Titolo: La servitù volontaria
Note: Discours de la servitude volontarie, 1576 Prima edizione: settembre 1978
Seconda edizione: aprile 2007
Terza edizione: novembre 2013
La pronuncia corretta di La Boétie non è, come si potrebbe pensare, La Bo-e-zì, ma La Buetì (con la t dura) com’era pronunciato nel dialetto del Périgord, regione in cui La Boétie visse. La discussione definitiva sulla corretta pronuncia può vedersi in Paul Bonnefon, Œuvres Completes d’Étienne de La Boétie, Bordeaux, C. Gounouilhou e Paris, J. Rouam et Cie, 1892, pp. 385-386.
Opuscoli provvisori n. 6

Nota introduttiva alla seconda edizione

Dopo quasi trent’anni esce la seconda edizione di quest’opera fondamentale. La riflessione di La Boétie resta solo apparentemente circoscritta nei limiti del suo assunto, quello del rifiuto al dominio, ma in questi ultimi anni, più ancora di quello che poteva comprendersi alla fine degli anni Settanta, è diventato sempre più chiaro che i tiranni sono di tanti tipi, e che quelli democratici, sono forse fra i peggiori.

Lo scontro aperto e dichiarato con i beceri propugnatori della reazione estrema, come se ne sono visti diversi nell’ultimo mezzo secolo, quindi senza risalire necessariamente ai fascismi della prima metà del secolo scorso, è senza mezzi termini, bianco e nero, richiede scelte radicali e non consente tentennamenti o ritorni indietro.

Il muro di gomma della contrapposizione attuale è molto più difficile da interpretare, e il suggerimento di La Boétie torna ancora utile perché si sposta dal tiranno come mio nemico alla “guida” come mio amico e possibile compagno di strada. Ambedue vanno rifiutati. Il primo perché mi schiaccia subito, anche quando alla lunga potrei essergli utile, il secondo perché la stessa logica della guida lo porta a schiacciarmi o a mettere fuori corso le mie istanze di libertà solo che appena entrino in contrasto con il presunto interesse generale del progetto cosiddetto rivoluzionario di cui la “guida” in questione si considera detentore e custode.

Costruire un proprio progetto, in grado di coinvolgere anche gli altri – in che misura questo resta da vedere – è problema arduo se non si vuole assumere sulle proprie spalle il ruolo di “guida”, ma si vuole rifiutarlo a qualsiasi costo, anche pagando con la più profonda penalizzazione del progetto stesso. Non ci sono mezzi (progettuali o meno) che possano sostituire i fini (la libertà, sia pure in prospettiva). Questo è, di per sé, un problema etico, ma non è confinato nei limiti siderali della metafisica, scende giù nella quotidianità, nel procedere della vita, nelle scelte di ognuno di noi. Come al solito, di fronte a questo difficilissimo problema, gli imbecilli guardano il dito che indica la luna e descrivono le malformazioni del dito, come fare per controbattere alla supremazia decisionale (quasi sempre intellettuale, visto i tempi che corrono) della “guida”, che loro nella propria obnubilazione chiamano sprezzantemente “capo”. Hanno anche trovato una ricetta, e di questa ricetta si sono fatti propugnatori: fare sempre il contrario di quello che dice il capo. In questo modo se il capo dice di non buttarsi dalla finestra, ecco che i furbastri si lanciano giù a capofitto. Storture della mente, utili comunque a illustrare i percorsi che spesso i poveri di spirito, e di animo, cercano di scavare nella propria incapacità di capire.

Quale altra soluzione? Andare avanti, scrollandosi di dosso questi insetti come formiche fastidiose.

Gettando lo sguardo sul progetto rivoluzionario (insurrezionale, per quel che mi riguarda) mi rendo conto di un ordine possibile impensato, lo vedo come ordine perché a quello sono stato educato e sarei imbarazzato a vederlo diversamente, ma sono forzato ad aguzzare la mia vista dalle nuove disposizioni dello scontro. Non invecchia il mio desiderio, torna intatto nella differenza che alla fine mi riconduce all’indifferenza del progetto, torna a risorgere e a sospingermi al coinvolgimento. Chiede che io sia qui, con il mio corpo, a testimoniare la mia perseveranza nel progetto interminabile e contorto della quantità che cede alla qualità. I dettagli progettuali impongono la loro logica, ma così mi rimangono estranei, cerco di ricondurre quella logica, dell’a poco a poco, alla mia logica, del tutto e subito, ma è povero espediente fatto di parole, per cui il mio tentativo impallidisce. La logica diversa non è un percorso nuovo, non appena avvertita, intuita, è già svolta nella sua totale pienezza, non c’è niente da dire intorno al suo metodo, non c’è un metodo leggibile in quella logica, non ci sono momenti o scansioni, determinatezza di rapporti. La vita del progetto che così mi appare non è vita per me, è come se nascessi un’altra volta, e aprissi gli occhi a un mondo altro, con quello precedente del tutto dimenticato.

Distruggere questa vita che mi asfissia senza azzerare la mia vita, anzi partendo da quest’ultima per cogliere l’assenza della prima, la remota assenza che non suggerisce traccia, che non si separa ma è essa stessa l’assenza che non ha bisogno di sottolineare il suo allontanamento. Sono troppo radicato in un mondo di processi e commisurazioni per capire la distruzione, la mia esperienza suggerisce uno spazio lasciato vuoto che posso riempire. Ma l’assenza della vita capace di progettare e fare vivere la distruzione rivoluzionaria, o il modo in cui tutto ciò è assente, non può essere riempita. La regola palpita nelle sue eccezioni, ma queste riflettono sempre il fondamento legale che la regge. Il mio progetto rivoluzionario non è l’eccezione, forse l’eccezione è il mondo che pensa la regola, è la stessa regola a essere eccezione. Restando nella regola non aprirò mai me stesso e il mio progetto alla diversità come potenza distruttiva del mondo perché sarò sempre prigioniero dell’eccezione, e non è con l’eccezione che potrò fare vivere il mio progetto. Pensare è l’agire del serpente che snoda le sue spire per catturare la preda, ma qua non c’è niente da catturare, occorre farsi catturare. Il mio progetto non ha ruoli guida, non prevede moduli indicativi. Quando questi ruoli o questi moduli emergono sono di già pronti per essere abbandonati. Sono contento che, nella pratica, qualcosa del genere sia accaduto con l’Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista. Il progetto resta valido, ma deve trovare le condizioni oggettive su cui radicarsi da solo, riprenderlo in mano senza la presenza di queste condizioni sarebbe, ancora una volta, mettere il carro davanti ai buoi. Chi ama il ruolo di “guida” non perderebbe tempo a farlo, io no.

Sono al di qua, ho i piedi bene piantati nel campo ad ammirare i grandi risultati della conoscenza, sento però una voce che viene da lontano, che è portata dal vento del deserto, ma non la capisco se la derubrico in modo che sia accessibile alla ragione, se mi faccio prendere dalla paura, se mi proibisco di ascoltare le sue strane modulazioni. Devo aprire le porte, non difendere con occhiuta gelosia i miei possedimenti ridicoli, come se fossero la mia vita stessa e non l’ostacolo contro cui sbatto la mia testardaggine. Devo mettermi a rischio e non chiedere di chiudere la partita. Insieme al progetto per una nuova avventura, ecco la sola inutile legge del coinvolgimento che niente custodisce o integra fino a un eventuale arrivo della notte che tutto scioglie e fa dileguare. Danzo sulla punta di uno spillo, ma sono un lottatore, sono quella contraddizione che nessuno ha mai visto.

Almeno finora.


Trieste, 8 marzo 2007

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla prima edizione

Con La Boétie siamo agli inizi della riflessione libertaria. Piccoli lampi che si accendono in un cielo pieno di nubi. Rabelais, un altro lampo. È il secolo della nascita e della crescita delle monarchie centralizzate. Il modo di vita derivante direttamente dal tardo medioevo si sgretola sotto i colpi della nuova potenza dei re: i mezzi di una forma embrionale di burocrazia, embrionale ma già sufficientemente articolata per gestire dal centro un vasto groviglio di interessi, sono pronti ad entrare in azione. A parte la nobiltà parassitaria, piena di debiti e in via di mangiarsi pure le residue entrate provenienti dalla vendita dei diritti di libertà ai comuni, e non considerando una borghesia ancora non ben sicura di sé, in quanto classe e in quanto detentrice di mezzi di produzione, restano i contadini. Un mondo pieno di contraddizioni, colpito da miserie endemiche e periodiche, sotto il segno della croce e dei preti, con sussulti di liberazione e con accenni di conservatorismo.

Come l’altro francese, quel Fermat, che da secoli fa rompere il capo ai matematici col suo ultimo, incomprensibile e indecifrabile algoritmo, La Boétie, da secoli, ha trovato lettori molti, interpreti alcuni, ma non per questo può dirsi che sia stato capito.

A cominciare da Montaigne, eccogli reso un cattivo servizio. Il testo viene sommerso nel più ampio progetto dei Saggi, segue la fortuna di questi ultimi, sebbene – come si può vedere nella lettera di Montaigne diretta al padre, da noi pubblicata in Appendice alla prima edizione del presente testo (pp. 41-46) lo stesso filosofo francese abbia sentito non solo l’importanza del lavoro dell’amico, ma anche la profonda diversità dello scopo, se non proprio delle tematiche.

Frequenti riemersioni, poi, da Félicité de Lamennais a Pierre Leroux, da Auguste Vermorel a Gustav Landauer (testi pubblicati tutti in Appendice alla sopra indicata prima edizione, pp. 47-68), fino alle letture attuali, quella di Simone Weil, di Pierre Clastres, di Claude Lefort, di Miguel Abensour, di Marcel Gauchet. Ai vecchi tentativi di mistificare le letture, di giustificare ora il cerchio e ora la botte, segue una più onesta focalizzazione del problema: non più la critica o l’esaltazione del principio apparentemente astratto che tutti gli uomini sono uguali e quindi devono essere liberi non essendoci possibilità di legittimare un qualsiasi potere, ma l’analisi dell’accettazione del potere, del dominio, dello sfruttamento, della servitù.

Ecco perché La Boétie ritrova oggi, specialmente in questi ultimi anni, un’attenzione ben altrimenti fondata di quella che poteva costituirsi sull’analisi letteraria del testo o sulla riflessione intorno alle condizioni che confortarono la sua nascita.

Nel momento del passaggio dalla dominazione locale alla struttura piramidale dello Stato monarchico centralizzato, La Boétie si chiede perché la rivolta contadina e perché la repressione, perché l’accettazione degli strumenti simbolici della repressione all’interno della dimensione della rivolta, e perché la difesa di interessi padronali di un certo tipo di fronte a interessi di un altro tipo, ma comunque sempre contrari a quelli degli sfruttati. E a queste domande, rese più stringenti dalle recenti esperienze, dal giureconsulto vissute in disparte, se si vuole, ma non per questo meno cocenti in fondo all’anima; a queste domande la risposta è una sola: deve esserci qualcosa di illogico nell’amore delle proprie catene.

Seguendo Leroux, questa riflessione di La Boétie ha suscitato le critiche dei comunisti autoritari, che hanno finito per concludere, nel migliore dei casi, per un vago umanitarismo da attribuirsi al vecchio politologo francese, umanitarisrno più dannoso che innocuo, in quanto verrebbe ad attribuire, dello scontro di classe, una parte di responsabilità anche agli sfruttati. Per gli amanti delle cose facili, dotati di bocca buona; per coloro che degli schemi se ne fanno una ragione di vita, l’accusa di Leroux e di tutti gli interpreti filopartitici, è molto ben fondata. Non è affatto vero che gli uomini siano condannabili perché hanno accettato – senza spiegazione alcuna – il dominio di “uno” solo, cioè del monarca, quando era in loro la forza e la possibilità di abbatterlo, distruggendo il consenso, anzi, nel fare ciò hanno dimostrato più saggezza di quanta non ne dispongano i savi scettici e gli strampalati assertori della dignità umana. Infatti, il dominio di uno solo, continuano i nostri fratelli comunisti autoritari, assicura quell’ordine la cui mancanza farebbe tutto degenerare nel caos. Ieri il monarca, oggi la stessa saggezza delle masse, suggerirebbe l’idea di partito, il monarca di oggi. Ieri il principe, avrebbe detto Gramsci, rileggendo il suo Machiavelli, oggi il partito comunista. Solo che il problema resta lo stesso. Il consenso delle masse all’accettazione del potere, può essere sollecitato, può essere sviluppato attraverso una serie di iniziative mistificatorie, ma, in definitiva, sono sempre le masse a darlo, in un modo o nell’altro, si deve dare conto di questa loro responsabilità storica, se non si vuole riaccendere la fiaccola di un vago populismo: “Giù il cappello davanti all’operaio!”, o qualsiasi altra sacralizzazione delle mani callose.

