Titolo: Miseria del femminismo
Note: Introduzione di Annalisa Medeot
Titolo originale : Misère du féminisme (da “La Guerre Sociale”, n. 2, marzo 1978, pp. 5-26)
Prima edizione: settembre 1978
Ristampa della prima edizione: gennaio 1993
Seconda edizione: novembre 2000
Terza edizione: settembre 2009
Opuscoli provvisori n. 15

Nota introduttiva

Risulta di una certa difficoltà scrivere l’introduzione ad un testo come Miseria del femminismo, quasi rischiasse di suonare come una giustificazione per la riedizione di un testo vecchio di età e di concetti, che si rivolge (si rivolgeva) ad una categoria di persone che pare non esistere più, o che ha conosciuto così profondi mutamenti da non essere più riconoscibile in quel movimento che nelle piazze gridava veleno contro il dominio maschile e reclamava l’inasprimento delle pene contro i reati sessuali. I processi per stupro sono spariti dalle cronache e non sembrano suscitare alcun interesse, e la fallocrazia è considerata argomento esclusivo da femministe separatiste, poco più – o poco meno – che folclore, che sopravvive in una piccola nicchia. Lo stesso dubbio che era sorto inizialmente sulla identità sessuale dell’autore, (lo pseudonimo ha volutamente lasciato un’ambiguità?) e che mi era parso di una certa importanza, si è poi ridimensionato ad una semplice questione di traduzione, non lasciando la lingua italiana la possibilità di giocare con un genere neutro. Nella prima edizione e traduzione, si era dato forse per scontato che l’autore dell’articolo fosse una donna, come se una critica al femminismo fosse possibile – o meglio, potesse essere accettabile – soltanto se proveniente da parte femminile.

Altre ancora le perplessità che via via sono sorte alla rilettura del testo. Innanzitutto un articolo per una rivista, quindi presenta un taglio quasi giornalistico, piuttosto ricco di esempi tratti dalla cronaca del tempo e che poco riescono a dire ancora oggi. Le stesse ridotte dimensioni non permettono lo svilupparsi in maniera più compiuta e l’approfondimento delle tesi presentate, talvolta con un certo piglio provocatorio e superficiale, anche se mai ingiustificato e gratuito.

Sicuramente è diversa la situazione attuale, diverso l’interesse per questi argomenti, diverso il femminismo stesso, più delimitati e modesti, in fondo, appaiono i suoi territori di lotta (l’ammissione delle donne nell’esercito, le molestie sessuali sul luogo di lavoro, etc.), ma forse proprio per questo indicativi della vittoria del femminismo stesso. Definito oggi come “la rivoluzione più lunga”, il femminismo sembra effettivamente avere raggiunto dei risultati che invece altri movimenti di lotta non hanno ottenuto, soprattutto per quanto concerne un cambiamento nella mentalità corrente e l’acquisizione di una considerazione della donna e del suo ruolo nella società quasi inimmaginabili venti o trenta anni fa, oltre che un’attenzione sociale sicuramente diversa per tutte quelle situazioni che in passavo hanno costituito un terreno di lotta anche dura e violenta per le femministe, quali la tutela della maternità, o il diritto all’aborto, o l’accesso alla contraccezione, e così via.

Eppure, resta la sensazione che questa rivoluzione, al pari delle altre, se così si possono definire, abbia fallito. A meno che non ci si accontenti di una accezione di “rivoluzione” che va bene anche per i detersivi pubblicizzati in televisione. La sensazione che ci sia qualcosa in più, e che sia stato tranquillamente tralasciato – forse abbandonato come ridondanza estrema o estremista? In fondo, il patriarcato, la storia millenaria di umiliazione e di sopraffazione che le donne hanno vissuto, non sono certo invenzioni del femminismo, né è legittimo pensare che il vastissimo consenso di cui godeva il movimento femminista fosse basato esclusivamente su risentimenti isterici e fantasmi ideologici privi di reale consistenza, inconsapevolmente risucchiato da una tensione sociale tesa all’integrazione nel sistema. Negli anni Settanta, si assiste ad un movimento femminile di massa di presa di coscienza della propria condizione, della propria differenza, di ricerca di un percorso di lotta e di affermazione come donne, attraverso una serie di iniziative, delle più diverse e disparate: sperimentazioni personali, approfondimenti teorici, manifestazioni politiche, azioni dirette, un enorme patrimonio di esperienze, anche contraddittorie e discutibili, che però alla fine rivela una carenza di fondo tale da snaturare la sua portata potenzialmente rivoluzionaria, e che renderà questo momento collettivo un’altra occasione mancata, ed è la sua parzialità, il suo chiudersi in un recinto da difendere nella sua purezza, la sua incapacità di sognare. Questo farà sì che il sistema sia messo agevolmente nelle condizioni di rispondere alle sue richieste, parziali anch’esse, ma solidamente ancorate ad una idea che si è rapidamente trasformata in ideologia, togliendole ogni bellezza ed ogni potenzialità di volo.

Ed è di questo, infatti, che ci racconta l’autore, descrivendo questo movimento come un utile sostegno del capitalismo, la cui rapida trasformazione dell’epoca lo rendeva bisognoso di nuova forza-lavoro, e quindi di modificazioni sociali tali da trasformare le donne – fino a quel momento soltanto marginalmente coinvolte nel mercato del lavoro salariato – in una forza produttiva docilmente sottoposta alle sue richieste, mansueta manodopera impegnata in una lotta diversa, e diversiva: riconoscendo nell’uomo il nemico, l’oppressore storico, situazione oggettiva che trovava conferma anche nel fatto che maschile era anche la supremazia nei luoghi di lavoro, ecco che questi, con le rivendicazioni femministe, diventano uno dei terreni di scontro piuttosto che un punto di partenza per la lotta di classe, che in questo modo è anzi ulteriormente disgregata e indebolita. Per quanto, ricorda l’autore, il femminismo pretenda di costituirsi contro la società esistente, maschilista e oppressiva delle differenze. Ma in realtà è il femminismo stesso a perdersi nelle contraddizioni della società capitalista, a reclamare un riconoscimento delle peculiarità femminili da parte del sistema e dentro il sistema stesso, a fare ricorso ai suoi mezzi repressivi – proprio a quegli uomini e a quel potere che pretende di combattere, e distruggere, e sostituire, forse – per avere soddisfazione del proprio senso di giustizia, dei propri desideri, dei propri bisogni.

Tutto questo, però, oltre a rivelare di appoggiarsi su di un piano di elaborazione concettuale poco consistente, esprime dolorosamente la parzialità e la debolezza di una lotta che voleva partire da un modo di sentire e di agire che una donna poteva, e può, credo, avvertire come un moto intimo e profondo, e che invece viene ad essere così ingabbiato in modalità di lotta rivendicazionista, agevolmente assimilabile dalle forze che il capitale stava ponendo in campo, e tralasciando invece di mettere in discussione le modalità relazionali che coinvolgono parimenti uomini e donne, l’obbrobrio di un sistema che tutti riduce a macchine standardizzate, svuotando la realtà della sua ricchezza e consegnando ruoli, nuovi, se necessario, suggestivi di emancipazioni raggiunte, ma ugualmente oppressivi, fatalmente coercitivi in nuovi casellari sociali.

È interessante l’analisi proposta dall’autore della considerazione centrale di cui gode lo stupro come modello di interpretazione, da parte della critica femminista, e non come conseguenza di una socialità, e quindi anche di un modo di vivere la sessualità, coatta ed oppressiva. In questo senso, osservazioni come quelle sulla marginalità del fenomeno dello stupro, o sull’“immaterialità” di un’accusa di violenza sessuale, se da un lato appaiono come provocatorie, dall’altro sono funzionali anche a smascherare un meccanismo perverso attraverso il quale la denuncia della oppressione sessuale trasforma le donne in vittime, bisognose di tutela e di un tessuto istituzionale repressivo in grado di difenderle, tragicamente invischiate in un sistema che, allo stesso tempo, è contestato come creatore delle patologie stesse che viene chiamato a curare, ma che la parzialità del punto di vista femminista non individua chiaramente come nemico esso stesso, non suscettibile di possibili miglioramenti, se non nel senso, appunto, di parziali conquiste che riveleranno la natura repressiva di ogni reale tentativo di liberazione e di ogni affermazione di se stesse e di se stessi come individui.

Nonostante l’autore dimentichi le differenze, anche profonde, che si sono via via sviluppate in seno al pensiero femminile, e accorpi grossolanamente visioni che hanno convissuto anche con difficoltà, il pensiero separatista e la teoria della differenza, il femminismo dell’emancipazione e quello della liberazione, l’analisi che propone può farci notare un percorso di continuità dal femminismo storico ad una delle sue nuove tendenze: il cyberfemminismo, in cui l’interesse per le nuove tecnologie non nasconde lo stesso interclassismo del passato, una sorta di riverniciatura delle vecchie istanze del capitalismo di spostare il terreno dello scontro entro confini più chiari.

È un testo che ci parla di un periodo lontano, di un momento storico di cui, in fondo, per chi non ha vissuto quel periodo, risulta difficile capire la sensibilità, i bisogni, le urgenze, o che potremmo rischiare di considerare con una certa superficialità: eppure non è inutile leggerlo o rileggerlo, anche al di là di un suo presunto valore come “documento storico”. Riesce ad essere bello quando oppone alla parzialità della lotta femminista la totalità del suo sogno, del suo progetto, della lotta comunista – per quanto, temo, l’autore stesso abbia smesso di crederci, ma questa è un’altra cosa, che poco ci interessa qui – e non parla di rivendicazioni, di rotazione dei compiti, di ruoli, ma finalmente di rapporti, di attrazione, di desideri.

Annalisa Medeot

Nota

Frasi pressoché intraducibili. “Ras le viol”, approssimativamente “Basta con lo stupro”. “Terre des hommes, viol de nuit” prende lo spunto dal titolo di un libro di Saint-Exupéry Vol de nuit, terre des Hommes [Il furto è della notte, la terra degli uomini], quindi: “La notte è la terra degli uomini e dello stupro”. “La drague c’est le viol”, “L’abbordaggio è stupro”. (n.d.t.).

Nota dell’autore

In Miseria del femminismo potremmo vedere in che cosa il femminismo, malgrado le sue arie emancipatrici e radicali, rimane sul terreno della società capitalista e si fa perfino guardiano dell’alienazione femminile tradizionale.

Ai processi per stupro opponiamo la critica della miseria sessuale, affettiva e sociale, sia maschile che femminile.

Il femminismo è una manifestazione del quotidianismo. Non basta definirlo rivolta parziale e raccomandargli di diventare totale abbandonando il punto di vista particolare della donna – seguendo lo stesso principio che oppone all’errore dell’autogestione la verità dell’autogestione generalizzata. Ciò che deve essere messo in chiaro è il suo contenuto e le inversioni che esso suppone a proposito delle vere soluzioni.

A chi ci rivolgiamo? Per primo alle femministe! Non evidentemente a quelle di professione, ma a tutte coloro che si ritrovano e si identificano in questo movimento, dimostrando che solo la trasformazione dei rapporti sociali permette di risolvere i problemi e i bisogni che si perdono in questa via senza sbocco.

“Ras le viol!”, “Terre des Hommes, viol de nuit”, “La drague c’est le viol”...

Gli slogan femministi prendono spunto dai grossi titoli della stampa a sensazione. Un nuovo cavallo di battaglia succede all’aborto. Scritte murali, manifestazioni, battaglie giudiziarie, dibattiti, processi e risposte selvagge si sviluppano.

Le femministe conducono la danza, ma non sono sole. [Parliamo al femminile delle femministe per facilità. E tuttavia chiaro che il fatto di essere o meno femministi, non dipende unicamente dal sesso. Vi sono uomini feroci femministi per cui le donne sono sempre perseguitate e innocenti. E vi sono anche donne ferocemente anti-femmniste]. La sinistra le segue. In che modo potrebbero reagire ad una forma particolarmente odiosa di oppressione, coloro che sono specializzati nell’acuta denuncia dell’oppressione? Evviva la lotta delle donne, accanto a quella degli operai, degli appremdisti, dei popoli in lotta, dei cacciatori e degli uccelli selvaggi! Certo, non è molto facile articolare tutto, non constatare le contraddizioni ma non si tratta di presentarsi, non solo come raccogli-dissenso ma come necessari unificatori?

