Titolo: Dio e lo Stato
Note: Edizione italiana stampata a Catania per le Edizioni RL, Genova, nel maggio 1966 a cura di Luciano Ferraresi
Nostra edizione: novembre 2013
Opuscoli provvisori N. 59
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Nota introduttiva

Avendo curato l’edizione italiana dell’ottavo volume delle Opere complete di Bakunin, che col titolo L’Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale 1870-1871 ripristina nella sua integrità l’opera da cui, a suo tempo, fu tratto il presente opuscolo, non avrei dovuto macchiarmi, seguendo l’esortazione di Guillaume, della colpa di fare tornare in vita questa abbreviazione arbitraria. Come parziale ammenda inserisco in calce la nota, riguardante questo problema, pubblicata nel suddetto volume delle Opere complete (pp. 585-586). Il fatto è che motivi sentimentali mi legano all’edizione che, nel 1966, fu fatta a Catania, dalla stamperia Edigraf, di questo testo, e poi anche per un altro motivo. Trovo queste arbitrarie abbreviazioni e questi tagli assai ben fatti e decisamente utili per una fruizione diretta e meno complessa delle idee portanti di Bakunin, contenute nel più ampio, completo – e comunque indispensabile – testo originale.

Che il lettore non se ne abbia a male.

Per tutto il resto, le pagine che seguono parlano da sole.


Trieste, 30 gennaio 2012


Alfredo M. Bonanno

Dio e lo Stato

Se Dio è, l’uomo è schiavo; ora, l’uomo può, deve essere libero: dunque Dio non esiste.

Tre elementi o tre princìpi fondamentali costituiscono le condizioni essenziali di tutto lo sviluppo umano, collettivo o individuale, nella storia: 1) l’animalità umana; 2) il pensiero; 3) la rivolta.

Alla prima corrisponde propriamente l’economia sociale e privata; alla seconda, la scienza; alla terza, la libertà.

Gli idealisti di tutte le scuole aristocratiche e borghesi, teologi, metafisici, politicanti e moralisti, religiosi, filosofi e poeti, non eccettuati gli economisti liberali, adoratori dell’ideale, si offendono molto allorché si dice loro che l’uomo con la sua speciale intelligenza, le sue idee sublimi, e le sue aspirazioni infinite non è – come tutto ciò che esiste nel mondo – che un prodotto della vile materia.

Noi potremmo rispondere loro che la materia di cui parlano i materialisti – materia, spontaneamente, eternamente mobile, attiva, produttiva, materia chimicamente ed organicamente determinata e manifestata per le proprietà o le forze meccaniche, fisiche, animali e intellettuali, che le sono inerenti – che questa materia non ha niente di comune con la vile materia degli idealisti. Quest’ultima, prodotto della loro falsa astrazione, è effettivamente una cosa stupida, inanimata, immobile, incapace di dar vita al più piccolo risultato, un caput mortuum, una brutta immagine opposta alla immagine bella chiamata Dio.

Di fronte a quest’essere supremo, la materia, la loro materia, spogliata da loro stessi di ciò che ne costituisce la natura reale, rappresenta necessariamente il supremo nulla.

Essi hanno tolto alla materia l’intelligenza, la vita, tutte le qualità determinanti, i rapporti attivi o le forze, il movimento stesso, senza il quale la materia non sarebbe nemmeno pesante, non lasciandole altro che l’impenetrabilità e l’immobilità assoluta nello spazio.

Essi hanno attribuito tutte queste forze, proprietà e manifestazioni naturali, all’essere immaginario creato dalla loro fantasia astratta; poi, invertendo le parti hanno chiamato questo prodotto della loro immaginazione, questo fantasma, questo Dio che è il nulla, “Essere supremo”; e, per conseguenza necessaria, hanno dichiarato che l’essere reale, la materia, il mondo, era il nulla. Dopo di che vengono a dirci seriamente che questa materia è incapace di produrre qualcosa, e quindi che essa ha dovuto essere creata da Dio.


Chi ha ragione fra gli idealisti e i materialisti o meglio positivisti? Senza dubbio gli idealisti hanno torto, e ragione i materialisti. I fatti superano le idee; l’ideale come disse Proudhon, non è che un fiore, le cui condizioni di esistenza materiale costituiscono la radice. Sì, tutta la storia intellettuale e morale, politica e sociale dell’umanità è un riflesso della sua storia economica.

Tutti i rami della scienza moderna, della scienza vera e disinteressata, concorrono a proclamare questa grande verità fondamentale e decisiva: il mondo sociale, in una parola l’umanità, non è che lo sviluppo supremo, la manifestazione più alta dell’animalità – almeno per noi e relativamente al nostro pianeta.

Ma come ogni sviluppo implica necessariamente una negazione – quella della base o del punto di partenza – l’umanità è nello stesso tempo, essenzialmente, la negazione riflessa e progressiva dell’animalità negli uomini. È precisamente questa negazione, razionale perché naturale, storica, logica e fatale come lo sono tutti gli sviluppi delle leggi naturali del mondo; è questa negazione, che costituisce e che crea l’ideale, il mondo delle convinzioni intellettuali e morali, le idee.

Sì, i nostri primi antenati, i nostri Adamo ed Eva, furono se non dei gorilla, almeno dei cugini prossimi ai gorilla, dei carnivori, delle bestie intelligenti e feroci dotate in maggior grado degli altri animali di ogni specie, delle due preziose facoltà: la facoltà del pensiero e il bisogno di ribellarsi.

Queste due facoltà combinando la loro azione progressiva nella storia rappresentano la potenza negativa nello sviluppo positivo dell’animalità umana, e creano di conseguenza tutto ciò che costituisce l’umanità degli uomini.

La Bibbia che è un libro interessantissimo, e qua e là sublime, allorché lo si consideri come una delle più antiche manifestazioni della saggezza e della fantasia umana, esprime questa verità in un modo molto ingenuo nel suo mito del peccato originale. Jehovah, che fra tutti gli dèi adorati dagli uomini fu certamente il più geloso, il più vanitoso, il più ingiusto e sanguinario, il più despota e il più nemico della dignità e libertà umana, Jehovah creò Adamo ed Eva non si sa per quale capriccio, forse per darsi nuovi schiavi.

Egli mise generosamente a loro disposizione tutta la terra con tutti i suoi frutti ed animali e non pose che un solo limite a questo completo godimento: vietò loro espressamente di toccare il frutto dell’albero della scienza. Esso voleva dunque che l’uomo, privato interamente della coscienza di se stesso, restasse eternamente una bestia, sempre a quattro zampe davanti a Dio suo creatore e padrone. Ma ecco che viene Satana, l’eterno rivoltoso, il primo libero pensatore ed emancipatore dei mondi. Egli fa vergognare l’uomo della sua ignoranza e della sua bestiale obbedienza, lo emancipa, imprime sulla sua fronte il marchio della libertà e della umanità, spingendolo a disubbidire e a mangiare il frutto della scienza.

Il resto è noto. Il buon Dio, la cui prescienza costituendo una delle divine facoltà avrebbe dovuto per lo meno avvertirlo di ciò che doveva accadere, entrò in un terribile e ridicolo furore, maledisse Satana, maledisse l’uomo e il mondo creati da lui stesso, colpendosi per così dire, nella sua propria creazione come fanno i fanciulli allorché montano in collera; e non pago di colpire i nostri antenati nel presente, li maledisse in tutte le generazioni future, innocenti del delitto commesso da quelli.

I nostri teologi, cattolici e protestanti, trovano ciò sublime e giustissimo, precisamente perché è mostruosamente iniquo ed assurdo. Poi, ricordando che esso non era soltanto un Dio di vendetta e di collera, ma anche un Dio di amore, dopo aver tormentato l’esistenza di qualche miliardo di poveri esseri umani e averli condannati eternamente ad un inferno, ebbe pietà del resto, e per salvarli, per riconciliare il suo amore eterno e divino con la sua collera eterna e divina, sempre avida di vittime e di sangue, inviò nel mondo come vittima espiatoria suo figlio affinché fosse ucciso dagli uomini.

Questo si chiama il mistero della Redenzione, base di tutte le religioni cristiane.

Almeno il Divino Salvatore avesse salvato la umanità! Ma no; nel paradiso promesso da Cristo, non vi saranno che pochissimi eletti. Il resto, l’immensa maggioranza delle generazioni presenti e future, brucerà eternamente nell’inferno. (Frattanto per consolarci, Dio, sempre giusto, sempre buono, abbandona la terra al Governo di Napoleone III, di Guglielmo I, di Ferdinando d’Austria e di Alessandro di tutte le Russie).

