Nota introduttiva

  I tre impostori:
Mosè – Gesù Cristo – Maometto

    Capitolo primo. Considerazioni su Dio

      I

      II

      III

      IV

      V

    Capitolo secondo. Le ragioni che hanno indotto gli uomini a immaginarsi un Essere invisibile che si chiama comunemente Dio

      I

      II

      III

      IV

      V

      VI

      VII

      VIII

      IX

      X

      XI

    Capitolo terzo Che cosa significa la parola religione. Come e perché ne sono state introdotte tante nel mondo

      I

      II

      III

      IV

      V

      VI

      VII

      VIII

      IX

      X Mosè

      XI

      XII Gesù Cristo

      XIII La politica di Gesù Cristo

      XIV

      XV

      XVI

      XVII

      XVIII

      XIX

      XX

      XXI

      XXII Maometto

      XXIII

    Capitolo quarto. Verità sensibili ed evidenti

      I

      II

      III

      IV

      V

      VI

    Capitolo quinto. L’anima

      I

      II

      III

      IV

      V

      VI

      VII

    Capitolo sesto. Gli Spiriti che si chiamano Demoni

      I

      II

      III

      IV

      V

      VI

      VII

Nota introduttiva

D’Holbach no. Nemmeno Averroé, Pier delle Vigne, Poggio Bracciolini e Spinoza. Ma che importa? Come tutte le grandi sfide, questo piccolo libro, oltrepassa i confini di un solo uomo, sia pure filosofo o scienziato. E in epoca recente, anzi recentissima, su di esso si sono esercitati, improvvidamente, i denti di scienziati e filosofi, senza risultato alcuno.

Lo consegniamo così come sta, con lo stretto indispensabile di annotazioni, pochissime, e senza un apparato critico e storiografico che i secoli hanno fatto diventare tanto ingombrante quanto inutile.

Che il lettore provveda da solo a trovare spunti di riflessione sulla stupidaggine umana e sulla fantasia di mistagoghi vari che l’hanno alimentata. Fare pulizia nella propria mente, fugando i fantasmi e la fuliggine di un passato quasi sempre odioso, è opera meritoria.


Trieste, 10 novembre 2011

Alfredo M. Bonanno

I tre impostori:
Mosè – Gesù Cristo – Maometto

Capitolo primo. Considerazioni su Dio

I

Per quanto sia considerato importante da parte di tutti gli uomini il conoscere la verità, sono però molto pochi quelli che godono di questo privilegio. Alcuni uomini sono incapaci di ricercarla da soli, altri, invece, non vogliono neanche darsi la pena di farlo. Non bisogna quindi stupirsi se il mondo è pieno di opinioni vane e ridicole; e non c’è nulla di meglio, per sostenerle, che l’ignoranza.

L’ignoranza è dunque l’unica fonte delle idee false che si hanno della Divinità, dell’Anima, degli Spiriti e di quasi tutti gli altri concetti che compongono la religione.

L’abitudine è ormai prevalsa; ci si accontenta dei pregiudizi di nascita e ci si riferisce, per le cose più essenziali, a persone interessate che si fanno un dovere di sostenere caparbiamente opinioni, da tempo acquisite, che non osano distruggere per timore di distruggere se stessi.

II

Ciò che rende il male insanabile è che, dopo avere inventate le idee false che si hanno di Dio, non si trascura nulla per indurre la gente a crederci, senza permettere di discuterle; al contrario, si fomenta nella gente l’odio e la diffidenza verso i filosofi e verso gli autentici scienziati nel timore che la Ragione, che essi insegnano, non faccia loro conoscere gli errori nei quali sono immersi. I sostenitori di queste assurdità si sono così ben radicati che diventa pericoloso combatterli. È troppo importante, per questi impostori, che il popolo resti ignorante per permettere che qualcuno lo disinganni. Si è così costretti a dissimulare la verità, oppure a sacrificare se stessi alla rabbia dei falsi sapienti e delle anime basse ed interessate.

III

Se il popolo potesse comprendere in quale abisso l’ignoranza lo getta, scuoterebbe assai presto il giogo dei suoi protervi conduttori, perché è impossibile lasciare libera la mente senza che venga scoperta la verità. Questi impostori se ne rendono ben conto, tanto che per impedire gli effetti positivi che infallibilmente ne deriverebbero, hanno pensato di dipingerci come mostri incapaci di ispirare buoni pensieri e, sebbene essi biasimino, in generale, coloro che sono irragionevoli, in realtà sarebbero molto contrariati se la verità venisse appresa. Vediamo così cadere, senza sosta, questi nemici giurati del buon senso, in continue contraddizioni, tanto che riesce anche difficile capire che cosa essi pretendano. Se è vero che la giusta Ragione è la sola luce che l’uomo dovrebbe seguire, e se il popolo non è poi così incapace di ragionare come si vuole credere, bisogna che coloro che cercano di istruirlo si sforzino di correggere i suoi falsi ragionamenti e di distruggere i suoi pregiudizi; allora si vedranno i suoi occhi aprirsi, poco alla volta, e la sua mente convincersi di una verità sostanziale: che Dio non è affatto quello che comunemente si immagina.

IV

Per raggiungere lo scopo non c’è bisogno di elevate speculazioni né di penetrare a fondo nei segreti della natura. È solo necessario un po’ di buon senso per capire che Dio non è né collerico né geloso; che la giustizia e la misericordia sono solo delle false qualifiche che gli sono state attribuite. Ciò che i profeti e gli apostoli hanno detto di lui non ci insegna nulla della sua natura e della sua essenza.

In effetti, parlando senza peli sulla lingua e dicendo le cose come stanno, non si può fare a meno di convenire che questi “dottori” non erano né più intelligenti né meglio istruiti di tanti altri; ciò che essi dissero a proposito di Dio è così grossolano e volgare che bisogna proprio essere plebei per crederci. Benché la cosa sia di per se stessa assai evidente, vogliamo rincarare la dose prendendo atto di questa domanda: c’è qualche motivo per cui i profeti e gli apostoli avrebbero dovuto essere differenti dagli altri uomini?

V

Tutti sono d’accordo sul fatto che, per la loro nascita e le loro ordinarie funzioni vitali, essi non avevano nulla che li distinguesse dal resto degli uomini; anche loro furono generati da esseri umani, partoriti da donna e trascorsero la loro vita nello stesso modo che facciamo noi. Per quanto riguarda il loro spirito, si vuole che Dio abbia alimentato molto più quello dei profeti che non quello di altri uomini e che egli si manifestasse a loro in un modo molto particolare, secondo quanto si crede con tanta buona fede, come se la cosa fosse stata provata; a parte il fatto che tutti gli uomini si rassomigliano e che tutti hanno la medesima origine, si pretende che costoro avessero una tempra straordinaria, scelti dalla divinità per annunciare i suoi miracoli.

Ma a parte il fatto che essi non avevano più spirito di qualsiasi comune mortale, né un intelletto più perfetto, che cosa c’è nei loro scritti che ci possa obbligare a mantenere una opinione così alta di loro? La maggior parte delle cose che hanno detto è così oscura che non si capisce niente; l’ordine delle cose è poi così precario che è facile intuire che non si capivano neanche tra di loro e che erano solo degli ipocriti ignoranti. Ciò che ha dato luogo alla opinione, che si è avuta di loro, è stata la sfrontatezza che hanno manifestato nel vantarsi di ricevere direttamente da Dio tutto ciò che annunciavano al popolo; credenza assurda e ridicola avendo essi stessi confessato che Dio parlava loro solo in sogno.

Per l’uomo non c’è niente di più naturale dei sogni, di conseguenza bisogna che un uomo sia molto sfacciato, molto vano e molto stolto per sostenere che Dio gli parla per questa via, e bisogna che quello che gli presta fede sia molto credulone ed altrettanto pazzo per considerare dei sogni come oracoli divini. Supponiamo per un momento che Dio si facesse intendere da qualcuno per mezzo di sogni, o di visioni, o per qualsiasi altra via si voglia immaginare, nessuno è però obbligato a credere alla parola di un uomo soggetto sia all’errore che alla menzogna e all’impostura.

Con un po’ di attenzione ci accorgiamo pure, che ai tempi dell’antica Legge, non si aveva, comunque, per i profeti tanta stima quanta se ne ha oggi. Quando i nostri avi erano stanchi delle loro ciarle, che tendevano sovente a promuovere rivolte e stornare il popolo dall’obbedienza, li facevano tacere con diversi supplizi; lo stesso Gesù Cristo non riuscì a sfuggire al giusto castigo che si meritava; egli non aveva, come Mosè, un’armata al seguito per difendere le sue opinioni [1]. Si aggiunga ancora che i profeti erano talmente abituati a contraddirsi l’un l’altro che non si riuscì a trovarne, tra quattrocento, uno solo che ispirasse fiducia [2]. In più è certo che lo scopo delle loro profezie, come pure quello delle leggi dei più celebri legislatori, era di tramandare la loro memoria, facendo credere alla gente che essi conferivano con Dio. I più celebri politicanti hanno sempre usato tali mezzi, per quanto a volte, queste furberie non sono sempre riuscite a quelli che, imitando Mosè, non disponevano di adeguati mezzi di potere a loro garanzia.

Detto quanto sopra, esaminiamo un poco l’idea che i profeti hanno avuto di Dio. Se si deve credere a loro, Dio è un essere puramente corporale; Michea lo ha visto seduto; Daniele, vestito di bianco e con l’aspetto di un vegliardo; Ezechiele lo ha visto come un fuoco; tutto questo nel Vecchio Testamento. Quanto al Nuovo, i discepoli di Gesù Cristo si immaginavano di vederlo in forma di colomba, gli apostoli sotto quella di una lingua di fuoco e San Paolo, infine, come una luce che lo stordì e l’accecò.

Per ciò che riguarda la contraddittoria percezione dei suoi sentimenti, Samuele [3] credeva che Dio non si pentisse mai di ciò che aveva deciso; al contrario, Geremia [4] ci dice che Dio si pente delle decisioni che ha preso. Gioele [5] ci insegna che egli si pente solo del male che ha fatto agli uomini, mentre Geremia dice che di questo non si pente affatto. Il Genesi [6] ci insegna che l’uomo è la fonte del peccato e che dipende solo da lui fare il bene, mentre San Paolo [7] ci assicura che gli uomini non hanno alcun potere contro la concupiscenza, senza l’aiuto di una grazia di Dio del tutto particolare, ecc.

Tali sono le idee false e contraddittorie che, questi presunti ispirati, ci hanno dato di Dio e che si pretende che noi accettiamo, senza tenere conto che tali idee ci rappresentano la divinità come un essere sensibile, materiale e soggetto a tutte le umane passioni. Come se non bastasse, dopo quanto sopra, ci vengono anche a dire che Dio non ha niente in comune con la materia e che egli è per noi un essere incomprensibile. Mi piacerebbe molto sapere come tutto ciò può andare d’accordo, se sia giusto il credere a delle contraddizioni così palesi ed irragionevoli e se si deve, infine, tenere conto di testimonianze di uomini tanto rozzi da immaginare, nonostante i sermoni di Mosè, che un vitello fosse il loro Dio. Ma senza soffermarci alle fantasticherie di un popolo cresciuto nella servitù e nelle assurdità, diciamo che l’ignoranza ha favorito la credenza di tutte le imposture e di tutti gli errori che oggi regnano tra di noi.

Capitolo secondo. Le ragioni che hanno indotto gli uomini a immaginarsi un Essere invisibile che si chiama comunemente Dio

I

Quelli che non conoscono i princìpi della fisica hanno una paura naturale che deriva loro dalla inquietudine e dal dubbio di chi sono, se esiste un Essere o una forza che ha il potere di danneggiarli o di favorirli. Da ciò la tendenza che hanno a pensare a delle cause invisibili, che non sono che fantasmi della loro immaginazione e che invocano nei periodi avversi e lodano nei periodi di prosperità. Essi, alla fine, diventano degli dèi e questa paura chimerica delle potenze invisibili è la fonte delle religioni che ciascuno definisce a suo modo. Coloro ai quali importava che il popolo fosse represso e controllato con simili fantasticherie, hanno coltivato questo seme religioso, ne hanno fatto una legge e infine hanno costretto il popolo, con il terrore del futuro, ad obbedire ciecamente.

II

Avendo quindi scoperto la matrice degli dèi, gli uomini hanno creduto che fossero simili a loro e che facessero, come gli stessi uomini, qualsiasi cosa per conseguire determinati scopi. Così essi credono, unanimemente, che Dio non abbia fatto nulla che non fosse per l’uomo e, reciprocamente, che l’uomo è fatto solo per Dio. Questo pregiudizio è generale e quando si rifletta sulla influenza che deve necessariamente aver avuto sui costumi e sulle opinioni degli uomini, si vede chiaramente come questa sia stata l’occasione per formare false idee sul bene e sul male, sul merito e sul demerito, sull’onore e sul disonore, sull’ordine e l’anarchia, sul bello e sul deforme e su tante altre simili cose.

