Titolo: E noi saremo sempre pronti a impadronirci un’altra volta del cielo
Sottotitolo: Contro l’amnistia
Data: 1984
Note: Pubblicato su “Anarchismo” n. 42, marzo 1984, pp. 1-21
Prima edizione in volume: ottobre 1984
Seconda edizione: novembre 2013
Opuscoli provvisori n. 38
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    Nota introduttiva alla terza edizione

    E noi saremo sempre pronti a impadronirci un’altra volta del cielo.
Contro l’amnistia

      Perché siamo contro una lotta per l’amnistia

      Ma quale guerra è finita?

      Di quale sconfitta parlano?

      Verso quale vittoria andavano?

      Invoca la critica chi non ha mai saputo impiegarla

      La lotta intermedia dei rivoluzionari

      La squallida prospettiva del collaborazionismo

      La loro ragione è entrata in crisi

      Quello che non hanno mai capito

      Il movimento reale non è nelle carceri

      Non può avere crisi dell’immaginazione chi non ha mai avuto immaginazione

      Lo stereotipo del partito armato

      Guerra di classe e centralismo leninista

      La marginalità dei partiti armati nei riguardi della guerra di classe

      Quello che possono rigettare

      Quello che possono prevedere per il futuro

      Strumenti nelle mani del movimento reale

      Pochissimi compagni

      Oltre il partito

      Il progetto anarchico

      Lo sbocco insurrezionale

      Lo sviluppo del movimento reale è in pratica un processo di trasformazione violenta dello scontro di classe

      Il valore etico della violenza

      Il progetto semplificativo del partito

      Di quale comunicazione parlano?

      Il rapporto anarchico tra minoranza agente e movimento reale

      L’ideologia della resa separata

      La “messa tra parentesi” come tradimento

      Tutti i topi tornano prima o poi sulla barca politica

      L’abbandono acritico del militarismo

      Le vecchie cariatidi e i vecchi discorsi

      Teoria della fuga e teoria della resistenza

      Cambiare per andare avanti

      Nella proposta dell’amnistia c’è il rifiuto di andare avanti

      Illusorietà della riduzione dello Stato al minimo coefficiente repressivo

      Le comunità del futuro saranno comunità di lotta, quindi non potranno nascere dalla contrattazione politica

      Un nuovo imbroglio garantista

      L’anima interclassista dell’iper-classismo

      L’impraticabile strada dell’innocenza

      Lo scontro giudiziario

      I cosiddetti pentiti

      Dissociarsi da chi e da cosa?

      Rivendichiamo le nostre lotte di anarchici

      ...e l’uso della violenza organizzata contro gli sfruttatori di ogni tipo

      Il nostro concetto di giustizia proletaria

      ...e il diritto di ricordarci dei traditori

      ...nei nostri errori non c’era l’asfissia della certezza

      ...le nostre tesi sulla creatività, sulla sovversione, sulla gioia

      Non esiste soluzione separata

      Il carcere in tutti gli interventi: momento qualificante dello scontro

Nota introduttiva alla terza edizione

Collocato in un momento in cui la turbolenza del fare stava cedendo il passo a quella, solitaria e sconsolata, del dire, questo scritto, pur non potendo fare altro da quella che è la propria natura, affidandosi cioè alla parola, traditrice consueta di tanti buoni propositi, pone la parola fine a un indecente dibattito riguardante la sorte di quattromila compagni prigionieri.

Il tempo trascorso, quasi trent’anni, non consente di cogliere il clima bruciante di quei giorni, ma i lettori che oggi si accostano a queste righe dovrebbe fare uno sforzo, importante per capire le motivazioni che stavano – e continuano a stare – alla base del nostro rifiuto di qualsiasi accomodamento. Sullo sfondo il possibilismo dei vari Scalzone e Negri, abietto come ogni venire a patti, con in più la pesantezza di un imporre, dall’alto del proprio scientismo senza appelli, la conoscenza dell’assoluto.

La strada da percorrere è ancora lunga e, anche oggi, non si vedono chiarezze in giro. Non solo, ma qualcuna di quelle figure disgustose, blateranti chiacchiere su di una resa necessaria a causa di una guerra ormai perduta, torna qualche volta in circolazione e viene a carpire la buona fede di molti compagni.

Che questo scritto, ormai appartenente al passato, contribuisca a dare a ognuno il suo.


Trieste, 4 novembre 2011

Alfredo M. Bonanno

E noi saremo sempre pronti a impadronirci un’altra volta del cielo.
Contro l’amnistia

Non è più possibile continuare a mettere la testa sotto la sabbia per quanto riguarda il problema del carcere e del “che fare?” riguardo al carcere.

Le iniziative di sostegno e di controinformazione sono tutte validissime, specie se intendono coinvolgere diverse componenti del movimento anarchico, ma non possono non ammettere che riguardano solo il vestibolo del problema.

Mi pare che, a questo punto, s’impongano alcune riflessioni che potranno – almeno spero – interessare i compagni anarchici e quelli vicini all’area libertaria e, forse, anche compagni lontani da quest’area ma ormai abbastanza coscienti delle contraddizioni e delle ambiguità che circolano senza ritegno.

Ripeto: questo scritto dà per valida l’azione di controinformazione sulla repressione, ne condivide gli scopi e i metodi di realizzo, ma si chiede cosa ci resta da fare in più. I compagni sono in galera, il fronte carcerario è diviso in “politici” e “non politici”, tra i cosiddetti “politici” esistono le tradizionali divisioni che minacciano di diventare non più percorsi di coscienza ma sanguinosi sentieri di sospetto.

Da fuori alcuni compagni hanno rifiutato una sorta di ricatto morale che veniva da dentro le carceri e, con ciò, hanno buttato via l’acqua sporca con tutto il bambino. A parole riconfermano la globalità del loro intervento (carcere compreso), nei fatti operano settorializzazioni sempre più evidenti, ed anche più facili.

Per un altro verso, altri compagni raccolgono anche i sospiri della galera, dando spazio a moti dell’animo che si travestono da analisi politiche e non possono non contribuire alla confusione e all’incomprensione.

Bisogna dire – senza peli sulla lingua – quello che è possibile fare, quello che diventa ormai inutile sognare di fare, e quello che non si vuole fare perché lo si reputa controproducente.

Mi pare che ormai sia giunto il momento che qualcuno sollevi questa pietra sotto cui si potrebbe di già essere formato un pericoloso verminaio.

Perché siamo contro una lotta per l’amnistia

Esistono molti modi per uscire di galera. Molti altri per entrarvi. Nello scontro rivoluzionario la prigione è una componente essenziale, non può essere considerata una variabile esterna. Quando si inserisce, costringendo alla solitudine e al silenzio migliaia di compagni, il cerchio può chiudersi o può essere spezzato. Non vale immaginarsi che chi tiene le chiavi per conto del potere le getti in un fosso dopo avere aperto le porte. Nessuno di loro è disposto a far questo per niente. L’amnistia non ce la regaleranno. La dovremo pagare.

Il conto che presentano lor signori è troppo salato. Al momento costituiamo un peso, non siamo ancora una minaccia. Non abbiamo capacità contrattuali basate sulla forza, possiamo solo fare leva sulla pietà, sul loro senso dell’ordine democratico che risulta offeso da un così alto numero di “prigionieri politici”, sul fatto che hanno per primi essi stessi la necessità di affermare che “la guerra è finita”, per esorcizzare il segno del mostro, di chi ha voluto essere diverso, di chi ha sognato un mondo tutto “qui e subito”.

Adesso ci vogliono in ginocchio. Dopo i giorni di Canossa, nel freddo e nel fango, vogliono avere il gusto di “darci” la libertà.

Le loro leggi macinano ergastoli e sbriciolano scarcerazioni di infami e di loschi figuri al servizio del tradimento. Quelle stesse leggi dovrebbero sancire l’amnistia. Tutti fuori. Il gioco è finito. Continuate la lotta con altri mezzi. Quelli che avete usato finora sono troppo rumorosi. Per cortesia fate più piano. Mettete “tra parentesi” la lotta di classe. Scordatevi della rivoluzione.

Ma quale guerra è finita?

Per chi si era immaginato una guerra frontale, uno scontro di mini-eserciti e microscopiche campagne d’autunno o di primavera, la guerra è finita. Ma la rappresentazione sul piccolo teatro del politico non si accosta nemmeno da lontano alla realtà. Un immenso pulsare sotterraneo ha appena leggermente mutato il suo ritmo. Il grande sacrificio di sangue che viene chiesto alla classe proletaria continua ininterrotto. I massacratori ufficiali uccidono sistematicamente. I loro boia sparano nelle strade. Quando vestono la tonaca del giudice assommano migliaia di secoli sulle spalle gracili di proletari responsabili di aver toccato il sacro diritto della proprietà.

Il benpensante neo-ghibellino sorride scettico a queste considerazioni e ci invita a riflettere sulla bontà del nuovo principe, sulla sua elargizione di benessere, sulla fine della miseria.

Ma la guerra sociale continua, al di là degli intrugli ideologici di questa nuova razza di recuperatori, sarà sempre possibile domani tornare ad attaccare il cielo un’altra volta.

Di quale sconfitta parlano?

Del loro modo di concepire la lotta. Ottusamente ripetitivo, incapace di una prospettiva critica, meccanico, determinista. Il loro non era un sogno, era una contabilità. I conti non sono tornati. La storia non si ripete sempre allo stesso modo. I modelli del passato – vecchio o recente – non possono essere sovrapposti a piacimento. Ma la mancanza di fantasia ha bisogno di modelli, giura su di essi, vive soltanto attraverso di essi.

È stato sconfitto lo scontro frontale. Lo scontro che intendeva misurare la forza tra due eserciti in guerra. Ma la loro guerra non era la guerra sociale. Due racket che si sparano addosso non sono necessariamente uno spaccato veritiero di tutta la società, ne colgono solo una parte, spesso quella più marginale ed esacerbata.

In molti di loro era la buona fede, ed è per questo che abbiamo atteso il miracolo delle margherite. In fondo anche la gallina cieca finisce per beccare il chicco di grano. Ma la cecità era troppo generalizzata. La pesantezza ideologica copriva tutto con un fitto nebbione. La protervia e la grettezza mentale facevano il paio con la ridicola pretesa della rappresentazione del tutto.

Verso quale vittoria andavano?

Verso la conquista del potere. La dittatura del proletariato. La formazione dello Stato proletario. E oltre. Altre fantasticherie non meno pericolose erano nel loro carniere.

Abbiamo dato loro spazio e credibilità critica perché siamo stati sempre certi della possibilità di un incidente di percorso. Anche compagni lanciati in una prospettiva tanto lontana dalla nostra, quando attaccano vanno sostenuti. Certo non possiamo sostenerli ora che si apprestano a tradire.

Una corretta valutazione di ciò che loro chiamano sconfitta dovrebbe passare per una critica delle impostazioni di partenza, per che cosa credevano fosse la guerra di classe, per l’uso che hanno fatto dello strumento della lotta armata, per come hanno impostato i rapporti con la realtà che cercavano di modificare.

Invece di tutto questo si preferisce ammettere semplicemente che si è stati sconfitti, che le cose erano correttamente impostate, ma che la fortuna non è stata dalla parte giusta, ha preferito baciare in fronte il potere.

E quando qualche voce si leva, aprendo un discorso critico, si batte sul tasto della eccezionalità del momento: quattromila compagni prigionieri politici, e questo fatto diventa prioritario. La dichiarazione di sconfitta, infatti, è la prima cosa da fare per chi vuole trattare la resa.

Noi abbiamo sempre detto che anche in caso di vittoria, per noi, la guerra sarebbe continuata, per cui adesso della loro sbandierata sconfitta non ce ne importa nulla. Sono contabilità di potere.

Ricordiamoci che quando Togliatti fece l’amnistia per fare uscire i fascisti dalle carceri, subito dopo i nostri compagni cominciarono a entrare dentro. Il potere si mette sempre d’accordo con il contropotere che ha fallito il processo di avvicendamento, ma non può mai instaurare un dialogo con i rivoluzionari. Non c’è modo d’intendersi.