Illogicità del consenso, quindi, ma anche illogicità della ribellione, o almeno dei quadri tradizionali dentro cui, a forza, vogliamo farla entrare. Solo che quando questa esplode, quei quadri, quei confini, risultano sempre insufficienti. Scoppia la rivolta contro le gabelle del re, ma il quadro del libero comune, riproduzione stereotipata del comune medievale, non è sufficiente, i contadini non lottano per abbattere le gabelle per un sia pure chiuso mondo commerciale ma libero da gravami di ogni sorta, essi lottano per pagare le gabelle del signore locale che, stranamente (o sarebbe meglio dire, ragionevolmente) preferiscono al signore lontano, al gran re che intende imporre la gestione centrale delle gabelle attraverso un esercito di funzionari. È il famoso detto popolare che tra i due mali bisogna sempre preferire il minore.

Si diffonde il fuoco della Grande rivoluzione, cadono le mura della città vecchia, dove imputridivano i sogni della restaurazione monarchica, cadono al suono della marsigliese, ma altrove, nelle terre avare della Vandea, dove il contadino resta legato alla terra, quel suono non viene udito. Ancora una volta al nuovo regime di sfruttamento si preferisce il vecchio. E i preti, e i loro consoci, hanno buon gioco: inalberano stendardi e madonne, crocefissi ed altre coglionate e organizzano la rivolta. Gli eserciti rivoluzionari, con tanto di fascia tricolore sulla pancia dei vecchi generali, subitamente cambiati nelle fattezze esteriori ma non nel militarismo appreso alle scuole del vecchio regime, gli eserciti che vanno avanti cantando l’inno della libertà, della fraternità e dall’uguaglianza, improvvisamente si trovano davanti una massa di miserabili disposta a combattere contro di loro, con in testa preti e cavalieri, duchi e visconti, vescovi e dame di corte.

Poi quegli eserciti si trovano un nuovo padrone. Un piccolo uomo dalle grandi ambizioni. Dilagano. Occupano la Spagna, che si difende, che organizza la guerriglia nel senso vero e proprio del termine, per le prima volta – forse – nella storia. I patrioti spagnoli fucilati dall’esercito “rivoluzionario” francese, muoiono gridando “abbasso la libertà!”.

E i rivoluzionari di Bronte, che aprono le porte del piccolo villaggio alle forze dell’esercito garibaldino ed ascoltano la parola dura del massacratore Bixio, inviato speciale e proconsole dell’altro massacratore che portava in giro la propria idiozia politica sposandola con la propria inconsapevole capacità di bandito-guerrigliero, quel Garibaldi che poco dopo diventerà l’utile strumento idiota nelle mani esperte dei politici di professione, quei rivoluzionari vengono subito messi al muro o fucilati. Ma accanto a loro non vi sono più i carbonai delle montagne, i banditi dell’interno della Sicilia che solo vedendo le divise erano andati via gridando che l’esercito, di qualunque colore si vesta o a qualsiasi ideologia pretenda appartenere, sempre esercito resta e quindi sommo strumento della repressione e del potere deve essere considerato. Proprio questi briganti delle montagne, questi individui asociali, continueranno la lotta contro i garibaldini, contro gli eccidi che questi ultimi compiranno, tanto per mettersi al passo con gli eccidi compiuti dall’esercito borbonico in ritirata, e lotteranno inalberando ancora una volta madonne e crocifissi, cantando inni religiosi, ed utilizzando i mezzi forniti dalla Santa Sede, dalla reazionaria corte borbonica ivi residente, e lasciandosi guidare da specialisti spagnoli della guerriglia.

È straordinario come il popolo insorga contro il potere o contro lo Stato e come queste lotte non vadano quasi mai a combaciare con quelle ideologie e quelle spiegazioni teoriche che le grosse teste pensanti hanno elaborato per tempo, illudendosi di proporre una indicazione, suggerire un modello di comportamento.

Il punto centrale del problema, oggi, è proprio qui. Un movimento rivoluzionario fortemente ideologizzato è senz’altro un punto di riferimento, ma non può accampare altro titolo, in quanto rappresentante degli sfruttati, se non quello che esso stesso riesce a determinate in base alle proprie analisi, cioè in base alla propria coscienza di essere nel giusto, di avere individuato obiettivi e di avere scelto mezzi idonei. Ma non per questo le masse debbono seguirlo e, infatti, non per questo lo seguono. Allo stesso modo, un potere dispotico, totalitario, che riesce a strutturare una mistificazione tanto ampia e dettagliata, da reperire il consenso, sia pure parziale, delle masse, non per questo può essere tranquillo che queste lo seguano all’infinito. E ciò nell’uno o nell’altro caso, non perché esista una legge fissa dell’evoluzione, che conduca a sinistra, mentre la legge della reazione conduce a destra, corrispondendo la prima al progresso e la seconda al conservatorismo. Questi sono schematismi che ci aiutano nell’elaborazione delle analisi, ma che, in fondo, spiegano molto poco. Una legge, proprio perché messa in risalto dalla riflessione di qualcuno, non è altro che l’indicazione di una costante approssimativa, cioè l’indicazione che, in certe circostanze, un dato fenomeno finisce per verificarsi in un certo modo. Ciò non ha nulla di “sostanziale”, almeno non nel senso che la metafisica ci ha abituati a considerare. La realtà non ha “leggi” di questo tipo, ha soltanto costanti di comportamento che noi chiamiamo leggi, ma sono soltanto modelli interpretativi di processi reali in corso di svolgimento. Ovviamente questi modelli sono utili, e, se correttamente impiegati nelle analisi, possono dare risultati abbastanza soddisfacenti; ma non possono in alcun modo legittimare l’attesa di processi evolutivi in un senso o nell’altro, non possono farci necessariamente servire in un piatto d’argento quello che il nostro cuore desidera.

Un maggiore avvicinamento alla chiarezza si può ottenere solo insistendo sul rapporto che unisce il movimento degli sfruttati con quella parte più politicizzata, o ideologizzata, che pure restando una sparuta minoranza, in quanto tale, rigettando ogni forma sovrastrutturale e fittizia di organizzazione fine a se stessa, riafferma nella propria azione, la fondamentale e indissolubile totalità rivoluzionaria. Al contrario, i rapporti tra la minoranza di potere, che gestisce il dispotismo, con la maggioranza degli sfruttati possono solo essere transitori e superficiali. I contadini della Vandea, andavano a combattere contro gli eserciti cosiddetti rivoluzionari della Prima Repubblica, guidati dai nobili e dai preti, ma tra loro e questa gente non poteva mai esserci identità di classe, non poteva mai esserci identità di interessi di classe. Il fatto è che la stessa cosa si ripresenta quando a guidare le masse in rivolta siano esponenti della classe borghese che, mistificando in modo ancora più profondo le cose, non tirano fuori i labari della madonna e i crocefissi, ma le bandiere rosse e financo quelle rossonere. Allo stesso modo le masse guidate da questa gente, coordinate all’interno di strutture organizzative di tipo giacobino, che molto maldestramente cercano di camuffarsi ora con questo ora con quell’antidoto libertario; queste masse non riescono a costruire un’identità di interessi e di classe. Come i preti di una volta, che guidavano i briganti calabresi contro i garibaldini o contro i bersaglieri piemontesi, non avevano identità di interessi e di classe con le masse degli sfruttati da cui quelle bande trovavano origine, allo stesso modo i sindacalisti di oggi, che guidano gli sfruttati in una lotta rivendicativa che torna utile solo ai padroni, non hanno identità di classe e di interessi con coloro che lo sfruttamento subiscono in prima persona.

Il corrispettivo della “colpa” del consenso, sarebbe pertanto da individuare nella “colpa” dell’accettazione della guida. In un certo senso si tratterebbe di un peccato mediato, non essendo l’accettazione del dominio il punto centrale, ma l’accettazione della guida. Infatti, la liberazione, attraverso la guida, non è più una liberazione ma solo l’anticamera della ricostituzione di un nuovo modello di oppressione. La coscienza rovesciata di questo elemento dell’analisi è chiara proprio in questi critici di sinistra di La Boétie che lo accusano di utopismo per il suo rifiuto del dominio al di là delle considerazioni del processo storico dell’evoluzione di classe.

È la logica che viene rimessa in questione. L’unione fa la forza, ciò è visibile nel campo dei padroni. Il tiranno, il partito totalitario, la struttura produttiva multinazionale, sono uniti in strutture monolitiche che li trasformano in fenomeni “unici”. Essi hanno la capacità di riassorbire le contraddizioni marginali. Ad esempio, una multinazionale è in grado di assorbire le conflittualità del mercato del lavoro in una certa situazione zonale del conflitto di classe, perché ripartisce le conseguenze relative nelle zone dove questo livello conflittuale è più basso, non solo, ma gestendo, spesso a circuito chiuso, la domanda e l’offerta di alcuni beni, oltre al fatto di gestire anche l’elasticità di questa domanda e di questa offerta con i meccanismi di pressione che condizionano l’informazione, è in grado di controllare anche le conseguenze sociali derivanti dalle modificazioni dei livelli salariali. Questa capacità unitaria ha sempre affascinato gli sfruttati. Dall’epoca del carisma originario, dell’intermediario della parola di Dio, che da quell’essere supremo e lontanissimo riceveva la propria investitura unitaria, al moderno partito totalitario, alle moderne multinazionali: il fascino resta. E poiché per battere il ferro occorre un metallo ancora più duro si ritiene legittima la costituzione di “unioni” ancora più forti, centralizzate, controllate. Ma queste “entità” devono ricevere sempre una investitura, un qualcosa che dia loro il “diritto” a rappresentare le masse. Per il partito, questa investitura è di tipo politico. Anche le unioni sindacali, all’inizio, prodotto dei lavoratori riuniti internazionalmente, avevano lo scopo di costituire un contropotere unitario da contrapporsi al potere padronale, ma non vennero considerate sufficienti, e oggi si è visto che, in ogni caso e comunque, non avrebbero mai potuto essere sufficienti. Occorreva un altro schema, ancora più avanzato, nelle mani di pochi, dotato di una capacità unitaria ancora più forte: quello del partito.

Ed allora, bisogna concludere che la forza viene dalla disunione, dallo scioglimento? No. Sarebbe ancora un uso della stessa logica, un uso semplicemente rovesciato. È quello che accade con le organizzazioni politiche che si sciolgono, proponendo ai militanti un’alternativa, una indicazione diversa, ma sempre di tipo quantitativo: la fenice che risorge dalle proprie ceneri. Sono spesso motivazioni d’indole strategica a dettare tali scioglimenti, imposizioni che provengono dal subitaneo cambiamento dei rapporti di forza, inutilità del perseguire una strada che anziché accrescere il mito dell’unità quantitativa, finisce per negarlo anche dal punto di vista aritmetico. Solo raramente si affaccia qualche critica più vivace, qualche spunto di maggiore profondità. Il processo di autorganizzazione, in corso nel movimento, processo che coinvolge non solo le forme organizzative specifiche, ma la legittimità logica del loro sussistere, viene tralasciato. La massa degli sfruttati resta sempre quella che va illuminata, mentre nulla è detto in merito ai fermenti che si autostrutturano al suo interno.