III

Dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che alla nascita gli uomini versano in una profonda ignoranza e che la sola cosa che a loro è naturale è quella di cercare ciò che torna utile e vantaggioso; da ciò deriva:

  1. che si crede sia sufficiente, per sentirsi liberi, di sentire in se stessi la capacità di volere e di ambire, senza darsi la minima pena di quali siano i motivi che predispongono a volere e ad ambire, perché non li conoscono affatto.

  2. siccome gli uomini non fanno nulla se non per un fine che essi preferiscono a qualsiasi altro, essi non hanno altro scopo che di conoscere le cause finali delle loro azioni e pensano che dopo quello non vi siano altri motivi di dubbio.

Siccome gli uomini trovano in se stessi, o al di fuori, parecchi modi per raggiungere gli scopi che si propongono, visto che hanno, per esempio, occhi per vedere, orecchie per sentire, un sole che li illumina, ecc., hanno concluso che tutto ciò che esiste in natura è stato fatto per loro e quindi ne possono godere e disporre; ma siccome sanno anche che non sono stati loro che hanno fatto tutte le cose che esistono, hanno creduto bene di immaginare un essere supremo come creatore del tutto o, in altre parole, hanno pensato che tutto ciò che esiste è opera di una o di più divinità.

D’altra parte la natura degli dèi, che gli uomini hanno concepito, è a loro sconosciuta; essi l’hanno stabilita da loro stessi, immaginando che tali dèi siano suscettibili delle stesse passioni umane; e siccome le inclinazioni degli uomini sono diverse, ciascuno ha reso alla sua divinità un culto secondo le sue passioni, allo scopo di attrarsi le sue benedizioni e far sì che tutta la natura sia asservita ai loro propri desideri.

IV

È in questo modo che il pregiudizio si è trasformato in superstizione; esso si è talmente radicato, che anche la gente più grossolana si è ritenuta capace di penetrare le cause finali, proprio come se ne avessero una completa conoscenza. Così, invece di comprendere che la natura non fa nulla senza uno scopo preciso, essi hanno creduto che Dio e la natura pensassero come fanno gli uomini. Avendo l’esperienza fatto conoscere che un numero infinito di calamità turbano la tranquillità della vita, come le tempeste, i terremoti, le malattie, la fame, la sete, ecc., tutti questi mali vennero attribuiti alla collera celeste, alla divinità irritata contro le offese degli uomini, e non è più stato possibile togliere dalla mente una simile chimera né liberarsi da questi pregiudizi malgrado che gli esempi quotidiani provino che il bene ed il male sono stati, in ogni tempo, comuni ai buoni ed ai malvagi. Questo errore deriva dal fatto che fu sempre più facile agli uomini convivere con la loro naturale ignoranza, piuttosto che abolire un pregiudizio maturato da secoli e sostituirlo con qualcosa di più verosimile.

V

Questo pregiudizio ha poi condotto gli uomini a concepirne un altro, che è quello di credere che gli atti di Dio siano incomprensibili e che, per tale ragione, la conoscenza della verità è al di sopra delle capacità dello spirito umano; un errore nel quale verseremmo ancora se i matematici, i fisici ed alcuni altri scienziati non l’avessero distrutto.

VI

Non c’è bisogno di lunghi discorsi per dimostrare che la natura non si propone alcun fine e che tutte le cause finali non sono che delle invenzioni umane. È sufficiente dimostrare che tale dottrina toglie a Dio le perfezioni che gli sono state attribuite. Questo è ciò che ci proponiamo di evidenziare. Se Dio persegue un fine, sia per se stesso o per qualche altro, allora vuol dire che egli desidera ciò che non ha e quindi bisogna convenire che siamo in una situazione di fatto in cui Dio non ha l’oggetto che persegue e che si augura di averlo; ciò significa pensare ad un Dio indigente. Ma per non dimenticare nulla di ciò che potrebbe sostenere il ragionamento di quelli che hanno un’opinione contraria, supponiamo, per esempio, che una pietra si stacchi da un edificio, cada sulla testa di una persona e l’ammazzi; bisogna pure, dicono i nostri ignoranti, che quella pietra sia caduta di proposito per ammazzare quella persona. Ora tutto questo è accaduto perché Dio lo ha voluto. Se si risponde loro che è stato il vento che ha causato la caduta, nel momento in cui il disgraziato passava, allora essi vi chiederanno perché egli passasse precisamente nel momento in cui il vento ha staccato la pietra. Rispondete che egli andava a cena, da uno dei suoi amici che lo aveva invitato; allora vorranno sapere perché quell’amico lo aveva invitato proprio in quel giorno piuttosto che un altro. Essi vi porranno così una infinità di domande bizzarre per risalire, di causa in causa, e farvi ammettere che solo la volontà di Dio, che è il rifugio degli ignoranti, è la causa prima della caduta di quella pietra.

Ancora: quando essi osservano la struttura di un corpo umano, cadono in ammirazione; e siccome ignorano le cause di quegli effetti che a loro sembrano così meravigliosi, allora concludono che si tratta di un effetto sovrannaturale, per il quale le cause che ci sono note non possono essere prese in considerazione. Da ciò ne deriva che chi vuole esaminare a fondo le opere della creazione e penetrare, da vero saggio, nelle cause naturali, senza piegarsi ai pregiudizi generati dall’ignoranza, passa per un empio e viene subito screditato dalla ipocrisia di quelli che la gente volgare riconosce come gli interpreti della natura e degli dèi.

Questi spiriti mercenari sanno molto bene che l’ignoranza, che mantiene il popolo nello stupore, è ciò che li fa sopravvivere e conserva il loro credito.

VII

Essendo dunque gli uomini imbevuti della ridicola opinione che tutto ciò che vedono sia stato fatto per loro, si sono fatti un punto di fede del riferire il tutto a se stessi e di giudicare le cose in base al profitto che ne ritraggono. È sopra di questo che essi hanno definito delle nozioni che servono a spiegare la natura delle cose, a giudicare del bene e del male, dell’ordine e del disordine, del caldo e del freddo, della bellezza e della bruttezza, ecc., che visti nella loro essenza non sono affatto ciò che essi immaginano; padroni di formare così le loro idee, si lusingano di essere liberi; si credono in diritto di decidere sull’elogio e sul biasimo, sul bene e sul male; hanno stabilito essere bene ciò che torna a loro profitto e ciò che riguarda il culto divino; al contrario, è male ciò che non conviene né all’uno né all’altro. Siccome poi gli ignoranti non sono capaci di giudicare nulla e non hanno nessuna idea delle cose, se non attraverso l’immaginazione, che essi scambiano per giudizio, allora sostengono che non si sa nulla della natura ed immaginano per il mondo un ordine del tutto particolare. Infine essi considerano le cose disposte bene o male, secondo la loro facilità o difficoltà di immaginazione, quando le percepiscono con i loro sensi; e siccome si arrestano volentieri a ciò che affatica di meno il cervello, si persuadono di essere ben preparati a preferire l’ordine piuttosto che la confusione, come se l’ordine non fosse altra cosa che un puro effetto dell’immaginazione umana. Così, dire che Dio ha fatto tutto in ordine, è come pretendere che egli abbia creato il mondo a favore della immaginazione umana e nella maniera più facile perché lo si potesse capire; oppure, ciò che in fondo è la stessa cosa, che si conoscono con certezza i rapporti e le finalità di tutto quello che esiste; asserzione troppo assurda per meritare di essere seriamente confutata.

VIII

Per quanto riguarda altri concetti, essi sono un effetto diretto della medesima immaginazione, non hanno nulla di realistico e non sono altro che differenti nozioni o modelli di cui l’immaginazione stessa è suscettibile; quando, per esempio, le reazioni che gli oggetti provocano sui nervi, per il tramite degli occhi, sono piacevoli ai sensi, si dice che questi oggetti sono belli. Gli odori sono buoni o cattivi, i sapori dolci o amari, ciò che si tocca duro o tenero, i suoni gradevoli o sgradevoli, a seconda di come gli odori, i sapori ed i suoni colpiscono o penetrano i sensi ed è sulla base di queste idee che si trova della gente che crede che Dio si compiace della melodia, tanto che altri hanno creduto che i movimenti celesti siano un armonioso concerto; questo mette in evidenza come ciascuno si persuade che le cose siano quelle che lui si immagina, o che il mondo sia puramente immaginario. Non è dunque per niente sorprendente che si trovino, a malapena, due uomini con la stessa opinione e che ce ne siano pure che si gloriano di dubitare di tutto; perché, per quanto gli uomini abbiano corpi simili e si assomiglino tutti sotto certi aspetti, essi, nondimeno, differiscono per molti altri riguardi; da ciò deriva che quello che ad uno sembra buono per un altro è cattivo, ciò che piace a questo dispiace a quell’altro. Perciò è facile concludere che i sentimenti differiscono solo in ragione della organizzazione e delle diversità delle coesistenze, che il ragionamento giova ben poco e che, alla fine, le nozioni delle cose del mondo sono un puro effetto della sola immaginazione.

IX

È dunque evidente che tutte le ragioni, di cui gli uomini comuni usano servirsi, allorché si azzardano a spiegare la natura, non possono fare altro che immaginare che non vi può essere nulla al di fuori di quello che sostengono; si danno dei nomi a queste idee, come se esse esistessero al di fuori di un cervello prevenuto; si dovrebbero chiamare non esseri ma pure chimere. A proposito degli argomenti basati su queste nozioni, non c’è niente di più facile che rifiutarli, per esempio: se è vero, diciamo, che l’universo sia stato un deflusso ed un seguito necessario della natura divina, da dove verrebbero le imperfezioni e le manchevolezze che si notano? Questa obbiezione si respinge senza fatica. Non è possibile giudicare della perfezione o della imperfezione di un essere fino a quando non se ne conosca l’essenza e la natura ed è uno strano abuso quello di credere che una cosa sia più o meno perfetta secondo che essa piaccia o dispiaccia, o che sia utile o nociva alla natura umana. Per tappare la bocca a quelli che chiedono perché Dio non ha creato tutti gli uomini buoni e felici è sufficiente dire che tutto è, necessariamente, ciò che è in quanto che nella natura non c’è niente di imperfetto, perché tutto deriva dalla necessarietà delle cose stesse.

X

Detto quanto sopra, se si domanda che cosa è Dio, io rispondo che questa parola ci rappresenta l’Essere Universale dal quale, per parlare come San Paolo, noi riceviamo la vita, il moto e l’essere. Questa definizione non ha nulla che sia indegna di Dio; perché se tutto è Dio, tutto proviene necessariamente dalla sua essenza e bisogna, assolutamente, che egli sia della stessa natura di ciò che contiene, poiché è incomprensibile che degli esseri, totalmente materiali, siano mantenuti e contenuti in un essere che materiale non è. Questa opinione non è per niente nuova; Tertulliano, uno degli uomini più saggi che i cristiani abbiano avuto, ha dichiarato, contro Apelle, che ciò che non è corpo non è nulla e, contro Praxeas, che ogni sostanza è corpo [8].

Questa dottrina, stranamente, non è stata condannata dai primi quattro concilii ecumenici generali [9].

XI

Queste idee sono chiare, semplici ed anche le sole che uno spirito buono possa formarsi su Dio. Tuttavia c’è poca gente che si accontenta di tale semplicità. La gente, grossolana ed abituata alle lusinghe dei sensi, richiede un Dio che assomigli ai re della terra. Questo fasto, questo splendore che li circonda, l’abbaglia talmente da nutrire la speranza di andare, dopo la morte, ad ingrossare il numero dei cortigiani celesti, per godere con loro degli stessi piaceri che si gustano alle corti dei re; come privare l’uomo della sola consolazione che gli impedisce di disperarsi per le miserie della vita? Si dice che è necessario un Dio giusto e vendicatore che punisca e ricompensi; si vuole un Dio suscettibile di tutte le passioni umane; gli si attribuiscono dei piedi, delle mani, degli occhi e delle orecchie e tuttavia non si vuole affatto che un Dio, così costituito, abbia qualcosa di materiale. Si dice che l’uomo è il suo capolavoro ed anche la sua immagine, ma non si vuole che la copia sia simile all’originale. Infine il Dio del popolo odierno è soggetto a molte più condizioni che il Giove degli antichi. Quello che c’è di più strano è che più queste nozioni si contraddicono ed urtano il buon senso, più la plebe le rispetta, in quanto crede, ostinatamente, a quello che i profeti hanno detto, sebbene questi visionari fossero, tra gli Ebrei, solo quello che erano gli auguri e gli indovini presso i pagani.

