Titolo: Critica del sindacalismo
Note: Prima edizione: novembre 1998
Seconda edizione: settembre 2009
Prima edizione inglese: Critique of Syndicalist Methods, Bratach Dubh, 1977, ristampa 1979, Elephant Editions, 1998
Edizione spagnola: Crítica a los métodos sindicales, Edición Gulai-Pole, 2005
Opuscoli provvisori n. 12

Introduzione alla seconda edizione

Molte delle intuizioni e alcuni svolgimenti di pensiero contenuti in questo libro sono stati, in un certo modo, a volte violento, verificati nella realtà quotidiana di questo inizio di millennio. Di già ero arrivato a queste conclusioni nel momento di scrivere l’Introduzione all’edizione spagnola, qui di seguito riportata.

Ciò non vuol dire niente, ma mi piace sottolinearlo, gigionismo di vecchio? può darsi.

I sindacati sono diventati sempre di più quello che sono sempre stati, comprese le eventuali frange reggicoda che non potevano avere sorte diversa.

I lavoratori, colpiti in pieno dagli strumenti di disgregazione di classe, hanno rinculato fino a trovarsi con le spalle al muro. Guardandosi attorno hanno visto di essere rimasti soli, circondati da varie componenti produttive di riserva, disponibili a salari minimi, e hanno finito per perdere la fiducia in se stessi dopo averla persa nei loro dirigenti sindacali. Ormai questi ultimi, nei luoghi della produzione svolgono il semplice ruolo di cinghie di trasmissione con la classe dirigente degli inclusi, più che con quella politica dei partiti, disgregatasi anch’essa e in preda a problemi tutti suoi, dei quali, in questa sede, non mette conto parlare.

La pressione di gruppi ormai molto consistenti di precari, semi-salarizzati, non-garantiti, extra-comunitari e clandestini di ogni genere, è tale che ogni residua capacità di lotta dei produttori ufficialmente riconoscibili attraverso una linea salariale guida, per altro di semplice sopravvivenza, è soltanto un residuo mitologico. Anche qualche sparuta lotta improvvisa, che qua e là sembra esplodere, non ha alcuna connotazione capace di uscire dalla semplice rivendicazione minima che si risolve, quasi sempre, in una modesta richiesta di aumento salariale.

Le esplosioni di rabbia sono altro, e da queste, come da manuale, il sindacato si mantiene lontano.

Per molti aspetti questo libro continua a colpire il chiodo quando è ormai del tutto entrato nella parete.

Un de profundis? forse no, chissà? In queste cose non si sa mai.

Arrivederci sulle barricate.


Trieste, 21 ottobre 2007

Alfredo M. Bonanno

Introduzione all’edizione spagnola

Nel 1999, nel presentare la prima edizione italiana in volume di questo scritto, indicavo come i tempi si potevano considerare maturi per una considerazione serena delle tesi sostenute, le quali nel loro insieme risalgono al 1975.

In effetti, una valutazione “critica” del sindacalismo – di qualsiasi genere di sindacalismo – si imponeva a partire dalla svolta radicale che il capitalismo riuscì a darsi a partire dalla prima metà degli anni Ottanta. La pesantezza degli impianti fissi, la rigidità del costo del lavoro e della distribuzione dei mezzi di produzione, la macroscopica necessità della percentuale di capitale fisso nei riguardi di quello finanziario, insieme a tanti altri elementi, rendevano la “congiuntura” capitalista precaria e le aspettative rivoluzionarie allettanti.

Tutti sanno come il capitalismo internazionale sia riuscito a superare quelle condizioni apparentemente irrisolvibili, e in questo superamento hanno giocato un ruolo non trascurabile anche i sindacati. Il passaggio dagli impianti fissi a quelli robotizzati (quindi facilmente adattabili al prodotto richiesto), l’avvento di una domanda modificabile in tempi brevi e perciò capace di sfruttare fino in fondo le capacità produttive, il ricorso alla flessibilità del lavoro, insieme con molti altri accorgimenti e modifiche strutturali non sarebbero stati possibili senza l’avallo di massima, il sostegno puntuale e la complicità mai dichiarata dei sindacati.

Le lotte, restringendosi sempre di più alla semplice difesa del salario, continuamente eroso non soltanto dal diminuito potere di acquisto della moneta ma anche, e principalmente, dal peggiorare delle condizioni di vivibilità nel posto di lavoro e nella società in generale, hanno svilito ogni residua conflittualità della rappresentanza sindacale. Anche le piccole componenti più radicali sono state, alla fine, pena l’immediata scomparsa, attirate nell’orbita permissiva delle centrali più importanti e rappresentative.

Dopo avere svuotato di importanza la lotta tradizionale, affidata, in altri tempi, a scioperi incisivi e selvaggi, ad azioni di sabotaggio e di boicottaggio, a veri e propri attacchi alle strutture produttive, riducendo questa lotta a banale manifestazione di dissenso, manifestazione sempre più flebile e trascurabile, i sindacati hanno perso non solo l’originaria combattività ma anche la loro stessa capacità di rappresentare per il capitale un interlocutore valido. Oggi non rappresentano nemmeno l’arma indiretta dei padroni per frenare il malumore operaio, non rappresentano più nulla e basta.

Questa affermazione non deve sembrare una banale dichiarazione di principio di un estremista che non ama la resistenza sindacale, essa invece trova le proprie radici – in quanto affermazione critica – in una profonda trasformazione che la produzione capitalista internazionale ha subito, appunto a partire dalla metà degli anni Ottanta, trasformazione che si è ormai quasi del tutto realizzata e che presenta due caratteristiche fondamentali: da una parte la quasi scomparsa della classe operaia nella sua composizione tradizionale e dall’altra parte la non utilizzabilità dei mezzi di produzione in una prospettiva differente da quella che il capitalismo ha ormai incancrenito fino in fondo: la prospettiva dello sfruttamento della classe dominante.

Spieghiamoci meglio.

La classe operaia, proprio a causa delle modificazioni realizzate nella componente produttiva, nella flessibilità del lavoro e nella diminuzione della professionalità, è ormai spezzettata in una miriade di strati uno contro l’altro armati. La coscienza di classe si è così spenta quasi del tutto. Non ci sono più risposte adeguate alla presente distribuzione dei rapporti produttivi. Ogni operaio non capisce più in che condizione si trova nei riguardi dello sfruttamento (che il capitale realizza) e cerca di arrangiarsi meglio che può. All’interno della stessa unità produttiva, nuove forme organizzative del lavoro hanno reso un gruppo di lavoratori sbirro di un altro gruppo, per cui non esiste più solidarietà concreta, non c’è più sostegno reciproco, se non quelle risposte puramente simboliche per qualche manifestazione dove vengono messi a disposizione (da parte dei sindacati) anche gli autobus per fare il viaggio.

La struttura produttiva stessa, infine, è talmente cambiata da diventare inutilizzabile in maniera rivoluzionaria. In altri termini, oggi una rivoluzione sociale non avrebbe cosa espropriare dalle mani dei padroni, non potrebbe gestire in proprio una formazione produttiva che nella sua quasi totalità è soltanto significativa nelle condizioni fissate dal capitale. Il passaggio sognato dei mezzi di produzione dalle mani degli sfruttatori alle mani degli sfruttati, e l’inizio di una società di liberi e di eguali, non è più possibile in modo semplice e diretto, ma si dovranno inventare nuove condizioni di produzione e nuove condizioni di vita.

Non c’è più una classe custode di questo tesoro da gestire e realizzatrice del passaggio rivoluzionario. Mille prospettive si aprono, alcune dolorose, altre bellissime senza risparmio, tutte lontane dai classici luoghi comuni del sindacalismo di ogni maniera.


Trieste, 16 settembre 2003

Alfredo M. Bonanno

Nota

I COBAS nascono nel 1987 in contrasto con i sindacati ufficiali, in particolare con la triplice (CGIL, CISL, UIL). Il settore dove si sviluppano prima è la scuola, poi si sono allargati anche ai trasporti e al pubblico impiego. Sono comitati di base che non derivano dall’ipotesi teorica dei Consiliaristi, più che altro si sviluppano sull’onda del rifiuto sindacale che a partire dalla metà degli anni Ottanta è molto sentita dai lavoratori. Non hanno niente nemmeno dell’ideologia del sindacalismo rivoluzionario.

La CGIL adesso non è più fortemente condizionata dai resti del PCI, i nuovi partiti di sinistra non la riescono a controllare e continua a vivere in quanto sindacato con coloritura di sinistra proprio spingendo (dentro certi limiti) avanti lo scontro sindacale (richieste leggermente più avanzati delle altre due componenti della vecchia Triplice: CISL e UIL). La crisi della CGIL è stata ovviamente maggiore che degli altri sindacati in quanto in passato era un sindacato politicamente orientamento in maniera forte. Un approfondimento delle sue scelte più recenti, come ad esempio la lotta per evitare il licenziamento ingiustificato da parte dei datori di lavoro, fa vedere come non riesce a far leva sulle masse vere e proprie dei lavoratori le quali ormai sanno bene che occorrerebbero altri mezzi (lo sciopero, anche esteso a tutti i settori, è arma squalificata dal punto di vista sostanziale), ma non trovano la capacità di dar vita spontaneamente ad azioni più significative: sabotaggi, azioni dirette, ecc.

Introduzione alla prima edizione

Visto a distanza di più di vent’anni questo scritto contiene alcune interessanti previsioni. Niente d’eccezionale, beninteso, ma in questa materia la capacità di prevedere è essenziale alla nozione stessa del vedere. Alla metà degli anni Settanta il mondo era ancora legato alla rigidità produttiva, il Capitale, arroccato nelle sue roccaforti si difendeva ricorrendo agli ultimi frutti del vecchio taylorismo. Si cercava in tutti i modi di razionalizzare la produzione applicando nuove e complicate tecniche di controllo dei tempi, riducendo i meccanismi d’autodifesa che la classe operaia aveva ritagliato nel corso di un secolo e mezzo di sfruttamento alla catena.

In verità i risultati non erano brillanti. Le difficoltà del Capitale crescevano, e continueranno a crescere fino alla metà degli anni Ottanta, quando la svolta organizzativa resa possibile dell’innesto telematico nella fabbrica classica, la tesi di politica economica fondata sulla flessibilità e sullo smembramento della produzione nel territorio, la crescita del mercato indotto dal terziario avanzato, oltre agli effetti della precedente crisi del petrolio, renderà possibile un quadro diverso.

Alla metà degli anni Settanta, la classe operaia si presenta ancora monolitica nei suoi contrafforti di fabbrica, considera con sospetto le manovre del Capitale (invero si tratta di manovre che si attardano su teorie vecchie di cinquant’anni), e si prepara ad una strenua resistenza sul posto di lavoro.

In questa mentalità resistenziale i sindacati, in quell’epoca ormai lontana e scomparsa, trovavano la loro forza e anche la loro stessa possibilità di sopravvivenza. Rappresentare la classe più avanzata nello scontro con i proprietari dei mezzi di produzione, nello schema delle sinistre europee (per le condizioni rispettive dell’URSS e degli USA andrebbe fatto un discorso diverso), dava ai sindacati una consistenza teorica che non avevano diritto alcuno a rivendicare. La situazione era questa. La stessa rigidità dei costi di produzione (manodopera in primo piano) che il Capitale era costretto ad affrontare, vestiva i rappresentanti di questa manodopera di un’aura ribellistica che essi peraltro sfruttavano al meglio delle possibilità.

Gli anarchici stessi, dopo tutto (e di là dalle loro stesse capacità di capire l’eredità di cui erano portatori), non andavano oltre a qualche piccolo discorso d’avanzamento rivendicativo. Tutti, più o meno compatti, nelle organizzazioni di sintesi europee, accettavano l’idea della rappresentatività sindacale e guardavano con ammirazione ai compagni svedesi, artefici della riuscita della SAC, con quasi un milione di aderenti. I compagni spagnoli, in esilio in Francia, nelle riunioni della CNT, ricordavano i tragici errori della guerra civile spagnola, ma non mostravano sufficiente grinta critica per metterli chiaramente sul tappeto.

Non poteva essere altrimenti. Ad una certa condizione della distribuzione dei mezzi di produzione, corrisponde una certa capacità organizzativa delle forze di resistenza allo sfruttamento.

Ragionamento deterministico? No di certo. Chi entra in una fogna non può non sentirne la puzza, è nella logica naturale delle cose.

Per vedere le possibilità critiche di un’analisi del sindacalismo, nell’atmosfera operaista e resistenziale della metà degli anni Settanta, occorreva sottrarsi alla mentalità dominante di un’epoca, e in questo allontanarsi dalla realtà non illudersi di essere in grado di potervi incidere dall’esterno, per la virtù stessa della maggiore fondatezza critica di quello che si poteva così riuscire a dire. In fondo, in quell’epoca ormai remota, la gente voleva sentire il discorso sindacalista, voleva che nelle fabbriche ci fossero rappresentanti sindacali in grado di tutelare le lotte e di garantire i risultati, anche se poi tutto rientrava nella maggiore gloria di un contratto meglio agghindato di stupidaggini e di piccole concessioni subito inghiottite dall’aumento dei prezzi al consumo.

In fondo l’ideologia fordista (e taylorista) era un tentativo estremo di ricollegare organicamente il Capitale allo Stato, in modo da produrre in piani di sviluppo centralizzati e capaci di controllare i perturbamenti del mercato. Così si pensava, e si continuò a pensare, che l’accettazione delle proposte del capitale, mutuate dalla garanzia statale, potesse condurre il proletario verso quel rafforzamento considerato indispensabile al balzo successivo verso la grande avventura della rivoluzione. Il rafforzamento diventava dapprima sicurezza sociale, poi, in contraccambio, mobilità e garanzia di evitare perturbamenti estremi, infine, funzione di volano della domanda per assicurare livelli adeguati di produttività e continuità lavorativa.

Un compromesso evidente che, sia pure con difficoltà, poteva essere letto nella realtà degli anni Settanta, e il presente opuscolo lavorò in questa direzione. Una funzione collaboratrice e garantista che il sindacato aveva da sempre custodito dentro di sé, come l’anima sporca del traditore, e che così veniva alla fine in superficie sostenendo la dissoluzione del precedente modello di compartecipazione e diventando produttore in proprio di pace sociale. Da qui il passaggio successivo: di fronte all’emersione dei limiti strutturali dello sviluppo economico inteso come certezza deterministica del futuro, in cui il sindacato assumeva definitivamente il ruolo di testimone della frantumazione operaia, non solo impotente a porvi freno (che senso avrebbe fermare la storia!), ma anche interessato a sviluppare il processo in corso fino alle sue ultime conseguenze. La drammatica miopia dell’analisi marxista mostrava qui tutti i suoi risvolti tragicomici: nessun movimento sociale può liberarsi del proprio destino se non lo realizza fino in fondo. Alla fine, non c’era altro che la cenere delle cattive volontà addomesticate sotto la prosopopea d’un linguaggio rivoluzionario senza riferimenti concreti ad una realtà di lotta.

Escluso, frammentato, emarginato, precarizzato, diluito in mille prospettive, il proletariato scompariva come figura antagonista (se mai ci fu un tempo in cui questa figura ebbe ad avere una sua veste storicamente precisabile nell’immane scontro per liberarsi dallo sfruttamento), lasciando dietro di sé le tracce d’ogni illusione perduta, i compagni morti, gli ideali traditi, le bandiere nel fango.

La nuova realtà produttiva manifesterà un’eterogeneità impensabile qualche decennio più tardi. Il sindacato velocemente si adegua, partecipa alla diluizione, anzi se ne fa artefice e propugnatore, accetta la bassa intensità di lavoro in contraccambio di una rappresentatività che ormai è solo una delle ruote, e neppure la principale, del meccanismo produttivo capitalista. Il ciclo lavorativo si scioglie a livello mondiale, i confini e le frontiere, prima di essere tagliati dalla rivoluzione dal basso, sono superati da una ristrutturazione dall’alto.

L’opuscolo che ripresento lo scrissi quindi in un clima tutt’altro che ricettivo e lo pubblicai su “Anarchismo”, precisamente nel n. 2. Una rivista che era da poco venuta alla luce, nel 1975, come un pugno in occhio per il movimento anarchico italiano. L’anno dopo, la traduzione inglese non ebbe di certo migliore accoglienza, per quanto curata anche da alcuni compagni che facevano parte dell’ala sindacale più critica delle organizzazioni scozzesi del settore metallurgico.

I tempi non erano maturi. Bene, e ora?

Ora, i tempi sono maturi. Sono maturi a tal punto che alcune di queste tesi possono perfino sembrare ovvie. Tali però non sono. Mi preme qui ricordare alcuni punti teorici perché una critica del sindacalismo resta ancora valida, sia pure aggiornata alle condizioni attuali dello scontro tra esclusi e inclusi.

I sindacati sono oggi importanti forse più di prima, non per il motivo che li reggeva nel 1975 (e continuò a reggerli fino a metà degli anni Ottanta), ma per il motivo inverso. Se prima sostenevano la classe operaia nelle sue posizioni resistenziali, limitandone però, nello stesso tempo, le pulsioni rivoluzionarie nell’ambito del dialogo e del recupero contrattuale, adesso sostengono il Capitale per garantirne gli esiti produttivi in una condizione generalizzata di mobilità della manodopera. L’attuale funzione sindacale è quindi quella di gestire la malleabilità dei produttori, di partecipare ai movimenti delle masse produttive da un settore all’altro, di predisporre l’offerta del lavoro in base alle necessità della domanda. Ciò significa un’ingerenza sindacale a monte e a valle. A monte, negli accordi con il Capitale e lo Stato, sia per i diversi contratti (ormai solo parzialmente significativi e territorialmente differenziati), sia per il mantenimento di un tasso organico di disoccupazione cioè al di sotto dei livelli di pericolo; a valle, nella continua e capillare organizzazione delle richieste, dei desideri, dei sogni e perfino dei bisogni di chi è ancora legato ad un salario per vivere (non ha importanza che a questo salario corrisponda una vera produttività di merci in termini tradizionali).

Così, quasi senza accorgersene (e gli anarchici, come sempre, hanno fatto di tutto per non vedere il fenomeno se non nei suoi aspetti marginali), alla base si è sviluppata un’idea resistenziale più avanzata, quella dei Cobas. Per carità, nulla d’eccezionale, ma si trattava pur sempre di un’indicazione. Lo scopo era sempre quello rivendicativo, ma qui l’attenzione poteva essere portata sui metodi, cioè poteva venire fuori una prevalente importanza dei mezzi impiegati sui fini da raggiungere. Non so se la parola “sabotaggio” sia mai stata pronunciata in queste riunioni di brave persone, ma di certo la distanza che queste strutture di base avevano percorso nei riguardi dei sindacati era stata segnata proprio da questo problema: attaccare il Capitale nelle sue realizzazioni per scuoterlo a migliori intese, oppure lasciare che la semplice contrattazione più avanzata segnasse la differenza?

Non c’è dubbio, come ho avuto modo di dire più volte, che la differenza radicale è sempre quella segnata da un abbandono dei metodi resistenziali e dal passaggio al metodo dell’attacco.

La prima condizione per porre in atto questi metodi d’attacco (a prescindere dalla richiesta che può sempre restare rivendicativa) è quella di non delegare ai propri rappresentanti (sindacali o para-sindacali) la decisione della lotta. La conflittualità deve pertanto essere permanente. Nessuna organizzazione di base (Cobas d’ogni genere) accetta fino in fondo questa tesi, essenziale per parlare di vera e propria fuoriuscita dalla resistenzialità sindacale.

Ma il problema è ancora più ampio. A differenza di quanto accadeva a metà degli anni Settanta, oggi è ormai evidente che il Capitale ha imboccato una via senza ritorno. La telematica ha permesso di smembrare definitivamente la classe operaia. Non solo questo smembramento è visibile nello spazio, essendo in via di polverizzazione la grande cattedrale produttiva, spesso ubicata strategicamente nel deserto e non nella grande città, ma la frantumazione si è realizzata in modo più profondo, direi più intimo, ha penetrato a livello della coscienza proletaria, fino a polverizzarla, rendendola disponibile, malleabile, fruibile in tutte le prospettive d’impiego suggerite dal sindacato e messe a disposizione dal Capitale.

Il produttore nuovo che è uscito fuori da questo sconvolgimento del tradizionale assetto produttivo capitalista è abbandonato a se stesso, non ha più una coscienza di classe, non vede a portata di mano (e quindi d’azione) i suoi compagni di lavoro, è aizzato in una falsa conflittualità tutta interna alla produzione stessa, riceve incentivi che lo spingono a farsi poliziotto e spia d’eventuali comportamenti antiproduttivi dei suoi vecchi compagni di lavoro, non tiene più in pugno strumenti di lavoro che non gli appartengono e di cui desidera impadronirsi (questi strumenti sono stati quasi sempre virtualizzati dalla tecnologia telematica), non sogna più un mondo diverso, libero dal lavoro coatto, un mondo in cui i mezzi di produzione, finalmente espropriati al padrone, potrebbero costituire la base per una comune vita felice, per un benessere collettivo. Tira a campare, sta attento a non farsi espellere dal giro della flessibilità: oggi saldatore, domani giardiniere, poi necroforo e pasticciere, infine bidello. Tira a campare, e non spera altra fortuna per la sua progenie che quella di un salario qualsiasi, in una prospettiva di degenerazione culturale di cui non si rende più nemmeno conto, un salario qualsiasi per sopravvivere. I sogni del passato, i sogni – perché no? – della rivoluzione, i sogni della distruzione definitiva d’ogni sfruttamento e d’ogni potere, sono finiti. La morte è adesso nel cuore, la morte e la sopravvivenza.

Oggi, nel momento in cui quasi tutto quello che va fatto deve essere ripreso da cima a fondo, mentre sull’umanità cala la nebbia invisibile dell’imbroglio tecnologico, mettere da parte l’ostacolo sindacale per andare avanti è assolutamente indispensabile. E questo testo, che ha segnato l’inizio di una messa in sospetto del sindacato, di qualsiasi sindacato, anche di quello cosiddetto anarchico, torna di attualità.


Catania, 6 gennaio 1998

Alfredo M. Bonanno

Critica del sindacalismo

Mentre da, un lato si diffonde sempre più nella classe lavoratrice la giusta disillusione sulle concrete capacità di lotta delle organizzazioni sindacali, dall’altro persistono curiosi residui di quella che si potrebbe definire l’ideologia sindacale.

È la luce dei fatti, abbagliante nella sua nudità, che porta a questa sfiducia, a disertare gli scioperi, alla mentalità corporativa, al rifiuto della lotta; la luce dei fatti che hanno trasformato il sindacato in uno strumento malleabile nelle mani dei padroni. Al contrario, è un difetto di prospettiva, una insufficienza analitica, un operaismo codista, che spingono molti compagni a perpetuare l’ideologia sindacale.

È tempo, a nostro avviso, di fare tutti gli sforzi possibili per chiarire alcune cose essenziali, per far comprendere ai compagni anarchici che non basta dichiararsi anarcosindacalisti per essere necessariamente “nella realtà delle lotte operaie”, ma che occorre conoscere e comprendere che cosa c’è di veramente rivoluzionario non solo nel sindacalismo in generale, ma anche nell’anarcosindacalismo. In questo modo, si può vedere che alcune formule, ormai vuote di senso, servono solo a coprire l’inettitudine e l’inefficacia di alcuni sforzi, non per difetto di buona volontà o di capacità rivoluzionarle, ma solo per difetto di prospettiva, per ignoranza della reale limitatezza dello strumento.

Cercheremo di dimostrare che il sindacalismo ha limitazioni che non sono determinate esclusivamente da una degenerazione della sua struttura (legata all’evolversi dei suoi compiti e all’ingrandirsi del numero degli aderenti), ma che sono tipiche della struttura del suo rapporto col capitalismo. Esamineremo questo problema alla luce degli attuali obiettivi dei sindacati; nel rapporto con le critiche tradizionali all’ideologia sindacale e al diverso porsi del problema stesso in funzione delle modificazione gestionali. del capitalismo. Studieremo i limiti del sindacalismo rivoluzionario e dell’anarcosindacalismo, osservando in che modo alcuni difetti permangono anche all’interno di queste soluzioni sindacali. Concluderemo con una critica di tipo nuovo, che consideriamo distruttiva del sindacato – così com’è oggi – una critica diretta a dimostrare che l’impiego dell’azione diretta nei nuclei produttivi di base è impossibile in una dimensione sindacale. Le conseguenze di questa impossibilità saranno gravissime in un momento rivoluzionario, ma assumono aspetti altrettanto gravi in una fase di transizione a quella rivoluzionaria.

Riteniamo che il compito fondamentale dei lavoratori, è la distruzione del sistema di sfruttamento e la creazione delle basi necessarie di un’organizzazione produttiva in cui, scomparso lo sfruttamento, si possa costruire partendo dall’uomo. Per fare ciò, giustamente, occorre sopravvivere, cioè strappare quanto necessario all’avidità capitalista; ma questa verità non può oscurare e rendere secondaria l’altra verità, quella della lotta per l’abolizione dello sfruttamento.

Il sindacalismo oggi: suoi programmi concreti

Si possono riassumere nella collaborazione con la struttura produttiva del capitalismo. In ciò non si deve vedere nulla di vergognoso. Dato che il compito dei sindacati è di tipo rivendicativo, per rivendicare bisogna per prima cosa salvaguardare la vita e l’efficienza della controparte, in caso contrario viene a mancare il termine concreto della rivendicazione e, con ciò, il motivo stesso dell’esistenza dei sindacati.

“La proposta politica dell’VIII Congresso della CGIL si esprime nell’adozione di un programma di sviluppo economico e sociale, di trasformazione politica che assicuri al Paese il pieno impiego delle sue risorse, una fase di rinnovato slancio delle sue energie produttive e morali, di ripresa non più costruita sul sacrificio e il supersfruttamento delle masse”. (CGIL).

Si tratta di qualche cosa che i capitalisti possono sottoscrivere senz’altro, ha solo il difetto di essere irrealizzabile. Non tanto perché i capitalisti (brutti e cattivi) non lo vogliono, ma perché non lo possono. Lo sviluppo economico e sociale (in gestione capitalista della produzione) può avvenire solo attraverso un più intenso sfruttamento dei lavoratori; una alternativa a questa soluzione non è stata ancora trovata dagli economisti, che la cercano affannosamente da Keynes in poi, e ciò i sindacati lo sanno benissimo.

“Sappiamo bene che sui prezzi operano due componenti, l’una di carattere esterno e cioè riflessi in Italia di ciò che avviene negli altri Paesi, specialmente in quelli con i quali intratteniamo rapporti finanziari e commerciali; l’altra componente è costituita dalle manovre monetarie e sui prezzi operate direttamente nel nostro Paese dal padronato e dal governo.

“Non siamo stati in grado di agire efficacemente per quanto si riferisce a ciò che avviene all’estero. In Italia quel che ci colpisce è la spregiudicatezza con la quale padroni e governo operano sul triplice terreno: a) di scaricare sui lavoratori, sulle masse popolari le conseguenze delle crisi attraverso l’aumento dei prezzi e la svalutazione di fatto della moneta; b) di riprendersi, sempre con la stessa manovra, quanto i lavoratori, i pensionati riescono a strappare con dure lotte: il miglioramento dei salari e delle pensioni; c) di additare poi, nei sindacati, nei lavoratori, con le loro richieste di miglioramenti, i responsabili della crisi e dell’aumento dei costi”. (CGIL).

Anche in questa affermazione, così concreta in apparenza, aleggia l’ombra di qualcosa di non detto: il fenomeno della lievitazione dei prezzi è connaturato all’economia capitalista, che ne beneficiò enormemente, nella fase crescente, e dentro certi limiti, per poi sentirne tutte le conseguenze negative. Insistenza nella produzione del risparmio, incapacità nell’individuazione degli investimenti essenziali, apertura indispensabile al consumismo, collaborazione sindacale all’entrata dei lavoratori all’interno della prospettiva consumista. La crisi attuale sarebbe venuta molto prima (di già alla fine degli anni Cinquanta) se non ci fosse stata questa prospettiva (ricordarsi della tesi di Valletta e della piccola vettura per tutti gli italiani), e ciò i sindacati lo sanno benissimo. La lievitazione dei prezzi è fenomeno naturale e non accidentale del capitalismo. Non è dovuta ad una cattiva gestione o ad una congiuntura sfavorevole (la questione petrolifera andrebbe approfondita meglio in questo senso), non è dovuta a manovre monetarie fatte per il semplice gusto di giuocare al “piccolo tipografo”, ma risponde a necessità obiettive del sistema capitalista. I sindacati, nella loro qualità di partner del sistema, non si dolgono di questo ma del fatto che il complice getti su di loro l’intera responsabilità di qualcosa che hanno collaborato insieme a determinare.

Sul piano della logica economica le proposte sindacali di misure atte a determinare la stabilità monetaria, hanno lo stesso valore delle accuse del capitale contro i sindacati considerati causa determinante della crisi: sono mezzi demagogici di bassa lega.

“Nell’agricoltura si tratta di capovolgere radicalmente la politica fin qui seguita che ha portato all’attuale rovinosa situazione pur con gli imponenti mezzi finanziari che sono stati impiegati.

“Non è possibile tollerare ancora il permanere della proprietà assenteista, della rendita parassitaria, i rapporti contrattuali arcaici, abnormi, come la mezzadria. Non è ammissibile che vaste plaghe di terra rimangano incolte o mal coltivate per concentrare la produzione in poche, cosiddette ottimali aziende, e masse enormi di lavoratori debbano rimanere disoccupati, emigrare o vivere in miseria mentre poi siamo costretti a spendere miliardi per l’importazione di generi alimentari o per i danni delle alluvioni.

“Occorre dedicare all’agricoltura risorse finanziarie cospicue per:

“a) investimenti tesi alla valorizzazione delle risorse del suolo, all’approvvigionamento idrico, al rimboschimento e alla sistemazione idrogeologica;

“b) investimenti indiretti e facilitazioni creditizie per le trasformazioni dei metodi di conduzione e degli orientamenti colturali, in rapporto ai piani zonali di sviluppo;

“c) l’espansione dei settori zootecnico, ortofrutticolo e vitivinicolo; il risanamento dei settori bieticolo, olivicolo e del tabacco;

“d) misure a favore dell’associazionismo contadino e della cooperazione e la riforma del credito agrario;

“e) una iniziativa delle partecipazioni statali ai fini di trasformazione industriale e di distribuzione dei prodotti agricoli;

“f) un programma di interventi pubblici nel campo delle importazioni dei prodotti alimentari”. (CGIL).

Quello che si chiede è uno sviluppo compensato tra industria ed agricoltura che possa garantire l’eliminazione degli squilibri del sistema. Inutili sperperi nel settore agricolo di fronte ai quali si assiste all’aumento incredibile dell’importazione e alla crescita del flusso di migrazione dalle campagne. Il capitalismo, se lo potesse, dovrebbe fare tesoro di questo piano di risanamento che ha il solo difetto di essere utopistico. Non si vede bene, nel piano, che cosa si vuole fare: incoraggiare la piccola proprietà (a scapito dei latifondi incolti), o ristrutturare le grosse industrie agricole con un più massiccio intervento statale? La prima alternativa urta contro una realtà economica europea che non ammette aziende marginali, la seconda con l’ingrandimento dell’industrializzazione dell’agricoltura e con la conseguente crescita di una classe operaia agricola non del tutto gradevole al palato dei capitalisti. I padroni si rendono conto che la creazione di piccole proprietà non risolverebbe il problema dell’approvvigionamento agricolo, mentre la formazione di una rete di grandi aziende nel settore determinerebbe un capovolgimento netto della tradizionale possibilità di controllo, attuata tramite il paternalismo campagnolo. I sindacati si rendono conto che una lotta per la piccola proprietà (occupazione delle terre incolte) li rilancerebbe nella considerazione della base contadina, ma preferirebbero un rilancio in una visione di classe più omogenea come potrebbe essere quella di una futura classe lavoratrice agricola in considerazione delle difficoltà di controllare e pilotare la prima. Stranamente, interessi che appaiono contrastanti concordano: si parla di associazionismo contadino, ma si hanno in mente le cooperative emiliane gestite dal PCI; si parla dell’esproprio delle terre mai coltivate, ma si hanno in mente le lotte per l’occupazione delle terre che rilanciarono il PCI dopo la guerra.