Invoca la critica chi non ha mai saputo impiegarla

Gli stessi tronfi e pettoruti analisti dei destini storici del proletariato sono adesso nel pieno delle ambasce della critica. Loro che avevano optato con tanta sicurezza per la “critica delle armi” e che non ammettevano si discutesse su di un uso strategico corretto di uno strumento che era e resta valido (la lotta armata): questa gente adesso sembra in preda al delirio delle lacrime.

Nella foga distruttiva di quanto – anche senza volerlo – avevano costruito; nella premura di farsi apparire diversi da quello che in fondo sono stati; rigettano tutto: le cose positive e le cose negative.

Si sente che sono impacciati nelle vesti critiche e il loro appigliarsi a quanto il passato recente e meno recente ha prodotto non ha senso e dimostra l’inconsistenza reale delle loro preoccupazioni teoriche.

Abili nello sviluppo delle parole potranno forse ingannare qualche compagno più sprovveduto, ma non credo riusciranno a convincere coloro che si rendono conto del voltafaccia arlecchinesco che si sta realizzando. Duttili nell’elaborare parole, adesso sono anche umili e circospetti nella proposizione delle ipotesi: quella stessa gente che non molto tempo fa sparava a zero con condanne di provocazione su chiunque azzardasse un’ipotesi diversa dalla loro.

L’impianto centrale di questa cosiddetta critica è diretto a dimostrare che, in fondo, la loro azione non c’è stata, se c’è stata si è limitata a ben poco, e quel poco è stato un eccesso dovuto anche ai cattivi insegnamenti, alla collettiva smania della violenza, alle illusioni derivanti dal vecchio ’68, ecc.

Tutto ciò nasconde una parte di verità, ma, come al solito, tende a rigettare l’aspetto negativo insieme alle cose positive. Un rigetto globale di questo tipo non è una critica, è l’arringa di un avvocato difensore, lo sproloquio di un individuo nei guai che vuole ad ogni costo tirarsi fuori.

È bene che allora tutto questo si dica, con chiarezza, e non si cerchi di nascondere il proprio “desistere” dietro una complessa “analisi critica”.

Se alcuni aspetti della critica, come ad esempio la pesantezza unidimensionale del modello armato, sono stati mutuati dalle nostre posizioni; altri aspetti non sono altro che la tragica inversione di chi finisce in questo momento per dire il contrario di quanto diceva prima e senza giustificarne criticamente i motivi. Quando questa gente si autoaccusa di avere troppo “semplificato” la complessità sociale, in pratica non dice nulla, rinnega e basta. Non spiega – e non può spiegare – quale progetto “non semplificato”, adesso propongono davanti all’azione futura.

Quando parlano di una “crisi” della vulgata marxista e terzo-internazionalista, non dicono a quale altro armamentario teorico si rifaranno domani, quando si concluderà questa parentesi degli anni di piombo, quando otterranno, in un modo o nell’altro, il “tutti a casa”. Forse all’ideologia perbenista di Popper e di Feyerabend? Forse alla critica dell’esistente di Husserl?

Da sempre incapaci di una critica, adesso sono solo in grado di gridare alla “necessità” di una critica, sotto l’urgenza della spinta della controparte, ma quello che ne viene fuori è un rigetto in blocco, irrazionale e scontato: un vomitarsi addosso che non prelude a niente di buono.

La lotta intermedia dei rivoluzionari

Nel negare la praticabilità dell’amnistia non affermiamo un vago massimalismo fuori della realtà ma, al contrario, cerchiamo di ricondurre la lotta attuale nei termini delle sue possibilità effettive.

È stato affermato che ogni attimo passato in prigione è un attimo perduto della propria vita. E ciò è vero come purtroppo sa per esperienza personale chi è stato in prigione sotto accuse da ergastolo. Ma bisogna anche dire che non si può non imporre a se stessi il superamento di questo primo livello di considerazioni. In caso contrario non si capisce che cosa ci si aspettava mai da parte dello Stato quando – tutti insieme – gli abbiamo gridato in faccia il fatto suo? Forse un posto al catasto?

Quindi, di fronte alla più che facilmente prevedibile repressione, ognuno si è ben fatto i propri conti. Noi non siamo mai stati come quei tali avventurieri della pistola, affascinati dalla violenza per la violenza, trascinati in un processo che nel numero vedeva la forza e nella forza la ineluttabilità della vittoria. Nella nostra ribellione c’è stato sempre un fondamento di maturità rivoluzionaria. In ognuno di noi, singolarmente preso.

Ciò non toglie però che non si debbano trovare le strade per ridurre i tempi di prigionia dei compagni che sono in carcere. Bisogna intendersi su quali strade sono praticabili e quali non sono praticabili perché richiedono un costo troppo alto, molto più alto della stessa galera.

Tutti i rivoluzionari veri non sono mai stati contrari per principio alle lotte intermedie. Essi sanno che queste lotte sono indispensabili per avvicinare gradatamente il progetto alle condizioni sociali che lo metteranno a frutto. Non è possibile proporre uno sviluppo direttamente rivoluzionario ad una situazione di conflitto sociale che lascia intravedere solo alcuni aspetti delle contraddizioni che la caratterizzano, mentre altri aspetti, forse quelli più importanti, restano nascosti.

Per questo motivo partecipiamo alle dimostrazioni, alla controinformazione, alle lotte nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri. Per cercare, di volta in volta, di spingerle verso obiettivi ben più ampi della semplice rivendicazione, dell’informazione, del dissenso.

Per noi le lotte intermedie non sono uno scopo, ma sono un mezzo che usiamo (anche molto spesso) per raggiungere uno scopo diverso: spingere alla ribellione.

Con tutto ciò non ammettiamo che si possa venire a patti col potere. Fissare una trattativa, mercanteggiare in blocco la libertà dei compagni in galera.

Non siamo d’accordo perché una simile contrattazione non sarebbe una lotta intermedia, ma sarebbe l’inizio della fine, sarebbe finalizzata solo a se stessa: la libertà dei compagni pagata con la libertà dei compagni. Tutti (o quasi tutti) fuori dalla prigione, ma spogliati di tutto, in primo luogo del proprio dirsi rivoluzionari, della propria dignità, del proprio valore umano.

Non è vero – come è stato detto – che la trattativa di oggi sarebbe il preludio per la continuazione delle lotte di domani. Accettando oggi la trattativa domani, al massimo, si potrebbe lottare all’interno del ghetto dove il potere ci andrà a collocare. Il ghetto dei reduci di un fallimento, di una sconfitta, di una resa.

Non è vero – come è stato detto – che se non contrattiamo subito questa resa le lotte di domani saranno condannate alla ripetitività maniacale dello schema già visto di lotta armata. A chi può mai venire in mente una simile balordaggine?

Le lotte del futuro saranno ben diverse se terremo presenti gli errori fatti e le cose positive. Nel caso dovessimo mettere tutto all’ammasso di una resa senza condizioni, non esisterebbe più un nostro passato, se non nelle oleografiche riproduzioni ad uso e consumo dei brividi da salotto dei borghesi del prossimo fine secolo.

La squallida prospettiva del collaborazionismo

Ci chiamano alla ragionevolezza e alla riflessione. Ci invitano a non essere i cattivi ragazzi di sempre, a capire come stanno le cose. Ci invitano alla collaborazione.

Da un lato (quello del potere) le braccia sono aperte, anche se il prezzo iniziale della contrattazione è ancora esorbitante. Dall’altro (quello dell’ex contropotere immaginario) le braccia sono non meno aperte e non si cerca nemmeno di farsi fare uno sconto.

L’urgenza biologica viene fatta diventare prioritaria. La solitudine fisica e morale di quattromila compagni significa una montagna sul nostro petto, ma non può spostarci di un millimetro. Non siamo irriducibili nell’errore, siamo irriducibili nella valutazione critica.

Non vogliamo collaborare perché crediamo nelle nostre idee e nella nostra capacità di trasformare la realtà, non perché crediamo in quello che siamo stati e non pensiamo possibile una modificazione. Non siamo gli adoratori imbecilli di un modello considerato come verità. Ma non siamo nemmeno i collaborazionisti che fondano la propria convinzione su una critica elaborata negli uffici del ministero dell’interno.

Collaborando ci si consegna in blocco al nemico, non si propone un’alternativa per dislocare la lotta altrove. Non ci sarà mai un “altrove” per i collaboratori. Essi porteranno sempre con sé il proprio passato, imballato nella merda del loro presente.

La loro ragione è entrata in crisi

Razionalisti feroci, adesso sono entrati in crisi. Non gli bastava l’elenco che lo stalinista Lukács aveva prodotto (condanna di Nietzsche, condanna di Stirner) per mettersi il cuore in pace con la filosofia. Adesso sono ritornati in braccio a Spinoza e, giù giù, in braccio a Husserl.

Praticamente preti, da sempre. Adesso hanno l’atteggiamento radicale e possibilista di chi ha scoperto la crisi come l’altra faccia (parimenti monolitica) della coscienza. Si buttano a capofitto nella perplessità come una volta si buttavano a capofitto nella certezza.

Adesso vogliono “usare” la politica. Una volta se ne lasciavano usare. La crisi per loro è venuta dopo una sconfitta militare. Come un buon ragioniere che non sa più far quadrare i conti perché qualcuno ha sottratto – manu militari – una pezza d’appoggio.

In questo modo la crisi diventa alibi, non occasione. Camuffamento dei bubboni incartapecoriti della propria ottusità e non apertura al diverso, al creativo.

Così si aggirano come gatti in cerca della propria coda intorno al problema del perché la crisi e di come fare per uscirne. Non si accorgono che non sono mai entrati in crisi ma solo si sono guardati, via via, in diversi specchi deformanti: ieri s’immaginavano belli e forti, oggi brutti e deboli, piagnucolosi e sconfitti.

Cosa sono stati e cosa sono in realtà molto difficilmente lo comprenderanno.

Quello che non hanno mai capito

Non hanno mai avuto immaginazione. Il quadro della loro esistenza era squallido e circoscritto. Memorie ripetute all’infinito. Luoghi scontati dal battito della vittoria e della sconfitta. Socialismo reale come comunismo e libertà. Il profondo destino dell’ignominia capovolto nel segno radioso della gloria. Non confusione ma tetraggine e ordine poliziesco.

Non hanno capito quanto di liberatorio poteva esserci nell’attacco, e l’hanno recitato come un pezzo classico, sotto gli occhi di registi severi e rispettosi delle formalità.

La sovversione passa apparentemente per le stesse strade, sceglie qualche volta gli stessi obiettivi, ma si sviluppa e si apre ad orizzonti diversi.

Non cerca il coinvolgimento per grazia degli organi d’informazione: è essa stessa coinvolgimento. Cresce col crescere del fatto sovversivo, in caso contrario si riduce, rientra in se stessa, programma altri interventi. Non grida allo scandalo della storia, non si distende supina davanti ai piedi dell’oppressore, non parla di crisi, non fa l’occhialino alla collaborazione.

Non hanno capito che la critica si fa nel momento in cui si avanza e si sta attaccando, nel momento di crescita e di sviluppo. Se in questa fase si alimentano soltanto illusioni, nella fase successiva, quando si scontano gli errori commessi, non si è più in grado di fare “una critica”, al massimo si può recitare un “mea culpa”.

Il movimento reale non è nelle carceri

Hanno sempre commesso l’errore di cercare l’interlocutore privilegiato in questa o quella parte della realtà. Oggi il sottoproletariato, ieri l’operaio di fabbrica, tra ieri e oggi l’operaio massa, domani il prigioniero politico.

Ancora una volta la loro miopia li mette fuori gioco. Li taglia fuori. E non vale allora essere più efferati, più irriducibili, più macinatori di cadaveri e di proclami di quant’altri mai nella storia. Di queste cose è piena la notte dei tempi.

I compagni detenuti non possono costituire un punto di riferimento privilegiato. Non possono fornire l’indicazione più avanzata della lotta. Sono in uno spazio sacrificato, in uno stato di continuata tortura fisica e psicologica. Sono il simbolo dello scontro di classe. Non sono lo scontro di classe.

Noi non siamo cristiani. La testimonianza di alcuni di noi, anche di quei compagni che sono caduti, non ci porta a considerazioni diverse da quelle simbologiche. Non soffriamo per questo né di carenza affettiva verso questi compagni né di crisi per l’attaccamento ad un simbolo. Tutte queste cose sono problemi a metà.