Tali sono le storie assurde che si spacciano e le dottrine mostruose che s’insegnano in pieno secolo XIX, in tutte le scuole popolari d’Europa, dietro ordine espresso dei governi. Questo si chiama civilizzare i popoli! Non è evidente che i governi sono gli avvelenatori sistematici, gli strumenti interessati a istupidire le masse popolari?

Questi sono i vergognosi e colpevoli mezzi che essi impiegano per mantenere i popoli in perpetua schiavitù allo scopo senza dubbio di poter meglio tosarli. Che sono i delitti di tutti i criminali del mondo, di fronte a questo delitto di lesa-umanità che si commette giornalmente, in piena luce, su tutta la superficie del mondo incivilito, da costoro, i quali osano chiamarsi i tutori e i padroni dei popoli?

Tuttavia, nel mito del peccato originale, Dio diede ragione a Satana. Egli riconobbe che il diavolo non aveva ingannato Adamo ed Eva promettendo loro la scienza e la libertà, come ricompensa dell’atto di disobbedienza che li aveva indotti a commettere, perché, appena ebbero mangiato il frutto proibito Dio disse tra sé (vedi Bibbia): “Ecco, l’uomo è diventato come un Dio, egli sa il bene ed il male, impediamogli dunque di mangiare il frutto della vita eterna, affinché non divenga immortale come noi”.


Lasciamo per ora da canto la parte favolosa di questo mito e consideriamone il vero significato, chiarissimo del resto. L’uomo s’è emancipato, si è separato dall’animalità e si è costituito uomo ed ha cominciato la sua storia ed il suo sviluppo caratteristicamente umano con un atto di disobbedienza e di scienza, cioè per mezzo della rivolta e del pensiero.

Il sistema degli idealisti ci presenta tutto il contrario. È il rovesciamento assoluto dell’esperienza umana, è la negazione di quel buon senso universale e comune che è la condizione essenziale di ogni sforzo umano.

Partendo da una verità così semplice ed anticamente conosciuta che due volte due fanno quattro, va fino alle considerazioni scientifiche più sublimi e più complicate, non ammettendo mai nulla che non sia severamente provato dall’esperienza e dall’osservazione delle cose e dei fatti, questo senso universale e comune costituisce l’unica base seria delle conoscenze umane.

Si concepisce perfettamente lo sviluppo successivo del mondo materiale, al pari di quello della vita organica, animale, e dell’intelligenza storicamente progressiva dell’uomo individuale o sociale.

È un movimento del tutto naturale dal semplice al complesso, dal basso all’alto, dall’inferiore al superiore; un movimento conforme a tutte le nostre esperienze giornaliere e alla nostra logica naturale, alle leggi proprie del nostro spirito, quale, non potendo svilupparsi che con l’aiuto di queste stesse esperienze, non ne è che la riproduzione mentale, il riassunto riflesso nel cervello.

Ben lungi dal seguire la via naturale dal basso all’alto, dall’inferiore al superiore, e dal relativamente semplice al più complicato; invece d’accompagnare saggiamente, razionalmente in moto progressivo e reale dal mondo chiamato inorganico al mondo organico, vegetale, animale, poi specialmente umano; dalla materia o dall’essere chimico, alla materia, all’essere vivente, e dall’essere vivente all’essere pensante, gli idealisti, come ossessi, ciechi, sospinti dal fantasma divino che hanno ereditato dalla teologia, infilano la via assolutamente contraria. Essi vanno dall’alto al basso, dal superiore all’inferiore, dal complicato al semplice. Essi cominciano da Dio sia come persona sia come sostanza o idea divina, e il primo passo che fanno è un terribile precipizio dalle altezze sublimi dell’eterno ideale nel fango del mondo materiale; dalla perfezione assoluta nella imperfezione assoluta, dal pensiero all’essere, o piuttosto dall’essere supremo al nulla.


Quando, come e perché l’Essere divino, eterno, infinito, il perfetto assoluto, probabilmente annoiato di se stesso, si sia deciso a questo salto mortale disperato, ecco ciò che nessun idealista, teologo, metafisico, poeta ha mai saputo comprendere né spiegare ai profani. Tutte le religioni passate e presenti e tutti i sistemi di filosofia trascendentale ruotano su questo unico ed iniquo mistero.

Lo chiamo iniquo perché questo mistero è stato e continua a essere la consacrazione di tutti gli errori che si sono commessi e che si commettono nel mondo; lo chiamo iniquo perché tutte le altre assurdità teologiche e metafisiche che istupidiscono lo spirito degli uomini non ne sono che le conseguenze necessarie.

Santi uomini, legislatori inspirati, profeti, messia, tutti vi hanno cercato la vita e vi hanno trovato la tortura e la morte. Come la sfinge antica, quel mistero li ha divorati, perché non seppero spiegarlo. Grandi filosofi da Eraclito e Platone fino a Descartes, Spinoza, Leibnitz, Kant, Fichte, Schelling ed Hegel – senza parlare dei filosofi indiani – hanno scritto mucchi di volumi ed hanno creato dei sistemi tanto ingegnosi quanto sublimi, nei quali dissero molte belle e grandi cose, e scopersero verità immortali, che però hanno lasciato questo mistero, oggetto principale delle loco investigazioni trascendentali, insoluto come prima.

Gli sforzi giganteschi dei più grandi geni che il mondo conosce e che, gli uni dopo gli altri, per trenta secoli almeno, assunsero sempre di nuovo questo lavoro di Sisifo, non ebbero altro risultato che di rendere il mistero ancora più incomprensibile.

Possiamo forse sperare che ci possa essere svelato dalle speculazioni abituali di qualche discepolo pedante d’una metafisica artificialmente riscaldata, in questa epoca in cui tutti gli spiriti vivi e seri si sono allontanati da questa scienza equivoca, nata da una transazione tra l’irrazionalità della fede e la sana ragione scientifica?

È evidente come questo terribile mistero sia inspiegabile, vale a dire assurdo, perché l’assurdo soltanto non si lascia spiegare. È evidente che chiunque ne ha bisogno per la sua felicità, per la sua vita, deve rinunciare alla ragione, e ritornare se può, alla fede ingenua, cieca, stupida; ripetere con Tertulliano e con tutti i credenti sinceri queste parole che riassumono la quintessenza stessa della teologia: Credo quia absurdum.

Allora ogni discussione cessa, e rimane la stupidità trionfante della fede. Ma ecco subito sorgere un’altra questione.

Come può nascere in un uomo intelligente ed istruito il bisogno di credere in questo mistero?


Che la credenza in Dio, creatore, ordinatore, giudice, padrone, maledicente, salvatore e benefattore del mondo, si sia conservata nel popolo e soprattutto nelle popolazioni rurali, molto più che nel proletariato delle città, nulla di più naturale. Il popolo, sventuratamente, è ancora ignorantissimo ed è mantenuto nell’ignoranza dagli sforzi sistematici di tutti i governi, che la considerano con molta ragione come una delle condizioni essenziali della loro propria potenza.

Schiacciato dal suo lavoro quotidiano, privo di agiatezza, di commercio intellettuale, di letture, infine di quasi tutti i mezzi e d’una gran parte degli stimoli che sviluppano la riflessione negli uomini, il popolo accetta quasi sempre senza critica e in blocco, le tradizioni religiose. Esse l’avviluppano sin dalla tenera età, in tutte le circostanze della sua vita, e, artificialmente mantenute nel suo seno da una folla di avvelenatori ufficiali di ogni specie, preti e laici, si trasformano dentro di lui in una abitudine mentale, troppo spesso più potente del suo stesso buon senso naturale.

C’è un’altra ragione che spiega e che legittima in qualche modo le credenze assurde del popolo. Questa ragione è la condizione miserabile alla quale si trova fatalmente condannato dall’organizzazione economica della società, nei paesi inciviliti d’Europa.

Ridotto sotto il rapporto materiale al minimo d’esistenza umana, chiuso nella sua vita come un prigioniero nella sua prigione, senza orizzonte, senza uscita – e se si deve credere agli economisti, anche senza avvenire – il popolo dovrebbe avere l’anima singolarmente angusta e l’istinto piatto dei borghesi per non provare il bisogno di uscirne; ma non ha che tre mezzi: due fantastici e il terzo reale.

I due primi sono la taverna e la chiesa, la dissolutezza del corpo e quella dello spirito; la terza è la rivoluzione sociale. Quest’ultima ben più che tutte le propagande teoriche dei liberi pensatori, sarà capace di distruggere le credenze religiose e le abitudini di dissolutezza nel popolo, credenze e abitudini che sono intimamente legate insieme più di quello che si supponga. Soltanto la rivoluzione sociale sostituendo ai godimenti illusori e brutali della dissolutezza corporale e spirituale, le gioie delicate e complesse dell’umanità sviluppata in ciascuno ed in tutti, avrà la potenza di chiudere nello stesso tempo tutte le taverne e tutte le chiese.