In effetti quello che il sindacato vuole, nella sua prospettiva di progressiva espansione dominatrice, è di dirigere l’economia nazionale alla luce di certe considerazioni centraliste. Ecco cosa dice, sempre la CGIL, a proposito del rapporto tra sindacati ed enti statali.

“Non è certamente condivisibile la tesi di chi sostiene che i sindacati debbano star fuori degli enti perché la gestione degli enti stessi è un fatto di pertinenza esclusiva di forze politiche. Chi così ragiona non ha compreso la nuova realtà del sindacato, la sua funzione che non può essere relegata nella fabbrica ma che deve invece rivolgersi anche nella società e non in posizione di cane di guardia delle strutture economiche e sociali, ma di combattente e nel contempo di operatore attivo per la modifica delle strutture stesse, per lo sviluppo, l’avanzamento economico e sociale.

“Non è però nemmeno accettabile una nostra partecipazione agli enti che ci renda solo corresponsabili senza capacità di incidenza attiva”. (CGIL).

Il potere che si pretende è qui chiaramente indicato: l’azione sulle leve del sottogoverno perché, indirettamente, si faccia sempre più posto all’organizzazione sindacale nel quadro più ampio del governo economico del Paese.

E la base? Che rapporto stabilisce il sindacato con essa? In che modo la si interpella in queste decisioni? Quali sono i sistemi che filtrano le decisioni del vertice, come quella appunto di partecipare alla gestione economica degli enti statali, e le conseguenze che queste decisioni determinano sui lavoratori?

“I dirigenti sindacali devono essere sostenuti in modo costante dalla fiducia dei rappresentati e devono essere capaci di poter trasformare questa fiducia in una forza creatrice”. (G. Ramal, Ministro delle Relazioni Sindacali del governo spagnolo, dichiarazione del 1971). Come si vede il problema non cambia nemmeno nel fascismo spagnolo. Il dirigente sindacale è il tramite che crea le condizioni adatte perché si possa continuare la gestione capitalista nel migliore dei modi.

È in questo senso che una delle problematiche più sentite dai sindacati è la riorganizzazione. All’interno delle imprese le vecchie commissioni interne vengono cambiate con i Consigli di fabbrica (naturalmente gestiti dai sindacati) e all’esterno si prospetta il legame stretto tra fabbrica e società. Sorgono in questo modo i Consigli di zona, la sperimentazione di strutture territoriali per garantire la presenza sindacale nelle iniziative che possono sviluppare una pericolosa autonomia.

In questo senso, la stessa concorrenza tra le diverse organizzazioni sindacali è in secondo piano: importante è la gestione del potere. È la preparazione per i più grandi compiti di dominio che il domani prospetta, che troviamo al centro del problema dei delegati.

“Dobbiamo far avanzare coraggiosamente nuovi quadri dirigenti, specialmente operai e braccianti agricoli”. (CGIL). La figura del delegato è essenziale per il sindacato. Si può paragonare, cambiando il rapporto, alla figura dell’impiegato amministrativo per la struttura capitalista: da un lato garantisce il controllo sulla produzione, dall’altro assicura l’adempimento degli obblighi contabili previsti dalla scienza e dallo Stato. Il delegato fa qualcosa di simile: da un lato garantisce la persistenza dell’indirizzo sindacale all’interno della dimensione aziendale – dimensione che potrebbe benissimo, e di fatto in molti casi si trova, essere in contrasto con quanto ritenuto necessario dal sindacato –, dall’altro conforta le preoccupazioni dei capitalisti che non vogliono avere a che fare con una massa tumultuante, contraddittoria, incapace di usare il linguaggio degli iniziati; una massa che potrebbe facilmente passare alle vie di fatto con conseguenze imprevedibili.

Ecco cosa scrive il Prof. Carerlynck (professore alla Facoltà di Diritto di Parigi) autore dell’Introduzione allo Statuto dei Delegati e dei Membri dei Comitati d’Impresa (1964), testo fondamentale del sindacato francese (CGT): “Il punto di impatto, che nel diritto del lavoro costituisce l’impresa, può essere equilibrato non attraverso il dialogo imposto e organizzato, confrontante soltanto personale e direzione, ma attraverso un’articolazione stretta tra questo personale e il sindacato, che prolunga in questo modo il suo diritto d’azione in concreto, all’interno dell’impresa stessa: monopolio di presentazione delle liste di candidati da parte delle organizzazioni sindacali rappresentative, controllo permanente con una possibilità di revoca nel corso del mandato, partecipazione di un rappresentante sindacale alle sedute del comitato di fabbrica e alle riunioni dei delegati del personale: infine accordi di fabbrica tra i rappresentanti dei sindacati e non del personale. (Corsivo nostro).

“L’opposizione d’interessi tra il padronato e la classe operaia è un settore che non può mascherare la creazione di organismi comunitari. Senza dubbio questa opposizione è qualche volta violenta; ma non esclude il dialogo, anzi al contrario, tra impiegati e operai, il luogo di incontro quotidiano resta l’azienda, donde l’esistenza di una rappresentanza del personale, legata alle organizzazioni sindacali, appare come una necessità assoluta.

“Nel corso degli scioperi gli operai hanno quasi sempre nominato spontaneamente alcuni di loro per presentare delle rivendicazioni al padrone [...], ma l’assenza della costanza del mandato non permette di assimilare questi esempi all’istituto, anche embrionale, del delegato operaio.

“L’elezione con mansione permanente non è ancora sufficiente per costituire una vera delegazione operaia, occorre che i delegati siano riconosciuti dagli impiegati nel quadro della fabbrica”.

Ma la realtà è un’altra. Gli operai diffidano dei sindacati. Si iscrivono perché pensano che possono avere un appoggio in caso di licenziamento, nel caso di una bega personale con il caporeparto, perché pensano, di essere “genericamente” tutelati. La tecnica degli scioperi, generalmente, dimostra loro a sufficienza il compito assurdo e squalificante cui si sono ridotti i sindacati. L’ultima commedia è quella che queste organizzazioni stanno recitando all’interno delle commissioni di collocamento.

“Tutta da riesaminare è la questione del collocamento. E non si tratta solo del fatto che non siamo riusciti a dare alle commissioni di collocamento la funzione di strumenti propulsori nell’organizzazione della lotta per l’occupazione, ma anche di tutti gli altri aspetti del problema e che riguardano: la struttura e funzionalità del collocamento agricolo (inesistenza di uffici in parecchi comuni e frazioni, non lavoro serale dei collocatori, il che implicherebbe, se venisse osservata la legge non solo perdite di tempo per il datore di lavoro, ma, soprattutto, perdita di giornate lavorative per i braccianti agricoli); le assurde e ridicole modalità del collocamento in tutti i settori con la cosiddetta graduatoria per chiamata.

“Certo non si tratta di ritornare indietro al mercato di piazza, ma è altrettanto certo però che dobbiamo rimediare la questione. Non possiamo assumerci responsabilità che non sono nostre. Non possiamo essere da una parte i gestori della disoccupazione e dall’altra il paravento di una struttura burocratica amministrativa che non si vuole riformare e adeguare ai tempi ed alle esigenze, che si mantiene proprio per scaricare le proteste legittime dei lavoratori sui sindacati anziché sui veri responsabili di questo stato di cose”. (CGIL).

Non disturbiamo il padrone con pratiche inutili, tanto è sempre la solita storia, ma non recitiamo la commedia in modo troppo scoperto, non facciamo capire al lavoratore la nostra inefficienza e la supina acquiescenza alle volontà direttive del capitale: questo è il nocciolo del discorso sulle commissioni di collocamento.

Per quanto li riguarda gli operai e i contadini (più questi che quelli), hanno ben chiare le idee sui limiti sindacali. «L’indifferenza riguardo i sindacati è tale che i responsabili incontrano delle difficoltà per trovare operai pronti a mettere la propria candidatura come delegati. Spesso il delegato non viene eletto – ciò farebbe supporre che vi sia una certa scelta tra diversi pretendenti superiori al numero dei posti a disposizione – [...], il fatto è che una parte dei posti di delegato restano vacanti dopo breve tempo perché gli eletti danno le dimissioni subito dopo le elezioni». (Andrieux et Lignon, L’Ouvrier d’aujourd’hui, Paris 1960, p. 20).

Dall’altra parte oggi il sistema è talmente integrato da potere, certe volte, fare prima e meglio di quanto possa fare la collaborazione sindacale.

“Molte volte [...] ci riunivano in una sala del sindacato a parlare delle vertenze che i lavoratori avevano sollevato e di quel che pensavamo di fare per portarle avanti. Quando mi era infine riuscito di combinare una riunione con la direzione per il giorno dopo, il problema era già stato risolto e il sindacato non ricavava alcun credito per aver concluso la vertenza in modo favorevole. È diventata una battaglia tra opposte fedeltà [...]. L’azienda offre ora ai lavoratori tutte le cose per cui abbiamo combattuto. Quel che ci occorre è di trovare altre cose che il lavoratore vuole, ma che il padrone non ha voglia di dargli [...]. Stiamo cercando”. (United Automobile Workers – U.S.A.).

E, per finire, su questo argomento della collaborazione, il pagamento di quanto dovuto: «Una volta ancora, diciamo ai compagni di F.O. e della C.F.T.C.: non troviamo che il governo accordi troppo agli organismi sindacali, ma troppo poco. Esigiamo insieme che lo Stato saldi realmente i suoi obblighi verso il movimento sindacale». (“L’Humanité”, Giugno 1964).

Le critiche tradizionali dei sindacalismo

Si possono riassumere nell’individuazione di certi limiti allo sviluppo del sindacato. Questo, infatti, nasce in contrapposizione allo sfruttamento della classe lavoratrice da parte dei capitalisti, cioè nasce da una obiettiva situazione storica che si evolve nel tempo. Da ciò un’evoluzione nella struttura e nei compiti del sindacato.

Concentrazione monopolistica del capitale e concentrazione sindacale del lavoro, alla fine si contrappongono senza che nessuna delle due possa avere il sopravvento. Il conflitto non viene risolto e ogni dilazione finisce per tornare a tutto profitto della classe sfruttatrice, che, in questo modo, può continuare a sfruttare anche quando non esisterebbero più le condizioni obiettive per farlo.

Questa critica non è sbagliata, solo che, in genere, viene utilizzata in modo sbagliato, secondo l’interesse politico che spinge l’analizzatore.

Mettendo in rilievo la critica al sindacato, in generale abbiamo forse involontariamente taciuto le differenze oggettive che esistono, poniamo in Italia, tra le diverse confederazioni. Un discorso concreto su queste differenze ci porterebbe, però, molto lontano dal nostro problema. Se la CGIL si presentava prima del congresso di Luglio 1973 come un sindacato “esigente”, un sindacato molto rivendicativo e qualche volta anche contestatore, in quel congresso si concluse per una «disponibilità a collaborare alla crescita della produzione e al pieno impiego delle risorse disponibili». (L. Lama, su «L’Unità», 29 luglio 1973). Riguardo la CISL il suo atteggiamento codista nei confronti della CGIL, i suoi legami con la Democrazia Cristiana, il suo collaborazionismo, non possono dare origine a dubbi. Ecco una critica rivolta dalla CISL alla CGIL: “Per la CGIL non è l’obiettivo quello di misurare le rivendicazioni ai limiti di tolleranza dell’apparato economico, ma al contrario, essa ha interesse a forzare la situazione per tentare di superare il punto di equilibrio economico allo scopo di indebolire, di mettere in difficoltà, e se possibile in crisi, il potere politico”. (E. Parri).

In questi ultimi anni si è notato un certo indurimento nella politica della CISL ma senza un vero e proprio rilievo, se non sul piano di una possibile fusione futura delle tre grandi confederazioni. Da ciò la polemica con la destra della CISL (Scalia).

Meno importante sotto l’aspetto contrattuale la UIL, che teoricamente si pone come terza forza tra l’autoritarismo della CGIL e i filogovemativi della CISL. Non è il caso di parlare del sindacato giallo (CISNAL), dichiaratamente fascista.

Come si vede, obiettivamente esistono notevoli divergenze di prospettive e di intervento all’interno dello schieramento sindacale, ma alla luce dei fatti resta una sola verità logica: il collaborazionismo. Sia nella sfumatura dell’autoritarismo marxista, come in quella del possibilismo cristiano, i sindacati non possono eliminare la loro vera vocazione, quella della partecipazione, sempre più ampia e massiccia, al potere e allo sfruttamento dei lavoratori.

Prendiamo ad esempio Gramsci. Egli scrive: “La realtà storica ha dimostrato che se la pura resistenza corporativa può essere, anzi è di fatto, la più utile piattaforma per l’organizzazione delle più larghe masse, essa però, a un momento dato, e cioè quando così piace al capitalismo, che possiede nello Stato e nella guardia bianca un potentissimo strumento di coercizione industriale, può anche rivelarsi come un fantasma inconsistente. L’organizzazione sussiste, il proletariato non perde il suo spirito di classe, ma l’organizzazione e lo spirito di classe si esprimono invece in una molteplicità di manifestazioni intorno al partito politico che la classe operaia riconosce come il suo partito; la pura resistenza corporativa diventa pura resistenza politica”.

Ecco lo sbocco della critica di Gramsci: il partito Comunista, il partito dei lavoratori. Impossibilità della lotta sul piano strutturale, trasposizione a livello sovrastrutturale e conseguente azione sulla struttura. Uno schema come un altro, che non ci interessa in questa sede. Quello che conta è che questa critica del sindacalismo è una critica di parte autoritaria, sostenitrice dell’ideologia del partito guida.

Un altro modo di criticare l’attuale situazione sindacale è quello che viene dai sindacalisti rivoluzionari. Il sindacato viene accusato di sclerotizzazione, di burocratizzazione, di fame di potere. “Nell’Internazionale non vi può essere problema di corruzione perché l’associazione è troppo povera [...]. Ma esiste un altro genere di corruzione al quale sfortunatamente l’Associazione Internazionale non può sfuggire: quella della vanità e dell’ambizione”. (Bakunin).

In effetti, l’aumento strutturale in senso quantitativo, apre orizzonti di potere (o di vanità, come diceva Bakunin) impensati agli albori della lotta sindacale, ma, forse, come vedremo più avanti, pensabili anche allora. La teoria che prende il posto delle intenzioni mitiche di tipo sorelliano è quella sostenuta molto bene da Léon Jouhaux: “L’azione rivoluzionaria consiste nel fare entrare nei fatti, nella realtà, il massimo di realizzazioni che abbiano importanza, non come riforme definitive ma come trasformazioni sociali [...]. Non solo perché queste apportano un miglioramento immediato alla situazione dei lavoratori, ma hanno un valore soprattutto perché comportano in se stesse delle possibilità di progresso sociale, possibilità di educazione, di elevazione intellettuale, perché sono un passo avanti verso la Rivoluzione, perché sono una vittoria sulle forze del passato”.

Se la critica gramsciana finiva nella soluzione del partito, la critica del sindacalista rivoluzionario, erede di Pelloutier e Delesalle, finisce nel sindacalismo stesso. Cade il presupposto critico dell’efficienza e resta l’ideologia sindacale: l’embrione di uno Stato nello Stato borghese. Non si vuole capire che il sindacato, come il partito politico, non può portare alla rivoluzione sociale, ma può determinare condizioni rivoluzionarie (parallelamente allo sviluppo delle altre condizioni) così come di fatto (nel proprio processo di sfruttamento) le determina il capitalismo. All’indomani della rivoluzione – se vogliamo che questa sia veramente tale – non ci potranno essere né partiti né sindacati, come non potrà più esserci il capitalismo; solo le organizzazioni di base dei lavoratori, distribuite in federazioni a carattere economico e non politico saranno le strutture del futuro, altrimenti si dovrà ricominciare un’altra volta tutto il lavoro dall’inizio.

Qui cade un’altra critica, indirettamente contenuta in quella della burocratizzazione, la critica all’efficienza sindacale. I burocrati vengono accusati di opporsi alle pressioni della base perché ci si muova in un certo senso, in genere nel senso dell’impiego di lotte più dure (gatto selvaggio) e nel senso dell’azione diretta. Il fatto è vero, e facilmente documentabile. Personalmente chi scrive ha avuto scontri con la “polizia sindacale” nel corso di manifestazioni, scontri di tale brutalità (ed ottusità) da fare invidia ai più agguerriti (ed ottusi) baschi neri. Ad ogni modo, quello che importa notare, è che l’inefficienza della direzione sindacale non è un fatto contingente legato ad una visione errata dei dirigenti, ma un fatto essenziale al sindacato. A nostro avviso, anche l’azione diretta, se realizzata – facciamo un’ipotesi estrema – all’interno della dimensione sindacale, perde il suo significato e finisce facilmente preda dell’inefficienza operativa tipica della struttura in questione. Vediamo alcuni esempi concreti.

“Comprendiamo la repulsione che ispira alle masse dei giovani, avide di giustizia, d’onore e di pulizia, la decadenza del regime, con tutto ciò che comporta di scandali, venalità, pornografia e anche diffuse criminalità.

«Si assiste ad una vera invasione di corruzione, di perversione e d’immoralità. Niente è risparmiato, né la stampa, né la letteratura, né il cinema.

“In certi ambienti si confonde volentieri libertà creatrice e decadenza intellettuale, ci si accuserà forse di cedere al puritanesimo: poco c’importa [...]. È tempo che quelli tra noi che restano attaccati ai valori morali, culturali ed umani, si levino senza distinzioni d’opinioni politiche o di fedi religiose per salvaguardarli”. (G. Seguy, 6 settembre 1973).

Sappiamo, dalla lettura di tanti padri religiosi, cosa significa quando le istanze rivoluzionarie delle base vengono deviate verso la difesa di valori morali astratti; sappiamo come questi discorsi restano uguali in bocca all’Inquisizione, al fascismo, al Presidente dell’Unione industriale o a quella del più rappresentativo dei sindacalisti francesi di oggi, segretario della potente CGT.

La preoccupazione dei dirigenti sindacali di non danneggiare troppo il rapporto con la controparte è sempre visibile. Per esempio, abbiamo visto sopra le geremiadi a proposito del mancato funzionamento delle commissioni di collocamento, ma uno dei punti lamentati dai sindacati era che la cosa faceva perdere tempo ai padroni.

“Vi è, un aspetto comune nello sviluppo o, più esattamente, nella degenerazione delle organizzazioni sindacali moderne nel mondo intero: il loro ravvicinamento e la loro fusione con lo Stato.

“Questo processo è parimenti caratteristico per i sindacati neutri, socialdemocratici, comunisti ed anarchici. Questo fatto solo indica che la tendenza a fondersi con lo Stato non è inerente a questa o quella dottrina, ma risulta dalle condizioni sociali comuni a tutti i sindacati”. (Trotsky).

Esatta valutazione. Anche nel caso di Trotsky, svolta successivamente verso la soluzione del partito. Non è questione di efficienza, ma di collaborazione. Il sindacato non è altro che un’organizzazione di servizio pubblico, che come tale può avere un’efficienza più o meno limitata, dipendente dal funzionamento della propria burocrazia, ma non può assumersi prospettive diverse, e, meno che mai, prospettive rivoluzionarie. È interessante vedere come si sviluppa il meccanismo di freno delle iniziative della base. Ecco ad esempio quanto scriveva su “Socialisme ou Barbarie”, (n. 13), Daniel Mothe a proposito dello sciopero dell’agosto 1953 nelle officine Renault:

«Quattro mesi prima la tattica dei sindacati era stata la tattica degli scioperi a ripetizione. Questa tattica era stata portata al suo punto più alto al momento dello sciopero della sezione 74 e aveva portato alla serrata di tutta l’industria. Questa volta gli operai erano disposti a muoversi, ma a condizione che non si localizzasse l’azione in una o due sezioni. Gli operai volevano lo sciopero generale o niente. All’inizio essi si lanciarono nell’iniziativa credendo di essere seguiti dalle altri sezioni, quando poi si accorsero che non solo non erano seguiti, ma che i sindacati facevano tutti gli sforzi per isolarli, soltanto allora rifiutarono lo sciopero.

«Da diversi anni i metodi di lotta impiegati dai sindacati erano sospensioni del lavoro limitate a mezza giornata, un’ora, mezz’ora, un quarto d’ora, oppure liste di petizioni in cui tutti firmavano, oppure anche delle delegazioni di un pugno di uomini davanti i capi della sezione. Nel mese di agosto [1953] gli operai compresero che bisognava arrestare tutto se si voleva una rivalutazione generale dei salari. Ma anche là i sindacati si opposero cercando di rinchiudere questo sciopero nel quadro della legalità.

«In un’assemblea gli operai accolsero favorevolmente le proposte di andare in delegazione al Ministero. Anche questa volta i sindacati s’incaricarono di fare le delegazioni, limitandole a qualche operaio. Nessuna manifestazione di massa poteva essere ammessa da una burocrazia che non aveva alcun interesse a vedere un movimento superare gli obiettivi propri».

Questo è un tipo di inefficienza operativa che potremmo definire di temporeggiamento. Non è negli obiettivi del sindacato radicalizzare le lotte: le conseguenze (positive o negative) le pagherebbero in prima persona proprio i burocrati sindacali. La loro è un’inefficienza riflessa, un collaborazionismo innato, un’elefantiasi congenita.

Ma esiste un altro tipo d’inefficienza quella del “silenzio”, del taglio dell’informazione. Essendo, appunto, la base messa fuori dalla gestione dell’informazione, il meccanismo è molto semplice. Vediamo ancora nell’analisi di Mothe.

«Il primo mezzo per opporsi ad un movimento spontaneo dei lavoratori e quello di interrompere le abitudini, non dare più direttive: fare silenzio. Questo silenzio è tanto più facile in quanto la stampa di fabbrica è nelle mani della burocrazia sindacale; su di essa gli operai non hanno alcun controllo.

«Accade spesso che operai pronti a lanciarsi in un movimento, vi rinunciano perché si rendono conto che i sindacati non li sosterranno.

«Se questa forma di passività non è sufficiente a frenare la volontà degli operai, si propaganda il disfattismo, o si demoralizzano i più combattivi. Il metodo della burocrazia sindacale non differisce di molto da quello dei padroni.

«Si tratta soprattutto di dividere. Si semina il sospetto e la sfiducia in seno agli operai. “Voi sciopererete, ma gli altri non vi seguiranno, anche se dicono di farlo. Vi abbandoneranno nel pieno dello sciopero”.

«Si getta il discredito sui più combattivi: “Tu, tu sei per lo sciopero perché non hai dei bambini cui dare a mangiare”. Si rimprovera a chi vuole fare lo sciopero di non averlo fatto nelle precedenti occasioni.

«Si cerca di screditare quelli che sono favorevoli allo sciopero con argomenti politici. Si danno false informazioni sulla situazione negli altri settori e si fa credere che gli altri operai non sono d’accordo».

Esistono molti modi di qualificare un simile comportamento. Non intendiamo farne un elenco. Non siamo meravigliati di constatare quanti e quali metodi vengono impiegati per frenare la base; al contrario saremmo meravigliati di trovare ancora persone in grado di credere nella buonafede sindacale. Il problema non è tanto quello di fare capire agli operai i difetti del sindacato, quanto di studiare i mezzi per contrastare questi difetti, per costituire un’offensiva contro il sindacato, all’interno del sindacato; oppure, tutto in un altro senso, il problema è quello di ricostruire, di sana pianta, ed altrove, un’efficiente struttura operaia di base, su distribuzione organizzativa orizzontale, basata sull’azione diretta.

In pratica, che cosa possono fare gli operai all’interno del sindacato? Questi è, infatti, un organismo centralizzato, non solo, ma solo i delegati d’azienda hanno il diritto di spostarsi, d’informarsi, e sappiamo in che modo i delegati siano espressione della struttura sindacale, e non della base. È caratteristica manovra sindacale quella di dichiarare ai quattro venti la forza del sindacato, quando si cerca di spingere gli operai ad aderire; ma questa stessa grande forza, viene poi fatta passare per una grande incapacità di coesione e di azione d’urto, quando la centrale direttiva è contraria ad un’iniziativa della base.

Altra critica tradizionale al sindacato è quella che viene dagli anarchici, ed è diretta precisamente contro quella parte del movimento anarchico che insiste sull’anarcosindacalismo, come una volta insisteva sul sindacalismo rivoluzionario, in forma univoca, non cercando di individuare i limiti e le pericolose contraddizioni del sindacalismo in genere.

Forse uno dei dibattiti più chiari su questo argomento è quello intercorso tra Monatte e Malatesta al Congresso di Amsterdam del 1907. Monatte sostiene un programma in cui sindacalismo ed anarchismo trovano il loro migliore completamento. “Nell’opera rivendicativa quotidiana il sindacalismo persegue la coordinazione degli sforzi operai, l’accrescimento del benessere dei lavoratori attraverso la realizzazione di miglioramenti immediati [...], prepara l’emancipazione integrale che non può che realizzarsi se non con l’espropriazione del capitalismo”. (Monatte).

Così Malatesta, con una chiarezza fondamentale per quanto riguarda l’argomento: “Il sindacalismo può essere accettato come mezzo, non può mai diventare un fine. Lo stesso sciopero generale, che per i sindacalisti è sinonimo di rivoluzione, non potrà essere considerato che come mezzo”.

Lo stesso anno, su “Les Temps Nouveaux” egli scriveva: «Il sindacalismo, malgrado tutte le dichiarazioni dei suoi partigiani più ardenti, contiene in se stesso, per la natura della sua costituzione, tutti gli elementi di degenerazione che hanno corrotto i movimenti operai nel passato. In effetti, essendo un movimento che si propone di difendere gli interessi attuali dei lavoratori, deve necessariamente adattarsi alle condizioni della vita attuale».

Come vedremo meglio avanti, questa posizione di Malatesta è radicale, ma non ci trova del tutto consenzienti. Senza alcun dubbio, il sindacalismo non è un fine, ma perché possa considerarsi un mezzo occorre che vada inteso come mezzo di preparazione alla rivoluzione e non come mezzo per il mantenimento dello sfruttamento, quando non come mezzo di preparazione della controrivoluzione. È questo il problema. Il problema della presenza del sindacato nella società è problema politico di potere, come quello della presenza di qualsiasi altra organizzazione concorrenziale allo Stato. La dinamica concreta con cui questa gestione si sviluppa assume caratteristiche tanto particolari da risultare a volte difficile comprendere le contraddizioni di superficie, ma ciò nulla toglie alla vera sostanza delle cose.

“Essenziale, vitale è perciò per il lavoratore conquistare un potere anche nella società oltre che nella azienda, determinando le necessarie trasformazioni sociali. Il sindacato a sua volta non solo ha il dovere di farsi carico di questa esigenza vitale per il lavoratore, ma anche di quella delle masse popolari nonché delle esigenze più generali dello sviluppo economico, civile e democratico di tutto il Paese.

“Per la CGIL, in realtà si tratta non di una scoperta, ma dello sviluppo logico di tutta una tradizione politica che ha visto la nostra confederazione sempre, e particolarmente nei momenti più difficili, rendersi interprete delle esigenze nazionali e portare avanti proposte politiche di lavoro, di rinnovamento e di sviluppo economico e sociale”. (CGIL).

In questo senso diventa anche poco attuabile il discorso di Malatesta che, non bisogna dimenticarlo, guardava al ribollente ambiente del sindacato francese di prima della grande guerra, un ambiente in cui gli anarchici erano attivissimi, un ambiente che aveva visto il lavoro di Pelloutier, il fondatore delle “Borse di lavoro”. Forse oggi, di fronte ad una situazione come quella attuale, cambiata non nella sostanza ma nella forma veramente disgustosa che questa sostanza prende, Malatesta avrebbe rivisto il suo ragionamento.

Qui il programma è chiaro: il sindacato si preoccupa della gestione dell’economia dello Stato. Di fronte alla palese incapacità (secondo la burocrazia sindacale) degli operatori politici al governo, ritiene indispensabile, negli interessi dei lavoratori, perpetuare lo sfruttamento.

“Da queste valutazioni, dalle considerazioni in ordine al ruolo del sindacato nella società, ha preso corpo la politica unitaria delle riforme che, con iniziative e lotte, è andata sempre più accentuandosi e qualificandosi fino a diventare il quadro politico generale nel cui ambito oggi si articola tutto il movimento sindacale.

“Non che tutto sia stato facile [...], le tendenze corporative, settoriali, sono dure a morire, riemergono sempre e richiedono pertanto una costante battaglia di orientamento politico”. (CGIL).

La correlazione tra sindacato e potere politico si traduce nella sua realtà più spaventosa: sindacal-capitalismo. Il potere economico condiziona la gestione sindacale all’interno dell’arco riformista e, così facendo, ne indirizza gli sforzi verso quella “cogestione” del potere che è un domani molto vicino.

Sindacalismo e capitalismo vecchio e nuovo

La collaborazione sostanziale che il sindacato apporta alla difficile vita del capitalismo assume forme diverse nei diversi tempi di crescita di quest’ultimo. Ad un capitalismo di fabbrica, un capitalismo manufatturiero, legato ad una visione ristretta di mercato, senza un chiaro orientamento multinazionale, un capitalismo che possiamo definire “vecchia maniera”; corrispondeva (e di fatto corrisponde anche oggi nelle zone meno sviluppate), un sindacalismo “vecchia maniera”, corporativo, fortemente ideologizzato nel senso dell’esaltazione del lavoro (l’operaio fa tutto), indirizzato verso miglioramenti salariali, ma principalmente ambientali (situazione interna alla fabbrica, sicurezza sul lavoro, rapporto con i superiori). Ad un capitalismo multinazionale, tecnocratico, un capitalismo gestito indirettamente dallo Stato attraverso i suoi finanzieri, dotato di una logica aritmetica del tutto particolare (il discorso sul tasso di profitto diventa relativo), capace di tessere una rete fittissima di sostegni internazionali, un capitalismo che possiamo definire “nuova maniera”; corrisponde oggi (nelle zone più sviluppate) un sindacalismo “nuova maniera”, affascinato dalle possibilità di un discorso confederale a livello europeo ed internazionale, non ben cosciente delle possibilità concrete di potere che simile discorso lascia aperte, comunque deciso a non lasciarsele sfuggire al momento della concretizzazione. Al capitalista tecnocrate corrisponde il sindacalista tecnocrate. A grande manager internazionale, grande sindacalista internazionale.

Per noi, in Italia, le due realtà sono vissute contemporaneamente, e in questo risiede, dal punto di vista dell’ottica sindacale, il problema meridionale.

Per il Meridione si richiede:

“L’approntamento dei grandi supporti infrastrutturali (assetto idrogeologico, approvvigionamento di acque, consolidamento della montagna, grande vie di comunicazioni e porti, preparazione del tessuto urbanistico indispensabile alla politica di decollo industriale.

“Il consolidamento e la qualificazione del ruolo dell’agricoltura meridionale, orientata in modo selettivo.

“La definizione di programmi di industrializzazione coerenti con le caratteristiche ambientali, economiche e sociali delle aree meridionali ed inseriti in piani integrati di sviluppo economico territoriale.

“La qualificazione assoluta verso tali obiettivi dell’intervento pubblico, della spesa pubblica per investimenti, delle politiche delle incentivazioni e sostegno, della preparazione scolastica e professionale, dei programmi delle aziende a partecipazione statale.

“La valorizzazione dell’opera del minore ceto produttivo meridionale; l’iniziativa di gran parte di esso è oggi umiliata, sia dai processi di unificazione del Paese, sia dall’approdo a sbocchi meramente speculativi aperti nel mezzogiorno stesso”. (CGIL).

Per il Settentrione si richiede:

“Due problemi essenziali sono: l’interna configurazione dell’Europa e i suoi rapporti con l’USA e l’URSS.

“Il processo di integrazione economica dell’Europa è stato guidato dai gruppi imprenditoriali; l’intervento politico quando c’è stato è consistito sempre in una mediazione di interessi e mai in una proposizione autonoma di obiettivi e di una incisiva predisposizione di strumenti; la presenza sindacale, poi, è stata del .tutto fievole ed emarginata.

“Da qui la necessità di una crescita autonoma nella realtà europea di componenti associative che siano una genuina espressione della società civile. Il problema della presenza sindacale diventa in questo quadro di capitale importanza.