Non che questi fermenti siano identificabili in modo netto, nel senso che qui esistono in forma chiara e distinta, e altrove, in forma altrettanto chiara e distinta, esistono le strutture pilotate dall’alto. Ciò sarebbe un ulteriore schematismo che ci porterebbe ad accettare aspetti particolari di autogestione, spunti neocapitalistici, strutture di potere sovranazionale e, al limite, le stesse coglionate sindacali, come elementi dell’autorganizzazione degli sfruttati. Questo equivoco, che potrebbe costare caro, è facilmente eliminabile, riflettendo che le strutture dell’autorganizzazione, esistenti all’interno del movimento degli sfruttati, non sono che raramente identificabili in modo separato dalle forme di lotta che vengono realizzate. Sono proprio queste lotte che fanno emergere una maggiore o minore disponibilità all’autorganizzazione e che dovrebbero spingere le minoranze più politicizzate a riflettere bene sul proprio ruolo, prima di decidersi per l’accettazione cieca della politica della crescita quantitativa.

Se non facciamo questo ulteriore salto critico, se accettiamo supinamente il nostro “ruolo” di rivoluzionari come qualcosa che, in quanto ruolo, non può subire modificazioni; se pretendiamo che per il semplice fatto di fare parte di un’organizzazione che si propone scopi rivoluzionari siamo anche noi rivoluzionari e, in un modo o nell’altro, arriveremo ad abbattere il sistema oppressivo che ci domina, instaurando una società libera, possiamo andare incontro a delle grosse sorprese, possiamo essere proprio noi, senza accorgercene, a saldare l’ultimo anello della catena della nuova schiavitù, possiamo essere proprio noi, senza saperlo, a volere restare, volontariamente, servi, come acutamente ci metteva in guardia La Boétie.

È l’attenzione alla logica che ci fa difetto. La logica del quantitativo ha da sempre retto il mondo dei padroni e dello sfruttamento. Gli altri, gli sfruttati, non hanno mai tratto giovamento dal modo in cui si sono razionalizzati i processi del potere. Quando quest’ultimo ha fatto ricorso a una logica di tipo diverso, come nel caso degli spunti irrazionali, era solo una mistificazione: dietro i concetti di sentimento, patria, nazionalismo, e così via, si nascondevano sempre i corrispettivi concetti quantitativi di popolo eletto, di nazione guida, di individui superiori, di potere. La logica della totalità diventa illogica nel mondo dominato dalla logica del quantitativo. Il quantitativo è crescita parziale, accumulazione, monotona ripetizione, riduzione del momento qualitativo in processi di aritmetizzazione. La divisione del lavoro è indicazione molto chiara in questo senso: la crescita quantitativa della produzione, pure avendo un corrispettivo nel perfezionamento qualitativo, opera una svalutazione nei contenuti “umani” di questa qualità. Il prodotto standardizzato, solo apparentemente è qualitativamente migliore del prodotto artigianale, in quanto i suoi aspetti formali hanno finito per uccidere quell’elemento accidentale, e se si vuole, di disarmonia, che rendeva personale e qualificato il prodotto. Ma l’armonia fittizia del prodotto standardizzato è, se bene si riflette, il fondamento dell’estetica aristotelica che si basava sulla simmetria. Ancora una volta, attraverso le vicende contraddittorie dell’irrazionale perdersi e ritrovarsi del capitalismo, si ricostituisce il momento unitario del dominio del quantitativo. Ma questa unità non arriva mai ad attingere – fortunatamente – alla totalità. Il limite è segnato dallo scontro di classe, dall’esistenza dello sfruttamento, dalla divisione fondamentale tra chi sfrutta e chi è sfruttato.

Una rivoluzione del quantitativo, riproporrebbe ben presto i diletti del giacobinismo di ogni tipo e misura. Gli stalinisti dichiarano apertamente che su questo argomento non c’è nulla di nuovo sotto il sole. E il consenso delle masse, che oggi va in un senso, potrebbe domani andare in un altro, quando nulla venga fatto perché si esca da questa supina accettazione di una conservazione o di una rivoluzione che hanno in comune l’illogica negazione dell’uomo.


Catania, 3 maggio 1978

Alfredo M. Bonanno

La servitù volontaria

“Non è bene avere più padroni; abbiamone uno solo”.
“Che uno solo sia il padrone, uno solo il re”.

Così, secondo Omero, dichiarò in pubblico Ulisse.

Se avesse detto soltanto: “Non è bene avere più padroni”, sarebbe bastato. Ma invece di dedurne che la signoria di molti non può essere salutare, poiché il potere di uno solo non appena questi assume il titolo di signore, è aspra e contraria alla ragione, egli aggiunge invece: “Abbiamo un solo padrone...”.

Bisogna forse scusare Ulisse di avere tenuto un simile discorso che gli era necessario per sedare l’esercito in rivolta, pensò che egli adeguasse le proprie parole più alle circostanze che alla verità. Ma se si riflette, è un’immane sventura essere soggetti a un signore della cui bontà non si può avere mai certezza e che ogni volta che lo vorrà potrà mostrarsi malvagio. L’obbedire a più padroni è quasi sempre un’altrettanto grande sventura.

Non intendo qui affrontare la questione tante volte dibattuta, cioè “se altre forme di repubblica siano migliori della monarchia”. Se dovessi discuterne, prima di cercare qual posto spetta alla monarchia fra i vari tipi di governo, chiederei se è poi il caso di attribuirgliene uno, poiché è difficile che vi sia qualcosa di pubblico in un governo dove tutto è di uno solo. Ma rimandiamo ad altro momento una questione che meriterebbe un trattato a parte e che scatenerebbe tutte le possibili controversie politiche.

Per il momento vorrei solo capire come mai possa talvolta accadere che tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni subiscano un solo tiranno che non ha che il potere che essi gli attribuiscono, che può fare loro del male solo nella misura in cui essi sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe farne loro alcuno se essi non preferissero subire tutto da lui piuttosto che contraddirlo. È cosa sorprendente – ma così frequente che bisogna più rammaricarsene che stupirsene – di vedere un milione di uomini miseramente asserviti, la testa china sotto il giogo, non perché costretti da forza maggiore, ma perché affascinati, per non dire stregati, dal solo nome di quell’uno, che non dovrebbero né temere, perché è solo, né amare perché è inumano e crudele verso tutti loro. Eppure questa è la debolezza degli uomini: costretti all’obbedienza, obbligati a temporeggiare, non possono essere sempre i più forti. Se dunque una nazione, piegata con la forza delle armi, viene sottomessa al potere di uno solo – come accadde alla città di Atene durante il dominio dei trenta tiranni – non ci si deve stupire che essa sia asservita, ma deplorarlo. O piuttosto né stupirsene né rammaricarsene, ma sopportare la sventura con pazienza preservandosi per un avvenire migliore.

Siamo fatti in modo tale che le occupazioni comuni dell’amicizia assorbono una grande parte della nostra vita. È conforme alla ragione amare la virtù, apprezzare le azioni nobili, essere grati dei benefici ricevuti, rinunciare spesso a parte del nostro benessere per accrescere l’onore e il vantaggio di chi amiamo e che merita il nostro amore. Se dunque gli abitanti di un paese trovassero fra di loro uno di quegli uomini rari che desse loro prova di una lungimiranza tale da salvaguardarli, di un grande ardimento per difenderli, di grande saggezza per governarli; se finissero per abituarsi ad obbedirgli e a fidarsi di lui sino ad accordargli una certa supremazia, non so se sarebbe saggio toglierlo da lì dove faceva del bene per metterlo là dove potrà fare del male, infatti sembra naturale avere buoni sentimenti per chi ci fa del bene e non temere da parte sua male alcuno.

Ma, gran Dio, che è mai ciò? Come chiameremo questa sciagura? Qual è quel vizio, quel vizio orribile, che fa sì che si veda un numero infinito di uomini non solo obbedire, ma servire, non essere governati ma tiranneggiati, senza più beni, né genitori, né figli, né la loro stessa vita che siano veramente loro? Vederli subire le rapine, le prepotenze, le crudeltà non già di un esercito, di un’orda di barbari contro i quali ognuno dovrebbe difendere la propria progenie e la propria vita, ma di uno solo! Non già di un Ercole, o di un Sansone, ma di un omiciattolo, spesso il più codardo, il più effeminato di quel paese, che mai ha annusato la polvere delle battaglie, né calpestato la sabbia dei tornei, che non solo è incapace di comandare gli uomini ma nemmeno di soddisfare la più misera donnicciola. La chiameremo viltà? Chiameremo vigliacchi e codardi questi uomini sottomessi? Se due, se tre, se quattro sottostanno a uno solo, è strano, ma possibile, si potrebbe forse dire: è mancanza di coraggio. Ma se cento, mille subiscono l’oppressione di uno solo, si potrà ancora dire che essi non osano affrontarlo o che non vogliono farlo, che non è viltà, ma piuttosto disprezzo o sdegno?

Infine, se si vedono non cento, non mille uomini, ma cento paesi, mille città, un milione di uomini non ribellarsi a chi li tratta come servi e schiavi, come qualificheremo tutto ciò? Si tratta di viltà? Ma tutti i vizi hanno i loro limiti. È possibile che due uomini e persino dieci abbiano paura di uno solo, ma quando mille, un milione di uomini, mille città non si difendono da un solo uomo, non può trattarsi di viltà: essa non giunge a tanto, così come il coraggio non chiede a un solo uomo di scalare una fortezza, di attaccare un esercito, di conquistare un regno. Che vizio mostruoso è mai questo, che non trova un nome sufficientemente brutto, che la natura sconfessa e che la lingua rifiuta di nominare?

Si mettano cinquantamila uomini gli uni contro gli altri, li si schierino in ordine di battaglia e che vengano alle mani: gli uni, liberi, combattono per la libertà, gli altri lottano per toglierla ai primi. A quali predireste la vittoria? Quali affronteranno più valorosamente la battaglia: quelli che sperano come ricompensa la salvaguardia della propria libertà, o quelli che si aspettano come ricompensa dei colpi che infergono e che ricevono solo l’asservimento degli altri? Gli uni hanno sempre davanti agli occhi la felicità passata e la speranza di un’eguale felicità in futuro. Pensano più a quello che dovrebbero soffrire loro stessi, i loro figli e la loro discendenza se venissero sconfitti, che non a quel che soffrono durante una battaglia. Gli altri sono pungolati solo da una confusa cupidigia che si smussa sovente nel pericolo e il cui ardore si spegne nel sangue della prima ferita. Nelle tante famose battaglie di Milziade, Leonida e Temistocle che risalgono a duemila anni fa, ma che nella memoria dei libri e degli uomini sono ancora vivide come se fossero state combattute ieri, in Grecia per il bene dei Greci e come esempio per il mondo intero, cosa diede a un esiguo drappello di greci non la potenza, ma il coraggio di resistere all’attacco di tante navi che lo stesso mare non poteva contenerle, di vincere un tale numero di nazioni che tutti i soldati greci, messi insieme, non avrebbero fornito un numero sufficiente di capitani agli eserciti nemici? In quelle giornate gloriose, non si trattava solo della battaglia dei Greci contro i Persiani ma della vittoria della libertà contro la tirannide, della lotta della liberazione contro la cupidigia.

Veramente straordinari sono i racconti del coraggio che la libertà ispira ai cuori di quelli che la difendono! Ma quello che avviene ovunque e ogni giorno: che un uomo solo ne opprima centomila privandoli della libertà, chi potrebbe crederlo, se lo sentisse raccontare e non ne fosse testimone? Se avvenisse solo in paesi stranieri, in terre lontane e ce lo sentissimo raccontare, non ci sembrerebbe pura invenzione?

