni anarchici che avevano partecipato alle lotte insieme alla gente, con metodi anarchici, ma in una prospettiva di tipo quantitativo, ad esempio suggerendo la costituzione di un sindacato di base (tanto per fare un’ipotesi), ottenendo i risultati che la lotta auspicava, e quindi positivi, la gente finiva per dire agli anarchici: “scusa, amico mio, ieri mi hai proposto questa lotta, adesso c’è stato un risultato positivo, continuiamo, andiamo avanti, presèntati alle elezioni amministrative, diventa sindaco, ecc.”. Ora, essendo anarchico non posso accettare di candidarmi alle elezioni, né amministrative né altro (il caso spagnolo segna un limite non valicabile e un ammonimento duraturo), in quanto sono contro tutte le elezioni. Ma la gente mi dice: “sei un imbecille. Perché ci hai suggerito questa strada che per te è senza sbocco?”. Il fatto è che le lotte intermedie non possono essere sviluppate da un punto di vista quantitativo, salvo ad accettare la logica della delega e della guida come il caso spagnolo insegna. Qui come si sa gli anarchici sono andati al governo. Infatti, chi accetta la logica della crescita quantitativa finisce per accettarne tutte le conseguenze.

Al contrario, la lotta rivendicativa deve limitarsi ad applicare il metodo che reputa migliore, non accettare guide o progetti politici dominanti e chi partecipa alle lotte non deve presupporre possibili riconoscimenti o deleghe durature. L’unico obiettivo possibile è quello di ottenere i risultati positivi. Per cui la lotta stessa viene portata avanti senza illusioni, ma anche senza pessimismi, accettando tutto quello che potrà venire dopo in termini di generalizzazione della lotta. Il fatto che da quella lotta venga fuori uno stimolo successivo, o si allarghi un processo di generalizzazione dello scontro, non può essere considerato impossibile o utopistico a priori.

So bene che questa conclusione è di natura idealista, ma so ancora meglio che l’altra, l’ipotesi di natura quantitativa, la delega e la crescita progressiva, era in modo ancora peggiore di natura idealista perché mi poneva ineluttabilmente, nel caso dell’estremo successo della lotta stessa, di fronte alla dicotomia di accettare il potere, gestirlo in prima persona o rifiutarlo e quindi lavorare per qualcosa che io stesso non posso desiderare.

La lotta intermedia, impostata con canoni metodologici di natura anarchica, correttamente applicati, quindi conosciuti, cosa che non tutti i compagni riconoscono, quindi importanti di per sé, non può avere come scopo se non la generalizzazione della lotta stessa, il suo proprio processo di sviluppo.

Perché tutto questo non può anche accadere all’interno della condizione carceraria? Perché 55.000 anime perdute in questo momento nelle 250 carceri italiane non debbono essere considerate potenzialmente organizzabili per una lotta che si possa sviluppare fuori dal carcere, generalizzandosi fino alla distruzione di quest’ultimo? Quindi fino alla distruzione dell’attuale assetto societario?

La lotta in carcere deve avere come punto di partenza il raggiungimento di obiettivi tangibili e minimali, come per altro qualsiasi altra lotta intermedia. Il punto da superare è la profonda disgregazione in cui si trova la popolazione detenuta, disgregazione voluta sia dalle strutture istituzionali che reggono e programmano il carcere, sia dalla stessa società di cui il carcere è una sorta di proiezione esasperata. Il superamento di questa disgregazione è possibile intensificando i processi di presa di coscienza, di solidarietà, di conoscenza, di informazione. In questo senso la funzione di un gruppo di detenuti, e anche di ex-detenuti o di altre persone interessate alla condizione carceraria, è importante ed è importante che passi attraverso la possibilità di mettere a disposizione di larghe fasce di prigionieri quanta più documentazione possibile, in modo particolare su quello che succede nelle varie carceri: dalle condizioni estreme di repressione alle iniziative di resistenza e di contrapposizione vera e propria.

Le lotte intermedie possono andare dal rifiuto dell’aria (ore di passeggio quotidianamente consentite), al rifiuto dei colloqui, dei pacchi familiari, della socialità, della palestra, della visita medica, del cinema, delle attività sportive. E poi possono anche svilupparsi altre forme più complesse, come il rifiuto del vitto dell’amministrazione (il cosiddetto “sciopero del carrello”), del lavoro in carcere, lo sciopero della fame, la fermata all’aria, il sequestro di una parte del personale di custodia (ad esempio, il caso avvenuto di recente [gennaio 2000] nel carcere di Parma).

L’insieme di queste lotte è molto articolato, come si vede, e richiede un impegno organizzativo e una forza di solidarietà che non hanno paragoni con lotte similari, sempre intermedie, che possono organizzarsi fuori del carcere. Ciò è chiaramente dovuto alle particolari condizioni dell’universo carcerario.

Sostengo che nessun compagno, nessun rivoluzionario ha il diritto di ritenere che quello che non determina la completa distruzione dello Stato non interessa, o peggio ancora è controproducente. Ognuno deve cercare di sognare quello che potrebbe derivare dalla piccola lotta alla quale sta partecipando, per quanto trascurabile quest’ultima possa apparire al suo inizio. La condizione di sofferenza sociale, quando si acuisce come nel caso del carcere, è sempre un bubbone infetto che non puoi sapere quale strada sceglierà per scoppiare. Se non si è capaci di sognare questa possibile generalizzazione, in fondo si possiede l’anima di un ragioniere che prima o dopo finisce per presentare il conto, che prima o poi ritenendosi sacrificato finirà per pretendere qualcosa per sé.

Qualcuno mi potrebbe dire che la condizione carceraria è una condizione istituzionale, quindi chiusa, quindi con particolari difficoltà, e questo è importante, che è una condizione certamente disgregata, e questo è vero, ma la sfida sta proprio qui.

Grazie.


[Conferenza tenuta all’Università di Firenze, Facoltà di scienze della Formazione, il 31 gennaio 2000. Trascrizione della registrazione su nastro]

Intervista a Radio Onda Rossa del 7 novembre 1997

[Radio Onda Rossa]: Siamo in comunicazione con Alfredo Maria Bonanno che tra l’altro è stato imputato e detenuto per l’inchiesta Marini contro gli anarchici. Bonanno è stato recentemente [ottobre 1997] scarcerato a seguito di una sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare, questo da un punto di vista tecnico, quindi Alfredo ed Emma, un compagno e una compagna, hanno ripreso la libertà da qualche giorno. Allora, Alfredo, prima di tutto volevamo sapere come stai, come è la situazione e soprattutto il pensiero verso gli altri tuoi coimputati e detenuti.

Diciamo che io sono uscito il giorno 30, la sera tardi, dal carcere; lo stesso giorno della sentenza della Corte di Cassazione che ha appunto cassato la decisione del Tribunale della Libertà che confermava invece l’opinione seguita dal Giudice della indagine preliminare, di interrogarci dopo l’arresto con tutto comodo, tant’è vero che questo giudice si prese appena appena 10 mesi per vederci, mentre, secondo la legge, almeno secondo una sentenza della Corte costituzionale abbastanza recente [aprile 1997], doveva vederci ed interrogarci entro cinque giorni dall’arresto. Questo ha determinato la nostra scarcerazione. Perché soltanto due compagni su tanti altri che sono arrestati? Perché i ricorsi al Tribunale della Libertà fatti all’inizio della carcerazione furono avanzati via via nel tempo, quindi il nostro probabilmente fu il primo e poi vennero fatti altri ricorsi. Nella prossima seduta della Corte di Cassazione, probabilmente, altri compagni verranno scarcerati. Quindi si tratta di una questione di natura formale che, nello stesso tempo, fa vedere come è stata gestita tutta l’operazione [dei nostri arresti], senza tener conto delle regole, non soltanto riguardo ai giorni che occorrono per essere interrogati, non solo dal Pubblico Ministero, ma anche per l’organizzazione del processo accusatorio nel suo complesso. L’insieme di questo argomento esula probabilmente dall’interesse di questa intervista perché vastissimo, e difatti in questa storia sono state commesse tante irregolarità e tante approssimazioni. Se ne potrebbe parlare un’altra volta, ma forse ne avete già trattato a lungo.