“La corsa all’efficienza ha un risvolto dirigistico e autoritario; le moderne tecniche di programmazione aziendale considerano gli uomini che lavorano nelle fabbriche come dei manichini regolabili a tempi e ritmi prefissati dai manuali; i progetti di pianificazione nazionale considerano il salario come una quota fissa da regolare ex ante sulla base delle previsioni industriali dei livelli di produttività. Il sindacato non può non reagire contro queste tendenze alla stabilizzazione della società industriale”. (FILTEA-CGIL).

Esaminiamo un poco più approfonditamente il problema, che appare contraddittorio, del diverso comportamento delle orientazioni sindacali.

Nel Sud, prendiamo in esame il problema agricolo. Non significa nulla chiedere il “consolidamento e la qualificazione dell’agricoltura meridionale”. In concreto, in agricoltura, abbiamo a che fare con due tipi di prodotti a domanda elastica e a domanda rigida. I primi sono prodotti “poveri”, i secondi prodotti “ricchi”. I primi hanno certe caratteristiche costanti: i prezzi tendono a decrescere e devono essere sostenuti dall’autorità (investimenti a fondo perduto, da parte dello Stato) se si vuole aumentare la produttività per ettaro. Le industrie che sono connesse con questi prodotti (per esempio, i mulini che sono in relazione alla produzione di grano) hanno domanda quasi stabile. Si tratta di prodotti che non utilizzano molta mano d’opera, perciò, nelle zone dove si ha solo questa coltivazione, la disoccupazione è endemica.

I secondi prodotti, quelli “ricchi” hanno caratteristiche contrarie. Si tratta di frutta, ortaggi, agrumi. Prodotti che hanno bisogno dell’irrigazione. La questione è che la produzione dei primi prodotti è più facile nelle regioni arretrate, in quanto abbisogna di strumenti molto primitivi, scarsa irrigazione, poco lavoro. La modificazione può avvenire – fermo restando il punto di vista capitalista – attraverso la creazione di grandi complessi industriali agricoli, coordinati con strutture industriali capaci di sfruttare i prodotti agricoli ricchi. Di tutto ciò nulla è stato fatto in Sicilia, tranne qualche creazione isolata a beneficio esclusivo di grossi magnati o latifondisti.

Proporre simili prospettive al potere costituito è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Questi sa benissimo quali sono state le carenze del passato e le obiettive impossibilità di un’azione programmatica di sviluppo del meridione, impossibilità derivanti da interessi precisi delle cosche di sfruttamento locali, ampiamente fornitrici di voti ai partiti di potere. Per fare oggi, quello che non si è fatto in trent’anni, occorre un cambiamento di potere, una gestione attraverso direttive politiche di tipo diverso, ed è questo quello che effettivamente vogliono i sindacati italiani: uno sfruttamento del lavoratore con prospettive nuove, un nuovo sviluppo economico, con trasformazione strutturale, sulla pelle dei lavoratori e, questa volta, sono loro che vogliono avere in mano le redini del gioco, come i colleghi svedesi e tedeschi.

Quello che viene indicato come “definizione di programmi di industrializzazione coerenti” assume, nella sua nebulosità, caratteristiche altrettanto inutili. La creazione di nuovi complessi industriali nel meridione determina effetti precisi, diversi dalla creazione degli stessi complessi in zone sviluppate. Crescono i prezzi delle aree fabbricabili, si sviluppa la speculazione edilizia. Cresce l’industria delle costruzioni che è eminentemente saltuaria e non formativa ai fini della classe lavoratrice. I macchinari e gli impianti vengono dal Nord, quindi non si hanno effetti di accelerazione; lo stesso dicasi per i beni di consumo durevoli. L’occupazione aumenta nei servizi, nella burocrazia statale, nel commercio e nell’edilizia, solo in ultima analisi aumenta anche nel settore industriale vero e proprio (dovendosi prima compensare la morte delle industrie e degli interi settori industriali del passato). Quando si comincia a vedere un effetto moltiplicatore, questo finisce per morire ucciso dalle strozzature di distribuzione. Non consideriamo qui i gravi problemi della diversa reattività ambientale all’inserimento di complessi industriali in regioni agricole.

Anche ciò fa capo alla visione gestionaria dei sindacati. Il fatto fondamentale dello sfruttamento non viene preso in considerazione. Lavorando sul tessuto meridionale, si ha buon gioco davanti ad un ex bracciante, abituato a lavorare quattordici ore al giorno nei campi, a fargli considerare meno gravose le otto ore lavorative della fabbrica. Il sindacato batte su questo tasto in ambienti di miseria e di fame, sviluppa altri ragionamenti in ambienti più sviluppati.

Il problema della tecnocrazia e delle multinazionali affascina non solo i sindacalisti, ma non pochi compagni che finiscono per perdere di vista la realtà capitalistica che è, e resta, fino ad oggi, contraddittoria. La strada prevista (ma solo ipoteticamente) dal “cartello” di Hilferding è ancora molto lontana. Esistono realtà di lotta che possono, restando legate a realtà più sviluppate, contaminare con la loro logica di fabbrica, di zona, di campagna, di quartiere; con la loro logica di miseria e di supersfruttamento; ogni dolce illusione dei magnati internazionali, coinvolgendo operazioni volontarie di rivolta in previsioni deterministe a medio e lungo termine.

Secondo noi bisognerebbe vedere chiare alcune distinzioni: il livello tecnologico dei vari settori industriali, la struttura interna dei Paesi europei, la politica tecnologica delle grandi nazioni detentrici del potere militare, la nuova svolta energetica, ecc. Da ciò emergono altre constatazioni: notevole divario complessivo esistente tra i Paesi più avanzati (donde l’enorme quantitativo di licenze e know-how); divario non solo tecnologico ma anche organizzativo tra le varie aziende; differenze nell’incremento della ricerca industriale finanziata dallo Stato, dall’industria stessa o da altri (Università, ecc.); scompensi tra politica della ricerca e politica finanziaria, ecc.

Tutto ciò comporta una notevole modificazione temporale nel problema della trasformazione gestionale della “grande economia” in un tempo ragionevolmente utile, per Paesi come il nostro, per sortire dalla crisi. I sindacati sanno benissimo ciò, ed è in questo senso che si preparano anche alla loro trasformazione strutturale. Il livello dei salari, le condizioni interne all’azienda, i contratti, il regolamento della disoccupazione, la forma e gli scopi della produzione, in una azienda multinazionale, sono decisioni che vengono prese dalla direzione, o meglio da un ristretto numero di tecnocrati, dislocati nello spazio, contro cui non è facile lottare. Da canto loro, i lavoratori – ragionano i sindacati – non sono maturi per gestire il lavoro, per continuare la produzione (beninteso in presenza di un piano centralizzato di produzione, il che significherebbe autogestione della miseria) e quindi dobbiamo preoccuparci di assicurare loro la continuazione del lavoro (leggi: sfruttamento) e assicurare a noi la sopravvivenza come organizzazione (leggi: lavoro retribuito).

Ecco cosa scrive sulla rivista “Preuves” (Settembre 1972), Charles Levinson, segretario generale della Federazione Internazionale della Chimica:

«L’errore dei sindacati è di continuare a lasciarsi chiudere nel quadro nazionale e di negoziare sul microeconomico riflettente l’evoluzione economica dell’insieme del Paese. Questa attitudine è oggi sfavorevole al miglioramento delle condizioni dei lavoratori; essa tende, ad esempio, ad allineare la progressione dei salari nei settori più avanzati a quella dei settori in difficoltà. La rivendicazione deve organizzarsi per settore e anche a livello multinazionale, per impresa.

«D’altra parte, i sindacati sul piano nazionale sono svantaggiati nelle negoziazioni. Non conoscono nulla della situazione finanziaria reale delle ditte con ramificazioni mondiali [...]. È sul livello aziendale che deve svilupparsi la lotta sindacale all’interno di una sola impresa multinazionale, ma con la partecipazione di tutte le unità di produzione ripartite attraverso il mondo, in. questo modo essa sarà più efficace che non l’azione sindacale comprendente tutta un’industria, ma limitata al quadro nazionale. Le grandi confederazioni sindacali restano spesso sospettose davanti questa orientazione. Ma è chiaro che a lungo termine, esse si condanneranno all’impotenza se non attaccano le multinazionali sul proprio terreno. Se per esempio in Francia, la CGT e la CFDT conducono un’azione presso Rhone-Poulenc, possono, certo, attendersi qualcosa. Ma se esse sono legate a considerazioni nazionali, e sono obbligati a tenere presenti nelle negoziazioni i livelli dei salari esistenti nelle migliaia di piccole imprese ritardatarie, esse non potranno ottenere gli stessi risultati di un’azione sindacale d’impresa, che attacchi in una sola volta tutte le filiali di Rhone-Poulenc.

«In questo contesto la coordinazione dell’attività sindacale sul piano mondiale deve uscire dagli schemi tradizionali. Non è soltanto questione d’organizzare degli scioperi internazionali. Bisogna agire sui punti sensibili delle imprese multinazionali e rafforzare il potenziale di pressione del movimento [...]. Entriamo in un periodo di prove e di tentativi, di messa in opera delle nuove strutture. Per esempio, nella chimica, abbiamo cominciato a selezionare le imprese multinazionali più importanti e abbiamo formato su di loro una documentazione costantemente aggiornata: studio sistematico dei limiti finanziari della politica commerciale e della produzione, delle strutture, degli organigramma, dei legami con le altre imprese, con le banche, della personalità dei dirigenti, ecc. Questi dati saranno inseriti in due calcolatori, uno negli Stati Uniti e un altro in Germania. Grazie ad essi saremo progressivamente in grado di discutere da pari a pari con i dirigenti sia delle filiali come della casa-madre, senza che ci possano “raccontare delle storie”.

«Non si tratta ancora di unificare le rivendicazioni mondiali, ma d’appoggiare l’azione dei sindacati in una impresa multinazionale con tutte le unità di produzione di uno stesso Paese, o con una parte di esse. Perciò bisogna ristrutturare il movimento sindacale creando, per una stessa compagnia multinazionale, commissioni permanenti, nelle quali vengano rappresentate le filiali di tutti i Paesi o almeno di un gran numero di essi».

Altra prospettiva di azione modificatrice del sindacato: questa volta a livello internazionale. Coalizione del capitale e coalizione sindacale. Resta da vedere in che modo tutto ciò si allontani da quello che ancora oggi i sindacati sostengono di essere, cioè, dalla parte dei lavoratori, e non si avvicini al contrario ad una stabilizzazione del potere sindacale diretto a partecipare alla gestione capitalista e al conseguente sfruttamento della classe lavoratrice. In che modo potrebbe essere interpretato questo nuovo organo che viene suggerito: la commissione internazionale permanente d’impresa? Quando queste commissioni cominceranno a funzionare si fisserà con molta facilità un piano d’azione, si tratteranno delle convenzioni collettive internazionali con rivendicazioni comuni. Il passo successivo sarà la partecipazione di questi organi alle decisioni aziendali: una forma di cogestione che parte dall’alto. Lo stesso sciopero, come arma di lotta tradizionale, verrebbe a scadere d’importanza in una simile prospettiva. L’impiego degli calcolatori contrapposto ad altri calcolatori è veramente il segno della sempre più palese attitudine collaborazionista della struttura sindacale.

L’abilità dei signori funzionari del sindacato sta proprio qui: lavorare con tante prospettive, insistere su sistemi arcaici di lotta (occupazione delle terre in Sicilia, ad esempio) quando ciò torna comodo perché la spinta di rivolta della base è pressoché incontenibile; passare ad ampie richieste, tanto ampie da risultare assurde, in una prospettiva di sviluppo comparato (Nord-Sud) che torna utile sia al capitalismo industriale del Nord che al capitalismo agricolo del Sud; progettare richieste sempre più ampie, arrivanti fino alla cogestione per le situazioni complessive, come appunto quella multinazionale.

Vediamo la situazione in Germania. La legge sulla cogestione è entrata in vigore nel 1951, per farla approvare, la Confederazione sindacale (DGB) ha dovuto minacciare (per la prima ed unica volta nella sua storia) lo sciopero generale. Vediamo cosa scrive Heinz Zimmermann (“Interrogations” n. 1, Dicembre 1974):

«Non è difficile comprendere che la cogestione paritaria è una questione di apparati burocratici – padronali e sindacali – e che le decisioni importanti sono prese senza consultare i salariati.

«La cogestione, agli occhi dei dirigenti sindacali, a nostro avviso, intende ottenere due scopi essenziali. Il primo riflette la concezione d’insieme del partito socialdemocratico (legato ai sindacati non sul piano formale, ma grazie ad una simbiosi di personale e di mentalità tra le due organizzazioni): si tratta di arrivare ad una “regolarizzazione” delle relazioni sociali con lo scopo, dice un dirigente sindacale d’attenuare, nella misura del possibile, le ingiustizie sociali risultanti dal processo economico. Il secondo permette l’integrazione nel processo economico e industriale, di tutta una classe di “funzionari” sindacali sociali che vengono a far parte integrante del sistema economico e sociale, non abbandonando ai soli “manager” usciti dalla classe dirigenziale del Paese questo ampio campo di attività».

Quindi, eliminazione degli attriti e dei conflitti, per quanto è possibile; partecipazione in prima persona alla gestione economica. Integrazione definitiva nella struttura di potere della precedente struttura di contropotere. Ovviamente sarebbe superfluo spiegare che questa integrazione è resa possibile non per una degenerazione dei sindacati ma per una loro essenziale caratteristica, acuitasi nel corso dello sviluppo egemonico del capitalismo tradizionale.

“La cogestione significa che la direzione delle imprese non deve soltanto dare conto agli azionisti, ma ugualmente ai lavoratori e a tutta la nazione. Una vera democrazia non si limita al settore politico, ma i principi democratici devono ugualmente applicarsi all’economia. Il “partnership” non può rimpiazzare la cogestione, ma il “partnership” autentico esige la cogestione. I sindacati non pensano di ridurre il capitale e i diritti degli azionisti. Ma il capitale, quando s’investe nella produzione non è decisivo da solo. Più importante è la forza lavoro”. (DGB).

I sindacati tedeschi non hanno bisogno di produrre cortine fumogene, come quelli francesi e italiani, perché hanno da venticinque anni questa porta aperta verso il potere. Oggi in Germania tutte le aziende che hanno più di 2.000 dipendenti sono cogestite dai sindacati. Questo significa un’enorme forza decisionale per l’organizzazione.

Al contrario, in Francia si può sentir dire alla CFDT:

“Bisogna rifiutare la concezione puramente piramidale dell’organizzazione dei poteri, sia che si presenti sotto forma di una piramide gerarchizzata, sia sotto forma di Consigli operai o sotto forma di centralismo democratico. L’esperienza mostra, in effetti, che questo modo di esercitare il potere, fondato su di una concezione rigida e gerarchizzata della delega, mette in moto rapidamente un processo di burocratizzazione e di tecnocratizzazione”.

Ma si tratta di un “pezzo teatrale”, adatto al momento e subito dopo sostituito con un altro di forma ben diversa. Figurarsi se il sindacato può ammettere apertamente la necessità della burocratizzazione! Non bisogna farsi illusioni. La necessità di collaborare è essenziale per il sindacato: ogni rottura deve essere controllata e programmata. Lo sciopero deve essere un’arma ben precisa: quanto più minaccia di diventare efficiente, tanto più deve essere usato a piccole dosi; al contrario, diminuendo la sua efficienza può anche essere usato in grande quantità. Esempio, lo sciopero delle poste in Francia, che alla fine del 1974 è durato più di due mesi senza alcun risultato.

Ecco un passo caratteristico di questa collaborazione, pubblicato sulla rivista “Syndicalisme” (Speciale “Autogestione”) n. 1415:

«Quale che sia il grado di democratizzazione raggiunto all’interno dell’impresa come dell’economia, il sindacalismo conserva la sua autonomia nella sua funzione di contestazione, di forza d’impulso, di contro l’arbitrio, di protezione dei lavoratori. li sindacato continua ad essere una scuola di formazione di militanti operai, un luogo di elaborazione della critica sociale, un motore di trasformazione da operare o da perfezionare. Cioè l’autonomia del sindacato e il riconoscimento dei suoi mezzi d’azione, compreso lo sciopero, costituiscono una necessità e una garanzia fondamentale dell’autogestione.

«Nelle industrie il problema della remunerazione viene per ultimo, lo stesso quello della gerarchia e della distribuzione della produzione [...]. Ciò perché dall’altro lato della barricata i padroni, gerenti il capitale, sono al lavoro non partendo da un punto di vista umanitario (l’operaio è alienato, bisogna liberarlo), ma da fatti precisi in rapporto con la produzione (abbrutimento, fatica, tante giornate lavorative perdute, tanto lavoro malfatto, tanto utile perduto, tanto mancato reinvestimento, ecc.). A partire da questi dati i padroni si ripropongono il problema del modo di produzione a partire dalla base. Essi non solo si riposano, ma fanno delle esperienze. Le prime sono state negli U.S.A. e in Svezia (Saab e Volvo). Ecco quello che ne è uscito: lavoro intelligente (non frazionato), meno fatica, meno abbrutimento, più interesse nel lavoro, ritorno ad una specie di artigianato industriale, sparizione dell’assenteismo, meno obblighi necessari, lavoro di migliore qualità, sparizione dei settori non produttivi (piccoli capi e verificatori), maggiore profitto, maggiore produzione di capitale».

Forse non sarà mai detto a sufficienza sui pericoli di questa prospettiva, ed è per questo che riteniamo di grande aiuto lo studio dei problemi dell’autogestione; forse bisognerebbe accusare di più i teorici dell’ideologia del lavoro, denunciare la sotterranea collaborazione allo sfruttamento del capitale, dire come spesso gli anarchici cadono in questo errore.

Qui ci basta verificare il processo di trasformazione che il sindacato attua in funzione della modificazione della struttura economica su cui si trova ad operare. Come ogni costruzione strutturale del capitalismo esso è funzione di certe necessità e viene da queste condizionato. Individuarvi prospettive e contenuti estranei è stata la malattia di alcuni movimenti rivoluzionari i quali partendo dal sindacalismo, hanno perduto – per strade diverse – l’originaria matrice libertaria.

I limiti del sindacalismo rivoluzionario

Intorno al 1880 nelle tendenze sindacali di ispirazione più o meno anarchica, in Francia, si possono considerare diverse correnti:

a) accentuazione dell’autoritarismo (di tipo blanquista) che arriverà ad una specie di compromesso nell’esperienza boulangista;

b) tendenza “riformista”, diretta da Paul Brousse, che perderà sempre di più importanza, salvo nella Federazione del libro, dove è forte anche adesso [1997];

e) tendenza anarcosindacalista: la più importante, che creerà le borse di lavoro;

d) tendenza sindacalista-rivoluzionaria, mescolata alla precedente, forse più politicizzata, violenta, sostenitrice dell’insurrezione.

È Georges Sorel che teorizzerà il sindacalismo rivoluzionario in modo più o meno completo e, forse, involontario. Lo sciopero generale viene usato come un mito da sostituirsi al mito del Progresso, al mito dell’Uguaglianza, al mito della Libertà: in una prospettiva finale che coincide con la Rivoluzione. Lo sciopero parziale, al contrario, viene visto come una “ginnastica rivoluzionaria”. L’élite rivoluzionaria utilizzerà questa ginnastica per guidare le masse alla rivolta contro il potere, partendo dalle rivendicazioni sindacali, via via per gradi procedendo alla costruzione della nuova società partendo dal modello sindacale.

Cominciamo dalla Carta di Amiens, punto costante di riferimento del sindacalismo rivoluzionario. Nel 1906 essa fu votata con 834 voti favorevoli e 8 contrari. Ciò significa che i suoi princìpi erano (e sono) tanto vaghi da essere votati da rivoluzionari e da riformisti. Pierre Monatte: “Essa non fu l’espressione di una maggioranza, fu l’insieme del movimento che la fece propria”.

In questa carta si fissarono sia i princìpi dell’apoliticismo sindacale, sia i principi della lotta al padronato per l’abolizione del salariato.

“Il Congresso considera che questa dichiarazione è una affermazione della lotta di classe che oppone sul terreno economico i lavoratori in rivolta contro ogni forma di sfruttamento e di oppressione, sia materiale che morale, attuata dalla classe capitalista contro la classe operaia.

“Il Congresso precisa con i punti seguenti questa affermazione teorica:

“Nel lavoro rivendicativo quotidiano, il sindacato persegue la coordinazione degli sforzi operai, l’accrescimento del benessere dei lavoratori attraverso l’ottenimento di miglioramenti immediati, come la diminuzione delle ore di lavoro, l’aumento dei salari, ecc.

“Ma questo bisogno non è che un lato dell’opera del sindacalismo: questo prepara l’emancipazione integrale che può realizzarsi solo con l’espropriazione capitalista; esso preconizza come mezzo d’azione lo sciopero generale e considera che il sindacato, oggi raggruppamento di resistenza, sarà nell’avvenire gruppo di produzione e di ripartizione, base dell’organizzazione sociale [...].

“Di conseguenza, per ciò che concerne gli individui, il Congresso afferma l’intera libertà per l’appartenente al sindacato di partecipare, al di fuori dei raggruppamenti corporativi, a ogni forma di lotta corrispondente alla sua concezione filosofica o politica, chiedendogli in contraccambio di non introdurre nel sindacato le opinioni professate al di fuori.

“Il sindacato si propone la liberazione completa del lavoratore attraverso la soppressione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’abolizione del padronato e del salariato”. (La Carte d’Amiens, 1906).

Ma la realtà era un poco diversa. Ecco una dichiarazione di Paul Delesalle, membro dell’Ufficio Confederale: «La Carta di Amiens rappresenta il punto di vista ed è l’emanazione del solo ufficio confederale. Essa riunisce curiosamente anarcosindacalisti (Émil Pouget, Victor Griffuelhes) e riformisti (Gilbert Niel) contro i guesdisti.

«Questa carta con cui tanto ci frastornano gli orecchi fu redatta alla meno peggio sulla terrazza di un cabaret, senza che vi fossero state in merito discussioni all’interno del movimento sindacale». (Corale, Capitalisme-Syndicalisme même combat, Paris 1973).

Il punto essenziale del sindacalismo rivoluzionario era quindi il concetto di azione diretta, logica conseguenza della apoliticità (nel senso dei partiti) e della spontaneità dell’organizzazione sindacale. Gli errori sono da vedersi in questa parte finale. L’organizzazione sindacale non può basarsi sulla spontaneità delle masse, più di quanto non lo possa fare il partito, anche se sedicente “rivoluzionario”. Allo stesso modo l’organizzazione sindacale non può restare separata dalle vicissitudini dei partiti politici e finisce, prima o poi, per sentirne l’influenza. Infine, il problema dell’azione diretta si trasforma, nella prospettiva dell’organizzazione sindacale, da mezzo della base in mezzo per strumentalizzare la base. In questo senso va inteso il “mito” sorelliano dello sciopero generale, efficace trasposizione di un concetto filosofico sul terreno delle lotte rivendicative. Tutto ciò che nasce in questo terreno può essere prodotto o dalla base (azione diretta, spontanea, organizzazione di produttori) o dalla struttura sindacale (delegati, comitati, richieste ufficiali, contrattazioni, contratti di categoria, scioperi dilazionati [...], fino allo sciopero generale). La differenza è essenziale.

L’errore di fondo del sindacalismo rivoluzionario è visibile molto bene nelle parole di Griffuelbes:

“La pratica giornaliera dell’azione diretta che si va diffondendo, ha per conseguenza che nel corso del suo sviluppo, fino al momento in cui regge va bene, poi passa ad un grado di sviluppo superiore e si trasforma in una conflagrazione che chiamiamo sciopero generale e che si conclude con la rivoluzione sociale”.

Allo stesso modo Aristide Briand: “[...] la rivoluzione? [...] alternativa? analogia? Si tende sempre di più a identificare sciopero generale e rivoluzione. Si tratta del mito di una “sovversione” pacifica, istantanea, attraverso la sospensione universale e simultanea del lavoro”.

Nel 1888, al Congresso di Bouscat erano state approvate anche diverse formulazioni sullo sciopero e sul passaggio tra sciopero generale e rivoluzione sociale:

“Lo sciopero parziale non può essere che un mezzo di agitazione, e di organizzazione locale. Solo lo sciopero generale, cioè la cessazione completa di ogni lavoro, o la rivoluzione, possono portare i lavoratori verso la loro emancipazione”.

Il passaggio tra queste vecchie formulazioni e i discorsi successivi è evidente. Non più l’alternativa ma l’analogia, rottura violenta (gli anarchici, come Griffuelhes), o passaggio pacifico (i riformisti, come Briand), le cose non cambiano.

In questa prospettiva il sindacalismo viene finalizzato a se stesso. Molti militanti anarchici, capaci come Pouget di fare una precisa distinzione tra anarchismo e sindacalismo, anarchici non lo sono più dopo pochi anni, diventano sindacalisti soltanto, senza saperlo e senza volerlo.

Contro questa degenerazione, sempre possibile per alcuni compagni che non tengono presente le giuste distinzioni tra mezzi e fini, si svolse tutto il lavoro chiarificatore di Malatesta nel campo della problematica sindacale.

“Per noi non ha grande importanza che i lavoratori vogliano di più o meno; l’importante è che quel che vogliono, cerchino di conquistarlo da loro, colle loro forze, con la loro “azione diretta” contro i capitalisti ed il governo. Un piccolo miglioramento strappato colla forza propria, vale più per i suoi effetti morali e, alla lunga, anche per i suoi effetti materiali, che una grande riforma concessa dal governo o dai capitalisti per fini subdoli o sia anche per pura e semplice benevolenza”. (Malatesta, 1922).

Il discorso si sposta sull’azione diretta e non centra bene il problema del sindacalismo. Malatesta non ci dice in che modo possa coabitare il concetto stesso di autonomia, necessario allo sviluppo dell’azione diretta, all’interno della struttura sindacale.

Più vicino alla realtà del problema qualche anno dopo:

“Il sindacalismo (intendo quello pratico e non quello teorico che ciascuno si foggia a suo modo) è di sua natura riformista. Tutto quello che da esso si può sperare è che le riforme che esso pretende e consegue siano tali ed ottenute in modo che servano all’educazione ed alla preparazione rivoluzionaria e lascino la via aperta a sempre maggiori pretese”. (1925).

Qui è intravista una possibilità educazionista nell’attività sindacale. Il discorso potrebbe essere accettabile, ma non ci pare che Malatesta sia riuscito a cogliere nella sua esatta dimensione l’essenza collaborazionistica del sindacato. Se si tiene presente ciò non si può che restare dubbiosi davanti alla possibilità educazionista dell’attività sindacale, sia pure volendola limitare alla minoranza agente e, sia pure, volendo concedere che questa minoranza sia prevalentemente anarchica.

A nostro avviso gli anarchici devono riconoscere che non è necessario sostenere la distruzione dell’organizzazione sindacale, ma ciò non li deve portare alla conclusione – eccessivamente facile – che vi si possa lavorare dentro per preparare i compagni alla rivoluzione. Il salto qualitativo è radicale, non ammette gradazioni quantitative.

È più orientato in questo senso Malatesta che ha vissuto le esperienze del fascismo:

“Il sindacato è riformista per natura [...]. Il sindacato può nascere con un programma sociale, rivoluzionario, anarchico; ed è ciò che avviene generalmente. Ma la fedeltà a questo programma dura finché esso resta debole e impotente, unicamente gruppo di propaganda. Più attira operai e si rafforza, più gli è impossibile conservare il programma iniziale che, allora, diventa una vuota formula”. (1925).

“Sarebbe una grande e letale illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una rivoluzione. Di qui la necessità impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che, dentro, come fuori dei sindacati, lottino per, la realizzazione integrale dell’anarchismo e cerchino di sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione”. (1927).

L’accenno sulla degenerazione, messo qui da Malatesta, non deve essere inteso obbligatoriamente nel senso di degenerazione dei sindacati da una pretesa via rivoluzionaria, ma degenerazione delle stesse organizzazioni anarchiche nei riguardi del loro confronto costruttivo con le organizzazioni rivendicatrici del lavoro. In caso contrario non si comprenderebbe più il chiaro discorso che lo stesso Malatesta aveva fatto ad Amsterdam, la distinzione tra mezzi e fini.

Come abbiamo detto riteniamo che sia sbagliato parlare di degenerazione dei sindacati. Spesse volte, la critica dei vecchi anarchici assume questo aspetto: essi si ricordano i tempi migliori, quando la situazione dei rapporti di produzione dava spazio per fumose discussioni rivoluzionarie anche all’interno della struttura sindacale, e confrontandoli con i tempi presenti, più radicali per la intrinseca essenzializzazione del potere economico capitalistico avanzato, ne deducono la decadenza.

“La CGT è discesa al di sotto del riformismo, essa è soltanto una ruota del governo, ha girato le spalle alla rivoluzione. Ogni volta che gli operai guardano gli uomini che incarnano il regime capitalista, accanto ad essi, accanto ai governanti, vedono i loro capi operai.

“Nella Carta di Amiens, quello che vi è d’essenziale per noi è questa concezione del sindacalismo: grande artigiano della Rivoluzione, capace di fare tutto, solo se possibile, capace d’organizzare tutto solo l’indomani della Rivoluzione”. (Monatte).

Si sviluppa la critica, ma si mantiene viva l’illusione. È lo stesso discorso che oggi [1975] fanno i “riformisti” della Federazione anarchica francese:

“Per noi anarchici non si tratta di compromessi, né di manovre politiche, e neppure di posti a spigolare. I sindacalisti della Federazione anarchica devono semplicemente dire, anche se sono i soli a dirlo – e può essere che sia preferibile che siano soli – che il sindacalismo si è impegnato in una direzione pericolosa e che, appoggiandosi sui principi, sulla storia, sull’evoluzione economica del momento, essi sostengono un riequilibrio delle due grandi tendenze del movimento operaio in favore della tendenza rivoluzionaria che, come propone la carta di Amiens, ha per progetto “la soppressione del salariato e del padronato”». (M. Joyeux).

A nostro avviso il solo modo di agire per i compagni effettivamente rivoluzionari è quello di costruire metodi di lotta che partendo dalla base lavoratrice possano svilupparsi in forma attiva. Si tratta anche di condurre i militanti davanti all’evidenza delle difficoltà, delle approssimazioni e, principalmente, dei limiti oggettivi che incontra un lavoro “anarchico” all’interno dei sindacati. Non è vero che il sindacalismo sia la grande università popolare che conduce i lavoratori alla chiarificazione dei loro problemi e che, se non è più in grado di svolgere questo antico compito, deve esservi ricondotto con tutti i mezzi. È una vetusta illusione, forse anche impregnata di realtà nel passato, ma del tutto inutile di fronte alla realtà.

Sul piano operativo le due ideologie sindacali: quella riformista e quella rivoluzionaria, si equivalgono. Ambedue lottano per il mantenimento, prima di ogni cosa, della struttura sindacale, in caso contrario non si avrebbe nemmeno la presenza del problema. I riformisti lottano per richieste parziali (salariali e normative), perché ciò consentirà il progressivo sviluppo dei lavoratori e della società fino alla complessiva socializzazione dei mezzi di produzione in piena pacifica consistenza; i rivoluzionari lottano per richieste parziali (salariali e normative), perché ciò diventa scuola di rivoluzione e perché con l’esercizio dello sciopero si prepara (ci si allena) a quella generale sospensione del lavoro che si identifica con la rivoluzione. La realtà è che ambedue lottano per richieste parziali e lo fanno all’interno di un’organizzazione ben precisa, più o meno piramidale, che ha le proprie norme di comportamento e le proprie leggi: l’essenziale delle quali è la propria sopravvivenza.

“La classe operaia deve guardare al di là del capitalismo, in quanto il sindacalismo è completamente confinato nei limiti del sistema capitalista”. (Pannekoek).

In che cosa consiste questo guardare “al di là” lo vedremo più avanti; adesso è importante notare che il teorico dei Consigli operai vedeva chiaramente questa componente intrinsecamente riformista del sindacato e non si faceva illusioni sulle sue possibilità rivoluzionarie o pretese tali.