I mass media non sono indifferenti. Prendono saggiamente le distanze dagli “eccessi”, ma non mancano di rompere la banalità delle loro informazioni facendo l’eco della “lotta” femminista.

Alla televisione, alla radio, nella stampa sindacale, si discute per sapere se lo stupro è l’operato di individui “rozzi” o al contrario di malati mentali. Produce, oppure no traumi irreversibili? Le violentate, giovani e nonne, testimoniano, ed anche vecchi stupratori...

La stampa femminista tradizionale si evolve. Essa cambia perché le donne cambiano. È un suo preciso interesse se non vuole perdere una parte della sua notevole clientela. In Germania, la rivista specificatamente femminista e non solamente femminile “Emma” ha già un suo successo sul mercato. “Marie-Claire”, in Francia, si accontenta di un supplemento femminista.

Far palpitare le lettrici che non si accontentano più della posta del cuore o dell’arte del lavoro a maglia: “Come dire no ad uno stupratore e sopravvivere?”. “... Dunque voi siete là, accanto al cespuglio, sempre in piedi ma titubanti, le mani dell’uomo si aggrappano a voi. L’effetto dello choc si dissipa un poco. Capite che si tratta di un tentativo di stupro e che la vittima siete voi. Ciò che vi serve è guadagnare del tempo per riflettere e senza che lui vi colpisca. Come?” (“Cosmopolitan”). Cominciate a praticare sport di lotta, lo yoga, l’azione psicologica: è per la linea, per la forma e, poi, non si sa mai...

Lo stupro esiste ed aumenta in genere alla stessa stregua della delinquenza. Molti fattori contribuiscono a moltiplicare e a banalizzare lo stupro, a farne, per alcuni, un fatto quasi normale, una rivincita o una facile compensazione in cui non vi sono grandi rischi. In effetti, la maggior parte degli stupratori non si fa prendere. Spesso le vittime non sporgono nemmeno querela. Vergogna, paura, senso di inutilità, volontà di far punire una persona? Dalla banda di balordi che “approfitta” di una “compagna” e in quindici “se la fanno”, a quegli allegri “scavezzacollo” da weekend che sequestrano e si divertono con una debole di mente, senza dimenticare l’orrore di stupri seguiti da uccisioni di bambini, di donne o di coppie, si possono accumulare storie sordide, tragiche, a volte tragicomiche.

E tuttavia, è difficile non rimanere infastiditi dalla lotta portata avanti contro lo stupro per il tono ed i mezzi impiegati. E un fastidio che viene dal di dentro: alcune femministe precisano di non aver niente contro gli uomini, che gli stupratori sono, come prima cosa, vittime della società, che esse puntano sulla repressione e utilizzano i tribunali solamente a scopo pubblicitario per rompere il silenzio.

Non tutte le femministe manifestano una tale comprensione. Alcune reclamano un inasprimento delle pene. A Roma, alcune manifestanti si scatenano in un’isteria anti-maschio a proposito del processo agli aggressori di Maria: una banda di teppisti.

Negli USA, nel Wisconsin, le femministe, accanto ad istituzioni poco sospette di estremismo, si accaniscono contro un giudice. Il suo crimine? Ha rifiutato di condannare alla pena detentiva, mettendolo semplicemente sotto sorveglianza per un anno, un ragazzo di quindici anni che aveva violentato in una scuola una ragazza di sedici anni, qualificando normale la sua reazione vista la tenuta sexy della vittima e il clima di generale erotizzazione.

Lo stupro sarebbe dappertutto. Abbordare è stupro. Uccidere è stupro. L’uomo sarebbe per sua natura stupratore e la donna la sua eterna e innocente vittima.

Le femministe estremiste proclamano che la penetrazione è un atto di dominazione, una umiliazione da rifiutare. Certe, arrivano a dire che la violenza e Io sfruttamento non esistono che da parte dell’uomo. E dunque è questa parte dell’umanità che bisogna neutralizzare o eliminare con l’avvento di un mondo di donne che, grazie al progresso della biologia, si riprodurranno senza uomini.

Qualunque sia il delirio che possono raggiungere il femminismo e le prodezze della biologia, risulta vero che pretendere di scoraggiare gli stupratori senza fare appello alla repressione poliziesca e giudiziaria complica il problema. Quando non si comprendono o non si vogliono comprendere le condizioni che provocano lo stupro, il fatto che esso manifesta – anche sotto una forma barbara – un bisogno fondamentale, il fatto che risponde anche ad una certa attitudine femminile generale, non resta, se si è conseguenti, che rimettersi alla repressione, ricacciare il problema.

Gli stupratori sono quei maschi conquistatori che perseguono le femmine nelle nostre città, quei Tarzan moderni che saltano da un balcone all’altro, una mano sul cazzo e un fiore alla bocca? Le statistiche più serie rispondono di no. Immigrati o padri di famiglia bene delle nostre parti, il violatore tipo non è di quel genere. È difficile fare un quadro del fallocratismo trionfante: questo miraggio che esaspera le femministe.

Fondamentalmente, lo stupro è la triste rivincita di una vittima, l’impresa del povero. Non è il prodotto della ricchezza borghese o dell’arroganza fallocratica, ma il loro sottoprodotto. Se solamente si potesse provare che lo stupro è l’azione di privilegiati avidi di carne proletaria, come sarebbe più facile articolare la giusta lotta della donne e la vecchia lotta delle classi... Ma non tutti i giorni vi è un notaio Leroy da criticare, e anche la demagogia maoista ha i suoi limiti!

Ci scontriamo con i difensori dell’ordine, ma anche, senza tregua e dappertutto, e in misura più quotidiana, gli uni agli altri. E questa la realtà del capitale. Il problema non è di accettare senza reagire, ma non è nemmeno di costruire razzismi su tutte le opposizioni reali che possono nascere, di drammatizzare, di creare un clima da psicosi, di innervosirsi, e così di esserne doppiamente vittime. Sorde tensioni che la guerra sociale disperde.

Le attitudini militanti mascherano un’incapacità a trasformare il proprio quotidiano e non fanno che aggravare la miseria di coloro che vi aderiscono. Le convinzioni femministe possono coesistere con la miseria più completa. Accettazione della più piatta sottomissione e rivincita a livello immaginario e ideologico. O giustificazione di rigide e aggressive attitudini che contribuiscono alla disgrazia della quale si nutrono e che pretendono combattere. Il quotidiano ha tanto più bisogno di ornarsi di spiegazioni e di razionalizzazioni ideologiche in quanto il suo stesso significato non è chiaro.

L’errore del femminismo non è di incitare le donne alla collera e alla rivolta e di fare la guerra ai comportamenti maschilisti. Non vengono presi come bersaglio il capitale o la crisi dei rapporti umani in generale, col pericolo di affondare nell’ideologia, ma gli ostacoli e le persone concrete contro cui ci si scontra, con i quali il capitale ci fa scontrare. Che le donne se la prendano con gli uomini che le opprimono, le sfruttano, impediscono loro di vivere, le riducono ad oggetti sessuali o ad animali domestici... E che gli uomini facciano altrettanto, che la smettano con quegli ipocriti sentimenti d’indulgenza o quell’ironia compiacente che maschera una dipendenza nevrotica, per avere esigenze di esseri umani nei confronti di altri esseri umani. Non si può amare ciò che si disprezza o che si utilizza.

Novella versione del mito di Adamo ed Eva, della tentazione e del peccato originale, l’imbecillità è di volere in maniera assoluta che “la colpa sia degli uomini”. Si attribuisce loro allo stesso tempo una perversione e una potenza fantastiche, ignorando la natura di un sistema il cui sviluppo sfugge agli uomini e alle donne, anche se approfitta delle loro differenze biologiche.

Il femminismo non è d’altro canto in grado di comprendere il legame fra le capacità e i bisogni biologici e differenziati delle persone e delle loro funzioni in seno alla società. Può negare solo le differenze biologiche o farne il principio assoluto di spiegazione a rischio di mescolare le due versioni: “Tutto va male a causa degli uomini che non sono né peggiori né migliori delle donne, e d’altronde i due sessi hanno possibilità simili ma gli uomini abusano delle loro”.

Natura dello stupro e del femminismo

Lo stupro ha talvolta trovato dei difensori. Secondo il “femminista” Fourier, parlando di un individuo condannato per aver assalito parecchie vecchie signore, lo stupro sarebbe un mezzo della natura per realizzare delle unioni altrimenti impossibili.

La forma che può assumere il bisogno può essere tanto barbara quanto lo è la società che gli rifiuta le possibilità del suo soddisfacimento. Lo stupro sarebbe un’espressione della sessualità, se il bisogno potesse soddisfarsi in esso. È il caso della vittima? È il caso dell’aggressore? Nevrosi e perversione esistono come incapacità a realizzare e a compiere il desiderio.

Lo stupro è una contraddizione in atto. Espressione del bisogno di un rapporto sociale ed amoroso assente nella masturbazione, affievolito nella prostituzione ed anche nella sessualità regolare e domestica. Incapacità per ragioni caratteriali e, visto il contesto sociale, di costruire rapporti e assicurare la coincidenza dei desideri. La frustrazione genera l’aggressività. Il bisogno amoroso si trasforma in un rapporto di dominazione e di distruzione. La maggior parte degli stupratori solitari si sentono infatti rifiutati, disprezzati, e cercano paradossalmente di forzare un’approvazione o un riconoscimento.

La violenza sessuale è a volte legata ad un modo non sessuale, antisessuale, di intendere e di praticare la sessualità, in cui le donne giocano il loro ruolo come gli uomini, anche se il loro ruolo consiste nel non essere degli esseri responsabili. Non si può comprendere la loro miseria se si rifiuta di vedere come il comportamento di ognuno di essi sia legato e risponda al comportamento dell’altro. L’alienazione degli uomini è sostenuta da quella delle donne e viceversa. L’omosessualità stessa imbroglia le carte ma non rompe la regola. Voler fare della donna una vittima passiva del comportamento maschile o della sua situazione è, sotto la facciata dell’assolutore, manifestarle il più profondo disprezzo.

Negli USA (secondo Kinsey) la durata media di un coito sarebbe di due minuti. Si può dubitare della precisione di questi sondaggi e di questi risultati. Ma essi si legano ad altre informazioni e indicano quale dev’essere il grado di miseria sessuale, e non solamente negli USA. Con un comportamento tipicamente maschilista, scopare è già liberarsi di una tensione, “tirare un colpo”, e anche semplicemente segnare un punto. Un modo di operare che, nei fatti, non è che il mezzo di fare economia di un’attitudine sensuale e amorosa. Lo stesso comportamento che, nello stupro, crede di trovare solo un mezzo per raggiungere lo scopo.

Come potrebbero delle persone abbandonarsi all’improvviso alla loro sensualità, all’amore, alle carezze, al ritmo, al loro amante, quando la loro educazione li spinge a contenersi, a non lasciarsi andare, a concedere tutto in termini di concorrenza, di rapporti di forza e di imbroglio? Come lo potrebbero quando la sera rientrano sfiniti dal lavoro, quando durante il week-end sono legati dalla presenza dei bambini, quando si trascinano negli anni con partner che non amano più? Vi sono molte persone in cui il senso profondo della loro miseria e del continuo lavoro spengono l’amore.

Accanto a tutta questa merda, lo stupro resta un fenomeno molto marginale, anche se ne è il prodotto e se le reazioni che suscita ne sono l’eco. Tuttavia non è agevole immaginare militanti che manifestano e rivendicano perché gli uomini le amino di più e di conseguenza le scopino con più ardore. Ciò significherebbe dar ragione a coloro che le trattano da insoddisfatte, riconoscere e reclamare una fatale dipendenza. D’altro canto è vero che non c’è un qualcosa da rivendicare, ma qualcosa da fare – e perfino la rivoluzione.

Lo stupro è anteriore al capitalismo e gli stupratori non sono necessariamente dei malati mentali. La sua causa è dunque altrettanto sociale? Alcuni. immaginano che all’inizio era lo stupro e che, grazie alla civilizzazione e alla repressione, questo comportamento primario si sia evoluto. Lo stupro: fenomeno biologico o sociale?