[Radio Onda Rossa]: Sì, infatti è un argomento che abbiamo seguito nel corso del procedimento.

Forse se ne può parlare in altre occasioni in dettaglio, in quanto il processo è appena iniziato, visto che la seconda udienza ci sarà il primo dicembre prossimo… La nostra scarcerazione è un evento che neanche noi ci aspettavamo.

[Radio Onda Rossa]: Tu sei stato detenuto per più di un anno nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso e scarcerato a fine ottobre, quindi hai avuto modo di partecipare alle mobilitazioni che ci sono state all’interno del Nuovo Complesso di Rebibbia. Volevamo sapere: come nasce una protesta all’interno del carcere e soprattutto da quali bisogni nasce una forma di protesta di questo tipo?

La forma di protesta “sciopero” nasce in modi differenti, ma tutti collegati da una matrice autorganizzativa. Sono movimenti spontanei perché, come è facile comprendere, in carcere non è possibile costituire organizzazioni, rappresentanti, delegati, che facciano presente alla direzione o alla custodia determinate rivendicazioni. Non che non sia possibile dal punto di vista legale (per quanto riguarda la legislazione contenuta nella legge penitenziaria), ma non è possibile questa pratica perché è chiaro che chi dovesse fare un passo del genere, o proporsi per la commissione organizzativa di uno sciopero qualsiasi, finirebbe con il trovarsi in difficoltà. In genere queste difficoltà vengono risolte, molto elegantemente, dalla direzione del carcere con i trasferimenti.

Quindi, chi iniziasse a organizzare, o anche a proporre azioni ben fondate di semplice protesta all’interno del carcere, verrebbe immediatamente isolato e messo in condizioni di non poter agire. Occorre pertanto che, all’interno del carcere, attraverso la discussione con decine di persone, chi ha la possibilità di poter spiegare determinati problemi lo faccia approfondendo il discorso nel modo più ampio possibile, genericamente, o parlando all’aria in piccoli gruppi, o parlando con persone di cui uno si fida nelle sedi adatte. Le sedi adatte sono: la biblioteca, le ore di socialità, cioè quando si mangia insieme e si discute insieme, il passeggio all’aria.

Questo processo tiene chiaramente conto di due elementi: le difficoltà del mondo carcerario, cioè a dire del tessuto specifico dei detenuti, oggi, e questo meriterebbe un discorso a parte, e tiene conto anche delle difficoltà che derivano dalle proposte stesse, basate, in modo sintetico e programmatico, sui bisogni dei detenuti. Perché ad esempio non c’è dubbio che alcuni bisogni essenziali per i detenuti, oltre il bisogno primario della libertà, sono lo stare in carcere meglio possibile e cercare di evitare il sovraffollamento.

Il carcere di Rebibbia, come tutte le carceri italiane, è sovraccarico, le sezioni sono tutte piene. All’inizio del mese di settembre [1997], si tentava di mettere le file di letti a castello nelle celle multiple e questo certamente non è gradito ai detenuti.

Contemporaneamente vi sono altri interessi, quali quelli di seguire un dibattito parlamentare intorno ai temi della giustizia. Ora, se si fa mente locale, questo dibattito è discontinuo e nebuloso. Si è partiti dall’inizio dell’anno [1997] con promesse varie di risolvere il problema, di una svolta, di una riforma penale non complessiva ma almeno parziale, insomma di far vedere qualcosa ai detenuti, ma in sostanza non si è visto nulla. All’inizio di gennaio o febbraio [1997] è venuto dentro Rebibbia il ministro Flick, ma ha promesso soltanto: “Sì, stiamo lavorando per voi, stiamo proponendo qualcosa per voi, dei pacchetti giustizia”. Ma non ha detto più di questo, ha parlato di sfollamento delle carceri, ha parlato di una legge nuova che avrebbe potuto migliorare la vecchia legge Gozzini varata nel 1986, che consente riduzioni di pena, tecniche di affidamento al lavoro esterno, tornare la sera in carcere, però nulla è accaduto di tutto questo.

Man mano, nella popolazione detenuta si può dire crescesse un malcontento, non proprio in questi termini, ma un senso diffuso di insoddisfazione, questo sì. Perché bisogna pure tenere presente che dal Natale del 1990 non si danno più gli indulti. Eppure gli indulti e le amnistie hanno costituito, negli ultimi 45 anni di gestione democristiana dello Stato italiano, con un ritmo quasi costante di quattro anni, una speranza per i detenuti di poter avere una riduzione di pena, diciamo mediamente 2 anni di indulto per alcuni reati più grossi e i piccoli reati amnistiati, cioè cancellati, considerati come mai commessi.

Questo non accade dal 1990. I motivi della mancata concessione dell’indulto e dell’amnistia sono di ordine politico. La nuova classe emergente, la classe politica che non mette conto distinguere tra centro destra e centro sinistra, perché uno dopo l’altro al potere dal Novanta ad oggi, si è presentata come nuova classe dirigente. Ora, questa nuova classe politica, sia di centro sinistra che quella vecchia di centro destra, ha messo una sorta di divieto, modificando la legge per rendere più difficile l’approvazione dell’indulto in Parlamento, portando il minimo del 50 % dei presenti in aula al 75%. Questa alta proporzione impedisce di varare qualunque indulto, perché non c’è mai la possibilità di ottenere un consenso del 75% dei presenti. Questo l’hanno fatto per impedire a loro stessi di imitare la classe politica precedente, cosiddetta “Prima Repubblica”, la quale era solita dare l’indulto ogni quattro anni.

Però questa nuova classe politica – a prescindere da valutazioni oggettive di centro destra o di centro sinistra – in ambedue i casi non ha saputo dare qualcosa di diverso. Cioè, se ai detenuti viene negato l’indulto, che è una sorta di “medicazione” che si fa alla piaga, non si cura la piaga. In questi sette anni non è stato assolutamente fatto nulla. Quello che invece è stato fatto è la proposta di legge che passa sotto il nome di Simeoni.

Ora, questa proposta c’era di già quando noi, in carcere a Rebibbia, riuscimmo all’inizio di settembre [1997] ad avere un abbozzo della legge. Di per sé era un documento di difficile comprensione per persone che non sono, diciamo, né avvocati e nemmeno uomini politici. Nel contempo, lo stesso relatore Simeone, che è un uomo di legge di Alleanza Nazionale e della stessa senatore, parlava di una legge che avrebbe fatto sfoltire le carceri. Fino a una ventina di giorni fa, il settimanale “L’Espresso” parlava di un’uscita dal carcere di 11.000 unità.