“Alla nozione di capo onnisciente, o di quadro, noi opponiamo invece quella di “animatore politico” capace di darsi da fare per meglio suscitare delle iniziative che permetteranno alle singole personalità di svilupparsi, di aiutare queste iniziative a coordinarsi, capace senza sforzo apparente di mettere in movimento delle forze prima insospettate». (Ouvriers face aux appareils).

Ma ciò non esce dal sindacato, è una figura politica ben diversa da quella dell’agitatore sindacale, adesso trasformato in delegato privilegiato o in burocrate stipendiato dallo stesso sindacato. E con il cambiare della figura umana e sociale, cambia il risultato dell’azione che essa esercita all’interno della realtà di lavoro. Ovviamente questa attività deve essere diretta in modo che emerga chiaramente dalle necessità dei lavoratori, che non si costituisca essa stessa come attività autonoma, creando problemi che non esistono o ingigantendo quelli esistenti per il solo fine di perpetuare il proprio ruolo. Per altro è la dinamica dell’azione diretta stessa che trasporta la realtà operaia in una dimensione diversa da quella “consacrata” dalle strutture sindacali.

“Sono anarchico prima di tutto, poi sindacalista, ma penso che molti sono prima sindacalisti e poi anarchici. Vi è una grande differenza [...]. Il culto dei sindacati è nocivo come quello dello Stato: esiste e minaccia di diventare ogni giorno più grande. Sembra veramente che gli uomini non possano vivere senza divinità: non appena ne hanno abbattuta una, ecco che un’altra sorge”. (F. Domela Nieuwenhuis).

I limiti dell’anarcosindacalismo

Lo stesso discorso, con specifici particolari, si può fare a proposito dell’anarcosindacalismo. Siamo di fronte alla soluzione anarchica del sindacalismo, cioè a quella soluzione che prende origine direttamente dall’Associazione Internazionale dei Lavoratori, secondo i principi di Bakunin, ma che, nonostante tutto, risente delle carenze intrinseche all’organizzazione sindacale, non meno che il sindacalismo rivoluzionario, il sindacalismo autoritario comunista e quello riformista socialdemocratico. Non solo, ma, come vedremo, l’anarcosindacalismo, se non tenuto nei limiti del “mezzo”, come precisava Malatesta, corre il rischio (in quanto sindacalismo e non in quanto anarchismo) di evolversi da un lato verso il revisioniamo (vedi: Svezia) e dall’altro verso l’autoritarismo (vedi: Spagna).

Ma, prima di incorrere in grossi equivoci, chiariamo meglio il problema. L’anarcosindacalismo comprende molto bene che la rivoluzione può essere fatta soltanto dalle masse lavoratrici che, organizzate nelle loro strutture economiche, preparano di già in quella presente, la società di domani, cioè la nuova organizzazione economica di domani. Questo può avvenire solo se queste organizzazioni sono staccate dai partiti, anzi “se sono non solo a-parlamentari, ma principalmente antiparlamentari”. (Arthur Lehning).

“Chi non vuole né capitalismo privato, né capitalismo di Stato, deve opporre a queste, altre realtà nella vita sociale e altri tipi di organizzazione economica. E questo possono farlo solamente i produttori. E solo raggruppati insieme in organizzazioni, insieme nell’azienda, insieme nell’industria ecc. Essi debbono organizzarsi in modo di disporre, per mezzo della loro organizzazione associativa, dei mezzi di produzione, ed in questa maniera organizzare tutta la vita economica su basi associative”. (Lehning).

Ma questa organizzazione dei produttori deve essere nelle mani dei produttori stessi, quindi deve essere tale che in nessun caso possa intervenire un impedimento alla sua azione in difesa degli oggettivi interessi dei lavoratori, fissati e determinati da questi stessi. Ora, onde ben si consideri, questo non può accadere nel sindacalismo, nemmeno in quello anarchico. Non può accadere nelle sue cosiddette “degenerazioni”, come quella svedese o quella (dentro certi limiti) spagnola; non può accadere perché non sono gli stessi operai a decidere quali sono gli interessi oggettivi da difendere, ma la direzione del sindacato, direzione che, come vedremo, esiste ed ha la sua efficacia selettiva delle idee e degli scopi, anche nell’anarcosindacalismo.

Non dobbiamo dimenticare che il sindacato è sì un organismo di produttori e quindi ad elevato indice economico, ma è anche un organismo diretto da uomini che hanno un’elevata politicizzazione, se non altro a livello personale. Trattandosi di un sindacato anarchico questi uomini saranno degli anarchici, quindi, per prima cosa, rifiuteranno la loro veste di “dirigenti” sindacali. Benissimo, in questo caso il sindacato o va in frantumi, o muore sostanzialmente come tale per riapparire come una serie di iniziative dirette dalla base, senza una necessaria unità d’azione che non sia quella emergente dagli interessi confluenti di tipo economico, rivendicativo, rivoluzionario. Ma, in questa prospettiva, non saremmo più al di dentro del concetto di anarcosindacalismo. Questo concetto, infatti, prevede l’esistenza della struttura, indipendente dalle prospettive di tipo economico, una struttura che si prefigge la difesa degli interessi dei lavoratori (interessi economici e non economici), ma che non parte da questi per giustificarsi come presenza strutturale, anzi, al contrario, sussiste prima ed è tanto più significativa quanto più ampia e più numerosa come aderenti. Lo stesso deve dirsi per gli uomini che lavorano all’interno della struttura anarcosindacalista: essi hanno idee che sono non un derivato degli interessi economici oggettivi e storicamente determinati degli aderenti al sindacato o della classe lavoratrice tutta, ma che preesistono a queste, in un certo senso sono molto più ampie, arrivano a configurarsi come una visione totale del mondo (appunto anarchica e libertaria) che influirà, al momento delle scelte, nel perseguire un qualche interesse contingentale, o una alternativa politica e ideologica.

Poniamo che si discuta il problema dell’occupazione di una fabbrica. L’interesse immediato dei lavoratori è quello della continuazione del salario. Interesse molto limitato che non coinvolge – almeno in una certa dimensione assai vicina a quella che viviamo in Italia tutti i giorni – una messa in discussione della sacralizzazione del lavoro. Volendo prescindere da questo problema, che ha sue difficoltà intrinseche, resta il fatto che i compagni sindacalisti possono avere delle idee loro, ben precise, in merito a che cosa debba intendersi, in gestione persistente del capitale, per autogestione di un’azienda. Cioè, può essere che vogliano “dimostrare” qualcosa in più, qualcosa che ha in se stessa un valore politico forse più ampio della semplice continuazione del salario per un ristretto numero di persone, ma, riteniamo, qualcosa che resta sempre “al di là” di certi interessi oggettivi e contingentali. Certo questo qualcosa può contribuire a far crescere il movimento nel suo complesso, ma questo non deve essere un alibi per contrabbandare le decisioni del vertice attraverso la frontiera assai labile degli interessi dei lavoratori. Infine, tenendo conto come solo un ristretto numero di compagni sono in grado di avere le idee chiare su problemi che esulano dal dominio immediato del settore economico, problemi che prevedono la necessità di un’analisi spesso faticosa, e tenendo conto che questi compagni, anche nella migliore buona fede, in quanto anarchici ed in quanto uomini, non possono non lottare per il trionfo delle proprie idee; siamo certi che quando tutto ciò avviene all’interno di una struttura sindacale, non possono esserci dubbi che si finisca sempre per aprire la strada o al compromesso o all’autoritarismo.

Nel caso in cui questa struttura non esiste, nel caso in cui questi compagni più preparati parlano a nome di un gruppo produttivo che ha precisi interessi oggettivi, ed intende sostenerli attraverso precise azioni, coordinate dal gruppo e anche sostenute dall’intervento di compagni esterni: tutto si esaurisce là, il discorso può allargarsi, anche a dismisura, diventare discorso sociale e discorso politico, discorso che coinvolge una visione totale del mondo, ma sempre senza pericolo alcuno: nessuno parlerà o agirà a nome di una struttura, a nome di un’organizzazione che, in definitiva, deve pur vivere e difendersi.

Vediamo il revisionismo anarcosindacalista svedese.

La Svezia, come altri Paesi del Nord (Norvegia, Danimarca, Olanda) è uno Stato dove a livello superficiale si è diffusa un’ideologia di “benessere garantito”, di “tutela sociale da parte dello Stato”. In forma ancora più razionale, qualcosa di simile esiste in Nuova Zelanda ed in Australia. La SAC (Sveriges Arbetares Centralorganisation) è l’organo anarcosindacalista, abbastanza diffuso e abbastanza rappresentativo. Vediamo come esso giustifica questo cambiamento di tattica sindacale nel senso del più vieto revisionismo.

“La popolazione è cosciente d’avere realizzato una situazione particolare, perché la sicurezza, data dalla nascita alla vecchiaia, ha impedito, di ascoltare i profeti della rivoluzione che implica l’idea di lotta sulle barricate e quella di distruzione totale del sistema sociale esistente.

“Gli anarcosindacalisti hanno fatto le loro esperienze e tirato queste conclusioni, che riteniamo valide solo per situazioni sociali uguali a quelle della Svezia. Se la SAC ha abbandonato la propaganda insurrezionale e non vuole più condurre un’agitazione avente per scopo la distruzione di tutte le altre forze sociali, essa ha scelto questo modo di agire perché è impossibile procedere diversamente nel nostro Paese. La popolazione pensa in termini pacifici e se noi tentiamo di condurla ad azioni rivoluzionarie, ci rendiamo ridicoli e provochiamo una generale antipatia. Le azioni violente in una società largamente pacifica avrebbero il risultato, di farci paragonare ad un elefante in un negozio di porcellane”. (E. Arvidsson).

Fine della trasmissione! Non ci sono alternative, mentre la base dei lavoratori in Svezia cerca strade nuove, dirette alla distruzione del lavoro, alla pretesa del tempo totalmente libero, alla distruzione in uno Stato che impone il benessere collettivo obbligando gli uomini a continuare un certo tipo di lavoro ed impedendo che siano essi a scegliere quello che vogliono; mentre la base dei lavoratori, nel buio più oscuro, nell’angoscia ancora più terribile di quella della miseria (non dimentichiamo i suicidi e altri fenomeni collaterali), cerca i suoi nuovi metodi, adatti alla struttura di potere che deve combattere, l’ottusità dei capi “anarcosindacalisti” parla ancora in termini di insurrezione vecchia maniera, di “elefante nel negozio di porcellane”.

Il caso è chiarissimo: in presenza della struttura spesso (diciamo: sempre) si stabilisce una frattura tra gli interessi oggettivi economici dei lavoratori, avvertiti da questi in forma chiara e distinta, e la visione dei dirigenti dei lavoratori, rappresentanti il sindacato, che hanno una prospettiva loro; spesso non solo difforme e obiettivamente pericolosa per i lavoratori, ma anche ridicolmente arretrata.

Vediamo il caso classico dell’anarcosindacalismo spagnolo.

Gli anarchici al governo. La C.N.T. ha quattro ministri su 15 che compongono il governo. Ecco cosa scriveva il 4 novembre 1936 “Solidaridad Obrera”:

«L’entrata della CNT al governo di Madrid è uno dei fatti più importanti della storia politica del nostro Paese. Da sempre, per principio e convinzione, la CNT è stata antistatale e nemica di ogni forma di governo. Ma le circostanze, superiori quasi sempre alla volontà umana, per quanto da questa determinate, hanno trasformato la natura del governo e dello Stato spagnolo. Il governo, all’ora attuale, come strumento regolatore degli organi dello Stato, non è più una forza d’oppressione contro la classe lavoratrice”.

Povero Bakunin (il che sarebbe niente), e povera classe lavoratrice (il che è grave). Meditare su questo passaggio non è mai bastante per quegli anarchici che cercano di nascondere la propria mancanza di idee e la propria personale incapacità d’azione, attraverso l’apparente “realismo” della sigla anarcosindacalista. Con queste righe, in Spagna, cadeva non solo l’antistatalismo anarchico, ma anche il volontarismo amaramente ridotto a semplice giuoco di parole di un periodista, per giunta non molto bravo.

“Tutti gli uomini più in vista dei sindacati e dei gruppi anarchici erano presenti [...]. Noi siamo entrati nel governo, ma la piazza ci è scappata [...]”. (Federica Montseny).

“Segnalo un fatto curioso: il fiasco delle cime, delle teste dirigenti, degli uomini-guida. Non parlo solamente dei politici, dei capi socialisti e comunisti. Parlo anche dei militanti anarchici più noti, di coloro che, in linguaggio corrente, possiamo chiamare leader”. (Gaston Leval).

«La verità è che la base non fu consultata, solo qualcuno degli elementi più in vista della CNT e della FAI assistettero alle riunioni. Ciò fu una ulteriore presa in culo». (“Los amigos de Durruti”, in “Le Combat Syndicaliste”, Settembre 1971).

I dirigenti da un lato, le masse dall’altro. Risultato: quest’ultime intraprendono delle grandiose costruzioni collettiviste e comunitarie, risolvono problemi economici di portata notevole, combattono nelle strade contro i fascisti e contro i non meno pericolosi “fascisti rossi”; i dirigenti restano da parte, al governo, o nell’incapacità più assoluta di fare qua]che cosa.

Certo Leval non può essere accusato di essere contro l’organizzazione sindacale, né in generale e nemmeno in particolare, eppure vediamo cosa scrive:

“L’anarchismo spagnolo aveva parecchi “leader”, ma non svolsero nessun ruolo. Sin dall’inizio furono assorbiti dalle cariche ufficiali che accettarono [...]. Ciò impedì loro di continuare a svolgere il compito di guide. Restarono al margine di questa grande impresa ricostruttiva, nella quale il proletariato troverà per il futuro insegnamenti preziosi [...]. Anche certi intellettuali che rimasero al margine delle cariche ufficiali restarono estranei all’opera di radicale trasformazione della società”. (Leval).

Come si vede, Leval non mette in discussione la presenza delle “guide” sindacali, e forse nemmeno quella delle guide politiche, ma non può fare a meno di notare, da onesto osservatore, che i fatti andarono in questo modo: da un lato si indirizzarono le masse, dal lato opposto i dirigenti.

Le conseguenze concrete non tardarono a farsi sentire. Così iniziarono dapprima i contrasti, le lotte, le emarginazioni ed anche le repressioni. In tutta la Spagna numerosi gruppi anarchici (e anche non anarchici dichiarati, ma influenzati dagli anarchici) erano per l’azione diretta, per l’egualitarismo, per l’organizzazione immediata della società nuova; da qui una forma di lotta tra la CNT e la FAI, da un lato, e questi gruppi.

Nel marzo 1937 scoppiano incidenti a Vilanese, presso Valenza, perché un decreto Governativo, votato dal ministro anarchico Lopez, danneggiava le collettività locali (fatte dalla CNT e dalla UGT socialista).

Nel maggio 1937 uno scontro tra partito comunista e anarchici a Barcellona scatena una serie di lotte che durano una settimana e più e si estendono in diverse città vicine. Accanto agli anarchici dei gruppi “Los amigos de Durrati” si trovano i gruppi del POUM (comunisti dissidenti) e la Gioventù Libertaria. I “Los amigos de Durruti”, condannati dalla CNT, vengono obbligati a sospendere le lotte; il partito comunista invia subito dopo una colonna blindata e passa alla repressione uccidendo numerosissimi compagni. Il giornale dei “Los amigos de Durruti” diventa clandestino.

Quando nell’agosto 1937 la divisione comunista di Lister comincia la distruzione sistematica delle collettività d’Aragona, i compagni avrebbero voluto organizzare la resistenza, ma sono impediti da. un ordine preciso della CNT. Il giornale “Espagne Nouvelle”, clandestino in Francia, perché interdetto in Spagna, pubblica: «Malgrado l’opinione disfattista della CNT avremmo dovuto difendere con le armi i nostri Consigli». (29 ottobre 1937).

Scrivono i compagni del gruppo Corale: «È necessità di cose notare che l’anarcosindacalismo si trovò di fronte nella Spagna del 1936 allo stesso fenomeno che si verificò in Francia a partire dal 1906: l’integrazione del movimento alla società borghese a causa dell’accettazione delle rivendicazioni. All’occorrenza, la borghesia repubblicana accetta la collettivizzazione dell’industria pesante e metallurgica per poi controllarla come industria di guerra. In Catalogna, in cui la giurisdizione era differente da quella del resto della Spagna, una legge di collettivizzazione venne emanata nell’ottobre 1936 per tutte le industrie. Per i servizi e l’agricoltura, le collettività erano solo tollerate. Invece di meditare le lezioni storiche del doppio potere spartakista e borghese in Germania nel 1919, dei macknovisti e dei comunisti in Ucraina nel 1919, si arrivò a schiacciare i rivoluzionari, eliminando così anche le conquiste dei lavoratori: gli anarcosindacalisti si presero per una forza politica avente a disposizione tutte le grandi masse». (Corale, Capitalisme-Syndicalisme même combat, op. cit.).

Le analisi in questa direzione non sono molte. Spesso si approfondiscono alcune cose (ad esempio, il problema militare) e se ne dimenticano altre. Spesso si vuole fare un bilancio sommario e si mettono in gran luce i risultati positivi, tacendo, forse per amor di patria, i fenomeni negativi. Ci sembra opportuno, limitandosi al problema sindacale, mettere invece in risalto gli aspetti negativi della struttura, i considerevoli appesantimenti che determina nell’azione operaia.

«Il fascismo non consiste, nel senso largo del termine, nei simboli e nei modi di fare dei regimi che sono definiti come tali [...], è l’autorità sotto tutte le sue diverse forme e manifestazioni che dà origine e genesi al fascismo.

«Noi abbiamo fatto un’armata identica a quelle dello Stato e dei corpi di repressione classici. Come prima, la polizia funziona contro i lavoratori che vogliono fare qualche cosa di utile socialmente. Le milizie del popolo sono scomparse. In una parola: la Rivoluzione Sociale è strangolata.

«Noi siamo i soli a non essere ancora militarizzati, in opposizione agli accordi della CNT e della FAI. Non solo il governo ci ritira il suo aiuto, ma anche l’Organizzazione». (Colonna di Ferro, in “Linea de Fuego”).

Le condizioni della sconfitta militare erano ormai saldamente fissate. Ad essa si legava la sconfitta morale e quella dei princìpi, la sconfitta essenzialmente di una mentalità dirigista infiltratasi, corpo estraneo, all’interno delle organizzazioni sindacali anarchiche, grazie al particolare tessuto di queste organizzazioni.

Il sindacalismo e la fase pre-rivoluzionaria

Tutto quello che abbiamo detto fin qui sul problema sindacale si riassume nel momento decisivo dell’impatto pre-rivoluzionario. Quando le condizioni sono propizie all’avvenimento di trasformazione radicale, le masse si trovano ad affrontare difficili problemi e, con esse, le tradizionali organizzazioni dei lavoratori sono chiamate a rispondere al momento storico.

Qui il discorso potrebbe estendersi alle organizzazioni politiche propriamente dette, cioè ai partiti, che ripresentano problemi molto simili, ma preferiamo arrestarci alle organizzazioni sindacali per semplicità nella trattazione.

La Rivoluzione russa si sviluppa sulla base dei soviet. Nell’idea di questa struttura di base non esiste nulla di sindacale.

“L’idea dei Soviet è un’espressione precisa di ciò che noi intendiamo per rivoluzione sociale; essa corrisponde alla parte costruttiva del socialismo. L’idea di dittatura del proletariato è di origine borghese e non ha niente in comune con il socialismo”. (Rocker).

Il processo degenerativo cui fu sottoposta è troppo noto per essere accennato qui, quello che importa è che il ruolo delle masse fu determinante e che il ruolo dei sindacati non lo fu allo stesso livello. Si potrebbe obiettare per un non idoneo sviluppo dello strumento, o per non idonee condizioni economiche, cioè dei rapporti di produzione; ma in questo modo non si esce dal problema: furono le masse ad adeguarsi al fatto rivoluzionario e alle necessità conseguenti. L’azione delle organizzazioni dei lavoratori (i partiti in primo luogo) fu di seguire l’evolversi della situazione. Il discorso di Lenin, all’arrivo a Pietroburgo, è un esempio chiaro di questo modo concreto di “adeguarsi”.

“In Ungheria non vi fu una rivoluzione nel vero senso della parola. Nel tempo di una notte, per così dire, il potere cadde in mano ai proletari”. (Imre Varga).

Questo spiega perché l’Ungheria dei Consigli vide passare, direttamente, la proprietà dai capitalisti allo Stato, senza che intervenissero tentativi di gestione autonoma. Lo stesso Varga continua:

“Basta dare ai lavoratori l’impressione che siano loro a disporre e a dirigere la produzione; per la verità ciò significa ben poco, perché siamo noi ad avere la direzione centrale, e i ricavati netti sono determinati con la politica dei prezzi”. (Varga).

Se in Russia la rivoluzione fu strangolata, in Ungheria (quella dei Consigli) non nacque neppure.

Diversamente in Germania. Nel novembre del 1918 i marinai si rivoltano di fronte alla prospettiva di un inutile nuovo massacro in massa. Sbarcano ad Amburgo con la bandiera rossa: i lavoratori a migliaia si uniscono a loro, in pochi giorni tutta la Germania è una rete di Consigli operai e contadini. Le organizzazioni sindacali e i partiti cercano di attaccare questo movimento spontaneo ed in questo si può vedere la spiegazione del perché il movimento non andò avanti. Stremato dalla lotta contro la controrivoluzione, il proletariato (notevole l’apporto dei contadini che lavoravano a mezza giornata presso i latifondi), dovette cedere aprendo il fallimento alla rivoluzione. Fenomeni simili si sono verificati in Italia, Spagna e dovunque si sono messi in atto tensioni tra la massa rivoluzionaria e il vertice dirigista in nome di una pretesa lungimiranza riformista.

Quello che riteniamo fondamentale, nella fase pre-rivoluzionaria, è l’organizzazione della base lavoratrice in forma indipendente da ogni tipo di struttura politica e sindacale. La prima trasferirebbe i precisi interessi di classe su di un piano interpretativo tanto ampio (quanto illusorio) da trasformarli completamente nientificandoli; la seconda li legherebbe ad una rivendicazione progressiva incapace di una visione radicale del fatto rivoluzionario, o se capace di quest’ultima interpretazione, incapace di collocarla sul terreno concreto di tutte le cose immediate da realizzare.

Dobbiamo comprendere che il movimento operaio, nella sua veste tradizionale, è un movimento di lavoratori e di capi di lavoratori che hanno un solo interesse, inserirsi all’interno della logica del capitale, per starci quanto meglio possibile. È ora di smettere di farsi illusioni su questa prospettiva. La fase pre-rivoluzionaria ha situazioni specifiche che coinvolgono maturazioni personali ed obiettive, ma che non possono travolgere l’effettiva sostanza delle cose: il movimento sindacale non è un movimento rivoluzionario. Quando strumenti di questo movimento vengono usati (o si pretendono usare) in senso rivoluzionario, è una violenza minoritaria. I risultati sono di regola peggiori del male che intendono eliminare.

L’atmosfera sindacale è animata da uno spirito di collaborazione tra le classi, da una visione unitaria del fatto economico, nell’intento di assicurare il massimo di benessere ai lavoratori.

Il capitalismo, uscito dalle crisi di produzione del passato, cresciuto alla scuola democratica moderna, agile e padrone di se stesso, animato di un forte spirito di trasformazione ed innovamento, incapace di concepire meschinerie nazionali o roba del genere, in via di ulteriore adeguamento alle prospettive internazionali attraverso l’abbandono della antica classe degli imprenditori; il vecchio capitalismo diventato nuovo capitalismo manageriale, si rende conto perfettamente che il suo primo alleato, il suo migliore amico, è il sindacato. Caduto il mito dell’uomo di affari, creatosi quello più idoneo alla mentalità moderna del tecnocrate, ci si accorge della grande familiarità che esiste tra dirigente sindacale e dirigente d’azienda, della comunanza degli scopi, della parallela direzione degli sforzi, della identità di preparazione. Il vecchio rappresentante sindacale, dalle mani callose, capace di agitarle violentemente sotto il muso del padrone, è stato sostituito dall’intellettuale uscito dalle università, dalle mani pulite e dal colletto bianco, capace di trattare da pari a pari con l’altro intellettuale, uscito dalle stesse università, che ha preso il posto del vecchio padrone nella fabbrica; se il capitalismo è in via di sfuggire di mano ai vecchi leoni, il sindacalismo è sfuggito ai vecchi capi sindacali da tempo, si è adeguato, intelligentemente, prima del previsto, alle esigenze del futuro. Noi siamo convinti che anche nel momento in cui il vecchio rappresentante sindacale metteva paura, con la sua grinta, al padrone, esistevano i germi della presente situazione sindacale, come nel vecchio capitalismo esistevano i germi dell’evoluzione manageriale del capitalismo di oggi. Nel corpo sociale, come l’anarchismo spiega da sempre, il fatto degenerativo non è mai un fatto “nuovo”, ma sempre un’evoluzione, una modificazione di un fatto preesistente. Ed è l’uso dei mezzi che condiziona i fini: anche qui, l’uso indiscriminato dei mezzi rivendicativi, l’adeguarsi della struttura minoritaria alla monoliticità della struttura di contrasto, ha costituito in passato una scelta dei mezzi che non è stata senza influenza sull’attuale incapacità di vedere bene i fini ottimali del proletariato.

Certo, i lettori potranno facilmente obiettare che non è questa la prospettiva dell’anarcosindacalismo. Ma, altro è parlar di morte ed altro morire. Altro è costruire belle fantasie sociali, altro scontrarsi con la realtà. Altro è pretendere di salvare i principi anarchici, anche all’interno dell’organizzazione sindacale, altro è cercare di farli entrare, a forza, nelle rivendicazioni parziali, cui il sindacalismo, volente o nolente, è legato. E non vale, qui insistere sull’azione diretta. Nel migliore dei casi, quando veramente si costruisce un’organizzazione di lotta fondata sull’azione diretta, o essa non è un’organizzazione sindacale in quanto manca di quella struttura territoriale, rappresentativa, assistenziale, ideologica, tipica del sindacato (il che ridurrebbe il problema ad una questione di parole), o è un’azione diretta ingannatrice. Cioè un’azione diretta che apparentemente utilizza metodi e procedure tipici dell’azione diretta, ma non ne ha il fondamentale requisito: l’autonomia della base.

Facciamo un esempio radicale: il sabotaggio. Il lavoratore attacca la struttura padronale attraverso lo strumento di lavoro, distruggendo in uno l’ideologia lavorista (frutto dei servitori del regime) e la capacità produttiva (quindi la stessa forza di resistenza) della classe che l’opprime. Mettiamo, ad esempio, che si tratti di applicare questo mezzo di lotta nelle aziende ferroviarie. Possiamo prevedere due casi:

1) Il sindacato, in forma segreta e cautelativa, impiegando mezzi che al momento non possiede, ma che potrebbe costituire a questo scopo, dà l’ordine di sabotare tutte le locomotive di cui dispone l’azienda ferroviaria in Italia. Da parte loro, i lavoratori, obbedienti alle direttive sindacali, rendono inutilizzabili le locomotive, o un certo numero di esse. Si sviluppa così una forte pressione del sindacato sulla controparte (in questo caso lo Stato, ma il discorso non cambia eccessivamente se trasportato nel settore privato), che accetta le richieste avanzate.

2) I lavoratori si organizzano alla base e discutendo, anche isolatamente, a piccoli gruppi, sulle possibilità di lotta contro lo sfruttamento capitalistico e contro la collaborazione sindacale, decidono anche in una sola zona, di sabotare (sempre parlando delle ferrovie) alcune, locomotive. Gli altri lavoratori del settore (accantoniamo l’ipotesi dell’allargarsi dell’azione ad altri settori) si rendono conto della validità di questo strumento di lotta e, garantendosi con un’azione clandestina, o con altri strumenti che decideranno secondo le necessità del momento, allargano l’iniziativa. Vengono avanzate proposte alla controparte, ma possono anche non esserci.

Il primo caso non è azione diretta. L’impiego dello strumento del sabotaggio è (ipotesi limite) attuato dall’organizzazione sindacale in vista di una rivendicazione e su decisione del vertice. In pratica l’impiego di questo strumento potrebbe diventare probabile nel caso di un’evoluzione rivoluzionaria dell’organizzazione sindacale, ma evoluzione sempre in senso autoritario. Il risultato, nel migliore dei casi possibili, sarebbe un tentativo blanquista di rivoluzione, con tutte le conseguenze del caso. Anche se ad attuare un’azione del genere fossero sindacalisti libertari, anarcosindacalisti capaci di mettere a tacere ogni pulsione autoritaria, determinata dalla struttura stessa dell’organizzazione, ne deriverebbe una tensione rivoluzionaria imposta alle masse, una decisione di agire in un certo senso che, di fronte a certe condizioni obiettive, non troverebbe il terreno adatto per svilupparsi. Dato e non concesso il fenomeno veramente unico di trovare dirigenti sindacali di tale spassionata apertura mentale e di tale provata fede anarchica, da non sentire un particolare attaccamento al compito direzionale e alla propria poltrona, si verificherebbe una ineluttabile scissione tra questi “angeli” e la realtà della massa lavoratrice, capace qualche volta di non capire anche il messaggio di un angelo.

Il secondo caso è azione diretta. Se l’angelo sindacalista anarchico è veramente tale, abbandonerà immediatamente il proprio lavoro per mettersi insieme agli altri, nel lavoro concreto e specifico, individuato in un posto e da questo capace di svilupparsi verso altri posti ed altre realtà altrettanto individuate e precise. Certo il lavoratore potrà anche non trovare da solo la soluzione del problema organizzativo della lotta diretta, nel caso specifico potrà non trovare la soluzione “morale” (non quella tecnica, perché questa la conosce molto meglio di tutti i sindacalisti messi insieme e di tutti i rivoluzionari), di come sabotare la locomotiva, ed è in questo senso che si giustifica il lavoro di chiarimento e di penetrazione; certo il lavoratore potrebbe affannarsi invano nel tentativo di organizzarsi alla base, in gruppi, comitati, Consigli, o come li si vuole chiamare; ed è in questo senso che si giustifica e regge il lavoro del rivoluzionario; ma sicuramente il lavoratore non avrà mai bisogno, per realizzare la propria liberazione, di qualcuno che lo organizzi in sindacati, partiti, sette o roba del genere.

La realtà ci dice sempre come i lavoratori hanno bisogno di queste analisi, come sentono spesso la mancanza di una chiarificazione preventiva sugli obiettivi da raggiungere e sui mezzi per difendersi contro padroni e maestri di palazzo, come spesso, non sapendo dove andare a rivolgersi, sollecitano essi stessi il capopopolo o il partito per avere illuminazione e guida, quando non sollecitano il ritorno al potere della vecchia genìa sfruttatrice. Lo schiavo che ha vissuto tutta la sua vita legato alla catena può ben credere che ha vissuto grazie alla catena e non malgrado la catena, e quindi attaccare chi vuole spezzarla; ma questo è compito preventivo, indispensabile e possibile; non è ostacolo conclusivo di fronte al quale occorra necessariamente ammettere l’ineluttabilità della direzione e del comando.

Nella fase pre-rivoluzionaria il sindacato deve essere considerato dai lavoratori come un collaboratore dei padroni, un intermediario che garantisce la conquista di alcuni diritti, ma che cerca di conservare la situazione che consente la richiesta dei diritti; al contrario lotterebbe per la propria stessa eliminazione.

I sindacati dopo la rivoluzione

La prova definitiva della limitatezza del sindacato e della sua essenziale pericolosità per la creazione della società libera di domani, è data dalle conseguenze della sua presenza subito dopo la rivoluzione.

Se l’avvenimento rivoluzionario è stato un fatto pilotato da un partito e realizzato a seguito dell’azione di una minoranza ben organizzata militarmente, capace di trascinare le masse, ma di togliere nello stesso tempo fiato ad ogni iniziativa spontanea di quest’ultime; l’azione dei sindacati può essere solo quella di consegnare armi e bagagli al partito rivoluzionario e, con questo, di consegnare i lavoratori nelle mani della nuova classe dirigente e sfruttatrice.

Se la rivoluzione è stata un fatto eminentemente burocratico, una crisi del potere a livello centrale, come nell’Ungheria dei Consigli, i sindacati si autodefiniscono il potere in prima persona e garantiscono il passaggio senza danni delle strutture di produzione allo Stato, avendo cura di smussare ogni tentativo originale e spontaneo delle masse verso una liberazione definitiva.