Si consulta la Bibbia come se Dio e la natura si esprimessero in un modo tutto particolare; quantunque questo libro non sia che un tessuto di frammenti cuciti insieme in tempi diversi, raccolti da diverse persone e pubblicati nella cerchia dei rabbini, che hanno deciso, secondo la loro fantasia, su ciò che doveva essere approvato o rifiutato, a seconda fosse conforme o in opposizione con la legge di Mosè. [10] Tale è la malizia e la stupidità degli uomini: essi passano la loro vita a cavillare e persistono nel rispettare un libro dove non c’è molto più ordine che nel Corano di Maometto; un libro, dico io, che nessuno capisce, tanto esso è oscuro e mal concepito; un libro che serve solo a fomentare i dissidi. Gli Ebrei ed i cristiani amano di più consultare questo testo indecifrabile piuttosto che ascoltare la legge naturale che Dio, vale a dire la Natura (in quanto essa è il principio di tutte le cose) ha scritto nel cuore degli uomini. Tutte le altre leggi non sono che finzioni umane e pure illusioni predisposte, non dai Demoni o dagli Spiriti malvagi, che esistono solo nella mente, ma dalla politica dei Principi e dei Preti. I primi hanno voluto, con quelle, dare più peso alla loro autorità, e gli altri hanno voluto arricchirsi con lo smercio di una infinità di chimere vendute a caro prezzo agli ignoranti.

Tutte le altre leggi che sono seguite a quella di Mosè, intendendo qui le leggi dei cristiani, sono appoggiate su questa Bibbia, della quale non si trova affatto l’originale, che contiene cose sovrannaturali ed impossibili, che parla di ricompense e di pene per le azioni buone e cattive, ma solo in un’altra vita, in modo che la furberia non sia scoperta in quanto nessuno è mai tornato indietro. Così il popolo, sempre in bilico tra la speranza e la paura, è obbligato nei suoi doveri dall’idea che Dio abbia fatto gli uomini per poi renderli eternamente felici o eternamente dannati. Questi concetti hanno dato luogo ad una infinità di religioni.

Capitolo terzo Che cosa significa la parola religione. Come e perché ne sono state introdotte tante nel mondo

I

Prima che il termine religione fosse stato introdotto nel mondo, si era unicamente obbligati a seguire la legge naturale, vale a dire conformarsi alla giusta ragione. Questo solo istituto costituiva il legame con il quale gli uomini erano uniti; e questo legame, semplice qual è, li univa in maniera tale che le divisioni erano rare. Ma dopo che la paura li indusse a sospettare che ci fossero degli dèi o delle potenze invisibili, essi costruirono degli altari per questi esseri immaginari e, scuotendo la potestà della natura e della ragione, si affidarono a vane cerimonie ed a un culto superstizioso per i vani fantasmi dell’immaginazione. È da questo che è derivato il termine Religione che ha prodotto tanto rumore nel mondo. Avendo gli uomini accettato delle potenze invisibili che avevano su di loro ogni potere, essi li adorarono per rabbonirli e, inoltre, si immaginarono che la natura fosse un essere subordinato a queste potenze.

Senza di loro, si immaginarono la natura come una massa inerte o come una schiava che agiva solo per ordine di tali potenze. Dopo che queste false idee ebbero spezzato il loro spirito, non ebbero più che disprezzo per la natura e solo rispetto per questi supposti esseri che nominarono loro dèi. Da questo è derivata l’ignoranza, nella quale tanta gente è caduta, ignoranza dalla quale i veri saggi avrebbero potuto salvarla, per quanto profondo fosse l’abisso, se il loro zelo non fosse stato fermato da quelli che conducevano tali ciechi e che vivevano solo in virtù delle loro menzogne.

Ma per quanto ci sia ben poca speranza di riuscire in questa impresa, non bisogna abbandonare il partito della verità ancorché questo fosse fatto solo per coloro che vogliono salvaguardarsi dai sintomi di questo male; è necessario che uno spirito generoso dica le cose come stanno. La verità, di qualsiasi natura essa sia, non può mai nuocere, al contrario dell’errore, che per quanto piccolo ed innocente possa apparire, può avere alla lunga effetti molto funesti.

II

La paura che ha generato gli dèi ha generato anche la religione e, dopo che gli uomini si sono messi in testa che ci sono degli angeli che sono la causa della loro buona o cattiva sorte, hanno rinunciato al buon senso ed alla ragione ed hanno preso le loro chimere per altrettante divinità, che avevano cura della loro condotta. Dopo quindi essersi forgiati degli dèi vollero anche sapere quale era la loro natura e si immaginarono che essi dovessero essere della stessa natura dell’anima; quell’anima che essi credevano somigliasse ai fantasmi che appaiono negli specchi o durante il sonno; credevano che i loro dèi fossero delle sostanze reali, ma così tenui e sottili, che per distinguerli dai corpi li chiamarono spiriti, seppure questi corpi e questi spiriti non fossero in effetti che una stessa cosa e non differissero, né di più né di meno, perché essere spirito o sostanza incorporea è una cosa incomprensibile. La ragione è che ogni spirito ha una immagine che gli è propria [11] e che è contenuta in qualche luogo, vale a dire che ha dei limiti e che, di conseguenza, è un corpo, per quanto sottile lo si possa immaginare [12].

III

Gli ignoranti (cioè la maggior parte degli uomini) avendo stabilito in questo modo la natura della sostanza dei loro dèi, cercarono poi di conoscere in quale modo, questi angeli invisibili, producessero i loro effetti; ma non ne poterono venire a capo a causa della loro stessa ignoranza, che li faceva credere nelle loro congetture. Giudicavano ciecamente dell’avvenire in base al passato, come se si potesse ragionevolmente concludere che, se una cosa è accaduta altre volte in una certa maniera accadrà costantemente, in un susseguirsi di eventi, nella stessa maniera; assurdo quando le circostanze e tutte le cause che hanno necessariamente influito sugli eventi, e le azioni umane che ne determinano la natura e l’attualità, sono diverse. Essi dunque esaminavano il passato e predicevano bene o male per il futuro, a seconda che la stessa impresa era, altre volte, riuscita bene o male.

Fu così che, avendo Formione battuto i Lacedemoni nella battaglia di Naupacte, gli Ateniesi, dopo la sua morte, elessero un altro generale che aveva lo stesso nome. Annibale, essendo stato sconfitto dalle armi di Scipione l’Africano, visto il positivo risultato, i Romani inviarono nella stessa provincia un altro Scipione contro Cesare. Tutto questo non riuscì né agli Ateniesi né ai Romani. Così molte nazioni, dopo due o tre esperienze, hanno legato la loro buona o cattiva sorte a determinati luoghi, oggetti o a certi nomi; altre nazioni si sono servite di certe parole per richiamare gli incantesimi, e le hanno credute tanto efficaci da poter immaginare di far parlare gli alberi, fare un uomo o un Dio con un pezzo di pane, o metamorfizzare tutto ciò che loro si paravano davanti.

IV

Essendo l’autorità delle potenze invisibili basata in tal modo, all’inizio gli uomini le riverirono come loro sovrani; vale a dire con atti di sottomissione e di rispetto, quali sono i doni, le preghiere, ecc.; ho detto all’inizio, perché la natura non insegna affatto ad usare sacrifici di sangue, in queste occasioni; questi sono stati istituiti dopo con l’apparizione dei Sacrificatori e dei Ministri destinati al servizio di questi dèi immaginari.

V

Il germe della religione (voglio dire la speranza e la paura), fecondato dalle passioni e dalle diverse opinioni degli uomini, ha prodotto un grande numero di bizzarre credenze che sono la causa della maggior parte dei mali e delle rivoluzioni avvenute nei diversi Stati. Gli onori ed i grandi redditi che sono stati attribuiti al sacerdozio, o ai ministri degli dèi, hanno lusingato l’ambizione e l’avarizia di questi uomini astuti che hanno saputo approfittare della stupidità delle loro genti; queste ultime sono cadute così bene nei loro tranelli che insensibilmente hanno acquisito l’abitudine di incensare le menzogne e odiare la verità.

VI

Stabilita la menzogna, gli ambiziosi, bramosi della dolce sensazione di elevarsi al di sopra dei loro simili, si sforzarono di darsi una reputazione, facendo credere di essere gli amici degli dèi invisibili che gli ignoranti temevano. Per meglio riuscirci ognuno se li dipinse a modo suo e si prese licenza di moltiplicarli, al punto che se ne trovavano ad ogni passo.

VII

La materia informe del mondo fu chiamata il Dio Caos. Si fece pure un Dio del cielo, della terra, del mare, del fuoco, dei venti e dei pianeti. Si concessero gli stessi onori alle donne ed agli uomini; gli uccelli, i rettili, il coccodrillo, il vitello, il cane, l’agnello, il serpente ed il porcello, in breve, tutte le categorie di animali e di piante furono adorate. Ogni fiume, ogni fonte portava il nome di un dio, ogni casa ebbe il suo, ogni uomo ebbe il suo genio.

Alla fine tutto fu pieno, sia sopra che sotto la terra, di dèi, di spiriti, di ombre e di demoni. Non restava più molto spazio, in qualsiasi possibile luogo, per immaginare altre divinità; si credette quindi di offendere il tempo, il giorno, la notte, la concordia, l’amore, la pace, la vittoria, la concentrazione mentale, la ruggine, l’onore, la virtù, la febbre e la salute; si credette, dico io, di fare oltraggio a tali divinità che si pensò sempre pronte a folgorare la testa degli uomini se non si fossero elevati, anche a loro, templi ed altari. In seguito si pensò di adorare i propri geni, che qualcuno invocava sotto il nome di muse, altri sotto il nome di fortuna, adorando così la propria ignoranza. Alcuni santificarono le loro dissolutezze sotto il nome di Cupido e la loro collera sotto quella di Furie, le loro parti naturali sotto il nome di Priapo; insomma non ci fu niente a cui essi non dessero il nome di un Dio o di un Demone [13].

VIII

I fondatori delle religioni, sapendo bene che la base delle loro imposture era l’ignoranza delle genti, decisero di intrattenerle mediante l’adorazione di immagini, nelle quali, essi dissero, gli dèi abitavano; questo fece cadere sui loro preti una pioggia d’oro e di benefici che si consideravano come cose sante, perché destinate all’uso dei ministri consacrati, e nessuno doveva avere la temerarietà e l’audacia di pretenderle o anche di toccarle. Per meglio ingannare il popolo, i preti proposero se stessi come profeti e divinatori, come degli ispirati capaci di penetrare nel futuro, vantandosi di avere rapporti con gli dèi. Dato che è naturale volere conoscere il proprio destino, gli impostori si guardarono bene dal trascurare una cosa tanto vantaggiosa ai loro progetti. Alcuni si stabilirono a Delo, altri a Delfi ed altrove dove rispondevano alle domande che venivano loro fatte con degli oracoli ambigui; le donne stesse ne furono coinvolte; i Romani facevano ricorso, durante grandi calamità, ai Libri delle Sibille. I pazzi furono considerati degli ispirati. Quelli che si vantavano di avere rapporti familiari con i morti furono chiamati Necromanti; altri pretendevano di conoscere l’avvenire dal volo degli uccelli o dalle viscere degli animali. Infine gli occhi, le mani, il viso o un oggetto particolare sembrarono, tutti a loro, di buono o di cattivo auspicio, tanto è vero che l’ignoranza percepisce l’impressione che vuole quando si è trovato il segreto per prevaricarla.

IX

Gli ambiziosi, che sono sempre stati dei grandi esperti nell’arte di ingannare, hanno seguito la stessa strada quando si misero a dettare leggi e, per obbligare il popolo a sottomettersi volontariamente, lo hanno persuaso che essi le avevano ricevute da un Dio o da una Dea.

Malgrado questa moltitudine di divinità, i popoli chiamati Pagani, presso i quali sono state adorate, non disponevano di un sistema organico generale di Religione. Ciascuna Repubblica, ciascun Stato, ciascuna Città e ciascun raggruppamento aveva i suoi propri riti e definivano le divinità a propria fantasia. Ma ciò, in seguito, è stato rilevato da legislatori più furbi dei primi, che hanno impiegato dei modi più raffinati e più sicuri, emanando delle leggi, dei culti, dei riti e delle cerimonie più appropriate a nutrire il fanatismo che essi volevano imporre.

Tra i tanti, l’Asia ne ha visti nascere tre, che si sono distinti sia per le leggi ed i culti che hanno istituito, che per la nozione che essi hanno dato della divinità e del modo di cui essi si sono serviti per far recepire la loro idea e rendere sacre le loro leggi. Mosè fu il più antico. Gesù Cristo, venuto dopo, lavorò in accordo con il piano di Mosè conservando la base delle sue leggi ed abolendo tutto il resto. Maometto, che è apparso per ultimo sulla scena, ha preso dall’una e dall’altra religione quanto serviva per comporre la sua e, in seguito, si è dichiarato nemico di tutte e due. Vediamo le caratteristiche di questi tre legislatori, esaminiamo la loro condotta, al fine di poter decidere quali hanno i migliori fondamenti, oppure ciò che li rivela come uomini divini, o quello che li riduce a furbi ed impostori.