Ora, questa è veramente una cosa incredibile, perché con la legge Simeone non uscirebbero dal carcere se non poche decine di persone, mentre probabilmente migliaia di persone non entrerebbero in carcere perché c’è un meccanismo in questa legge che consente di poter avere un lasso di tempo a disposizione, da 30 a 45 giorni, per presentare l’affidamento al servizio sociale. [Nota redatta nel 2000: L’esperienza pratica della legge Simeone ha dimostrato fondata la nostra previsione. Pochissimi i detenuti usciti dal carcere, intensificati gli arresti, e da questo punto di vista forse avevamo previsto un funzionamento troppo ottimale]. Questo aspetto potrebbe certamente essere una novità, però, se si tiene conto che il 90% dei casi è costituito da povera gente, da stranieri senza residenza, da persone che commettono piccoli reati o da persone che si vivono una condizione di tossicodipendenza e quindi commettono reati per finanziarsi l’acquisto della droga, si capisce che queste persone non potrebbero o sarebbero in minima parte in grado di poter godere di questo aspetto della legge Simeone. Chi è in quella fascia sociale che potrebbe godere di questa facoltà? È la fascia sociale che può permettersi l’avvocato, che può permettersi un’intelligenza, diciamo, politica della legge, di seguire le proprie posizioni giuridiche fino in fondo e di fare tutto il necessario per l’affidamento.

In definitiva, la fascia sociale che non entrerà in carcere, pur essendo condannata definitivamente fino al massimo di 4 anni di reclusione, è proprio una fascia che assomiglia moltissimo a quella dei tangentisti. Nel corso di un dibattito in carcere con Simeone ed un certo Fragalà, suo braccio destro, i detenuti hanno fatto notare che questa legge lui l’aveva fatta per i suoi amici tangentisti. Ovviamente è stato risposto che non era vero e che tutti potevano godere di questa legge, ma è naturale che degli eventuali benefici della legge Simeone gode chi se lo può permettere.

[Radio Onda Rossa]: Oltretutto, la legge Simeone ha una caratteristica rispetto alle leggi di adesso e alla legge Gozzini di oggi: prevede, tra l’altro, che in caso di revoca non ci possa essere nessun beneficio, nel senso che il caso viene rigettato. Mentre oggi questo non è previsto automaticamente, la nuova legge impone proprio uno sbarramento, oltre allo sbarramento solito per il 4 bis, cioè per alcuni tipi di reato.

Certo, questo problema della possibilità di non poter ripresentare le richieste va letto un po’ meglio, perché è poco chiaro. Probabilmente lo riformuleranno alla Camera ed è stata anche questa una delle richieste avanzate da noi, nelle lotte in carcere di questi ultimi giorni [settembre 1997]. È importante il discorso del 4 bis, perché questo blocca completamente qualunque concessione e la questione del 4 bis dipende dalla legge eccezionale del 1992, legge varata sotto la spinta della cosiddetta minaccia mafiosa e che doveva essere ristretta a determinati articoli, come il 416 bis, e invece adesso è stata estesa a partire dalla rapina aggravata in su. Quando si dice rapina aggravata si dice praticamente il 75% dei reati dei quali è accusato chi si trova in carcere, quindi tu capisci che dal carcere comincia ad uscire sempre meno gente con questo tipo di premessa.

Alla fine, tra i detenuti, si capì in effetti che la legge Simeone non portava nessuno fuori dal carcere e incominciarono delle discussioni. Queste discussioni portarono alla decisione di un braccio del carcere, il G12, a proporre uno sciopero del carrello, che significa rifiutare il mangiare che passa l’amministrazione. Come molti sanno, dentro il carcere è possibile comprare generi di sopravvitto, per cui quasi tutti i detenuti che hanno un minimo di soldi nel libretto comprano questi generi e cucinano in cella. Pertanto questi detenuti prendono una piccola parte del mangiare dell’amministrazione, quindi lo sciopero del carrello per questi detenuti è facile a farsi, mentre la stragrande maggioranza dei detenuti, diciamo un 60%, sono poveri ragazzi che non hanno assolutamente soldi e che certe volte arrivano ad avere 10.000 lire nel libretto messe da organizzazioni come la Caritas.

Ora, per questi detenuti fare lo sciopero del carrello diventa una cosa impossibile e allora, proprio in questi casi, nella nostra esperienza dei giorni scorsi, si è visto lo svilupparsi e il crescere di una importantissima solidarietà fra detenuti. In modo particolare una solidarietà verso gli stranieri, verso la povera gente nei cui riguardi, in carcere, sia pure a parole, sembrerebbe ci sia un velato razzismo, se non altro perché affollano le carceri e quindi a molti detenuti danno fastidio. Nel caso del nostro sciopero c’è stata una solidarietà considerevole, perché si è comprata la pasta, si sono comprati i pomodori pelati e altre piccole cose necessarie per cucinare, per esempio le bombole del gas e così via. Insomma ci siamo dati una certa organizzazione spontanea, che è sorta all’interno del carcere per permettere loro di sopravvivere e per permettere loro di non prendere il mangiare dell’amministrazione, cioè di partecipare anche loro allo sciopero. Questa mi sembra una cosa importante da sottolineare, al di là dei risultati di quello che può essere, diciamo, uno sciopero del carrello.

In questo sciopero del carrello quindi, come dicevo, l’iniziativa parte dal G12, il quale braccio stende un documento, ai primi del mese di settembre, se non ricordo male. Il giorno dopo parte anche il G11, il braccio dove mi trovavo io, e si avvale delle molte discussioni che si sono fatte sia all’aria che in biblioteca. Parte lo sciopero del carrello con una piccola aggiunta di lotta diretta a limitare gli acquisti dei generi di sopravvitto (ridurre cioè questi acquisti all’essenziale: sigarette, caffè e gas). Gli acquisti per coloro i quali non avevano soldi nel libretto venivano fatti collettivamente, con libera sottoscrizione dei detenuti che avevano qualcosa nei propri libretti. All’inizio questa azione di lotta parte in modo massiccio. Quindi lo sciopero parte dal G11, che si collega al G12, e poi, al terzo giorno, il movimento si estende a quasi tutto il carcere per cui si può, per la prima volta, far venire fuori un documento che è quello di base firmato dalla quasi totalità dei detenuti del carcere.

[Radio Onda Rossa]: Ti volevo chiedere, ad esempio, rispetto a questo aspetto che non è mai stato ben divulgato, quale è stato il livello di partecipazione a questi momenti di agitazione e di protesta?

Io ho dei dati certi, perché noi abbiamo avuto modo di, non dico contare, ma comunque verificare quello che accadeva nelle sezioni. Partecipando agli incontri che avvenivano fra alcuni detenuti si potevano avere i dati di partecipazione delle diverse sezioni, si poteva verificare quello che accadeva. In effetti, la partecipazione, su 1.400 detenuti, si deve calcolare che è andata come punta massima da 1.000 detenuti a un minimo di 700-800 detenuti. La direzione, invece, ha dichiarato una partecipazione di circa 400 detenuti.

La protesta di Rebibbia ha avuto un valore di simbolo, ha provato ad esercitare una sorta di pressione nei confronti dell’attività politica che si stava svolgendo in quel momento in materia carceraria e penale, ma per molti detenuti è stata anche una sorta di presa di coscienza, uno stimolo.

Ma, ripeto, io mi baso sulle notizie di una decina di giorni fa, adesso [novembre 1997] non so… i detenuti che hanno qualcosa nel libretto, e devono comprare il mangiare per quelli che non hanno nulla, spendono moltissimo. In una settimana, in una sola sezione, sono stati spesi 1.400.000 lire, che in carcere non è piccola cifra. Per la semplice solidarietà, se devi dare da mangiare a 150 persone, in una settimana non ci vuole meno di L.1.400.000 di pasta, pelati e gas.