Abbiamo la nostra bandiera, ma non vi prestiamo giuramento. Abbiamo la nostra parola, ma non l’avvolgiamo in una bandiera. Abbiamo il nostro amor proprio, ma non lo cristallizziamo a uso e consumo degli altri. Abbiamo i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri desideri, i nostri amori, ma non li condizioniamo tutti in una visione unilaterale della vita. Con tutto ciò non siamo eclettici o possibilisti. La nostra rigidità emerge dalla ragione e dal cuore. A volte prevalgono le ragioni del cuore, a volte quelle della ragione, ma non per questo ci sentiamo in colpa o crediamo di avere tradito noi stessi e i nostri princìpi.

L’affetto per i compagni in carcere non può farci chiudere gli occhi davanti alla realtà che essi sono, appunto, compagni in carcere. Compagni in condizione di privazione e di isolamento. Se vogliamo liberarli dobbiamo partire da quello che c’è altrove, dal movimento reale. Se partiamo da loro, dalla loro specificità, contribuiremo ad inchiodarli – in un modo o nell’altro – alla loro situazione carceraria, quale che sia l’esito della nostra iniziativa (anche quello di una possibile liberazione).

A liberarli sarà il movimento reale che è fuori, lo sforzo di lotta che noi, in quanto movimento specifico, saremo capaci di sviluppare, raccordando i mille (o i cento, o anche le poche decine) di fili che legano movimento specifico e movimento reale.

In caso contrario saranno mille anni di solitudine per tutti.

Non può avere crisi dell’immaginazione chi non ha mai avuto immaginazione

Solo adesso è venuto loro un atroce sospetto: che tra la cultura di cui si facevano portatori e la pratica che andavano realizzando non ci fosse compatibilità. Da un lato il sogno di una cosa, dall’altro la cosa senza sogno. Il salto doveva compiersi con l’immaginazione, il salto verso il cielo dell’impossibile, dello straordinariamente altro, che comunque è stato loro sempre precluso.

Ma neanche adesso si accorgono che la compatibilità invece c’era, ed era semplicemente atroce. Ognuno sceglie i propri mezzi, questi gli si cuciono addosso come un guanto, spetta alla sua capacità inventiva di trovare coabitazioni e modi d’uso, prospettive e indirizzi in vista di fini sempre diversi. Il soffocamento da mezzi è una delle morti più orribili.

Per il commesso viaggiatore della morte è ammessa soltanto la vacanza di fine anno (o di fine campagna). Di regola deve fare andare avanti la ghigliottina. Il rumore della lama che cade finisce per scandire i momenti della sua giornata. Dopo un certo tempo non ne può più fare a meno.

Il progetto è concluso. L’inizio si ricollega con la fine. Un nuovo inizio e una nuova fine si prospettano: sempre identici e ripetitivi. La cultura che ha promosso viene a sua volta promossa a fatto promozionale.

Dove trovare il cadavere dell’immaginazione? Qui non c’è stato nemmeno il sogno di qualcosa di immaginativo.

Lo stereotipo del partito armato

La puleggia partito serve per trasmettere l’iniziativa della minoranza organizzata al proletariato disorganizzato. Nella prospettiva dell’evento escatologico i piccoli eventi distruttivi di oggi mimano l’apocalisse.

Il partito progetta, codifica, esegue, trasforma, ripete. L’ultima fase di questo iter si ripresenta sempre uguale.

Il partito è il progetto unidimensionale più organico che si conosca. Nulla sfugge al suo organigramma, tutto può essere via via incluso. Questa estrema compatibilità lo propone come mini-Stato in formazione. Attuale bubbone di quella grande e diffusa malattia che è la politica degli Stati.

Guerra di classe e centralismo leninista

La direzione degli avvenimenti di classe (nell’immaginario codificato) impone allo scontro l’aspetto della guerra militare. Le vicende infinitamente complesse del conflitto sociale si riducono e si semplificano, vengono tutte calate nei fatti delle armi.

Lo stesso spontaneismo periferico, necessario all’inizio in un esercito che bene o male è raccogliticcio e non riceve rifornimenti regolari da qualche fonte di approvvigionamento, lo stesso “arrangiarsi” per procurare le armi, diventa un limite negativo, da superare al più presto. La progressione è necessariamente veloce. Chi si ferma è perduto. Il nemico si attrezza nell’antiguerriglia. Il guerrigliero deve attrezzarsi trasformandosi in soldato.

L’orientamento degli interventi, il giudizio politico, le campagne stagionali, gli obiettivi, le possibili conseguenze, e tante altre cose: tutto viene filtrato e fornito ai diversi livelli della struttura centralizzata. Le discussioni di base, i dibattiti, le proposte, le analisi, vengono selezionate fino ad arrivare al vertice in forma semplificata, adatta ad essere mutuata in nuove proposte per l’azione da svilupparsi sempre a partire dal centro. Dopo tutto si è in un esercito democratico.

La riduzione della guerra di classe a semplice scontro militare porta alla conclusione logica che se quest’ultimo subisce una sconfitta sul campo, la guerra di classe cessa di esistere come tale.

Si arriva così all’assurdo, non solo teorico ma pratico, che oggi, in Italia, dopo la sconfitta delle organizzazioni combattenti, non c’è più una guerra di classe in atto e che quindi è interesse di tutti (Stato in primo luogo) trattare una resa per evitare che si sviluppi, o continui a svilupparsi, un processo conflittuale assolutamente fittizio e del tutto inutile, anzi dannoso per chiunque.

La marginalità dei partiti armati nei riguardi della guerra di classe

È facile constatare che le strutture armate, specie quelle che prendono la forma di partito, sono sempre marginali alla guerra di classe. Non che ne siano estranee, sono semplicemente marginali.

L’andamento dello scontro ha conseguenze su di loro, le spinge a chiudersi o ad aprirsi, a seconda di una minore o maggiore tensione sociale. Ma tutto ciò dentro limiti abbastanza ristretti. Il rapporto di rappresentatività non si instaura mai, se non per piccolissime minoranze marginali o per gruppi ad alta sensibilità politica.

È chiaro che anche questi fenomeni sono di grande importanza, ed è anche chiaro che lo Stato fa di tutto per recuperarli all’interno di una logica “terroristica” che li presenta come fatti eccezionali, compiuti da pazzi, da criminali esaltati o da agenti del servizio segreto.

La strada da prendere in questi casi è quella di scendere verso la sensibilità popolare, costruendo azioni e chiarificazioni che coinvolgano la gente e non la immobilizzino invece in una fissità spettacolare.

Ora, il partito, per sua natura, si presenta come un filtro che respinge la gente, isolandola in una amorfa compattezza di strato sociale: operai, casalinghe, impiegati, quadri intermedi, studenti, ecc. Esso si presenta come un filtro che assorbe una parte di questa gente solo dopo un’accettazione iniziatica di tipo ideologico. La politica è lo strumento di selezione. In questo modo non è praticabile una strada di crescita quantitativa se non attraverso l’organigramma del partito. L’azione e la chiarificazione passano in secondo piano, vengono affidati a meccanismi pedagogici che si ritengono erroneamente automatici. Lo Stato distrugge poi, con accuratezza, anche i piccoli riflessi di un meccanismo del genere (quando esiste).

Quello che possono rigettare

È il riflesso condizionato nella gente. La simpatia indotta. Tutto ciò che è passato attraverso le maglie fitte della censura statale. Il sostegno che si ha per chi ha condotto una battaglia in fondo giusta, anche se con metodi che non tutti condividono.

Ben poca cosa per avere un peso sul processo rivoluzionario in corso. Il movimento reale – che non perde mai nulla – potrebbe avvalersene, ma queste minutissime briciole devono essere messe a frutto, inquadrate criticamente, rinsaldate oltre l’enorme grumo nero che il potere ha saputo porre davanti allo sguardo critico della gente. A cominciare dalla parola “terrorismo”.

Per contro cosa si fa? Ci si ritiene al centro di un’esperienza che è stata diversa di quanto si è scritto sui giornali o affermato nelle aule di giustizia. Si dà per scontata la verità di palazzo. Si dichiara che la guerra è finita.

In questo modo si gettano via anche quelle poche briciole che sono rimaste di positivo e di rivoluzionario.

Quello che possono prevedere per il futuro

Assolutamente nulla. Il processo irreversibile del movimento reale li espellerà decisamente come collaborazionisti. Nessuna invenzione dialettica potrà dare credibilità alle loro decisioni di oggi, al neo-contrattualismo che si affaccia in mille guise dietro le complicate analisi dei facitori di parole.

Potranno tornare all’usato canovaccio. In tempi che ci auguriamo migliori giocare ancora il vecchio e squallido equivoco dei custodi del tempio, dei calcolatori della memoria proletaria.

La cosa è stata fatta in passato. Forse sarà fatta ancora in futuro. C’è sempre tanta brava gente che non aspetta altro che di credere in qualcosa.

Ma tutto ciò ha ben poco a che vedere con la rivoluzione.

Strumenti nelle mani del movimento reale

In fondo ognuno di noi agisce e vive in base a convinzioni – giuste o sbagliate che siano – ma il più delle volte non è in grado di accorgersi delle conseguenze reali delle proprie azioni e della propria stessa vita. In questo senso anche i macinatori dei salmi partitici hanno avuto la loro parte. Un bagaglio di lotte e di esperienze si è accumulato pronto per essere usato o disperso. Non c’è modo di custodirlo nelle casseforti della storia. Dobbiamo portarlo adesso, subito, alle sue estreme conseguenze. In caso contrario anche gli strumenti incoscienti della rivoluzione diventeranno arrugginiti.

Ciò prova, per un’altra strada, l’inutilità di decisioni come quelle che oggi vengono prese con tanta sicurezza: la collaborazione è sempre fatto di parte, anzi di partito. La realtà delle lotte non collabora. Può strumentalizzare uomini e metodi, per poi rigettarli al margine, nel luogo della solitudine o delle riflessioni impietose. Ma tutto ciò non fa deflettere di un millimetro il percorso dello scontro sociale.

Sono altre cose che mettono in gioco il risultato, altri livelli di coscienza, altre partecipazioni, altre modificazioni oggettive. E nel verificarsi di queste “altre cose” anche le prime, le insignificanze degli strumenti ormai arrugginiti, cesseranno, malgrado loro, di essere tali.

Pochissimi compagni

Si riproporranno al crocevia delle decisioni in pochissimi. Non per la loro refrattarietà alla collaborazione, ma per la loro critica degli errori e dei limiti delle azioni passate. La costruzione è fatto relazionale, non ammette somme o sottrazioni. I bilanci sono faccenda da ragioniere.

Chi si era illuso della possibilità di sopprimere per decisione militare – sul campo – lo sfruttamento capitalista, adesso deve rendersi conto che una mitologia del genere può realizzarsi solo se si concretizza in una vera e propria dilagazione dello scontro. La prateria s’incendia tutta se il vento soffia dalla parte bassa, e il vento non sempre è a nostro comando. Ora, chi non capisce ciò può benissimo non collaborare ma resterà tagliato fuori lo stesso dalle lotte di domani: una cariatide ferma al suo posto, un autoelogio nel bene come nel male.

Oltre il partito

Oltre il partito, la lotta armata libertaria, anarchica, popolare, insurrezionale. Nel momento della retrocessione, quando ormai si stanno apprestando a consegnare armi e bagagli a coloro che riconoscono vincitori, eccoli affermare decisamente l’impossibilità di questo tipo di lotta.

È più che certo che coloro i quali hanno vissuto l’esperienza di lotta armata all’interno di un partito combattente non si rendano conto di questa possibilità. Ma è anche certo che i motivi iniziali che bloccarono, a suo tempo, una ricerca operativa in questo senso, furono di natura ideologica e non certo strategica o tattica. Era l’anima del bolscevismo vecchia maniera che imponeva lo schema dell’“Iskra” e del palazzo d’inverno. Non la certezza, provata, dell’impossibilità di un metodo diverso di guerriglia libertaria.