Ora, questo tiranno solo, non è necessario combatterlo, né abbatterlo. Si dissolve da sé, purché il paese non accetti di essergli asservito. Non si tratta di togliergli qualcosa, ma di non dargli nulla. Non è necessario che il paese si affanni per fare qualcosa per sé, purché non faccia niente contro di sé. Sono dunque i popoli stessi a lasciarsi o per dire meglio a farsi maltrattare, sarebbero salvi solo se smettessero di servire. È il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che, potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo, che accetta il suo male, anzi lo cerca... Se gli dovesse costare qualcosa la riconquista della propria libertà, non cercherei di spingerlo, anche se deve più di ogni altra cosa avere a cuore di riacquistare i suoi diritti naturali e, per così dire, da bestia ridiventare uomo. Ma neppure mi aspetto da lui tanto ardire, ammetto che egli possa preferire non so qual sicurezza di una vita misera all’incerta speranza di vivere come desidera. Ma come! Se per ottenere la libertà, basta desiderarla, se non vi è bisogno di null’altro che una semplice volontà, vi sarà una sola nazione al mondo che reputi di pagarla troppo cara acquistandola con un semplice desiderio? E chi rimpiangerebbe il proprio desiderio di riottenere un bene che si dovrebbe riconquistare a prezzo del proprio sangue e la cui perdita rende amara la vita ad ogni uomo e gradita la morte? Certo, come la fiamma di una piccola favilla divampa e va rafforzandosi sempre di più, e più trova legna da ardere, più ne divora, ma si consuma e finisce per estinguersi da sé non appena si cessi di alimentarla, nello stesso modo, più i tiranni saccheggiano, più esigono, più devastano e distruggono, più si dà loro, più li si serve. Questo aumenta la loro forza e li rende sempre più pronti a tutto annientare e distruggere. Ma se non si dà loro più niente, se più non si obbedisce loro, senza bisogno che li si combatta e colpisca, restano nudi e sconfitti e non sono più niente, come il ramo che, non avendo più linfa e alimento alla radice, inaridisce e muore.

Per conquistare il bene desiderato, l’uomo coraggioso non teme nessun pericolo, l’uomo saggio non si scoraggia dinanzi a nessuna fatica. Solo i vigliacchi e i rammolliti non sanno né sopportare il dolore, né riconquistare un bene che si limitano a desiderare. L’energia per pretenderlo viene annullata dalla loro stessa viltà, non resta loro che il naturale desiderio di possederlo. Questo desiderio, questa volontà comune ai saggi e agli stolti, ai coraggiosi e ai codardi, fa desiderare tutte le cose il cui possesso li renderebbe felici e soddisfatti. Vi è una sola cosa che – non so perché – gli uomini non hanno la forza di desiderare: la libertà, un bene tanto grande e dolce! Non appena la si perde, sopravvengono tutti i mali possibili e senza di essa, tutti gli altri beni, corrotti dalla servitù, perdono del tutto gusto e sapore. Sembra che gli uomini tengano in poco conto la libertà, infatti, se la desiderassero, l’otterrebbero; si direbbe quasi che rifiutino di fare questa preziosa conquista, perché è troppo facile.

Voi, gente misera, popoli dissennati, nazioni che vi intestardite nel vostro male, cieche al vostro bene, vi lasciate portare via sotto gli occhi il meglio e il più limpido dei vostri redditi, permettete che si saccheggino i vostri campi, che si svaligino le vostre case e le si spoglino dei mobili aviti! Vivete in modo tale che nulla più vi appartiene. Vi sembrerebbe ormai una grande fortuna conservare la metà dei vostri beni, della vostra famiglia, delle vostre vite. E tutte queste devastazioni, queste sventure, questa rovina non vengono dai vostri nemici ma da quel nemico che a voi deve la sua posizione, per il quale affrontate così coraggiosamente le guerre e per la grandezza del quale non esitate a offrire voi stessi alla morte. Eppure questo padrone ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di più di quanto abbia l’ultimo abitante dell’infinito numero delle nostre città. Ciò che egli ha in più sono i mezzi per distruggervi che voi stesso gli fornite. Da dove gli vengono tutti quegli occhi che vi spiano, se non da voi stessi? Come può avere tante mani per colpirvi, se non prendendole da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, non sono anche vostri? Ha qualche potere su di voi, che non gli derivi da voi stessi? Come oserebbe attaccarvi, se non potesse contare sulla vostra complicità? Come potrebbe nuocervi, se non foste i ricettatori del ladro che vi saccheggia, i complici dell’assassino che vi uccide e i traditori di voi stessi? Seminate i campi, perché egli li devasti, ammobiliate e arricchite le vostre case perché egli possa saccheggiarle, allevate le vostre figlie perché egli possa soddisfare la sua lussuria, nutrite i vostri figli perché nel migliore dei casi ne faccia dei soldati, perché li mandi in guerra, al macello, perché li faccia strumenti della sua cupidigia ed esecutori delle sue vendette. Vi logorate nelle fatiche perché egli possa abbandonarsi alle delizie e crogiolarsi nei suoi perversi piaceri. Vi indebolite perché egli sia più forte e vi tenga più corte le redini sul collo. E di tanti infami maltrattamenti ai quali si ribellerebbero persino gli animali se vi fossero sottoposti, potreste liberarvi, se voi tentaste, non dico di liberarvene, ma almeno di volerlo.

Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi! Non vi chiedo di spingerlo, di scrollarlo, ma soltanto di smettere di sostenerlo e lo vedrete, come un colosso di cui si sia spezzata la base, crollare sotto il proprio peso e spezzarsi.

I medici consigliano giustamente di non curare le piaghe inguaribili e forse io faccio male ad esortare così un popolo che sembra avere perduto da molto tempo qualsiasi consapevolezza del proprio male, il che dimostra chiaramente che la sua malattia è mortale. Cerchiamo piuttosto di capire, se è possibile, come questa ostinata volontà di servire si sia radicata così profondamente da fare credere che lo stesso amore della libertà non sia poi così naturale.

Non vi è dubbio, credo, che, se vivessimo secondo i diritti che ci derivano dalla natura e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti della ragione, senza essere schiavi di nessuno. Ognuno di noi riconosce in sé, molto naturalmente, l’impulso a obbedire al proprio padre e alla propria madre. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno – questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e alle scuole di filosofia – non penso di essere in errore affermando che vi è nella nostra anima un seme naturale di ragione. Sviluppandosi grazie ai buoni consigli e ai buoni esempi, questo seme sboccia in virtù, ma sovente abortisce, soffocato dai vizi che sopravvengono. Ciò che è evidente e chiaro e che nessuno può ignorare, è che la natura, ministro di Dio, governatrice degli uomini, ci ha creati e modellati tutti secondo un unico stampo, per dimostrarci che siamo tutti eguali, o meglio fratelli. Se distribuendo i suoi doni, essa ha avvantaggiato nel corpo e nella mente alcuni più di altri, essa non ha tuttavia voluto metterci in questo mondo come su un campo di battaglia e non ha voluto mandare quaggiù i più forti e più abili come briganti armati in una foresta per malmenare i più deboli. Convinciamoci piuttosto che facendo parti più grandi per gli uni e più piccole per gli altri, abbia voluto fare nascere nei primi l’amore fraterno e metterli in grado di praticarlo, dato che gli uni hanno la possibilità di portare soccorso e gli altri bisogno di riceverlo. Dunque, poiché questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha creati tutti secondo lo stesso modello perché ognuno di noi possa guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro come in uno specchio, poiché ha fatto a ognuno di noi il bel dono della voce e della parola per permetterci di incontrarci e fraternizzare e rendere possibile con la comunicazione lo scambio dei nostri pensieri, la comunione delle nostre volontà, poiché ha cercato con tutti i mezzi di creare e consolidare il nodo della nostra alleanza, della nostra società, poiché ha dimostrato in ogni cosa di volerci non solo uniti, ma come un solo essere, come dubitare allora di essere tutti naturalmente liberi, dato che siamo tutti eguali? Non si può insinuare nella mente di nessuno il sospetto che la natura abbia messo in servitù un qualsiasi uomo, poiché ci ha messi tutti in compagnia.

A dire il vero, è del tutto vano chiedersi se la libertà sia naturale, poiché non si può asservire nessun essere senza fargli torto, nulla è più contrario alla natura – interamente ragionevole – dell’ingiustizia. Dunque, la libertà è naturale e ritengo che non solo siamo nati con lei ma anche con la passione di difenderla.

E se per caso alcuni ne dubitassero ancora – imbastarditi al punto da non riconoscere le proprie doti e passioni native – dovrei trattarli come meritano e fare salire per così dire in cattedra le bestie feroci per insegnare loro qual è la loro natura e la loro condizione. Gli animali – che Dio mi assista! – se gli uomini li ascoltano, gridano: “Viva la libertà!”. Molti di loro muoiono subito dopo la cattura. Come il pesce che agonizza non appena è tolto dall’acqua, essi si lasciano morire pur di non sopravvivere alla loro libertà naturale. Se gli animali avessero scale di valori, vedrebbero nella libertà la propria nobiltà. Altri animali, dai più grossi ai più piccoli, quando vengono catturati, si dibattono con tanta forza con le unghie, le corna, il becco e la zampa da dimostrare chiaramente il prezzo che essi attribuiscono a ciò che perdono. Dopo essere stati catturati, ci dimostrano così eloquentemente di essere consapevoli della propria sventura, che è mirabile vederli languire piuttosto che vivere, e gemere sulla felicità perduta piuttosto che crogiolarsi nella servitù. Che vuol dire l’elefante quando, dopo essersi strenuamente difeso, perduta ogni speranza, sul punto di venire catturato, cozza le mascelle contro gli alberi e si spezza le zanne, se non che il grande desiderio di rimanere libero lo rende astuto e gli suggerisce di trattare con i cacciatori: per vedere se potrà cavarsela a prezzo delle zanne e se il suo avorio, ceduto come riscatto, gli restituirà la libertà?

Noi coccoliamo il cavallo sino dalla nascita per abituarlo a servire. Le nostre carezze non gli impediscono di mordere il freno, di impennarsi sotto lo sperone quando lo si vuol domare. Mi sembra che voglia così dimostrare di non servire spontaneamente, ma da noi costretto. Che altro aggiungere?

“Persino i buoi gemono sotto il giogo e si lamentano in gabbia gli uccelli”. Lo dissi un tempo in versi...

Così dunque, visto che ogni creatura dotata di sentimento è infelice nell’asservimento e aspira alla libertà, visto che gli animali, pure assuefatti al servizio degli uomini, si lasciano dominare solo dopo avere manifestato la volontà contraria, quale sventura ha potuto snaturare l’uomo – il solo che sia nato per essere veramente libero – sino a fargli smarrire il ricordo del suo stato originario e il desiderio di riacquistarlo?

Vi sono tre tipi di tiranni.

Gli uni regnano per elezione popolare, gli altri per la forza delle armi, altri ancora per successione dinastica. Chi ha conquistato il potere con il diritto della guerra si comporta, come si sa e si è giustamente detto, come in terra di conquista. Chi nasce re non è generalmente migliore. Nato e allevato nel grembo della tirannia, succhia con il latte la natura del tiranno e considera i popoli a lui sottomessi come servi ereditari. Avaro o prodigo, prevale in esso la tendenza a disporre del regno come di una sua eredità. Chi ha ottenuto il potere dal popolo, pare che dovrebbe essere più sopportabile. Lo sarebbe, credo, senonché non appena si vede innalzato al di sopra degli altri, lusingato da quel non so che chiamato usualmente grandezza, decide di non lasciarlo più. Considera quasi sempre il potere demandatogli dal popolo come trasmissibile ai propri figli. Ed è sorprendente constatare come, una volta adottata questa convinzione, costoro superino in ogni sorta di vizi e persino di crudeltà tutti gli altri tiranni. Non trovano mezzo migliore per consolidare la loro nuova tirannia di quello che consiste nell’accrescere l’asservimento eliminando così radicalmente le idee di libertà dalla mente dei loro sudditi e, per quanto recente ne sia il ricordo, esso viene ben presto cancellato dalla loro memoria. A dire il vero, vedo alcune differenze fra questi tiranni, ma scelte diverse non ne vedo: perché pure conquistando il trono in modi diversi, il loro modo di regnare è presso a poco identico. Quelli che sono eletti dal popolo, lo trattano come un toro da domare, i conquistatori lo considerano loro preda, quelli che vi accedono per successione dinastica un gregge di schiavi che appartenga loro per diritto naturale.