Se sono, infine, i lavoratori, spontaneamente, come in Russia, in Germania, in Italia, a prendere l’iniziativa, a costituire le loro organizzazioni di base, i. loro Consigli, e a dichiarare guerra alla struttura di sfruttamento, i sindacati passano immediatamente dalla parte del potere e negoziano con quanto meno danno possibile la successiva fase di normalizzazione e di centralizzazione. In una ulteriore fase di accentramento, come accadde in Russia col debutto stalinista, saranno gli stessi sindacati a perdere terreno davanti al partito.

Qualcuno dirà: ma questi sono i sindacati comunisti e socialdemocratici, non i sindacati anarchici, non è possibile che compagni anarchici si comportino allo stesso modo. E siamo pienamente d’accordo. Non è possibile, ma purtroppo accade. Non è possibile che compagni anarchici vadano al governo, che sindacati anarchici entrino a far parte di un governo, ma accade. Non è possibile che teorici anarchici giustifichino un governo preciso definendolo diverso dagli altri, ma accade. Non è possibile che organizzazioni anarchiche attacchino altre organizzazioni anarchiche con le armi della diffamazione e dell’ostracismo usate sempre dagli stalinisti, ma accade. Non è possibile che giornali anarchici vengano messi all’indice da organizzazioni anarchiche, ma accade. Non è l’anarchismo che fa gli uomini, ma gli uomini che fanno l’anarchismo.

La cosa più logica, nel caso di sindacati anarchici, è che questi si sciolgano per evitare di cadere nella stretta logica sindacale e, allora, questo è un fatto radicale che rende inutile la nostra analisi; ma è un fatto che può accadere sia prima che dopo la rivoluzione. Al contrario, nell’eventualità di una persistenza delle organizzazioni sindacali, la cosa più logica è che queste agiscano come tutte le organizzazioni sindacali di questo mondo mentre, al loro interno, i compagni anarchici rimasti saranno costretti a fare i salti mortali dell’ideologia per cercare di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa.

Certo non è possibile prevedere lo stato dell’economia dopo la rivoluzione. Fatti di grande importanza entrano in giuoco al momento della crisi decisiva, fatti di minore importanza, ma altrettanto determinanti, restano agenti all’interno dell’intero sistema, in modo tale da rendere velleitaria ogni pretesa analitica di grande approssimazione. Non è possibile fare un programma dettagliato, ma è possibile vedere alcune cose con chiarezza. La presenza del controllo statale è un fatto negativo, esso è obbligatoriamente portato a determinare le condizioni sociali perché si metta in atto un’economia pianificata in un certo modo. Al contrario l’economia post-rivoluzionaria dovrà necessariamente essere una economia naturale, nella quale sia la produzione che la distribuzione verranno assicurate in base ad accordi orizzontali tra i produttori (che poi sono gli stessi consumatori).

Si comprende facilmente come i sindacati possano giocare un ruolo di estrema gravità una volta inseriti nella fase produttiva dell’economia post-rivoluzionaria. Possono continuare ad essere gli intermediari del potere centrale e, qualora questo non esistesse, possono inventarselo essi stessi per continuare a svolgere l’eterna funzione di cinghia di trasmissione. L’azione obiettivamente controrivoluzionaria che svolgono in regime d’economia capitalista, potrebbe evolversi in una azione concretamente controrivoluzionaria in un’economia comunista.

Queste le conclusioni di alcuni compagni sul problema del perché considerare il sindacato come “servizio pubblico”.

«Attualmente una piccola parte del proletariato prende coscienza dell’assurdità del ciclo “produrre-consumare-alienarsi” imposto dal capitalismo, ma questa piccola parte (con l’aiuto dei sindacati) è recuperata dal capitalismo. Si tratta di una messa in discussione che viene da ambienti giovanili (marginali, comuni, ecc.) ma raggiunge anche strati molto differenti tra loro.

«Non possiamo distruggere il sindacato, ma non lo vogliamo utilizzare al suo interno. Per trasformare in strumento rivoluzionario un’organizzazione che non lo è mai stata (o quasi), possiamo solo sperare che gli sfruttati si “disorganizzino” dal sindacato e cerchino di creare uno strumento utile per il lavoro rivoluzionario». (Corale, Capitalisme-Syndicalisme même combat, op. cit.).

Conclusione

Non siamo d’accordo del tutto con i compagni di “Corale”. La disorganizzazione del sindacato implicherebbe una logica distruttiva che non attecchisce facilmente all’interno della prospettiva di piccoli interessi e di piccole necessità. Sarebbe un impiego dispersivo di forze (che non possediamo), e una maniera errata di porre il problema sindacale.

Al contrario, sostenendo la critica al sindacato in forma radicale, estendendola anche alle forme anarcosindacaliste, che non devono in questa critica assumere l’aspetto di forme privilegiate, si possono raccogliere frutti più velocemente e più efficacemente. I lavoratori si convincono meglio dei limiti del sindacato quando sono posti di fronte alla possibilità di un’alternativa: lasciare questo servizio pubblico al suo destino e prepararsi a creare piccole organizzazioni di base dedicate alla radicale lotta contro la struttura padronale.

Questi nuclei debbono assumere la sostanza di nuclei di produzione. Non è possibile una soluzione alternativa. Il lavoratore fa parte della macchina, della fabbrica. Lo sfruttamento capitalista, anche oggi, nell’era dell’elettronica, lo vincola brutalmente all’alienazione quasi totale della personalità. Fuori della fabbrica il lavoratore è un povero uomo sfinito che deve andare a letto per fare l’amore e per dormire. La sua potenzialità d’urto la estrinseca nella fabbrica. Trascinarlo fuori a viva forza, obbligarlo a venire nei “covi” rivoluzionari è un errore psicologico oltre che tattico. Solo una piccola minoranza, altamente sensibilizzata, può arrivare a questo, e sempre dentro certi limiti. Ecco perché ogni organizzazione, sia pure anarchica, che parta da un punto fisso per determinare una linea d’azione ha tutte le carte in regola per degenerare in breve tempo.

Dato per certo che il posto veramente rivoluzionario è la fabbrica, la campagna, la scuola, il quartiere ecc.; si devono vedere le condizioni obiettive di sfruttamento, generale e particolare, le condizioni del livello di vita generale della zona, le condizioni tra i diversi settori della produzione, i rapporti tra le diverse zone, i rapporti tra la totalità delle zone (lo Stato) e gli altri Stati ed altri problemi ancora. Tutto ciò determina, nella sua complessità, l’analisi che bisogna fare di volta in volta. Ma, finora, da solo, non determina la possibilità che i lavoratori mettano in marcia un meccanismo alternativo di organizzazione.

Essi si devono rendere conto che questa non è una necessità “rivoluzionaria”, ma una necessità naturale per loro, una necessità legata alla stessa possibilità di sopravvivenza, una necessità che li obbliga a lavorare più sodo e magari a soffrire un poco di più per stare meglio poi, e non solo per loro ma per tutti gli altri. Il discorso rivoluzionario non tocca quasi mai direttamente il lavoratore. Ecco il successo del discorso sindacale: lo tocca nei suoi interessi immediati e, principalmente, lo tocca in ciò che egli comprende di più: il suo lavoro. Il lavoratore è legato al sindacato non tanto perché gli consente una certa sicurezza all’interno della fabbrica, ma perché è il suo sindacato, quello che raduna gli altri lavoratori del suo stesso settore, gente che hanno problemi assai vicini ai suoi, con i quali può parlare da competente, tra i quali può sentirsi competente. Non è meschineria corporativa, è conseguenza diretta della divisione del lavoro che non può essere abolita in un giorno. Strapparlo al suo ambiente, costringerlo ad ascoltare fumosi discorsi che durano ore e ore, fatti da gente che parla un linguaggio incomprensibile; ha come risultato quasi sempre di fargli rifiutare qualsiasi apertura verso il nuovo e il differente, di fargli preferire il baccano dei figli a casa, o il rumore assordante dell’officina.

Il fatto rivoluzionario deve essere vissuto dal lavoratore attraverso il fatto economico. L’alternativa tra sindacato e gruppi autonomi di base può essere capita solo sul piano concreto dei rapporti economici, non attraverso il filtro dell’interpretazione ideologica. In questo senso, elemento di garanzia costituisce la soluzione prospettata sopra di non tagliare il lavoratore dalla sua organizzazione sindacale, di non lavorare alla disorganizzazione del sindacato, ma di lavorare a fargli comprendere i limiti del sindacato e la sua essenza di servizio pubblico.

Il fatto economico può essere organizzato senza la struttura oppressiva di controllo e senza la struttura direttiva che fissa gli scopi. Questo il lavoratore lo capisce benissimo. Egli sa perfettamente che è proprio la struttura della fabbrica che gl’impedisce la visione completa del processo produttivo e che una volta superata questa barriera egli può rendersi conto del fatto economico nella sua interezza. Egli sa benissimo che la caduta di questo ostacolo significa trasformazione dei rapporti all’interno della fabbrica, ma anche trasformazione fuori, nei quartieri, nelle scuole, nelle campagne, nella società tutta.

Il concetto di gestione proletaria, visto attraverso la complessità che siamo soliti attribuirgli, gli scappa. La gestione proletaria, per il lavoratore, è prima di ogni cosa, gestione della produzione. Al contrario la gestione capitalista, o statalista, è sfruttamento del prodotto da parte di qualcun altro, di piccoli gruppi di capitalisti o di piccoli gruppi di burocrati di partito e di manager. È la gestione del prodotto, quindi, che manca in queste prospettive, e con essa la decisione sulle linee di produzione, le scelte e così via. La distribuzione è faccenda legata alla produzione. Il lavoratore sa che è possibile fissare un rapporto molto semplice tra contributo personale alla produzione e prodotto ottenuto, fissando accordi di settore e correlando le aziende che producono le stesse cose; e sa pure che da questo rapporto può ricavarsi un suo diritto alla distribuzione dei prodotti ottenuti. Ragionamento tecnicamente complesso, ma vivo nell’immaginazione del lavoratore. Occorre spiegargli con chiarezza in che modo questo meccanismo, in una economia comunista anarchica, possa essere realizzato, in che modo egli possa entrare in possesso di tanti prodotti per quanti sono i suoi “veri” bisogni e in che modo possa partecipare alla produzione “utile” secondo le sue possibilità.

In questa prospettiva il discorso dell’organizzazione alternativa a quella sindacale viene da sé. Non può, infatti, pensarsi una programmazione di lotta diretta, un sia pure embrionale piano di collocamento tra le aziende dei diversi settori, una lotta per la conquista dell’informazione tecnica, lo scambio e il miglioramento di questa informazione; se non al di dentro di una dimensione autonoma di base. Filtrando tutto ciò attraverso il sindacato, anche attraverso un sindacato depurato per quanto si vuole, si otterrebbe il risultato di fare giungere alla base notizie deformate e del tutto inadatte agli scopi che si vogliono raggiungere.

Oggi la prima necessità può essere quella della lotta diretta, organizzata dal basso, da piccoli gruppi di lavoratori che attaccano i centri della produzione. Questa può essere palestra di coesione per lo sviluppo ulteriore delle lotte, sviluppo che può arrivare alla conquista sempre più dettagliata dell’informazione e alla decisione di passare alla definitiva espropriazione del capitale, cioè al fatto rivoluzionario. È il lavoratore che stabilisce in che termini deve essere posto il rapporto tra attività lavorativa e prodotto. Fatto ciò, non ha altra soluzione che mettere da parte ogni tipo di organizzazione asservita al potere capitalista, o ad altri poteri, per procedere alla costruzione di nuclei di base capaci di fare persistere il rapporto suddetto attraverso tutto il periodo di lotta.

In termini più semplici. Stabilito che il rapporto di base del progetto rivoluzionario è il rapporto che intercorre tra produttore e prodotto, risulta chiaro che questo rapporto deve essere ugualitario (a ciascuno secondo i suoi bisogni e da ciascuno secondo le sue possibilità); gestito dalla base (in caso contrario non sarebbe più ugualitario, avendosi delle minoranze direttive); semplice ed elementare (abolizione del meccanismo del mercato che finisce per gonfiare non solo i bisogni ma anche l’aspetto finanziario della produzione).

Battersi per l’indipendenza dell’organizzazione di lotta significa lottare nello stesso tempo per l’indipendenza nell’organizzazione della produzione. Non è possibile una distinzione qualitativa. In un certo senso, nemmeno una distinzione in fasi temporali è possibile. Quando i lavoratori organizzano i loro nuclei autonomi di base, si pongono in una direzione del tutto diversa dell’organizzazione sindacale o partitica. Nel fare ciò pongono di già, subito, in chiaro che vogliono gestire non solo la lotta, nel senso di scelta degli strumenti, ma anche la scelta degli scopi; e non solo la scelta degli scopi di lotta, ma anche quella degli scopi produttivi.

Nel fatto rivoluzionarlo, la presenza di una forte organizzazione sindacale e partitica nel senso tradizionale, ha come conseguenza immediata che il proletariato viene dichiarato immaturo e che qualcuno – dirigenti sindacali e di partito – debbono decidere al suo posto. Si irrigidisce la struttura d’intervento sulla base. Le assemblee sindacali e di partito vengono sempre gestite dagli stessi burocrati e specialisti. Tutto finisce per passare sulla testa dei lavoratori. In questo senso un’eventuale obiezione dei compagni anarchici deve ricordarsi di che cosa è accaduto in Spagna al momento della decisione di entrare al governo, o al momento della decisione della lotta per le collettività.

I principali elementi operativi dei nuclei autonomi di base debbono quindi essere:

La lotta. È qui che nasce la coesione e si sviluppa lo spirito di classe necessario per intravedere, attraverso il rapporto di produzione, lo sfruttamento di classe. Qui si chiariscono anche i veri intenti sindacali e partitici. Qui si costruiscono i metodi concreti dell’azione diretta: sabotaggio, assenteismo, tentativi di autogestione, distruzione del lavoro, ecc.

L’organizzazione. Sorge dalla necessità di confronto e di verifica. Si diversifica profondamente secondo i tempi e i luoghi, ma si unifica sostanzialmente sulla base del comune interesse produttivo. I nuclei sorgono ciascuno su di un diverso terreno sociale, politico ed economico, ma non possono esorbitare da quelli che sono i dati oggettivi della produzione: questi costituiscono l’essenza oggettiva dell’organizzazione, la possibilità stessa di un riferimento costante a qualche cosa di unitario.

L’informazione. Viene conquistata rovesciando a poco a poco il rapporto produttivo, diversificando la divisione del lavoro. Sabotando la produzione allo scopo di poterne studiare le reazioni e i limiti. È il momento della presa di coscienza politica, attraverso la visione economica e produttiva in particolare.

Ma tutta questa problematica esula dal nostro compito, mentre, per la sua grande importanza, necessita di un’analisi più approfondita. È a questa che rimandiamo il lettore.

L’orizzonte e i limiti

Con l’illusione alternativa ci siamo fatti uno scudo di carta ed affrontiamo spesso con quello i fendenti dei nemico. Piccoli vicoli puzzolenti nascondono compagni in agonia tra gli strumenti per lavorare il cuoio, tra file di perline, tra televisioni da sistemare e pranzi da preparare. Con durissimo sforzo altri compagni strappano una improbabile sopravvivenza a fazzoletti di terra avara. In questi ricettacoli dell’alternativo si sente lo stesso rumore delle catene di montaggio.

Negare il lavoro è certamente un grande bisogno dell’uomo, ma non comporta un semplice cambiamento del processo produttivo, coinvolge molto di più. Non solo saltano i gusti e i desideri, le speranze e i ricordi; ma anche le condizioni di reciproca tolleranza. Il potere non ammette il rifiuto del lavoro se non viene sostituito immediatamente con il progetto dell’autosfruttamento o del pauperismo alternativo, elementi questi che si possono anche intrecciare insieme, spesso in modo non tanto facilmente distinguibile.

L’angoscia dell’inutilità diventa allora irrefrenabile. Qualsiasi cosa purché si interrompa la condizione del progetto in corso, condizione che risulta intollerabile oltre che insignificante.

Non un altro progetto, ecco perché non si ha possibilità di ribellione, perché un altro progetto significherebbe altri sforzi ed altra creatività, elementi che sono andati perduti nell’intraprendere quello che si considerava veramente alternativo. In questo modo si striscia sul muro come una mosca, senza una traccia da seguire, senza un’ipotesi da verificare.

Lo stesso avviene nei grandi casermoni dove si produce l’inutile. Un’intera classe striscia alla ricerca di ciò che non esiste più. Per l’operaio salariato il suo stare rintanato corrisponde al gioco assurdo dell’alternativo rincoglionito che sogna le comuni mai realizzate rigirandosi tra le dita l’ultimo intruglio ormai identico allo smog della metropolitana.

L’operaio difende quindi il proprio sfruttamento, vuole a tutti i costi restare legato alle condizioni del salario, mantiene intatta la prospettiva della produzione. In questo modo vive la sua politica, alimenta la piovra sindacale e, attraverso di questa, la circolazione del reddito nazionale, la ripartizione in classe e la stessa logica dello sfruttamento.

Più la sua combattività operaia cresce più egli si rintana nel proprio guscio corporativo. Perché dovrebbe ribellarsi? E gli altri? Perché dovrebbero anche loro?

Come vedremo qui di seguito esistono alcuni buoni motivi, solo che non sono facilmente individuabili.

L’illusione del processo oggettivo. Ai fini della rivoluzione sociale il processo stesso di sfruttamento può non condurre alla liberazione. Può, come spesso accade, determinare condizioni di sfasamento nel controllo, ma si tratta di condizioni facilmente recuperabili.

Chi si trova invece nell’ottica dei partito, della crescita quantitativa, guarda – anche oggi – con grandi speranze alle condizioni oggettive dello sfruttamento e si aspetta da esse la risoluzione dei problemi derivanti dall’oppressione. Ad ogni nuovo assetto che il capitale e lo Stato riescono a dare alle contraddizioni sociali, esplode la disillusione dell’adoratore del dio-partito e, con questa, l’amarezza della sconfitta e l’irreversibilità del riflusso.

Al contrario, colui che non si è mai fatto eccessive illusioni sull’ineluttabilità della crisi, sa che occorre lavorare nei tempi lunghi per minare le basi del progetto nemico, senza sfoghi millenaristi che se eccitano spesso la fantasia del proletario altrettanto spesso lo precipitano nel profondo baratro della disperazione.

Se la produzione avesse oggi un senso sarebbe di già in crisi, con tutte le possibili conseguenze rivoluzionarie. La grande idea del capitale è stata quella di sottrarre un senso qualsiasi all’atto produttivo, per cui non valgono più le regole di un equilibrio mercantile che, una volta entrato in collisione con forze estranee ed avverse, avrebbe causato senz’altro la crisi fatale all’assetto capitalistico. Adesso non c’è praticamente cosa debba entrare in crisi. Se si eccettua, appunto, questo assetto di riequilibrio della contraddizione.

La mobilitazione operaia in difesa del salario, o per la riattivazione della scala mobile, si pone allo stesso livello di una sempre possibile mobilitazione operaia in difesa degli interessi imprenditoriali, della libera iniziativa, contro le imposte eccessive. In questo stesso senso non è più possibile distinguere tra scioperi politici e scioperi economici. Quello che conta non è lo scopo della mobilitazione, è la mobilitazione stessa. Che si lotti contro i missili a Comiso [1983], con la manifestazione dei centomila (o dei cinque milioni), o che si ritagli una parte più o meno consistente della classe operaia per manifestare contro o a favore di una decisione del governo, le cose non hanno sostanziale differenza. Quello che conta è la manovrabilità, in un senso o nell’altro, dell’insieme operaio, perché questo resti rincantucciato al suo posto, nell’illusione che si stia facendo tutto il possibile per mantenere la situazione com’è, perché non potrebbe essere meglio.

Questa realtà il capitale l’ha capito da tempo ed è per questo che si è aperto – smussando il proprio istinto liberaloide – all’intervento correttivo dello Stato. Sistemi repressivi e meccanismi assistenziali garantiscono una regolamentazione dell’illusorio in una prospettiva di geniale sintesi centralista avente l’aspetto della massima decentralizzazione.

Prendere l’iniziativa. Mancando un meccanismo cieco che lavora per noi, al nostro posto, dobbiamo prendere l’iniziativa. In caso contrario il tempo non è buon giudice, finisce per dare ragione alle ristrutturazioni capitaliste. Ciò significa che dobbiamo dare un impulso diverso all’azione e non adeguarla a una semplice risposta di fronte alle iniziative del capitale e dello Stato.

Ci si accorge allora con amarezza che non basta il canone metodologico dell’autorganizzazione, per impostare una lotta d’iniziativa, ma occorrono anche le idee, cosa di cui il movimento rivoluzionarlo – almeno per ora – sembra far difetto.

La tendenza all’autorganizzazione è stata da sempre una delle caratteristiche del movimento degli sfruttati nel suo insieme. Si è espressa ora con maggiore ora con minore forza, ma non è mai del tutto scomparsa davanti all’offensiva regolamentatrice di partiti e sindacati. Più che assumere l’aspetto realizzativo sotto forma di strutture, essa è stata colta in passato sotto la forma di tendenza vera e propria, cioè di intenzione latente, di sospetto congenito verso le pratiche politiche, di disponibilità alle proposte e ai progetti liberatori.

Le nostre stesse lotte intermedie sono stato basate – e di fatto lo sono ancora – sull’ipotesi che l’esperienza dello scontro di classe alimenta la crescita non tanto quantitativa del movimento degli sfruttati nel suo insieme, quanto la crescita qualitativa nel senso della sua disponibilità all’autorganizzazione delle lotte stesse.

Nello stesso tempo vedevamo però che quest’ipotesi di lavoro trovava scarsa applicazione nella classe operaia tradizionalmente intesa, per cui le preferenze inclinavano verso quegli strati marginali che per la loro precarietà manifestavano maggiore diffidenza riguardo le pratiche politiche e relativa più ampia sensibilità davanti al discorso di trasformazione sociale.

E, in pratica, la rispondenza operaia era scarsa in quanto risultava limitata all’ipotesi difensivista, quindi, in netto subordine all’azione più efficace dei sindacati o almeno, se non proprio più efficace, senz’altro più rappresentativa a livello di rapporti con la controparte.

Riflettendo bene però anche la rispondenza degli strati marginali era consistente soltanto a livelli difensivisti (repressione, controllo sociale, assistenza pubblica, case, ecc.); mentre restava platonica ad un livello diverso, consolidandosi spesso in un sostegno anche fattivo ma legato a valori racchettistici non condivisibili a lungo termine.

Abbiamo quindi che di fronte al difensivismo si è praticamente chiuso. Da tempo su questo settore operano i recuperatori del movimento della pace, gli anarcosindacalisti e le forme residue dell’ex ultrasinistra (“Lotta Continua per il Comunismo”, ad esempio), con risultati visibili a tutti. Gli stessi sottoproletari di una volta, quelli col sangue agli occhi, adesso marciano taciturni con un fiore tra i denti. Hanno capito che con una fatica e un rischio minori otterranno gli stessi risultati: un minimo di udienza presso gli organi responsabili della repressione, un sostegno morale e, a volte, anche finanziario.

Le differenze c’erano e ci sono ancora, questo è fuor di dubbio, solo che noi le vedevamo esaltate dalle nostre stesse limitazioni. E ciò comportava una deformazione dell’orizzonte di intervento. Pensavamo che il linguaggio delle armi – tanto per fare un esempio – fosse più comprensibile ai sottoproletari, da sempre abituati a maneggiare il coltello, che agli operai salariati, con famiglia a carico, automobile in garage e figlio alle scuole superiori. Ecco, questa equivalenza non si può dire che abbia funzionato.

Quello che siamo riusciti a dimostrare era la fattibilità di un’organizzazione centralizzata con obiettivi di attacco diversi sul piano operativo (la lotta armata), ma identici su quello sociale (scontro politico); ma non siano riusciti a dimostrare il passaggio all’autorganizzazione generalizzata dello scontro armato. Anzi, in questo senso, abbiamo fatto il possibile per impedire ogni sviluppo positivo. Prendere l’iniziativa adesso deve significare un’altra cosa.

Negazione dell’uniformità. Ciò non vuol dire che l’intervento del capitale abbia fatto diventare il mondo di un solo colore. Al contrario le sfumature attenuandosi hanno acquistato un significato più penetrante nel gioco complessivo del sistema.

Se la dimensione produttiva è diventata fittizia, trasformando in una finzione il mondo del lavoro salariato nel suo insieme, in corrispettivo anche il mondo sottoproletario ha assunto una diversa strutturazione. Esistono oggi forti tendenze organizzative dirette a spezzare la frammentarietà intrinseca di questo settore e la sua autonomia. In simile prospettive si allineano le organizzazioni mafiose e le istituzioni assistenziali dello Stato. Il recente [1984] sindacato clandestino dei contrabbandieri è un esempio di regolamentazione endogena.

Diverse situazioni e diverse proposte di ribellione, negazione in ogni caso di un orientamento privilegiato o di un settore guida. Altre volte ci si era illusi di trovare una scorciatoia, adesso non si deve cadere nella stessa illusione (rovesciata) di mantenere a qualsiasi costo la strada maestra.

Il grande furto. Affermare che il capitale si sia appropriato dei mezzi di produzione e che quindi il processo rivoluzionario tende naturalmente ad espropriarli per ritornarli ai legittimi titolari (i proletari), appare oggi fortemente riduttivo se non radicalmente sbagliato.

Il grande furto è altro. In linea di tendenza la gestione del capitale assume sempre di più connotazioni statali e quindi sociali. La classe dei vecchi capitalisti si trasforma nella classe dei nuovi funzionari del controllo sociale. Non è un processo chiaro e univoco, spesso esistono contraddizioni e resistenze di grossa portata, però si vede in atto una tendenza che parla chiaro: il capitale si socializza. Abbandonata la vecchia dimensione individualista ed ereditaria il capitale si è dapprima anonimizzato per poi centralizzarsi in una dimensione individualista che lo riconferma anche al di là delle giuste rivendicazione proletarie,

Ciò accomuna sempre di più i capitalisti dell’Ovest con quelli dell’Est [scritto, ovviamente, prima del crollo del muro di Berlino, n.d.r.], e dimostra l’inconsistenza e la pericolosità delle tesi rivoluzionarie basate sul settorialismo, sulla difesa del reddito o sulla classe operaia in senso specifico.

Nel suo ripresentarsi come coordinatore dei contrasti sociali, lo Stato propone non solo una garanzia per la minoranza (più debole economicamente ma più significativa nelle decisioni politiche), quanto un inglobamento nella stessa divisione del reddito. Minori discrepanze economiche, maggiore rigidità nei ceti sociali, più sicurezza nel proprio avvenire e in quello dei propri figli. Nella prospettiva: più rigore repressivo, meno connotazioni sociali nelle motivazioni devianti.

Perché essere diversi quando l’uniformità è garanzia di sicurezza se non proprio di benessere?

La delega totale. Quello che si chiede in contraccambio è il tempo. La totalità del tempo disponibile di ogni individuo. Ma il proprio tempo è la propria vita. Quando ci viene chiesto un po’ di tempo, è un po’ di vita che ci chiedono. Non ce ne accorgiamo perché siamo abituati a sprecare la cosa preziosa che è il nostro tempo, Lo sprechiamo lavorando,. aspettando autobus, dormendo male, mangiando peggio; lo sprechiamo con la fretta che ci fa rincorrere un’illusione sempre diversa e sempre identica; lo sprechiamo con la tutela del nostro passato, di quello che siamo stati; lo sprechiamo con la ingordigia del futuro, di quello che vogliamo essere.

Una lotta sull’orario di lavoro oggi, a ben riflettere, sarebbe ridicola. Il capitale e lo Stato sono entrati totalmente nel nostro tempo, quindi nella nostra vita.

La delega totale che ci viene chiesta concerne quindi il rifiuto di mettere in discussione l’uso di questo tempo che ci è stato espropriato. Qui si colloca il vero e proprio grande furto, e qui possiamo sferrare il nostro vero e proprio attacco.

La ribellione. È certamente l’attacco per riprendersi qualcosa. Quindi è anche coscienza che qualcosa ci è stata tolta, con la frode, con la violenza, con la forza di un ordine che ci è estraneo e nemico.

Ma una ribellione contro il furto della nostra vita non può consistere in una semplice e banale riappropriazione di attimi spezzati, sottratti con mille accorgimenti alla macchina capitale che per altro – da parte sua – ha messo nel conto questi piccoli colpi di mano.

Dal sabotaggio della catena, dal guasto prodotto ad arte nell’impianto, si sale su fino ai livelli riappropriativi più complessi e importanti. Ma quello che qui occorre precisare è che la riappropriazione quantitativa del proprio tempo non costituisce ancora ribel1ione vera e propria, costituisce il primo aspetto, l’elemento d’apertura, dopo il quale inizia l’azione rivoluzionaria.

Il tempo recuperato si può sprecare banalmente, per ignoranza, per paura, per abitudine. Lo si può riconsegnare subito al capitale. Ma lo si può anche impiegare per se stessi, per la propria gioia, per vivere la propria vita.

Quindi il ribelle è proprio l’individuo che vive la propria vita. Non totalmente, perché ciò non é possibile nelle condizioni date, ma nei limiti – sia pure piccolissimi – in cui riesce a sottrarre tempo a chi glielo ha rubato.

Si vede così come non abbia senso la distinzione tra “privato” e “pubblico” che oggi ritorna di moda, specie quando si accusano i molti di essere rifluiti nel “privato” e i pochi di volersi a tutti i costi arroccare nel “pubblico”. In fondo la nostra vita ha un senso solo quando è nostra, quindi quando è privata. Ma, se per privata s’intende mancante degli altri, riconferma di un’assurda solitudine continuamente difesa, allora non è più la nostra vita, diventa un luogo di sopravvivenza, un’adesione a programmi e decisioni altrui.

Ecco perché il ribelle non è chi si dibatte violentemente contro tutto quanto gli sta attorno, ma solo chi considera la lotta come elemento indispensabile per recuperare quella parte di se stesso che resta in vita.

Spesso la lotta stessa può essere momento di vita, l’incontro reale con gli altri, la crescita comune, l’affinità stimolante. Altre volte gli effetti della lotta sono meno evidenti, ci si sottopone a sforzi e sacrifici che appaiono inutili e dispersivi, si ha l’impressione di un meccanismo diverso che però allo stesso modo ci ruba una grossa parte di noi stessi.

Ma, la rivolta è un progetto a medio termine. Non è un sussulto disperato. Perciò essa attira meno di quanto si creda gli spiriti insofferenti e i cosiddetti animosi da quadrivio. Il ribelle è un individuo che sa misurare le proprie reazioni, che é abituato allo scontro, che conosce le regole del gioco, che non accetta di essere subito indicato come il diverso e il colpevole.

Per questo motivo riprende quella parte di vita che riesce a vivere e non si illude di ribaltare dall’oggi al domani un rapporto di forza che nell’immediato lo vuole perdente. Ma nell’attimo che la recupera la sua vita ha il senso e il sapore della totalità.

Un problema di qualità. Non sono le cose a dare un senso alla nostra vita. Corto, anche le cose hanno la loro importanza, senza alcune di esse il buio rischia di diventare completo. Ma il resto, la vera qualità che illumina il perché continuiamo a vivere è altrove. Questa qualità ci pare munita di un duplice aspetto: da un lato ci consente di strappare via al nostro nemico una po’ del suo bottino; dall’altro, ci permette di impadronirci di ciò di cui siamo venuti in possesso.

Un problema di qualità è quindi un delicato problema di cultura, di forma, di linguaggio, di criterio, di creatività.

Possiamo impiegare questi elementi nuovi in modelli vecchi di azione e rendere questi ultimi adatti alle necessità che abbiamo davanti, ma non possiamo fare il contrario. Nessun modello nuovo d’azione è veramente tale se diventa veicolo d’una mentalità vecchia, di un linguaggio sclerotizzato, di una cultura tradizionale, di un’assenza di creatività.

Ma come impadronirsi di questa diversa qualità? Come darci questa cultura?