[Radio Onda Rossa]: Un’altra cosa invece, ritornando a quei giorni, qual è stato il tentativo, se c’è stato, di boicottaggio da parte sia dell’amministrazione, ma anche rispetto a questi incontri che si sono tenuti con i vari parlamentari, la commissione giustizia e la commissione carceri della Camera? Ci sono stati comunque dei problemi proprio volti a boicottare sia la partecipazione di tutti, sia quella di alcuni detenuti in particolare. Cosa ti ricordi, cosa puoi dire?

Certo, diciamo che Rebibbia è un carcere un po’ particolare, è il carcere della capitale, il carcere più importante sotto certi aspetti che c’è in Italia e sicuramente, da un punto di vista politico, è il carcere del “Palazzo”, il carcere in cui entrano giornalmente circa 250 persone che non sono né detenuti, né agenti di custodia, né medici, ma volontari, persone che lavorano dentro, semplicemente animando attività assolutamente diverse da quelle della custodia e della direzione del carcere. Rebibbia è, sotto certi aspetti, un carcere sperimentale, come è stato definito dai tecnici. Anzi, non un carcere, ma una “comunità chiusa”, quindi non un’istituzione chiusa, ma una comunità chiusa.

Detto questo, è chiaro che è sempre un carcere, ci sono le celle, ci sono gli orari, le conte, le guardie, le chiavi e tutto il resto, però, nello stesso tempo, è anche un luogo che attira parecchia gente, che attira molti uomini politici. La sfilata degli uomini politici in questo carcere, in tempi normali, è abbastanza frequente, possiamo dire che ogni giorno c’è un onorevole, un parlamentare, ogni giorno c’è un regista che progetta di fare uno spettacolo teatrale, ogni giorno ci sono incontri, dibattiti sull’arte, sulla fotografia, sulla ceramica e così via… detto questo, è chiaro che quando un carcere simile, che costituisce uno dei fiori all’occhiello dell’amministrazione, manifesta segni di fastidio, organizza una lotta, sia pure minima, comincia a diventare un problema che non può essere affrontato in termini esclusivamente repressivi.

Ora, i segni di fastidio sono cominciati nel mese di giugno-luglio. Credo. L’occasione è stata data dalla Festa della Musica. Questa doveva essere un momento di allegria nell’area verde, che è una zona abbastanza grande, una sorta di giardino dove si possono fare delle passeggiate, sempre circondato da un muro di cinta, badiamo bene, perché stiamo sempre in galera con le guardie attorno, ecc. Alla Festa della Musica, il primo segno di insofferenza, il segnale che qualcosa non andava nel carcere è stato questo: all’arrivo del ministro della giustizia Flick ci fu un coro di fischi piuttosto consistente che lo accompagnò per tutto il percorso di questo grande giardino. Poi ci fu un avvenimento non programmato, assolutamente non pensato: il ministro venne aggredito da un detenuto, un’azione individuale. Flick fu preso a schiaffi, cadde per terra a faccia in giù e gli si ruppero gli occhiali. Questo detenuto, un extracomunitario, aveva dei motivi suoi, era un ergastolano che da 7 anni continuava a dichiararsi innocente, e voleva con questo gesto plateale sensibilizzare l’opinione pubblica. Ma l’aspetto importante, in quel contesto, fu l’avere fischiato Flick. Una cosa del genere non accadeva da 5-6 anni, da molto tempo non accadeva che un uomo politico, responsabile dell’esecutivo, subisse un’aperta critica in un intervento pubblico in quel carcere, cioè a Rebibbia.

Al momento dello sviluppo, invece, dei primi segni di lotta, è chiaro che, sin dal primo giorno, gli uomini politici sono venuti a decine, di qualunque genere. È venuto Simeone, il suo amico Vassalli e Fragalà, dalla destra, poi sono venuti i Verdi, è venuto De Luca, è venuto Manconi, è venuto il capo della commissione Pisapia, è venuto Corleoni, oltre a Simeone, insomma tutti... poi sono venuti uomini politici di secondo livello, cioè gli amministratori della Regione, gli assessori della Provincia, gli assessori del Comune, evidentemente sarebbe stupido pensare che questa gente viene perché si incuriosisce e vuole sapere cosa succede in un carcere quando si comincia a parlare di sciopero.

Il problema del carcere di Rebibbia è un problema che non riguarda solo la città, ma l’intera nazione, perché il carcere di Rebibbia è un punto di riferimento. Se succede qualcosa a Rebibbia… in Italia ci sono 250 carceri che stanno grosso modo peggio di Rebibbia, quindi è molto probabile che si muovano anche le altre carceri e questa, certamente, è una cosa che preoccupa. Da qui la necessità per l’amministrazione di far partecipare a questi incontri/scontri con uomini politici, non un gran numero di detenuti, ma una parte. È chiaro che i detenuti sono tutti uguali sul piano giuridico, questo lo dice la stessa legge penitenziaria, però ci sono detenuti e detenuti, ed è logico che la custodia amerebbe far partecipare a questi incontri soltanto i detenuti più acquiescenti, di cui si fida, detenuti che non possono dare alcun fastidio nel corso del dibattito e quindi più facilmente controllabili. Alla prima grossa riunione pubblica, fatta il 27 ottobre scorso, dove erano presenti televisioni e radio, a questa riunione la direzione voleva presenti solo 15 detenuti per reparto, il che significa una sessantina di detenuti in tutto. Noi ci siamo opposti e ci siamo rifiutati di andare alla riunione, quindi siamo rimasti nelle sezioni. Quando ci hanno mandato a chiamare abbiamo imposto la partecipazione di 60 detenuti per reparto, un totale di circa 250 detenuti.

[Radio Onda Rossa]: Su quali prospettive cercavate di uniformare e di aggregare i detenuti, intorno a quali idee?

Le richieste che si erano fatte, s’indirizzavano a favorire più che una aggregazione nel senso tradizionale del termine, che poteva far pensare a movimenti destinati a vita lunga, ad aggregazioni più circoscritte nel tempo, magari distribuite nell’arco di 2 o 3 mesi come lotta complessiva, ma che partissero comunque da una media modesta di partecipazione, non da strutture organizzative fisse di lotta, perché è impensabile oggi, nelle carceri, creare movimenti che durino nel tempo. Quindi, strutture informali con partecipazioni piuttosto variegate, che nel tempo possono anche modificarsi, ma sostanzialmente in grado di fare vivere la protesta.

Ora, per far questo, occorre costruire una piattaforma di lotta che sia, come dire, sensibilmente visibile, che non sia soltanto una generica richiesta; difatti noi abbiamo proposto: primo, un indulto generalizzato di tre anni. Ora, la proposta dell’indulto è evidente che è contraddittoria, e forse anche grottesca come proposta, perché non c’è dubbio che oggi la classe politica non può indire in tempi brevi un indulto, in più l’indulto per loro sarebbe un perdere la faccia, perché è esattamente quello che facevano allora i democristiani. Ma l’abbiamo voluta mettere lo stesso questa richiesta, con la sua remota possibilità di essere accolta, perché corrisponde ad un bisogno generalizzato fra i detenuti.

La prospettiva di media scadenza, secondo me, porterebbe la lotta diciamo verso una sua conclusione, intensificandola allo scopo di costringere il Tribunale di sorveglianza a concedere i benefici. In questo senso, principalmente per l’assenza di lotte significative dirette ad esercitare una adeguata pressione, il Tribunale di sorveglianza a Roma è praticamente latitante. I compagni in carcere stanno cominciando la redazione di un libro bianco che raccolga i più strani rifiuti del Tribunale di sorveglianza e le motivazioni delle varie richieste.