Lo stupro non è un comportamento bestiale, ma umano, e anche tipicamente umano; legato al fatto che la sessualità umana non è più guidata da meccanismi rigidi e concentrati in periodi precisi, come quella degli animali. Lo stupro è un comportamento normale o anormale? Ancora una questione superata: è chiaro che chiunque, posto in certe condizioni di eccitazione, di frustrazione e di forza, può arrivare a violentare. Lo stupro non è il fondamento della sessualità maschile, ma non è nemmeno estraneo ad essa. Allo stupro non si oppone un giudizio morale, ma delle condizioni che permettano l’armonizzazione dei desideri e non spingano gli individui in vicoli ciechi. In determinate condizioni tutti possono commettere un omicidio. Ciò che urta è che lo stupro sia quasi sempre privilegio del maschio. Ciò che manca di reciprocità è un’ingiustizia flagrante. Che non si domandino più allora delle leggi sull’uguaglianza, ma francamente l’abolizione della differenza dei sessi – che tuttavia continua a portare ad alcuni degli innocenti godimenti.

Il femminismo è l’espressione di un movimento di fondo generato dal capitale. Movimento formidabile che sradica la donna dalla sua posizione ancestrale e rivoluziona i rapporti fra i sessi. Partecipa inoltre ad un fenomeno recente che si oppone e recupera le tendenze al superamento: il riformismo della vita quotidiana.

È falso vedere nel femminismo, per il fatto che solleva “problemi umani”, una rivolta radicale che prende spunto da questo multiforme movimento che distrugge il vecchio mondo. Ma è ugualmente falso ridurlo alle forme distorte che prende il malessere delle classi medie, perché è soprattutto in questi strati che esso si autonomizza come movimento delle donne per le donne. Lo strato sociale che fa da supporto al femminismo, così come le avvocatesse, le scrittrici e le giornaliste che Io divulgano, imprime le sue caratteristiche, ma non ne spiega la natura. Quanto a quelli e a quelle che vogliono prendere in contropiede il femminismo, come il movimento “Total Woman” negli USA, e mantenere o restaurare la donna di casa felice e sottomessa, essi remano invano controcorrente.

Non è il femminismo ma il capitale che getta le donne nella salarizzazione e riduce il tempo e gli sforzi consacrati alla funzione materna e domestica. Il progresso capitalistico ha fatto sparire il ruolo di primo piano che occupava la forza fisica umana. L’energia diviene quella delle macchine, la violenza quella delle armi da fuoco.

La maternità, salvo eccezioni, resta appannaggio delle donne, ma la donna moderna vive più della sua antenata, fa meno figli e vi si dedica meno. Visto l’abbassarsi della mortalità infantile e dunque la migliore riproduzione della specie, l’aumento della durata della vita, la contraccezione, il biberon, l’asilo, la scuola... la funzione materna occupa e definisce la donna molto meno che in passato.

Il nocciolo del problema è che la divisione tradizionale del lavoro fra i sessi perde la sua ragion d’essere e che il capitale, e non la lotta delle donne contro l’oppressione maschile, distrugge le fondamenta del vecchio rapporto gerarchico uomo-donna L’importante è che la rivoluzione comunista, non il femminismo, può completare questo movimento rivelandone il contenuto.

Il femminismo proclama spesso la sua opposizione alla società attuale. Ma è impressionante vedere come, a livello ideologico e di principi, esso incontri poche opposizioni: alcuni sussulti e qualche ghigno che lo portano ad alzare il tono.

Il femminismo, sotto la forma dell’ideologia dell’emancipazione della donna, generalmente approvata, ma anche sotto la sua forma più radicale, è un’espressione dell’azione del capitale tendente a liquidare le vecchie strutture e ad integrare direttamente le donne nel suo processo. Il fondo della sua natura gli impedisce di andare oltre, e quando si occupa di socialismo e di rivoluzione è generalmente per seminare confusione. Si riaggancia al mito incrinato del socialismo dei Paesi dell’Est, per constatare che le donne non sono più avvantaggiate che nel capitalismo. Esso pensa che le donne debbano partecipare in quanto tali, in maniera autonoma, ad ogni rivoluzione politica per imporre i loro interessi. Ed intende evidentemente rappresentarle in campo politico e democratico: parla in nome di più della metà della specie! Denuncia il concetto di “dovere coniugale” che copre degli “stupri legalizzati”, ma dimentica quasi di denunciare quell’istituzione così funesta sia per l’uomo che per la donna: il matrimonio. Invoca un ipotetico ed antidiluviano matriarcato per evocare una vittoria futura. Si crede radicale perché ha scoperto che l’oppressione e la disuguaglianza sessuale erano antecedenti al capitalismo, e dunque più fondamentali. Rifiuta di vedere a qual punto il capitalismo ha rivoluzionato e modificato la natura di questa vecchia oppressione. Il femminismo è il prodotto di un mondo moderno ma è incapace di comprendere il moderno.

Il femminismo si appoggia sulla miseria della condizione femminile, ma è soprattutto l’espressione del rapido mutamento di questa condizione e dei problemi che essa solleva. Non è tanto una reazione alla vecchia condizione di inferiorità della donna, quanto al fatto che la donna è oggi lacerata fra funzioni e status contraddittori in una società globalmente trasformata. Le donne si sentono soprattutto inferiorizzate perché il loro vecchio status di inferiorità crolla e le situazioni divengono paragonabili, lasciandole relativamente handicappate e disarmate nel lavoro, nella famiglia e fuori.

Il femminismo è la rappresentazione falsata e militante di questa liquidazione del vecchio status femminile. Esso mette in scena la rappresentazione di un movimento che, fondamentalmente, sfugge alla volontà delle donne (in quanto uomini e donne) come la lotta delle donne e dei loro alleati contro l’oppressione maschilista e l’ ineguaglianza. Il femminismo ha ragione nella misura in cui quegli atti militanti e politici – de Gaulle e il voto delle donne – liquidano effettivamente vecchi ostacoli politici e giuridici.

Questa visione militante è proiettata su tutto e arriva a prendere le scosse secondarie che provoca come la sostanza delle cose, allo stesso modo in cui per la sinistra l’essenza del capitalismo è la repressione. Il problema diviene quello della dominazione degli uomini sulle donne, che dev’essere abolita o rovesciata, per arrivare all’uguaglianza dei sessi e alla suddivisione del potere o al predominio da parte delle donne. Il problema delle relazioni fra sessi è concepito innanzitutto come forza da neutralizzare, da codificare in rapporti di “diritti” e “doveri”. Tutto si evolve nel falso linguaggio del politico e del giudiziario.

Il capitale non si evolve tranquillamente e automaticamente. Vi sono delle resistenze, delle imprecisioni. Nuove contraddizioni si sviluppano. Il femminismo vi si radica. Ma resta prigioniero dell’universo capitalista.

Trattandosi di un potere degli uomini sulle donne, la dinamica impone la questione dello stupro. Questo sarebbe la prova brutale, irrecusabile, della dominazione degli uomini sulle donne a livello e in virtù della loro differenza sessuale. Il fallo sarebbe lo strumento di un’aggressione senza eguali. Questo sarebbe lo stupro; e non sadismo o emanazione della miseria sessuale.

Partendo da ciò, lo stupro può essere ritrovato dappertutto. Esso non è considerato come un’espressione concentrata, esacerbata, della miseria e della lacerazione, ma come un modello di interpretazione al quale si rapporta tutto.

Vi si ritrova, a livello del quotidiano e della sua moderna politicizzazione, la funzione del vecchio antifascismo. Il nemico è la repressione aperta e brutale. Il problema, un problema di potere; la soluzione, la democratizzazione. Si liquida così la questione di sapere come il capitalismo sfrutta e aliena la gente soddisfacendo contemporaneamente i suoi bisogni e facendola partecipare al problema della natura borghese della democrazia. L’antifascismo non può intendere il fascismo come prodotto del capitale, anche se vuole spiegarne l’evoluzione, ma vede il fascismo dappertutto. La gente agirebbe solo costretta e forzata, non tramite meccanismi impersonali e bisogni, ma per mezzo di altra gente costituitasi in potere.

Gli effetti del potere che si manifestano a livello quotidiano concernono sia gli uomini che le donne, e sono effetti di secondo livello. L’impossibilità e l’incapacità di agire e di amare si trasforma in azione contro l’altro, in ricerca perpetua di potere. Ma è il frutto di una impasse, non la causa prima.

Anche se si moltiplica per dieci il numero di querele per stupro (1.589 stupri in Francia nel 1975), si constata che il rischio che una donna corre di farsi violentare è molto limitato. Non sarebbe meglio occuparsi delle nonne che si fanno rubare le loro economie o scippare della borsetta? Vi sono tali numerose e vulnerabili vittime di delinquenti senza pietà!

Il problema non sta nel livello raggiunto dallo stupro, sebbene non sia inutile ricordarne il carattere marginale rispetto ai furti, agli incidenti di macchina, alle malattie professionali che colpiscono in modo considerevole la popolazione femminile. Il problema sta nel modo in cui il suo contenuto emozionale, malgrado la sua debole frequenza statistica, è utilizzato in una incerta lotta.

Cerchiamo di vedere fino a qual punto il femminismo non è che un sottoprodotto di quella “società fallocratica” che denuncia. Dapprima, vediamolo attraverso la questione della repressione e dell’utilizzazione della giustizia. In seguito, in ciò che concerne i rapporti tra lo stupro e il desiderio, in cui esso diventa guardiano dell’alienazione femminile tradizionale.

La repressione e la pagliacciata giudiziaria

Le femministe lasciano intendere che, per effetto del fallocratismo, lo stupro non sarebbe mai stato seriamente punito prima che esse cominciassero ad intervenire. In realtà, nel corso degli anni, lo stupro è stato sempre considerato come un delitto particolare che era necessario punire severamente. E anche in ciò è possibile vedere un effetto del fallocratismo. Presso i Romani, si trattava di una difesa della matrona e del carattere di sacralità del matrimonio (legato a quello della proprietà). Morte per annegamento e lapidazione nei tempi antichi. Le donne venivano vivamente incitate a difendersi o a chiamare aiuto allo scopo di non essere sospettate di complicità e punite con i loro aggressori. Guglielmo il Conquistatore istituì la pena della castrazione e l’accecamento per castigare coloro che violentavano una vergine. Lo stupro è punito dall’art. 120 del codice militare americano con la prigione o la morte. In Cina e in alcuni altri paesi d’avanguardia si fucilano i delinquenti sessuali.

Certo, si può riscontrare un certo rilassamento, specialmente in tempi di guerra. Succede lo stesso per il furto. E la guerra, e le regole sociali non concernono il nemico. Ma si può ben dire che lo stupro è sempre stato considerato come un crimine. Crimine particolare che non si può legare ad un danno o ad una privazione materiale concreta, ma riguarda la moralità e la proprietà sessuale. L’esistenza dello stupro non può essere dissociata da questo sistema della moralità e della proprietà sessuale che lo provoca nello stesso tempo che lo condanna.

L’accusa di stupro tende ad essere tanto severa e sproporzionata ai danni reali quanto più sovente i violentatori restano spesso impuniti. Si tratta di entrare in questa logica, di urlare che lo stupro è un crimine, che dev’essere riconosciuto e punito quanto più è difficile da circoscrivere e castigare. Che utilità hanno le condanne esemplari?

Ignobile quanto lo stupro è il fatto che individui, specialmente giovani. siano condannati ad anni di prigione, a pene che vanno dai 5 ai 10 anni. Lo stupro arriva ad esser punito più duramente del delitto passionale. Altrettanto ignobile è il fatto che si arrivi ad offrire ai maniaci sessuali la scelta tra la prigione e la castrazione. E una volta “curati”, vengono fatti esibire dichiarando la loro ritrovata tranquillità: che è meglio vivere senza essere stimolati e infastiditi da quegli impulsi malsani!

Le femministe, con il problema dell’aborto prima e con quello dello stupro poi, sono state costrette a porsi sul terreno giudiziario, sia per difendere le accusate. che per diventare accusatrici esse stesse.

È evidentemente molto discutibile fare appello alla giustizia borghese per difendere i propri interessi, essere ridotti a portare avanti le proprie lotte in tal modo. Ma coloro che fanno questa obiezione e che, per altri versi, considerano completamente normale utilizzare, “capovolgendola”, questa giustizia contro i padroni e approfittare in tal modo delle “contraddizioni del sistema” sono anch’essi sospetti. Il fatto che gli accusati di violenza carnale siano delle vittime, sfruttati e a volte immigrati, non basta per creare una discriminazione a loro vantaggio. Anche se sono molto più vulnerabili.