X Mosè

Il celebre Mosè, figlio di un grande mago [14], secondo Giustino Martire, ebbe all’inizio tutti i vantaggi per diventare ciò che fu in seguito. Tutti sanno che gli Ebrei, dei quali egli divenne il capo, erano un popolo di pastori che il Faraone Osiride I ricevette nel suo paese, in considerazione dei servizi che egli aveva ricevuto da uno di essi, durante un tempo di grande carestia; egli donò loro alcune terre ad oriente dell’Egitto, in una contrada ricca di pascoli e, di conseguenza, adatta a nutrire le loro popolazioni. Nel corso di circa 200 anni essi si moltiplicarono considerevolmente, sia perché, essendo considerati come stranieri, non erano obbligati a prestare servizi militari, sia anche a causa dei privilegi che Osiride aveva loro concessi, che indussero molti indigeni del paese ad unirsi a loro e, infine, anche perché alcune tribù di arabi si unirono a loro come fratelli, essendo entrambi della stessa razza. Comunque sia andata, essi si moltiplicarono così strepitosamente che, non potendo più vivere nella contrada di Gossen, si sparsero per tutto l’Egitto dando al Faraone un giusto motivo di temere che potessero essere capaci di atti pericolosi nel caso in cui l’Egitto fosse attaccato (cosa che allora avveniva assai sovente) dagli Etiopi, suoi atavici nemici. Così una ragione di Stato obbligò il principe a togliere i loro privilegi ed a cercare i mezzi per indebolirli e sottometterli.

Il Faraone Horo, soprannominato Busiride a causa della sua crudeltà, che era succeduto a Memnone, seguì il suo piano riguardo agli Ebrei e, volendo eternare la sua memoria con l’erezione di piramidi e la costruzione della città di Tebe, condannò gli Ebrei a produrre mattoni, per la fabbricazione dei quali le terre del loro paese erano molto adatte. Fu durante questa servitù che nacque il famoso Mosè; quello stesso anno il Re ordinò che si gettassero nel Nilo tutti i bambini maschi degli Ebrei, considerando di non avere altri mezzi più sicuri per fare perire queste tribù di stranieri. Così Mosè fu esposto al rischio delle acque in un paniere cosparso di bitume, che sua madre sistemò tra i giunchi, sulla riva del fiume. Il caso volle che Thermutis, figlia del faraone Orus, venuta a passeggiare da quelle parti ed avendo udito i pianti di questo bambino, la compassione tanto naturale al suo sesso le ispirò il desiderio di salvarlo. Orus venne poi a morire e Thermutis salì al trono; fece impartire a Mosè una educazione degna di un figlio della regina di una nazione che, allora, era la più saggia e gentile dell’universo.

In breve, dicendo che fu educato in tutte le scienze degli Egizi, è tutto detto, e ci presenta Mosè come il più grande politico, il più saggio naturalista ed il mago più famoso del suo tempo. È inoltre del tutto palese che egli fu ammesso nell’ordine dei sacerdoti, che erano in Egitto, ciò che i Druidi erano tra i Galli. Quelli che non sanno quale era allora il governo dell’Egitto, saranno meravigliati nell’apprendere che le sue famose Dinastie, avendo avuto termine e dipendendo tutto il paese da un solo sovrano, esso era allora diviso in molteplici contrade di non troppo grande estensione. I governatori di queste contrade erano chiamati Monarchi e tali governatori facevano normalmente parte del potente ordine dei sacerdoti, che possedeva circa un terzo dell’Egitto. Il Re nominava questi monarchi e, se si crede agli autori che hanno scritto su Mosè, comparando ciò che essi hanno detto con quello che Mosè stesso ha scritto, si concluderà che egli è stato Monarca della contrada di Gossen e che doveva la sua designazione a Thermutis, oltre a doverle la vita. Ecco cosa fu Mosè in Egitto, dove ebbe tutto il tempo e i modi di studiare i costumi degli Egizi e quelli della sua nazione, le loro passioni dominanti e le loro inclinazioni; conoscenze delle quali si servì, in seguito, per promuovere la rivoluzione della quale fu il motore.

Essendo morta Thermutis, il suo successore riprende la persecuzione contro gli Ebrei e Mosè, venutogli a mancare i favori che aveva avuto, ebbe timore di non poter giustificare alcuni omicidi che aveva commesso: così prese la decisione di fuggire. Si ritirò nell’Arabia Petrea, che confina con l’Egitto. Avendolo il caso condotto presso il capo di una qualche tribù del paese, i servigi che egli rende ed i talenti che il suo ospite crede di notare in lui, gli meritano le sue buone grazie e la concessione di una delle sue figlie in sposa. Vale la pena di notare che Mosè era un così cattivo giudeo e conosceva così poco il temibile Dio, che poi si inventerà, da sposare una idolatra e che allora non pensava affatto a circoncidere i suoi bambini. È in questo deserto d’Arabia che, guardando le truppe di suo suocero e di suo cognato, egli concepisce il disegno di vendicarsi dell’ingiustizia che il Re d’Egitto gli aveva fatta, portando il turbamento e la sedizione nel cuore del suo Stato. Egli si lusingava di poter agevolmente riuscire, vuoi in virtù dei suoi talenti, che per la disposizione d’animo in cui sapeva di trovare quelli della sua nazione, già irritati contro il governo per i cattivi trattamenti che faceva loro infliggere.

Sembrerebbe, dalla storia che egli ci ha lasciato di questa rivoluzione, o almeno che ci ha lasciato l’autore del libro che è stato attribuito a Mosè, che Ietro, suo suocero, facesse parte del complotto, come pure suo fratello Aronne e sua sorella Maria che erano restati in Egitto e con i quali egli aveva, senza dubbio, intrattenuto corrispondenza.

Comunque sia stato, è evidente che per l’esecuzione egli aveva formulato un piano politico e che seppe mettere in opera, contro l’Egitto, tutta la scienza che vi aveva appreso, cioè la sua pretesa magia, nella quale egli era più sottile e più abile di tutti quelli che facevano professione di tale potere alla corte del Faraone. È per mezzo di questi pretesi prodigi che egli conquistò la fiducia di quelli della sua nazione che fece sollevare, e ai quali si unirono i ribelli e i malcontenti egiziani, etiopi ed arabi. Infine, vantando la potenza della sua divinità, i frequenti incontri che aveva con essa e facendola intervenire in tutti i provvedimenti che prendeva con i capi della rivolta, riuscì a persuaderli così bene che lo seguirono 600.000 uomini combattenti, escluse donne e bambini, attraverso i deserti di Arabia dei quali egli conosceva tutte le piste.

Dopo sei giorni di cammino, in una penosa ritirata, egli prescrisse, a quelli che lo seguivano, di consacrare il settimo giorno al loro Dio per un pubblico riposo, al fine di far credere loro che Dio li favoriva ed approvava il suo dominio, e che nessuno avesse l’audacia di contraddirlo.

Non c’è mai stato un popolo più ignorante di quello degli Ebrei e, di conseguenza, tanto credulone. Per essere convinti di questa profonda ignoranza è sufficiente ricordarsi dello stato in cui tale popolo era in Egitto, quando Mosè lo fece rivoltare: esso era odiato dagli Egizi a causa della professione di pastore, perseguitato dal sovrano ed obbligato ai lavori più umili. In mezzo ad una tale popolazione non fu affatto difficile per Mosè fare valere i suoi talenti. Egli fece loro credere che il suo Dio (che egli chiamava qualche volta semplicemente un angelo), il Dio dei loro padri, gli era apparso: perciò era per suo ordine che aveva accettato l’incarico di guidarli; che Dio lo aveva scelto per governarli, e che sarebbero stati il popolo favorito di questo Dio, a patto che essi credessero a ciò che egli diceva loro da parte sua. L’uso accorto dei suoi trucchi e la conoscenza che aveva della natura, davano forza alle sue esortazioni e confermava ciò che diceva con quelli che si chiamano prodigi, che sono capaci di fare sempre molta impressione sulla popolazione imbecille.

Si può notare, soprattutto, che egli credeva di aver trovato un mezzo sicuro per mantenere gli Ebrei sottomessi ai suoi ordini persuadendoli che Dio stesso li guidava, di notte, sotto l’apparenza di una colonna di fuoco e, di giorno, sotto forma di una nube. È facilmente dimostrabile che ciò fu l’inganno più grossolano di questo impostore. Egli aveva appreso, durante il soggiorno che aveva fatto in Arabia, che essendo il paese vasto e disabitato, era usanza di quelli che viaggiavano in carovana di assumere delle guide che li conducevano, di notte, per mezzo di un braciere, del quale essi seguivano la fiamma e, di giorno, mediante il fumo dello stesso braciere, che tutti i membri della carovana potevano vedere e, di conseguenza, non si potevano sbagliare. Questo sistema era ancora in uso presso i Medi e gli Assiri; Mosè se ne servì e lo fece passare per un miracolo e per un segno della potenza del suo Dio. Come si può non credermi quando dico che era un furbo; si può credere a Mosè stesso che, (al X capitolo dei Numeri, V. 19, sino al trentatreesimo) prega suo cognato Hobad di venire con gli Ismaeliti, alfine di indicare il cammino, perché egli non conosceva affatto il paese. Questo è strano, perché se era Dio che marciava davanti ad Israele notte e giorno, come nube o colonna di fuoco, come poteva avere una guida migliore? Malgrado ciò ecco Mosè che esorta suo cognato, per motivi del tutto urgenti, a servirgli da guida; quindi la nube e la colonna di fuoco erano Dio solo per il popolo e non per Mosè.

I poveri disgraziati, felici di vedersi adottati dal capo degli dèi ed uscire da una crudele servitù, osannarono Mosè e giurarono di obbedirgli ciecamente. Confermata così la sua autorità, egli volle renderla perpetua e, sotto lo specioso pretesto di fondare il culto di questo Dio, del quale egli si diceva il luogotenente, nominò subito suo fratello ed i suoi figli capi del Palazzo Reale, vale a dire del luogo che egli trovò più adatto per rendere gli oracoli. Questo luogo era fuori dalla vista e dalla presenza del popolo. In seguito, egli fece ciò che viene sempre fatto nelle nuove istituzioni: la dottrina dei prodigi, dei miracoli, dai quali i semplici erano abbagliati, qualcuno stordito, che facevano invece pena a quelli che erano un po’ più svegli e che vedevano attraverso queste imposture.

Per quanto furbo, Mosè avrebbe avuto qualche difficoltà a farsi obbedire, se non avesse avuto la forza in pugno. La furberia senza le armi difficilmente riesce. Malgrado il grande numero di creduloni che si sottomettevano ciecamente ai voleri di questo legislatore, si trovavano delle persone abbastanza audaci da rimproverargli la sua malafede, dicendogli che, sotto le false apparenze di giustizia e di uguaglianza, egli si era impadronito di tutto ed essendo l’autorità sovrana assegnata alla sua famiglia, egli non aveva più nulla da pretendere ed infine egli era più il tiranno del popolo che non il padre elettivo. Ma in quelle occasioni Mosè, da politico assolutista, fece condannare questi spiriti forti e non risparmiò nessuno di quelli che criticavano il suo governo.

È stato con precauzioni di tal genere e minacciando sempre della collera divina i suoi critici, che egli regnò come un despota assoluto. Per finire nello stesso modo con cui aveva cominciato, vale a dire da furbo e da impostore, egli si precipitò in un abisso da lui stesso fatto scavare, nel mezzo di una solitudine dove si ritirava ogni tanto, con il pretesto di andare a parlare segretamente con Dio, allo scopo di riconciliare con questo, il rispetto e la sottomissione dei suoi seguaci. Alla fine egli si gettò in questo precipizio, preparato da lungo tempo, affinchè il suo corpo non potesse essere ritrovato e si credesse che Dio lo aveva eletto e reso simile a lui; egli non ignorava che il ricordo dei patriarchi, che lo avevano preceduto, era grandemente onorato anche se si erano trovati i loro sepolcri, ma questo non era sufficiente per soddisfare la sua ambizione; bisognava che lo si riverisse come un Dio, sul quale la morte non ha potere. A questo si riferiva, senza dubbio, ciò che egli disse all’inizio del suo regno: che era stato instaurato da Dio per essere il dio del Faraone.

Elia, per esempio, Romolo, Zalmolsi e tutti quelli che hanno avuto la sciocca vanità di eternare i loro nomi, hanno celato il tempo della loro morte perché li si credesse immortali.

XI

Ma, per ritornare ai legislatori, non ce n’è stato nessuno che non abbia fatto derivare le sue leggi da qualche divinità e che non abbia cercato di persuadere che essi stessi erano qualcosa di più che semplici mortali [15]. Numa Pompilio, avendo assaporato la dolcezza della solitudine, fece fatica a lasciarla, anche se per occupare il trono di Romolo, ma vedendosi obbligato dalle pubbliche acclamazioni, approfittò della devozione dei Romani e fece loro credere di conversare con gli dèi, così se i Romani lo volevano assolutamente come re, dovevano accettare di ubbidirgli ciecamente ed osservare religiosamente le leggi e le istruzioni divine che gli erano state dettate dalla Ninfa Egeria.

Alessandro il Grande non fu meno vanitoso: non contento di essere considerato il signore del mondo, volle che lo si credesse figlio di Giove. Anche Perseo pretendeva di essere nato dallo stesso Dio e dalla vergine Danae. Platone considerava Apollo come suo padre che lo aveva avuto con una vergine. Ci sono ancora altri personaggi che ebbero la stessa follia; è fuori di dubbio che tutti questi grandi uomini credessero a queste fantasie fondate sulle opinioni degli Egizi, i quali sostenevano che lo spirito di Dio poteva avere rapporti con una donna e renderla feconda.