Fino a quel tempo, il popolo, preso in massa, crederà, e se non avrà ragione di credere, ne avrà per lo meno il diritto.

C’è una categoria di persone che, se non crede, deve almeno fare sembiante di credere. Sono tutti i tormentatori, tutti gli oppressori, e tutti gli speculatori dell’umanità: preti, monarchici, uomini di Stato, uomini di guerra, finanzieri pubblici e privati, funzionari di ogni sorta, poliziotti, gendarmi, carcerieri e carnefici, monopolisti, capitalisti, usurai, appaltatori e proprietari, avvocati, economisti, politicanti di ogni colore, fino all’ultimo venditore di droghe, tutti insieme ripeteranno queste parole del Voltaire: “Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo”.

Poiché voi capite bene che “è necessaria una religione per il popolo”. È la valvola di sicurezza.


Esiste infine una categoria assai numerosa di anime oneste, ma deboli che, troppo intelligenti per prendere i dogmi cristiani sul serio, li rifiutano uno a uno; ma non hanno il coraggio né la forza né la risolutezza necessarie per respingerli in blocco. Esse abbandonano alla vostra critica tutte le assurdità particolari della religione; fanno ohibò a tutti i miracoli, ma si attaccano con disperazione all’assurdità principale, sorgente di tutte le altre, al miracolo che spiega e legittima tutti gli altri miracoli, alla esistenza di Dio. Il loro Dio non è affatto l’Essere forte e potente, il Dio totalmente positivo della teologia. E un essere nebuloso, diafano, illusorio, talmente illusorio che si trasforma in nulla quando si crede pigliarlo; è uno specchio, un fuoco fatuo che non riscalda né rischiara. E tuttavia essi ci tengono; e credono che se dovesse sparire sparirebbe con lui ogni cosa.

Sono queste le anime incerte, malaticce, disorientate nella civiltà attuale, che non appartengono né al presente né all’avvenire; pallidi fantasmi eternamente sospesi tra il cielo e la terra, e che occupano perfettamente lo stesso posto fra la politica borghese e il socialismo del proletariato. Esse non si sentono la forza né di pensare sino alla fine del problema, né di volere, né di risolversi a nulla, e perdono il tempo e la quiete sforzandosi sempre di conciliare l’inconciliabile.

Nella vita pubblica, costoro si chiamano socialisti borghesi. Nessuna discussione è possibile con loro: sono troppo malati.

Ma c’è un piccolo numero di uomini illustri di cui nessuno oserà parlare senza rispetto, e dei quali nessuno sognerà mettere in dubbio la salute vigorosa, né la forza dello spirito, né la buona fede. Basti citare i nomi di Mazzini, Michelet, Quinet, John Stuart Mill.

Quest’ultimo è forse il solo di cui sia permesso mettere in dubbio l’idealismo e questo per due ragioni: la prima che, se non è assolutamente il discepolo di Auguste Comte, è però ammiratore appassionato della sua filosofia positiva; filosofia che malgrado le molte reticenze, è realmente atea; la seconda è che J. Stuart Mill è inglese e che in Inghilterra anche oggi dichiararsi atei, vale quanto mettersi fuori della società.

Anime generose e forti, grandi cuori, grandi spiriti, grandi scrittori, e il primo di essi rigeneratore eroico e rivoluzionario di una grande nazione; essi sono gli apostoli dell’idealismo, e i competitori, gli avversari appassionati del materialismo, e per conseguenza anche del socialismo, tanto in filosofia quanto in politica.

Di fronte a essi bisogna discutere la questione.

Constatiamo dapprima che nessuno degli uomini illustri che ho nominato, né alcun altro pensatore idealista di qualche importanza, si è occupato di parlare particolarmente della parte logica della questione. Nessuno si è provato a risolvere filosoficamente la possibilità del salto mortale divino dalle regioni eterne e pure dello spirito nel fango del mondo materiale. Costoro hanno paura di avvicinarla quest’insolubile contraddizione, e disperano di risolverla dopo che i più grandi geni della storia ne rimasero sconfitti, oppure l’hanno considerata come già sufficientemente risolta? Questo è il loro segreto. Sta di fatto, che hanno lasciato da parte la dimostrazione teorica della esistenza d’un Dio, e non ne hanno sviluppato che le ragioni e le conseguenze pratiche. Ne hanno parlato come d’un fatto universalmente accettato, e che, come tale, non può essere più l’oggetto di alcun dubbio limitandosi, per tutta prova, a constatare codesta antichità o universalità della credenza in Dio.

Tale unanimità impotente, secondo l’opinione di molti uomini e scrittori illustri, e per non citare che i più rinomati tra essi, Joseph de Maistre e il grande patriota italiano Giuseppe Mazzini, vale più di tutte le dimostrazioni della scienza; e se la logica d’un piccolo numero di pensatori anche potentissimi, ma isolati, è loro contraria, tanto peggio, essi dicono, per questi pensatori e per la loro logica, perché il consenso generale, l’adozione universale e antica d’una idea, è stata in ogni tempo considerata come la prova più vittoriosa della sua verità.

Il sentimento di tutto il mondo, una convinzione che si trova e si mantiene sempre e dappertutto, non potrebbe esser falsa; ma deve avere radice in una necessità assolutamente inerente alla natura stessa dell’uomo.

E poiché fu constatato che tutti i popoli passati e presenti hanno creduto e credono nell’esistenza di Dio, è evidente che coloro che hanno la sventura di dubitarne, qualunque sia la logica che li abbia portati al dubbio, sono delle eccezioni, delle anomalie, dei mostri.

Così dunque l’antichità, e l’universalità d’una credenza sarebbe, contro ogni scienza e contro ogni logica, prova sufficiente e irrecusabile della verità.

Perché?

Sino al secolo di Galileo e di Copernico tutti gli uomini avevano creduto che il sole girasse intorno alla terra. Tutti gli uomini non si erano ingannati? E che vi è di più antico e universale della schiavitù? L’antropofagia, forse.

Dall’origine della società storica fino ai nostri giorni vi è stato sempre e ovunque sfruttamento del lavoro forzato delle masse schiave, serve o salariate da parte di qualche minoranza dominante, vi fu sempre oppressione dei popoli da parte della Chiesa e dello Stato. È necessario concludere che questo sfruttamento e questa oppressione siano necessità assolutamente inerenti all’esistenza stessa della società umana? Ecco degli esempi che provano come l’argomentazione degli avvocati del buon Dio non provi nulla.

Non vi è, in effetti, cosa che sia così universale e cosa antica quanto l’assurdo e l’iniquità: sono al contrario la verità, la giustizia che nello sviluppo delle società umane sono le meno universali, e le più giovani. Così si spiega d’altronde un fenomeno storico costante: le persecuzioni cioè di cui quelli che primi proclamarono le verità, furono e continuano ad essere oggetto da parte dei rappresentanti ufficiali, patentati, ed interessati delle credenze “universali” e “antiche” e spesso anche da parte di quelle moltitudini popolari che, dopo averli tormentati, finiscono sempre per adottare e fare trionfare le loro idee.

Per noi positivisti e socialisti rivoluzionari non vi è nulla da meravigliarci o da spaventarci in questo fenomeno storico. Forti della nostra coscienza, del nostro amore per la verità, di questa passione logica che costituisce da sola una grande potenza, e fuori dalla quale non c’è pensiero, forti del nostro entusiasmo per la giustizia e della nostra fede incrollabile nel trionfo dell’umanità su tutte le bestialità teoriche e pratiche; forti infine della confidenza e del mutuo appoggio che ci viene dal piccolo numero di quelli che condividono le nostre convinzioni, ci rassegniamo spontaneamente a tutte le conseguenze di questo fenomeno storico, nel quale vediamo la manifestazione d’una legge sociale che è naturale e invariabile come tutte le altre leggi che governano il mondo.

Questa legge è una conseguenza logica, inevitabile dell’origine animale della società umana, e di fronte a tutte le prove scientifiche, fisiologiche, psicologiche, storiche che si sono accumulate fino ad oggi (non escluso lo spettacolo di sfruttamento a cui ci fa assistere la Germania conquistatrice della Francia), non è veramente possibile dubitarne.

Dal momento in cui si accetta cotesta origine animale dell’uomo, tutto si spiega. La storia appare allora come la negazione rivoluzionaria, a volte lenta, apatica, addormentata, tal’altra appassionata e potente del passato.