Farò ora una domanda: se il caso volesse che nascessero oggi uomini del tutto nuovi, né avvezzi alla sottomissione né smaniosi di libertà, e ignorassero persino il nome dell’una e dell’altra, e se si proponesse loro di scegliere fra essere sottomessi o vivere liberi, quale sarebbe la loro scelta? Non vi è dubbio che preferirebbero di gran lunga obbedire alla ragione piuttosto che a un uomo, a meno che non fossero come quel popolo di Israele che, senza necessità né costrizione, si diede un tiranno. Non leggo mai la loro storia senza provare un vivissimo disappunto che mi indurrebbe quasi a mostrarmi inumano e a rallegrarmi delle sventure che lo colpirono. Infatti, perché gli uomini, finché uomini sono, si lascino asservire, occorre una di queste due alternative: o che vi siano stati costretti o che siano stati ingannati. Costretti dalle armi straniere come accadde a Sparta e ad Atene sconfitte da Alessandro, oppure ingannati dalle fazioni come il governo di Atene, caduto in precedenza nelle mani di Pisistrato. Sovente la libertà viene tolta agli uomini con l’inganno, spesso perché sedotti da altri, ancora più sovente perché si ingannano da sé.

Così accadde al popolo di Siracusa, capitale della Sicilia, che oppresso dalle guerre, badando solo al pericolo immediato, elesse Dionigi Primo e gli affidò il comando dell’esercito. Si rese conto di avergli dato tanto potere solo quando quello scaltro, tornando vittorioso come se avesse sconfitto non i nemici ma i suoi concittadini, si fece capitano, poi re e, infine, da re tiranno. È sorprendente constatare come il popolo, non appena viene sottomesso, cade in un così profondo oblio della propria libertà da non potersi risvegliare per riconquistarla: serve così bene e con tanto zelo che, osservandolo, si potrebbe dire che non solo ha perduto la libertà, ma piuttosto conquistato il proprio asservimento.

È vero che all’inizio si serve a malincuore e costretti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rammaricarsene e fanno di buon grado ciò che i loro predecessori avevano fatto perché costretti. Gli uomini nati sotto il giogo, poi nutriti e allevati nell’asservimento, sono paghi, senza guardare più lontano, di vivere così come sono nati e non pensano affatto di avere altri beni e altri diritti che non siano quelli che hanno trovato: prendono come stato di natura il proprio stato di nascita.

Tuttavia, non vi è erede, se pure prodigo o noncurante, che un giorno non lasci cadere gli occhi sui registri paterni per vedere se gode tutti i diritti della sua successione e assicurarsi che non sia stato fatto qualcosa di ingiusto a chi l’ha preceduto. Ma l’abitudine, che esercita in ogni caso un enorme potere su di noi, ha soprattutto quello di insegnarci a servire e, come si tramanda di Mitridate che finì con l’assuefarsi al veleno, quello di insegnarci a inghiottire il veleno della servitù senza più trovarlo amaro. È indubbio che la natura ci diriga dove vuole, bene o male dotati, ma bisogna tuttavia riconoscere che essa ha meno potere su di noi di quanto non abbia l’abitudine. Per quanto buona sia l’indole naturale, essa si perde se non è alimentata, e l’abitudine ci modella sempre a modo suo, a dispetto della natura. Le buone sementi che la natura mette in noi sono così piccine, così fragili da non potere resistere al minimo scontro con un’abitudine contraria. Si mantengono intatte meno facilmente di quanto non si imbastardiscano e persino degenerino, come quegli alberi da frutto che conservano i caratteri della loro specie tanto che si lasciano crescere naturalmente, ma che li perdono dando frutti diversi dagli originari a seconda del modo con cui li si innesta.

Anche le erbe hanno ciascuna la loro proprietà, la loro natura, la loro peculiarità; eppure il gelo, le intemperie, il suolo o la mano del giardiniere possono di gran lunga aumentare o diminuire le loro virtù. La pianta che abbiamo visto in un paese sovente non è più riconoscibile in un altro. Chi vedesse i Veneziani, un pugno di gente che vive così liberamente che anche il più povero di loro non vorrebbe essere re, nati e allevati in modo da non nutrire altra ambizione che quella di mantenere nel modo migliore la propria libertà, educati e formati fino dalla culla in modo tale che non cambierebbero una briciola della loro libertà con tutte le felicità del mondo... Chi, dico, vedesse quelle genti e visitasse poi le terre di qualche “gran signore”, trovandovi solo persone nate per servirlo e disposte ad abbandonare la propria vita per mantenerne la potenza, potrebbe pensare che una sola natura accomuna questi due popoli? O avrebbe invece l’impressione di essere penetrato in un parco di animali dopo avere lasciato una città di uomini?

Si narra che Licurgo, il legislatore di Sparta, avesse allevato due cuccioli, nati dalla stessa madre, nutriti con lo stesso latte. Uno ingrassato in cucina, l’altro abituato a correre nei campi al suono della tromba o del corno. Volendo dimostrare ai Lacedemoni che gli uomini sono come li ha fatti la cultura, portò i cani sulla pubblica piazza e mise fra di loro una scodella di zuppa e una lepre viva. Uno si precipitò sulla scodella, l’altro sulla lepre. Eppure, disse, sono fratelli!

Egli con le leggi e l’arte della politica, educò e formò così bene i Lacedemoni che ciascuno di essi avrebbe affrontato mille morti prima di sottomettersi ad altro signore che la legge e la ragione.

Mi piace ricordare qui un aneddoto relativo a uno dei favoriti di Serse, gran re di Persia, e a due uomini di Sparta. Preparandosi Serse alla guerra per la conquista di tutta la Grecia, inviò i suoi ambasciatori in varie città di quel paese per richiedere acqua e terra – era il modo adottato dai Persiani per intimare alle città di arrendersi. Egli si guardò bene dall’inviarne a Sparta e Atene perché gli Spartani e gli Ateniesi, ai quali suo padre ne aveva mandati nel passato, li avevano gettati gli uni nei fossati, gli altri nei pozzi, dicendo: “Forza, prendete l’acqua e la terra e portatele al vostro signore”. Quelle genti non potevano tollerare che si attentasse alla loro libertà anche con la minima parola. Gli Spartani si avvidero che agendo in quel modo avevano offeso gli dèi e in particolare Taltibio, dio degli Araldi. Per placarli, decisero allora d’inviare a Serse due dei loro cittadini perché questi, disponendo di loro a suo piacimento, potesse vendicare su di loro l’assassinio degli ambasciatori di suo padre.

Due spartani, uno di nome Sperto l’altro Buli, si offrirono come vittime volontarie. Partirono. Giunti al palazzo di un notabile di nome Idarno, luogotenente del re per tutte le città costiere dell’Asia, questi li ricevette con tutti gli onori riservando loro una splendida accoglienza, poi finì per chiedere loro come mai rifiutassero così decisamente l’amicizia del re. “Spartani, disse, avete in me un esempio di come il re sa onorare quelli che lo meritano. Credetemi, se vi avesse conosciuti e foste al suo servizio, sareste entrambi governatori di qualche città greca”. I due lacedemoni risposero: “Su questo, Idarno, non puoi darci un buon consiglio, infatti se hai provato la felicità che ci prometti, ignori però completamente quella che noi godiamo. Hai provato il favore del re, ma non sai che sapore delizioso abbia la libertà. Se tu l’avessi anche solo assaporata, ci consiglieresti di difenderla, non solo con la lancia e lo scudo, ma anche con i denti e le unghie”. Solo gli Spartani dicevano la verità, ma in questo caso ciascuno parlava secondo l’educazione che aveva ricevuto. Infatti era impossibile per il persiano rimpiangere una libertà di cui non aveva mai goduto come per i Lacedemoni, che l’avevano gustata, sopportare la schiavitù.

Catone di Utica, ancora fanciullo, sotto la tutela del suo maestro, andava spesso a trovare il dittatore Silla presso il quale aveva libero accesso sia grazie al rango del suo casato che a legami di famiglia. Durante quelle visite, era sempre accompagnato dal suo precettore, come era consuetudine a Roma per i figli dei nobili. Un giorno si avvide che nel palazzo stesso di Silla, in sua presenza o dietro suo ordine, venivano imprigionati gli uni, giustiziati gli altri; uno era messo al bando, l’altro strozzato. Uno chiedeva il sequestro dei beni di un cittadino, l’altro la sua testa. Insomma, tutto si svolgeva non come davanti a un magistrato della città, ma come davanti a un tiranno del popolo, non nel santuario della giustizia ma nell’antro della tirannide. Quel fanciullo disse al precettore: “Perché non mi date un pugnale? Lo nasconderò sotto la mia veste. Sovente entro nella camera di Silla prima che sia alzato... Il mio braccio è abbastanza forte per sbarazzare la città da lui”. Sono veramente le parole di un Catone. All’inizio, questa vita era all’altezza di quella che sarebbe stata la sua morte. Tacete il nome e il paese, riferite il fatto così com’è. Subito si dirà: “Questo fanciullo era romano, nato a Roma quando essa era libera”. Ma perché dico questo? Non pretendo certo che il paese e il suolo non c’entrino, ma per gli uomini, ovunque e in qualsiasi luogo, amara è la schiavitù, preziosa la libertà. Eppure mi sembra che si debba avere pietà di coloro che si trovano dalla nascita sotto il giogo, che si debba giustificarli o perdonarli se, non avendo visto nemmeno l’ombra della libertà, non avendone udito parlare, non provano l’infelicità di essere schiavi. Se esistono paesi – come narra Omero di quello dei Cimeri – ove il sole si mostra in modo del tutto diverso che da noi, ove dopo averli illuminati per sei mesi consecutivi, li lascia nell’oscurità per gli altri sei mesi, bisogna forse stupirsi se quelli che nascono durante la lunga notte, non avendo mai sentito parlare della luce né mai visto il giorno, si abituano alle tenebre in cui sono nati senza desiderare la luce?

Non si rimpiange quello che non si ha mai avuto. Il dolore viene sempre dopo il piacere, alla consapevolezza dell’infelicità si mescola il ricordo di qualche gioia perduta. La natura dell’uomo è di essere libero e di volere esserlo, ma prende facilmente un’altra piega quando è l’educazione ad imprimergliela.

Diremo dunque che tutte le cose diventano naturali per l’uomo quando vi si abitua, rimane fedele alla natura solo chi desidera ciò che è semplice e non adulterato. Pertanto la prima causa della servitù volontaria è l’abitudine. È quel che succede d’altronde ai più indomiti cavalli che in un primo tempo mordono il freno e poi se ne trastullano, che prima scalpitano sotto la sella per poi presentarsi spontaneamente ai finimenti e pavoneggiarsi tutti fieri della loro bardatura.

Dicono di essere sempre stati assoggettati, che così hanno vissuto i loro padri. Ritengono di dovere subire il male, se ne convincono a forza di esempi e loro stessi consolidano, contribuendo alla sua durata, il potere di chi li tiranneggia.

Ma gli anni non danno mai il diritto di male agire, anzi aggravano l’ingiuria. Vi sono pur sempre alcuni, nati meglio degli altri, che sono insofferenti del peso del giogo e non possono fare a meno di scrollarlo, che non si abituano mai all’asservimento e che, così come Ulisse cercava per terra e per mare di rivedere il fumo della sua casa, non dimenticano i propri diritti naturali, le loro origini, la loro prima condizione e colgono ogni occasione per rivendicarli. Essi, avendo un retto giudizio e una mente lungimirante, non si accontentano, come gli ignoranti, di vedere ciò che giace ai loro piedi senza guardare né indietro né innanzi. Ricordano il passato per giudicare il presente e prevedere il futuro. Avendo la testa naturalmente ben fatta, l’hanno ulteriormente affinata con lo studio e il sapere. Anche se la libertà fosse completamente perduta e bandita da questo mondo, essi se la raffigurerebbero, la sentirebbero nel loro spirito e l’assaporerebbero. Quanto alla servitù, essi l’aborriscono, qualsiasi cosa si faccia per mascherarla.