Adesso, nel momento della collaborazione e del piatto di lenticchie, non ha senso aspettarsi ripensamenti critici. In loro è forse anche un residuo di buona fede a far vedere possibile solo la soluzione della sconfitta. Come ricominciare? Su quali basi? Su di un programma e un metodo sconosciuti? Più spesso aborriti o scherniti? Andare incontro a quali prospettive? Con quale credibilità? Ammettere la sconfitta non di un progetto militare (che sarebbe solo una banale tautologia) ma di un progetto politico? Meglio decidersi a collaborare per salvare il salvabile e ricominciare da capo domani, magari ripetendo gli stessi percorsi.

Il progetto anarchico

Abbiamo molte volte parlato di come gli anarchici considerano la lotta armata. Lo abbiamo fatto in tempi non sospetti, quando tutti andavano avanti sull’aria fritta delle grandi azioni spettacolari, sistematicamente macinate dai mezzi di informazione ad uso e consumo della plebe.

Il rifiuto delle strutture verticali, la collaborazione settoriale non incrociata, il controllo nei limiti della sicurezza, l’autosufficienza dei gruppi, la scelta di obiettivi minimi, il significato accessibile di questi obiettivi, la continuità dell’intervento, la radicalizzazione progressiva nei settori sociali, l’autoinformazione, l’attività di propaganda, la chiarificazione critica, la circolazione delle idee all’interno del movimento, la preparazione delle situazioni di propaganda, le lotte intermedie, il legame tra questa fase e la successiva fase insurrezionale, i tentativi e i risultati delle singole azioni legati insieme da un filo logico privo di sbalzi incomprensibili, la pariteticità di tutti i livelli di lotta, la poliedricità della dimensione strettamente militare, gli aspetti bipolari delle strutture organizzate, le capacità di destrutturarsi con facilità in qualsiasi momento, la critica del professionalismo, la critica della superficialità, la critica dell’efficientismo, la critica dell’economicismo tecnico, la critica delle armi.

Lo sbocco insurrezionale

Partecipare insieme alla gente, agli sfruttati in genere, alle lotte intermedie: per la casa, contro la guerra, contro i missili, contro le centrali nucleari, per il posto di lavoro, per la difesa dei salari, per il diritto alla salute, contro la repressione, contro le carceri, ecc.

E poi impiegare la nostra forza organizzativa per spingere queste lotte gradatamente sempre più avanti, verso un possibile sbocco insurrezionale.

Lo sviluppo del movimento reale è in pratica un processo di trasformazione violenta dello scontro di classe

Non è certo con le lotte intermedie che il movimento reale può crescere all’infinito. In caso contrario l’anarcosindacalismo sarebbe la soluzione migliore, visto che prevede anche un’esportazione delle strutture di lotta nella società di domani e la loro trasformazione in strutture costitutive del nuovo assetto sociale.

Il fatto è che le lotte intermedie devono trovare uno sbocco violento, un punto di rottura, una linea oltre la quale il recupero non è più possibile se non in termini minimi e quindi trascurabili. Ma per aversi ciò il processo di trasformazione violenta deve essere quanto più generalizzato possibile. Non nel senso che deve per forza partire da larghi movimenti di massa, violenti e negatori del risultato immediato e tangibile, ma deve avere anche nella dimensione minima di partenza l’idea e l’intenzione di svilupparsi in quanto violenza di massa. In caso contrario il ruolo del movimento specifico torna ad essere simbolico, rinchiuso in se stesso, capace di dare solo (fino ad un certo punto) gratificazione ai componenti della minoranza (o, se si preferisce, del racket).

Il valore etico della violenza

Solo in questo modo hanno un senso i discorsi sulla violenza. Non certo nell’astratta idiozia di chi parla di un valore della vita in assoluto. Per quanto mi riguarda la vita degli sfruttatori e dei loro servitori non vale un centesimo. E stare a fare differenze – come sono state fatte – tra la fine di Moro e quella di Ramelli mi pare specioso preludio ad un discorso di svuotamento.

Un adeguamento della violenza liberatoria alle condizioni del conflitto non è mai possibile. Il processo di liberazione è per sua natura eccessivo. In senso sovrabbondante o in senso di difetto. Quando mai si è visto che l’insurrezione popolare colga nel segno discriminando distintamente i nemici da abbattere? È una zampata della tigre che lacera e non distingue.

Certo una minoranza organizzata non è il popolo insorto. Quindi distingue. Deve distinguere. Ma è anche in questo suo obbligo all’oculatezza che trova insieme il proprio limite e il senso di una possibile apertura. In questo senso è altro dalla vera violenza rivoluzionaria, in questo senso è esperimento “in vitro”, in questo senso può trasformarsi in risibile tempesta in un bicchiere.

Ma la distinzione non deve essere fatta in funzione della decifrabilità dell’azione, quanto in funzione della sua riproducibilità. Le due cose, se si vuole, non sono separate, perché sono diverse. La decifrabilità dell’azione è altro da quello che la stessa minoranza può realizzare, in quanto resta legata all’intervento della grande informazione e quindi alle distorsioni del potere. La riproducibilità è fatto intrinseco all’azione stessa. Il potere, per deturparla, deve tacerla, perché anche nel più azzardato dei commenti, il fatto stesso – nudo e crudo – non può essere messo in discussione.

Abbiamo quindi che questo intricato problema si dipana come segue. L’attacco al nemico di classe è sempre giustificato. La vita di chi ci opprime e ci impedisce di vivere non vale un centesimo. Questo attacco può essere realizzato in modo generale, quindi con un intervento massiccio della gente, ed allora non è misurabile alle reali condizioni dello scontro: risulta sempre disarmonico, eccessivo, o riduttivo. Questa è la dimensione massima della violenza rivoluzionaria, creativa e distruttiva nello stesso tempo. Viceversa, in una dimensione minoritaria, si cerca sempre di misurare il colpo, di adeguarlo alle reali limitazioni dello scontro. Ognuno di noi crede di avere idee precise su che cosa sia il livello del conflitto di classe e quindi suggerisce ricette e disegna confini. In pratica quello che ci guida è la decifrabilità. Siamo pedagoghi in cerca di discepoli. Invece dovrebbe essere la riproducibilità il metro su cui commisurare la violenza minoritaria, perché, appunto, da minoritaria diventi generalizzata.

Il resto sono chiacchiere di preti.

Il progetto semplificativo del partito

Tra le tante cose ci si illude che il partito possa semplificare il modello impiegato per costruire l’azione. La decifrabilità viene allora affidata agli organi di propaganda che stilano orrende paccottiglie chiamate proclami o programmi o comunicati. Il linguaggio si standardizza come le azioni. Tutto si ripete. Tutto diventa familiare a tutti (tranne che alla gente). La familiarità la grande massa l’acquisisce attraverso l’interpretazione del potere. I risultati sono modelli preconfezionati di azione. Gli altri assistono e si appagano del brivido del rischio a pagamento. Il modello trova una fortuna, come il romanzo nero o il film dell’orrore. Ma a nessuno verrebbe in mente di fare a pezzi un uomo nella propria vasca da bagno per vedere come si fa. Preferisce vederlo fare al cinema.

E non è vero che si tratta di paura del coinvolgimento. Molta gente corre rischi di gran lunga superiori con un volante o una siringa in mano. Si tratta di lontananza. Di deformazione romantica della realtà. Di sacralizzazione saputa costruire intorno a pratiche liberatorie che non hanno nulla di eccezionale. Di preclusioni, spesso di origine religiosa, che non superiamo forse mai in modo completo.

Il partito pretende chiarire tutto ciò dall’esterno, costruire un modello precotto di riproducibilità. Non si accorge, in questo modo, di fare lo stesso lavoro dello Stato. Proporre una fruibilità distorta. Nella lontananza dalla reale portata della violenza liberatoria i due poli si toccano. Potere e contropotere camminano paralleli e reciprocamente si sostengono.

Di quale comunicazione parlano?

Per un fenomeno di diffusione si sarebbe dovuto propagare l’effetto incendiario dell’esempio. Ma l’azione permaneva indecifrabile. Poca iniziativa in questo senso. Il resto dovevano farlo i grandi mezzi d’informazione.

Ma che cosa possono comunicare questi veicoli dell’ideologia del potere? Appunto quello che il potere vuole. Ma il partito non è anch’esso un minipotere, se non altro in formazione? E, difatti, almeno all’inizio, il ragionamento è andato avanti. Il potere stesso pompava un’immagine ingigantita (e quindi distorta) dell’attacco reale contro il nemico. Ma era proprio allo scopo di scavare il solco, di farlo sempre più profondo. Di trasformare la minuscola realtà in formazione in un generale, ed illusorio, teatro della morte, con gli spettatori paganti tutti al loro posto, con l’opportuna atmosfera di silenzio e di incertezza: tutti gli elementi del dramma borghese. Poi, quando la distanza era diventata ormai enorme, la chiusura totale, l’interruzione. Nella fantasia fruitrice il fatto misterico si allargava a dismisura. Qualcosa tra la banda Bonnot e Jack lo squartatore.

E i timidi tentativi di generalizzazione? L’illegalismo di massa che balbettava qua e là? Le piccole pratiche di sabotaggio? I mille incendi, le centinaia di azzoppature anonime, le vetrine infrante, i saccheggi realmente proletari? Tutto spazzato via. Robetta per dame di carità. Ninnoli per ragazzi devianti. Scenette di periferia. Al centro (ma quale centro?) si recitava la grande scena madre, in compartecipazione Stato e contro-Stato.

Eppure anche in quella scena madre, con tutti i suoi limiti c’erano i germi della degenerazione più assurda e i germi della possibile disseminazione nel territorio. Sarebbe bastato mettere a tacere il sempre più ingombrante militarismo, il terribilismo parolaio di una volta che adesso si era trasferito nell’altrettanto illusorio terribilismo delle azioni eclatanti.

Ma per far ciò occorreva una critica reale, non una critica a parole. Una prova sul campo, non nel tavolo degli istituti d’anatomia. Un morto è un morto, da qualunque parte lo si guarda. Occorre arrivare prima, costruire parallelamente, fare vedere, non soltanto indicare crepe e fessure che nessuno voleva ammettere.

Il rapporto anarchico tra minoranza agente e movimento reale

Né punto di riferimento né cassaforte di una memoria che il movimento gestisce benissimo da sé. Né elaboratore di strategie e metodi né centrale di riciclaggio. Eppure ineliminabile condizione del progetto rivoluzionario. Nell’intervento magico di mille condizioni l’attesa diventa insopportabile, spesso inutile.

Occorre spingere, creare le condizioni minime perché l’evento si verifichi, perché la magia di un accadimento si generalizzi, si diffonda, come un nodo alla gola. Ma col cervello e gli occhi bene aperti. Con un progetto. Con i mezzi indispensabili.

Ma occorre anche che progetto e mezzi non diventino la cosa più importante, l’unica cosa per cui si lotta. La loro essenzialità non può mai capovolgersi in esclusività. Occorre anche sapere mandare tutto a monte. Non prima, in attesa che l’evento si verifichi da solo, ma dopo, se non ci sono le condizioni necessarie (certamente minime) indispensabili. Non autoriprodursi perché bisogna continuare a vivere. Noi siamo altro di questa storia qua. Andiamo molto più lontano, per questo possiamo sempre ricominciare.

Loro sono esclusivamente ciò. Un teorema che cresce su se stesso. Un mostruoso e complicato groviglio di tautologie.

L’ideologia della resa separata

E gli altri? Da quelli più vicini a quelli più lontani? Da quel sottoproletariato che tante sviolinature ha ispirato, vicino, nella stessa gabbia, ma lontano mille miglia per motivazioni sue proprie, reali, di contrapposizione. Al proletariato in generale, quello mitico ma anche quello reale, quello che si alza presto la mattina, che produce, che si fa ammazzare con la sistematicità di un cronometro, quello che ha ricevuto meno sviolinature ma tanta più teoria, senz’altro ugualmente inutile. Niente da fare. La resa è separata.

Ha poca importanza che la lotta si doveva portare avanti tutti insieme. Adesso le avanguardie sono state catturate dal nemico. Il grosso dell’esercito proletario si può dire che nemmeno si è accorto dell’avvenimento. Tace e continua a farsi sfruttare. Quindi mandiamolo alla malora. Mandiamo anche a quel paese il resto che pretende costruire i suoi racket, che si dichiara disponibile ad un discorso politico ma poi si dimostra incostante, non accetta ordini, non digerisce teorie. Alleanze transitorie, ma in fondo poca cosa. E allora andiamo avanti da soli, mettiamoci d’accordo con lo Stato e lasciamo che gli altri restino in galera (o dentro la fabbrica) finché vogliono. Mille anni di solitudine, ma solo per loro. Dopo tutto sono degli ingrati.