Essa consiste precisamente nella negazione progressiva dell’animalità prima dell’uomo, per lo sviluppo della sua umanità.

L’uomo, bestia feroce, cugino del gorilla, è uscito dalla notte profonda dell’istinto animale, per arrivare alla luce dello spirito; ciò che spiega in modo affatto naturale tutte le sue incertezze passate e ci consola in parte dei suoi errori presenti.

Egli è partito dalla schiavitù animale, e attraversando la schiavitù divina, termine transitorio tra la sua animalità e la sua umanità, cammina ora alla conquista e alla realizzazione della libertà umana; donde risulta che l’antichità d’una credenza, d’una idea, lungi dal provare qualche cosa in suo vantaggio, deve al contrario rendercela sospetta. Perché dietro di noi è la nostra animalità, e davanti a noi la nostra umanità; la luce umana, la sola che possa riscaldarci ed illuminarci, la sola che possa emanciparci, renderci degni, liberi, felici, e realizzare la fratellanza tra noi, non è mai al principio, ma – relativamente all’epoca in cui si vive – sempre alla fine della storia.

Dunque non guardiamo mai indietro, guardiamo sempre avanti, poiché avanti è il nostro sole, avanti la nostra salute; e se ci è anche utile e necessario rivolgerci indietro per studiare il nostro passato, non lo si fa che per constatare ciò che siamo stati e ciò che non dobbiamo più essere; ciò che abbiamo creduto e pensato, e ciò che non dobbiamo più né credere né pensare; ciò che abbiamo fatto e ciò che non dobbiamo fare mai più.

Questo per l’argomento dell’antichità. Quanto all’universalità d’un errore, essa non prova che una cosa sola: la similitudine se non la perfetta identità della natura umana in tutti i tempi e sotto tutti i climi. E poiché è constatato che tutti i popoli, in tutte le epoche della loro vita, hanno creduto e credono ancora in Dio, noi dobbiamo semplicemente concluderne che l’idea divina, nata da noi stessi è un errore storicamente necessario nello sviluppo dell’umanità, e domandarci: perché l’immensa maggioranza della specie umana l’accetta ancora oggi come una verità?

Finché noi non sapremo renderci conto del modo con cui l’idea del mondo soprannaturale o divino si è prodotta ed ha potuto fatalmente prodursi nello sviluppo storico della coscienza umana, noi avremo un bel proclamarci scientificamente convinti dell’assurdo di questa idea, ma non arriveremo mai a distruggerla nell’opinione della maggioranza, perché non potremo mai attaccarla nelle profondità stesse dell’essere umano ove è nata.

Condannati ad una sterile lotta, senza uscita e senza fine, dovremo contentarci sempre di combatterla solo alla superfice, nelle sue numerose manifestazioni, le cui assurdità, appena vinte dai colpi del buon senso, rinascerebbero subito sotto una forma nuova e non meno insensata. Finché la radice delle assurdità che tormentano il mondo non sarà distrutta, la credenza in Dio rimarrà intatta e non mancherà di mettere nuovi virgulti. È per questo che ai nostri tempi, in certe classi della più alta società, lo spiritismo tende a insediarsi sulle rovine del cristianesimo.

Non soltanto nell’interesse delle masse, ma anche per la salute del nostro spirito, dobbiamo forzarci di comprendere la genesi storica, la successione delle cause che hanno sviluppato e prodotto l’idea di Dio nella coscienza degli uomini.

Avremo un bel dirci e crederci atei, ma finché non avremo compreso queste cause, ci lasceremo sempre più o meno dominare dai richiami di questa coscienza universale di cui non avremo sorpreso i segreti, e, data la debolezza naturale dell’individuo, anche del più forte, contro l’influenza potentissima del mezzo sociale, che lo circonda e lo preme, correremo sempre il rischio di ricadere presto o tardi, in un modo o in un altro, nell’abisso delle assurdità religiose.

Gli esempi di queste conversioni vergognose sono frequenti nella società attuale.


Ho indicato la ragione principale della potenza esercitata anche oggi dalle credenze religiose sulle masse. Queste disposizioni mistiche non indicano nell’uomo un’aberrazione dello spirito, ma un profondo malcontento del cuore. È la protesta istintiva e passionata dell’essere umano contro le angustie, le bestialità, i dolori, le vergogne d’una esistenza miserabile. Contro questa malattia, ho detto, non c’è che un solo rimedio: la rivoluzione sociale.

In altri scritti tentai di esporre le cause che hanno presieduto all’origine ed allo sviluppo storico delle allucinazioni religiose nella coscienza dell’uomo. Non voglio qui trattare la questione dell’esistenza di Dio, o dell’origine divina del mondo e dell’uomo che dal punto di vista della sua utilità morale e sociale, e non dire che poche parole sulla ragione teorica di questa credenza, allo scopo di meglio spiegare il mio pensiero.

Tutte le religioni con i loro dèi, i loro semidei e i loro profeti, i loro messia e i loro santi, furono creati dalla fantasia credula degli uomini non ancora giunti al pieno sviluppo e al pieno possesso delle loro facoltà intellettuali.

Il cielo religioso non è altra cosa che uno specchio ove l’uomo esaltato dall’ignoranza e dalla fede, trova la sua propria immagine, ma ingrandita e rovesciata, cioè divinizzata.

La storia delle religioni, quella del nascere, del grandeggiare e del decadere degli dèi che si sono succeduti nella credenza umana, non è dunque altro che lo sviluppo dell’intelligenza e della coscienza collettiva degli uomini.

A misura che nel loro cammino storicamente progressivo, essi scoprono, sia in loro stessi, sia nella natura esteriore, una forza, una qualità o anche un gran difetto, essi li attribuiscono ai loro dèi dopo averli esagerati, allargati oltre misura, come fanno ordinariamente i fanciulli, per un atto della loro fantasia religiosa.

Grazie a questa modestia e a questa pia generosità degli uomini credenti e creduli, il cielo si è arricchito delle spoglie della terra, e di conseguenza più il cielo divenne ricco, più l’umanità e la terra divennero povere. Una volta stabilita la divinità, essa fu naturalmente proclamata la causa, la ragione, l’arbitro e la dispensatrice assoluta di ogni cosa; il mondo non fu più nulla, essa fu tutto; e l’uomo suo vero creatore, dopo averla tratta dal nulla a sua insaputa, s’inginocchia davanti ad essa, l’adora e si dichiara sua creatura e suo schiavo.

Il cristianesimo è precisamente la religione per eccellenza, perché espone e manifesta nella sua pienezza, la natura, la essenza di ogni sistema religioso, che è l’impoverimento, la servitù, l’annientamento dell’umanità a profitto della divinità.

Dio essendo tutto, il mondo reale e l’uomo sono nulla. Dio essendo la verità, la giustizia, il bene, il bello, la potenza e la vita, l’uomo è la menzogna, l’iniquità, il male, la bruttezza, l’impotenza e la morte. Dio essendo il padrone, l’uomo è lo schiavo. Incapace di trovare da sé la giustizia, la verità e la vita eterna, l’uomo non può arrivarvi che per mezzo d’una rivelazione divina.

Ma chi dice rivelazione, dice rivelatori, messia, profeti, preti e legislatori, inspirati da Dio stesso; e questi una volta riconosciuti come rappresentanti della divinità sulla terra, come santi istitutori dell’umanità eletti da Dio per dirigerla nella via della salute, esercitano necessariamente un potere assoluto. Tutti gli uomini devono loro un’obbedienza passiva e illimitata; perché contro la ragione divina non c’è ragione umana, e contro la giustizia di Dio non vi è giustizia terrestre che tenga. Schiavi di Dio, gli uomini devono esserlo anche della Chiesa e dello Stato, in quanto quest’ultimo è consacrato dalla Chiesa.

Ecco che – fra tutte le religioni che esistono e che sono esistite – il cristianesimo ha meglio compreso (meglio anche della maggior parte delle antiche religioni orientali, le quali non abbracciavano che popoli distinti e privilegiati) la necessità d’abbracciare l’umanità tutta intera; il che, fra tutte le sette cristiane, fu solo il cattolicesimo romano a proclamare e realizzare con coscienza rigorosa. Perciò il cristianesimo è la religione assoluta, l’ultima religione; e la chiesa apostolica e romana la sola conseguente, legittima e divina.

Non spiaccia dunque ai metafisici ed agli idealisti religiosi, filosofi, politici o poeti: l’idea di Dio implica l’abdicazione della ragione e della giustizia umana, essa è la negazione più decisa della libertà umana e ha per scopo la servitù degli uomini, tanto in teoria che in pratica.