Il gran turco si rendeva perfettamente conto che i libri e il sapere danno agli uomini, più di qualsiasi altra cosa, il sentimento della propria dignità e l’odio della tirannia. Capisco perché nel suo paese non vi sono uomini sapienti e perché egli non ne desidera. La dedizione e l’ardore dei pochi fautori della libertà rimasti, sono in genere senza effetto, fossero pure numerosi, perché non possono incontrarsi e comunicare. I tiranni li privano di ogni possibilità di agire, di parlare e quasi di pensare ed essi rimangono chiusi nei loro sogni. Momo non scherzava poi tanto quando trovò da ridire sull’uomo forgiato da Vulcano perché non gli aveva fatto una finestrella sul cuore perché se ne potessero leggere i pensieri...

Si racconta che Bruto e Cassio, quando intrapresero la liberazione di Roma (ossia del mondo intero) non vollero che Cicerone, grande fautore del bene pubblico se mai ce ne furono, partecipasse al loro piano, ritenendo il suo cuore troppo debole per siffatta impresa. Confidavano nella sua volontà, ma non nel suo coraggio. Chi vorrà ricordare il passato e consultare gli antichi annali si convincerà che tutti coloro che, vedendo il loro paese maltrattato e caduto in cattive mani, concepirono il progetto di liberarlo con una intenzione giusta, onesta e sincera, riuscirono facilmente a portare in porto l’impresa, la libertà per affermarsi venne sempre in loro aiuto. Armodio, Aristogitone, Trasibulo, Bruto il vecchio, Valerio e Dione, che avevano concepito un progetto virtuoso, lo attuarono felicemente. In simili casi, un fermo volere garantisce quasi sempre il successo. Bruto il Giovane e Cassio riuscirono ad abbattere la servitù, perirono tentando di instaurare di nuovo la libertà, non già indegnamente – chi potrebbe infatti trovare qualcosa di indegno nella loro vita o nella loro morte? – ma con grande danno, sventura perpetua e totale rovina della repubblica, la quale, mi sembra, fu sotterrata con loro. Gli altri tentativi che vi furono in seguito per abbattere gli imperatori romani, furono solo congiure ordite da qualche ambizioso del cui insuccesso e della cui brutta fine non c’è da rammaricarsi, poiché essi non desideravano rovesciare il trono, ma solo fare vacillare la corona, tentando di cacciare il tiranno per meglio salvaguardare la tirannide. Sarei molto spiacente se fossero riusciti nel loro intento e mi rallegro che abbiano dimostrato con il loro esempio che non si deve invocare il sacro nome della libertà per realizzare un’azione iniqua.

Ma per tornare al mio argomento, che avevo quasi perso di vista, la prima ragione per cui gli uomini servono volontariamente è che nascono servi e come tali sono allevati. Da questa prima causa ne deriva un’altra: sotto i tiranni, gli uomini diventano facilmente vigliacchi ed effeminati. Sono grato al grande Ippocrate, padre della medicina, di averlo così efficacemente evidenziato nel suo libro Delle malattie. Quell’uomo aveva un cuore retto e lo provò quando il re di Persia cercò di attirarlo alla sua corte a forza di lusinghe e ricchi doni. Egli rispose con franchezza che avrebbe avuto degli scrupoli a dedicarsi alla guarigione dei barbari che volevano uccidere i Greci, a servire con la sua arte chi voleva asservire il suo paese. La lettera che gli scrisse si trova ancora fra le sue opere e sarà sempre una testimonianza del suo coraggio e della sua nobiltà.

È certo che con la libertà si perde anche il valore. Gli uomini soggetti non mostrano né ardore né combattività in battaglia. Ci vanno come fossero legati e intorpiditi, come se, a fatica, si liberassero di un obbligo. Non sentono fremere nel loro cuore il fuoco della libertà che fa sprezzare il pericolo e nascere il desiderio di conquistarsi, con una nobile morte in mezzo ai compagni, l’onore e la gloria. Negli uomini liberi, invece, c’è ardore, emulazione, ciascuno per tutti, ciascuno per sé: sono consapevoli che raccoglieranno una parte eguale del male della sconfitta o del bene della vittoria. Gli uomini asserviti hanno invece il cuore pesante e fiacco e sono incapaci di grandi imprese, privi come sono di coraggio e di vivacità. Bene lo sanno i tiranni che fanno di tutto per fiaccarli sempre più.

Senofonte, uno dei più insigni e stimati storici greci, scrisse un piccolo libro nel quale fa dialogare Simonide con Ierone, tiranno di Siracusa, sulle miserie dei tiranni. È un libro pieno di insegnamenti buoni e gravi che, ai miei occhi, hanno anche un grande garbo. Avesse voluto il cielo che tutti i tiranni mai esistiti se lo fossero messo davanti come uno specchio. Certamente vi avrebbero riconosciuto le brutture che deturpano il loro volto e ne avrebbero provato vergogna. Questo trattato evoca la sofferenza che affligge i tiranni che, facendo del male a tutti, sono costretti ad avere paura del mondo intero. Vi si dice fra l’altro che alcuni cattivi re arruolano mercenari stranieri, non osando più armare i propri sudditi tanto maltrattati. Anche in Francia, più nel passato che ai tempi nostri, alcuni buoni re assoldarono milizie straniere, ma fu soprattutto per salvaguardare i propri sudditi, infatti non badavano a spese pur di risparmiare gli uomini. Era anche, mi sembra, l’opinione del grande Scipione l’Africano, che preferiva avere salvato la vita di un cittadino piuttosto che ucciso cento nemici. Ciò che è certo è che nessun tiranno ritiene di avere consolidato il proprio potere se non è riuscito ad avere per sudditi solo uomini senza valore. Si potrebbe ripetergli pertinentemente ciò che, secondo Terenzio, Trasone diceva al domatore di elefanti:

“Sei dunque tanto coraggioso da governare delle bestie?”.

Questa astuzia dei tiranni che consiste nell’istupidire i propri sudditi non è stata mai più evidente che nel comportamento di Ciro verso i Lidi. Dopo essersi impadronito della loro capitale e avere fatto prigioniero Creso, loro ricchissimo re, gli pervenne la notizia che gli abitanti di Sardes si erano ribellati. Non tardò a ridurli all’obbedienza. Ma non volendo saccheggiare una città così bella, né essere costretto a mantenervi un esercito per dominarla, escogitò un mirabile espediente per impadronirsene. Vi impiantò bordelli, taverne e giochi pubblici e fece affiggere un’ordinanza che comandava ai cittadini di frequentare quei luoghi. Quegli sciagurati si divertirono a inventare ogni sorta di giochi tanto che, dal loro stesso nome, i Latini coniarono la parola con cui designavano ciò che noi chiamiamo passatempi, che essi dicevano ludi per corruzione di lydi.

Non tutti i tiranni sono stati così espliciti nel voler effeminare i propri sudditi; ma ciò che Ciro ordinò formalmente, di fatto molti altri attuarono in modo nascosto. La tendenza naturale del popolo ignorante, in genere più numeroso nelle città, è di mostrarsi sospettoso verso chi lo ama, fiducioso verso chi lo inganna. Credetemi, non vi è uccello che si lasci più facilmente prendere dalla pania, né pesce che per ingordigia del verme abbocchi all’amo più di quanto facciano tutti questi popoli che si lasciano prontamente allettare dalla servitù, non appena se ne fa loro assaporare qualche dolcezza. È sorprendente con quanta facilità vi si abbandonino, se appena li si solletica. Il teatro, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, gli animali esotici, le medaglie, i quadri e altre droghe di questo genere erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della libertà perduta, gli strumenti della tirannide. Con questi mezzi, questi accorgimenti, questi allettamenti gli antichi tiranni addormentavano i loro sudditi sotto il giogo. E così quei popoli abbrutiti, trovando gradevoli tutti quei passatempi, svagati da un vano piacere che li stordiva, si abituavano a servire scioccamente, ma in modo ben maggiore, come bambini che imparano a leggere solo con figure colorate.

I tiranni romani rincararono la dose riguardo a questi mezzi facendo gozzovigliare le decurie, rimpinzando a dovere quelle canaglie sensibili soprattutto ai piaceri della gola. Così il più sveglio di essi non avrebbe abbandonato la scodella di minestra per riconquistare la libertà della Repubblica di Platone. I tiranni largheggiavano nel distribuire il quarto di grano, la misura di vino, qualche sesterzio, ed era triste sentiree allora gridare: “Viva il re!”. Quegli zoticoni non si avvedevano di stare recuperando solo una parte di quel che apparteneva loro e che quella parte potevano recuperare dal tiranno, proprio perché era stata loro tolta. Oggi uno raccoglieva un sesterzio, un altro si rimpinzava in un banchetto pubblico benedicendo Tiberio o Nerone per la loro generosità, costretti il giorno dopo ad abbandonare i propri beni alla cupidigia, i loro figli alla lussuria, il loro stesso sangue alla crudeltà di quei magnifici imperatori, più muti di una pietra, più immobili di un tronco. Il popolo ignorante è sempre stato così: tutto disponibile e aperto verso il piacere che non può ottenere onestamente, insensibile al torto e alla sofferenza che può onestamente soffrire.

Non vedo nessuno, oggi, che non tremi al solo nome di Nerone, al nome di quel mostro infame, di quell’immonda peste del mondo. Eppure non si deve dimenticare che dopo la morte, disgustosa quanto la vita, di quell’attaccabrighe, di quel carnefice, di quella bestia feroce, quel tanto decantato popolo romano ne provò un così vivo dispiacere, ricordando i giochi e i festini, che fu quasi sul punto di prendere il lutto. È per lo meno ciò che afferma Tacito, insigne autore e storico fra i più affidabili. E non c’è da stupirsene, ricordando ciò che quello stesso popolo aveva fatto alla morte di Giulio Cesare, che aveva posto fine alle leggi e alla libertà di Roma. Mi sembra che di questo personaggio si lodava soprattutto l’“umanità”. Ora, essa fu più funesta per il suo paese della più terribile crudeltà del più efferato dei tiranni che sia mai esistito, perché in verità fu proprio questa velenosa dolcezza a rendere gradevole per i Romani la bevanda della servitù. Dopo la sua morte, il popolo che serbava in bocca il sapore dei suoi banchetti e nella mente il ricordo delle sue prodigalità, accatastò tutti i banchi del foro per un grande rogo in suo onore; poi gli innalzò una colonna come al Padre del popolo (questa iscrizione figura sul capitello). Insomma tributò più onori a quel morto di quanto ne avrebbe dovuti dedicare a un vivo, e prima di tutto a quelli che lo avevano ucciso.

Gli imperatori non dimenticavano mai di prendere regolarmente il titolo di Tribuno del popolo, ufficio considerato sacrosanto; istituito per la difesa e la protezione del popolo, esso godeva del sommo favore all’interno dello Stato. Era un mezzo per assicurarsi che il popolo avrebbe avuto la massima fiducia in loro, come se gli fosse bastato il suono di quel nome, senza sentirne gli effetti.

Non agiscono meglio i tiranni dei tempi nostri, che prima di commettere i loro più efferati delitti, li fanno sempre precedere da bei discorsi sul bene pubblico e il soccorso agli sventurati. Conosciamo la formula di cui fanno un uso tanto sottile, ma è consentito parlare di sottigliezza laddove c’è tanta impudenza?

I re di Assiria, e dopo quelli i re di Media, apparivano in pubblico il più raramente possibile per fare credere al popolo che ci fosse in loro qualcosa di sovrumano e lasciare sognare chi fantastica sulle cose che non può vedere con i propri occhi. Così, molti paesi che rimasero a lungo sotto il dominio di quei re misteriosi, si abituarono a servirli e lo facevano tanto più volentieri in quanto ignoravano chi fosse il loro signore, o persino se ne avessero uno, sicché vivevano nel timore di un essere che nessuno aveva ancora mai veduto.