Molte volte essa non è altro, ma qualcos’altro in più. E spesso finiamo per non potere mettere a profitto la parte che abbiamo in più proprio perché manchiamo di quel qualcosa che appartiene anche al nemico, anzi di cui il nemico si fa forte per perpetuare la sua superiorità. Spesso sono appunto i meccanismi della sua forza che ci sfuggono, i codici del suo linguaggio. Spesso sono proprio queste forme culturali che consideriamo superate e secondarie, disdicevoli alla nostra natura rivoluzionaria e quindi poco importanti. Al contrario esse sono l’elemento su cui costruire la nostra qualità diversa e spesso sono la condizione per potere comprendere questa stessa diversità con tutti i suoi aspetti creativi.

Nessuno produce dal niente. I materiali di cui la cultura si nutre sono sempre quelli, specie se si tiene conto degli elementi di fondo che si legano allo sviluppo storico e tecnologico, alle condizioni della vita umana. La via alternativa alla cultura è un grosso imbroglio alimentato proprio da chi della cultura tradizionale intende fare monopolio da trasferire nelle mani di pochi privilegiati.

Strappare al nemico la nostra vita significa strappare anche quella cultura attraverso la quale possiamo vivere quei brandelli di tempo che riusciamo a recuperare. Ma questa cultura è stata mischiata e stravolta in un mare di cose inutili o esclusivamente funzionali al sistema. Per operare una separazione dobbiamo entrare dentro i depositi della memoria culturale, faccenda che richiede un impegno serissimo, certamente di gran lunga maggiore di ciò che si richiede a coloro che sono invece dediti alla perpetuazione dello sfruttamento.

Solo così dai limiti attuali possiamo passare alla realtà del più ampio orizzonte.

Due casi su cui riflettere

I dipendenti della Finsider, minacciati da più di un anno, di restare senza lavoro, il 15 giugno [1988] hanno organizzato un corteo con quasi duemila persone.

Il corteo era silenzioso e faceva paura. Ad un certo punto, arrivati davanti alla sede del Consiglio regionale, cinquecento lavoratori sono usciti dal corteo ed hanno preso d’assalto l’edificio. Nessuno poteva fermarli. Hanno distrutto tutto: tavoli, sedie, lampadari, telefoni, quadri, mobili buttati dalla finestra nel cortile, vetri, porte. Subito dopo, in cinquecento, sempre incontrastati (la polizia ha paura in questi casi e gli ordini sono di ridurre al minimo le “provocazioni”), sono andati in municipio ed hanno ripetuto le distruzioni.

Dopo queste due azioni, all’ospedale sono andati soltanto cinque vigili urbani. Il corteo si è sciolto dalle parti dei quartieri spagnoli.

Mentre il governo si balocca con la CEE e i sindacati cercano di frenare l’agitazione dei lavoratori, questi, con tutti i limiti di una situazione praticamente senza sbocchi pratici (quel tipo di industria è destinata a sparire), dimostrano come la rabbia insurrezionale possa stravolgere qualsiasi difesa. Non è che l’assaggio di un meccanismo difensivo e offensivo che il proletariato può sempre mettere in atto.

Un’assemblea dell’Italsider ha emesso un comunicato, che i sindacati sono stati costretti ad accettare, dove si dice che qualche vetro rotto non è nulla di fronte alla irresponsabilità del governo e dei partiti e che comunque tutti e quattromila i lavoratori dell’Italsider si autodenunciavano per quanto era accaduto.

Come si vede, anche se in un contesto che ha diversi limiti, il metodo insurrezionale prevale, almeno nell’immediato. Restano da fare alcune considerazioni, specifiche, riguardo la situazione di Bagnoli.

Mettendo da canto il dibattito politico sull’argomento, che vede dissidenti anche uomini del medesimo partito; e mettendo da parte sindacati e boss locali che hanno interessi di mafia a mantenere inalterata la situazione; restano altri elementi interessanti.

Azioni di questo tipo, dirette immediatamente alla difesa del salario e del posto di lavoro, ritardano, senza dubbio, i processi di ristrutturazione e contraddicono (almeno, in parte) il teorema Modigliani-Tarantelli il quale afferma che un governo più forte politicamente può consentire all’economia di sbarazzarsi della manodopera superflua senza andare incontro a grossi rischi sociali. Ora, che la situazione politica (ed economica) sia più forte questo è vero, almeno paragonata a cinque o dieci anni fa, ma non è detto che il governo sia veramente più forte. Situazioni del genere, quindi, possono ritardare la ristrutturazione. E, da questo punto di vista, sono certamente positive.

Ma c’è anche un altro punto di vista, ed è quello della coesione di classe o, se si preferisce, della ricostruzione del fronte della lotta di classe. Qui le cose stanno diversamente. Non ci può essere dubbio che un insistere più a lungo (come fanno i sindacati – ma potrebbero fare diversamente?) sulla difesa del posto di lavoro, porterà ad un arretramento della lotta, cioè alla ricostituzione di livelli di conflittualità perdenti, nei riguardi dell’elevato tasso di crescita dei processi riorganizzativi del capitale. In altre parole, ci si troverebbe con un proletariato di fabbrica (nei luoghi dove ancora esiste) che verrebbe, dolcemente, e in tempi più o meno lunghi, smembrato, disilluso, sperduto, assorbito, ecc. Difatti, queste lotte, che da per se stesse sono entusiasmanti (almeno quando prendono la strada della sommossa), difendono qualcosa che è ormai morto, o che sta per morire, appunto, la produzione di fabbrica, le vecchie concezioni produttive, i vecchi metodi e i vecchi materiali. Il capitale è andato oltre. I sindacati costituiscono il freno più grande del proletariato, oggi come ieri. Anche quando quest’ultimo sfugge per la tangente del metodo dell’azione diretta, le cose non possono cambiare molto.

Occorre quindi che questo metodo venga indirizzato non verso la “difesa” ma verso l’attacco, verso la “distruzione”. Ma ciò può essere fatto solo per gradi. Inizialmente con la denuncia delle complicità sindacali, poi con la dimostrazione della inefficienza e della impossibilità del metodo della difesa del salario o del posto di lavoro, poi con la realizzazione degli attacchi, degli obiettivi, dei possibili sbocchi.

Il proletariato non tarderà a convincersi che la sua sopravvivenza è legata ormai a meccanismi che non debbono più essere difesi o conquistati. La semplice sopravvivenza sarà una faccenda che il potere affronterà a livello di massa. È il destino futuro degli individui sfruttati e della classe nel suo insieme che qui si metterà in discussione nei prossimi anni, più presto di quanto si creda. E questo destino non può essere difeso, ma deve essere costruito, attraverso l’attacco, la distruzione, la messa in difficoltà di tutti quei meccanismi rigenerativi del capitale che stanno costruendo su una dimensione troppo ristretta il “luogo” fisico e psicologico dove andremo a vivere domani.

Battersi va bene, quando si fa nel modo giusto, come a Napoli, va benissimo. Ma occorre lo stesso riflettere sui limiti e sulle possibilità. Anche se la cosa, oggi, potrebbe risultare difficile a fare, e a capire, dobbiamo lo stesso sforzarci di dimostrare questi limiti. Domani potrebbe essere troppo tardi.

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La Oerlikon Italia, è una industria milanese consociata al gruppo svizzero Bhurle che è entrata in crisi [Settembre 1987] cominciando a mettere in cassa integrazione 122 dei suoi 892 dipendenti.

Alle origini di questa crisi sono state le vicende giudiziarie relative alla vendita illegale di armi in Medio-oriente e le relative inchieste oltre anche ai provvedimenti governativi che hanno ristretto le esportazioni dopo gli avvenimenti del Golfo Persico.

In pratica la crisi del mercato del cannone ha messo in difficoltà un’industria di medie proporzioni prima di quanto finirà per accadere, nei prossimi mesi, anche alle grandi industrie, meglio provviste di riserve finanziarie e più tutelate dall’ipocrisia governativa dello Stato italiano che, dopo tutto, è ai primissimi posti nel mondo per l’esportazione di armi.

Ma, quello che vogliamo qui sottolineare è il ruolo del sindacato, il quale legato al difensivismo dei posti di lavoro e del salario non è potuto andare al di là di una proposta di ristrutturazione (senza riconversioni produttive immediate), accettando limitatissime riduzioni di personale e un incremento produttivo (ma di cosa? sempre di cannoni, naturalmente). Il piano del Consiglio di fabbrica della Oerlikon, approvato anche dal sindacato, parla di potenziamento e sviluppo dei prodotti, dei processi, dei mercati e delle tecnologie. E, d’altro canto, da un punto di vista esclusivamente difensivistico nessuna altra proposta è possibile. I sindacati, e anche le strutture a questi congeniali, come ad esempio i sindacati autonomi, i Cobas, e perfino le eventuali tracce di un possibile modo diverso di “fare” sindacalismo, si trovano in questo momento davanti ad un problema del genere, e non soltanto nel settore delle armi, ma anche, e forse in modo più evidente, nel settore delle industrie inquinanti. In questo settore, infatti, specialmente dopo il “successo” dei recenti referendum, si procederà a consultazioni zonali sulla volontà dei cittadini a lasciare in piedi i complessi inquinanti.

La Oerlikon lamenta che non c’è più un mercato per il cannone “Tevere” da 35 mm., del quale, nei magazzini della ditta, ci sono esemplari pari a tre anni di produzione. Le prospettive sono quelle fornite dalla Nato, e dal progetto Sidam, in base al quale all’Italia verrà data una fornitura, in quattro anni, di 1400 cannoni da 25 mm “Kba”, quindi più piccoli del “Tevere”, per un ammontare di 1300 miliardi. Tutto ciò salverebbe la situazione immediata, ma provocherebbe una riduzione di prodotto di più del 10 per cento e l’azienda dovrebbe – a dire dei sindacati – impegnarsi a superare questa riduzione, sia aumentando la produzione nel settore militare che in quello civile. Ma c’è il fatto che il settore civile della fabbrica (12 per cento) è in perdita netta. L’azienda si è dichiarata disposta a mantenere in piedi questo settore in perdita (ma non a potenziarlo), solo se avrà mano libera da parte del sindacato nella produzione e programmazione degli altri settori.

La posizione degli oppositori di questa politica industriale di produzione degli armamenti (come di quella che consente la produzione a complessi fortemente inquinanti) è stata definita dalla CISL “luddismo referendario”, visto che si sta cominciando ad usare l’arma – per la verità non molto acuminata – dei referendum per fermare la produzione (ma basterà fermarla?). Il passo che è stato fatto dalla UIL nei confronti di alcune associazioni ambientaliste, diretto a raggiungere una specie di “patto sociale” per studiare insieme una alternativa ambientalista alla produzione inquinante, dovrebbe essere il segno del progetto che hanno in mente i dirigenti sindacali per ottenere un superamento del bivio tra produzione di morte (bellica, in particolare) e produzione alternativa per scopi civili.

Ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, i sindacati manifestano la propria funzione di freno e di recupero delle lotte di base (di qualsiasi tipo, anche di quelle meno offensive e più innocue). Tutto ciò non può essere letto in modo diverso dai proletari e, finanche, da quella fascia un poco più garantita che ha ancora il contratto di lavoro in tasca. E questa lettura, anche. dopo i recenti (ma parziali e settoriali) successi dei Cobas, non potrà non riversarsi in una ondata di disinteresse e di disprezzo per tutte le pratiche sindacali, di qualsiasi tipo, anche per quelle animate dalla migliori intenzioni.

Assolutamente nulla

Non succede nulla, assolutamente nulla. Cioè tutto intorno c’è un gran da fare: ci sono scontri politici, economici, culturali, ecc., ma in sostanza non si fa altro che vivacchiare e attendere, con immutata fiducia, il domani. Lo fa la borsa, lo fanno gli uomini politici, gli imprenditori, l’esecutivo, i lavoratori e coloro che non lavoreranno mai e dovranno accontentarsi.

Nessuno sa bene dove stiamo andando, se verso un deludente “pantano” dove tutte le rane faranno un coro degno di un re, o verso una catastrofe con un gran botto finale. E quello che è più tragico, è che a questi nessuno importa un fico secco di tutto ciò.

Si tira a campare. Ma c’è una forza oggettiva che non tira a campare. Anche se non ha un programma suo, bello e pronto, questa forza viaggia verso un esaurimento delle proprie possibilità (se non di tutte almeno delle più importanti). Anche se non è, da per se stessa, favorevole ai padroni, questa forza fa i loro interessi, ma potrebbe anche fare altri interessi, perché è forza contraddittoria, contorta e, in fondo, irrimediabilmente bislacca. Stiamo parlando della forza delle cose, dell’oggettiva forza delle cose.

La grande svolta tecnologica degli ultimi anni ha innestato un processo oggettivo che sta producendo cambiamenti talmente significativi che quasi non ce ne rendiamo conto. Non solo noi, non ce ne rendiamo conto, ma anche i padroni non se n e rendono conto, pur continuando a beneficiare di questi cambiamenti molto di più di quanto non ne beneficiamo noi.

Il mondo si sta strutturando diversamente e lo sta facendo in modo molto veloce. Non sappiamo (nessuno può andare al di là delle ipotesi) dove arriveremo, però sappiamo che, per grandi linee, man mano che passa il tempo, si va delineando una strategia involontaria che risulta sempre più perfezionata. Maggiori dettagli appaiono, e questi sono sempre più preoccupanti.

I vecchi modelli della lotta stanno per diventare superati e non ce ne accorgiamo. Ci stanno affossando con tutti i nostri strumenti nelle mani. Noi ci dibattiamo e un qualcosa di impersonale, senza ricorrere a questo o quell’individuo dalle mani sporche, sta facendo il lavoro del becchino.

Dobbiamo reagire. Subito. Attaccare ora, prima che sia troppo tardi. Non aspettare di avere le idee chiare, troppo chiare. Potremmo non averne più il tempo.

Dobbiamo attaccare per distruggere, per ritardare un processo di morte lenta, di delimitazione definitiva delle nostre possibilità, di catalogazione e controllo. Dobbiamo attaccare per vivere.

Se vogliamo vivere.

Il recupero polacco

Per chi avesse dubbi sulla reale funzione di Solidarnosc, ci sono i recenti avvenimenti. [Settembre 1987].

Adesso i sostenitori di un sindacalismo “rivoluzionario”, non tanto vecchia maniera, quanto “nuovo stile contrattuale”, specialmente in un Paese dell’Est, possono dirsi soddisfatti. Tutti i focolai di rivolta vera, tutti i tentativi di mettere in crisi un regime dittatoriale e oppressivo, tutti gli stimoli al cambiamento immediato, e non solo promesso, sono stati messi a tacere.

Nel convegno antimilitarista di Forlì del 13 e 14 maggio 1988, uno dei signori invitati a dire “la loro”, credo si trattasse di un dabbenuomo cattolico, sosteneva che la presenza in Polonia di Solidarnosc fosse da considerare positivamente, come un elemento di rottura rivoluzionaria. E alla critica (o, meglio, all’obiezione) che gli venne rivolta, che il sindacato cosiddetto libero frenava la rivolta ed era elemento di ordine e di potere, l’illuminato personaggio non trovò altra spiegazione da dare se non quella che all’interno di Solidarnosc c’erano anche gli anarchici. Come se la presenza degli anarchici in qualsiasi struttura di potere avesse la facoltà taumaturgica di trasformare il rame in oro.

Certo, in un contesto come quello polacco, caratterizzato da una miseria primaria veramente incredibile se commisurata ad un Paese occidentale, il mito sindacalista può ancora mettere insieme la gente. Ma i guai di questa prospettiva di lotta fanno presto ad apparire in tutta la loro dimensione.

Il sindacato, in qualsiasi modo la si voglia mettere, è sempre un elemento di ordine e di freno. Uno dei consiglieri di Solidarnosc ha dichiarato, dopo gli interventi di mediazione di Walesa (tra i più difficili di tutta la sua carriera), che i giovani lavoratori polacchi ormai sfuggono ad ogni controllo, non solo del partito, ma anche della Chiesa e di Solidarnosc. La conclusione di questo “consigliere” del sindacato, è stata che se non ci saranno miglioramenti economici, non sarà più possibile controllare i giovani e, forse, anche i lavoratori in generale.

Sul ruolo “tonificante” della Chiesa polacca nel corso degli scioperi si è espresso lo stesso rappresentante del governo. I vescovi e il cardinale sono intervenuti direttamente anche per correggere alcuni atti repressivi che avrebbero potuto innescare una spirale di ribellione.

Ma la cosa più significativa, in termini di divergenza tra i reali interessi della base e le intenzioni dei vertice sindacale, è proprio la pretesa di ottenere dal governo il riconoscimento di Solidarnosc. Questo fatto, che ha contenuti politici fuori discussione, si indirizza verso una trasformazione, per quanto si vuole radicale, della struttura di potere in Polonia, ma non fa altro che proporre una strada di modificazione che marcia verso la democratizzazione dei rapporti politici. Ora, come è chiaro, dietro un processo di democratizzazione ci stanno anche degli aspetti positivi, indubbiamente da preferirsi alle atrocità e alle ottusità di un regime dittatoriale e comunista (per giunta), ma non dobbiamo dimenticare che dietro la ribellione dei lavoratori polacchi ci può stare ben altro, in primo luogo la strada verso una trasformazione violenta ed immediata di questi rapporti di potere, la strada verso un assetto libertario delle condizioni di vita nella società polacca. Questa è di certo l’alternativa reale: una trasformazione di regime, di norme, di leggi, di rappresentatività, da un lato, e, dall’altro, uno sconvolgimento radicale, un fatto rivoluzionario.

Non c’è dubbio che un focolaio di rivolta, generalizzandosi in Polonia, può mettere a rischio non solo l’asse politico e sociale di quel Paese, ma anche di buona parte dell’area del socialismo reale, il quale, in un momento delicato come questo, non può correre rischi del genere. Comunque, una insurrezione vasta e continua, alimentata dalla rabbia di non avere altre possibilità di sopravvivenza, manderebbe a gambe per aria qualsiasi struttura di mediazione come Solidarnosc o la stessa Chiesa – con buona pace di coloro che credono nello spirito sanfedista dei Polacchi – e lascerebbe nudo il potere statale, nudo davanti alle proprie responsabilità.

Ecco di che cosa Solidarnosc, a braccetto con la Chiesa, in questo momento si sta rendendo responsabile.

Il viale del sindacato

La recente [Ootobre 1988] e profonda trasformazione che si è verificata all’interno della CGIL ha, di certo, significati politici che interessano poco ai rivoluzionari, ma possiede la capacità di dare indicazioni riguardanti disturbi e contraddizioni che è utile conoscere.

Il fatto che le correnti interne di questo grosso sindacato si stiano dando battaglia per la sostituzione dei dirigenti di più alto grado e, in sostanza, per la riduzione dei poteri dell’esecutivo, non può nascondere il malessere di fondo che attraversa tutta la CGIL e, allo stesso modo, qualsiasi tipo di sindacato, anche autonomo, anche “movimentista”. Ad entrare ufficialmente in crisi è la logica stessa del sindacato, la logica rivendicazionista. Non è tanto problema di incapacità individuali. Pizzinato non è un vero e proprio leader, questo è certo, ma nemmeno Di Vittorio sarebbe stato in grado di fare qualcosa in una situazione come questa.

Per il momento la rivolta è guidata da un gruppo eterogeneo che racchiude “destri” e “sinistri”. Non è quindi un tentativo migliorista contro i retrogradi operaisti, come non è vero il contrario. Una fascia intermedia di dirigenti sta cercando di scardinare il vertice per potere agire meglio, probabilmente in chiave migliorista, cosa questa che non verificandosi porterebbe a una velocizzazione della caduta del ruolo sindacale. Si cerca quindi di trovare una chiave parallela al PCI, nel senso di un processo di accostamento alle istituzioni. Nessuna pratica di disturbo dell’imprenditoria che non sia, preventivamente, concordata e ciò per non disturbare il processo di risistemazione istituzionale.

I lavoratori, da parte loro, hanno in sostanza messo da parte le ultime illusioni. Nessun dirigente può più, realmente, mobilitarli. Anche nella recente precettazione dei ferrovieri non si è sviluppata una sia pur minima forma di lotta per bloccare un sistema che potrebbe incancrenire il rapporto di classe, anche in tempi brevi. Il sindacato ha messo la coda tra le gambe, lo stesso le strutture parasindacali, anche quelle più battagliere. 1 singoli gruppi, anche se ci sono, non hanno ancora una capacita operativa tale da decidersi per una strada o per l’altra. Quando parliamo di “singoli gruppi”, ci riferiamo a quelle formazioni spontanee che si stanno delineando nei posti di lavoro: piccoli embrioni frutto di discussioni critiche, quando non si tratta di profonde discussioni per qualsiasi cosa di organizzato dall’alto. Un ultimo tentativo di recupero della vecchia e stantia formula sindacale, per quanto mutuato attraverso la bella immagine movimentista, potrebbe certo dare un minimo di linfa vitale, ma non sappiamo quanto questa linfa possa far muovere un corpo praticamente anchilosato che non riesce ad andare oltre gli scioperi di settore e delle lunghe, annose, assemblee dove si discute di tutto e, praticamente, di nulla.

In fondo, anche il sindacato tradizionale, ha la sua componente movimentista, e non è un caso che questa, almeno per quanto riguarda la CGIL, si stia schierando a fianco dei miglioristi più occhettiani, per far fronte alle necessità di mettere fuori gioco la dirigenza.

Quello che manca realmente è la capacità di “pensare” la lotta, al di là degli schemi rivendicativi e, tutto sommato, legalisti dello sciopero. Ogni forma di contrasto permanente, disseminato, incisivo, capace di attaccare piccoli obiettivi, in grado di mandare segnali che, se proprio da per se stessi non molto efficaci, siano in grado di mettere sull’avviso la controparte; ecco, ogni forma di impatto che prenda le mosse da qualcosa di diverso dal semplice “sciopero” legalmente consolidato, stenta a partire.

Pensiamo che questo si verifichi più per un ostacolo di metodo che per un ostacolo di disponibilità. I lavoratori si sono ormai resi conto di essere soli. La disaffezione è malattia che dilaga, La maggior parte di loro non si ritrovano né con i vecchi rappresentanti, né con i sedicenti nuovi. La strada più seguita è quella del riflusso: puntualità, mimetizzazione, rifiuto della lotta, della coscienza, della visione conflittuale del processo di sfruttamento. Tutto ciò è ormai la grande maggioranza della realtà. Poi c’è la minoranza. Questa, qualcosa la vuol fare. Cerca di farla. Forse questa volontà sta per essere imbrigliata da nuove e vecchie fumoserie. Forse, ed è per questo che speriamo, al di là di tutto ciò, che nell’ambito di piccoli gruppi, si possa passare all’azione. Dopo tutto, i padroni sono sempre là, sempre più minacciosi e sempre più mimetizzati.

Dal treno alla scuola

Che il capitalismo moderno – cioè, per intenderci, quello caratterizzato dalla svolta dei primi anni Ottanta – si fonda su ristrutturazioni periodiche sempre più celeri e radicali, è affermazione che non può essere negata.

Che gli strumenti di cui i padroni dispongono consentono sistemi di rimpasto dei fattori produttivi assolutamente impensabili pochi decenni fa, anche questo è controvertibile con difficoltà.

Che gli strumenti di lotta e di difesa non solo salariale, ma anche e principalmente umana, sono rimasti grosso modo tali e quali, anche questo rischia di diventare un’affermazione a senso unico.

L’invenzione, fino ad un certo punto, di sigle e modalità d’uso per indire riunioni locali e nazionali, discutere dei problemi di categoria o dei minacciosi progetti padronali, non mette paura a nessuno. È cosa che non solo non denuncia l’esistenza di intenzioni serie, ma è anche segno di rassegnazione.

Prendiamo le Ferrovie. In Italia [1989, ma la situazione anche ora, cioè nel 1998, se possibile, è solo peggiorata). perché di questo ci occuperemo qui, esse sono in una situazione arretrata. Non sono adeguate allo sviluppo attuale e futuro del capitale. Hanno attrezzature praticamente ferme – come rete – agli inizi del secolo; mentre come mezzi viaggianti sono fermi per il 50 per cento a prima del 1949 e per il restante 50 per cento a prima del 1970. In questo modo la grande quantità delle merci viaggia in autostrada con uno sbalorditivo incremento dell’industria dei trasporti, della produzione di mezzi di trasporto, e un aumento del costo delle merci in generale, un aumento dell’inquinamento, ecc. Adesso vogliono ristrutturare sulla base di criteri di efficienza e di produttività, mettendo da parte, ovviamente, il criterio del costo sociale, allo stesso modo in cui questo criterio è stato messo da parte nella proliferazione delle autostrade.

Prendiamo le Scuole. La situazione è quella che è. La preparazione è inadeguata, sia a livello docente che a livello di studenti. Non si può dare molto. Non si ricava molto. I padroni, comunque, adesso sono un po’ più preoccupati di prima per questo problema. Infatti, mentre a partire dall’inizio degli anni Settanta, erano interessati a ridurre la preventivata disoccupazione allargando la partecipazione scolare, e quindi riducendo i contenuti culturali, adesso si sono ritrovati con un vuoto nella fascia media di preparazione che può anche danneggiare i programmi a medio termine. Le fasce alte sono state sempre coperte con la preparazione privata, con il ricorso ai master, le fasce piccole sono sempre in minore richiesta. Da aggiungere anche il grosso affare a livello produttivo che un potenziamento della scuola significherebbe per le industrie. Da qui le intenzioni di avviare la scuola sul binario privatistico, come per le Ferrovie. Grossi manager e un clima di cambiamento in cui si ha sempre meno paura dei movimenti sociali.

In una prospettiva come questa si inserisce l’esperienza dei Cobas, in tutte le sue varianti. Da questa esperienza si sono ricavati insegnamenti di vario tipo e non è questo il luogo per esaminare tutte le critiche e tutti gli aspetti positivi che sono stati indicati. C’è da dire che in merito alle cose positive i Cobas hanno fatto vedere una maggiore disaffezione di alcuni ceti di lavoratori riguardo i sindacati, una difficoltà di questi ultimi a recuperare fasce di contrattazione che una volta erano scontate, una volontà residua di discutere, di muoversi, di approfondire problemi non propriamente settoriali. Esaminando i dibattiti dei ferrovieri Cobas si vede come l’attenzione venga anche posta sui costi sociali, sui rapporti con gli altri sistemi di trasporto, sul processo produttivo in generale, sulle tecnologie sporche, ecc.

Ma veniamo agli aspetti negativi o, semplicemente, riduttivi. Per prima cosa la pretesa aprioristica di una “apoliticità” che è segno di stanchezza e di incapacità alla lotta, più che segno di purismo anti-ideologico. I vari tentativi di recupero interno, come pure le scorribande da pirati dei vari Scalzone e compagni, andavano affrontati con serietà e non demonizzati in nome del corporativismo puro. In questo modo, per paura di bagnarsi, non si esce nemmeno di casa quando c’è il sole. La cautela di qualcuno era proprio diretta a non far vedere il pelo che aveva sullo stomaco, più che retta volontà di mettere da parte i pregiudizi politici. E in questo senso la povertà generalizzata che ne è venuta fuori dà il segno della capacità di mistificazione dei pochi, ma anche della leggerezza e superficialità (oltre che della ignoranza) dei molti.

Poi, la chiusura settoriale. L’universo Ferrovia. L’universo Scuola. Ognuno con i suoi problemi, certo aperti alle connessioni per quanto riguarda le cause e le motivazioni, gli sbocchi delle decisioni di vertice, le leggi, gli investimenti, i finanziamenti di settore, ma il tutto ricollegato al proprio universo solo in funzione dei problemi specifici di quest’ultimo. La Scuola: carriere, stipendi, categorie, programmi, ecc. Certo, anche riferimenti ai discorsi politici ed economici generali, ma come fatto subordinato.

Infine, i sistemi di lotta. Lo sciopero, il boicottaggio. Nel caso dei ferrovieri lo sciopero; nel caso della Scuola il boicottaggio degli scrutini. Ma gli scioperi sono certo manifestazioni di dissenso e di pressione, però hanno una regolamentazione che sta per diventare sempre più efficace per cui, in se stessi, costituiscono uno strumento molto relativo. Lo stesso per il boicottaggio, il quale, se applicato su vasta scala, potrebbe avere i suoi frutti, ma ridotto ai soli scrutini può essere facilmente aggirato con provvedimenti specifici degli organi competenti, come di fatto è accaduto.

Si sarebbero dovute fare altre cose. Qui non si vuole dare l’impressione di saperne più degli altri, ma si tratta di cose che sono state anche dette prima e che, in definitiva, sono a conoscenza di tanti compagni. Prima di tutto un allargamento all’utenza per i ferrovieri e alle famiglie degli studenti per la scuola, un coinvolgimento nella lotta. Poi un allargamento ai settori collegati: trasporti pubblici e privati, di persone e di cose; settori della produzione culturale, ecc. Infine, una metodologia di lotta diversa o, comunque, più allargata, fino a comprendere anche l’azione diretta, il lavoro “secondo la regola”, il boicottaggio più esteso, non limitato ai momenti dichiarati prima, e tutto ciò senza andare verso metodi di azione diretta più specifici e certo non facilmente applicabili da un giorno all’altro.

Purtroppo, alcune di queste potenzialità si possono considerare sprecate, perse dietro le diatribe da cortile trasferite nelle grandi assemblee; dietro le paure del coinvolgimento, dietro le chiacchiere corporative.

Ma forse ci sbagliamo e le cose, in futuro, andranno diversamente.

Oltre l’operaismo

Il sindacato è sulla via del suo triste tramonto.

Nel bene come nel male, con questa forma strutturale di lotta tramonta un’epoca e il modello di un mondo futuro, visto in termini di riproduzione (migliorata e corretta) del mondo presente. Ci avviamo verso nuove e profonde trasformazioni. Nella struttura produttiva e nella struttura sociale. Si trasformano i metodi di lotta, le prospettive, i progetti a medio termine. A una società industriale in espansione si addiceva lo strumento sindacale che da strumento di lotta diveniva strumento di sostegno della stessa struttura produttiva.

Anche il sindacalismo rivoluzionario fece la sua parte spingendo avanti le componenti più combattive del movimento operaio ma, nello stesso tempo, spingendole indietro come capacità di pensare la società del futuro, i bisogni creativi della rivoluzione. Tutto restava impacchettato all’interno della dimensione di fabbrica. L’operaismo non è stato soltanto un luogo comune del comunismo autoritario. Individuare luoghi privilegiati dello scontro di classe è ancora oggi una delle più radicate abitudini.

Fine del sindacalismo, dunque. Sono ormai più di quindici anni che facciamo questo discorso. Una volta sollevavamo critiche e sbalordimenti, specie accomunando nella stessa valutazione negativa anche l’anarcosindacalismo. Oggi siamo facilmente accettati. In fondo, chi non è critico nei riguardi del sindacalismo? Tutti.

Solo che ci si dimentica delle connessioni. La nostra critica del sindacalismo era anche critica del metodo “quantitativo”, che ha tutte le caratteristiche del partito in “nuce”; era anche critica delle organizzazioni specifiche di sintesi (ad esempio – per certi aspetti – del modello organizzativo della FAI di oggi e di ieri); era anche critica del perbenismo di classe, mutuato dalla borghesia e filtrato, attraverso i luoghi comuni della cosiddetta morale proletaria, fino a noi. Tutto ciò non può essere messo da parte.

Se oggi sono molti i compagni che convengono con noi, nella nostra ormai tradizionale critica del sindacalismo, sono ancora pochi quelli che condividono le conseguenze che da questa critica derivano.

Nel mondo della produzione possiamo intervenire solo attraverso strumenti che non si pongono nella prospettiva quantitativa e quindi non possono pretendere di avere alle spalle organizzazioni specifiche anarchiche che lavorano all’ipotesi della sintesi rivoluzionaria. Ciò comporta un diverso metodo di intervento, quello che costruisce nuclei di base e che si limita a mantenere i contatti con una struttura specifica, esclusivamente di affinità. Dal rapporto tra struttura specifica e nuclei di base viene fuori un nuovo modello di lotta rivoluzionaria che si prefigge l’attacco alle strutture del capitale e dello Stato attraverso il ricorso ad una metodologia insurrezionale.