A meno di volere la schiavitù e l’avvilimento degli uomini, come lo vogliono i gesuiti, i monaci, i pietisti o i metodisti protestanti, noi non possiamo e non dobbiamo dare la minima concessione né al Dio della teologia né a quello della metafisica. Colui che in questo alfabeto mistico comincia da Dio, dovra fatalmente finire con Dio; colui che vuole adorare Dio, deve, senza farsi puerili illusioni, rinunciare risolutamente alla sua libertà e alla sua umanità.

Se Dio è, l’uomo è schiavo; ora, l’uomo può, deve essere libero: dunque Dio non esiste.

Io sfido chiunque ad uscire da questo cerchio, e tuttavia bisogna decidersi e scegliere.


È necessario ricordare quanto e come le religioni istupidiscono e corrompono i popoli? Esse uccidono in loro la ragione, il principale strumento dell’emancipazione umana, e riducono all’imbecillità, condizione essenziale della schiavitù. Esse disonorano il lavoro umano e ne fanno un contrassegno e una sorgente di servitù. Uccidono la cognizione e il sentimento dell’umana giustizia, facendo pendere sempre la bilancia dalla parte dei bricconi trionfanti che godono del privilegio della grazia divina. Esse uccidono la fierezza e la dignità umana, non proteggendo che i servili e gli umili. Esse soffocano nel cuore dei popoli ogni sentimento di fratellanza umana, empiendolo di crudeltà.

Tutte le religioni sono crudeli, tutte fondate sul sangue; perché tutte si adagiano principalmente sull’idea del sacrificio, e cioè, sull’immolazione perpetua dell’umanità all’insaziabile vendetta divina. In questo sanguinante mistero l’uomo è sempre la vittima, e il prete, uomo anch’esso ma uomo privilegiato dalla grazia, è il divino carnefice. Questo ci spiega perché i preti di tutte le religioni, i migliori, i più umanitari, i più dolci, hanno sempre nel fondo del loro cuore – e se non nel cuore, nella loro immaginazione, nello spirito – qualche cosa di crudele e di sanguinario.


Tutto ciò i nostri illustri idealisti contemporanei lo sanno meglio degli altri. Essi sono uomini sapienti che conoscono a memoria la storia delle religioni; e siccome sono uomini viventi, anime penetrate di amore sincero e profondo per il bene dell’umanità, hanno maledetto e stigmatizzato tutti questi misfatti, tutti questi delitti della religione con una eloquenza senza pari. Essi ripudiano indignati ogni solidarietà con il Dio delle religioni positive, coi suoi rappresentanti passati e presenti sulla terra.

Il Dio che essi adorano, o che credono di adorare, si distingue dagli dèi reali della storia, perché non è un Dio positivo per quanto esso sia determinato teologicamente o metafisicamente.

Non è né l’Essere supremo di Robespierre e di J.-J. Rousseau, né il Dio panteista di Spinoza, e neppure il Dio innocente, trascendente ed equivoco di Hegel. Essi si guardano bene dal dargli una determinazione positiva qualunque, pensano giustamente che ogni determinazione lo sottometterebbe all’azione dissolvente della critica. Essi, parlando di lui non diranno se sia un Dio personale o impersonale, se abbia creato o no il mondo; e non diranno nemmeno della sua divina provvidenza. Tutto ciò potrebbe compromettere. Si contenteranno di dire: “Dio” e niente di più. Ma allora cos’è il loro Dio? Non è neppure un’idea, è una aspirazione.

È il nome generico di tutto ciò che appare grande, buono, bello, nobile, umano. Ma perché non dicono allora: l’uomo?

Ah! il fatto è che re Guglielmo di Prussia e Napoleone III e tutti i loro simili sono egualmente uomini: ed ecco ciò che impiccia assai.

L’umanità reale ci presenta insieme tutto ciò che vi è di più sublime, di più bello; e tutto ciò che vi ha di più vile e mostruoso, nel mondo. Come cavarsela? Si chiama la prima tendenza divina, e l’altra bestiale; e si rappresentano la divinità e l’animalità come i due poli, entro i quali si pone il genere umano. Essi non vogliono o non possono comprendere che questi tre termini ne formano uno solo, e separandoli si distruggono.

Non sono forti nella logica, e si direbbe che la sprezzano. Ciò li distingue dai metafisici panteisti e deisti, e imprime alle loro idee il carattere d’un idealismo pratico, perché sembrano attingere le loro ispirazioni più che allo sviluppo severo del pensiero, alle esperienze e alle emozioni storiche, collettive o individuali della vita. Questo dà alla loro propaganda una apparenza di ricchezza e di potenza vitale, ma è solo apparenza; perché la vita stessa diventa sterile quando è paralizzata da una contraddizione logica.

La contraddizione è questa: essi vogliono Dio e vogliono la umanità. Si ostinano a mettere insieme due termini che, una volta separati non possono più incontrarsi che per distruggersi a vicenda.

Essi dicono d’un sol fiato: Dio è la libertà degli uomini, Dio è la dignità, la giustizia, l’eguaglianza, la fratellanza, la prosperità degli uomini, senza curarsi della logica fatale, in virtù della quale, se Dio esiste, tutto ciò è condannato a non esistere. Perché se Dio è, egli è necessariamente il padrone eterno, supremo, assoluto: e se questo padrone esiste, l’uomo è schiavo; ora se è schiavo non vi è giustizia né eguaglianza né fraternità né prosperità possibile.

Contrariamente al buon senso ed alle esperienze della storia, essi potranno rappresentarsi il loro Dio animato dal più tenero amore per la libertà umana, ma un padrone per quanto faccia e voglia mostrarsi liberale, resta sempre un padrone. La sua esistenza implica necessariamente la schiavitù di tutto ciò che si trova al disotto di lui. Dunque, se Dio esistesse, non ci sarebbe per lui che un solo mezzo per servire la libertà umana: e questo sarebbe ch’egli cessasse d’esistere.

Amante geloso della libertà umana che considero come la condizione assoluta di tutto ciò che adoriamo e rispettiamo nella umanità, io rovescio la frase di Voltaire, e dico che se Dio esistesse bisognerebbe abolirlo.

La logica severa che mi detta queste parole, è troppo evidente perché vi sia bisogno di sviluppare l’argomento. E mi pare impossibile che gli uomini illustri dei quali ho citato i nomi celebri e giustamente rispettati, non ne siano stati colpiti e non abbiano scorto la contraddizione nella quale cadono, parlando insieme di Dio e della libertà umana. Per passar sopra a questa contraddizione, fu dunque necessario che essi fossero persuasi che questa inconseguenza, e questa mancanza di logica, erano praticamente necessarie per il bene stesso dell’umanità.

Forse anche, parlando della libertà come d’una cosa che è per loro rispettabile e ben cara, essi la comprendono in altro modo da quello in cui noi la concepiamo, noi materialisti e socialisti rivoluzionari. Difatti non ne parlano mai senza aggiungervi subito un’altra parola, quella di autorità: una parola ed una cosa che noi detestiamo con tutta la forza dei nostri cuori.


Cos’è l’autorità? È la potenza inevitabile delle leggi naturali che si manifestano nel concatenamento e nella successione dei fenomeni del mondo fisico e del mondo sociale.

Infatti la rivolta contro queste leggi, è non soltanto proibita, ma impossibile. A noi è dato sconoscerle o non conoscerle ancora; ma non possiamo violarle perché costituiscono la base e le condizioni stesse della nostra esistenza; perché esse ci avviluppano, ci penetrano, regolano tutti i nostri movimenti, i nostri pensieri; eppure quando crediamo di eluderle, non facciamo altro che manifestare la loro onnipotenza.

Noi siamo assolutamente schiavi di queste leggi. Ma non vi è nulla d’umiliante in tale schiavitù. Poiché la schiavitù suppone un padrone esteriore, un legislatore che si trova fuori di colui al quale egli comanda; al contrario queste leggi sono inerenti a noi e costituiscono il nostro essere, tutto il nostro essere corporalmente, intellettualmente e moralmente. Noi non viviamo né respiriamo, non facciamo, non pensiamo, non vogliamo che per loro. Fuori di loro, non siamo nulla, non esistiamo. Da dove ci verrebbe dunque il potere e il volere di rivoltarci contro di esse?