[Radio Onda Rossa]: Nel Tribunale di sorveglianza è fondamentale l’aspetto discrezionale?

L’aspetto discrezionale… tutti i detenuti dicono questo, però come tu sai meglio di me non è possibile fare una lotta per eliminare l’aspetto discrezionale, perché sotto certi aspetti, ad esempio, se facessero una legge dove scrivessero: il giudice è obbligato a dare un provvedimento favorevole al detenuto rispetto alla proposta che arriva dall’interno del carcere, e quindi redatta da assistenti, psicologi, educatori e carcerieri, si verificherebbe un passo indietro, perché il giudice si scaricherebbe delle responsabilità e dietro di lui una marea di carabinieri, di guardie, di carcerieri, di psicologi, che sono peggio delle guardie, di collaboratori vari e di tutta quella gente che redige verbali, non farebbe altro che stendere relazioni molto più chiuse, quindi la discrezionalità del giudice si trasferirebbe all’indietro, facendo diventare ancora più chiuso il carcere. Non è possibile pertanto una vera e propria soluzione. Se si riflette bene, questa è la rivendicazione dello stesso Tribunale di sorveglianza, perché sono gli stessi giudici che dicono: “noi non vogliamo questa responsabilità, perché quando mettiamo un detenuto fuori e questo prende la fuga, tutti ci saltano addosso”. Ora, una richiesta di una minore discrezionalità da parte dei giudici viene dai giudici stessi e molti detenuti si illudono che questa sia la soluzione e invece non è affatto la soluzione, perché la soluzione più significativa è quella che passa attraverso l’organizzazione della lotta dei detenuti. In assenza di questa lotta si verificano incredibili situazioni. C’è stato il caso clamoroso di un detenuto che per una infezione stava perdendo un ginocchio e il giudice rispose che poteva benissimo rimanere in carcere perché la bronchite è curabile anche in galera per cui, questo giudice, o è un pazzo, perché legge fischi per fiaschi, o è talmente esaurito dal lavoro che non vede la differenza tra un ginocchio e una bronchite.

[Radio Onda Rossa]: Concludendo, come vedi tu le prospettive di questa situazione carceraria, almeno come l’hai vissuta e quello che puoi pensare?

Io penso che la lotta possa continuare se si capiscono due cose, come ho già detto anche ai ragazzi in carcere: questa è una lotta che ha una lunga scadenza, almeno di un tre o quattro mesi, almeno fino a Natale, perché è una data significativa. Io ho una certa pratica di Natali di lotta in carcere, e arrivarci significa saper programmare le scadenze, perché se si alza subito il livello di una lotta, arrivando ad esempio ad uno sciopero della fame serio, per ottenere certi risultati, se poi questi non arrivano subito tutte le iniziative perdono di significato.


[Intervista a Radio Onda Rossa del 7 novembre 1997. Pubblicata su “Laurentinokkupato” n. 6, novembre 1997, pp. 6-16. Trascrizione della registrazione su nastro]

Intervista a Radio Onda Rossa del 27 dicembre 1999

[Radio Onda Rossa]: Abbiamo intervistato Alfredo Maria Bonanno su alcuni problemi riguardanti il carcere oggi e le lotte dei detenuti. Bonanno è sotto processo a Roma da diversi anni presso la Corte di Assise del Foro Italico, con altri cinquanta compagni anarchici, accusati tutti di banda armata, detenzione di armi, rapine, sequestri, omicidi, ecc. La prima domanda riguarda la funzione della Biblioteca Papillon, biblioteca centrale del Carcere di Rebibbia Nuovo Complesso].

La biblioteca Papillon del carcere di Rebibbia N. C. era nata qualche anno prima del settembre 1996, data della mia entrata in carcere. Adesso [fine 1999] l’aspetto organizzativo della biblioteca si è evoluto per creare un’associazione tra detenuti ed ex detenuti che cerca sempre di più di stabilire un ponte fra interno ed esterno, tra detenuti e territorio.

La nostra conversazione di oggi è uno dei tentativi in questa direzione, perché ci siamo resi conto dell’importanza di non restare tagliati fuori dalla società nel suo insieme, aspetto che costituisce una delle intenzioni più visibili della parcellizzazione che il carcere insiste nel realizzare.

D’altro canto, chi ha fatto anni di carcere si rende conto che il problema del carcere non è ben capito da chi non è stato mai chiuso a chiave. Ecco il punto essenziale su cui batto sempre: l’elemento cardine per capire il carcere è la chiave. Anche l’operatore carcerario, cioè la guardia in senso stretto, colui che tiene la chiave in mano, che chiude i detenuti, non sa bene cosa sia il carcere perché non è stato mai chiuso, lui stesso, dentro una cella.

Per capire il carcere occorre quindi essere un detenuto, però, nello stesso tempo, è molta la gente che si interessa del carcere. È la società nel suo insieme, ovviamente nelle fasce più abbienti, che ha preso maggiormente coscienza di quale spaventoso bubbone sia il carcere, anche se non sa come porvi rimedio se non alleggerendo le inferriate o riverniciando i muri. Se noi vediamo qui, a volo d’uccello, le stesse proposte di riforma del Codice penale, semplicemente per quanto riguarda l’aspetto delle pene, c’è una preoccupazione latente nella stessa stesura della proposta di cercare di razionalizzare il sistema carcerario, ad esempio limitando la discrezionalità del giudice, semplificando e perfezionando l’insieme delle leggi, ecc. Si cerca, in definitiva, di ridurre i casi di necessità della detenzione, sostituendola con una serie di pene alternative.

Questi movimenti riformatori che cosa lasciano capire, a parte l’esistenza di problemi attinenti all’organizzazione meramente penitenziaria più che giuridica? Fanno capire che evidentemente da parte degli organi legislativi c’è una preoccupazione, che il carcere potrebbe, e forse sta per divenire, una situazione intollerabile. Adesso ci sono circa 55.000 detenuti nelle carceri italiane. Se si pensa nei termini soltanto di Rebibbia, ci sono più di 1.500 detenuti con una tolleranza abitativa di circa 800-900 detenuti. Questo può far capire che cosa significa mettere tanta gente chiusa in un posto, in sostanza senza far nulla.

[Radio Onda Rossa]: Ma quale è la funzione degli operatori carcerari diversi dalle guardie?

È chiaro che alla base dell’esistenza stessa del carcere c’è una reciproca malcomprensione – non dico che vi sia malcomprensione soltanto da parte dei direttori o degli operatori carcerari – anche il detenuto non comprende bene perché si trova in carcere. Cominciamo con la prima malcomprensione: l’operatore del diritto parte dal presupposto, diciamo tradizionale, degli ultimi 150 anni, presupposto che ha assistito e sostenuto la costituzione e lo sviluppo delle carceri, della cosiddetta ortopedia sociale, cioè l’ipotesi in base alla quale il carcere può sistemare l’individuo, può farlo migliorare, renderlo adatto a un reinserimento nella società.

Ma, in effetti, la detenzione resta semplicemente un fatto di esclusione. Poi, col passare del tempo, fatte le opportune selezioni tra detenuti buoni e detenuti cattivi, il singolo prigioniero dovrebbe essere sottoposto ad un trattamento (già la stessa parola la dice lunga), per essere poi in grado di tornare a vivere nella società, sostanzialmente come prima.