Questa impostazione consente di seguire meglio le profonde trasformazioni che si stanno realizzando nella struttura produttiva. La fabbrica sta per scomparire, nuove organizzazioni produttive la sostituiranno, basate principalmente sull’automazione. Gli operai di ieri verranno integrati (parzialmente) in una realtà di supporto (servizi) o semplicemente in una situazione a breve termine assistenziale e a lungo termine di semplice sopravvivenza. Nuove forme di lavoro si profilano. Il fronte operaio di già, non esiste più. Il sindacato, ovviamente, neppure. Almeno non nelle forme a noi note. È diretto a diventare una specie di holding produttiva di consenso sociale. Una ditta come un’altra.

Una rete di rapporti sempre diversi, tutti all’insegna della partecipazione, del pluralismo, della democrazia, dell’assemblearismo, ecc., si stenderà sulla società, imbrigliando (quasi) tutte le forze della sovversione. Gli aspetti estremi del progetto rivoluzionario saranno criminalizzati sistematicamente.

Ma la rivolta prenderà nuove strade, infiltrerà mille nuovi canali sotterranei, emergerà in centomila scoppi improvvisi di rabbia, di distruzione, di nuove e incomprensibili simbologie.

Dovremo fare attenzione, noi, portatori, spesso, di pesanti ipoteche che ci vengono dal passato; fare attenzione a non restare tagliati fuori da un fenomeno che finiremo per non comprendere e la cui violenza potrebbe, un bel giorno, farci anche paura. E per prima cosa dobbiamo fare attenzione sviluppando fino in fondo la nostra analisi critica.

Critica della prospettiva anarcosindacalista

L’evoluzione tecnologica non è un fenomeno caratteristico soltanto di questi ultimi anni. C’è stata sempre. Dalla caverna al computer si può tracciare una linea ininterrotta di modificazioni e miglioramenti nella tecnologia impiegata dall’uomo per trasformare la realtà che lo circonda e per renderla più adatta a permettere la sopravvivenza della specie umana.

Osservando questo fenomeno storico gli illuministi conclusero che esisteva un progresso nella vicenda umana e trasmisero ai pensatori del secolo successivo (utopisti compresi) la fede che questo progresso sarebbe stato ineluttabile. Da ciò la logica conclusione che una crescita e un’accumulazione dei mezzi tecnologici potessero essere sempre considerate fatti positivi. E ciò in quanto il progresso avrebbe portato, ineluttabilmente, alla società liberata (la società anarchica) e certamente sarebbe stato meglio, in questa società, avere a disposizione quanto più mezzi tecnologici possibili, naturalmente non più usati per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma per la solidarietà e la pace.

Purtroppo, una certa parte del pensiero e dell’azione anarchica è rimasta legata a concezioni che oggi dovrebbero essere sottoposte ad una critica approfondita.

La trasformazione postindustriale, come è stato definito il profondo cambiamento realizzatosi in questi ultimi dieci anni, ha posto in essere una nuova tecnologia, profondamente diversa da quella precedente.

Adesso siamo davanti a una realtà che sta velocemente consegnando a processi solo parzialmente reversibili, la gran parte degli aspetti decisionali. In altre parole, il capitale e lo Stato si stanno, sempre di più, affidando a procedimenti tecnologici che avranno conseguenze enormi sulla struttura produttiva e repressiva, determinando cambiamenti sociali irreversibili.

Tutto ciò era certamente accaduto anche in passato. Basta pensare ai grandi genocidi che precedettero e resero possibile la rivoluzione industriale e all’inurbamento massiccio che ne segui, con profonde modificazioni nel modo di vivere (e di morire).

Ora le cose sono diverse. Se anche la vecchia tecnologia non era “asettica”, ma produceva conseguenze sociali, quella di oggi, riassumibili nell’“informatizzazione”, è capace di produrre modificazioni impensabili nel modo di vivere (e, quindi, di pensare); ma anche, e principalmente, nella stessa struttura di classe.

Ne risulta che il nemico è non solo chi impiega e realizza e perfeziona la tecnologia del dominio, ma la tecnologia stessa. È finito il mito della scienza “oggettiva”, strumento docile nelle mani di chi la usa: oggi la usano i capitalisti, domani i rivoluzionari, oggi fonte di morte, domani fonte di pace e di prosperità.

La scienza, e la tecnologia che ne è la realizzazione pratica, hanno preso la strada della distruzione radicale e completa di una stragrande maggioranza del genere umano. Non sappiamo se il progetto sia cosciente o meno ma sappiamo che tecnologie come quella atomica e quella elettronica, collegate in modo indissolubile, sono strumenti di morte e di oppressione e non potranno mai essere usate in modo diverso.

Attraverso questa tecnologia stanno rapidamente adeguando la cultura proletaria alla flessibilità, al cambiamento, all’accettazione, all’accomodamento.

La contrapposizione netta non sarà più possibile. 1 valori che tradizionalmente appartenevano al proletariato saranno, a poco a poco, spazzati via. Al loro posto subentreranno valori prefabbricati nei laboratori elettronici. Una cultura inferiore, codificata in modo semplice, sostituirà le vecchie passioni determinate dalla mancanza e dalla sofferenza. Uno stato di apatia e di sonnolenza andrà lentamente a sostituirsi all’attuale e al precedente stato di cosciente contrapposizione.

Lo sviluppo stesso della nuova tecnologia sottrarrà il passato patrimonio che poteva essere disponibile per un eventuale uso rivoluzionario. In un mondo in cui gli oppressi sapranno a mala pena schiacciare i pochi bottoni necessari all’utilizzo dei terminali che li riguardano, restando poi come stupidi imbecilli davanti ai prodotti forniti dalla minoranza di potere, come si potrà mai ipotizzare un uso rivoluzionario e liberatore di mezzi che saranno chiaramente al di là della stessa comprensione degli sfruttati?

La nuova tecnologia, nel proprio sviluppo, ha quindi programmato anche l’impossibilità di un uso diverso di se stessa. Questo rientra nei programmi di controllo e di difesa accuratamente realizzati fin da ora.

In una prospettiva del genere la lotta per il lavoro diventa chiaramente una lotta contraddittoria.

Da un lato mantiene le sue caratteristiche tradizionali di lotta difensiva, diretta a rendere possibile un futuro allargamento della lotta stessa in quanto consente la sopravvivenza del lavoratore (altrimenti, si dice, condannato all’inazione). Dall’altro, invece, indirizza verso falsi obiettivi le forze proletarie, mascherando obiettivi reali che dovrebbero essere colpiti prima.

In effetti le recenti ristrutturazioni e quelle in corso, veramente colossali, stanno insegnando, che il capitale tramite l’intervento regolativo dello Stato ha capito bene che esiste uno stretto legame tra livello occupazionale e potere d’acquisto della moneta. Per cui riducendo l’occupazione, anche col ricorso “provvisorio” ad espedienti assistenziali, si ottiene il risultato di “fare andare meglio le cose”. Così il pericolo di lotte sociali, determinate dalla riduzione dell’occupazione, viene cancellato o, almeno, attenuato da un più generale senso di sicurezza che la classe media, e una parte non trascurabile del proletariato, riescono ad avere. Dopo tutto una parte amplissima dei lavoratori continua a riscuotere la paga, anche se le possibilità di lotta che si vanno prospettando sono sempre più marginali e irrisorie.

Il risultato immediato è quello di creare una fascia, in continuo aumento, di desalarizzati che viene sospinta verso l’improbabile (ma teoricamente possibile) ricerca di un’attività autonoma (arrangiarsi in mille modi non è poi tanto male). Questa fascia non ha la carica sovversiva del vecchio sottoproletariato in quanto, potenzialmente, e di certo in linea di tendenza, sta assorbendo la cultura dell’adattamento e della flessibilità attraverso i terminali della cultura di potere.

La seconda fascia – quella salarizzata – sta per essere condizionata in modo più pesante all’accettazione della tecnologia di supporto. In altri termini, questa fascia resterà per sempre lontana dalla comprensione della tecnologia dominante. Le sarà fornito un linguaggio subordinato, essenzializzato, adatto al funzionamento di strumenti semplificati e terminali. A suo modo, questa fascia salarizzata sarà obbligata ad accettare una logica d’impresa. Da ciò il malinconico tramonto della centralità operaia e la sua sostituzione con la “centralità dell’impresa”. Non è un “tradimento” che il sindacato ha maturato all’ombra del potere. È una logica conseguenza della realtà post-industriale.

In questo senso, quali significati dare alla lotta per l’occupazione? Come distinguere la posizione dei lavoratori dell’Alfa Romeo e, perché no, della Breda o dell’Oto Melara? Forse che la gestione del capitale finanziario è meno pericolosa della fabbricazione e messa in commercio di cannoni, carri armati e missili?

In questa prospettiva cade la logica anarcosindacalista, e cade qualsiasi logica che parte da una difesa delle condizioni presenti nella speranza (o nella certezza) di un loro possibile capovolgimento in senso rivoluzionario (o banalmente migliorativo).

Restano due possibilità. Diverse, ma che conducono allo stesso risultato, perché accomunate dalla medesima pulsione alla rivolta.

La prima è la possibilità di quella parte di “esclusi” che sono, di già, o lo saranno nei prossimi anni, tagliati fuori dal processo di salarizzazione. Non sarà una possibilità di rivolta basata solo sulla “miseria” nel senso tradizionale, cui siamo stati abituati. Anzi, lo Stato e il capitale faranno di tutto per realizzare condizioni se non proprio assistenziali, almeno di parziale riduzione delle tensioni più gravi. Ma sarà una rivolta basata sull’inutilità della propria vita, sull’insofferenza ai controlli militari che per forza di cose saranno sempre più soffocanti, sulla noia per la meccanica ripetitività degli stessi gesti e degli stessi passatempi.

La seconda è la possibilità di quella parte di “esclusi” che resteranno nell’aria della salarizzazione. Fin quando il linguaggio “ridotto” che stanno costruendo non avrà tagliato definitivamente il contatto con l’altra parte del muro (dove si trovano gli “inclusi”), qui sarà ancora possibile una lotta basata sulla rivendicazione e sul desiderio insoddisfatto. Non una vera e propria lotta per l’occupazione, quanto una lotta basata sull’odio per coloro che posseggono la cultura, il gusto, la qualità della vita che invece vengono negati in modo molto più drastico di quanto una volta non si negasse il pane.

Due possibilità, due diversi modi di intervento.

Per quanto oggi possa sembrare radicale la differenza tra la situazione di chi ha un lavoro e quella di chi è disoccupato, questa differenza, nei prossimi anni, tenderà ad affievolirsi.

In un modo o nell’altro, non sarà il salario a distinguere gli “esclusi”, ma la loro diversa cultura, il loro più modesto linguaggio, i loro gusti e i loro desideri, tutti preconfezionati nei laboratori del dominio.

Per i non salarizzati si troveranno soluzioni di accomodamento. Lavori piccoli, autonomi, neri, parziali, scarsamente remunerativi, assolutamente inutili. Lavori che li metteranno in grado di sopravvivere – anche con parziali sistemi di assistenza statale –.

Ma in che cosa questa situazione sarà diversa da quella dei salariati? In che modo questi ultimi troveranno un senso alla propria vita, nella giungla di bottoni da spingere, sempre più semplificati e sempre meno degni di un impiego della propria intelligenza.

E ciò mentre tutti saranno sempre di più immersi in una cultura generale di massa, basata su messaggi codificati in cui mancherà una sia pur tenue luce critica. La musica, le arti collettive, gli stimoli assembleari, le discussioni prive di senso, gli sport di massa, la cura del proprio corpo, le pratiche religiose orientali (ed anche occidentali, ma più sofisticate del becero cattolicesimo), tutto ciò costituirà la cornice di fondo.

Dall’altro lato, nel castello teutonico dove si arroccheranno in modo sempre più inespugnabile gli “inclusi”, ci sarà solo da prendere decisioni riguardo la sorte a cui destinare l’esercito, sempre crescente, di “esclusi”.

Procedere a delle grandi eliminazioni di massa? Potrebbe essere possibile. La tecnologia attuale lo permette. Le guerre del passato (e di un recente passato) sono simili a piccoli giochi, tanto per tenere in esercizio generali e gente del genere. Comunque, non è questo un problema immediato. Quello che più ci interessa, anche in questa sede, è sottolineare che il destino comune delle due fasce di “esclusi”, le porterà ad una comune azione contro gli oppressori, almeno fin quando questa azione sarà comprensibile, cioè fin quando non avranno “tagliato la comunicazione”.

E questa azione sarà la rivolta.

La funzione della minoranza anarchica rivoluzionaria dovrebbe essere pertanto quella di trasformare le rivolte spontanee in azioni insurrezionali coscienti. Le prime, motivate da un senso vago e generico di insoddisfazione, di inutilità, di insofferenza, stanno scoppiando e continueranno a scoppiare. Le seconde sono un elemento fondamentale del futuro progetto rivoluzionario.

Tecnologia e specificità industriale

Qualsiasi applicazione tecnologica ha delle conseguenze sociali. La capacità di prevedere queste conseguenze, sfruttando quelle positive ed eliminando la pericolosità di quelle negative, è alla base di ogni impiego di strumenti approntati dalla tecnologia. Per quanto sia stato affermato a più riprese che l’attuale sviluppo della scienza permetta di prevedere queste conseguenze, la cosa non è vera. Si tratta non tanto di una menzogna pietosa, quanto di una premessa ideologica su cui fondare il dominio tecnocratico.

Il vero problema non consiste quindi nelle difficoltà di ridurre i costi ambientali di ogni applicazione tecnologica diretta ad innalzare il livello di vita della gente, oppure, mantenendo alta la produttività, far diventare gradevole il lavoro che corre il rischio di restare spersonalizzato e dequalificato, e neanche si tratta di trovare una soluzione per i danni subiti dall’ecosistema per l’impiego dei prodotti chimici che pure hanno determinato un aumento della produzione alimentare. Tutto questo apparato di problemi resta in secondo piano di fronte al problema essenziale, quello che riguarda le conseguenze dei nuovi strumenti tecnologici sulla tecnologia stessa. Quando qui parliamo di conseguenze sociali della tecnologia non ci riferiamo alle preoccupazioni che sembrano assillare il burocrate in vena di velleità umanitarie, ma proprio all’interazione che si è venuta determinando negli ultimi decenni tra nuovi ritrovati tecnologici, nuovi settori della ricerca e della sperimentazione tecnologia, da un lato, e imprevedibili sviluppi degenerativi di qualsiasi tecnologia, anche di quella stessa del passato.

Sfuma quindi l’importanza del problema del controllo tecnologico, peraltro privo di fondamento in quanto non si è mai potuto capire in che modo questo controllo poteva essere esercitato e da chi. Anche volendo pensare ad un possibile controllo razionale delle tecnologie telematiche, questo poteva accadere quando queste tecnologie erano appena agli inizi, quando cioè si poteva ancora decidere di farne a meno e scegliere un’altra strada nell’approntamento delle protesi indispensabili all’azione dell’uomo nella società. Non c’è dubbio che l’eventuale possibile rifiuto, a suo tempo, non venne preso in considerazione, e ciò perché le possibilità degenerative di una tecnologia si conoscono solo nel corso del suo stesso sviluppo, e sono ipotizzabili a priori solo in minima parte e spesso soltanto con l’impiego della fantasia dei romanzieri.

Anche allo stato attuale delle cose, non è possibile prevedere con un minimo di fondatezza l’impatto degli sviluppi tecnologici sulla produzione e sul consumo dei Paesi a sviluppo industriale avanzato, per cui non si possono discutere fino in fondo le ipotesi concernenti l’impiego produttivo delle risorse e neppure i livelli occupazionali dei diversi sistemi economici. Non sappiamo in che modo la tecnologia post-industriale modellerà la vecchia condizione di fabbrica, né i procedimenti con i quali avverranno queste modifiche, né con quali ritmi si darà corso alle espulsioni dai luoghi produttivi. Molti sarebbero forse disponibili non tanto ad una vera e propria lotta distruttiva contro le nuove tecnologie, quanto ad un loro controllo e coordinamento, se riuscissero a fissare in maniera chiara un rapporto tra queste tecnologie e le riduzione dei posti di lavoro, anche a seguito dei processi di razionalizzazione produttiva. Ma molti, per un altro verso, sostengono invece che la riduzione lavorativa sarà assorbita dagli altri settori dell’economia e che nuovi settori si creeranno. Si tratta di sbocchi probabili, nessuno può dirlo con certezza, ma è proprio questa aleatorietà che rende inutile ogni strategia di avvicinamento all’impiego tecnologico programmatico.

In effetti, bisogna riconoscere che noi non sappiamo niente, o quasi niente, riguardo i possibili effetti negativi dell’impiego di queste tecnologie telematiche. Non sappiamo nemmeno attraverso quali sistemi decisionali vengano operate quelle scelte che si concretizzano poi, in modo definitivo, nelle scelte di microelettronica o di gestione computerizzata di grandi sistemi produttivi.

La decisione di massimizzare i profitti, regola generale del capitalismo, non sempre è ragionevolmente applicabile nell’ambito delle nuove tecnologie. Queste sopravanzano la presente capacità di valutazione delle imprese che le adottano, per cui possono determinare capacità produttive ed essenzializzazioni tecniche nella combinazione dei mezzi imprenditoriali, che restano del tutto non utilizzate. Per un altro verso, sarebbe stupido presupporre che un’utilizzazione “non capitalista” di queste tecnologie, non avendo più remore programmatiche al loro pieno impiego, avrebbe senz’altro un effetto positivo sulla formazione economica e sociale, la quale risulterebbe così ulteriormente beneficiata da questo ipotetico effetto liberatorio.

Se il sistema delle scelte è quello che conosciamo oggi, in condizioni di arroganza capitalista, moltiplicata all’infinito da una congerie contraddittoria d’interessi mal definiti, potrebbe di certo non restare tale in un violento e rivoluzionario processo trasformativo di liberazione in corso, quindi potrebbe essere in grado di fornire possibilità di utilizzo oggi non praticabili e neppure pensabili. Ma questa ipotesi si rivela meramente teorica, non appena si riflette un poco sull’essenza stessa della “cosa” tecnologica. Questa, in modo precipuo per la telematica, non è affatto una “cosa”, ma è piuttosto un flusso di relazioni, un insieme in corso di svolgimento che dinamicamente evolve con la totalità della formazione economica e sociale. Una rottura rivoluzionaria in questa formazione non consentirebbe, per ciò stesso, una trasvalutazione positiva nell’azione tecnologica in atto, potendosi, com’è logicamente ipotizzabile, avere sviluppi degenerativi derivanti in sostanza da una inutilizzabilità della tecnologia telematica in una società che si avvia all’assolutamente altro da sé.

Peraltro, l’antico sistema delle scelte fondate su valutazioni economiche era di già stato dimostrato falso in epoca neoclassica, per doverlo ridiscutere qui. Anche agli inizi degli anni Ottanta ci si accorgeva chiaramente che nessuna teoria economica fondata sulla programmazione poteva dirsi veramente seria. Perché furono prese le decisioni che si possono riassumere nei “Decreti delegati” per la scuola, che nell’esempio italiano presero la strada dello svuotamento dei contenuti culturali, come pure in altri esempi, per quanto con processi differenti in gradazione e metodo? Perché si dette inizio alla svalutazione qualitativa del lavoro? Perché vennero accettate a livello generalizzato teorie pedagogiche libertarie che in epoca non molto lontana facevano inorridire i benpensanti? Perché si abbandonarono in quasi tutti i Paesi i governi dittatoriali e militari al loro destino? Perché caddero in disuso le tecniche dell’imperialismo golpista gestito dai servizi segreti? Perché cominciarono, e continuano, le istanze moralizzatrici della politica, quando trent’anni fa chi come noi s’arrischiava a parlare di una connessione tra etica ed economia veniva preso per pazzo?

Non è facile rispondere a queste domande, e forse non è nemmeno utile. Ma l’insieme di esse fornisce indirettamente il quadro generale all’interno del quale operano le forze che oggi s’indirizzano alla costituzione dei nuovi sistemi produttivi, delle nuove unità produttive.

L’errore di fondo di tutti i movimenti difensivisti nati e cresciuti per sostenere una lotta di salvaguardia della natura o dei diritti alla vita di ognuno di noi, consiste nel supporre possibile una decisione scientificamente fondata. Il caso dell’inquinamento atmosferico è esemplare. La rilevazione di questo dato viene presa per buona e si elencano le cause dell’inquinamento contro cui occorre mobilitarsi per la lotta. Ma, sia le rilevazioni che lo studio delle analisi, sono tutti affidati alla controparte, oppure, quando vengono condotti in proprio, sono parimenti fondati sui metodi elaborati e garantiti dalla controparte. Si tratta di una mentalità scientista, che ha ormai fatto il suo tempo, ma anche di una mentalità “determinista”, che tarda a scomparire. Tutti noi siamo convinti che problemi come quelli di cui discutiamo si possono affrontare e risolvere, e che soltanto gli imbrogli del potere non permettono di farlo. Occorre dire con chiarezza che così come sono posti, questi problemi, se li si lasciasse alla formulazione e alla consistenza che hanno preso, sono irrisolvibili. Ogni tentativo di risolverli, si traduce immancabilmente in un loro incancrenimento. Davanti agli occhi della gente si pone l’esempio di chi ha un solo ostacolo da superare, un solo dilemma da sciogliere. Inquinare, o non inquinare, poniamo. Ma non esiste nulla che nella realtà tecnologia odierna sia di tale semplicità. Neanche la scelta tra uso o non uso del nucleare era ed è tanto netta e garantita, salvo a ricondurre il rischio nucleare soltanto sotto l’aspetto del cattivo funzionamento di un reattore, cosa che potrebbe essere tenuta sotto controllo, e difatti è proprio in questa direzione che si indirizzavano tutte le obiezioni dei difensori delle centrali nucleari. In effetti, il rischio era molto più complesso e non è stato del tutto eliminato con una scelta proibizionista, se non altro perché centrali nucleari esistono a pochi chilometri di distanza in Paesi che hanno operato scelte favorevoli all’uso del nucleare, e perché gli effetti inquinanti non si possono ritagliare secondo porzioni fissate sulla carta geografica.

Riguardo i problemi tecnologici noi non possediamo una mappa dei possibili esiti di un singolo problema, per quanto minuscolo esso sia. Lavoriamo sempre in stato di incertezza totale. Inoltre, quando ci avviciniamo a identificare una fonte di rischio, intervengono nella valutazione scientifica del problema motivazioni economiche e sociali, che di regola sono sempre ipotizzate come messe tra parentesi, cosa che è soltanto un espediente teorico. Poniamo, se pensiamo l’inquinamento da piombo come causato anche dalle vecchie tubature che si ramificano sotto ogni città, la valutazione del costo di una loro possibile sostituzione fa immediatamente da tara su ogni considerazione teorica considerata in senso stretto e spinge a dar corpo e consistenza ad altre cause, meno costose, sulle quali poi influiranno, o non influiranno, altre cause non economiche e così all’infinito. Ecco, poniamo, perché si è diffusa la soluzione di sostituire la vecchia benzina con quella senza piombo, perché questa scelta tornava immediatamente utile agli affari delle multinazionali del petrolio, mentre la gestione di una sostituzione delle tubature si prospettava meno proficua. In effetti, però, noi non sappiamo, in termini percentuali, quali sono le incidenze di queste due cause sull’inquinamento reale.

Invece sappiamo, ormai in maniera sufficientemente certa, proprio dalle condizioni di ricerca e dai metodi impiegati nei settori più avanzati della fisica teorica, che non c’è niente che possa fornire previsioni esatte, ma tutto resta avvolto all’interno dell’ipotesi d’indeterminazione, quasi nei termini fissati dalla ormai vecchia legge di Heisenberg. Ma, dato che le decisioni politiche ed economiche non possono partire da considerazioni d’incertezza ma devono orientarsi sulla linea di probabilità, queste vengono spacciate per sufficientemente chiare e determinate, quando nella pratica non lo sono per niente. In altre parole, un teorico della scienza può permettersi il lusso di essere indeterminista, e fa ciò con la stessa tranquilla coscienza con cui il suo predecessore di tre quanti di secolo fa era determinista, in attesa che il proprio attuale alone d’incertezza venga chiarito dalle ricerche future, mentre un economista o un politico, chiamati a fornire elementi per le decisioni o a prenderne, non possono utilizzare lo stesso punto di partenza, per cui finiscono per convincersi nel tentativo di risultare convincenti agli altri.

Limitandoci alle strategie d’impresa, queste non possono essere giustificate in modo assoluto, cioè risultano quasi sempre fondate su motivi irrazionali che non è inesatto riportare alla lotta della giungla, un ginepraio di incomprensioni e reciproci inganni su cui si costruisce il mercato e all’interno del quale le singole aziende sottostanno alla legge del più forte, utilizzando i meccanismi della specializzazione dell’offerta e della riduzione dei costi fondamentali, in primo luogo quello della manodopera. Parlare di ottimizzazione degli obiettivi in una azienda è non solo inesatto ma anche assurdo tecnicamente parlando. Tutta la formazione economica di un Paese, se vogliamo limitarci a questo aspetto, vista in termini di ottimizzazione dell’obiettivo del profitto, non ha senso. La gestione del potere, in termini strettamente politici, ha almeno pari influenza nelle decisioni, e questa cresce con l’allargarsi delle capacità economiche dell’impresa singola. A livello oligopolistico l’interesse prevalente diventa quello del potere e non più quello del profitto.

Non c’è dubbio che queste considerazioni sono, diciamo, di dominio pubblico, e che le menti più libere da questioni di cortile o di cordata se le sono poste per tempo. Da qui non poche riflessioni, specialmente nel periodo tra le due guerre e all’inizio degli anni Cinquanta, in gran parte ad opera degli economisti europei emigrati negli USA. Da queste riflessioni venne fuori la rivalutazione operativa del capitano d’industria considerato sul modello del pirata inglese alla Francis Drake.

Ma le cose non potevano durare a lungo in queste condizioni. Occorreva una giustificazione più seria, capace di prendere in mano il problema della decisione. E questa venne dal contributo di Popper e dalla sua teoria della fallibilità. In base a questa teoria non ci sono obiettivi giustificabili a priori, non esiste una strategia ottimale, né un metodo che possa garantire l’identificazione e il conseguimento di determinati obiettivi. Inoltre questi ultimi si spostano a seguito dell’azione di chi intende conseguirli, quindi non sono conoscibili se non per gradi, per cui la razionalità stessa di ogni metodo si fonda sull’identificazione dei limiti di quello che si fa e del modo in cui si fa. Non potendo giustificare in assoluto una decisione, la si può sempre riscontrare come errata alla luce degli accadimenti successivi, e quindi non adottarla più. Insomma, abbiamo scherzato e continuiamo a giocare.

Questo metodo, apparentemente innocuo, e perfino libertario, visto come è stato salutato da alcuni imbecilli di casa nostra, nasconde la terribile tabe di una giustificazione di qualsiasi costo umano e morale in termini di efficienza risolutiva dei problemi politici ed economici. In altri termini, si assolve il responsabile delle decisioni prese in nome della possibilità che i dati sulle quali quella decisione venne presa si rivelino errati. E dovendosi dare per scontato questo errore, anzi essendo uno dei compiti principali della ricerca quello di cercarlo, le decisioni possono venire prese con minore preoccupazione, perché ormai si è pienamente convinti del fatto che comunque vadano considerati i problemi, questi sono sempre approssimativi e l’errore prima o poi verrà fuori. Ma chi ripagherà i costi umani di questi ineluttabili errori? Chi riporterà in vita i morti? Chi risanerà i malati? Chi ridarà una vita feconda a coloro che sono stati resi inadatti a vivere?

Comunque, questo problema delle decisioni e delle relative responsabilità dovrà essere affrontato meglio. Per il momento lo lasciamo appena accennato, essendo sufficiente quanto detto per introdurci ai problemi della nuova impresa nell’ambito del capitalismo post-industriale.

Nella gestione dell’impresa i problemi attualmente sul tappeto riguardano la trasformazione più veloce possibile degli impianti in modo da risolvere il problema tecnico dell’imprenditore con una diversa composizione di manodopera e macchinari. A dire il vero, non si tratta di un problema nuovo, ma è nuova la concezione da cui si sta partendo per cercare di risolvere questa classica equazione produttiva, e sono nuovi i mezzi che la telematica ha di già messo a disposizione degli imprenditori e sempre di più metterà a disposizione in futuro.

Tradizionalmente, l’elemento rigido della composizione del problema tecnico dell’impresa non era tanto la macchina, per quanto grandissimi impianti manifestavano evidentemente una rigidità e una pesantezza che finivano per rendere necessari grossi investimenti e lunghe attese di redditi futuri, quanto invece il costo del lavoro. La rigidità di questo elemento è andata crescendo nell’ultimo secolo fino a raggiungere i tetti massimi negli anni Ottanta, almeno nei Paesi a capitalismo avanzato. La resistenza sindacale ha giocato un ruolo non trascurabile in questo processo di irrigidimento del costo del lavoro, ma principalmente ha influito la latente combattività operaia, la resistenza ad ogni tentativo padronale di ridimensionare conquiste di già ottenute, fino ad arrivare all’automatismo delle rivendicazioni, come nel caso della scala mobile, e quindi ad un trasferimento degli aumenti del costo del lavoro sul livello dei prezzi, con l’avviamento di meccanismi inflazionisti dapprima salutari al capitalismo e poi sempre meno governabili in termini politici e di pace sociale.

Ma la manodopera non è un elemento produttivo come gli altri. Possiede alcune caratteristiche che gli economisti hanno sempre cercato di sottoporre al livellamento dei dati statistici e dei grafici cartesiani. L’uomo non è una macchina, quindi ha problemi tutti suoi nell’attività lavorativa, e i processi di alienazione non solo lo danneggiano in quanto uomo, cioè in quanto essere complesso e tutt’altro che desideroso di lavorare, ma lo danneggiano in quanto strumento produttivo. I capitalisti hanno capito questo da tempo, ed è uno dei motivi per cui la legge dei salari non si è mai realizzata fino in fondo, così come era stata ipotizzata dai suoi spaventati scopritori. Nessuno ha interesse a ridurre al livello di sopravvivenza il lavoratore. Per cui ritornano continuamente in primo piano i problemi relativi alla sua soddisfazione nel lavoro, alla sua possibile identificazione in un ruolo, alla non conflittualità con gli obiettivi dell’azienda, alla comprensione di questi obiettivi e perfino alla loro condivisibilità.

Col vago termine di livello di produttività, i sistemi tayloristi del passato prendevano in considerazione gli standard ai quali bisognava riportare continuamente il lavoro operaio in particolare, allo scopo di adeguare l’elemento manodopera alla formazione tecnica aziendale nel suo insieme, cioè alla piena utilizzazione degli impianti esistenti. La risoluzione di questo problema è stata da sempre affrontata col ricorso ai sistemi di controllo. Non per nulla la fabbrica del passato sorgeva spesso su vecchi edifici precedentemente adibiti a caserme o a prigioni. In fondo queste tre istituzioni sono intercambiabili dal punto di vista strutturale. Il panottico benthamiano poteva impiegarsi in tutti e tre i settori com’è visibile negli utilizzi architettonici successivi.

La sostituzione progressiva della manodopera tradizionale con i sistemi robotizzati, oltre a consentire profonde trasformazioni nell’assetto degli impianti fissi, ha messo in crisi il vasto sistema di controllo gerarchico delle imprese. Questa crisi è stata parallela ad un’altra, forse meno visibile ma più significativa, che riguardava la filosofia produttiva dell’azienda nel suo insieme, il modo cioè con cui attrarre la manodopera all’interno di un coinvolgimento dove diventi possibile condividere gli obiettivi aziendali.

I princìpi che sono stati recentemente riassunti nel concetto di “co-determinazione”, forniscono all’antica classe operaia, ormai frastagliata in inconcludenti tronconi privi perfino della coscienza corporativa d’una volta, l’alibi morale per accettare gli obiettivi padronali dell’efficienza e del profitto. Ritagliandosi i margini della rappresentanza sindacale nell’ambito rivendicativo e di difesa del salario, vengono alla luce nuovi territori di contrattazione, potendo discutere su di una partecipazione della manodopera alle decisioni aziendali, fissando programmi, scelte di mercato, investimenti, ecc.