Le vittime di violenza e i loro avvocati si contentano a volte di reclamare una pena simbolica, non volendo utilizzare la repressione. Nell’affaire di Brigitte (marzo 1977), aggredita da uno studente egiziano, Youssi Eschack, che si era in conclusione dimostrato impotente, gli avvocati di parte civile e l’accusa furono d’accordo nel chiedere la libertà provvisoria per il ragazzo che aveva già scontato quasi un anno di prigione. Il tribunale rifiutava motivando con la “gravità del turbamento portato all’“ordine pubblico” e per il fatto che, essendo straniero, l’accusato avrebbe potuto sottrarci all’azione della giustizia.

Per gli avvocati di Brigitte, era necessario che l’accusato fosse giudicato in Assise, alfine di dimostrare il carattere criminale dello stupro. Vi fu lo stupro? O vi fu solamente un tentativo? È su ciò, sul tipo di intenzione dell’aggressore, che il dibattito venne portato e dal quale tutto sembrava dipendere. Il nostro “mendicante d’amore”, come lo chiamava il suo difensore, tendeva a colpire e ferire, a strangolare collericamente, o cercava solo il mezzo per soddisfare i suoi più sinistri disegni? Qual era la natura della sua impotenza?

Il fatto è che il femminismo si colloca tutto sul terreno della giustizia e su quello della moralità. E ciò accade anche quando si vogliono utilizzare i procuratori senza sporcarsi le mani con la repressione, come nell’affaire di Brigitte, mostrandosi così inconseguenti quanto l’impotente stupratore. Ciò che importa per prima cosa – da cui l’esigenza che lo stupro sia giudicato in Corte d’Assise – è che sia riconosciuto come crimine dalla società. È necessario che vi sia la vittima, il colpevole e la condanna. E sottolineare che la severità delle pene non dipende dal grado di giurisdizione. Saremmo anche noi per la repressione: nel senso di una buona bastonata.

Che una donna, di fronte a un attacco che sente come insopportabile e, a torto o a ragione, veramente dannoso, arrivi – cosa già accaduta – a colpire ed anche ad uccidere il suo aggressore, è una soluzione. Una tale reazione, che sia efficace o no, razionale o no, proporzionata al danno o no, è qualitativamente differente da ogni comportamento che tende a drammatizzare, a condannare e a punire, sia che ciò avvenga tramite il riconoscimento e il ricorso alla giustizia ufficiale che tramite l’istituzione di tribunali popolari più o meno pittoreschi.

Viene proposto di affiggere il nome del violentatore e la sentenza nei municipi. In tal modo esso perderebbe la considerazione dei suoi concittadini e – perché no? – il lavoro. Si potrebbero prendere due piccioni con una fava riuscendo a diminuire la disoccupazione femminile: un’autostoppista disoccupata avrebbe alcuna possibilità di diventare camionista?

Nessuno mette in dubbio la materialità dell’omicidio, perché si dubita di quella dello stupro? Che venga considerato come un delitto e un crimine e che si cominci a prenderlo sul serio!

Di cosa si sta parlando? Come prima cosa, di quel poco di tracce fisiche che lascia lo stupro e che rende determinante la testimonianza soggettiva della vittima. E poi, di una certa complicità maschile. Lo stupro è in ogni caso considerato un crimine, e non come un semplice delitto o un semplice paio di schiaffi, ma è difficile delimitarne la realtà. Il dubbio, la cattiva fede trovano in questo campo un terreno molto fertile da una parte e dall’altra. Si sono già visti onesti cittadini, pacifici istitutori, accusati a torto per atti che non avevano commesso, e che non erano stati mai commessi.

La condanna per stupro arriva a basarsi sulla sola testimonianza della vittima. E per arrivare a questo, bisogna effettivamente provare che il sadismo, la perversità, la vendetta, sono proprietà esclusivamente maschili, e che una donna non può esserne toccata. Come se l’accusa di stupro non fosse mai servita a regolamenti di conti personali, razziali o politici, particolarmente contro i rivoluzionari. Si arriva a mettere nella bilancia e a determinare l’eventuale pena in funzione della moralità dell’accusatrice e dell’indiziato. Pene che divengono molto variabili. Coloro che difendono le garanzie elementari dell’accusato sono subito pronti, senza dubbio per riparare all’oppressione millenaria della donna, a basare tutto sulla sola testimonianza della piangente.

La mucose genitali cicatrizzano presto, in meno di sei ore. Bisogna lamentarsene? L’omicidio stesso non è altrettanto facile e circoscrivibile. Quanta gente muore perché la si è gentilmente spinta al suicidio, disfatta dalla malattia? In fabbrica. In famiglia. Molto di più di quello che si può constatare come delitti.

Ciò che bisogna chiarire è la nozione di delitto. Non aggrapparvisi, né rinchiudervisi per esigere che “l’intromissione con la forza del pene in una vagina” sia condannata, senza essere confusa con alcune volgari “aggressioni a mano armata” o “attentati al pudore”.

Se l’omicidio ha sempre come conseguenza la morte, non tutti gli stupri hanno gli stessi effetti, perché sono più o meno sadici in quanto non tutte le vittime sono uguali. Vi è lo stupro omicida e il “gioco” spinto un po’ oltre. E contrariamente a quanto afferma una sentenza della Corte di Cassazione (14 giugno 1971), non è poco rilevante “che la donna sia vergine o no, sposata o nubile, onorata o prostituta”.

Differenziazione sospetta? Sì, se si appiattisce completamente la realtà nella dimensione giudiziaria e poliziesca. E falso annegare tutte gli stupri nello stesso indescrivibile orrore.

Lo choc provocato nelle vittime non è estraneo all’ambiente di paura e di miseria sessuale nel quale noi viviamo.

Se esistesse una soluzione istantanea perché ogni atto sessuale così come ogni relazione fra gli individui fosse basato sul reciproco consenso e piacere, pensiamo che sarebbe già stata trovata. Ma non è possibile. La realtà in quanto tale, non si lascia violentare da chiunque volesse imporle i suoi desideri. E forse non avremmo come risultato che una realtà senza carattere.

La repressione dello stupro non è nemmeno il mezzo sicuro per farlo regredire ma, se lo fosse, sarebbe necessario ancora sapere a quale prezzo bisognerebbe pagare questa regressione! Lo stupratore è tanto più pericoloso quanto più ha paura. E tutto ciò regolerebbe il problema di fondo, quello del superamento e della frustrazione sessuale? Un paese fortemente inquadrato dal punto di vista poliziesco, il Giappone, conosce pochissimi stupri; ed è paese tuttavia inondato da una letteratura e fumetti pornografici sadomasochisti. Non è per niente un paradiso dell’emancipazione femminile.

Arresti, pagliacciate giudiziarie in cui gli avvocati si riempiono le tasche e si costruiscono le reputazioni patrocinando grandi cause... Accondiscendendovi o richiamandosi ad un miglior funzionamento, non si fa che avallare questa società fondata sulla solitudine, l’incomunicabilità, l’ossessione e la paura del sesso, il sadismo latente e l’imbecillità dominata dal desiderio di rivincita.

La donna e il desiderio

La lotta per la libertà d’aborto è come quella contro la violenza carnale; una lotta i cui obiettivi non si possono rigettare. Ma questi obiettivi mascherano delle poste e un contenuto più profondo e più importante, concernente l’identità, il ruolo sociale delle donne e i veri desideri in gioco. Il problema dell’aborto è anche il problema dell’accettazione del ruolo di madre da parte della donna, è anche il sadismo rispetto a se stessi, al feto, il problema della colpevolizzazione e del desiderio di punizione legato alla sessualità, è anche l’appartamento e il salario troppo miseri... Ridurre tutto ciò alla sua dimensione “pratica” ignorando i bisogni profondi e le costrizioni reali che pesano, è mettersi sul terreno del capitale. E non basta un poco di preparazione psicologica o politica pre o post-operatoria per rimediarvi.

La discussione per determinare se l’aborto è o no un omicidio, e nel caso giustificarlo o rifiutarlo, è tristemente debole nelle sue due risposte. La questione non sta là: rieccoci nel territorio teologico per sapere quando l’anima entra nel corpo.

Vi sono società che hanno praticato l’infanticidio per limitare la loro popolazione. Una comunità umana può accordarsi il diritto di uccidere. La vita dei malati incurabili, dei bambini malformati o dei feti non risulta essere tanto importante. E il problema non è nemmeno di domandare il loro consenso!

Con la liberalizzazione dell’aborto si assiste al trionfo dell’asettizzazione? Macellare un bebè, che sembrerebbe insostenibile, diventa normale, perché si fa all’ombra e l’atto di uccidere si è trasformato in un’“operazione”. E la stessa società che ha paura della morte, del sangue e dei lamenti, che dà vita a tutta un’industria della sofferenza e della morte animale e i cui sonni non sono turbati dagli affamati del Terzo Mondo. Questa stessa società che pretendeva di cambiare la vita si contenta oggi di “cambiare la morte”; che vorrebbe cambiare qualcosa, ma si spaventa della rivoluzione perché rischia di essere violenta.

L’aborto “libero e gratuito”, perché no? È certamente passato il tempo in cui tutto quello che si poteva sognare di gratuito fosse il pane. Ma perché fra mille cose che servono chiedere l’aborto e non la casa, il latte o la carne? È vero che alcuni progressisti reclamano anche la tessera settimanale di trasporto gratuito. Non il metrò, i trasporti gratuiti, ma la gratuità e la libertà di andare al lavoro!

La sessualità è per eccellenza il campo dell’abbandono. Si tratta di essere “rapiti”, “catturati”, di liberarsi da se stessi per essere trasportati dalla propria passione ed abbandonarsi a quella dell’altro.

La rivendicazione di disporre liberamente del proprio corpo che è apparsa fra le altre proposte sull’aborto e sullo stupro, è una reazione di difesa. Ma, per l’esattezza, essa non fa che tradurre e giustificare questa situazione che mette ciascuno in stato di difesa. Il feto, e la stessa capacità di fare dei bambini, non è una proprietà della madre, e nemmeno della madre e del padre messi insieme. Questa visione non è che un delirio capitalista, difesa della proprietà del proprio corpo e dei suoi prodotti. Sarebbe necessario che le donne potessero conservare il loro nome e non prendere quello del marito in un’epoca in cui ciò che serve è gettare al vento lo stato civile.

La questione dei desideri e dei bisogni che là viene allontanata è al contrario portata avanti dal movimento rivoluzionario. All’opposto del femminismo, bisogna mettere in causa le donne e dimostrare che non si tratta di denunciare il desiderio del maschio, ma di incitare all’emergenza un desiderio femminile, che non sia più chiuso nella passività, ad un’identità che non sia più minorata.

Germaine Greer parla della donna eunuca. [La fémme-eunuque (ed. “J’ai lu”). Uno dei rari libri femministi che, malgrado il suo confusionismo e la sua ingenuità, centra comportamenti reali e problemi veri, evitando l’astio e la sottomissione] . Non sono solo le donne ridotte ad essere eunuche, però è vero che l’alienazione femminile si determina dal rapporto fra la donna e il suo desiderio. L’uomo può sfidare la soddisfazione del suo desiderio, la donna non arriva a trovare il linguaggio del suo. Essa non può desiderare chiaramente e apertamente. Si mette al servizio dell’uomo, portatrice di bambini, oggetto più o meno passivo di desiderio, docile, resistente. Le questioni del desiderio e dell’affermazione sociale della donna sono assolutamente legate.

E non sono evidentemente questioni puramente sociali. Il sociale è anche la traduzione del fisiologico e del biologico. Ma è assurdo credere che la donna, per sua natura o per quella dell’uomo, sia condannata ad avere un comportamento passivo. Le donne hanno evidentemente desideri e un’attività propria, e non si è mai riusciti, non più degli uomini, a castrarle completamente. Ed è perfino meno facile; esse hanno più possibilità di difesa.

Le donne, in ogni tempo e in ogni società, sono riuscite a far passare i loro desideri, ma tramite la dolcezza. Non è questa una legge generale. Alcune, per la società in cui vivevano o per la loro posizione sociale privilegiata, sono riuscite per esempio a scegliere apertamente i loro amanti.

La difficoltà attuale di imporre i propri desideri, quando essi non hanno legittimità sociale, trascina un’immagine contrastata e contraddittoria della donna: vergine o troia, mamma o puttana, assolutamente innocente o infinitamente perversa, simbolo di dolcezza o esempio di cattiveria astiosa.