In faccia alle leggi naturali, non c’è per l’uomo che una sola libertà possibile: ed è di riconoscerle ed applicarle sempre conformemente allo scopo, cui egli tende, di emancipazione o di umanizzazione collettiva e individuale. Queste leggi una volta riconosciute, esercitano un’autorità, che non è mai discussa dalla massa degli uomini. Bisogna, per esempio, essere in fondo, o un teologo, o per lo meno un metafisico, un giurista, o un economista borghese, per rivoltarsi contro la legge per cui due volte due fanno quattro. Bisogna avere la fede per immaginare che non ci si brucerà nel fuoco, e che non ci si annegherà nell’acqua, a meno che non si ricorra a qualche sotterfugio, che è egualmente fondato su qualche altra legge naturale. Ma queste rivolte, o piuttosto questi tentativi, e queste folli immaginazioni d’una rivolta impossibile, non formano che una assai rara eccezione, perché in generale si può dire che la massa degli uomini, nella vita giornaliera, si lascia governare quasi esclusivamente dal buon senso, ossia dall’insieme delle leggi naturali generalmente riconosciute.

La grande disgrazia è che una enorme quantità di leggi naturali, già constatate come tali dalla scienza, rimangono sconosciute alle masse popolari, grazie alla cura di questi governi tutelari che non esistono, come si sa, che per il bene dei popoli.

C’è inoltre un grave inconveniente: ed è che la maggior parte delle leggi naturali, che sono legate allo sviluppo della società umana, e necessarie e invariabili quanto le leggi che governano il mondo fisico, non furono debitamente constatate e riconosciute dalla scienza stessa.

Una volta riconosciute dalla scienza e da questa, mediante un vasto sistema di educazione ed istruzione popolare, passate poi nella coscienza di tutti, la questione della libertà sarà perfettamente risolta.

Gli autoritari più recalcitranti devono riconoscere, che in tal caso non vi sarà bisogno né di organizzazione né di direzione né di legislazione politica, tre cose le quali, sia che emanino dalla volontà del sovrano o dalla votazione d’un parlamento eletto a suffragio universale, o anche se conformi al sistema delle leggi naturali – ciò che non fu e non sarà mai – sono sempre egualmente funeste e contrarie alla libertà delle masse, per il solo fatto che impongono un sistema di leggi esteriori, e per conseguenza dispotiche.

La libertà dell’uomo consiste unicamente in questo: obbedire alle leggi naturali, perché le ha riconosciute egli stesso per tali e non perché gli siano state esteriormente imposte da una volontà straniera, divina o umana, collettiva o individuale qualsiasi.

Supponete un’accademia sapiente, composta dai rappresentanti più illustri della scienza; supponete che questa accademia sia incaricata della legislazione e della organizzazione della società, e che, non ispirandosi che all’amore della verità più pura, essa non detti che leggi assolutamente conformi alle più recenti scoperte della scienza. Ebbene, io penso che questa legislazione e questa organizzazione sarebbero una mostruosità e ciò per due ragioni: la prima, che la scienza umana è sempre necessariamente imperfetta, e che confrontando quanto ha scoperto con quanto le rimane da scoprire, si può dire che essa è sempre nella sua culla. Di modo che se si volesse obbligare la vita pratica, collettiva e individuale degli uomini, a conformarsi strettamente, esclusivamente, agli ultimi portati della scienza, si condannerebbe la società come l’individuo a soffrire il martirio sopra un letto di Procuste, che finirebbe per slogarlo e soffocarlo poiché la parte di vita che rimane fuori della scienza è infinitamente più vasta della scienza.

La seconda ragione è questa. Una società che obbedisce alla legislazione emanata da una accademia scientifica, non perché ne avesse compreso il carattere razionale – nel qual caso, l’esistenza di un’accademia diverrebbe inutile – ma perché questa legislazione, emanata dall’accademia si imporrebbe in nome di una scienza venerata ma non compresa, una tale società sarebbe una società non di uomini ma di bruti. Sarebbe una seconda edizione delle missioni del Paraguay che si lasciarono governare sì lungo tempo dalla Compagnia di Gesù. Quella società non mancherebbe di scendere subito all’ultimo gradino dell’idiotismo.

Ma ci rimane ancora una terza ragione che renderebbe un tale governo impossibile. Un’accademia scientifica rivestita di questa sovranità, per così dire assoluta pur se composta dagli uomini più illustri, finirebbe infallibilmente presto per corrompersi essa medesima moralmente e intellettualmente. Questa è oggi, coi pochi privilegi di cui sono fornite, la storia di tutte le accademie.

Il più grande genio scientifico, appena diventa un accademico, un sapiente ufficiale, patentato, decade e si addormenta. Egli perde la sua spontaneità, il suo ardimento rivoluzionario, e quell’energia incomoda e selvaggia che caratterizza la natura dei più grandi geni chiamati sempre a distruggere il mondo vecchio e a gettare le fondamenta del mondo nuovo. Acquista senza dubbio, in cortesia, in saggezza utilitaria e pratica quel che perde in potenza di pensiero. In una parola si corrompe.

È proprio del privilegio e di ogni posizione privilegiata uccidere lo spirito e il cuore degli uomini. È questa una legge sociale che non ammette alcuna eccezione e che si applica tanto alle nazioni prese nel loro insieme quanto alle classi, alle compagnie, agli individui.

Solo la legge dell’eguaglianza sociale è condizione suprema della libertà e dell’umanità; e lo scopo principale di questo studio è precisamente di dimostrare una verità in tutte le manifestazioni della vita umana.

Un corpo scientifico, al quale fosse affidato il governo della società, finirebbe presto con il non occuparsi affatto della scienza, ma di ben altro affare, e questo affare, che è quello di tutti i poteri stabiliti, si ridurrebbe allo sforzo di eternare se stesso, rendendo sempre più stupida la società affidata alle sue cure e quindi sempre più bisognosa del suo governo e della sua direzione.

Ciò che è vero per le accademie scientifiche, lo è egualmente per tutte le assemblee costituenti e legislative, anche se uscite dal suffragio universale. Il suffragio può rinnovarne, è vero, la composizione, ma ciò non impedisce che esse non diventino in pochi anni corpi di politicanti, privilegiati di fatto se non di diritto; i quali dedicandosi esclusivamente alla direzione degli affari pubblici d’un paese finiscono per formare una sorta di aristocrazia o di oligarchia politica.

Dunque, niente legislazione esteriore e niente autorità, essendo l’una inseparabile dall’altra, e portando entrambe all’asservimento della società e all’abbrutimento degli stessi legislatori.

Segue da ciò che io respinga ogni autorità? Lungi da me questo pensiero. Allorché si tratta di stivali, ricorro all’autorità del calzolaio; se si tratta di una casa, di un canale o di una ferrovia, consulto quella dell’architetto o dell’ingegnere.

Per ogni scienza speciale mi rivolgo a chi ne ha pratica. Ma non mi lasciò imporre né il calzolaio né l’architetto né il sapiente: io li accetto liberamente e con tutto il rispetto che meritano le loro intelligenze, il loro carattere, il loro sapere, riservandomi sempre il mio diritto incontestabile di critica e di controllo. Non mi accontento di consultare una sola autorità specialistica, ma ne consulto parecchie; confronto le loro opinioni e scelgo quella che mi pare la più giusta. Ma non riconosco alcuna autorità infallibile, neppure nelle questioni speciali; di conseguenza, per quanto rispetto possa io avere verso l’umanità e la sincerità del tale o tal’altro individuo, non ho fede assoluta in alcuno. Una tale fede sarebbe fatale alla mia ragione, alla mia libertà, ed all’esito stesso del mio operare; essa mi trasformerebbe immediatamente in uno schiavo stupido, in uno strumento della volontà e degli interessi altrui.

Se mi inchino davanti all’autorità degli specialisti, e mi dichiaro pronto a seguirne, dentro un certo limite e durante tutto il tempo che mi pare necessario, le indicazioni e anche la direzione, è perché questa autorità non mi è imposta da alcuno, né dagli uomini né da Dio. Altrimenti la respingerei con orrore, e manderei al diavolo i loro consigli, la loro direzione, i loro servizi, avendo la certezza che essi mi farebbero pagare, con la perdita della mia libertà e della mia dignità, le briciole di verità, avviluppate di molte menzogne, ch’essi potrebbero darmi.

Io mi inchino davanti all’autorità degli specialisti, perché è imposta dalla mia propria ragione. Ho la coscienza di non poter abbracciare in tutti i suoi dettagli e sviluppi positivi che una piccolissima parte della scienza umana. La più grande intelligenza non basta per apprendere ogni cosa. Dal che deriva per la scienza, come per l’industria, la necessità della divisione e della associazione del lavoro. Ricevo e do, ecco la vita umana. Ognuno è dirigente e insieme è diretto. Non dunque autorità fissa e costante, ma uno scambio continuo di autorità e subordinazioni vicendevoli, passeggere e soprattutto volontarie.