XII Gesù Cristo

Gesù Cristo, che non ignorava né le massime né la scienza degli Egizi, diede anch’egli corso a questa opinione; egli l’ha creduta appropriata al suo particolare disegno. Considerando come Mosè si fosse reso celebre, sebbene non comandasse che un popolo di ignoranti, prese a costruire su queste fondamenta e si fece seguire da qualche imbecille, persuadendoli che lo Spirito Santo era suo padre e sua madre una vergine. Questa brava gente, abituata a nutrirsi di sogni e di fantasie, accettarono tali nozioni e credettero a tutto ciò che egli voleva, tanto più che una tale nascita non era poi qualcosa di troppo straordinario per loro [16].

L’essere dunque nato da una vergine, per opera dello Spirito Santo, non è né più straordinario né più miracoloso di quello che appaga i Tartari per il loro Gengis Khan, figlio anche lui di una vergine; i Cinesi dicono che il dio Foe doveva la vita ad una vergine resa feconda dai raggi del sole.

Questa credenza risale ad un tempo nel quale i Giudei, stanchi del loro Dio, come lo erano stati dei loro Giudici [17], ne volevano avere uno visibile come le altre nazioni. Dato che il numero degli sciocchi è incommensurabile, Gesù Cristo trovò dei seguaci ovunque ma siccome la sua estrema povertà era un ostacolo invincibile per il suo successo [18], i Farisei tanto ammiratori quanto gelosi della sua audacia, lo frenavano o lo stimolavano, secondo l’umore mutevole della popolazione. Malgrado la fama spettacolare della sua divinità ma priva di potere, era impossibile che il suo progetto riuscisse. Qualche malato che egli guarì, qualche morto risuscitato, gli diedero la fama; ma non avendo soldi né armati, non poteva mancare di perire. Se egli avesse avuto questi due mezzi non sarebbe riuscito da meno di Mosè, o di Maometto o di tutti quelli che hanno avuto l’ambizione di elevarsi al di sopra degli altri. Se egli è stato più disgraziato, non è però stato meno scaltro e qualche parte della sua storia prova che la più grande mancanza della sua politica è stata quella di non aver provveduto abbastanza alla sua sicurezza. Del resto, io non trovo che egli abbia preso le sue misure peggio degli altri due; la sua legge è comunque diventata la regola della fede dei popoli che si vantano di essere i più saggi del mondo.

XIII La politica di Gesù Cristo

Non c’è niente di più sottile, ad esempio, della risposta di Gesù a proposito della donna sorpresa in adulterio. Avendo i Giudei chiesto se dovessero lapidare tale donna, la risposta positiva alla domanda l’avrebbe fatto cadere nella trappola che i suoi nemici gli tendevano; la risposta negativa sarebbe stata contro la legge e l’affermativa lo avrebbe coinvolto nel rigore e nella crudeltà, ciò che gli avrebbe alienato gli spiriti. Invece, dico io, di assumere un atteggiamento simile a quello che avrebbe avuto un uomo comune, egli disse quello che tra di voi è senza peccato scagli la prima pietra. Risposta abile che dimostra bene la sua presenza di spirito. Un’altra volta, chiestogli se era giusto pagare il tributo a Cesare e vedendo l’immagine del principe sulla moneta che gli era stata mostrata, egli eluse il tranello rispondendo che si doveva rendere a Cesare ciò che è di Cesare. La difficoltà consisteva nel fatto che si sarebbe reso colpevole di lesa maestà, se egli avesse negato il dovere del tributo e dicendo, invece, che bisognava pagare il tributo sarebbe andato contro la legge di Mosè, ciò che egli asseriva di non voler mai fare, in quanto si riteneva, senza dubbio, ancora troppo debole per farlo inpunemente; in seguito, quando si fosse reso più celebre, egli l’avrebbe rovesciata quasi totalmente. Egli fece come quei principi che promettono sempre di confermare i prìvilegi dei loro seguaci, fino a quando il potere non sia ancora consolidato, ma in seguito non si fanno scrupolo di dimenticare le loro promesse.

Quando i Farisei gli chiesero in base a quale autorità egli pretendeva di predicare ed insegnare al popolo, Gesù Cristo, subdorando il loro inganno, che tendeva ad accusarlo di menzogna, sia che rispondesse che era in virtù di una autorità umana, in quanto non faceva parte del Corpo Sacerdotale che era il solo autorizzato ad istruire il popolo, sia che rispondesse di predicare per ordine espresso di Dio, in quanto la sua dottrina era in opposizione alla legge di Mosè. Se la cavò mettendo in imbarazzo loro stessi, domandando loro in nome di chi Giovanni era stato battezzato. I Farisei, che si opponevano per motivi politici al battesimo di Giovanni, si sarebbero condannati da soli se avessero ammesso che era in nome di Dio. Se invece non l’avessero ammesso si sarebbero esposti all’ira della popolazione, che credeva il contrario. Per togliersi dall’imbarazzo essi risposero che non lo sapevano al ché Gesù Cristo rispose che non era perciò obbligato a dire perché ed in nome di chi egli predicava.

XIV

Tali erano le sconfitte del distruttore dell’antica legge e padre della nuova religione, che fu edificata sulle rovine di quella antica, e dove una mente imparziale non ci vede niente di più divino che nelle religioni che l’hanno preceduta. Il suo fondatore, che era tutt’altro che un ignorante, vedendo l’estrema corruzione della repubblica dei Giudei, la giudicò prossima alla fine e credette che un’altra sarebbe rinata dalle sue ceneri.

La paura di essere preceduto da uomini più abili di lui, gli fece osare di affermarsi con dei metodi contrari a quelli di Mosè. Quello cominciò con il rendersi terribile e formidabile verso le altre nazioni; Gesù Cristo, al contrario, le attirò a lui con la speranza dei vantaggi di un’altra vita, che si sarebbe ottenuta, così diceva, credendo in lui; al contrario, Mosè non prometteva che dei beni temporali agli osservanti la sua legge; Gesù Cristo, faceva perciò sperare che nulla sarebbe mai finito. Le leggi del primo riguardavano la vita terrena, quelle dell’altro guardavano alla vita interiore, influenzando il pensiero, ed opponendosi in tutto alle leggi di Mosè. Dove ne consegue che Gesù Cristo credeva, come Aristotele, che anche la religione e gli Stati, come tutti gli individui, si generano e si corrompono.

Ora, siccome è penoso risolversi di passare da una legge ad un’altra e siccome la maggior parte degli spiriti sono difficili da scuotere in materia di religione, Gesù Cristo, similmente ad altri innovatori, è ricorso ai miracoli che sono sempre stati lo scoglio degli ignoranti ed il rifugio degli scaltri ambiziosi.

XV

Fondato in questo modo il cristianesimo, Gesù Cristo pensava, abilmente, di approfittare degli errori della politica di Mosè per rendere eterna la nuova legge; impresa che gli riuscì, possiamo dire, al di là delle sue speranze. I profeti ebraici credevano di onorare Mosè predicendo la venuta di un suo successore che gli rassomigliasse; vale a dire un messia grande e virtuoso, potente nel bene e terribile per i suoi nemici. Nonostante ciò le profezie hanno prodotto un effetto del tutto contrario, in quando una quantità di ambiziosi avevano colto l’occasione per farsi passare per il messia annunciato, cosa che produsse delle rivolte, che sono durate sino alla completa distruzione della antica Repubblica ebraica. Gesù Cristo, più abile dei profeti moseici, per discreditare in anticipo quelli che si sarebbero levati contro di lui, predisse che un tale profeta sarebbe stato un grande nemico di Dio, il favorito dei demoni, la somma di tutti i vizi e la desolazione del mondo.

Dopo questi begli elogi, sembrerebbe che nessuno possa sentirsi tentato di chiamarsi l’Anticristo, ed io non credo che si possa trovare un miglior artificio per eternare una legge, sebbene non ci sia niente di più fantastico di tutto ciò che si è attribuito a questo preteso anticristo. San Paolo diceva, ai suoi contemporanei, che tale anticristo era gia nato; malgrado ciò sono trascorsi più di 1660 anni dopo la predicazione della nascita di questo formidabile personaggio, senza che nessuno ne abbia sentito parlare. Ammetto che qualcuno abbia riferito queste parole ad Ebiron ed a Cerinto, due grandi Nemici di Gesù Cristo di cui essi combatterono la pretesa divinità; ma si può anche dire che se questa interpretazione è conforme ai sentimenti degli apostoli, ciò che non è per nulla credibile, queste parole designarono, durante tutti i secoli, una infinità di Anticristi (non essendovi però dei veri saggi) che hanno creduto di stabilire la verità dicendo che la storia di Gesù Cristo è una favola spregevole e che la sua legge non è che un tessuto di fantasie che l’ignoranza ha reso di moda, che l’interesse conserva, e che la tirannia protegge [19].

XVI

Si pretende, malgrado tutto, che una religione fondata su delle fondamenta così deboli, sia divina e sovrannaturale, come non si sapesse che non c’è nessuno più pronto a sostenere le più assurde opinioni, che le donne e gli sciocchi; non c’è dunque niente di strano che Gesù Cristo non avesse dei saggi al suo seguito, egli sapeva bene che la sua legge non poteva andare d’accordo con il buon senso; ecco, senza dubbio, perché egli declamava così sovente contro i saggi, che egli esclude dal suo regno, dove non ammette che i poveri di spirito, i semplici e gli imbecilli; le menti ragionevoli possono perciò consolarsi di non avere niente da dividere con gli insensati.

XVII

Congiuntamente alla morale di Gesù Cristo non si vede niente di divino che lo debba far preferire agli scritti degli antichi, anzi tutto ciò che si vede ne è stato tratto o imitato. S. Agostino [20] ammette di aver trovato, in qualcuno dei loro scritti, tutti i princìpi del Vangelo secondo S. Giovanni; si aggiunga inoltre che questo apostolo era talmente abituato a plagiare gli altri, che non ha avuto nessuna difficoltà a rubare ai profeti i loro enigmi e le loro visioni, allo scopo di comporre il suo Apocalisse. Da quì derivano, per esempio, le uguaglianze che si notano tra la dottrina del Vecchio e quella del Nuovo Testamento e gli scritti di Platone; ma anche i rabbini e quelli che hanno composto le scritture, hanno plagiato questo grande uomo. La nascita del mondo è molto più verosimile nel suo Timeo che non nel libro del Genesi; e non si può dire che questo deriva dal fatto che Platone abbia letto, durante il suo viaggio in Egitto, i libri giudaici, poiché secondo S. Agostino [21] il re Tolomeo non li aveva ancora fatti tradurre quando il filosofo fece il viaggio.

La descrizione del paese che Socrate fa a Simia nel Fedone, ha molta più grazia del Paradiso Terrestre; e la favola degli Androgini [22] è, senza paragoni, meglio definita di quanto noi apprendiamo dal Genesi a proposito della estrazione di una delle coste di Adamo, per generare la donna, ecc. I due incendi di Sodoma e Gomorra sono in stretta analogia con quello causato da Fetonte; come pure la caduta di Lucifero, con quella di Vulcano e quella dei Giganti, distrutti dalla folgore di Giove. Quali cose si assomigliano meglio di Sansone ed Ercole, Elia e Fetonte, Giuseppe e Ippolito, Nabuccodonosor e Licaone, Tantalo ed il ricco Epulone, la manna degli israeliti e l’ambrosia degli dèi? S. Agostino [23], S. Cirillo e Teofilatto comparano Giona ad Ercole, soprannominato “Trinoctius”, perché rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena.

Il fiume di Daniele, descritto al capitolo VII delle sue profezie, è una imitazione visibile del Pyriphlegeton (fiume di fuoco) e di cui si parla nel dialogo dell’immortalità dell’anima. Si è cavato il peccato originale dal vaso di Pandora, il sacrificio di Isacco e di Jefte da quello di Ifigenia al posto della quale fu sostituita una cerva. Per quanto riguarda Loth e sua moglie il tutto è conforme a ciò che ci narra la favola di Bauci e Filemone; la storia di Bellerofonte è la base di quella di S. Michele e del Demonio che egli vinse; infine è una costante evidente che gli autori delle scritture hanno trascritto, quasi parola per parola, le opere di Esiodo e di Omero.