Però, questa ideologia ortopedica non è nemmeno creduta o sostenuta fino in fondo dagli stessi operatori sociali. Facciamo un esempio numerico: nel carcere di Rebibbia un operatore carcerario, un educatore (l’origine pedagogica di questo termine meriterebbe un discorso a parte) ha davanti a sé 200-250 detenuti. Sarebbe a dire come se in una scuola un professore avesse 200-250 alunni, ai quali dovrebbe fare però lezioni differenti uno dall’altro. Va bene, è chiaro che nella scuola un’ipotesi di questo tipo non sarebbe ammissibile, lo Stato (lo stesso organismo e la stessa mentalità che gestiscono le carceri) non metterebbe mai di fronte al professore 200 alunni. Perché invece mette un educatore di fronte a 200 detenuti? Perché sa perfettamente che il compito dell’educatore è assolutamente inutile. In che senso? Semplicemente perché serve a dare una facciata esteriore a quella che è la pratica repressiva vera e propria.

Queste assurde manovre, in pratica contraddittorie, servono a proteggere il carcere facendolo apparire come un luogo di reinserimento, mentre sostanzialmente è soltanto un luogo di pena dove la gente è chiusa, senza significato alcuno, senza che possa nemmeno capire perché è chiusa, tranne che per il proprio convincimento, più o meno chiaro, di aver commesso un atto che la classe dominante, attraverso certi suoi meccanismi, definisce “crimine”.

È chiaro che questa reciproca malcomprensione porta per forza a delle tensioni, delle quali la parte dominante, ma anche la parte legislativa che è chiamata a rivedere, ad applicare e a redigere le norme giuridiche, si rende perfettamente conto, tanto è vero che esistono parecchie leggi dirette ad alleggerire i cosiddetti reati minori per meglio colpire i reati che più intimoriscono la classe dominante. Anche l’animo stesso della riforma del Codice penale è diretto a depenalizzare, a decarcerizzare, a ridurre insomma la stessa discrezione del giudice normale, ridurla a scarti di pena molto minimi, massimo due o tre anni tra il minimo e il massimo per la medesima pena. Perché tutti i tecnici del diritto, dal professore che presiede la Commissione di riforma del Codice penale all’ultimo operatore carcerario, si rendono conto che la gente in carcere può costituire un grosso pericolo sociale.

Ma l’altro scopo che ha l’operatore carcerario, e quindi tutta l’ideologia ortopedica che sottende il suo agire all’interno delle mura dell’istituzione, è quello di frantumare, di polverizzare la situazione dei detenuti in carcere, di considerare ogni detenuto come un atomo separato dall’altro e, quando questo si rende possibile nell’ambito del rapporto numerico visto prima – 1 a 200 –, quando questo si rende possibile, ad esempio, dieci in tre mesi, “trattando” tra virgolette il detenuto da un punto di vista psicologico e poliziesco, allo scopo di verificare il suo addomesticamento, dare dei “benefici”, cioè delle riduzioni di pena.

È chiaro che questo addomesticamento, da parte del detenuto, nella quasi totalità dei casi, è un addomesticamento fittizio. Cioè il detenuto per ottenere i benefici assume l’atteggiamento che presume possa essere gradito a chi lo sta esaminando. Comportamento più che umano, che certamente non concorre a creare un uomo libero, ma soltanto un uomo che cerca la libertà, che cerca comunque di uscire dal carcere in qualunque maniera. Quindi la condanna che subisce ogni detenuto, giusta o sbagliata che sia – questi sono punti di vista personali – è una marginalizzazione, cioè è uno staccare la persona dal contesto sociale in cui vive e riprodurre in carcere, per la quasi totalità dei detenuti, le medesime condizioni del contesto sociale, in quanto normalmente, per i quattro quinti, i detenuti sono in condizioni di miseria se non di povertà assoluta.

[Radio Onda Rossa]: Come affrontate problemi del genere, anche attraverso lo strumento costituito dalla Biblioteca Papillon, all’interno del carcere?

Questa situazione – nella mia esperienza personale di ex detenuto – è un fatto visibilissimo di povertà culturale, di povertà morale e povertà fisica, nei confronti della quale noi, come biblioteca, ci siamo posti in modo attivo, cioè cercando di trasformare la situazione, essendo la biblioteca un luogo dove ci sono dei libri, e i libri di regola potrebbero essere anche letti.

Ora, non è che bisogna illudersi, non è che in galera ci sia questa grande propensione alla lettura a livello massiccio, sembrerebbe strano ma strano non è, in quanto un individuo chiuso potrebbe facilmente pensare di trovare nel libro un amico, un modo per passare il tempo, per “evadere”, invece non è sempre così. Sostanzialmente in carcere sono abbastanza pochi quelli che leggono, però lo scopo di far circolare i libri nel carcere, di fare periodicamente delle discussioni, delle conferenze, degli incontri con persone esterne al carcere è molto utile, perché contribuisce a spezzare quel progetto di polverizzazione, di parcellizzazione, che invece è intrinseco alla struttura d’intervento degli operatori carcerari e in fondo alla stessa ideologia ortopedica. Spezzare l’isolamento e creare un minimo, un nucleo di unità tra i detenuti.

[Radio Onda Rossa]: Quali i limiti di questi interventi in carcere da parte di voi detenuti ed ex detenuti?

Un buon intervento è sempre possibile, almeno speriamo. Riguardo le adesioni dei detenuti alle iniziative della biblioteca Papillon, queste sono state diverse centinaia e ciò significa un fatto di considerevole importanza. Il problema che riguarda invece, come dire, la precarietà della biblioteca e dei detenuti che vi operano dentro resta sempre aperto. Resta costante il rischio che caratterizza ogni iniziativa in carcere. A parte il fatto che qualunque detenuto si trova sempre in una condizione precaria. Un atteggiamento, un comportamento che sia considerato da parte delle istituzioni di “disturbo” tra virgolette, che possa essere considerato diciamo anche propedeutico a una quale che sia idea organizzativa, immediatamente mette il detenuto in una condizione di particolare “pericolosità” tra virgolette per le istituzioni e normalmente si provvede nei suoi confronti trasferendolo. Questo è accaduto anche recentemente. Per ovviare a ciò l’unica strada è quella di avere dei sostegni con l’esterno, sostegni di persone, meglio se accreditate culturalmente, che vengono dentro, mantengono i contatti, finendo per costituire un peso significativo e quindi garantire in un certo senso la continuazione del lavoro che viene fatto in biblioteca. Se fossero i detenuti da soli, la biblioteca verrebbe chiusa nel giro di pochi minuti, non di ore. È chiaro che l’ideale – bisogna capire – l’ideale del custode, di chi tiene la chiave, dal punto di vista astratto, sarebbe quello del minimo lavoro, della minor fatica, cioè a dire quello di chiudere il detenuto e buttar via la chiave. Questo non è possibile perché, in termini di tensione sociale, non è tollerabile per l’istituzione. Allora c’è tutta una serie di movimenti progressivi, di aggiustamenti, di piccole concessioni polverizzate e centellinate nel tempo che permettono al detenuto di acquisire degli spazi.

La biblioteca Papillon si inserisce in questo processo, ovviamente non può essere iniziativa di trasformazione radicale del carcere, questo sarebbe da illusi, ma nello stesso tempo ha una sua significatività, perché permette appunto di inoculare nei detenuti, in una seppur piccola parte dei detenuti, questa importanza della coesione, della crescita di coscienza, del sentirsi insieme.

[Radio Onda Rossa]: In che modo sono possibili le lotte dei detenuti?