Questa stessa ragione mi vieta dunque di riconoscere un’autorità fissa, costante e universale, perché non vi è uomo che sia capace di abbracciare in quella ricchezza di particolari – senza di cui l’applicazione della scienza alla vita non è possibile – tutte le scienze e tutti i rami della vita sociale. E se una tale universalità potesse mai trovarsi realizzata in un uomo solo, ed egli volesse valersene per imporre la sua autorità, sarebbe necessario cacciare cotesto uomo dalla società, perché la sua autorità ridurrebbe inevitabilmente tutti gli altri alla schiavitù ed alla imbecillità.

Io non penso che la società debba maltrattare gli uomini di genio come essa ha fatto sino ad oggi; ma non penso neppure ch’essa debba troppo ingrassarli, né soprattutto accordare loro privilegi o diritti esclusivi; e ciò per tre ragioni: prima perché accadrebbe sovente di scambiare un ciarlatano per un uomo di genio; poi perché, con un sistema di privilegi, si potrebbe trasformare un vero uomo di genio in un ciarlatano, si potrebbe demoralizzarlo, istupidirlo; e in fine perché la società si darebbe un padrone.

Riassumo. Riconosciamo dunque l’autorità assoluta della scienza, perché la scienza non ha altro oggetto che la riproduzione mentale, riflessa e più possibilmente sistematica, delle leggi naturali che sono inerenti alla vita materiale, intellettuale e morale, tanto del mondo fisico che sociale, questi due mondi non costituendo di fatto che un solo e identico mondo naturale. Fuori di questa autorità unicamente legittima, perché razionale e conforme alla libertà umana, noi dichiariamo tutte le altre autorità menzognere, arbitrarie e funeste.

Riconosciamo l’autorità assoluta della scienza, ma respingiamo l’infallibilità e l’universalità del sapiente. Nella nostra chiesa, – mi sia permesso di servirmi un momento di questa espressione che d’altronde detesto: la Chiesa e lo Stato sono i miei incubi; – nella nostra chiesa, come nella chiesa protestante noi abbiamo un capo, un Cristo invisibile, la scienza; e come i protestanti, anzi più coerenti dei protestanti, noi non vogliamo soffrire né papa né concilio né conclavi di cardinali infallibili né vescovi e neppure preti.

Il nostro Cristo si distingue dal Cristo protestante e cristiano perché quest’ultimo è un essere personale, il nostro impersonale; il Cristo cristiano, già finito nel passato, si presenta come un essere perfetto, mentre il compimento e la perfezione del nostro Cristo, la scienza, sono nell’avvenire, il che equivale a dire che non si realizzeranno mai. Non riconoscendo l’autorità assoluta che nella scienza assoluta, noi non impegniamo affatto la nostra libertà.

Con questa parola, scienza assoluta, intendo la scienza veramente universale che riproduce idealmente, in tutta la sua estensione e i suoi dettagli infiniti, l’Universo, il sistema o la coordinazione di tutte le leggi naturali manifestatesi nello sviluppo incessante dei mondi.

È evidente che questa scienza, oggetto sublime di tutti gli sforzi dello spirito umano, non si realizzerà mai nella sua ampiezza assoluta. Il nostro Cristo resterà dunque eternamente incompiuto, e questo deve temperare molto l’orgoglio dei suoi rappresentanti patentati fra noi. Contro questo Dio-figlio, in nome del quale essi pretenderebbero imporci la loro insolente, pedantesca autorità, noi ci appelleremo al Dio-padre che è il mondo reale, la vita reale di cui il Dio-figlio o la scienza non è che l’espressione purtroppo imperfetta, e del quale siamo i rappresentanti immediati, noi esseri reali, viventi, lavoranti, combattenti, amanti, aspiranti, godenti, sofferenti.

Ma pur respingendo l’autorità assoluta universale infallibile degli uomini di scienza noi ci inchiniamo volentieri davanti all’autorità rispettabile, quantunque relativa e molto transitoria e circoscritta, dei rappresentanti delle scienze speciali non chiedendo di meglio che consultarli di volta in volta, riconoscentissimi per le indicazioni preziose che vorranno darci, a condizione ch’essi le accettino anche da noi sulle cose e nelle occasioni in cui noi ne sappiamo più di loro. In generale, non domandiamo di meglio che vedere gli uomini dotati d’un grande spirito e, soprattutto d’un grande cuore, esercitare su di noi un’influenza naturale e legittima, liberamente accettata e mai imposta in nome di una autorità ufficiale, celeste o terrena.

Accettiamo tutte le autorità naturali e tutte le influenze di fatto, nessuna di diritto, e come tale ufficialmente imposta; perché questa, diventando subito un’oppressione ed una menzogna, ci imporrebbe senza dubbio, come credo di avere sufficientemente dimostrato, la schiavitù e l’assurdo.

In una parola, respingiamo ogni legislazione, ogni autorità ed ogni influenza privilegiata, patentata, ufficiale e legale, anche uscita dal suffragio universale, convinti che essa non potrebbe che ridondare a profitto d’una minoranza dominante e governante, contro gli interessi dell’immensa maggioranza soggetta.

Ecco in qual senso noi siamo realmente anarchici.


Gli idealisti moderni intendono l’autorità in un modo affatto diverso. Quantunque scevri dalle superstizioni tradizionali di tutte le religioni positive esistenti, non di meno essi attribuiscono a questa idea dell’autorità un senso divino assoluto. Questa autorità non è affatto quella d’una verità miracolosamente e scientificamente dimostrata. Essi la fondano su qualche argomentazione semi-filosofica e sopra molta fede vagamente religiosa, sopra molto sentimento e molta astrazione poetica. La loro religione è come un’ultima prova della divinizzazione di tutto ciò che costituisce l’umanità negli uomini.

Questo è tutto il contrario dell’opera che noi compiamo. Per amore della libertà, della dignità, della prosperità umana, crediamo dovere ritogliere al cielo i beni che esso ha rubato e vogliamo renderli alla terra. Gli idealisti al contrario si sforzano di commettere un ultimo furto religiosamente eroico; vorrebbero restituire al cielo, a questo ladro divino, tutto ciò che l’umanità contiene di più grande, di più bello e più nobile. Frattanto tocca ai liberi pensatori di mettere a loro volta il cielo a ruba con l’audace empietà della loro analisi scientifica!

Gli idealisti credono indubbiamente che, per godere d’una più vasta autorità tra gli uomini, le idee e le cose umane debbano andare vestite d’una sanzione divina. Come si manifesta codesta sanzione? Non per un miracolo come nelle religioni positive, ma per la grandezza o santità stessa delle idee e delle cose: è divino ciò che è grande, bello, nobile, giusto. In questo nuovo culto religioso ogni uomo che si ispira a queste idee e a queste cose, diviene un prete, immediatamente consacrato da Dio stesso. E la prova? Non c’è bisogno d’altro che questa: la grandezza stessa delle idee che esprime, e delle cose che compie. Le quali sono così sante che non possono essere state ispirate che da Dio.

Ecco in poche parole tutta la loro filosofia: filosofia di sentimento, non di pensiero reale; una sorta di pietismo metafisico.

Ciò parrebbe innocente, ma non lo è affatto; e la dottrina piatta, stretta, arida, che si nasconde sotto il vago e l’indeterminato di queste forme poetiche, conduce agli stessi risultati disastrosi cui conducono tutte le religioni positive e cioè alla negazione più completa della libertà e della dignità umana.

Proclamare come divino ciò che si trova di grande, di giusto, di reale, di bello nell’umanità, è riconoscere implicitamente che l’umanità, da se stessa, sarebbe stata incapace di produrlo, ciò che equivale a dire, che abbandonata a se stessa, la natura umana è miserabile, iniqua, vile e brutta.

Eccoci ritornati all’essenza di ogni religione, cioè alla diffamazione dell’umanità per la maggiore gloria della divinità. E dal momento che l’inferiorità morale dell’uomo e la sua incapacità organica di elevarsi da se stesso fino alle idee giuste e vere, viene ammessa, diventa necessario ammettere anche tutte le conseguenze teologiche, politiche e sociali delle religioni positive. Dal momento che Dio, l’Essere perfetto e supremo, si mette di fronte all’umanità, ecco gli intermediari divini, gli eletti, gli ispirati da Dio che sorgono a illuminare, a dirigere, a governare in suo nome la specie umana.