XVIII

Quanto a Gesù Cristo, Celso dimostra, in opposizione ad Origene [24], che egli aveva tratto da Platone le sue più belle massime. Tale è quella che oppone un cammello “che passerà più facilmente per la cruna di un ago” ad un “ricco nel regno di Dio” [25]. Per ciò che concerne altre credenze nella immortalità dell’anima, nella resurrezione, nell’inferno e alla maggior parte della sua morale, io non vedo niente che già non fosse ritenuto nella morale di Epitteto, di Epicuro e di molti altri; quest’ultimo era citato da S. Gerolamo [26] come di un uomo, la cui virtù faceva vergognare i migliori cristiani, e la sua vita era stata così morigerata, che i suoi pasti migliori consistevano in un poco di formaggio, pane ed acqua. Con una vita così frugale, questo filosofo, pagano qual era, diceva che era meglio essere sfortunati e ragionevoli, che essere ricchi ed opulenti senza possedere la ragione; aggiungendo che è raro che la fortuna e la saggezza si trovino riunite in uno stesso soggetto e che non si potrebbe essere felici né vivere soddisfatti se la nostra felicità non è accompagnata dalla prudenza, dalla giustizia e dall’onestà, che sono le qualità dalle quali deriva la vera e solida voluttà.

Per Epitteto, io non credo che mai nessun uomo, senza eccettuare Gesù Cristo, sia mai stato più saldo, più austero, più costante ed abbia avuto una morale pratica più sublime della sua. Io non dico nulla che non mi sia facile provare, se fosse questo il luogo per farlo, ma temendo di superare i limiti che mi sono stabilito, riporterò, degli atti esemplari della sua vita, un solo esempio. Essendo schiavo di un liberto chiamato Epafrodito, capitano delle guardie di Nerone, a quest’ultimo gli prese la voglia di torcergli una gamba. Epitteto accorgendosi che egli ne provava piacere, gli disse sorridendo che sapeva che non avrebbe smesso sino a che non gli avesse spezzata la gamba; questo accadde come aveva predetto. “Ebbene”, continuò egli con un viso impassibile e sorridendo, “non ve lo avevo detto che mi avreste rotto la gamba?”. È mai esistita una persona simile a quella? E si può dire che Gesù Cristo sia stato da tanto, lui che piangeva e sudava di paura al più piccolo allarme che gli si dava, e che dimostrò, in punto di morte, una pusillanimità del tutto riprovevole e che non si vide affatto con i nostri martiri.

Se l’ingiuria dei tempi non ci avesse sottratto il libro, che Arriano aveva fatto sulla vita e sulla morte del nostro filosofo, io sono convinto che noi vedremmo ben altri esempi della sua pazienza. Io non dubito che non si dica di questa azione ciò che i preti dicono della virtù dei filosofi, che è una vita dove la vanità è la base, e che non è affatto in effetti ciò che appare. Ma io so bene che chi usa questo linguaggio è gente che dice sconsideratamente tutto ciò che gli viene in bocca e che credono di aver ben meritato il denaro, che gli danno per istruire il popolo, allorquando hanno declamato contro i soli uomini che sapevano che cosa è la giusta ragione e la vera virtù; tanto è vero che nulla al mondo tocca così poco i costumi dei veri saggi quanto le azioni di questi uomini superstiziosi che li denigrano; questi ultimi sembrano aver studiato solo per arrivare ad un posto che dia loro il pane, sono vani ed applaudono se stessi quando l’hanno ottenuto, come se fossero giunti ad uno stato di perfezione, sempre che non siano di quelli che giungono ad uno stato di ozio, di licenza e di lussuria, dove la maggior parte non ricorda che le massime della religione che professano. Ma lasciamo stare questa gente che non ha alcuna idea della reale virtù, per esaminare la divinità del loro maestro.

XIX

Dopo aver esaminato la politica e la morale del Cristo, dove non si trova nulla di più utile o di più sublime che negli scritti degli antichi filosofi, vediamo se la reputazione che egli ha acquistato, dopo la sua morte, è una prova della sua divinità; il popolo è così abituato a sragionare che io non mi stupisco che si pretenda di trarre alcune conclusioni dal suo comportamento; l’esperienza ci dimostra che esso corre sempre dietro a dei fantasmi e che non fa e non dice nulla che abbia un po’ di buon senso. Malgrado questo, è su simili chimere, che sono sempre state in voga, malgrado gli sforzi dei saggi che si sono sempre opposti, che si fonda la sua fede. Qualsiasi cura essi abbiano avuto per sradicare la follia imperante, il popolo non l’ha abbandonata se non dopo essersene saziato.

Mosè ebbe un bel vantarsi di essere l’interprete di Dio e provare le sue missioni e i suoi diritti con degli atti straordinari; per poco che si assentasse (ciò che egli faceva ogni tanto per parlare, diceva lui, con Dio e ciò che facevano, parimenti, Numa Pompilio e molti legislatori) per poco, dico io, che si assentasse, egli ritrovava, al suo ritorno, i segni del culto degli dèi che gli Ebrei avevano conosciuto in Egitto. Egli ebbe un bel tenerli per quarant’anni in un deserto per fare loro dimenticare l’idea degli dèi che avevano abbandonati; ma essi non li avevano ancora dimenticati, ne volevano di visibili che marciassero davanti a loro, li adoravano ostinatamente, qualsiasi crudeltà potessero fargli provare.

Solo l’odio a loro ispirato per le altre nazioni, per un sentimento di orgoglio di cui i più idioti sono capaci, fece loro perdere insensibilmente il ricordo degli dèi d’Egitto ed attaccarsi al Dio di Mosè; lo si adorò per qualche tempo con tutte le regole imposte dalla Legge, ma lo si lasciò, in seguito, per seguire quella di Gesù Cristo, proprio per quella incostanza che fa correre dietro alle novità.

XX

I più ignoranti degli Ebrei avevano adottato la legge di Mosè; ci furono perciò anche parecchie persone che corsero dietro a Gesù Cristo e siccome il numero di tali persone è infinito ed esse si amano l’un l’altra, non ci si deve meravigliare se questi nuovi errori si diffusero facilmente. Non è che le novità siano pericolose per quelli che le abbracciano, ma è l’entusiasmo che esse esercitano che ne aumentano la paura. Così i discepoli di Gesù Cristo, tutti miserabili che erano al suo seguito, e tutti morti di fame (come si vede dalla necessità in cui si trovarono un giorno, con il loro maestro, di strappare delle spighe dai campi per nutrirsi) i discepoli di Gesù Cristo, dico io, cominciarono a scoraggiarsi quando videro il loro maestro nelle mani dei boia e impossibilitato di dare loro il benessere, la potenza e la grandezza che aveva fatto sperare.

Dopo la sua morte, i suoi discepoli, nella disperazione di vedere frustrate le loro speranze, fecero di necessità virtù. Banditi da tutti i luoghi e perseguitati dai Giudei che li volevano trattare come il loro maestro, si sparpagliarono nelle contrade vicine dove, su notizia di qualche donna, smerciarono la sua risurrezione, la sua nascita divina e il resto della favola di cui i Vangeli sono pieni.

Le difficoltà che essi avevano di riuscire tra i Giudei, li decisero a cercare fortuna tra gli stranieri, ma siccome abbisognavano di più conoscenze di quante ne avessero, essendo i Gentili filosofi, e di conseguenza troppo amici della ragione per accettare delle bagattelle, i partigiani di Gesù convinsero un giovane uomo (San Paolo), di spirito vivace ed attivo; un po’ meglio istruito dei pescatori analfabeti, o più abile nel fare ascoltare le sue storie. Questi, unitosi a loro per un colpo del cielo (perché doveva essere un evento straordinario), attirò qualche aderente alla nascente setta, con la paura di pretese pene dell’Inferno, presa dalle favole di antichi poeti, e con la speranza delle gioie del Paradiso, dove ebbe l’impudenza di far dire che vi era stato allevato.

Questi discepoli, a forza di trucchi e di bugie, procurarono al loro maestro l’onore di essere considerato un Dio, onore al quale Gesù, quando era vivo, non aveva potuto accedere.

Il suo destino non fu certo migliore di quello di Omero, né altrettanto onorevole, poiché sei delle città, che avevano cacciato e disprezzato quest’ultimo, durante la sua vita, si fecero la guerra per sapere a chi competeva l’onore di avergli dato i natali.

XXI

Si può stabilire da tutto ciò che abbiamo detto che il cristianesimo è, come tutte le altre religioni, niente altro che una impostura grossolanamente intessuta, il cui successo ed il progresso stupirebbero i suoi stessi inventori, se tornassero al mondo; ma senza impegnarci più oltre in un labirinto di errori e di contraddizioni, di cui abbiamo detto abbastanza, diciamo qualcosa di Maometto, il quale ha fondato una legge su dei princìpi del tutto opposti a quelli di Gesù Cristo.

XXII Maometto

Appena i discepoli del Cristo ebbero estinta la Legge Mosaica, per introdurre la Legge Cristiana, vittime della loro stessa ordinaria incostanza, seguirono un nuovo legislatore, che si eleva con i medesimi metodi di Mosè. Egli prese, come lui, il titolo di Profeta e di inviato di Dio; come lui fece dei miracoli e seppe mettere a profitto la passione del popolo. All’inizio si vide seguito da una popolazione ignorante alla quale esprimeva i nuovi oracoli del cielo; poi questi miserabili, sedotti dalle promesse e dalle favole di questo nuovo impostore, divulgarono la sua fama e la esaltarono al punto di eclissare quella dei suoi predecessori.

Maometto non era un uomo che sembrasse adatto a fondare un impero, egli non eccelleva né in politica né in filosofia. Maometto, come dice il Conte di Boulanvilliers, era ignorante di lettere volgari ed io voglio credergli; ma sicuramente non lo era di tutte le conoscenze che un grande viaggiatore può acquisire, con sufficiente naturalezza, quando egli si proponga di impiegarle utilmente. Non era affatto ignorante della sua lingua, del cui uso, e non della lettura, aveva appreso tutta la raffinatezza e la bellezza. Non era ignorante dell’arte di sapere rendere odioso ciò che veramente merita di essere condannato e di dipingere la verità con colori semplici e vivaci, che non consentono di disconoscerla. In effetti, tutto ciò che egli ha detto è vero, in relazione ai dogmi essenziali della religione, ma egli non ha detto tutto ciò che è vero, ed è in questo, solamente, che la nostra religione differisce dalla sua. Il Conte di Boulanvilliers aggiunge, più oltre, che Maometto non era grossolano né barbaro e che egli ha condotto la sua impresa con tutta l’arte, la delicatezza, i modi, l’audacia e le ampie vedute di cui anche Alessandro e Cesare sarebbero stati capaci al posto suo [27].

Egli non sapeva né leggere né scrivere. Aveva pure così poca fermezza da abbandonare sovente la sua impresa, se non fosse stato spinto a sostenere la scommessa, propostagli da uno dei suoi seguaci. Da questo egli cominciò ad innalzarsi ed a divenire celebre, e Corais, potente arabo, geloso che un uomo da nulla avesse l’audacia di coinvolgere il popolo, si dichiarò suo nemico ed ostacolò la sua impresa, ma il popolo, convinto che Maometto avesse dei rapporti continui con Dio e con i suoi angeli, fece sì che prevalesse sul suo nemico. La famiglia di Corais [28] ebbe la peggio e Maometto, vedendosi seguire da una folla imbecille che lo credeva un uomo divino, credette di non aver più bisogno del suo compagno; ma per paura che questi smascherasse le sue imposture, lo volle prevenire, e per farlo con maggior sicurezza, lo colmò di promesse e gli giurò che egli voleva diventare grande solo per dividere con lui il suo potere, al quale lui aveva tanto contribuito. “Noi siamo prossimi” gli disse “al momento del nostro innalzamento, siamo sicuri di un grande popolo che abbiamo convinto, si tratta di assicurarsi di lui con l’artificio che voi avete così felicemente immaginato”. E nel medesimo tempo lo persuase a nascondersi nella fossa degli oracoli.

C’era un pozzo, dal quale questo compagno parlava, per far credere al popolo che la voce di Dio si rivolgesse a Maometto, che se ne stava in mezzo ai suoi proseliti. Ingannato dalle perfide promesse il suo socio andò nella fossa per imitare, come al solito, l’oracolo; mentre Maometto passava alla testa di una moltitudine infatuata, si udì una voce che diceva “Io sono il vostro Dio, io dico che ho eletto Maometto ad essere il Profeta di tutti i popoli; sarà da lui che voi conoscerete la vera legge che gli Ebrei ed i cristiani hanno falsata”. Per molto tempo questo uomo aveva esercitato tale ruolo ma, alla fine, fu pagato con la più grande e la più nera ingratitudine. In effetti, Maometto, udendo la voce che lo proclamava un uomo di Dio, si girò verso la gente e ordinò, in nome di questo Dio, che lo riconoscessero come il loro Profeta e di colmare di pietre il pozzo, da dove era uscita una testimonianza, tanto autentica, in suo favore; questo a imitazione e ricordo della pietra che Giacobbe elevò per segnare il posto dove Dio gli era apparso. Così finì il miserabile che aveva contribuito alla elevazione di Maometto; fu su questo mucchio di pietre che l’ultimo dei più celebri impostori fondò la sua legge. Questa fondazione è così solida e fissata in modo tale che dopo più di mille anni di regno, non si vedono ancora i segni che sia sul punto di essere scossa.