Ecco, io più volte ho cercato di far capire, fuori dal carcere, il concetto di quel che vuol dire una lotta in carcere, e ci sono sempre riuscito con una certa difficoltà. Prendiamo, ad esempio, quello che normalmente in carcere si definisce lo sciopero del carrello, cioè il mettersi d’accordo tra detenuti per rifiutare il mangiare, il vitto che viene fornito dall’amministrazione e che i detenuti lavoranti portano tramite l’uso di un carrello che passa nelle varie celle, nei bracci. Ora, il rifiuto del carrello, visto dall’esterno, da una persona che non ha mai vissuto, fortunatamente per lui, l’esperienza del carcere, sembrerebbe una banalità, invece banalità non è. Basta pensare, prima di tutto, alla difficoltà di superare la polverizzazione di cui dicevamo prima, poi alla difficoltà di parlare fra detenuti i quali hanno, come dire, degli spazi piuttosto circoscritti per potere comunicare e per potere progettare una iniziativa. Poi c’è da superare la radicale differenza economica e sociale che esiste tra i detenuti stessi. Se, come abbiamo detto prima, i quattro quinti della popolazione carceraria sono indigenti, come fare a superare questo se non si prende il mangiare dal carrello? Cioè, se tutti quanti facciamo lo sciopero del carrello, chi non ha i soldi per comperarsi la spesa e cucinare nella cella tramite i fornelletti in dotazione, come fa a mangiare? Quindi, quelli che hanno i soldi, una ristretta minoranza, un quinto della popolazione carceraria, si devono autotassare e comperare l’essenziale (che poi sarebbe la pasta, i pelati, le sigarette, l’olio, il sale) per i restanti quattro quinti, e ciò per affrontare un problema come lo sciopero del carrello che, visto dall’esterno, sembra banale.

Per organizzare una cosa del genere, come è stato fatto alla fine del 1997, mi sembra nell’ottobre-novembre 1997, si è dovuta mettere in moto una larga solidarietà tra detenuti. Nel solo braccio G11 di Rebibbia si raccoglieva, fra i detenuti che avevano qualcosa nei libretti, una disponibilità di soldi e si spendeva la non trascurabile cifra di circa un milione e mezzo alla settimana. Quindi, organizzare una cosa come questa significa molto, significa far crescere la coesione fra i detenuti. Ed è la solidarietà che consente, sia pure per poco tempo, di superare tutte le sovrastrutture ideologiche di cui il detenuto genericamente è afflitto, poniamo contro i tossici o contro gli stranieri, i cosiddetti non-comunitari. Assistere al superamento di questo scalino ideologico è notevole. Vedere gente che accetta fuori del carcere un modo di giudicare negativo nei confronti di tutti i “diversi” spendere soldi e fatica per dar loro da mangiare, e ciò per realizzare il progetto di uno sciopero comune, cioè di uno sciopero del carrello, è un fatto notevole di crescita della coscienza sociale.

Quello che da fuori sembra una banalità, da dentro è molto complesso da realizzare, ed è anche molto significativo, perché sono momenti in cui le chiacchiere di prima, le discussioni, le conferenze, le letture, la circolazione dei libri vengono applicate in una dimensione concreta, in una dimensione reale.

[Radio Onda Rossa]: Tu hai avuto altre esperienze di lotte in carcere, oltre quella di Rebibbia?

Io ho avuto l’esperienza non soltanto di Rebibbia ma – sono stato in carcere diverse volte – anche nel 1990 mi sono trovato in una situazione simile nel carcere di Bergamo. In questo carcere ho vissuto tutto l’itinerario, tutto lo sviluppo, diciamo, delle lotte. Là si è partiti dallo sciopero del carrello, che poi si è sviluppato nello sciopero della fame, uno sciopero della fame nel senso completo del termine, azione nel corso della quale non si mangia assolutamente nulla, per cui le difficoltà aumentano, c’è da sottoporsi giornalmente ad una visita medica, ecc., ognuno, singolarmente. In quel caso si è applicata, nel corso di quattro mesi, tutta una serie di altre lotte: lo sciopero dei lavoranti, per cui l’amministrazione del carcere ha dovuto far intervenire delle cooperative da fuori per provvedere alle pulizie, per la preparazione del vitto (peraltro rifiutato), ecc.; poi si è fatto anche lo sciopero del passeggio all’aria, dei colloqui, dei pacchi, delle attività sportive, ecc. Tutta una serie di iniziative via via più complesse e significative.

Ora, io vorrei ricordare ancora un’altra cosa per sottolineare la differenza di valutazione che alcuni gesti possono avere sia all’esterno che all’interno del carcere: alla fine del 1997 c’è stata una visita del ministro di Grazia e Giustizia, che all’epoca era un certo Flick, a Rebibbia, e il ministro è stato accolto da un quarto d’ora abbondante di fischi. Questo può sembrare, all’occhio esterno, diciamo, una semplice manifestazione di dissenso, e in effetti è tale, però, nel carcere, diciamo, nell’atmosfera coatta del carcere, ciò determina una impressione psicologica sia sulle istituzioni, in quel momento rappresentate lì dentro, sia sui tanti detenuti presenti, impressione che non è assolutamente comprensibile per chi non l’ha vissuta. Oppure, per esempio, qualche giorno dopo, nello stesso periodo, ci fu una battitura – non so usare bene la parola, non so come definirla, insomma le pentole di tutte le celle vennero dai detenuti sbattute contro le sbarre del carcere – questo con mille detenuti che contemporaneamente mettono in moto questo rumore, rende palpabile un’atmosfera di disperazione che non è assolutamente pensabile all’esterno.

[Radio Onda Rossa]: Ci sono carceri peggiori di Rebibbia, ad esempio Regina Coeli. In questa prospettiva, come vedi i tentativi di riforma della Gozzini?

Guarda, io non conosco la situazione di Regina Coeli, ma, per quel che so, come appunto stavi dicendo tu, è senz’altro peggiore di quella di Rebibbia, però c’è da dire questo: le valutazioni di migliore o peggiore nel carcere devono tenere presente che sempre di carcere si tratta. Qualunque proposta, diciamo, di miglioria o qualunque risultato positivo ottenuto (in effetti il carcere di Rebibbia è una sorta di grande laboratorio di sperimentazione, dopotutto è il carcere del “Palazzo”, non lo dobbiamo dimenticare, per cui ciò rende possibile una certa capacità dei detenuti di muoversi, contattare, vedere, sentire) nello stesso tempo si paga, si paga con un abbassamento della tensione, del contrasto, perché il detenuto può cadere in una situazione di equivoco, può rischiare di vedere nel carcere, nell’istituzione carceraria, nei rappresentanti che tengono in mano la chiave una sorta di controparte con cui dialogare, e questo allontana la possibilità di una tensione di rivolta, non certamente l’avvicina.

Quindi è una cosa, come dire, ambivalente: se da un lato un carcere, diciamo, tra virgolette “più aperto”, come può essere appunto quello di Rebibbia, rende possibile una determinata presa di coscienza, un più ampio movimento dei detenuti, migliori contatti, ecc., dall’altro rende la condizione carceraria più difficile a comprendersi, più diluita. Mentre in un carcere, poniamo, come Sollicciano (le carceri della Toscana, mediamente, sono tra le peggiori d’Italia) si ha una tensione maggiore. Questi sono concetti che sembrano facili, ma sfuggono facilmente alla comprensione. Ciò non significa applicare il ragionamento del “tanto peggio, tanto meglio”, il detenuto cerca sempre di stare un po’ meglio, anche con i guadagni che riesce ad ottenere: l’ora d’aria in più in estate, nel pomeriggio, piccole cose che viste dall’ottica di fuori sembrano quasi nulla, mentre per il detenuto sono estremamente importanti: riuscire a comprare qualcosa di più al vitto, avere mezz’ora in più di socialità la sera, poter discutere con gli altri detenuti, insomma, per lui sono cose molto importanti. Ma tutto ciò presuppone la potenzialità di lotta, la vigile potenzialità che si deve costantemente manifestare, se non come azione vera e propria, almeno come disponibilità.