Di questi ragionamenti è lastricato l’inferno. Ogni prete è disposto a sacrificarsi, ma pretende una retribuzione. A cominciare da S. Paolo la condizione è posta chiaramente: retribuzione e servitù. In questo ragionamento pretesco sta nascosta la riserva mentale che il proletariato (sotto o sopra che sia) doveva servire da massa di manovra, da forza d’urto guidata e illuminata dal partito combattente. Roba da sbellicarsi dalle risa.

Eppure quando queste storie le sentivamo in passato erano cose serissime, anzi tristissime.

Per loro il livello dello scontro è determinato dal volume di fuoco che sono riusciti a mettere in campo. Non si rendono conto che se il proletariato li ha lasciati soli quando hanno attaccato Moro e la sua scorta (e come mai poteva intervenire), loro hanno lasciato solo il proletariato nelle sue mille, piccolissime azioni di ogni giorno. Nel suo affrontamento, continuo. Nella sua sofferenza. Nel crollo dei suoi sogni, delle sue speranze. Nella tragica commedia che è costretto a vedere recitare dai vari sindacalisti, uomini di partito, padroni, servitori dei padroni, ecc.

Se si conclude per la difficoltà di essere insieme al proletariato in questa infinita serie di scontri armati (e perché mai le armi dovrebbero essere solo quelle cose fabbricate da industrie come la Breda?), si deve per forza concludere che il partito armato doveva essere necessariamente solo nell’attaccare uno o cento responsabili dello sfruttamento. Non solo nel senso fisico, perché questo è secondario, ma nel senso politico, nel senso rivoluzionario, nel senso del progetto di trasformazione del mondo.

Ecco che la solitudine del passato adesso si ripresenta nell’ideologia della resa. Ognuno tira i remi in barca. Il proletariato li ha tirati da parte sua da tempo. Perché avrebbe dovuto farsi coinvolgere in un progetto assolutamente inesistente? Loro li tirano adesso. Lo Stato sta nel mezzo, giudice parzialissimo ed interessato.

La “messa tra parentesi” come tradimento

Fermiamoci un momento a riflettere. Ognuno con le sue idee di allora, però nella condizione di oggi. Per risolvere il problema bisogna mettere tra parentesi lo scontro di classe, ipotizzare un momento di sospensione idilliaca. Noi dentro, il resto altrove, in un luogo che è nessun luogo.

Nuove parole per un atteggiamento vecchio quanto il mondo: tradimento. Non si è traditori perché si vuole luce critica, approfondimento degli errori, corretta impostazione dell’azione futura. Si è traditori perché ci si rinchiude in una prigione molto più squallida e terrificante del peggiore carcere benthamiano. Si è traditori quando si costruiscono barriere con chi ha vissuto la nostra stessa esperienza, ha mangiato lo stesso pane, ha commesso gli stessi errori. Quando ci si allontana dall’obiettivo che ci si era prefisso, lasciandolo fermo e immutato, quando si cerca un catino per lavarsi le mani.

Il traditore di una volta baciava sulla guancia. Quello di oggi ha letto Lakatos e gioca di rimessa sull’equivoco delle parole. Sa che Husserl ha parlato di una “sospensione del giudizio” come canone metodologico per conoscere la realtà. Ma questo squallido “realismo” non è nemmeno quello dell’Est che ha una sua pesantezza paesana e becera, ma è quello dell’Ovest che è raffinato essendo vissuto a Lovanio.

Andiamo, nel tradimento il professore tedesco e il contadino russo si avvicinano quando ambedue hanno fatto carriera nel partito. Ognuno usa i mezzi che gli sono congeniali, il risultato è lo stesso.

Ci sono quelli che prendono le scorciatoie: cantano subito e contrattano direttamente alla fonte. Ci sono gli altri che la fanno lunga, scomodano concetti complicati per mettersi d’accordo tramite interposta persona. Lo schifo è uguale.

Tutti i topi tornano prima o poi sulla barca politica

Un passo indietro è sempre un patteggiamento politico. Un passo avanti può anche essere sbagliato, ma incide nel sociale. A volte marginalmente, in misura minima, ma quel che conta è la direzione, il senso di marcia. Il topo può gettarsi in mare per annegare, ma prima o poi ritrova la strada della barca. Il suo istinto lo salva.

La contrattazione è momento politico, come la guerra in un bicchiere. Come il cessate il fuoco. Come lo scontro frontale e l’immiserimento del conflitto di classe. La politica è anche questo. Un’arte di arrangiarsi in attesa che altri faccia quello che avremmo dovuto fare noi. Per questo i topi non sono talpe.

Riducendo la richiesta al suo minimo realistico ci si propone come portatori di un’alternativa: fare uscire quattromila compagni dal carcere. L’importanza del risultato ci spinge allora a coprire la tortuosità del percorso. La lotta non può che essere politica. Una piattaforma di richieste, nulla di inaccettabile, un processo di liberazione circoscritto che viene fatto passare come l’unica soluzione possibile del problema del processo di liberazione complessivo. In fondo è il solito gioco dei super-realisti politici. Le riforme sono immediatamente attingibili. La rivoluzione no. L’utopia turba i sogni dei signori, il dialogo riformista concilia il loro sonno. La loro angoscia attuale è la presenza di quattromila prigionieri politici in Italia, più o meno in contatto con una massa di trentacinquemila prigionieri cosiddetti comuni. Chissà che messi fuori i primi non si possano organizzare ottime scuole di rieducazione sociale per i secondi, una specie di post-carcere a mezzo servizio. Utopia per utopia, l’una cosa vale l’altra. Nella fantasia dell’“a poco a poco” non esistono limiti.

Quando questi topi strillavano come aquile, un discorso del genere sarebbe stato passato per le armi. Ma erano altri tempi. Adesso, finito il moccolo, si è pure perduto il candelabro.

L’abbandono acritico del militarismo

Nemmeno un cenno. Cessate il fuoco e basta. Dobbiamo tutti tornare a casa perché la guerra è finita.

Ma chi e cosa sono stati sconfitti? Certamente non il movimento reale che continua la sua strada sotterranea. Certamente non un metodo che non può subire né sconfitte né vittorie. Una mentalità sì: quella è stata sconfitta.

E non solo sul terreno della lotta armata.

Ma nei confronti di questa mentalità le critiche sono superficiali e isolate. Contro il militarismo monolitico loro hanno ben poco da dire.

Le vecchie cariatidi e i vecchi discorsi

Ecco perché esiste sempre il rischio della ripresentazione dei vecchi discorsi. Magari vestiti a nuovo.

Oggi assistiamo ad una vestizione diversa del vecchio discorso riformista, un appello a tutti coloro che vogliono fare respirare di nuovo il movimento. Domani assisteremo ad una riedizione del vecchio centralismo leninista. L’improntitudine non ha limiti.

Teoria della fuga e teoria della resistenza

Sul piano della critica rivoluzionaria la desistenza e l’ultrairriducibilità si equivalgono.

L’affermazione non deve meravigliare. Siamo qui per approfondire problemi dolorosi e difficili, non per riverniciare luoghi comuni. Quello che ci serve non è un romanticismo di maniera, una fedeltà alle proprie scelte strategiche. Abbiamo bisogno di andare avanti. Per questo non vogliamo fuggire. Non perché riteniamo che tutto sia stato fatto per come andava fatto e che quindi tutto va bene nel migliore dei mondi possibili.

Scappare significa rifugiarsi in territori di retroguardia, in cui la rivoluzione viene non solo negata a parole ma combattuta nei fatti. L’alternativa della disobbedienza civile, del riformismo, del pacifismo, del dimostrazionismo fine a se stesso, non è altro che desistenza, dissociazione, estraniazione, rifiuto di continuare a lottare. Appellarsi alle leggi, al Parlamento, agli intermediari di traffici politici il cui significato è ormai arcinoto, significa voltare gabbana, significa tradire.

Ma fermarsi alle vecchie scelte, riaffermare l’indiscussa validità del metodo del partito armato, l’imperitura attendibilità del militarismo minoritario, è anche una fuga, precisamente una fuga dalle proprie responsabilità critiche. Forse quest’ultima strada è più simpatica, fa meno schifo, suscita un’intima espressione di solidarietà, ma non è con i moti dell’animo che si costruiscono le condizioni rivoluzionarie.

Cambiare per andare avanti

Abbiamo quindi bisogno di una critica. Quello che ci serve sono metodi di coinvolgimento all’interno dei quali mettere a frutto le nostre esperienze delle lotte passate. In questo modo è possibile intendere la lotta armata degli anni a venire. Come progetto in sé concluso di un’organizzazione specifica, essa non ha più nemmeno quelle minime possibilità propulsive che un’esperienza agli esordi – in una condizione di capitalismo maturo – poteva lasciar prevedere.

Dobbiamo andare avanti. L’organizzazione specifica va bene. Non è uno strumento che possa essere sostituito perché è l’espressione diretta del movimento specifico, quanto di immediatamente operativo una coagulazione di coscienza rivoluzionaria riesce a dare. Ma deve essere indirizzato esclusivamente al servizio del coinvolgimento. Trovarsi esattamente un passo avanti del grado di combattività delle masse, sui terreni specifici in cui questa combattività si manifesta, anche in piccole dimensioni, e limitare le proprie azioni alle capacità suddette delle masse. Non viaggiare in avanti a tutto spiano, assumendo in proprio significati e ruoli che non competono all’organizzazione specifica.

In questo senso c’è ancora molto da lavorare. Bisogna difatti lottare su due fronti. Da un lato contro la mentalità militarista che non concepisce un’organizzazione specifica così circoscritta e limitata. Dall’altro contro una mentalità riformista che vede con sospetto anche quel piccolo passo avanti che l’organizzazione specifica deve compiere, interpretandolo in termini di prevaricazione e di avanguardismo.

Nel tentativo di chiarire questi problemi abbiamo parlato di insurrezione.

Nella proposta dell’amnistia c’è il rifiuto di andare avanti

Non esiste risolvibilità del problema all’interno della struttura capitalista. Le carceri vanno abbattute in modo totale e definitivo. Non possiamo contrattare una liberazione parziale.

Certo, possiamo imporre una condizione di intollerabilità per lo Stato, tale che – da solo – addivenga ad una parziale soluzione del problema. Ma questa non è contrattazione post-rivoluzionaria, e un momento del conflitto. La resa deve venire da parte dello Stato. Non ci illudiamo che possa essere resa totale, ma un modo qualsiasi di venire a patti. Questo sì. Questo è possibile. E ad imporre questo patteggiamento deve essere il movimento reale, lo scontro di classe, non una decisione di minoranza che si aggancia a quelle frange riformiste che vogliono sfruttare qualsiasi occasione per farsi largo nelle loro strategie di potere.

Non dobbiamo essere noi a chiedere l’amnistia per i quattromila prigionieri politici. Noi dobbiamo chiedere (o imporre?) la distruzione del carcere per tutti, la cancellazione definitiva del concetto di “uomo prigioniero”. È nel processo di lotta per imporre questo metodo del “tutto e subito” che lo Stato può decidere di venire a patti, di concedere una qualche diavoleria legale che si può anche chiamare amnistia, o indulto, o sospensione della pena, o lavoro sociale, o qualsiasi altra cosa. Spetterà a noi – sulla base di una valutazione delle condizioni dello scontro – di accettare o meno.

Ecco perché nella proposta nuda e cruda dell’amnistia c’è il latente desiderio di non andare avanti.

L’enorme pressione morale di quattromila corpi che stanno praticamente morendo in solitudine non può farci chiudere gli occhi davanti all’evidenza. Scegliendo la strada del patteggiamento, della contrattazione con lo Stato, non riusciremo mai a tirarli fuori realmente. Porteremo fuori quattromila simulacri di donne e di uomini che si andranno a collocare in una dimensione in cui ritroveranno sempre le sbarre di un’altra prigione: la prigione della propria inutilità, del proprio svuotamento, del sentirsi costantemente “altrove”, in quel posto dove hanno consegnato la propria identità di rivoluzionari.