XXIII

Così Maometto divenne grande e fu più fortunato di Gesù, in quanto vide, prima della sua morte, il progredire della sua legge, ciò che il figlio di Maria non poté fare a causa della sua povertà. Egli fu anche più fortunato di Mosè, che per un eccesso di ambizione si precipitò da solo in un burrone per finire i suoi giorni. Maometto morì in pace ed al colmo dei suoi successi; in più egli aveva qualche certezza che la sua dottrina sarebbe durata dopo la sua morte avendola sistemata a misura dei suoi settari, nati e cresciuti nell’ignoranza; cosa che un uomo più abile, forse, non avrebbe saputo fare.

Ecco, lettore, cosa si può dire di più rilevante in merito ai tre celebri legislatori, le religioni dei quali hanno soggiogato una grande parte dell’universo. Essi erano come noi li abbiamo descritti; sta a voi esaminare se essi meritano che voi li rispettiate e se li ritenete scusabili, tanto da lasciarvi condurre da delle guide elevatesi per sola ambizione e dei quali l’ignoranza eternizza le fantasie. Per guarirvi dagli errori con i quali vi hanno accecati, leggete quello che segue con mente libera e disinteressata, questo sarà il modo di scoprire la verità.

Capitolo quarto. Verità sensibili ed evidenti

I

Essendo Mosè, Gesù e Maometto tali come li abbiamo descritti, è evidente che non c’è nulla nei loro concetti in cui si possa cercare un’idea veritiera della Divinità. Le apparizioni e le chiacchierate di Mosè e di Maometto, come pure l’origine divina di Gesù, sono le più grandi bugie che siano state create e che voi dovete evitare se amate la verità.

II

Essendo Dio, come si è visto, soltanto la natura, o se si vuole, l’insieme di tutti gli esseri, di tutte le proprietà e di tutte le energie, esso è, necessariamente, la causa immanente e non distinta dei suoi effetti; egli non può essere definito né buono né malvagio, né giusto né ingiusto, né misericordioso né geloso; questi sono degli attributi che convengono solo all’uomo; di conseguenza l’uomo non sarà né punito né ricompensato. Queste idee di punizione e di ricompensa non possono sedurre che gli ignoranti, i quali concepiscono l’Essere semplice, che si chiama Dio, solo attraverso delle immagini che non gli si adattano per nulla. Quelli che si servono del loro raziocinio, senza confondere le proprie idee con quelle dell’immaginazione, e che hanno la forza di liberarsi dei pregiudizi, sono i soli che se ne facciano un’idea chiara e distinta. Essi lo considerano come la fonte di tutti gli esseri, che li produce senza distinzioni, nessuno essendo preferibile agli altri, al suo riguardo, non costandogli produrre l’uomo più di quanto costi produrre il più piccolo verme o una infima pianta.

III

Non bisogna dunque credere che l’essere universale, che si chiama comunemente Dio, faccia più caso ad un uomo che ad una formica, ad un leone più che ad una pietra. Non c’è niente, per quello che lo riguarda, di bello o di laido, di buono o di cattivo, di perfetto o di imperfetto. Non gli importa niente di essere lodato, pregato, ricercato, accarezzato; non è per nulla commosso da ciò che gli uomini fanno o dicono, non è suscettibile né di amore né di odio; in una parola, egli non si occupa più dell’uomo che del resto delle creature, di qualsiasi natura esse siano. Tutte queste distinzioni sono solo delle invenzioni di una mente ottusa; l’ignoranza le immagina e l’interesse le fomenta.

IV

Così qualsiasi uomo sensato non può credere a Dio, all’inferno, agli spiriti e ai diavoli nel modo in cui se ne parla comunemente. Tutte queste parole sono state coniate solo per abbagliare o intimidire la gente rozza. Quelli che dunque vogliono convincersi, ancora meglio, di questa verità prestino una seria attenzione a ciò che segue e si abituino a non esprimersi che dopo ponderate riflessioni.

V

Una infinità di astri, che vediamo sopra di noi, ci fanno pensare ad altrettanti corpi solidi che si muovono, tra i quali se ne troverebbe uno riservato alla Corte Celeste, dove Dio sta, come un re, in mezzo ai suoi cortigiani. Questo luogo è il soggiorno dei Beati, dove si suppone che le anime pie vadano a riunirsi lasciando il corpo. Ma senza fermarsi su di una opinione così sciocca che nessun uomo di buon senso può accettare, è certo che ciò che si chiama cielo, non è altro che la continuazione dell’etere che ci circonda, fluido nel quale i pianeti si muovono, senza essere sostenuti da nessuna entità solida, come pure la terra che noi abitiamo.

VI

Come si è immaginato un cielo dove si è posto il soggiorno di Dio e dei Beati, o, secondo i pagani, gli dèi e le dee, si è in seguito immaginato un Inferno, luogo sotterraneo, dove si assicura che scendano le anime dei malvagi per essere tormentate. Ma la parola inferno, nel suo significato più naturale, esprime solo un luogo basso e cavo, che i poeti hanno inventato per opporlo alla dimora degli abitanti celesti, che si è supposta alta ed elevata. Questo è ciò che significano esattamente le parole Infemus o Infemi dei Latini, o quelle dei Greci, che intendono un luogo oscuro come un sepolcro, o qualsiasi altro luogo profondo e temibile per la sua oscurità. Tutto ciò che ne è stato detto non è che la conseguenza della immaginazione dei poeti, o della furberia dei preti; tutti i discorsi dei primi sono figurati e adatti a fare impressione sulle menti deboli, timide e melanconiche; essi furono poi trasformati in articoli di fede da quelli che hanno il massimo interesse a sostenere queste cose.

Capitolo quinto. L’anima

I

L’anima è qualcosa di più delicato da trattare di quanto non lo siano il cielo e l’inferno; è dunque il caso, per soddisfare la curiosità del lettore, di parlarne in maniera più estesa. Ma prima di darne una definizione, occorre esporre ciò che hanno pensato i più celebri filosofi; lo farò in poche parole affinché possano essere recepite con più facilità.

II

Alcuni hanno preteso che l’anima sia uno spirito, o una sostanza immateriale; altri hanno sostenuto che sia una particella della Divinità; alcuni la considerano un’aria molto sottile; altri dicono che sia una armonia di tutte le parti del corpo; infine, che sia la parte più sottile del sangue, che si separa dal cervello, e si distribuisce attraverso i nervi. Detto questo, la sorgente dell’anima è il cuore, dove essa si genera, ed il cervello è il luogo dove esercita le sue più nobili funzioni, visto che viene depurata dalle parti più grossolane del sangue. Ecco quali sono le opinioni diverse che si sono fatte sull’anima. A parte questo, per meglio approfondire, dividiamo tali opinioni in due classi. In una collochiamo i filosofi che l’hanno creduta corporale; nell’altra quelli che l’hanno considerata come incorporea.

III

Pitagora e Platone hanno supposto che l’anima sia incorporea, cioè una entità capace di sussistere senza l’aiuto del corpo e quindi di potersi muovere da sola. Essi sostengono che tutte le anime particolari degli animali sono delle porzioni dell’anima universale del mondo, che queste porzioni sono incorporee ed immortali, o code della natura stessa, come si comprende, molto bene, che cento piccoli fuochi sono della stessa natura di un grande fuoco dal quale sono stati presi.

IV

Questi filosofi hanno creduto che l’universo fosse animato da una sostanza immateriale, immortale ed invisibile, che fa tutto, che agisce sempre e che è la causa di tutti i moti e la fonte di tutte le anime, che ne sono una emanazione. Ora, siccome queste anime sono purissime e di una natura infinitamente superiore ai corpi, esse non si uniscono, sostengono loro, immediatamente, ma per mezzo di un corpo sottile come la fiamma, o certa aria sottile ed estesa che il volgo considera cielo. In seguito esse prendono una consistenza ancora meno sottile, poi un’altra un po’ più grossolana e sempre più si degradano fino a quando possono unirsi ai corpi sensibili degli animali, dove esse si calano come dentro delle celle o dei sepolcri. La morte del corpo, secondo loro, è la vita dell’anima, che si trovava come sepolta e dove essa non esercitava, che debolmente, le sue più nobili funzioni; così, con la morte del corpo, l’anima esce dalla sua prigione, si sbarazza della materia e si riunisce all’anima del mondo da dove era stata emanata.

Seguendo così questa idea tutte le anime degli animali sono della stessa natura e la diversità delle loro funzioni e facoltà deriva dalla differenza dei corpi nei quali entrano.

Aristotile [29] ammette una intelligenza universale comune a tutti gli esseri e che agisce, riguardo a delle intelligenze particolari, come agisce la luce riguardo agli occhi; come la luce rende visibili gli oggetti, l’intelletto universale rende questi oggetti intelleggibili. Questo filosofo definisce come anima tutto ciò che ci fa vivere, sentire, concepire e muovere; non dice affatto quale è questo essere che è la fonte ed il principio di queste nobili funzioni, e, di conseguenza, non è presso di lui che bisogna cercare il chiarimento dei dubbi che si hanno sulla natura dell’anima.

V

Dicearco, Asclepiade e Galeno, per qualche considerazione, hanno pure creduto che l’anima fosse incorporea, ma in un altro modo; essi hanno detto che l’anima non è altro che l’armonia di tutte le parti del corpo, vale a dire ciò che risulta da una mescolanza esatta degli elementi, della disposizione delle parti, degli umori e degli spiriti. Così, essi dissero, come la salute non è una parte di colui che si sente bene, per quanto sia in lui, lo stesso, benché l’anima sia nell’animale, questa non è affatto una delle sue parti ma l’accordo di tutte quelle di cui è composto.

Su ciò c’è da tenere presente che questi autori ritengono l’anima incorporea su un principio tutto contrario alla loro intenzione; perché dire coda non significa dire corpo, ma solamente qualche cosa di inseparabilmente attaccato al corpo, vale a dire che coda è corporea, perché si chiama corporeo non solo ciò che è corpo, ma tutto ciò che è forma o accidente, o ciò che non può essere separato dalla materia.

Questi sono quindi i filosofi che sostengono che l’anima è incorporea o immateriale; si vede che essi non sono d’accordo con loro stessi e, di conseguenza, non meritano di essere creduti. Passiamo a quelli che hanno ritenuto che essa sia corporea o materiale.

VI

Diogene ha creduto che l’anima sia composta d’aria, da cui deriva la necessità di respirare, ed egli l’ha definita un’aria che passa dalla bocca ai polmoni e al cuore, dove si riscalda e da dove si distribuisce in seguito in tutto il corpo.

Leucippo e Democrito hanno detto che essa è di fuoco e che come il fuoco essa è composta di atomi, che penetrano facilmente tutte le parti del corpo e lo fanno muovere.

Ippocrate ha detto che essa è composta di acqua e di fuoco; Empedocle di quattro elementi; Epicuro ha creduto, come Democrito, che l’anima è composta di fuoco, ma egli aggiunge che in questa composizione c’entra dell’aria, un vapore e un’altra sostanza che non ha nome e che è il principio del sentimento; da queste quattro sostanze differenti si forma uno spirito molto sottile che si spande in tutto il corpo e che si deve chiamare l’anima.

Cartesio sostiene pure, ma pietosamente, che l’anima non è materiale; dico pietosamente perché mai un filosofo, come questo grande uomo, ha ragionato così male su questo argomento; ecco in che modo si esprime. Anzitutto egli dice che bisogna dubitare dell’esistenza stessa del proprio corpo; credere che non se ne abbia; poi ragionare in questo modo: non c’è un corpo; nondimeno io esisto, dunque io non sono un corpo; di conseguenza io non posso essere altro che una sostanza che pensa. Per quanto questo bel ragionamento si distrugga abbastanza da solo, dirò nondimeno, con due parole, quale è la mia sensazione.

  1. Questo dubbio che Cartesio propone è totalmente impossibile, perché per quanto si possa pensare di non avere un corpo, è vero nondimeno che lo si ha quando lo si pensa.

  2. Chiunque creda che non vi sono dei corpi, deve essere assicurato che ce n’è uno, nessuno potendo dubitare di se stesso, mentre, se ne è assicurato, il suo dubbio è inutile.

  3. Quando ci dice che l’anima è una sostanza che pensa, egli non ci insegna nulla di nuovo. Ognuno ne conviene, ma la difficoltà è di determinare che cosa è questa sostanza che pensa, e questo è ciò che egli non fa più degli altri.

VII

Per non ricorrere a ripieghi, come egli ha fatto, e per avere l’idea più sana che ci si possa formare dell’anima di tutti gli animali, senza eccettuare l’uomo, che è della stessa natura e che esercita funzioni differenti solo per la diversità dei suoi organi e dei suoi umori, occorre prestare attenzione a ciò che segue.

È certo che nell’universo esiste un fluido molto sottile o una materia senza confronti e sempre in movimento, la cui sorgente è il sole; il resto è sparso negli altri corpi, più o meno, secondo la loro natura e la loro consistenza. Ecco ciò che è l’anima del mondo; ecco ciò che lo governa e lo vivifica e del quale qualche porzione è distribuita a tutte le parti che lo compongono.