I primi re d’Egitto non si mostravano mai senza portare sul capo a volte un ramo a volte del fuoco: si mascheravano e si comportavano come giocolieri, suscitando con quelle bizzarrie rispetto e ammirazione nei loro sudditi i quali, se non fossero stati tanto stupidi e asserviti, avrebbero dovuto burlarsene e riderne. È amaro sentire raccontare tutto quello che escogitavano i tiranni del passato per consolidare la propria tirannia, di quali mezzucci si servissero, trovando sempre il popolino così ben disposto verso di loro che bastava tendere la rete per catturarlo: non fu mai più facile ingannarlo, e non fu mai tanto asservito, come quando ci si burlava di lui.

Che dire poi di un’altra fandonia che gli uomini dell’antichità prendevano per oro colato? Essi credevano fermamente che l’alluce del piede di Pirro, re d’Epiro, facesse miracoli e sanasse le malattie della milza. Impreziosirono ancora più quella fola raccontando che quando fu bruciato il cadavere di Pirro, l’alluce fu ritrovato intatto fra le ceneri, risparmiato dal fuoco. È sempre stato il popolo stesso a creare queste menzogne per poi credervi ciecamente. Le hanno tramandate molti autori ed è facile capire che essi le abbiano raccolte fra i pettegolezzi della città e le fantasticherie degli ignoranti. Altrettanto straordinari sono i prodigi compiuti da Vespasiano mentre faceva ritorno dall’Assiria e passava da Alessandria per recarsi a Roma per impadronirsi dell’impero: raddrizzava gli zoppi, ridava la vista ai ciechi e infinite altre fandonie che, a parere mio, solo gente più cieca di quelli che egli guariva avrebbe potuto credere.

Sembrava strano agli stessi tiranni che gli uomini accettassero di farsi maltrattare da un altro uomo e per questo si facevano sovente scudo della religione per quanto possibile ammantandosi degli orpelli della divinità per giustificare la propria vita perversa. Così Salmoneo, che aveva voluto gabbare il popolo facendosi passare per Giove, giace ora nel profondo dell’inferno, come afferma la Sibilla di Virgilio che ivi l’ha visto:

“Qui vidi gli Aloidi gemelli, corpi giganti,
che smantellare con le mani il gran cielo
e cacciare Giove vollero dai regni superni.
E Salmoneo vidi ancora, che pene crudeli pagava:
lui che le fiamme di Giove e il rimbombo imitò dell’Olimpo,
tirato da quattro cavalli e squassando una fiaccola,
tra i popoli greci, per la città che dell’Elide è il cuore,
andava, esaltandosi, per sé pretendendo dei
numi l’onore:
pazzo!, che i nembi e il non imitabile fulmine
simulava col bronzo e il galoppo dei cavalli monungoli.
Ma il padre onnipotente di fra le livide nubi,
non faci, non luci fumose di resina, l’arma scagliò,
e a precipizio lo trasse in vorticosa rovina”.
[Virgilio, Eneide, Libro VI, vv. 583-594]

Se uno che in fondo voleva semplicemente fare l’idiota è ora laggiù trattato così bene, penso che chi ha fatto cattivo uso della religione per commettere azioni malvagie sarà trattato laggiù ancora peggio.

I nostri tiranni di Francia sono stati generosi di rospi, fiori di giglio, Sacra Ampolla, orifiamma. Tutte cose che, dal canto mio e malgrado tutto, non voglio considerare delle sciocchezze, poiché vi credevano i nostri antenati, e nulla ai tempi nostri ci autorizza a considerarle tali. Infatti abbiamo avuto re così buoni in tempo di pace, così valorosi in guerra, i quali, benché re di nascita, sembrano stati fatti dalla natura non come gli altri uomini, e che Dio onnipotente li abbia scelti ancora prima che nascessero per affidare loro il governo e la cura di questo regno. E anche se così non fosse, non vorrei entrare in polemica per discutere della veridicità di certe nostre storie, né esaminarle con soverchia libertà per non sottrarre questo splendido tema intorno al quale potrà giostrare egregiamente la poesia francese, poesia non soltanto abbellita, ma per così dire completamente rinnovata dai nostri Ronsard, Baïf, du Bellay: essi fanno compiere tali progressi alla nostra lingua che ben presto, lo spero, non avremo più nulla da invidiare ai Greci e ai Latini, se non la primogenitura.

Certo farei grande torto alla nostra rima (ricorro volentieri a questa parola che mi piace, perché sebbene alcuni l’abbiano resa puramente meccanica, vedo molti altri poeti capaci di nobilitarla e di restituirle l’antico smalto). Le farei grande torto, ripeto, se la privassi di quei bei racconti di re Clodoveo, ove brillerà così gradevolmente, così liberamente, l’estro del nostro Ronsard nella sua Franciade. Colgo la grandezza della sua ispirazione, ne conosco il fine talento e ammiro la grazia dell’uomo. Saprà mettere in valore l’orifiamma, come i Romani i loro ancili e quegli

“scudi che dal cielo cadevano”

come canta Virgilio. Trarrà i migliori effetti dalla nostra Santa Ampolla, come gli Ateniesi dal loro canestro di Erisittone. Esalterà i nostri stemmi come quelli il loro ulivo, che quelli pretendono ancora esistente nella torre di Minerva. Certo, sarei temerario se volessi smentire i nostri libri, e invadere il campo dei nostri poeti.

Ma per riprendere il filo del discorso che mi è, non so come, sfuggito, non è forse evidente che i tiranni per imporsi hanno sempre cercato di abituare i popoli non solo ad ubbidire e servire ma anche a venerarli? Tutto quello che ho detto fino qui riguardo ai mezzi usati dai tiranni per asservire gli uomini, ha effetto solo sulla plebe ignorante.

Giungo ora a un punto che, a parere mio, è la molla segreta del potere, il sostegno e il fondamento di ogni tirannide. Chi pensasse che sono le guardie, le alabarde, le sentinelle a proteggere i tiranni, cadrebbe in grave errore. Secondo me, essi vi ricorrono per la forma e come a uno spauracchio, più di quanto vi facciano affidamento. Gli arcieri sbarrano le porte del palazzo agli incapaci privi di qualsiasi possibilità di nuocere, non già agli audaci bene in armi. È facile constatare che fra gli imperatori romani sono meno numerosi quelli sfuggiti al pericolo grazie ai loro arcieri che quelli uccisi per mano degli stessi. Infatti non sono gli squadroni a cavallo, le compagnie di fanti, le armi che difendono un tiranno, ma sono sempre quattro o cinque uomini che lo sostengono (benché da principio si faccia fatica a crederlo, è l’assoluta verità) e gli consegnano l’intero paese. È sempre stato così: cinque o sei hanno ottenuto di venire ascoltati dal tiranno e gli si sono avvicinati spontaneamente, oppure sono stati chiamati da questi per diventare i complici delle sue crudeltà, i compagni dei suoi piaceri, i lenoni della sua lussuria, i beneficiari delle sue rapine. Questi sei istigano così abilmente il loro capo, che egli si comporta iniquamente verso il popolo, con la propria malvagità, ma accresciuta dalle loro. Questi sei hanno sotto di loro seicento che corrompono proprio come hanno corrotto il tiranno. E questi seicento hanno alle loro dipendenze seimila che innalzano di grado. Fanno dare loro il governo delle province o la gestione delle finanze allo scopo di tenerli in pugno, facendo leva sulla loro cupidigia o sulla loro crudeltà, perché essi le esercitino al momento opportuno e facciano del resto tanto male da non potere più sostenersi se non alla loro ombra, da sfuggire alle leggi e alle sanzioni solo grazie alla loro protezione. Grande è la serie di quelli che vengono dopo e chi vorrà dipanare la matassa, vedrà che non già seimila, ma centomila, ma milioni rimangono vincolati al tiranno per mezzo di questa catena ininterrotta che li lega indissolubilmente a lui, così come Giove si vantava, secondo Omero, di attirare a sé, tirando su questa catena, tutti gli dèi. Qui sta l’origine dell’accresciuto potere del Senato sotto Giulio Cesare, l’instaurazione di nuove cariche, l’istituzione di nuovi uffici, non già per riorganizzare la giustizia, ma per dare nuovi sostegni alla tirannia. Insomma, a causa dei vantaggi e dei favori strappati ai tiranni, si arriva a un punto ove quelli che traggono vantaggio dalla tirannia sono quasi numerosi come quelli che aspirano alla libertà.

Secondo i medici, benché nulla sembri mutato nel nostro corpo, non appena si manifesta un tumore in una parte di esso, tutti gli umori vi vengono attratti. Parimenti, allorché un re si dichiara tiranno, tutto il marcio, tutta la feccia del paese, e non parlo di un mucchio di piccoli malfattori e manigoldi, incapaci di fare del bene o del male al loro paese, ma di uomini dominati da una sfrenata ambizione e da notevole avidità, gli si radunano intorno e lo sostengono per avere una parte del bottino e per diventare, all’ombra di un grande tiranno, tanti piccoli tiranni.

Così sono i grandi banditi e i famosi corsari: gli uni scorrazzano nel paese, gli altri attaccano i viaggiatori; gli uni tendono l’imboscata, gli altri fanno da sentinella; gli uni massacrano, gli altri spogliano, e vi sono sì gerarchie fra di loro, in quanto vi sono capibanda e servi, ma in fin dei conti non c’è nessuno di loro che non abbia parte del bottino o almeno delle sue briciole. Si narra che i pirati di Cilicia si radunarono in sì gran numero che fu necessario inviare contro di loro il grande Pompeo. Si racconta che essi riuscirono a stringere alleanza con numerose belle e grandi città, nei porti delle quali trovavano rifugio al ritorno dalle loro scorribande, cedendo come ricompensa parte del bottino ivi nascosto.

È in questo modo che il tiranno asservisce gli uni valendosi degli altri. È protetto da uomini di cui dovrebbe diffidare se mai avessero un qualche valore. Ma come si è detto giustamente: per spaccare la legna si usano magli fatti dello stesso legno. Così sono gli arcieri, le guardie, gli alabardieri. Il che non significa che non soffrano sovente anche essi, ma quegli sciagurati invisi a Dio e agli uomini si limitano a subire il male o a farlo loro stessi non a chi ne fa loro, ma a quelli che, come loro, lo subiscono senza potervi fare nulla. Quando penso a quelli che lusingano il tiranno per trarre vantaggi dalla tirannia e dall’asservimento del popolo, sono quasi sempre stupito della loro malvagità quanto impietosito della loro stupidità.

Infatti, avvicinarsi a un tiranno non vuole forse dire allontanarsi dalla libertà e afferrare a piene mani, per così dire, il proprio asservimento? Che mettano da parte per un momento l’ambizione, che si liberino un po’ dall’avidità e poi si guardino, considerino un po’ se stessi: apparirà loro chiaramente che quegli abitanti dei villaggi, quei contadini che calpestano e trattano come condannati ai lavori forzati o come schiavi, vedranno, dico, che essi sono, per quanto maltrattati, più felici di loro e in un certo senso più liberi. Il contadino e l’artigiano, benché asserviti, devono solo ubbidire; ma il tiranno vede che quelli che gli stanno d’attorno brigano per ottenere i suoi favori. Non basta che eseguano i suoi ordini, bisogna anche che immaginino quello che vuole e spesso, persino che prevengano i suoi desideri. Obbedirgli non basta, resta ancora da compiacerlo. Bisogna che si logorino, si affannino, si ammazzino per fare i suoi affari, e poiché si compiacciono solo nel piacere di quello, devono sacrificare i propri gusti in favore dei suoi, rinunciare al proprio temperamento, spogliarsi della propria indole. Bisogna che prestino attenzione al tono della sua voce, alle sue parole, ai suoi sguardi, ai suoi gesti; che i loro occhi, le loro mani, i loro piedi siano sempre intenti a spiare i suoi desideri, a indovinare i suoi pensieri.

È questo vivere felici? O, almeno, vivere? Vi è qualcosa al mondo che sia più insopportabile di questa condizione, non dico per ogni uomo di cuore, ma anche per chi è dotato del semplice buon senso, o anche solo di un aspetto umano? Quale condizione può essere più miserabile che vivere così, senza nulla che sia nostro, dipendendo da un altro per il proprio benessere, la propria libertà, il proprio corpo, la propria vita?