La situazione è stranamente utile ad un recupero del dissenso operaio. I sindacati s’indirizzano ad assumere una nuova posizione di interlocutori privilegiati, in grado di disporre di quelle conoscenze che possono essere utili alle aziende per ottenere gli scopi prefissi. Per altro, sono le aziende stesse a sollecitare una partecipazione operaia alle decisioni, avendo capito che il coinvolgimento su questioni tanto fumose quanto qualificanti, come la determinazione delle decisioni operative all’interno dell’azienda, può essere elemento non trascurabile per mantenere a freno il dissenso e per operare in massima produttività.

Il funzionamento, poniamo, delle commissioni paritetiche costituite dai sindacati e dall’azienda, è quanto mai problematico, dovendo fornire consigli in merito a decisioni che non possono partire da conoscenze certe. Per i motivi accennati prima, qui la comune incertezza dei fatti a disposizione, il dubbio reperimento di quest’ultimi dovuto alla stessa classe dirigente che dovrebbe usarli e che non può a tale scopo non manipolarli, la pressione esercitata dai committenti capitalisti da un lato e dall’altro dalla base operaia stessa nei momenti del suo risveglio, non possono non trasformare questi strumenti di “co-determinazione”, in occasioni di recupero biecamente ideologiche.

I problemi tecnologici non possono essere risolti in modo razionale né dal vertice aziendale da solo, né da una commissione paritetica costituita con l’ausilio dei funzionari sindacali. Anche osservando le questioni di organizzazione riguardanti questa commissione, e tenendo conto del fatto che le delibere sono immediatamente operative, e debbono essere prese all’unanimità, non si vede come questo fatto possa ovviare alle obiezioni qui sollevate. In un modo o nell’altro, la prevalenza sarà da parte della forza aziendale, con i suoi elementi conservativi e con le strategie di mantenimento di ogni proposta realmente innovativa che non tenga conto delle condizioni di mercato immediate e degli interessi e degli equilibri economici del settore.

Nel persistere di una condizione d’incertezza, nessuna decisione partecipativa potrà essere presa, restando fermo un comportamento coerente dei datori di lavoro e dei rappresentanti sindacali. In caso contrario, subentrerebbero variabili politiche che qui non è il caso di esaminare. Ogni negoziazione su integrazione salari, riqualificazione lavorative, mobilità della manodopera e così via è il segnale della persistenza di aree conflittuali superate, capaci solo di dar vita a false contrapposizioni e quindi al costante recupero di ogni spinta verso un dissenso radicale ed efficace. Questo, proprio per indicare il vero ruolo di ogni rappresentanza sindacale. Ma, considerando la cosa da un altro aspetto, almeno altrettanto importante, c’è da dire che questo modo di porsi, taglia di netto ogni possibilità di intervenire nelle scelte aziendali in materia di ristrutturazione tecnologica. Nessun sindacato potrebbe oggi imbarcarsi in una lotta dall’esito tanto incerto quanto contraddittorio, avente per base un rifiuto delle innovazioni tecnologiche fondate sulla robotizzazione dei grandi impianti. Non esiste strategia alternativa plausibile, non esistono dati certi su cui fondare una discussione. Esistono programmi a breve e a brevissimo termine, tentativi di dissuasione improntati ad una prudenza calcolata e meschina, difese corporative del posto di lavoro, poveri accenni alla riqualificazione della manodopera.

Ormai la disgregazione è dilagante. Non esiste un modello unico con cui sostituire il modello fordista del passato. Con intensità crescente, la polverizzazione ha prodotto, almeno negli ultimi sette anni, un tessuto variegato di isole produttive, di cui il prototipo potrebbe essere quella Volvo da noi discussa in un vecchio articolo di “Anarchismo”. I tentativi e le approssimazioni, diretti tutti a identificare gli “errori” di cui parlavamo nelle pagine precedenti, stanno in sostanza distruggendo il vecchio tessuto operaio. Ogni processo di ristrutturazione cambia le condizioni produttive fin nel profondo, ma non opera modificazioni uniformi. Si può dire che ogni situazione specifica può personalizzare il proprio cambiamento all’interno di un quadro generale mutato che si può richiamare all’abbandono definitivo dei sistemi produttivi tradizionali, specialmente quelli basati su impianti fissi di tipo fordista.

In questi ultimi sette anni si è assistito quindi ad un processo di ristrutturazione caotico e disarticolato. Non c’è stata quasi mai una reale considerazione del fattore umano e delle conseguenze sociali delle innovazioni apportate nel quadro produttivo. Le innovazioni sono state spesso realizzate nell’ambito degli investimenti possibili, per altro ridotti di quantità e ciò proprio grazie al tipo di produzione consentita dalla tecnologia telematica, senza ascoltare neanche le perplessità dei centri studi delle stesse imprese produttrici di tecnologia informatica. La corsa ad una facile produzione qualitativa diversificata finiva per accecare anche coloro i quali vedevano in queste profonde trasformazioni se non tutti almeno i pericoli più evidenti. Adesso, la situazione generalizzata è la seguente: si sta aspettando che la diversificazione dei prodotti a minore costo produttivo fisso e il ricambio generazionale che tutti annunciano prossimo a venire, risolvano il problema delle conseguenze causate dalla nuova tecnologia. Per quanto strano non esistono proposte più approfondite.

Da un ulteriore punto di vista, la collaborazione sindacale all’interno delle fabbriche sta realizzando una condizione di lavoro sotto pressione, cioè sotto sistemi di controllo, questi sì in gran parte co-determinati, in grado di sostituire in modo ottimale i vecchi sistemi taylorizzati di controllo della produzione. In questo senso, la riduzione dei livelli gerarchici, la divisione dei lavoratori in massimo due o tre categorie, spesso ben divise tra settore commerciale e settore tecnico, la formazione di squadre sul modello giapponese, il ricorso a decisioni assembleari, la discussione di squadra, il considerare ogni gruppo produttivo come cliente dell’altro gruppo e quindi in grado di avanzare richieste e rifiutare parte della produzione, insomma tutto questo, sta realizzando l’idea dello sfruttamento democratico, cercando di adeguare le aziende alla condizione produttiva del futuro. La riduzione dei costi, in queste condizioni, è un corollario evidente, basta pensare all’eliminazione degli intoppi e delle interruzioni produttive.

Niente, a quanto sembra, può far pensare ad una condizione di decisioni e scelte operative su base sufficientemente determinata. Tutto quello di cui stiamo parlano si trova nelle mani di individui che in effetti non sanno quello che stanno facendo. Le valutazioni culturali della tecnologia impiegata, quindi ogni possibile considerazione circa i suoi effetti nell’impatto con l’ambiente e con l’uomo in primo luogo, sono superficiali e datate, sono frutto di un’educazione umanistica, inefficace e supponente, la quale si faceva poi nei fatti affascinare dall’ideologia positivista della scienza del secolo scorso. La tesi più avanzata scientificamente, quella del falsificazionismo popperiano, se più corretta da un punto di vista razionale, ci appare come un ulteriore elemento in grado di peggiorare la situazione, non di migliorarla. All’apprendista stregone non è stata spiegata tutta la formula della scopa, ma solo che i danni prodotti dal suo insensato uso si possono sempre aggiustare e, in un certo senso, sono da mettersi nel conto.

Ora, limitandoci all’argomento qui trattato, non vi può essere dubbio che nel prossimo futuro questa situazione si accelererà e quindi peggiorerà. Le ristrutturazioni e i radicali cambiamenti ideologici produrranno sempre più turbolenze sociali, nei riguardi delle quali gli organismi di controllo, politici in primo luogo, ma anche economici e sociali, non sono affatto preparati. Basta pensare a piccoli turbamenti, quali sono le condizioni conflittuali che si sviluppano in determinate zone in occasioni di insurrezioni popolari o fenomeni dopotutto circoscritti come le manifestazioni delle organizzazioni armate specifiche, e considerare la maniera superficiale e sprovveduta con cui si mettono in moto i meccanismi di risposta statale, per rendersi conto di come il potere sia impreparato a fronteggiare le conseguenze sociali delle avventatezze tecnologiche di già in avanzato stato di realizzazione.

Che la correzione degli “errori” venga suggerita come soluzione appropriata ad una condizione inevitabile d’incertezza non deve fare illudere sull’equivoco su cui questa correzione viene fondata, cioè sul fatto che non si tratta per niente di cercare i mezzi più appropriati per affrontare le difficoltà, ma solo di raggiungere gli obiettivi del profitto, con quelli collaterali del potere e dello sfruttamento, con tutti i mezzi possibili, facendo pagare costi enormi alle generazioni future e alle risorse disponibili, su cui quelle generazioni dovranno poter contare. Ogni illusione sui migliori controlli degli impieghi tecnologici a seguito delle tecniche elettroniche è da accantonarsi definitivamente. Non è mai stata seriamente formulata una teoria del genere e quando è stato detto qualcosa di simile, si è trattato quasi sempre di affermazioni di principio, qualcosa di simile alle favole che si raccontano ai bambini.

È così che si alimenta l’accusa diretta contro tutti i sostenitori della rinuncia ai paradisi tecnologici di preferire una cultura retrograda, sicura, fondata su basi certe, di non essere disponibili alla sperimentazione, ad accettare gli errori come fondamento di ogni possibile cultura democratica. Ma si tratta di un imbroglio. La pluralità delle analisi, il dibattito aperto e franco, l’approfondimento teorico, la pluralità culturale sono tutti valori di grande importanza, ma solo se non servono a coprire i costi umani che interessi specifici di una classe dirigente, inclusa nelle proprie condizioni di privilegio strenuamente difese, impone trincerandosi dietro lo schieramento dell’incertezza e del rifiuto della cultura omogenea e autoritaria. Ancora una volta, come di già in passato, le forme dell’autoritarismo si vestono delle spoglie della libertà e dei diritti uguali per tutti, per lasciare stare le cose come sono proprio cambiandole tutte.

Il riconoscimento dell’incertezza, che condividiamo in pieno, non può pertanto autorizzare i responsabili delle decisioni ad avere mano libera nella azioni di potere, dalla grande politica fra Stati alla piccola politica economica della microeconomia aziendale. Di fronte al loro misero alibi non opponiamo una cultura della certezza e dei grandi dogmi ideologici del passato, ma, al contrario, opponiamo una cultura del dubbio, ma del dubbio radicale e definitivo, non del dubbio sulle conclusioni che diventa allegra certezza d’impunità nelle decisioni spicciole, queste sì costose e prese sempre sulla pelle dei diseredati. Quando non è possibile alcuna valutazione seria delle conseguenza dell’impiego di una nuova tecnologia è saggia decisione astenersi del suo impiego. E quando sconsiderati criminali continuano nella sua applicazione senza darsi pensiero dei costi umani che potrebbero derivarne, allora è tempo che si passi all’azione diretta per colpire non solo i responsabili di queste decisioni, ma anche le realizzazioni concrete che mettono in pericolo il futuro del genere umano.

Il significato d’un fatto insignificante

Un milione o cinque milioni che scendono in piazza. A prescindere dai numeri, un fatto importante? Non credo proprio.

Uno sciopero generale, fuori dalle antiche mitologie sorelliane, non significa di per sé risposta degli sfruttati alle intenzioni del potere. Molto più facilmente può significare altro. Vediamo cosa.

Prima di tutto la capacità di un personale politico in via di rigenerazione di portare sulla piazza milioni di persone. Quindi strumento di pressione politica in mano a nuovi possibili padroni da cooptare ai vecchi o da sostituire. Nulla cambierebbe. Della gestione della finanzia pubblica – faccenda questa certamente non secondaria – non c’è altra soluzione (per altro soltanto provvisoria) che quella di mettere le mani sulla borsa dei grandi detentori di ricchezza, e non solo dei più visibili, ma anche di quelli nascosti. Può una classe politica, per quanto nuova e aliena da concessioni alla propria personale borsa, arrivare a tanto? No, non può.

Cosa chiedono in sostanza questi milioni di persone in piazza? Cosa vogliono veramente con la loro non trascurabile forza di pressione? A quali giochi di potere consapevolmente o inconsapevolmente soggiacciono?

È evidente che non esistono personificazioni valide di una presenza collettiva nelle varie piazze italiane, più o meno unite in uno sciopero generale, quindi non possiamo parlare nel senso di un voler fare come si trattasse di un individuo o un gruppo di individui. Ma qualcosa la possiamo dire lo stesso.

La composizione di queste presenze, pur non essendo uniforme è abbastanza omogenea. Si tratta dei ceti salariati (che temono l’espulsione dal posto di lavoro), delle fasce di già espulse (destinate a futura e perenne disoccupazione), delle componenti giovanili (aspiranti deluse, che tali resteranno al lavoro garantito), dei pensionati (che si vedono precludere alcuni diritti a portata di mano) e poi, in supporto, quei ceti politici, sindacali e partitici, della sinistra che stanno cercando una collocazione oppositoria senza trovarla.

E l’occasione questi ultimi l’hanno trovata. Nel buon senso bottegaio di tutti coloro che considerano possibile aggiustare le cose (con Berlusconi prima e senza di lui adesso), che avendo portato al governo i fascisti di Fini e gli imbecilli di Bossi, insieme ai tecnocrati e ai manipolatori d’immagine del Cavaliere, ora se ne sono pentiti e cercano di premere manifestando il proprio dissenso. Tutto ciò potrebbe anche essere utile alla nuova opposizione, quando quest’ultima riuscisse a trovare la propria identità. Ma come potrebbe avere un significato per la realtà delle cose che andrebbe, questa sì, radicalmente e profondamente cambiata?

Rendere un servizio ai politici che ieri si erano messi alla porta, è faccenda che merita tanto rumore? Certamente no. Ben altri dovrebbero essere gli strumenti.

Mantenendo il discorso sulla piazza, perché di questo stiamo parlando, certo ben altri sarebbero stati gli esiti, o almeno le preoccupazioni a livello governativo, se questa brava gente si fosse trovata di fronte alla decisione delle giornate di piazza Statuto o di Reggio Emilia. Non che la violenza di massa, di per se stessa, insieme agli scontri con la polizia, sia mezzo privilegiato, per cui i risultati vengono garantiti immediatamente. E nemmeno sulla base dell’esempio del governo Tambroni. Il nostro è discorso più complesso. Il messaggio contiene in se stesso il proprio destino, non apre nessuna possibilità altra, al di là di quello che chi lo trasmette riesce a mettere dentro fin dal momento in cui decide il metodo da adottare. Il metodo della semplice manifestazione non ha futuro, perché non ha scopo diverso da quello di premere sul governo per un ricambio di classe politica. Il metodo dello scontro no. Non che non possa essere bloccato, recupero o distrutto, con l’astuzia delle promesse o con la forza della repressione bruta, ma è tutto un altro discorso, apre una spaccatura di altro genere.

Sarebbe stato certo più difficile per l’ineffabile Berlusconi recuperare col sorriso sulle labbra.

Avrebbe dovuto sbracciarsi.

E poi, da cosa poteva nascere cosa, e così via.

Sindacati: dalla rivendicazione alla compartecipazione

Il burbero Larizza, che poi è il rappresentante del sindacato più a destra della Triplice, l’aveva detto più di dieci anni fa: allinearsi ai sindacati tedeschi, pretendere una compartecipazione alle decisioni sindacali. Allora Carniti aveva sorriso con fare sprezzante all’ipotesi di un abbandono della tradizione di piazza del sindacato italiano (in Germania dal 1956 non ci sono scioperi veri e propri nelle fabbriche), oggi [1995] tutti sono d’accordo per il grande passaggio. Così, i sindacati italiani attuali si trasformeranno in holding come i loro confratelli tedeschi, acquistando non solo peso nelle decisioni aziendali, ma anche entrando nell’azionariato e quindi possedendo in proprio aziende e immobili.

D’Antoni ha detto che la competizione e la concorrenza internazionale in una economia globale impedisce di insistere sulle rivendicazioni: bisogna fare respirare un poco le aziende, in caso contrario si corre il rischio di tornare alle condizioni degli anni Cinquanta, come è successo ai minatori inglesi nella loro lotta contro la Thatcher. Il conflitto, ha continuato lo stesso leader della CISL, resta ma si trasferisce dalle piazze a dentro le stanze delle decisioni, in modo che, attraverso la cogestione, si distribuisca più equamente il peso della ristrutturazione. Bisogna rinunciare alla forza nelle contrattazioni, afferma il leader dell’UIL Larizza, per il quale il nuovo modello partecipativo si può allargare dalle fabbriche alle istituzioni locali per quel che riguarda la materia di gestione delle aree urbane, dei sistemi viari, degli investimenti nel Mezzogiorno, ecc. Infine, il leader della CGIL Cofferati nota che occorre evitare il pericolo della cosiddetta soluzione giapponese: quella cioè che instaura la partecipazione diretta tra salariati e padroni. Occorre, a suo dire, che la partecipazione venga filtrata dal sindacato.

Come si vede, con sfumature trascurabili, il panorama sindacale è compatto. Ogni residuo, sia pure minimale, di lotta nelle piazze, ogni pressione conflittuale fondata sullo sciopero e su possibili, per quanto remote, conseguenze e danni per il datore di lavoro, vengono messi definitivamente da parte. Compartecipare significa determinare le scelte aziendali insieme alla proprietà, quindi decidere su quello che si chiama “problema tecnico dell’imprenditore”, cioè determinare la composizione ideale delle componenti della produzione: capitale, macchine, lavoro. Il risultato che si profila, se non è proprio quello tedesco, di pacificazione sociale più o meno assoluta, tende a diventarlo.

Ci si pone adesso una domanda importante. Fin quando i tre grandi sindacati confederali si ponevano sul piano della rivendicazione, l’esistenza dei sindacati autonomi di base, dei Cobas e di altre iniziative sindacali che fanno propria la bandiera della lotta diretta nel campo dell’economia, aveva un senso, in quanto si poneva come possibilità estrema di sviluppo della lotta sul terreno dello scontro diretto, del sabotaggio e del maggior danno possibile per il padrone. In fondo, il datore di lavoro poteva ancora avere paura, sapendo che sia pure nel quadro della crescente rarefazione di scontri seri, in linea di massima questa eventualità non poteva escludersi. Adesso la funzione di queste fasce sindacali è priva di senso. Infatti, rifiutando le grandi organizzazioni l’obiettivo della rivendicazione, non è pensabile che possa essere sostenuto solo da queste fasce minoritarie, le quali vedrebbero in breve assorbire tutta la loro funzione di maggiore significatività in termini di lotta, semplicemente nella proposizione stessa dell’ipotesi rivendicativa.

Per spiegarci meglio. Se una volta la differenza era sui metodi da impiegare (forme di decisione e metodi di scontro) adesso resterebbe solo sugli obiettivi (rivendicazione e non compartecipazione), con la triste logica che basta proporre una rivendicazione perché si sia di già “al di là” della triplice sindacale e quindi in una posizione automatica di scontro.

Non essendo ipotizzabile la soluzione di un ingresso in massa nell’area della compartecipazione, il destino di queste fasce minoritarie sembra segnato ad un superfluo e insignificante rivendicazionismo: superfluo perché inadatto all’evolversi della formazione economica complessiva (come intelligentemente hanno capito i sindacati maggiori) e insignificante perché le fasce di minoranza (con tutte le loro chiacchiere pseudo-rivoluzionarie) non hanno né la voglia, né la capacità di applicare i metodi adatti per raggiungere lo stesso gli scopi richiesti senza la non trascurabile forza di pressione che le grandi mobilitazioni di massa (con tutti i loro limiti) continuavano ad avere.

E qualunque struttura, perdendo la propria funzione, sia pur essa quella squallida di tenere la coda a qualcuno, nell’impossibilità di trovarne altre che non siano ciarpame e fantasma, tende automaticamente a scomparire.

Un milione di posti di lavoro

Che significato può mai avere una promessa del genere, fatta ai tempi delle illusioni collettive dalla propaganda elettorale della nuova destra.

Al di là della chiacchiera, praticamente nessun significato. Non solo per la sua inattuabilità, ma anche per la sua contraddittorietà in termini di logica dell’economia.

Ci spieghiamo meglio.

Per il capitalismo il lavoro è una merce, e siccome il lavoro è dato dall’attività svolta dall’uomo contro la corresponsione di un salario, l’uomo stesso, per il capitalismo, è una merce. Esiste quindi un mercato del lavoro, esiste un prezzo del lavoro (salario), ed esistono i rapporti tra la mancanza di lavoro (disoccupazione) e il livello dei prezzi di mercato.

Essendo il salario il prezzo di uno degli elementi fondamentali della produzione (appunto, la mano d’opera), questo prezzo ha conseguenze importanti su tutti gli altri prezzi, per cui (in linea assolutamente teorica) più alta è la disoccupazione, più si abbassano i salari e più scende l’inflazione, cioè il livello complessivo dei prezzi delle merci. Fin qui la teoria.

Ora, restando legati al modello astratto, i padroni della vita dei lavoratori (il termine qui è esatto e non generico), potrebbero essere tentati di ridurre le possibilità di occupazione, a meno di non promettere a vanvera un milione di nuovi posti di lavoro, allo scopo di sopportare meno aggravi di produzione, e quindi guadagnare di più su ogni singolo pezzo che viene fuori dalle loro fabbriche.

Ma ci sono due elementi che impediscono questo ragionamento. Il primo è che la riduzione dell’occupazione riduce i salari con cui i lavoratori stessi comprano i prodotti, quindi, in ultima analisi, riduce le possibilità di vendita per i capitalisti. Ne deriva che una diminuzione dell’inflazione (a seguito di un aumento della disoccupazione) riduce anche le vendite (non ci sono più soldi per comprare) e ciò instaura un processo di stagnazione produttiva che uccide il capitale. Il secondo di questi due elementi è dato dal fatto che la gente senza lavoro (quindi senza soldi) diventa piuttosto inquieta. Sulle prime si arrangia, poi si ribella. E la ribellione minaccia la pace sociale, mette in dubbio il futuro della produzione, impedisce gli investimenti, getta nel panico i compratori stranieri, ecc.

Ecco perché si promettono i posti di lavoro. Per vendere sempre di più e per impedire le rivolte.

Ma è ragionevole questa promessa? Dal punto di vista politico è ragionevole, ma fino ad un certo punto. Il lavoro “fittizio” è stato da sempre attuato, prima, molto prima, della grande paura del 1929, addirittura nel Seicento furono inventate le work houses (naturalmente in Gran Bretagna, e dove sennò), in cui i senza-lavoro venivano obbligati a forza a costruire fortezze e strade contro un salario minimo di sopravvivenza. Nell’epoca in cui viviamo una riduzione in schiavitù di questo livello non è pensabile, ma l’assistenzialismo, fino ad ieri dogma dell’economia liberista, inebetiva la gente mettendola in condizioni di stupidità permanente. In più, con l’aumento della velocità di produzione (sempre nuove merci sul mercato e sempre più elevate necessità di vendita per i produttori), l’assistenzialismo puro non sostiene più la domanda in modo sufficiente (potrebbe cioè non garantire una vendita sufficiente dei beni prodotti). Occorre qualcosa di più, e questo qualcosa lo sta cercando la nuova svolta del capitalismo degli anni Novanta.

Ecco perché si parla, per limitarci all’Italia, di un milione di posti di lavoro. Ciò ha delle utilità, anche se non tutte corrispondono a fenomeni economici reali.

Primo, spezza l’arroccamento professionale della vecchia aristocrazia operaia. La flessibilità e la mobilità riducono in briciole la forza di resistenza della fabbrica, sia pure in termini rivendicativi. Ciò ha come conseguenza diretta il tramonto di ogni capacità di contrapposizione reale dei sindacati, ridotti adesso, più di quanto non lo siano stati in passato, a semplice cinghia di trasmissione delle volontà padronali.

Secondo, sostiene la domanda e quindi permette il pieno utilizzo delle nuove capacità tecnologiche diversificando l’offerta. Che senso avrebbero avuto le nuove catene di montaggio che modellano personalmente i prodotti (ad es. un’automobile) se non ci fosse una opportuna domanda di questi prodotti? L’assistenzialismo, se dentro certi limiti era idoneo a ridurre gli istinti di ribellione, dall’altro non poteva dare respiro alle nuove capacità produttive.

Terzo, questi nuovi posti di lavoro in effetti non sono per nulla “nuovi”, ma potrebbero essere ottenuti all’interno di quelli di già esistenti, con procedure diverse che vanno dal prepensionamento alla riduzione dell’orario di lavoro, al controllo sugli straordinari, alla riduzione degli oneri fiscali, ai finanziamenti in zone produttive protette, e così via.

Quarto, l’allontanarsi delle possibilità di ribellione. La gente viene fatta entrare in una sorta di labirinto degli specchi e delle illusioni. Qui si aggira credendo di vedere a destra e a manca possibilità e sbocchi che in sostanza non esistono. Ma questo continuo aggirarsi, pur essendo inane, non determina il desiderio di spezzare le mura del labirinto, quanto quello di andare avanti, perché nuove illusioni si susseguono alle vecchie, in attesa che qualcosa succeda.

Ecco: l’unica cosa che può succedere è la costruzione di sempre nuovi enigmi, più belli e più difficili da risolvere.

Oppure la distruzione di tutto.

Postfazione

Riflettendo su questo libro, alla fine della sua revisione, della sistemazione delle diverse parti che lo compongono, mi rendo conto che per quanto in questi ultimi anni si possa essere andati lontano, sia con la teoria, sia con la pratica, la condizione essenziale per la messa in moto del processo rivoluzionario resta quella della sospensione del lavoro.

Che cosa poi si possa, e si debba, intendere per “sospensione del lavoro”, al di là della classica, e striminzita, definizione dello sciopero, più o meno generale, resta ancora da vedere. Milioni di lavoratori costituiscono, anche oggi, con tutte le modificazioni in corso, e le ristrutturazioni produttive del capitale, la grande forza che dà vita alla società in cui viviamo, che la rende possibile, che l’alimenta e la fa vivere e respirare, tutti i giorni. E questa società, nelle sue componenti essenziali, che sono strutture di trasmissione (dirette e indirette) del comando e dell’obbligo, è il prodotto stesso dello sfruttamento. In altre parole, l’importanza del problema sindacale, che è quello della rappresentanza delle lotte nell’ambito del lavoro e della produzione largamente intesi, resta fondamentale. Se lo Stato si è contratto nei suoi rapporti con la società, ciò non è dovuto per nulla ad un suo accenno di scomparsa, o di riduzione. L’ideologia del neoliberalismo non si azzarda seriamente a parlare di qualcosa del genere. In sostanza, una grande parte dei suoi compiti, non ultimo anche quello del controllo, sta per passare, o è di già passata, alla società. Quest’ultima non è quindi quella società civile, o naturale, che faceva sognare i nostri nonni. Siamo ogni giorno di più di fronte ad una società che si sta facendo carico di tutte (o quasi tutte) le responsabilità gestionarie dello Stato. Il passo tra società e Stato si sta accorciando.

Ciò comporta considerazioni che fanno fatte con chiarezza. Non c’è più chi comanda, da una parte, e chi è comandato, dall’altra. Per cui la responsabilità del primo si leggeva a tutte lettere e quella del secondo veniva annacquata, alleggerita, nell’attesa della ribellione, del cosiddetto giorno fatale. Adesso, venendo a mancare questa attesa, le responsabilità sono equamente distribuite. È responsabile il padrone della miniera e sono responsabili i minatori che scendono nelle viscere della terra per un salario di miseria.

Sto qui parlando delle grandi responsabilità storiche, di quelle che fanno riflettere sui movimenti complessivi delle forze reazionarie e rivoluzionarie. Nulla è rimasto delle fiamme scoppiettanti (ma erano proprio il segno di un incendio?) che si vedevano nel cielo dei decenni passati. Di quelle illusioni qualcosa filtra anche in queste pagine che ripresento, specialmente nel testo principale, scritto quasi un quarto di secolo fa, illusioni relative ad una minore responsabilità degli sfruttati nei riguardi del processo di sfruttamento. Quello che ho davanti agli occhi non è più il lavoratore di una volta che nel luogo fisico della propria miseria trovava mille occasioni per ricostruirsi una forza in grado di contrastare l’alienazione forzata di cui era vittima. Niente, o quasi niente, è rimasto della vecchia professionalità, niente dell’orgoglio del proprio lavoro, niente del sentirsi parte di una forza umana collettiva, soggetta e miserabile quanto volete, ma in grado collettivamente di estrinsecare una grande forza. Niente è rimasto di tutto questo.

Queste forze, queste condizioni di possibile coesione, di riconoscimento reciproco, di coscienza di classe, sono del tutto scomparse, ma non ho voluto levarle dalla mia analisi principale per non toglierla, nel suo complesso, dall’epoca in cui vide la luce, dalle condizioni che all’epoca la resero necessaria, quando si cominciò, fra lo scandalo generale, a parlare, fra i primi, contro il mito centralista del lavoratore. Eppure, qualcosa che porto con me nel cuore, qualcosa che non posso consegnare alle fredde analisi di una pagina come questa, mi dice che la rivoluzione, anche l’insurrezione non ancora generalizzata, i semplici movimenti di rivolta, l’attacco distruttivo che appena appena trovi lo spazio per diffondersi nel territorio alla ricerca del nemico, tutto questo, dal minimo al massimo, che il massimo sta racchiuso nel minimo come un germe capace di fiorire fuori tempo, tutto questo può succedere solo se i lavoratori ritroveranno la propria dignità perduta e incroceranno le braccia.

Non oso concludere queste pagine con la parola sciopero. La mia esperienza non mi suggerisce un’altra definizione del sogno di cui parlo, non ci sono cause o effetti visibili nella realtà, solo ci illudiamo di poterli codificare e quindi affermiamo di vederli e di conoscerli. Solo l’anarchia della vita può, improvvisamente, senza chiedere permesso a nessuno, può suggerire a milioni di persone, tutte in una volta, di incrociare le braccia.


[1998]

Nota editoriale

Riporto le indicazioni dei giornali e delle riviste dove alcuni dei pezzi qui pubblicati sono usciti per la prima volta. Vista la frequenza e l’eterogeneità degli pseudonimi talvolta impiegati, gli stessi non vengono segnalati. Per lo stesso motivo non vengono segnalati i casi di articoli non firmati. Per il fatto di essere qui riprodotti, senza altra indicazione, s’intendono tutti scritti da me.

Tutti gli articoli e i saggi pubblicati sono stati riveduti e aggiornati.

“Critica del sindacalismo”, pubblicato su “Anarchismo”, anno I, n. 2, 1975, pp. 65-96.

L’orizzonte e i limiti, cfr. I limiti e l’orizzonte”, pubblicato su “Anarchismo” anno X, n. 43, 1984, solo la parte da p. 2 a p. 4.

Due casi su cui riflettere: “Bagnoli. Rabbia e limiti”, pubblicato su “Provocazione”, n. 15, Luglio 1998, pp. 1-2; “La fabbrica d’armi Oerlikon-Italia è in crisi”, pubblicato su “Provocazione”, n. 9, Novembre 1987, pp. 1-2.

“Assolutamente nulla”, pubblicato su “Provocazione”, n. 14, Giugno 1988, p. 1-2.

“Il recupero polacco”, pubblicato su “Provocazione”, n. 16, Settembre 1988, p. 3.

“Il viale del sindacato”, pubblicato su “Provocazione”, n. 17, Novembre1988, pp. 1-2.

“Dal treno alla scuola”, pubblicato su “Provocazione”, n. 20, Maggio 1989, pp. 1-5.

Oltre l’operaismo, pubblicato col titolo: “Oltre l’operaismo e il sindacalismo”, su “Anarchismo”, n. 52, Maggio 1986, p. 3.

Critica della prospettiva anarcosindacalista, pubblicato col titolo: “Il problema dell’occupazione. Per una critica della prospettiva anarco-sindacalista”, su “Anarchismo”, n. 56, Marzo 1987, pp.85-88.

“Tecnologia e specificità industriale”, pubblicato su “Ludd 2000”, anno II, n. 3, pp. 7-27.

“Il significato di un fatto insignificante”, pubblicato su “Canenero”, 28 ottobre 1994, n. 1, p. 3.

Sindacati: dalla rivendicazione alla compartecipazione, pubblicato col titolo “Addio alla rivendicazione”, su “Canenero”, 20 gennaio 1995, n. 11, p. 4.

“Un milione di posti di lavoro”, pubblicato su “Canenero”, 17 marzo 1995, n. 19, p. 4.