Le donne sarebbero spossessate del potere che gli uomini monopolizzerebbero. Tuttavia le donne. dal momento che non possono desiderare apertamente e intraprendere autonomamente, e più esattamente perché sono al servizio di altri, sono spesso più dedite alla ricerca del potere di quanto lo siano gli uomini. Esse vivono attraverso il loro marito, i loro figli, il loro capoufficio e vogliono possederli. Questo potere, per sua natura affettivo e privato, è evidentemente derisorio – il vicolo cieco in cui si perde il piacere amoroso.

La donna può anche assumere un’attitudine castratrice nei confronti degli uomini e dei bambini, negandoli e minando i loro desideri. Se la violenza fisica è molto rara, prodotto della demenza, effetto della gelosia e della vendetta – come quella studentessa cecoslovacca che, recentemente, anestetizzò ed evirò i suoi due violentatori – il comportamento castrante è molto più comune e provoca impotenze e inibizioni differenti.

La forza della donna, il suo potere, è la possibilità di rifiutarsi di non “lasciarsi fottere”. Da questo a sottrarsi come oggetto di desiderio, a negare l’uomo là dove egli esprime il suo desiderio, a degradarlo e a colpevolizzarlo in ciò che concerne i suoi istinti sessuali, e dunque nel suo bisogno della donna, non vi è che un passo e una rivincita “In ogni uomo sonnecchia un porco”, è abbastanza noto. Questa reazione si trasferisce oggi nella politica.

Alcuni vogliono vedere nella “provocazione” la causa dello stupro, negando al limite la realtà dello stupro e trasformando il suo processo in quello della malafede della donna o della minigonna. All’opposto altri proclamano il diritto di vestirsi come si vuole, come se l’abito e gli indumenti non avessero senso sociale.

Lo stupro non è indipendente dall’attitudine femminile, anche se non si può rapportare il problema a quello della relazione personale, immediata, fra la vittima e il suo aggressore. Allo stesso modo in cui coloro che subiscono il furto non sono necessariamente quelli che possiedono e mettono in mostra più merce. L’attacco si dirige verso i punti deboli...

Le donne violentate e abbordate non sono necessariamente le più “sexy”. Al limite la “provocazione” può essere percepita a livello di rapporti anonimi, come un’espressione di sfida e di potenza, atta a scoraggiare coloro che cercano l’occasione vulnerabile, e ricorrono alla forza solo perché sono anch’essi insicuri.

Gli uomini reagiscono in funzione di una situazione frustrante e di una certa immagine della donna. Immagine che corrisponde tanto ad una o ad un’altra donna reale quanto alle rappresentazioni erotizzate, provocatrici, di una donna onnipresente e inaccessibile, anche se offerta a tutti sul mercato. Rappresentazione che corrisponde a delle aspirazioni femminili e che a sua volta le rimodella. Rapporto contemplativo perché ornamento della merce, del consumo; ma anche perché rapporto diretto di gente che si sfiora continuamente ma non si incontra su niente e per niente, tende a ridursi a rapporto di immagini. Non è solo il consumo che gioca sul narcisismo e moltiplica le immagini della donna, sono le donne reali ad essere ridotte a delle immagini, assimilate al consumo nella molteplicità e nell’anonimato di rapporti come prima cosa visuali.

Ogni comportamento femminile spinge a suscitare l’attenzione e il desiderio di altri senza potere e dovere affermarsi apertamente come bisogno e richiamo. Comportamento dunque inconfessato e irresponsabile che arriverà perfino a sbalordirsi delle conseguenze che può suscitare, rifiutandole come risposte. La seduzione femminile si rivolge a tutti, e si sentirà responsabile solo di ciò che le è gradito. Disdegno per gli altri, e rancore per quelli che non l’hanno capita.

Ma il fondo della questione non è ancora là. Vi sono donne le quali pretendono, vestendosi o comportandosi in un certo modo, di far piacere solo a se stesse, di essere belle senza l’intenzione di sedurre. E questo è in parte vero: la loro è un’attitudine narcisista. Ma questo narcisismo ha bisogno di essere sostenuto dallo sguardo e dall’interesse di altri. Hanno bisogno di suscitare il desiderio sotto forme più o meno dirette o edulcorate, ma senza intenzione di rispondervi. Si tratta di rassicurarsi, di valorizzarsi, restando inaccessibili e conservando la propria innocenza.

La provocazione e la seduzione non sono in quel caso un momento per stimolare la convergenza dei desideri, cosa che viene spesso rimproverata, ma una forma di chiusura, un’incapacità a desiderare apertamente e francamente, che porterà in seguito all’indignazione per le intenzioni che le si attribuiscono.

Per avere accesso alla donna, l’uomo dovrà pagarne il prezzo in smancerie sentimentali o in semplici smancerie che lusingheranno il suo narcisismo, il suo bisogno di essere presa in considerazione, Bisogno di considerazione tanto più fondamentale poiché la donna ne risulta svalorizzata in quanto persona, ma bisogno che finisce per affermarsi in quello di essere presa in considerazione in quanto donna, in mancanza di essere stimata per ciò che è come individuo.

Rispettate la donna, datele prova di attenzione e di sentimenti, ed eventualmente forzate un poco, l’accesso al rapporto sessuale sarà la ricompensa! Questa dissociazione alla base dell’approccio amoroso, incita all’amore platonico che non osa far scendere la donna dal suo piedistallo, o allo stupro, che vuole accedere senz’altro alla consumazione senza pagarne il prezzo.

Il femminismo e la sfiducia che suscita non sono la fredda espressione di calcolo fra interessi distinti e avversi, dove si mischierebbe la cattiva fede. Esso si pone completamente nel mondo dei desideri, sotto la spoglia della “giustizia”, del “diritto”, della “difesa” e dell’ “autonomia”. Si spiegano in tal modo, e al di là di un dichiarato rimprovero verso i cattivi ragazzi e i sadici, le reazioni di fastidio, di colpevolezza, di ironia e di aggressività. Il femminismo viene inteso come ipocrisia, doppio gioco, attitudine perversa. L’accusa di stupro concretizza la minaccia di vedere la donna rompere e ricusare un gioco di cui all’inizio era complice

Attraverso la denuncia femminista dello stupro si concretizza una paura ed un rifiuto del desiderio in sé. Paura e rifiuto che generalmente non si affermano in modo chiaro, semplicemente perché restano ambigui ed equivoci, ma che a volte vengono crudelmente messi in luce da alcune estremiste. Quelle che vengono prese in giro o che si prendono in giro esse stesse, forbici alla mano.

La donna domanda all’“amore” di provarle che non è un oggetto sessuale e di rassicurarla. Essa vuole essere amata, amata per se stessa e non per “quello” e reclama dei sentimenti come un’assicurazione. Contribuisce in tal modo a rinforzare il sessuale come separato e non ad amalgamarlo nelle relazioni amorose. La tenerezza e la stima preparano ed accompagnano il sesso e costituiscono anche una sorta di moneta di cambio: “Che mi si metta la mano sul culo, ma non prima che siano presi in considerazione me e i miei problemi!”. Questa attitudine non è un’eredità che i nuovi costumi liquideranno. è anche il comportamento delle giovani “emancipate” che la praticano e che si assicurano con amanti rinnovati.

Tutto ciò che rompe con questa mentalità: lo stupro, la proposta sessuale brutale, ma anche ogni desiderio vivo, inatteso e affermato chiaramente, tende ad apparire come una minaccia. Tutto ciò che sfugge e sconvolge i codici prestabiliti è considerato come una violenza o un pericolo.

Assimilando allo stupro il rimorchiare, la proposta sessuale o lo sguardo “che spoglia”, si denuncia una situazione in cui la donna è ridotta ad un oggetto di consumo. Ma in verità è il fatto stesso di desiderare che viene attaccato. E il problema della donna è ridotto a quello di non essere importunata; in tal modo i suoi desideri o le sue reazioni – eventualmente negative – al desiderio dell’altro sono negate.

Al rimorchiare, bisogna opporre l’incontro vero, allo sguardo “voglioso”, lo sguardo del desiderio e della comunicazione. Il nemico non è costituito dagli uomini o dai loro desideri. Il rimorchiare è il prodotto immediato della città e dell’anonimato, della solitudine e della distruzione delle possibilità di incontro.

Chi cerca di rimorchiare trova sostegno nelle posizioni di difesa, di contrazione, di falsa assicurazione e di falso disdegno delle donne.

Chiunque tenta l’approccio amoroso e a maggior ragione il violentatore, è forse un rompicoglioni o un pericolo. Ma il fastidio o il danno si appoggia soprattutto su tutta la miseria e tutta la solitudine delle vittime. Sono provocazioni le risposte ingiuriose, dolorosamente risentite, perché non possono soddisfare ed esasperano l’attesa, la speranza di altre cose. Se il violentatore fosse Tarzan forse lo perdonerebbero, ma esso ha raramente la prestanza e le maniere di un elegante principe. La sua “preda” vede riflessa in lui la propria miseria.

Lo stupro, come atto e più frequentemente come fantasma, è il prodotto della forma che prendono le relazioni fra i sessi e delle contraddizioni che in esso risiedono. Si assiste alla politicizzazione di un vecchio timore femminile più o meno ossessivo, che esprime una paura e copre un desiderio della sessualità che non vuole, non può confessarsi e riconoscersi.

Le fantasie di stupro, i sogni di effrazione, esprimono un timore sessuale che si presenta come una paura dell’aggressione. Ma si tratta solo di un timore, di una passività anche se solo rappresentata, perché la fantasia è anche azione. Il desiderio prende forma scaricando responsabilità e colpa sull’aggressore. Questo incarna a suo modo il desiderio stesso, è il desiderio ritornante dall’esterno. Così come la fantasia del maschio attivo e lo stupro sono i prodotti dell’impotenza la fantasia passiva della donna è anche un’espressione del suo bisogno di attività; essa mette in scena il suo desiderio evitando in tal modo la realtà che le rifiuta questo diritto.

Nella fantasia attiva, il desiderio e il rifiuto dell’altro trovano una possibilità in un comportamento di dominazione e di aggressione. Si tratta tanto di difendersi che di attaccare, di proteggersi dal rischio e dall’angoscia del rifiuto dell’altro, tramite un modo di agire che non rende più possibile né l’accettazione ne il rifiuto.

I desideri, le fantasmagorie e i diversi comportamenti sado-masochisti non sono il prodotto di un atteggiamento primitivo ricoperto superficialmente dalla vernice della civiltà e che tenderebbe a risorgere. Immagine della donna preistorica, selvaggina tirata per i capelli e che sembra goderne. Sono piuttosto il prodotto di questa liberazione che libera l’uomo dai suoi veri bisogni, bisogni che vengono ad assalirlo sotto una forma sfigurata. L’abbandono, la sottomissione che implica il rapporto amoroso, non accettata perché in contraddizione con tutto un modo di vita, ritornano sotto forma di una dominazione esteriore, violenta, imposta, e nello stesso tempo temuta e desiderata.

Histoire d’O è stato apertamente presentato dalla sua autrice come il sogno di una donna emancipata. Il successo incontrato e le emozioni procurate sono più che un’espressione di questo moderno stato di cose in cui la passione dev’essere liberata e il guscio caratteriale infranto, più che un bisogno innato, arcaico, di soffrire e di subire, e più del desiderio complementare di dominare e di torturare, anche se in sogno o con la fantasia.

Susan Brownmiller, nel suo libro Le Viol (Lo stupro), dubita che sia stata una donna a scrivere Histoire d’O, e si irrita della compiacenza di alcuni autori, anche donne come Anaïs Nin. Lo stupro avviene “contro la nostra volontà” (titolo originale del lavoro: Contre notre volonté) ed è necessario mondare le donne da ogni sospetto. Tutto questo masochismo femminile, questa aspirazione allo stupro, non sono che invenzioni.

E tuttavia, le aspirazioni masochiste e le fantasie di stupro fioriscono, anche se in mezzo ad ostacoli, in seno al movimento femminista.

La rivista femminile “Emma” ha dedicato uno dei suoi numeri al problema “Le nostre fantasie sessuali masochiste”: «Questa documentazione sul masochismo e sulle fantasie sessuali ha occupato la nostra redazione per più settimane. La sorpresa più grande per noi è stata il constatare il gran numero di donne che hanno di tali fantasie. Quando abbiamo cominciato a parlarne, abbiamo scoperto che anche fra noi vi erano molte donne che avevano questo problema. Ed esse osavano parlarne in maniera piuttosto esitante, poiché ciascuna temeva di essere giudicata da un’altra che non lo aveva». (“Emma”, n. 9, settembre 1977).