Riguardo le leggi di riforma del carcere – tu hai accennato poco prima alla Gozzini – per capire qual è il problema di cui stiamo parlando, è meglio dire alcune cose. Tu hai parlato della Gozzini, che è una legge di riforma della condizione carceraria ormai risalente alla metà degli anni Ottanta. Si tratta di una legge di riforma che, com’è ovvio, è stata fatta dal Parlamento, i detenuti non votano le leggi, non fanno leggi. Però, perché è stata fatta? Perché c’era una grossissima tensione nelle carceri. Nata quindici anni fa, sull’onda massima delle lotte in carcere, venne approvata e cominciò ad applicarsi mentre quella tensione cominciava a decrescere.

Quindi, la legge Gozzini è una concessione, è in sé una concessione che lo Stato fa ai detenuti, in seguito al fatto che i detenuti minacciano di sviluppare una serie, una stagione di lotte il cui esito, per le autorità repressive, non è mai prevedibile. Come legge essa cerca di ottemperare certi suoi obblighi dal punto di vista astratto, ma nella sostanza non fa altro che rispondere in una maniera concessiva alla pressione delle lotte dei detenuti. Se questa pressione cala, o si spegne del tutto, la legge concessiva resta lettera morta, o viene applicata col lanternino.

Ora, in Italia tu sai che la legge Gozzini è applicata dai giudici di sorveglianza. Quando, nel 1997, morì Coiro, venne nominato capo degli istituti di sorveglianza un certo Margara, ex giudice di sorveglianza in Toscana. Margara venne a Roma, il luogo diciamo di governo, con una fama di giudice illuminato, però sostanzialmente cosa era successo? che lui, in Toscana, come giudice di sorveglianza, si era fatto la fama di essere piuttosto largo nel concedere i permessi, le semi-libertà, ecc. Ma la realtà non era che lui fosse piuttosto largo di vedute, quanto che le carceri della Toscana sono fra le peggiori d’Italia, e quindi la legge Gozzini svolge, in quelle zone, la sua originaria funzione deterrente, e ciò perché evidentemente si teme, più che altrove, un movimento di lotta dei detenuti.

Quindi tutto torna sempre là: cioè al rapporto di forza che si viene a costituire tra detenuti e uomini che devono applicare la legge. Anche se la futura riforma del Codice penale fosse la più illuminata possibile, resterebbe soltanto una modificazione di carte, non una modificazione di realtà, se i detenuti, da parte loro, non si fanno sentire, in una forma efficace, attraverso la lotta nel carcere.

[Radio Onda Rossa]: Quali le richieste da formulare in una lotta dei detenuti?

Il problema è ovviamente importante. In qualsiasi lotta “intermedia”, quindi anche in quella che si svolge in carcere, l’obiettivo è determinato dalla sofferenza che una certa condizione determina in un gruppo, quanto più esteso possibile, di persone, in questo caso individui detenuti. La rivendicazione è quindi sempre una richiesta di miglioramento. Stilare elenchi complessi e dettagliati di rivendicazioni è sempre possibile, ma di solito serve solo a rafforzare la posizione “politica” dei pochi proponenti che si fanno forti della sofferenza altrui, cosa quest’ultima che in carcere è quanto meno assurda. Qui, almeno per quella che è la mia esperienza attuale, il tempo di una rivendicazione diretta a compattare raggruppamenti di detenuti con forti basi ideologicamente caratterizzate è del tutto tramontato. Viceversa, è sempre possibile identificare pochi obiettivi di miglioramento, denunciare le carenze più estreme (come abbiamo fatto con il video che documentava le condizioni dei malati di Aids nella infermeria del carcere di Rebibbia), proporre iniziative di lotta allo scopo di sensibilizzare – come segnale di pericolo – le strutture responsabili.

Da parte sua, cioè per il detenuto, l’ideale resta sempre la distruzione del carcere, perché il carcere è un luogo di morte, un luogo in cui le persone, non essendo assolutamente in grado di vivere, riescono a malapena a sopravvivere. L’ideale del detenuto quindi, la proposta radicale che il detenuto potrebbe avanzare, si riassume tutta in una frase: distruggiamo il carcere. È chiaro che non ha la forza per poterlo fare. La società scatenerebbe una guerra civile talmente forte, talmente radicale, che il momento distruttivo diventa soltanto un’utopia di distruzione. Però la proposta unica, implicita in tutte le richieste parziali che man mano il detenuto riesce ad avanzare, è quella di distruggere il carcere.

Nello stesso tempo il detenuto è in grado di potere pensare ad alcuni piccoli benefici – che a volte sono indicati chiaramente dalla legge – benefici che gli spettano, nei confronti dei quali vengono frapposti ostacoli. E il detenuto si rende conto, nella sua quotidiana vita di recluso, che questi ostacoli non sono tanto voluti dalla singola situazione, dalla sua situazione nei confronti degli altri detenuti, non tanto dalla condizione del carcere specifico in cui si trova, ma da una generale progettualità dello Stato, del governo, degli uomini, degli operatori del diritto; si rende conto di non avere i mezzi per poterli ottenere, questi benefici, ma non perché lo Stato potrebbe darli e non li dà, semplicemente perché non li vuole dare perché non rientra nei suoi progetti, insomma non ha alcun interesse lo Stato ad applicare le sue stesse leggi se non lo si costringe attraverso determinate situazioni di conflittualità. Scomparsa questa conflittualità, siccome lo Stato ha la possibilità di applicare o di non applicare la legge, esso sceglie sempre di non applicarla, o di ritardare le applicazioni, o di mantenere l’applicazione soltanto per casi di particolare acquiescenza del singolo detenuto, separato dagli altri, detenuto meritevole e così via.

Quindi c’è tutta una serie di cose di cui il detenuto singolo si rende conto. Ecco perché noi, come Biblioteca Papillon, abbiamo da sempre sostenuto la tesi che bisogna parlare di lotte in carcere partendo da 55.000 signor nessuno che si trovano detenuti, non partendo da un detenuto con particolari condizioni di significatività, cioè da un detenuto che fa parlare di sé nei grandi giornali, nei grandi mezzi di informazione. Ciò significa che bisogna tenere presenti i bisogni di 55.000 detenuti, quattro quinti dei quali non sono in grado di sfruttare nemmeno le stesse possibilità che il Codice penale rende in teoria a disposizione di tutti, cioè non sono in grado di fare l’appello, non sono in grado di pagare l’avvocato, non sono in grado di avere i tre gradi di giudizio che la legge italiana consente, non parliamo della legge Gozzini o di altre cose, perché la maggior parte dei detenuti si trova in carcere per scontare pene inferiori a volte a sei mesi e quindi si fa tranquillamente tutto il carcere, e dato che come esce prende altri sei mesi, di sei mesi in sei mesi sconta condanne considerevoli. Ci sono modestissimi ladri che nell’arco di dieci anni si fanno sei-sette anni di carcere senza avere un giorno di beneficio, perché si tratta di una serie di piccole condanne di pochi mesi.

Praticamente, in questa situazione, è chiaro che c’è una potente discriminazione oggettiva tra i detenuti, e quindi anche questo è un elemento su cui bisogna battere e obbligare con la lotta le istituzioni ad applicare quelle che sono le loro stesse regole.


[Intervista a Radio Onda Rossa del 27 dicembre 1999. Trascrizione della registrazione su nastro]