Occorre rovesciare l’ignobile teorema che viene proposto: contrattare la liberazione dei compagni per riprendere la lotta, nell’affermazione molto più logica e conseguente: riprendere la lotta per imporre la liberazione dei compagni.

Ma questa ripresa non deve essere la ripetizione maniacale dei modelli monolitici del partito armato, ma uno sviluppo critico in altre direzioni.

Illusorietà della riduzione dello Stato al minimo coefficiente repressivo

Rinculare per saltare meglio è un vecchio proverbio francese che non si adatta allo scontro di classe. Chi indietreggia è perduto. Lo Stato non ammette tentennamenti. La repressione non diminuisce quando l’azione rivoluzionaria rallenta, si trasforma semplicemente. Diventa più cauta e penetrante. S’infiltra in modo socialdemocratico, fa prevalere la ricerca del consenso al manganello del poliziotto. Ripristina le formalità dello Stato di diritto. Dopo tutto chi fa le leggi le maneggia sempre a proprio piacimento.

Titubando sulla condotta da seguire facciamo un favore alla repressione. Le concediamo un respiro inaspettato. Nessuno strumento oppressivo può durare a lungo. Nessuna legge speciale può istituzionalizzarsi all’infinito. Prima o poi il consenso ne risente. Occorre allora tornare alla normalità. Lo Stato è per primo cosciente di questa necessità. E si rivolge ai più ragionevoli tra noi. Intavola un discorso persuasivo. Non promette ma nemmeno dissuade. Lascia intravedere. Nel frattempo non smantella, cambia indirizzo alla repressione. La insinua negli allettamenti assistenziali, nelle promesse di lavoro, nei progetti riformisti.

Non è possibile ridurre lo Stato al suo minimo coefficiente repressivo. Si può smantellare l’attacco di classe e quindi permettere una facciata socialdemocratica all’organismo repressivo, possiamo fare tanti passi indietro quante pennellate di bianco il potere si dà per ripristinare la propria credibilità.

Loro vogliono ricavare spazi di auto-agibilità all’interno dello Stato, contrattare con questo un ghetto più ampio in contropartita dell’attuale ghetto più piccolo. In questo modo pretendono riflettere non un progetto – che sarebbe veramente incredibile per macroscopica irrilevanza – quanto un’illusione, un punto di vista che non ha nulla da vedere con lo stato del movimento reale. Certo l’affermazione è prudente, ma nasconde lo stesso la pretesa d’un progresso, anche se veste l’abito ambiguo e pretesco dell’ipotesi di lavoro. La sostanza non cambia: un patrimonio è messo all’asta. Intendiamo contribuire a impedire l’incanto. Non perché riteniamo che questo patrimonio sia assolutamente indispensabile per lo sviluppo del movimento reale, ma perché in primo luogo la sua svendita non produrrebbe “liberazione”, poi perché bisogna sottoporre ad una luce critica questo patrimonio stesso e, vendendolo in blocco, ogni ulteriore critica non avrebbe senso, sarebbe la riesumazione di un testamento, di un sacro e irrisorio feticcio.

Le comunità del futuro saranno comunità di lotta, quindi non potranno nascere dalla contrattazione politica

Chi non è mai uscito dal guscio politico pretende adesso intraprendere un lungo viaggio. Abbandona una vecchia mentalità e ne acquisisce una nuova. Tutto si vuole cambiare perché tutto resti come prima. Se la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi (ma quali mezzi?); adesso la politica dovrebbe essere la continuazione della guerra con altri mezzi. Quanta gente cadrà in questo imbroglio? In fondo l’ingenuità umana non ha limiti. Ognuno di noi si crede sempre più astuto dell’altro, ed è per questo che sistematicamente sbattiamo la testa in tutti gli spigoli.

Loro sono sempre stati uomini politici. Hanno dichiarato guerra al “cuore” dello Stato, adesso vogliono contrattare la pace e la resa. Tutto ciò è più che normale.

Ma le migliaia di compagni che hanno partecipato alla lotta, quelle migliaia per cui c’è stata la lotta, con tutti i suoi errori e i suoi limiti; questo enorme pulsare di speranze, di sogni, di gioia, di desideri non soddisfatti; questo mostro dalle mille teste e dalle centomila braccia, che poteva veramente far tremare l’osceno universo dei padroni; tutto ciò è stato incapsulato in un progetto, sia pure con alcune varianti, un progetto unico, tragicamente sbagliato.

Adesso una grossa parte di questo meraviglioso pulsare è in catene. Se vogliamo costruire insieme la progettualità di domani dobbiamo aprire le possibilità di un movimento specifico che sia capace di fissare incontri comunitari con il movimento reale, nei luoghi e nei sentimenti in cui il pulsare di quest’ultimo diventa percepibile al pulsare del primo.

Secondo voi è mai possibile che una cosa del genere venga fuori da un accordo contrattuale?

Un nuovo imbroglio garantista

Si chiede uno spazio allo Stato dove convogliare la sostanza di ciò che rimane. Il meccanismo repressivo e riproduttivo dovrebbe concedere una sospensione uguale e contraria a quella che loro – per generosa concessione di chi si trova col culo per terra – sono disposti a concedere allo Stato.

In questo spazio dovrebbe rinascere il movimento specifico con l’apporto fondamentale dei compagni usciti dalle galere.

Lo Stato dovrebbe svolgere quindi un nuovo compito assistenziale: fornire al movimento ex prigioniero un’allucinazione di nuovo genere, la costruibilità nel fittizio. Per chi è stato abituato alle più incredibili mistificazioni del partito armato, della dittatura prossima a venire del proletariato, della memoria che si deve custodire, e via dicendo, può ritenere magari accettabile quest’ultima favola del mondo delle meraviglie. Speriamo che Alice si sia fatta più furba.

Vediamo di seguire un ragionamento possibile. Lo Stato è un regolatore di controversie. Derime quella fondamentale del capitale: la concorrenza, ma non la risolve fino in fondo. Derime tutta un’altra serie di controversie: culturali, fisiche, logistiche, mistiche; ma non le risolve. Adesso dovrebbe anche risolvere la contraddizione tra il movimento specifico prigioniero e la sua anima che cerca – giustamente – di fuggire tra gli spiragli dei camminamenti e del filo spinato. Ma lo “Stato sociale” pretende il suo prezzo dal capitale e dagli individui che si fanno avvolgere nelle soluzioni illusorie (dall’impiego al catasto, agli spazi autogestiti, alla TV), lo stesso accadrebbe per il movimento specifico.

Ricordate la vecchia e miserabile prospettiva delle piccole attività autogestite: tipo artigianato dei ninnoli, del cuoio, delle cianfrusaglie orientali, del misticismo in paccottiglia? Ecco, qualcosa del genere. Lo Stato che ricava un notevole utile (in termini di produzione di pace sociale) dalla definitiva resa del movimento specifico, perché mai non dovrebbe farsi carico di finanziare iniziative del genere? Dopo tutto collocare in modo sicuro (o quasi) un pentito, rifargli la faccia e un’identità, dargli una pensione, costa fior di miliardi, perché mai non si dovrebbe trovare un parlamentare (o cento?) disposto a una proposta di legge del genere?

Che in fondo all’animo di molti ultra-terribilisti si nascondesse il mite sentimento accumulativo del bottegaio?

Ma allo Stato non si chiede denaro, quanto una garanzia. La delimitazione di uno spazio all’interno del quale ridare vita al movimento su altre progettualità.

Questo spazio, però, a ben guardare, non è molto simile alla prigione? Non sarebbero fantasmi senza nome e senza identità quelli che si aggirerebbero in preda ai problemi della sopravvivenza nell’universo dei ninnoli, delle borse di cuoio e dei samovar fabbricati a Gallarate?

Decisamente no. Loro hanno un’idea molto più ampia di questo ghetto. Non si tratta di un nuovo tipo di imprenditorialità commerciale, quanto di un’autogestione politica di spazi dove rendere possibile la crescita quantitativa del movimento specifico o il raccordo col movimento reale. Una ramificazione infrastrutturale sottile e ingegnosa da somigliare a quelle reti dentro cui si cuociono i cotechini modenesi.

Ovviamente tutto ciò dovrebbe ricalcare l’anima del partito. Niente di pericoloso, beninteso, altrimenti il committente finirebbe veramente per adirarsi. Un giochino semplice e leale, una specie di nuovo tipo di ossimoro: diciamo una verticalizzazione dell’orizzontale.

Ma contrattando questo spazio di miseria e di sopravvivenza, cosa ne sarebbe degli altri? Di coloro che non sono d’accordo? E degli altri che sono ancora più lontani ma sempre sulla stessa barca dei proletari? E dei cosiddetti detenuti comuni?

L’anima interclassista dell’iper-classismo

La centralità di qualcosa è per loro indispensabile. Ieri la classe operaia. Oggi se stessi. Non come classe, ovviamente, ma come interlocutori privilegiati dello Stato, per mettere a tacere ogni residuo di contraddizione rivoluzionaria, per un’intesa extratutto, sospesa nel vuoto dell’interclassismo.

In fondo anche quando erano iper-classisti avevano un’anima interclassista. Il centro era guida, elemento di coagulazione. All’infinito si poteva ipotizzare un progressivo passaggio all’assommazione di classe alla crescita quantitativa senza limiti. Giù, giù fino a un ristretto nucleo di refrattari all’aggregazione, definiti – di già a priori – controrivoluzionari. Certo, la violenza era elemento discriminatorio, ma accidentale, strumento pedagogico, mezzo di comunicazione. Fattisi comprendere, le cose potevano andare a posto da sole. Una buona scrollata e via. Il colpo al cuore dello Stato.

La lotta di classe è stata vista da loro sempre come un progetto di media gittata, qualcosa da risolversi tra una campagna d’autunno e una di primavera. In ciò stava il loro interclassismo. Il non poter capire bene le innumerevoli e sottili contraddizioni del classismo reale, della guerra sociale. I mille rivoli in cui si scompone il fronte di classe. L’impossibilità di collocare da una parte i buoni e dall’altra i cattivi.

Era l’eredità del semplificazionismo terzo-internazionalista. Adesso è lo stesso processo che viene ribaltato per mantenere intatta la fede nel metodo politico. Le sfumature vengono rilevate nell’astratto, nel mondo delle contrattazioni col potere, nel neo-riformismo delle comunità autogestite uscite non dalla lotta ma dal compromesso. In questo senso sono tutti altamente penetranti, scoprono nessi e indugiano su rapporti che nessun altro potrebbe scoprire. Nel senso corretto, dell’approfondimento rivoluzionario, sono grossolani e superficiali. Ripetono sempre la stessa cosa: la sconfitta e la resa, la fuga e l’ineluttabilità del dichiararsi vinti.

Sono fabiani vecchia maniera, nemmeno ammodernati nel linguaggio. Neo-socialisti del contratto sociale non hanno nemmeno l’aspetto degli angeli caduti dal cielo. In quel senso non hanno mai fatto un tentativo, il loro volo e stato sempre goffo e senza orizzonte. Un vano saltabeccare tra le occasioni mancate.

L’impraticabile strada dell’innocenza

Almeno su di una cosa siamo d’accordo: non è possibile dichiararsi innocenti. Non lo è tecnicamente, non lo è da un punto di vista rivoluzionario.

Escludendo i casi limitati in cui viene contestato un fatto preciso, che risulta possibile dimostrare infondato al di là di ogni dubbio, nella gran parte dei casi l’innocentismo conduce alla dissociazione dagli altri compagni, alla miseria del dichiararsi altrove.

Ed è palmare la meschinità in cui è caduto chi ha fatto ricorso a questo tentativo di estraniazione: il rifiuto non tanto delle proprie responsabilità, quanto del proprio percorso rivoluzionario, delle proprie idee. Braccia al cielo nel simbolo della gioia liberatoria, oppure nel segno della resa incondizionata?

La pena per queste miserie si accresce nel vedere con quanto puntiglio chi ha fatto dell’innocenza totale un passaporto per superare le mura del carcere, si affanna a dimostrare l’indimostrabile. A quali giri di giustificazioni e di verbosità si affida.