La redazione cita le inchieste fatte negli Stati Uniti, che mostrano la frequenza delle fantasie masochiste.

“... la psicologa Barbara Hariton, che ha condotto la sua ricerca a New York [...], trovò che il 65% delle donne interrogate avevano delle “fantasie erotiche” nel corso dei loro rapporti sessuali con il partner (uomo o donna). In primo luogo, esse pensavano ad un altro uomo (o donna), in secondo luogo a visioni di stupro, in terzo luogo a “perversità”. Molto spesso, le donne immaginavano anche rapporti sessuali con più uomini nello stesso tempo o situazioni in cui esse stesse erano guardate o guardavano altri”.

La giornalista americana Nancy Friday (autrice di My secret garden), che ha letto parecchie migliaia di lettere di donne, trovò che la maggioranza delle fantasie sessuali delle donne sono di natura masochista.

Robin Morgan, che ha scritto un libro su ciò, racconta che nel corso di una riunione di un gruppo di ottanta femministe sulla sessualità, una delle partecipanti confessò: “... è strano [...] siamo delle femministe, ma... a volte io ho delle fantasie sessuali, che in un certo qual modo... sono masochiste, e... mi domando se qualcuno qui ha già fatto la stessa esperienza. Quelle che l’hanno fatta, potrebbero alzare la mano”. E sparì dalla sala. Un silenzio di morte seguì. Poi, lentamente, tutte le donne, una dopo l’altra, alzarono la mano.

Robin Morgan, che ricorre anche lei a tali fantasie, tenta di modificare la situazione, di immaginarsi dominatrice, sultano, professore, violentatore, ma tutto questo le va bene solo se pensa a persone del suo stesso sesso. Da qui l’ipotesi che: «... io potevo levarmi al di sopra di esse, ma mai al di sopra di un uomo”. Ma ciò darebbe un’indegna comprensione di me [...]. Mi sforzai a non ricorrere più alle fantasie, ma la mia possibilità di raggiungere l’orgasmo si ridusse, cosa che, in fin dei conti, era ancora più deprimente. Ho capitolato quando mi resi che stavo divenendo frigida e mi sentiti come un alcolizzato che ritorna alla bottiglia». (Citato in “Emma”, n. 9, settembre 1977).

Tutto questo è molto sconcertante. Come condannare queste fantasie che a volte sono il solo mezzo per arrivare all’orgasmo, e non constatare che «sono in forte contraddizione con quella dignità per la quale le donne lottano oggi?». (Ibidem).

Robin Morgan spiega disperata che tutto questo ha avuto il tempo di inserirsi nelle cellule delle donne sin da quando gli uomini, con l’astuzia, hanno rovesciato il matriarcato. “Emma” arriva alle seguenti conclusioni:

1) Le nostre fantasie sono prodotti delle condizioni sociali. Esse riflettono la sottomissione della donna in una società dominata dagli uomini.

2) Le fantasie non sono l’espressione di quello che è il vero desiderio. Possono anche essere il contrario. Se una donna prova piacere pensando di essere violentata, questo non significa che desideri veramente esserlo.

Si tratta piuttosto di liberare la responsabilità delle donne che di spiegarla. Le fantasie sarebbero dei riflessi. Povere donne considerate così smidollate!

La fantasia è evidentemente legata alla realtà sociale, ma è un mezzo attivo di compensazione.

Una donna che sogna di farsi violentare ha tutte le possibilità di rimanere delusa dalla violenza reale, principalmente perché si è difficilmente violentate dall’uomo dei propri sogni, fosse anche una figura anonima. Tuttavia, non si può dissociare e opporre in tal modo la fantasia e il desiderio reale. E ciò che si esprime come fantasia avrà sicuramente un’eco nel comportamento pratico.

Per rendere innocente la donna, la si presenta come un’alienata e un ricettacolo passivo di immagini. Si suppone una dissociazione assoluta fra il scorno e il comportamento reale. Nella miseria non si vede che la miseria e le si oppone la lotta per la dignità. Se ci si pone sul terreno della dignità, dovrà essere ben difficile non disprezzare quelle che, nell’intimità, raggiungono in tal modo l’orgasmo e sulla pubblica piazza manifestano un sacro furore contro i violentatori.

Queste fantasie sarebbero un’eredità dell’oppressione millenaria delle donne. Non vi sarebbe, più precisamente, un legame fra questo femminismo e queste fantasie? Le femministe sono tanto accanite contro i violentatori perché sognano lo stupro e il sadismo? Tutto viene messo nella dissociazione, ed i diversi poli si sostengono. anche se l’uno è l’inverso del l’altro.

Negli USA, una pittrice ha aperto dei corsi di masturbazione per donne e si è convertita alla vendita degli strumenti adatti. Tuttavia, le allieve provavano ancora il bisogno di scatenare l’immaginazione e le loro fantasie prendevano in particolare l’aspetto di violentatori. Il rapporto sociale superato a livello pratico, ritorna ad installarsi sotto forma di immaginazione e precisamente sotto forma di effrazione.

La masturbazione è di moda. E una libertà in più da conquistare. Shere Hite è best-seller n. 1 negli Stati Uniti col suo libro The Hite Report. Risultato di un’inchiesta che è in un certo senso un rilevamento della miseria sessuale femminile e della sua propria frigidità intellettuale. La sua scoperta è che la masturbazione è la chiave che permette di comprendere la sessualità femminile come quella maschile. Essa parte dal fatto che numerose donne non raggiungono l’orgasmo con la penetrazione vaginale ma vi arrivano con la masturbazione clitoridea. Di più, il coito non appare auspicabile! «Il fatto è che non è realistico aspettarsi che un uomo assicuri un godimento totale alla sua partner nello stesso tempo che a se stesso». (Intervista in “Sélection du Reader’s Digest”, luglio 1977).

Da tutto questo emergono conclusioni pratiche che una donna deve conoscere per non lasciarsi intimidire e forzare ad avere rapporti sessuali. Se un uomo è eccitato «niente nella natura, niente di fisico, lo obbliga a raggiungere quell’orgasmo in una vagina. Lo stimolo che sente è accoppiato col desiderio dell’orgasmo e non col desiderio del rapporto sessuale in sé». La masturbazione può soddisfarlo altrettanto bene e poi: «non vi è alcuna ragione imperativa perché debba raggiungere per forza l’orgasmo». (The Hite Report). Così, la donna non sarebbe per l’uomo che una macchina per masturbarsi. Il problema è nel sapere se vuole utilizzarlo anch’essa per lo stesso scopo oppure no.

Nello stesso genere, ma sezione “futurologia”, un altro filantropo americano ha proposto, a partire dal momento in cui si potrà determinare il sesso del nascituro, di ridurre radicalmente la popolazione femminile in rapporto a quella maschile. Tutto andrà bene dal momento in cui si metterà in moto l’industria del surrogato delle donne. Le macchine per scopare rimpiazzeranno i flipper. Perché questa soluzione barbara e tortuosa? Per risolvere il problema demografico!

Non abbiamo evidentemente niente contro la masturbazione e i diversi modi di raggiungere l’orgasmo che non passano attraverso l’accoppiamento classico, che mettano in moto le dita, la lingua o le orecchie. Ma ciò che Hite e la sua omologa francese Isabelle Cabu, sezione “ecologia”, mettono in causa è l’unione sessuale in sé: “Basta scopare come trogloditi, il coito non è più di moda”. Hite vuole liberarci da questa “definizione culturale”. E Cabu dal “condizionamento sociale”. E ciò fino a lasciarsi andare a parlare di umiliazione e di non igienicità. Sarebbe piacevole conoscere i risultati della sua ricerca erotico-ecologica per “incontri molto intimi”, e tuttavia puliti.

La miseria si fa arrogante e professionale, e non esita a prendere un tono liberatore, ancorché sappia mal dissimularsi.

Il coito completo è imposto dalla società, dalla Chiesa, dalla tradizione, come il sistema normale, ufficiale, dell’attività sessuale. E constatiamo la discrepanza fra la norma e la realtà vissuta. La masturbazione, il coito interrotto, la sodomia, hanno giocato un ruolo importante, all’inizio come mezzi contraccettivi.

Soprattutto, non è che il condizionamento sociale attuale porterebbe piuttosto, senza averne l’aria, ad una sessualità essenzialmente masturbatoria? Da cui lo sfasamento fra la moda classica dei rapporti sessuali e le aspirazioni e i comportamenti pratici.

All’origine vi è il semplice fatto che gli adolescenti accedono quasi sempre alla sessualità tramite la masturbazione, e che questa resta a volte per lungo tempo il solo modo, o il modo abituale di attività sessuale. L’accesso al rapporto sessuale è dipendente dallo sviluppo delle pulsioni. Le adolescenti, vivendo quasi sempre con i propri genitori, non possono affrontare il rischio di una gravidanza e quindi è inibita una vita sessuale soddisfacente proprio nel momento in cui per molti la tensione sessuale è più forte. Al coito si sostituisce la masturbazione o il bacio. La prodigiosa carriera del bacio hollywoodiano trova la sua spiegazione in questa situazione contraddittoria che è un miscuglio di pudicizia e di erotismo. Questa situazione comincia a scongelarsi, grazie fra l’altro alla contraccezione... ed ecco che ritornano le femministe e le ecologiste.

La masturbazione non è l’apprendistato dell’unione sessuale. Il contatto fisico e il modo di eccitazione non sono della stessa natura e farebbero piuttosto da schermo al soddisfacimento sessuale.

Hite constata che una gran parte delle donne americane (82% delle sue intervistate) si masturbano, Si immagina anche che per gli uomini sia la stessa cosa. Così la masturbazione non è il ricordo di una pratica adolescente, ma anche un comportamento adulto. Il problema non sta nel fatto che la gente, parallelamente al coito, si titilli. Il carattere masturbatorio della sessualità si manifesta – è questa è la miseria – nel rapporto sessuale stesso.

L’unione sessuale diviene il mezzo di un soddisfacimento rapido e vantaggiosamente soporifero. Perché tutto vada meglio ed eventualmente faccia accedere all’orgasmo, si fa uso del proprio repertorio di fantasie arrivando ad ignorare la presenza dell’amante.

Questo modo di fare è masturbatorio, perché la fantasia diviene la sorgente dell’eccitazione. Al livello psichico, ed anche fisico, si tratta di un rifiuto, cioè di un’impossibilità di lasciarsi andare al proprio partner e alle proprie sensazioni. Si utilizza l’altro per masturbarsi. L’uso degli spettacoli sessuali si rivela appartenente allo stesso ordine di cose.

Non è sbalorditivo che numerose donne, per i loro blocchi e per il comportamento del partner, non arrivino alla sensibilizzazione vaginale, al godimento tramite penetrazione. Molto spesso le donne ignorano l’esistenza e l’utilizzazione del loro sfintere vaginale. Gli americani Masters e Johnson, i quali hanno dimostrato che l’orgasmo, anche tramite la penetrazione, è il risultato di un’azione indiretta sul clitoride, fondano sulla contrazione di questo sfintere una terapia anti-frigidità.

L’errore starebbe nel vedere nelle difficoltà sessuali una questione puramente fisiologica che si può risolvere con una ginnastica adeguata. E l’orgasmo non è in sé la soluzione per sistemare tutto, perché vi è orgasmo e orgasmo. E l’impotenza o l’assenza di orgasmo nel coito, registrano e fissano la miseria dei corpi. Allora si levano dei riformatori che, considerando questa miseria come un fatto naturale, propongono di passare sopra i “pregiudizi” per arrangiarsi: la masturbazione solitaria o reciproca diretta verso il godimento rimedia all’impotenza.

Per Hite e consoci, i rapporti sessuali sono ricondotti ad un aiutarsi l’un l’altro per raggiungere il piacere, a rendersi un mutuo servizio, e certamente a condire la salsa con l’indispensabile tenerezza. La masturbazione reciproca sarebbe l’ideale. Ciò che sfugge loro è quella possibilità di perdersi l’uno nell’altro, di unirsi e fondersi nello stesso godimento.

I mezzi di investigazione di questa società nella vita privata le permettono di circoscrivere le catastrofi che essa produce e di mistificarne le cause. A questo malessere, la “scienza” oppone i suoi rimedi per il piacere, la felicità, ma il suo interessamento porta con sé le dissociazioni stesse che sono alla base di questo malessere. Quello che possiamo constatare è fino a che punto la frattura sociale è profonda e si insinua nell’intimo della gente.