Quest’anima è il fuoco più puro che ci sia nell’universo. Egli non brucia di per se stesso, ma per differenti movimenti che egli dà alle particelle degli altri corpi in cui entra, egli brucia e fa sentire il suo calore. Il fuoco visibile contiene più di questa materia dell’aria, e questa più dell’acqua e la terra ne ha ancora meno; le piante ne hanno di più dei minerali e gli animali ancora di più. Infine questo fuoco, racchiuso nel corpo, lo rende capace di sentimenti e questo è ciò che si chiama anima, o ciò che chiamiamo spirito animale, che si distribuisce in tutte le parti del corpo. Ora è certo che questa anima, essendo della stessa natura in tutti gli animali, si dissolve con la morte dell’uomo e anche con quella delle bestie. Da questo ne consegue che ciò che i poeti ed i teologi ci dicono dell’altro mondo è una chimera che essi hanno partorito e smerciato per le ragioni che è facile immaginare.

Capitolo sesto. Gli Spiriti che si chiamano Demoni

I

Abbiamo detto prima come la nozione degli spiriti sia stata introdotta tra gli uomini ed abbiamo fatto vedere che questi spiriti non sono che dei fantasmi che esistono nella loro immaginazione.

I primi dottori del genere umano non sono stati abbastanza chiari per spiegare al popolo che cosa erano questi fantasmi, ma non lasciarono loro dire che cosa pensassero. Gli uni, vedendo che i fantasmi si dissolvevano e non avevano nulla di consistente, li definirono immateriali, incorporei, forme senza materia, colori ed immagini senza essere per altro dei corpi né colorati né figurati, aggiungendo che essi potevano rivestirsi d’aria, come di un abito, quando volevano rendersi visibili agli occhi degli uomini. Gli altri dicevano che erano dei corpi animati ma che essi erano fatti d’aria o di un’altra materia più sottile che essi addensavano a loro piacere, quando volevano apparire.

II

Se queste due categorie di filosofi erano opposte sull’idea che avevano dei fantasmi, si accordarono sui nomi da dare loro, perché tutti li chiamarono Demoni; e in questo furono tanto insensati che alcuni credono di vedere dormendo le anime delle persone morte e che è la propria anima quella che vedono, quando si guardano in uno specchio, o infine che credono che le stelle, che si vedono nell’acqua, sono le anime delle stelle. Dopo queste ridicole opinioni, essi caddero in un errore che non è meno assurdo, quando credettero che questi fantasmi avessero un potere illimitato, nozione priva di fondamento, ma comune agli ignoranti che si immaginano sempre che gli esseri che non conoscono, abbiano un potere meraviglioso.

III

Questa ridicola opinione era appena stata divulgata che i Legislatori se ne servirono per sostenere la loro autorità. Essi stabilirono la credenza degli spiriti, che chiamarono religione, sperando che la paura che il popolo aveva di queste potenze invisibili lo avrebbe ricondotto ai suoi doveri; e per dare più peso a questo dogma, distinsero gli Spiriti o Demoni in buoni e cattivi; gli uni furono destinati a stimolare gli uomini ad osservare le leggi, gli altri a frenarli ed a impedire di trasgredirle.

Per sapere che cosa sono questi Demoni è sufficiente leggere i poeti greci e le loro storie e, sopratutto, ciò che ne dice Esiodo nella sua Teogonia, dove tratta ampiamente della generazione e della origine degli dèi.

IV

I Greci sono stati i primi che li hanno inventati; da loro sono poi passati, con l’attestazione delle loro colonie, in Asia, in Egitto ed in Italia. Fu ad Alessandria e dintorni, dove i Giudei si erano dispersi, che ne ebbero conoscenza. Essi se ne sono allegramente serviti, come gli altri popoli, ma con la differenza che non hanno chiamato Demoni, come i Greci, indifferentemente gli spiriti buoni e quelli malvagi, ma solamente i malvagi, riservando ai soli Demoni buoni il nome di Spiriti di Dio e chiamando Profeti quelli che erano stati ispirati dagli Spiriti buoni; inoltre ritenevano come effetto dello Spirito Divino tutto ciò che consideravano come un gran bene e come effetti del Caio-Demone, o spirito maligno, ciò che stimavano un gran male.

V

Questa distinzione del bene e del male fece chiamare demoniaci quelli che noi chiamiamo lunatici, insensati, furiosi, epilettici; come pure quelli che parlano un linguaggio sconosciuto. Un uomo malfatto e sporco era, a loro avviso, posseduto da uno spirito immondo; un muto era posseduto da uno spirito muto. Alla fine, i termini Spirito e Demone divennero così familiari che essi ne parlavano in ogni occasione; da qui è chiaro che i Giudei credevano, come i Greci, che gli spiriti o fantasmi non erano solo pure chimere, né visioni, ma esseri reali indipendenti dalla immaginazione.

VI

Da quanto sopra deriva che la Bibbia è tutta piena di racconti sugli Spiriti, sui Demoni e sui demoniaci; ma non è detto da nessuna parte come e quando essi furono creati, ciò che non è affatto perdonabile a Mosè che si è, si dice, impicciato di parlare della creazione del cielo e della terra. Gesù, che parla molto sovente di Angeli e di Spiriti buoni e malvagi, non ci dice nulla se essi siano materiali o immateriali. Ciò ci fa vedere che tutti e due sapevano solo quello che i Greci avevano appreso dai loro antenati. Senza quello, Gesù Cristo non sarebbe meno biasimevole del suo silenzio che della sua malizia di rifiutare a tutti gli uomini la grazia, la fede e la pietà che egli assicurava di poter loro dare.

Ma per ritornare agli spiriti, è certo che queste parole: Demoni, Satana, Diavolo non sono dei nomi propri che indicano qualche individuo e che essi non furono mai quelli che gli ignoranti credettero, sia tra i Greci che le inventarono, che tra i Giudei che le adoperarono. Dopo che questi ultimi furono infettati da queste idee, essi attribuirono questi nomi, che significano nemico, accusatore e sterminatore, talvolta alle Potenze Invisibili, vale a dire ai Gentili, che essi dicevano che abitavano il Regno di Satana, non essendoci che loro, secondo la loro opinione, che abitassero in quello di Dio.

VII

Siccome Gesù Cristo era giudeo, e di conseguenza fortemente imbevuto di queste opinioni, non bisogna meravigliarsi se si incontrano sovente nei Vangeli e negli scritti dei discepoli, tali parole: Diavolo, Satana, Inferno come se fossero qualche cosa di reale e di effettivo.

Nonostante ciò, è molto evidente, come l’abbiamo già fatto notare, che non c’è niente di più chimerico, e quando ciò che abbiamo detto non fosse sufficiente a provarlo, bastano due parole a convincere gli ostinati.

Tutti i cristiani sono d’accordo che Dio è il principio di tutte le cose, che egli le ha create, che le conserva e che, senza il suo aiuto, esse cadrebbero nel nulla; secondo questo principio è certo che egli ha creato quello che si chiama il Diavolo o Satana. Ora, sia che l’abbia creato buono o malvagio, (ciò che qui non ci riguarda) esso è incontestabilmente l’opera di un atto primordiale. Se esso esiste, malvagio com’è, ciò non può essere che per volontà di Dio. Ora come è possibile pensare che Dio conservi una creatura, che non solamente lo odia mortalmente e lo maledice senza posa, ma che si sforza anche di corrompere i suoi amici per avere il piacere di mortificarlo? Come, dico io, è possibile che Dio lasci sussistere questo Diavolo, per dargli tutti i dispiaceri possibili, per detronizzarlo, se fosse in suo potere, e per sviare dal suo servizio i suoi favoriti ed i suoi eletti?

Qual è qui lo scopo di Dio, o piuttosto di quello che noi abbiamo detto parlando del Diavolo e dell’Inferno? Se Dio può tutto e niente è possibile senza di lui, da dove viene il Diavolo che lo odia, lo maledice e gli toglie i suoi amici? O Dio lo consente o non lo consente. Se egli lo consente, il Diavolo, maledicendolo, non fa che il suo dovere, perché egli può solo quello che Dio vuole; di conseguenza allora non è il Diavolo ma Dio stesso che si maledice, cosa assurda se mai fosse. Se egli non lo consente allora non è vero che egli può tutto, e di conseguenza ci sono due princìpi, l’uno del bene e l’altro del male; l’uno vuole una cosa e l’altro vuole il suo contrario. Dove ci condurrebbe questo ragionamento? A convenire senza dubbi che Dio, il Diavolo, il Paradiso o l’Inferno o l’anima non sono affatto quelli che la religione descrive e che i teologi, vale a dire quelli che smerciano favole per verità, sono della gente in malafede, che abusano della credulità del popolo, per raccontargli quello che a loro piace, come se i poveracci fossero assolutamente indegni della verità, e non devono essere nutriti che di chimere, nelle quali un uomo ragionevole non vede che il vuoto, il nulla e la follia.

È da molto tempo che il mondo è infestato da queste idee assurde. Malgrado ciò, in tutti i tempi, si sono trovate delle menti solide e degli uomini sinceri, i quali, malgrado le persecuzioni, si sono ribellati contro le assurdità del loro secolo, come si è voluto fare con questo piccolo trattato. Quelli che amano la verità ci troveranno, senza dubbio, qualche consolazione; è a questi che io voglio piacere, senza preoccuparmi delle critiche di chi considera i pregiudizi come oracoli infallibili.

[1] Mosè fece morire in una sola volta 24000 uomini che si erano opposti alla sua legge.

[2] È scritto nel primo Libro dei Re, 22, V. 6 che Achab, re d’Israele consultò 400 profeti che si dimostrarono poi tutti falsi.

[3] Cap. XV, V, 2 e 9.

[4] Cap. XVIII, V, 10.

[5] Cap. II, V, 13.

[6] Cap. IV, V, 7.

[7] Rom. XV, IX, V, 10.

[8] Quis autem negabit Deum esse corpus, essi Deus Spiritus? Spiritus etiam corporis sui generis, in sua effige. (Tertulliano, Advversus Praxean, cap. 7). [Chi poi negherà che Dio è corpo, sebbene sia spirito? Spirito certamente di un corpo sui generis nella sua figura].

[9] I primi 4 concili sono: quello di Nicea, nel 325, sotto Costantino ed il papa Silvestro; quello di Costantinopoli, nel 381, sotto Graziano, Valentiniano e Teodoro ed il papa Damaso I; quello di Efeso, nel 431, sotto Teodoro il Giovane e Valentiniano ed il papa Celestino I; quello di Calcedonia, nel 451, sotto Valentiniano e Marziano ed il papa Leone I.

[10] Il Talmud riporta che i rabbini deliberarono se togliere il Libro dei Profeti e quello dell’Ecclesiaste, dal novero dei libri canonici. Li lasciarono perché in essi si parla elogiativamente di Mosè e della sua Legge. Le Profezie di Ezechiele sarebbero state soppresse dal catalogo consacrato, se un certo canonico non avesse provveduto ad adattarle alla stessa Legge.

[11] Vedi il passo di Tertulliano sopra citato.

[12] Vedi Hobbes, Leviatano, De homine, cap. 12.

[13] Ibidem.

[14] Non necessariamente... volgare.

[15] Vedi: Hobbes, op. cit., cap.12.

[16] Q’un beau pigeon à tire d’aile / Vienne obombrer une Pucelle, / Rien n’est surprenant en cela / L’on en vit autant en Lydie / Et le beau cygne de Leda / Vaut bien le Pigeon de Marie. [Che un bell’uccello con un colpo d’ala mette incinta una fanciulla, niente di sorprendente in questo, lo si è visto in Lidia, e il bel cigno di Leda val bene l’uccello di Maria].

[17] Quarto libro di Samuele, cap. 8. Gli Israeliti scontenti dei figli di Samuele, chiedono un re.

[18] Gesù Cristo apparteneva alla setta dei Farisei, vale a dire, dei miserabili e questi erano l’opposto dei Sadducei che formavano la setta dei ricchi. Vedi il Talmud.

[19] È il giudizio che ha dato il papa Leone X, tanto conosciuto quanto audace, espresso in un secolo nel quale lo spirito filosofico aveva fatto ancora ben pochi progressi: “Sappiamo da molto tempo (disse al Cardinale Bembo) quanto questa favola di Gesù Cristo ci abbia reso”.

[20] Confessioni. Libro 7, cap. 9.

[21] Ibidem.

[22] Vedere nel Convito di Platone il discorso di Aristofane.

[23] Città di Dio, Libro I, cap.14.

[24] Contro Celso, Libro 6.

[25] Ib., Libro 8, cap. 4

[26] Ib., Libro 2, cap. 8

[27] Conte di Boulanvilliers, Vie de Mahomet, Libro 2, pp. 266-268, Amsterdam 1731.

[28] Si tratta della potente tribù dei Coreisciti o Qurayš, la più importante della Mecca, dove si occupava di commercio e della gestione del santuario della Pietra Nera (Caaba). Di essa faceva parte la famiglia degli Hašimiti alla quale apparteneva Maometto.

[29] Vedi Dizionario di Bayle, Art. Averroè.