E poi, anche dal più profondo della miseria di una simile posizione non è detto che il risultato sia garantito. Un percorso di individuale negazione di qualsiasi rapporto non convince nemmeno il più superficiale degli inquisitori.

E poi noi siamo responsabili, tutti, del nostro sogno di scalata al cielo. Non possiamo adesso trasformarci in nani quando abbiamo sognato, gomito a gomito, sentendo ognuno battere il cuore dell’altro, di attaccare e sconfiggere gli dèi. È questo sogno che fa paura al potere. Negarlo è negare la comunità di sentimenti dolcissimi che ci legava quando decidemmo la scalata, anche lontani tra di noi, anche a noi stessi sconosciuti, anche – al limite – con forti preclusioni critiche. Negarlo è semplicemente vile.

Per un’altra strada l’innocentismo è riconoscimento dello Stato, contrattualismo allo stesso modo di chi cerca una strada per l’amnistia dei prigionieri politici. Il sé innocente è colpevolizzazione dell’altro, il principio che si era altrimenti, non che questo fatto o quello non si è realizzato nel modo che l’inquirente pretende imporre, ma semplicemente estraneità e abiura.

Nessuno può essere neutrale, tutti siamo colpevoli della gestione e della elaborazione di quel clima che allora ci entusiasmò e ci travolse. Anche i più critici fra noi non possono accampare pretese di innocentismo costituzionale. È proprio quel clima che è colpevole per lo Stato. E questo lo dobbiamo rivendicare. Le nostre lotte contro la repressione, contro le carceri, contro lo sfruttamento non ce le siamo sognate. Il potere lo sa. I suoi sbirri ci conoscono perfettamente. È questa la grande accusa che ci accomuna tutti.

E poi significa riconoscimento del meccanismo repressivo: il tribunale in primo luogo. Va bene che il vecchio processo rivendicativo è stato messo da parte, e, per altro, apparteneva all’armamentario della prospettiva militarista della lotta armata. Ma da ciò ad ammettere la legittimità della giustizia che si amministra nei tribunali il passo è notevole.

Lo scontro giudiziario

Lo Stato non ha mai avuto credibilità legale. I canoni della sua legittimità sono quelli ricavabili dalla forza. In questo senso la realtà dei tribunali è una ridicola farsa che non ci dovrebbe interessare. L’equilibrio delle forze – se ne siamo capaci – si ricostituisce altrove. Nel movimento reale. In caso contrario qualsiasi discorso è perdente fin dall’inizio.

Ci sono ovviamente i casi limite, in cui è possibile dimostrare fatti precisi di estraneità. Questi vanno sfruttati fino in fondo, obbligando il potere al rispetto delle proprie regole e denunciandone le inosservanze. Spesso il sistema funziona, altrettanto spesso non funziona. Comunque vale la pena di tentare.

Poi c’è la propaganda generica, diretta a dimostrare l’incredibile contraddizione che si può cogliere tra dettato della legge e applicazione repressiva e inquisitoriale. Anche questo giova. Il borghese progressista si sente gonfiare le vene del collo quando si accorge di una cosa del genere. Il chiasso, in questa materia, non fa mai male.

Ma non dobbiamo illuderci anche fra di noi. Sappiamo perfettamente che tanto le regole della legge, quanto lo stesso adirarsi del benpensante radicale, sono fatti relativi. La giustizia è sempre gestita dalle mani del più forte.

I cosiddetti pentiti

Lo Stato si è messo d’accordo con un pugno di poveri guitti del mitra trovatisi per caso in un gruppo di fuoco costituito da compagni. Mali del reclutamento indiscriminato? Difetti del mito del quantitativo? Distorsioni della logica militare? Miserie dell’uomo? Che cosa importa precisare. Al momento opportuno faremo i conti con questa gente.

Per il momento bisogna capire che lo Stato non è venuto meno a nessun principio legale mettendosi d’accordo con i pentiti, contrattando ergastoli contro le vite dei compagni. È una cosa più che normale. Per chi non lo sapesse tutti gli Stati hanno un apposito organismo costituito da spie (il servizio segreto) e all’occorrenza ogni buon poliziotto è un’ottima spia. Il fatto che adesso il numero di questa brava gente sia cresciuto non deve destare meraviglia.

La meraviglia viene da chi s’illude che esista uno “Stato di diritto”, controparte ideale per la mercanzia che si vuole vendere. Sono proprio loro quelli che strillano di più per il fatto che lo Stato mette fuori i pentiti, i quali hanno confessato omicidi a decine, e tiene dentro i compagni che non hanno confessato nulla. Ma perché si meravigliano? Per il semplice fatto che è quanto meno imbarazzante pensare di mettersi d’accordo con chi non rispetta nemmeno le sue stesse regole. Cosa succederebbe se dopo i tentativi neo-contrattualisti e le promesse più o meno legalizzate, non si rispettassero i patti?

La cosa esilarante di ogni contratto è il suo aspetto sinallagmatico. Occorre essere in due perché si possa parlare di accordo contrattuale. Ma occorre anche che nessuno dei due sia un baro di professione.

Si risponderà che però lo Stato ha rispettato i patti con i pentiti. Sì, ma non ha rispettato le sue stesse leggi in base alle quali un gatto è un gatto e non può mai diventare un coniglio. Ma le leggi si cambiano. Lo stesso per i contratti.

Lo Stato rispetterà gli accordi con questi nuovi imprenditori dell’autoghettizzazione sociale solo se questi accordi corrisponderanno ad un effettivo abbassarsi del livello dello scontro. La nuova infrastruttura che si profila dovrà produrre pace sociale. Pensate a come assolve oggi ad un lavoro del genere chi ieri marciava in prima fila nei cortei e realizzava le azioni più avanzate (da un certo punto di vista). Pensate a cosa dicono e fanno oggi alcuni personaggi che ieri teorizzavano la violenza liberatoria del proletariato. Siedono nel più osceno degli scanni, mummie accanto ad altre mummie, parlandosi addosso di pace come altri parlano di guerra. Costoro sono utilissimi allo Stato. Ma lo sono alla rivoluzione? Certamente no.

Attenzione compagni. Il pentitismo ha molte strade. Alcune palesemente ributtanti, altre più tollerabili, agghindate con l’aspetto del riformismo salutare, piene di parole senza significato, capaci solo di mettere una foglia di fico davanti alla propria vergogna.

Almeno i pentiti veri e propri, coloro che hanno venduto in blocco decine di compagni, sanno quello che si aspettano: oggi una falsa libertà, un passaporto altrettanto falso, una falsa identità; domani una palla nel centro della fronte. I neo-contrattualisti non sanno che cosa li aspetta: né sul fronte dei rapporti con lo Stato né su quello dei rapporti coi compagni.

Dissociarsi da chi e da cosa?

Desistere ha un senso quando c’è un progetto in corso di realizzazione. Si può essere più o meno d’accordo con questo progetto. Si può vedere nell’andamento delle cose un fatto ben diverso da quello che inizialmente ci aveva spinto all’azione. E in questo contesto si desiste e ci si dispone alla critica. Si approfondiscono i motivi del dissenso. Ci si misura con i compagni nella realtà delle prospettive rivoluzionarie, si operano delle scelte.

Ma quando è lo Stato che ti invita a desistere, che ti offre un lauto premio per la tua desistenza, allora il discorso è diverso. Non ti si chiede una critica, ti si chiede un’abiura. Non c’è nulla da cui prendere le distanze, anche perché sul piano operativo non c’è nulla di consequenziale al progetto del partito armato. Ci potrebbero essere sviluppi futuri in senso diverso, nella costruibilità del modello libertario di scontro armato. Ed è in questa prospettiva che ti si invita alla desistenza.

Ecco la pericolosità e la gravità della richiesta. Molti compagni pensano che sia follia l’irriducibilità modellistica di un arroccamento acritico su posizioni che la realtà ha dimostrato fuori del tempo. E questo loro pensiero è giusto e ragionevole. Ma non riflettono che la desistenza la si chiede sul piano dei possibili sbocchi futuri e non sul piano dell’attuale blocco di un modo di concepire lo scontro di classe.

Non si può quindi rivendicare un comportamento autonomo nella desistenza. L’unica prospettiva è la critica. Non ha importanza se questa trova premio o indifferenza da parte dell’organo statale, come non ha importanza se viene accomunata con una irriducibilità che non ha più fondamento rivoluzionario per quanto abbia chiarezza morale.

Un progetto inesistente pertanto non ammette dissociazione o desistenza. Possiamo solo sviluppare un altro progetto, critico nei confronti del primo e propositivo in se stesso. Ma questo sviluppo non può partire da una estraniazione che ha come committente lo Stato, deve partire da un’analisi dell’attuale livello dello scontro di classe. La solidarietà rivoluzionaria è senz’altro fatto di grande momento morale, ma non può costituire una base di progettualità per lo sviluppo futuro del movimento specifico. D’altro canto nemmeno la desolidarizzazione.

Non è questione di distanza. È questione di percorso. Noi andiamo verso lo scontro di classe. Nell’altro senso c’è gente che se ne allontana. Chi vuole continuare la lotta deve crescere. Per prima cosa criticamente. Deve quindi isolare l’irriducibilità come meccanismo perverso di una riproduzione dell’inesistente. Deve però isolare anche il neo-contrattualismo, come meccanismo altrettanto perverso di svendita e di rassegnazione. Ambedue queste strade non producono liberazione, ambedue conducono a Roma.

Rivendichiamo le nostre lotte di anarchici

In epoca di saldi e di svendite riconfermiamo la nostra lotta per la liberazione totale, ora e subito. Per questo abbiamo sostenuto anche quell’iperbolico progetto che dichiarava a priori di non intendere la liberazione nel nostro stesso significato. Perché era possibile un errore di percorso, uno svisamento in senso negativo per loro e positivo per noi. Questo svisamento non c’è stato, ma non ne siamo stati noi i becchini forieri di sventura. Altri hanno intessuto facili anatemi a priori, facili critiche nei confronti di fucili di latta. Noi avevamo visto bene. L’errore non era nell’inadeguatezza dei mezzi, ma nell’impossibilità del metodo.

E la critica l’abbiamo portato fin dentro il progetto organizzativo. Non fermandoci alle parole, come montaggisti della penna che producono analisi come la Fiat produce automobili. Dal di dentro, l’errore degli altri ha fatto anche balenare luci impietose sui nostri errori, e abbiamo anche avuto momenti di sospensione, di amor proprio, di spirito di bandiera, di difesa del principio. Ma era ben poca cosa di fronte alla protervia che dilagava da una parte e la patetica acquiescenza che si trasformava in facile e superficiale critica dall’altra.

È tempo adesso di intraprendere altre strade. Chi ha chiesto la messa tra parentesi per conto suo, senza per altro avere il coraggio di dettarla come atteggiamento condivisibile dai molti, resti accucciato accanto al fuoco. Noi insistiamo nell’uscire fuori, tra la nebbia e il freddo. Fuori dove non è mai possibile dire con certezza ciò che bisogna fare e verso dove bisogna andare.

...e l’uso della violenza organizzata contro gli sfruttatori di ogni tipo

In epoche come la presente, quando gli uccelli volano bassi, sono pochi coloro che continuano a pensare alla rivoluzione come ad una cosa possibile. È sempre facile trovare qualche anima eletta che “parla” di rivoluzione, ben pochi però cercano di fare concretamente qualcosa nel senso giusto.

Finché si fanno chiacchiere si è più o meno tutti d’accordo. Quando poi si tratta di passare all’azione, anche minimale, periferica, microscopica, allora cominciano i distinguo. Bisogna aspettare che succeda sempre qualcosa d’altro. Che da qualche parte arrivi il segno della maturità dei tempi. E ansiosamente si interrogano i cieli e si aprono le pance degli uccelli, ma gli àuguri non si pronunciano mai.

Riconfermiamo qui la nostra ottusa convinzione che l’uso della violenza organizzata contro gli sfruttatori, anche quando assume l’aspetto dell’azione minoritaria e circoscritta, è strumento indispensabile della lotta anarchica contro lo sfruttamento.

Il nostro concetto di giustizia proletaria

Anche in questo senso, nel prevalere dell’atteggiamento critico o scettico, di riflesso dalla constatazione amara (ma per chi?) che non esiste “giustizia” tra le grinfie dello Stato, si è arrivati alla conclusione che non esiste, e non abbiamo interesse che esista, una giustizia proletaria.