Se si tratta dell’intensità del piacere, allora senza dubbio la macchina elettronica per palpare e per succhiare vincerà sulla masturbazione uno a dieci. Se non vi sono corto circuiti. Se gli utilizzatori non si bloccano. Se non fa urlare di disperazione fornendo il suo atroce ed inumano piacere. Non si tratta del piacere in sé ma dell’incontro, della riconoscenza, del congiungimento dei desideri e dei corpi, dell’armonia, del godimento e del rapimento che ne segue. Il benessere, la soddisfazione sessuale, non è una pura e semplice questione di piacere, ma anche quella del senso che prende il piacere. E l’intensità del piacere non è in ogni caso una semplice questione di frizione meccanica.

Che proprio i dongiovanni e le adescatrici preferiscano masturbarsi non ha niente di sorprendente; il loro comportamento è dissociato; da un lato il rapporto sociale ridotto alla conquista, cioè al fatto di rassicurarsi narcisisticamente, dall’altro il raggiungimento della soddisfazione.

Così si raggiunge l’inverso della liberalizzazione sessuale: insoddisfazione e disinganni. Più la sessualità si libera, più essa viene afferrata da questo mondo di rapporti di forza e di concorrenza. Fottere con qualcuno è approfittarne, avere un potere su di esso. Da qui le reazioni difensive, specialmente da parte delle donne. Ma queste difese e questa frigidità esistono anche, e se possibile più fondamentalmente negli uomini, per i quali la sessualità è valorizzata, ma in quanto affermazione di se stessi, e in cui si sovrappongono i meccanismi sessuali e difensivi aggressivi. Ma tutto questo fa nascere la necessità e il delinearsi di altri rapporti.

Ciò che le ideologie del diritto all’orgasmo e delle eguaglianze nel piacere non possono comprendere, è la complementarietà e l’unione dei sessi. Esse non sanno nemmeno cosa ciò significhi. Non conoscendone l’uso, niente sembra irritarle più di un fallo. Parliamo qui de La petite différence et ses grandes conséquences di Alice Schwarzer. B. Groult in Ainsi soit-elle, vede nella differenza fra i sessi solo una storia di rubinetti.

Questa differenza, attorno alla quale Freud vedeva nascere paura di castrazione nei ragazzi e invidia del pene nelle ragazze; questa differenza riportata al solo possesso del fallo, è minimizzata o svalorizzata da queste femministe: la differenza è piccola e non si tratta che di un rubinetto. Poco importa che la differenza sia grande o piccola, vi è. Soprattutto, non vedere che una differenza, è contentarsi di paragonare. Significa fare della donna un uomo privo di... non riconoscere la sua identità e la forma propria del suo desiderio, è essere ben al di sotto del “fallocratismo” di Freud.

Un cazzo non è ciò che differenzia un uomo da una donna, ma ciò che gli permette di unirsi ad essa. Non vedere in un cazzo che un rubinetto significa negarlo come simbolo del desiderio e soprattutto del desiderio nella sua incarnazione. Parlando delle prerogative femminili, di ciò che distingue la donna dall’uomo, si potrebbe dire che non si tratta altro che di un buco e una protuberanza? Miseria dell’idraulica e della carrozzeria! La visione giuridico-politica che vede solo le differenze e vuole far regnare l’uguaglianza, e la visione castratrice, che ignora e rifiuta il mondo del desiderio, vanno di pari passo. Pongono gli individui l’uno accanto all’altro e mai insieme.

Bisognerebbe abolire il culto del fallo. Ma dove lo vedono questo culto del fallo? Se la società pratica il culto pubblicitario del corpo femminile e lascia quel povero fallo all’ombra? L’erezione diviene vergognosa, ma il culo ha il suo posto nei manifesti. Ricordiamo ai signori moralizzatori di sinistra che se il corpo femminile viene esibito, ridotto ad un oggetto di consumo, non è per eccitare, ma per far vendere.

Gli psicanalisti, oggi molto di moda, ci hanno rivelato il carattere fallico delle insegne di autorità: scettri, bastoni di comando... Ma il fallo non si fa ammettere e rispettare perché si mostra maliziosamente mascherato. Non si tratta semplicemente di un gioco di nascondino pudibondo: esso è negato e il suo senso rovesciato. Il potere del desiderio non si confonde col desiderio del potere. Che si sia contro il fallocratismo, sì, ma perché si è contro il potere e per il fallo.

La contraddizione del femminismo

Il femminismo si nutre delle resistenze suscitate dal movimento di eguaglianza capitalistica della donna. Quella del marito, che non vede perché dovrebbe dare una mano in casa tornando dal lavoro. Quella delle donne che si legano ad un ruolo e ad un’immagine della femminilità sempre più indifendibile. Quella dell’impresa che preferisce procurarsi una manodopera a buon mercato... È effettivamente facile constatare tutto un insieme di casi in cui le donne si trovano in una situazione d’inferiorità per quanto riguarda il salario, i problemi coniugali – dove sono esse che sopportano i colpi – ecc.

Ma il femminismo non si nutre solamente di resistenze, è una resistenza esso stesso. È una resistenza esattamente là dove esso si immagina avanguardia e sovversivo, per ciò che si vuole al di là dell’egualitarismo giuridico e pratico.

Vi è nel femminismo, accanto e insieme alle rivendicazioni pratiche, concrete, contro le discriminazioni e tendenti dunque a liquidare l’immagine e lo status particolare della donna, una volontà di imporsi, di affermarsi, di essere riconosciuta in quanto donna. Cioè di proteggere o restaurare uno status della donna che crolla perché il capitale sradica le sue basi e perché ognuno si fa spazio dando colpi di gomito a qualcun altro. Quello che rivendicano le femministe è la considerazione che si deve alle donne (“rispettateci in quanto donne”), l’innocenza che si deve riconoscere alle donne. E contano sull’indulgenza che si ha per le donne e le loro contraddizioni, o si indignano quando non la riscontrano.

Perché questa doppia posizione? Perché sul piano dell’egualitarismo, che è quello della concorrenza più spietata, la donna si trova generalmente in posizione di inferiorità, vulnerabile, fuori, nel lavoro e nei rapporti sessuali. Inferiorità dovuta alla sua educazione non tesa alla lotta, al fatto che continua ad esercitare la funzione di madre, aspettando che Moulinex “che libera la donna” metta in vendita un’incubatrice per feti, inferiorità legata alla sua natura e ai suoi bisogni. Non si tratta di razzismo o di ideologia anti-donna, che condizioni pratiche, ideologia legalitarista, azione statale o charme femminile possono compensare. Solamente il femminismo, essendo incapace di immaginare un superamento in cui la donna non sarebbe costretta a rinnegarsi per “guadagnare la sua vita e la sua indipendenza”, gioca su due binari e mescola due discorsi contraddittori. Ma si cade anche nella cattiva fede. Una cospirazione sciovinista maschile deve spiegare perché, malgrado i proclami e le modificazioni giuridiche, le donne restano coartate. È il coartamento che esprime il femminismo, un immenso malessere che appare senza uscita e non può estrinsecarsi se non attraverso posizioni difensive, a volte arcigne e deliranti, raramente giuste.

Il femminismo ha un bel denunciare l’autorità, le serve, nei fatti, se vuole riuscire ad appellarsi alla giustizia, allo Stato. Lo Stato è il braccio dei deboli. Solo esso può apparire atto a far rispettare coloro che non possono farsi rispettare per se stessi. L’idea, per esempio, di un salario domestico, non potrebbe passare se non attraverso un’estensione del controllo statale. Grosso modo è lo stesso per tutto quanto concerne la difesa delle donne. Il militantismo che organizza gli aborti, ospita donne maltrattate, sostiene le madri nubili, non può essere altro che una soluzione di assistenza delle buone sorelle “rosse”. Significa, difendendosi, provocare un rafforzamento dell’intervento statale nella vita privata. Uno sguardo all’Unione Sovietica può rivelarsi istruttivo. È là che Amalrik, arrestato dal KGB, fa la conoscenza con alcuni “alcolizzati” che erano stati denunciati dalle loro mogli. È là che una donna è stata condannata per avere attaccato la sifilide a due uomini sposati.

Il femminismo si rivela incapace di comprendere l’evoluzione della situazione femminile e della miseria della donna e riducendo la situazione maschile ad una posizione di potere, e volendo opporre uomini e donne, è anche incapace di fare una vera critica dei comportamenti maschili.

Più vuole fare della capacità di vivere, di sentire, di gioire, una peculiarità femminile, più il suo linguaggio diviene menzognero. Questo imbonimento intellettualista e insipido vuole evocare meravigliosi intenti, indicibili sensazioni femminili, si gargarizza di vissuto e parte in guerra contro l’astrazione, chiamando a soccorso le palpitazioni del corpo, le coccole, l’immagine materna, le ritrite idee moderniste e psicanalitiche, quando non sa più dire niente di concreto. Incapacità di sentire, di amare e di comunicare che si presenta con tanti aspetti, e spera di illudere facendo passare l’imballaggio del vuoto per ricchezza dell’allusione.

In tal modo, la donna non fa altro che valorizzare, appropriarsi del ghetto in cui è relegata nell’impotenza, nel sentito, nell’intuizione e nei “rapporti umani”.

In modo più attivo e più aggressivo, questo gusto del potere, della violenza, della politica, che caratterizzerebbe i maschi, e che sarebbe la causa di tutti i mali, può aprirsi la strada nel cicaleccio femminista. Cicaleccio che crede in tal modo di proteggersi dalla critica e rivela la sua essenza: gelosia e competizione con gli uomini – o piuttosto rivela un’immagine caricaturale degli uomini.

Il femminismo può essere riportato ad un “levati di là che mi ci metto io”? Ciò è possibile per quelle che vogliono si assicuri il 50% dei posti di lavoro alle donne. Ma, in secondo luogo, il femminismo come resistenza al movimento del capitale è anche la rivendicazione di ciò che denuncia. A suo modo e nel suo linguaggio invertito, non fa che riprendere il lamento di coloro i quali pretendono che non vi sono più veri uomini. Il nemico è la società patriarcale, l’autoritarismo del maschio. Ma dov’è questo maschio autoritario, questo pater familias che tiene sotto di sé la donna e i bambini?

La famiglia contadina, in cui l’uomo poteva prevalere per la sua forza fisica e il suo ruolo primario nella produzione e confermare in tal modo la sua autorità e dirigere la famiglia, è praticamente dissolta, anche nelle campagne. Il salario ha fatto dell’uomo un “sostegno della famiglia”, ma espellendolo, lui e la produzione, dalla sfera familiare. Il proletario porta i soldi ma non è più la figura dominante in seno alla famiglia. I bambini non lo vedono più come avrebbero potuto vedere il loro padre contadino lavorare davanti ai loro occhi per il sostentamento della famiglia.

Da qui un profondo mutamento nelle relazioni familiari e nella natura dell’autorità paterna e maritale. Esiste una dipendenza economica dal padre, ma la sua autorità appare esteriore, non sorgendo direttamente dalla sua funzione. Proletario, egli è sottomesso nella sua attività ad un’autorità; può avere degli eccessi di dispotismo rientrando a casa, ma non può più farsi passare seriamente per il padrone che sostanzialmente non è. Non è a suo agio in fabbrica, come non lo è a casa sua. Nell’ambiente popolare è frequente che sia la donna a gestire il denaro di casa consegnando all’uomo gli spiccioli. è un fatto noto che 1’80% degli acquisti domestici è fatto dalle donne. Si è paragonato il lavoro di casa al lavoro domestico presso terzi e, effettivamente, la società del salario ha dovuto appoggiarsi a questa attività sotterranea, ma è altrettanto giusto e altrettanto falso dire che la donna sarebbe la serva dell’uomo come dire che dovrebbe esserne la padrona. “La mia padrona” dice il linguaggio popolare. L’uomo, se non è qualcuno, è spesso ancor più sminuito della donna, la sua vita e la sua attività hanno ancora meno senso di quanto ne resta alla madre e alla donna di casa.