In realtà essi vogliono servire per accumulare ricchezze, come se potessero guadagnare qualcosa che fosse veramente loro, dato che non possono nemmeno dire di appartenere a se stessi. E come se a qualcuno fosse possibile possedere qualcosa sotto un tiranno, vogliono essere proprietari di ricchezze, dimenticando di essere loro stessi a dargli la forza di rapire tutto a tutti e di non lasciare nulla di cui si possa dire: non appartiene ad altri. Eppure vedono che sono le ricchezze a renderli succubi della sua crudeltà, che ai suoi occhi non vi è misfatto più meritevole della pena di morte che l’altrui vantaggio, che egli non ama che le ricchezze e che si lega solo ai ricchi, ma quelli gli si vengono a presentare come dei montoni al macellaio, grassi e ben pasciuti come per fargli invidia.

Questi favoriti dovrebbero avere presenti non tanto quelli che hanno tratto grandi benefici dalla familiarità con un tiranno, quanto quelli che, dopo essersi rimpinzati per breve tempo, hanno perso subito sia i beni che la vita. Dovrebbero pensare meno al grande numero di quelli che hanno accumulato ricchezze e più all’esiguo numero di quelli che le hanno conservate. Si rileggano le storie antiche, ci si ricordi di quelle ancora presenti nella nostra memoria, e si constaterà quanto numerosi sono quelli che, ottenuta con mezzi ignobili la fiducia del principe, assecondando i suoi vizi o approfittando della sua dabbenaggine, hanno finito per essere schiacciati da quegli stessi principi, facili nell’elevarli negli onori, quanto poco costanti nel proteggerli. Nella massa di coloro che hanno goduto della familiarità di cattivi sovrani, ve ne sono pochi – o addirittura nessuno – a non avere provato sulla propria pelle la malvagità del tiranno che essi stessi avevano in passato istigato contro altri. Spesso arricchitisi delle spoglie altrui all’ombra del suo favore, l’hanno poi a loro volta arricchito con le proprie spoglie.

Anche le persone dabbene – può accadere che il tiranno le abbia care – pure spintesi molto in là nelle sue grazie, pure dotate di grandi virtù e onestà (che ispirano ai malvagi rispetto quando le vedono da vicino); le persone dabbene, dico, non potrebbero resistere a lungo vicino al tiranno, finirebbero fatalmente per subire di persona la sua crudeltà partecipando così al male comune. Seneca, Burro, Trasea: triade di uomini integri, tra cui i primi due ebbero la sventura di vivere presso un tiranno che affidò loro la gestione dei propri affari, entrambi a lui cari, e benché uno di essi l’avesse allevato, avendo come pegno della sua amicizia le cure che gli aveva prodigato nell’infanzia, questi tre, dunque, la cui morte fu tanto crudele, non sono allora esempi sufficienti della poca fiducia che si deve avere nella benevolenza di un signore malvagio? Infatti quale amicizia ci si può aspettare da chi ha il cuore così duro da odiare tutto il suo popolo che si limita ad obbedirgli, di un essere che, incapace di amare, inaridisce se stesso e distrugge il proprio impero?

Ora, prima di affermare che la sventura di Seneca, Burro, Trasea fu dovuta al loro essere persone integre, si consideri attentamente chi stava attorno allo stesso Nerone: si constaterà che tutti quelli che ottennero i suoi favori e li mantennero a lungo proprio grazie alla loro malvagità, non ebbero morte migliore. Si udì mai parlare di un amore più sfrenato, di una passione così tenace, si è mai visto un uomo più profondamente legato a una donna di quanto fosse Nerone a Poppea? Ebbene fu lui stesso ad avvelenarla. Agrippina, sua madre, per farlo salire al trono aveva ucciso il proprio marito, Claudio. Aveva fatto tutto, sopportato tutto, per favorirlo. Eppure quel suo figlio, quel fanciullo che aveva fatto imperatore con le proprie mani, le tolse la vita dopo averla sovente maltrattata. Nessuno pensò che non avesse meritato simile punizione, purché le fosse inflitta da chiunque altro.

Chi fu più malleabile, più semplice, o meglio più sciocco dell’imperatore Claudio? Quale marito fu più infatuato di una donna di quanto Claudio fosse di Messalina? Eppure la consegnò al carnefice. I tiranni stupidi lo sono al punto di essere incapaci di fare il bene, ma non so come, quel poco di intelligenza di cui sono dotati si risveglia in loro alla fine, per spingerli alla crudeltà persino verso parenti e amici. Sono ben note le parole di chi, davanti al collo scoperto di sua moglie, di colei che egli amava più di qualsiasi cosa al mondo, senza la quale non pensava di potere vivere, le rivolse questo amabile complimento: “Questo bel collo potrà essere tagliato fra poco, se io lo comando!”. Ecco perché la maggior parte dei tiranni del passato perì per mano dei loro favoriti: ben conoscendo la natura della tirannia, questi dubitavano delle intenzioni del tiranno e diffidavano del suo potere. E così Domiziano fu ucciso da Stefano, Commodo da una sua amante, Caracalla dal centurione Marziale istigato da Macrino, e così quasi tutti gli altri.

Quel che è certo è che il tiranno non ama mai e non viene mai amato. L’amicizia è un nome sacro, una cosa santa. Può esistere solo fra persone integre. Nasce da una stima reciproca e si alimenta non con i favori ma con l’onestà. Ciò che rende un amico sicuro dell’altro è la consapevolezza della sua integrità. Ne sono garanzia la bontà naturale, la fedeltà, la costanza. L’amicizia non può esistere laddove vi siano crudeltà, slealtà, ingiustizia. Quando i malvagi si radunano, non vi è un’associazione ma un complotto. Essi non si amano ma si temono. Non sono amici, ma complici.

Quand’anche così non fosse, sarebbe difficile trovare in un tiranno un amore sicuro, perché essendo al di sopra di tutti e non avendo pari, egli è già oltre i confini dell’amicizia. Questa fiorisce nell’uguaglianza, il cui cammino è sempre regolare e non può mai andare di traverso. Ecco perché, come si dice, esiste proprio una specie di buona fede tra ladri, al momento della spartizione del bottino, perché in quel momento sono tutti compagni e coinvolti alla pari. Se non si amano, per lo meno si temono reciprocamente.

Non vogliono indebolire la forza con la disunione.

Ma i favoriti di un tiranno non possono mai contare su di lui perché sono stati loro a mostrargli che egli può tutto, che nessun diritto, nessun dovere gli pone dei limiti, che non ha altra ragione che la propria volontà, che nessuno gli sta alla pari e che è il padrone di tutti. Non è forse deplorevole che, malgrado tanti esempi eloquenti, di fronte a un pericolo così incombente, nessuno voglia trarre insegnamento dalle sventure altrui e che tanta gente aspiri ancora così volentieri alla familiarità dei tiranni? Che non se ne trovi uno che abbia la saggezza e il coraggio di dirgli, come la volpe della favola al leone che si fingeva malato: “Mi piacerebbe venirti a trovare nella tua tana, ma vedo le molte orme degli animali che vi sono entrati, mentre non ne vedo alcuna di quelli che ne sono usciti”.

Quegli sventurati hanno l’impressione di vedere luccicare il tesoro dei tiranni: ne ammirano, stupiti, la magnificenza; allettati da quel luccichio, si avvicinano senza avvedersi che vanno a gettarsi in un fuoco che finirà giocoforza per divorarli. Come l’imprudente satiro della favola che, vedendo brillare il fuoco rapito da Prometeo, lo trovò così bello che andò a baciarlo e ne fu bruciato. Così la farfalla, sperando di godere di qualche delizia, si getta nella fiamma che vede brillare, ma presto si accorge, come dice Lucano, che essa può anche bruciare.

Anche supponendo che questi cortigiani sfuggano alle mani del tiranno che servono, non si salvano mai da quelle del suo successore. Se questi è giusto, bisognerà rendergli dei conti e sottomettersi alla ragione; se è malvagio come il loro primo signore, non può non avere i propri favoriti, i quali, generalmente, non paghi di prendere il loro posto, li spogliano dei beni e della vita. È dunque possibile che vi sia chi di fronte a un simile pericolo e con così scarse garanzie, sia disposto ad assumere una condizione così infelice e servire a prezzo di tante sofferenze un padrone così pericoloso?

Che tormento, che martirio è questo, gran Dio! Essere intenti giorno e notte a risultare graditi a un uomo, e a diffidare di lui più di qualsiasi altro al mondo! Avere sempre l’occhio vigile, le orecchie tese, per indovinare da dove verrà il colpo, per scoprire le imboscate, per cercare di decifrare l’espressione dei propri rivali, per scoprire il traditore. Sorridere ad ognuno e diffidare di tutti, non avere né nemico dichiarato, né un amico sicuro, mostrare sempre un viso lieto quando il cuore è angosciato; non potere essere allegri, né osare essere tristi!

È veramente bello vedere quel che ottengono a prezzo di tanto affannarsi, e quel che possono aspettarsi da quel loro travaglio e dalla loro vita sventurata: non è il tiranno che il popolo accusa delle sofferenze che lo affliggono, ma coloro che governano.

Di costoro, il popolo, le nazioni, tutti senza distinzione, sino agli abitanti della campagna, ai lavoratori dei campi, conoscono i nomi, contano i vizi, li coprono di tutte le possibili ingiurie, di tutti gli insulti, di tutte le imprecazioni! Ogni loro preghiera, ogni maledizione è contro di loro. Li incolpano di tutte le sciagure, le carestie, i malanni, e se talvolta fingono di rendere loro omaggio, nello stesso tempo li maledicono dal profondo del cuore e ne provano più orrore che di bestie feroci. Ecco la gloria, ecco gli onori che raccolgono come ricompensa dei loro buoni servigi presso gente che, se ognuno potesse avere un pezzo del loro corpo, non si riterrebbe ancora pago né a metà consolato delle sofferenze subite. Anche dopo la loro morte, quelli che sopravvivono non si danno pace finché il nome di questi mangiapopoli non sia imbrattato dall’inchiostro di mille penne, e la loro reputazione fatta a pezzi in mille libri. Persino le loro ossa sono, per così dire, trascinate nel fango dai posteri, per punirli anche dopo la morte della loro vita malvagia.

Impariamo dunque, impariamo ad agire bene. Alziamo gli occhi al cielo per il nostro onore o per amore della virtù, meglio ancora per l’onore e l’amore di Dio Onnipotente, fedele testimone delle nostre azioni e giudice delle nostre colpe. Dal canto mio, penso – e non credo di sbagliare – dato che nulla è più contrario a un Dio buono e generoso della tirannia, che egli tenga in serbo laggiù per i tiranni e i loro complici qualche castigo del tutto particolare.

Nota editoriale

La prima edizione italiana in assoluto porta il titolo: Il Contr’uno o della servitù volontaria. Discorso di Stefano de La Boëtie, Editrice G. Daelli, Milano 1864. Traduzione di P. Fanfani.

La prima edizione de La servitù volontaria, per le nostre edizioni, è del settembre 1978. Questa edizione contiene diversi documenti in appendice. Li elenchiamo di seguito: Appendice I, Michel de Montaigne, Lettera al padre. Appendice II, Félicité de Lamennais, Prefazione a De la Servitude Volontarie ou Le Contr’un di Etienne de la Boëtie, Paris 1835. Appendice III, Pierre Leroux, “Le Contr’un di Etienne de la Boétie”, in “Revue Sociale”, 1847, pp. 169-172. Appendice IV, Auguste Vernorel, Prefazione a De la Servitude Volontaire, ou, Le Contr’un, Paris 1863. Appendice V, Gustav Landauer, “Su La Boétie”, estratto da Die Revolution, Frankfurt 1907. Appendice VI, Murray N. Rothbard, Introduzione all’edizione americana, Free Life Editions, New York 1975, pp. 9-35.