Anche qui non siamo d’accordo. Riteniamo che sia giusto ricordarsi degli sfruttatori e dei loro tirapiedi. Ricordarsi per quando verrà il momento opportuno, quando sarà possibile discutere in termini di distruzione della giustizia borghese e di costruzione della giustizia proletaria. Non per fare rinascere modificate le vecchie aule di tribunale e installare nuovi giudici, nuove carceri e nuovi pubblici ministeri, ma semplicemente per giustiziare i responsabili. E giustiziare significa qui, appunto, tirare loro semplicemente una palla tra gli occhi.

Se qualche animuccia candida trova eccessivo questo programma cerchi per tempo di tirare fuori le zampe dall’acqua, potrebbe prendere un raffreddore. Diciamo queste cose oggi, in tempi anch’essi – per un altro verso – non sospetti, non per volere figurare nell’albo di quegli estremisti che riescono a dire la cosa più avanzata, quanto perché siamo fermamente convinti della necessità di un procedimento del genere.

Quando si risvegliò la rivoluzione del 1917 in Russia i compagni anarchici organizzarono la sistematica fucilazione di tutti i capistazione della linea Pietroburgo-Mosca perché responsabili delle denuncie del 1905 che avevano portato in galera migliaia di ferrovieri anarchici. Quei compagni non volevano applicare nessuna teoria pedagogica, non volevano insegnare niente agli altri capistazione o alla gente in generale, nemmeno volevano vestire le immonde tonache dei giudici di una presunta corte di giustizia proletaria: avevano solo lo scopo modesto e circoscritto di fucilare sul posto tutti i capistazione responsabili delle denuncie. Nulla di più, nulla di meno.

Questo intendiamo per giustizia proletaria.

...e il diritto di ricordarci dei traditori

Anche questo. Nessuno che poi venga su con qualche storia contorta con le giustificazioni di un certo comportamento dettato dalla necessità. Non si sa bene perché ma tra di noi c’è sempre qualche teorico dell’etica che avanza dubbi in merito al diritto di far fuori i traditori. E la discussione comincia sempre con le solite ciance sulla pena di morte.

Ci si chiede ora, molto spesso, se gli Stati hanno il diritto di condannare a morte un individuo che secondo loro è responsabile di determinati delitti. E ci battiamo contro la pena di morte. Lotta giustissima che intende limitare l’azione repressiva degli Stati. Ma ciò non significa che uno Stato che ha abolito la pena di morte sia uno “Stato di diritto”. Non esiste uno Stato del genere. È fantasia giuridica e nulla più. Esistono Stati che pongono un diverso equilibrio di forze, quale ad esempio quello cosiddetto democratico, e all’interno di questo equilibrio non trovano spazio per la pena di morte. Certe volte questo spazio siamo noi stessi a ridurlo con le nostre lotte garantiste e riformiste, ed è bene che sia così perché rintuzziamo velleità dittatoriali e repressive. Ma ciò non sposta di un millimetro il fatto che lo Stato fonda le sue leggi sulla forza e non sul diritto.

Al momento opportuno, nel corso della rivoluzione, e anche ai primi accenni di essa, non intenderemo sostituire la nostra forza a quella dello Stato e quindi costituire un organismo di contropotere che imponga la propria visione del diritto per giustiziare i traditori. Vogliamo soltanto realizzare questo processo di giustizia proletaria senza che a giustificarlo venga sviluppata una teoria del diritto rivoluzionario. Non ne avremo bisogno. A parlare chiaro saranno i fatti commessi da questa gente, non le leggi a priori che noi ci daremo per colpire in generale fatti simili. Queste leggi non le faremo noi (noi non faremo leggi e basta), queste leggi sono nel cuore degli uomini da millenni, ed in essa si legge che i traditori vanno eliminati.

...nei nostri errori non c’era l’asfissia della certezza

Non li abbiamo commessi in “buona fede”. Non sappiamo cosa sia la buona fede. Li abbiamo commessi sapendo di commetterli ma ritenendo opportuno, ad un certo momento, scegliere piuttosto un errore che una verità fondata solo sulla critica a priori.

Tutti gli anarchici conoscono per antica esperienza l’errore tragico del partito e della concezione leninista. Ma la nostra critica, davanti all’emergere concreto di esperienze di questo tipo, non è mai stata condotta nell’astrattezza dei princìpi. Abbiamo preferito condurla nella concretezza delle azioni, nella difficoltà stessa dell’organizzazione specifica, nel pieno delle contraddizioni del fare. E in questo territorio battuto dai venti abbiamo incontrato compagni di grande coraggio, di grande cuore, capaci di affrontare la lotta con serenità anche quando gli esiti erano più che incerti e i mezzi a disposizione più che dubbi. E questo perché si aveva fede negli altri compagni, nella possibilità che un errore di percorso si trasformasse improvvisamente in una critica di fatto, capace di sconvolgere piani e dottrine, di scuotere mummie e programmi. Non è stato così. Ma sarebbe forse stato diverso se anche noi avessimo indossato l’abito arcigno del censore politico? Se anche noi avessimo sviluppato una critica dell’efficientismo e del dottrinarismo?

...le nostre tesi sulla creatività, sulla sovversione, sulla gioia

Eppure anche nell’indicazione della bontà della direzione abbiamo per tempo, molto per tempo, sviluppato critiche e progetti ben diversi. Abbiamo fatto notare come la gioia non si trovava in fondo a quello che facevano e nemmeno in fondo ad altre attività che di riflesso, nel clima generale, finivano per essere fortemente condizionate nel senso da loro imposto alla lotta. E non trovandosi la gioia veniva – per noi – a mancare il fondamento primo della lotta stessa, la creatività del nostro intervento, la sostanza sovversiva del progetto di cui eravamo portatori.

Anche dentro limiti macroscopici questi elementi ci dovevano essere nel nostro lavoro rivoluzionario, in caso contrario si era obbligati ad accettare quello che facevamo solo per il buon motivo che eravamo noi a farlo. La cosa non poteva funzionare. E non ha funzionato.

In questo senso, nell’esperienza dei limiti passati, ci apprestiamo a ricominciare da capo.

Non esiste soluzione separata

Più riflettiamo sulle condizioni passate dello scontro, più vediamo in che modo la situazione attuale sia il prodotto degli errori del passato e si presenti come possibile apertura solo a condizione di potere includere una critica operativa, più ci accorgiamo che non c’è soluzione separata del problema dei compagni in carcere.

Accettando un mercanteggiamento, così come proposto dai neo-contrattualisti (amnistia, un pacchetto fisso di anni di prigione uguale per tutti, un periodo di lavoro sociale all’estero, ecc.), bisognerebbe pagare mettendo nella bilancia tutto il proprio passato.

Ciò significherebbe rifiuto della rivoluzione, rifiuto dell’anarchia, rifiuto della propria identità di donna e di uomo, rifiuto del proprio futuro.

L’unica soluzione è quindi la continuazione della lotta. In modo critico, certamente, con obiettivi diversi e metodi adeguati alla situazione attuale, ma continuazione della lotta.

Il carcere in tutti gli interventi: momento qualificante dello scontro

Lo spezzarsi della settorialità deve corrispondere alla propositività dei temi di lotta, altrimenti diventa banale formula metodologica. Se ci limitiamo ad “informare” la gente su quanto è cattivo il potere, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio e siamo quindi immediatamente portati a graduare le peggiori malefatte, allo scopo di apparire più specifici e quindi più incisivi.

Se parliamo del nucleare alla gente possiamo certamente farci entrare il problema dei compagni in carcere, ma non sempre lo facciamo: prospettiamo morte e distruzione, contagi atomici, fine della vita sulla terra, guerra e conflitto apocalittico. La gente resta più impressionata e noi ci lasciamo affascinare dal fatto che riusciamo a impressionare la gente.

La controinformazione ha come destino suo proprio di risultare sempre settorializzata. Oggi questo, domani quello. Alla fine si diventa specialisti in antimilitarismo, in problemi del mondo del lavoro, in problemi del carcere, in femminismo, in movimento di lotta per la casa, ecc.

Dobbiamo quindi avere due ordini di chiarezza: a) non è possibile una controinformazione onnicomprensiva; b) non possiamo affastellare i diversi problemi o finiremo per non farci capire dalla gente.

Però c’è anche un altro modo di vedere le cose. Centrando un problema (poniamo quello del quartiere, ad esempio) e collegandoci attorno i problemi che sono più vicini. Ci si accorgerà allora che pur non volendo fare, di volta in volta, un trattato sull’argomento, riusciamo a fare entrare anche il problema dei compagni in carcere. Però solo a condizione di non fermarci alla semplice controinformazione. Se ci limitiamo a questo primo stadio di intervento rivoluzionario, il problema del carcere risulterà calato dall’esterno nella realtà in cui ci troviamo ad intervenire.

Impostiamo invece il discorso con un progetto diverso. Passiamo dalla semplice fase controinformativa ad una seconda fase, che possiamo definire di coinvolgimento. Proponiamo strutture organizzative che si occupino di un problema specifico (torniamo all’esempio del quartiere) e che consentano l’inserimento del problema del carcere e dei compagni in carcere.

Stabiliamo un rapporto tra queste strutture organizzative (esterne al movimento specifico) e il movimento specifico stesso. Dalla risposta in termini operativi che questo rapporto ci darà avremo un’immagine abbastanza chiara dello stato del movimento reale. Su questa immagine possiamo costruire i nostri interventi come movimento specifico (all’esterno ed anche indipendentemente dalle strutture organizzative di coinvolgimento) e in questa fase essere molto dettagliati sul problema dei compagni in carcere.

Eliminazione delle leggi speciali, del regime differenziato, delle carceri speciali, dell’art. 90. Riduzione della carcerazione preventiva. Abolizione dell’ergastolo, delle lunghe pene, dei processi speciali, dei trattamenti speciali. Questo ovviamente per tutti e non solo per i compagni.

Questo raggio di lotte deve cercare di coinvolgere la gente e deve avere anche una sua autonomia d’azione. Dal modo in cui la gente si coinvolgerà e dal modo in cui si armonizzerà l’autonomia d’azione con quello che si riuscirà a fare fuori del movimento specifico, si misureranno i risultati. Solo su questi si potrà imporre una soluzione al problema dei compagni in carcere.

Non dimentichiamo che la nostra strada porta molto lontano da quanti oggi si accingono a collaborare. La strada del potere invece gira sempre nelle vicinanze.

Siamo tutti nel mirino del fucile repressivo. Dobbiamo sviluppare la nostra lotta. Se non ne saremo capaci ci distruggeranno tutti: in carcere e fuori del carcere.

Con l’alzarsi dello scontro, con l’allargarsi degli obiettivi la repressione colpirà ancora. Nessuno sta qui garantendo una strada senza pericoli per uscire dal carcere. Tutti noi quando siamo entrati in galera ci siamo entrati perché convinti della validità della nostra azione rivoluzionaria, non per un accidente del destino. Certo, oggettivamente è sempre stato un caso, l’iniziativa di uno sbirro, qualcosa che non è andata bene, un’interpretazione repressiva di un fatto in sé più che legittimo. Ma il vero motivo della nostra carcerazione è stato sempre il nostro essere anarchici, la nostra fede nella rivoluzione. La galera per un anarchico è una componente ineliminabile della sua attività rivoluzionaria.

Il nostro problema di oggi, problema centrale, è quello di fare uscire i compagni. Possiamo risolvere questo gravissimo problema solo intensificando le lotte, in tutti i diversi settori d’intervento, e legando queste lotte ad una prospettiva reale di sviluppo insurrezionale, non limitandoci a platonici dissensi o a belle dichiarazioni di libertà per tutti, che servono solo a tacitare la nostra coscienza, per poi dirci subito non d’accordo con chi vuole fare qualcosa di concreto.

Solo in questo modo potremo obbligare lo Stato a risolvere quello che diventerà un (suo) problema dei (nostri) compagni in galera. Finché questo resterà solo un nostro problema non lo risolveremo che arrendendoci e consegnando nelle mani della repressione tutto il nostro futuro.

Non crediamo possano esistere dubbi sulla strada da prendere.