Negli ambienti borghesi, al contrario, e in seguito alla reintegrazione del diritto romano, che faceva della donna e dei giovani dei minorati e assegnava all’uomo il posto di capo famiglia, questo restava il padrone sia nel suo focolare che sul terreno sociale. Così la donna e i bambini si sono trovati meglio piazzati in una situazione da minorati che negli strati popolari. Bisogna attenderne il risultato. Oggi, giovani borghesi si rivoltano contro papà, confondendo a volte la rivoluzione proletaria con la liquidazione del loro complesso di Edipo. Da sottolineare tuttavia, e le “Edizioni delle donne” ne sanno qualcosa, che il possesso di grandi fortune tocca molto spesso alle donne. Così in Francia, secondo l’“Expansion”, le due persone più ricche sono due donne: una vedova e una nubile...

Vi è una contraddizione generale fra ciò che è vissuto e ciò che si mantiene come figura ufficiale dell’autorità, della forza e dell’ideale da raggiungere: i vescovi. i generali, i capomastri, gli astronauti e i capi di Stato sono uomini.

L’educazione e la presenza dei genitori sono sempre più assicurate in seno alla famiglia dalle donne. Questa realtà continua il suo corso nella scuola Il padre resta ancora largamente la figura dell’autorità, il rifugio e, eventualmente, il dispensatore di correttivi e di strapazzate. Ma anche là, egli può essere sentito come esteriore, lo strumento di un’altra potenza diversa dalla propria – quella della madre che impiega la minaccia per tenere tranquilli i suoi bambini, e che la fa mettere in esecuzione.

Questa trasformazione si accompagna ad una trasformazione nella natura stessa dell’autorità. Le donne e la gioventù contestataria, e coloro che portano avanti questa lotta, partono in guerra contro l’autorità e colui che la incarna nella famiglia. Certamente, essi hanno delle ragioni per battersi contro il soffocamento e le costrizioni familiari. Ma non sono, nella ricerca del responsabile, sul punto di tentare magicamente di credere ad un’autorità la cui soppressione regolerebbe tutto, e che a loro semplicemente manca?

Il problema del mondo e della sua disumanizzazione non è un problema di autorità. È quello dell’esistenza di un insieme di costrizioni contro le quali ci scontriamo continuamente. Queste costrizioni non sorgono come un momento, una conseguenza della nostra attività, ma ci impediscono di agire e di tentare. E così che esse non vengono assunte umanamente. Cioè vi sono ostacoli ai nostri movimenti, ma questi ostacoli non appaiono più come il prodotto, o non sono più giustificati da una volontà umana, per mezzo di un’autorità alla quale si potrebbe sottomettersi od opporsi. Tutto questo entra in gioco fin dalla più giovane età poiché i genitori si rivelano incapaci di costituire un riparo rassicurante, di dare un senso alle rinunce che continuamente deve effettuare il bambino, sfuggendo in tal modo alla rivolta. L’amore e l’odio si mescolano. Comportamenti distruttivi e vendicativi prendono il posto dell’autorità e delle correzioni legittime di una volta. E un fanciullo di oggi, urbanizzato, scolarizzato, sottoposto a psicoterapia si trova molto più ristretto nei gusti e nel comportamento di quanto non lo fosse nel passato. Fortunatamente ci sono i Babbi Natale dei grandi magazzini e la pedagogia attiva!

I bambini non sono meglio trattati delle bambine. Ostacolati nel loro bisogno di movimento, nella loro esuberanza e repressi sul piano emozionale. Essi sono ridotti a niente, e si domanda loro di provare a se stessi e agli altri che sono qualcosa.

Tutto ciò provoca dei movimenti contraddittori, di rigetto dell’autorità nelle sue forme più artificiali, e una ricerca inconfessata ma profonda per trovare degli idoli, inseguire ed agganciarsi a delle immagini paterne e a certezze più o meno consunte.

Nella sua forma rovesciata tutto ciò si traduce in “è colpa... degli uomini, dei padroni”. Ricerca disperata dei procuratori di miseria con cui prendersela, quando la nostra epoca, ed è un segno del suo contenuto rivoluzionario, liquida i “responsabili” anche se sempre ne disputa le loro poltrone.

La salarizzazione ha dunque espulso gli uomini dalla famiglia, ma non si è contentata di concentrarla o sconcentrarla davanti al televisore. Anche le donne sono trascinate nella salarizzazione. Una parte delle loro funzioni viene anch’essa presa a carico da personale salariato. Si aprono degli asili. I militanti si contentano di reclamarne di più. Altri esigono che il personale sia misto e che i genitori partecipino alla gestione. Si piazza il proprio radicalismo dove si può!

L’estensione della salarizzazione femminile, costituisce a suo modo una vera liberazione della donna, togliendola dal mondo della vita casalinga e assicurandole una indipendenza finanziaria. Ma si tratta di una liberazione di tipo capitalista. Un movimento che non abolisce la situazione femminile in quanto condizione di inferiorità, riproducendola piuttosto sotto altre forme.

Si è spesso insistito sulla differenza dei salari. Il sistema utilizza la donna come manodopera sottopagata e sottoqualificata, facendo in modo che il suo salario resti un salario d’appoggio, un contributo generalmente secondario e in concorrenza con la sua funzione domestica. L’attenzione si pone meno sulla natura dei lavori femminili e sulla loro alienazione particolare.

Uomini e donne non si ripartiscono per caso i differenti posti e funzioni salariali. Le donne sono, nella grande maggioranza, utilizzate nei settori delle relazioni umane (insegnamento, personale assistente), o come manodopera non qualificata (domestica, ecc.). In quelle branche che il capitale super-sviluppa perché atomizza il tessuto sociale. Le donne cessano di essere madri per andare ad occuparsi dei bambini negli asili, nelle scuole, negli ospedali; cessano di essere spose per “assistere” come dattilografe, segretarie i piccoli pascià d’ufficio.

La loro attività non è dunque realmente produttiva, un’attività che consenta loro di concepire e fare delle cose. Ma un’attività consistente nell’occuparsi della gente.

La contadina si occupava dei suoi bambini, ma attraverso attività “creative”. E attraverso l’azione, la modellatura anche parcellizzata dell’ambiente, che l’essere umano si forma, si trasforma e si impadronisce di se stesso, si situa in rapporto agli altri.

Così il capitale, prendendo in carico tutta la vita sociale, al di là della produzione materiale propriamente detta, prendendo in carico la gestione del materiale umano e sviluppando nello stesso tempo la salarizzazione femminile, relega paradossalmente le donne in un punto mai raggiunto dell’affettivo e del sociale in quanto sfere separate.

Abbiamo visto che il femminismo è una vera rappresentazione falsata di un movimento reale compiuto dal capitale. Il suo reale e positivo è quello di essere un rivelatore, come lo è l’ecologia, portando alla luce dei problemi, anche se sotto apparenza differente, anche se all’inverso. Sta alla teoria e al movimento dei comunisti scoprire la loro vera dimensione e trovarne le soluzioni.

Il difetto principale è di racchiudere nella questione femminile un mutamento e un malessere generale. L’opposizione fra uomini e donne è, e diviene sempre più, la modalità di un sistema di frizioni più generali, il prodotto di una società gerarchizzata che gioca sulla diseguaglianza e sulle opposizioni, riproducendole continuamente nella liquidazione dei vecchi status. Vi è una crisi generale d’identità e una crisi generale dei rapporti umani. Questa crisi, partendo da fissazioni reali e dall’amplificazione deformante dei mass-media, è stata presentata per tutto un periodo come conflitto di generazioni e si traspone oggi nell’opposizione uomini/donne.

La profondità del movimento proletario si manifesta principalmente nel fatto che sviluppa la partecipazione delle donne. Queste, se ribelli al gioco politico, a parte alcune eccezioni più o meno brillanti – da Caterina Il di Russia a Margaret Thatcher – entrano nella zuffa quando essa è più seria e quando tocca la vita quotidiana e dei bisogni. Le stesse donne che, guardiane di una certa sicurezza, accusano il marito che sciopera di essere un irresponsabile incapace di portare a casa i soldi per vivere, o forniscono una manodopera docile, potranno trattarli da timorati e sorpassarli in radicalismo se la lotta mette in pericolo l’ordine esistente.

Il problema del comunismo non è di instaurare l’eguaglianza fra uomini e donne. Non è quello di democratizzare la coppia o la famiglia e di normalizzare i rapporti quotidiani. Non è di instaurare una rotazione dei compiti domestici. Non è di sconfiggere il fascismo attraverso le cucine e le camere da letto.

Il comunismo distrugge le basi dell’istituzione familiare. Non dissolve la famiglia, nel senso in cui lo fa il capitale che la svuota del suo contenuto privandola dell’educazione dei figli per affidarla ad istituti specializzati. Nella misura in cui il comunismo generalizza il libero accesso ai beni, e tra l’altro moltiplica e trasforma le possibilità di abitazione, distrugge i fondamenti e la funzione economica della famiglia. Nella misura in cui instaura la comunità, esso distrugge il suo ruolo di comunità rifugio.

L’emancipazione delle donne e dei bambini sarà assicurata dal fatto che il solo motivo determinante per l’unione sarà l’attrazione. Su questa base si svilupperanno i rapporti. Base che non sarà unicamente affettiva, poiché la gente si associerà per agire, per viaggiare... La generalizzazione della comunità farà sì che gli individui non avranno la necessità di legarsi a questo o a quel partner e non avranno il timore di perderlo. Una madre (o un padre) per dar da mangiare ai propri figli non dovrà sottomettersi ad una dipendenza economica. E i figli non saranno più covati o soffocati dalla famiglia, non saranno più la proprietà o la posta in gioco di coniugi in guerra o divorziati, che potranno molto più facilmente di oggi cominciare essi stessi a tirarsi fuori dalle varie situazioni.

Ma questo non farà sparire tutti i rapporti di dominazione e ogni dissenso. Semplicemente non potranno istituzionalizzarsi, perpetuarsi e fissarsi in rapporti di potere perché il quadro istituzionale e le costrizioni economiche che potrebbero sostenerle sarebbero scomparse.

Il capitale individua gli esseri umani tramite le loro funzioni. E dunque ignora profondamente la differenza fra i sessi. Nella sfera economica e politica, questa si riporta ad un ornamento che avvantaggia o svantaggia la promozione. Essa viene riportata fuori della serietà sociale, rnarginalizzata fra le cose senza importanza.

Il rullo compressore economico livella. Ma la differenza dei sessi resta. E il comunismo non deve passarvi sopra ma, al contrario, riconoscerla pienamente, in quanto esso è, al di là dell’economia, l’espressione sociale dei bisogni umani. E gli uomini e le donne hanno bisogni differenti e il bisogno di questa differenza.

Coloro che vedono tutto al contrario credono che, poiché l’educazione è la base di tutto, è questa che bisogna cambiare, e che educando allo stesso modo le bambine e i bambini, offrendo loro un’immagine simile del padre e della madre, le cose si sistemeranno. Imbecille volontà di livellamento, incapacità di utilizzare e gioire di questa differenza che avvicina i sessi.

E il rapporto pedagogico, con la sua falsità, il suo imperialismo, la sua volontà normativa, che bisogna liquidare e ancor di più se si tratta di pedagogia attiva, militante e progressista. Quello che bisogna coltivare sono i rapporti sottili che, partendo dalla particolarità biologica, fanno scoprire ad ognuno la propria identità sociale, il proprio desiderio e quello del sesso opposto.

Il comunismo non porterà regole e tabù che manterranno uomini e donne in un campo ristretto. Non rinchiuderà la gente in niente, e nessun dubbio che uomini e donne accudiranno a funzioni simili. Ma non li ridurrà a questa funzione e, per questo semplice fatto, ognuno agirà a proprio modo e questo modo non potrà prescindere dalla natura sessuale. Senza ricadere nella vecchia divisione del lavoro.

La differenza sessuale oggi non esiste più nell’universo del lavoro, anche se ritorna indirettamente e se il capitale se ne serve per dividere, impiegare in modo differente e sottopagare quella che non è più che manodopera. Questo solleva la collera dei partigiani della legalità e dell’uniformità nella miseria. Il comunismo, che liquida il lavoro come sfera e attività separata, si occuperà piuttosto di riunire i due sessi ed anche i bambini, e senza asessuarli, nelle stesse attività.

La competizione sportiva offre un’immagine caricaturale dell’universo capitalista in cui anche il piacere dello sforzo fisico e della lotta finisce per perdersi nella messa a punto di macchine per guadagnare. Le donne sono lanciate nella corsa e, perché vadano più svelte, non si esita a snaturarle imbottendole di ormoni maschili. Si comprenderà ciò che separa il comunismo da tali ripugnanti pratiche.