Non si potrebbe supporre che tutti gli uomini fossero egualmente ispirati da Dio? Allora non vi sarebbe più bisogno d’intermediari, senza dubbio. Ma questa supposizione è impossibile, perché troppo contraddetta dai fatti. In tale ipotesi bisognerebbe attribuire all’ispirazione divina tutte le assurdità e gli errori; tutti gli orrori, le turpitudini, le viltà e le sciocchezze che si commettono nel mondo. Dunque non vi saranno che pochi uomini divinamente ispirati, i grandi uomini della storia, i geni virtuosi, come diceva l’illustre cittadino e profeta italiano Giuseppe Mazzini. Direttamente ispirati da Dio stesso e appoggiati al consentimento universale espresso dal suffragio popolare – Dio e Popolo – sarebbero essi chiamati a governare le società umane.

A Londra udii Louis Blanc esprimere press’a poco le stesse idee: “La miglior forma di Governo, egli mi disse, sarebbe quella per cui fossero sempre al governo gli uomini di genio virtuosi”. Ed eccoci ricaduti sotto il giogo della Chiesa e dello Stato.

È vero che in questa organizzazione nuova, dovuta, come tutte le organizzazioni politiche antiche, alla grazia di Dio, ma appoggiata, questa volta, almeno per la forma, come concessione necessaria allo spirito moderno, e come nei preamboli dei decreti imperiali di Napoleone III sulla pretesa volontà del popolo, la Chiesa non si chiamerebbe più Chiesa, si chiamerebbe scuola. Che importa? sui banchi di questa scuola non saranno seduti soltanto i fanciulli; vi sarà il minorenne eterno, lo scolaro riconosciuto sempre incapace di superare il suo esame, di elevarsi alla scienza dei suoi maestri, e insofferente della loro disciplina: il popolo. Lo Stato non si chiamerà più monarchia, si chiamerà repubblica, ma essa non sarà meno lo Stato, e cioè una tutela ufficialmente e regolarmente stabilita da una minoranza di uomini di genio, di talento, di virtù, che sorveglieranno e dirigeranno la condotta di questo grande adulto, incorreggibile e terribile fanciullo: il popolo. I professori della scuola e i funzionari dello Stato si chiameranno repubblicani, ma non saranno meno dei tutori, dei pastori, e il popolo resterà ciò che è eternamente stato fino ad ora: una mandria. Occhio alla tosatura, perché dove c’è mandria, vi saranno senza dubbio anche dei pastori per tosarla.

Il popolo, in questo sistema, sarà lo scolaro e il pupillo eterno. Malgrado la sua sovranità tutta fittizia, continuerà a servire di strumento a pensieri, a volontà e per conseguenza a interessi che non saranno i suoi. Fra questa situazione e quella che noi chiamiamo libertà, la sola vera libertà, c’è un l’abisso. Questa sarà – sotto forme nuove l’antica oppressione e l’antica schiavitù, e là dov’è schiavitù, è miseria, stupidità, è la vera materializzazione della società, tanto delle classi privilegiate come delle masse.

Divinizzando le cose umane, gli idealisti arrivano sempre al trionfo di un materialismo brutale. E per una semplicissima ragione: il divino svapora e sale verso la patria, il cielo, e il brutale soltanto resta realmente sulla terra.


Domandai un giorno a Mazzini: quali misure si prenderebbero per l’emancipazione del popolo, una volta che la sua repubblica unitaria trionfasse e fosse definitivamente stabilita?

“La prima misura, mi disse, sarà la fondazione di scuole per il popolo”. E che cosa s’insegnerà al popolo in queste scuole? – “I doveri dell’uomo, il sacrificio, la devozione” –. Ma dove prenderete un numero sufficiente di professori per insegnare queste cose, che nessuno ha il diritto né il potere d’insegnare, se non predica con l’esempio? Il numero degli uomini che trovano un piacere supremo nel sacrificio e nella devozione, non è esso eccessivamente ristretto? Coloro che si sacrificano al servizio d’una grande idea, obbediscono ad un’alta passione, e soddisfano questa passione personale, fuori della quale la vita stessa perde ai loro occhi ogni valore; costoro pensano d’ordinario a tutt’altra cosa che a erigere la loro azione in dottrina, mentre quelli che ne fanno una dottrina dimenticano spesso di tradurla in azione, per la semplice ragione che la dottrina uccide la vita, uccide la viva spontaneità dell’azione.



Gli uomini, come Mazzini, nei quali la dottrina e l’azione formano una mirabile unità, non sono che rarissime eccezioni. Anche nel Cristianesimo vi furono grandi uomini, dei santi uomini, che hanno realmente fatto, o che, almeno, si sono appassionatamente sforzati di fare tutto ciò che dicevano, i cui cuori traboccavano d’amore, erano pieni di disprezzo per i godimenti e i beni di questo mondo. Ma l’immensa maggioranza dei preti cattolici e protestanti, che per mestiere hanno predicato e predicano la dottrina della castità, dell’astinenza e della rinuncia, smentiscono la loro dottrina con l’esempio. Non per nulla, ma per effetto dell’esperienza di molti secoli, presso i popoli di tutti i paesi corrono queste espressioni: “Libertino come un prete; – ambizioso come un prete; – avido, interessato e cupido come un prete”.

È dunque constatato che i professori delle virtù cristiane, consacrati dalla Chiesa, i preti nella loro immensa maggioranza, hanno fatto tutto il contrario di quello che hanno predicato. Questa maggioranza stessa, l’universalità di questo fatto, provano che non bisogna attribuirne il fallo agli individui, ma alla posizione sociale, impossibile e contraddittoria in se stessa, nella quale sono situati questi individui.

Nella posizione del prete cristiano c’è una doppia contraddizione. In primo luogo quella della dottrina d’astinenza alle tendenze ed ai bisogni positivi della natura umana, tendenze e bisogni che in qualche caso individuale, sempre rarissimo, possono ben essere continuamente contrariati, compressi, e anche completamente annientati dall’influenza costante di qualche potente passione intellettuale e morale; che in alcuni momenti di esaltazione collettiva, possono essere dimenticati e negletti per qualche tempo da una grande quantità d’uomini insieme, ma che sono così profondamente inerenti alla nostra natura che finiscono sempre per riprendere i loro diritti in modo che allorquando non sono soddisfatti in modo regolare e normale, vengono finalmente sostituiti da soddisfazioni nocive e mostruose. È una legge naturale, e per conseguenza fatale, irresistibile, sotto la cui azione funesta cadono inevitabilmente tutti i preti cristiani e specialmente quelli della Chiesa cattolica romana.

Ma c’è un’altra contraddizione comune agli uni ed agli altri. Questa contraddizione si attiene al titolo e alla posizione stessa di chi è padrone. Un padrone che comanda, che opprime, che sfrutta, è un personaggio logico, del tutto naturale. Ma un padrone che si sacrifica a coloro che sono subordinati al suo privilegio divino o umano, è un essere contraddittorio e affatto impossibile. È la costituzione stessa dell’ipocrisia, così ben personificata dal papa che, dicendosi l’ultimo servo dei servi di Dio, in segno di chi, seguendo l’esempio di Cristo, lava una volta all’anno i piedi di dodici mendicanti di Roma, proclamandosi nello stesso tempo vicario di Dio, padrone assoluto e infallibile del mondo.

C’è bisogno di ripetere che i preti di tutte le chiese, lungi dal sacrificarsi al gregge confidato alle loro cure, lo hanno sempre sacrificato, sfruttato e mantenuto allo stato di mandria, in parte per soddisfare le loro passioni personali, ed in parte per servire l’onnipotenza della Chiesa?


La stesse condizioni, le stesse cause, producono sempre gli stessi effetti. Lo stesso accadrà dunque per i professori delle scuole moderne divinamente ispirati, e patentati dallo Stato. Diverranno necessariamente, gli uni senza saperlo, gli altri con piena conoscenza di causa, gli insegnanti della dottrina del sacrificio popolare alla potenza dello Stato a profitto delle classi privilegiate.

Necessiterà dunque eliminare dalla società ogni insegnamento e abolire tutte le scuole? Tutt’altro. È necessario anzi diffondere a piene mani l’istruzione nelle masse, e trasformare tutte le chiese, tutti questi templi, dedicati alla gloria di Dio e alla servilità degli uomini, in altrettante scuole d’emancipazione umana.

Ma anzitutto, intendiamoci, le scuole propriamente dette, in una società normale, fondata sulla eguaglianza e sul rispetto della libertà umana non dovrebbero esistere che per i fanciulli, non già per gli adulti; e perché esse diventino scuole di emancipazione non di servitù, bisognerà eliminare, prima di tutto, questa finzione di Dio dominatore eterno ed assoluto. Bisognerà fondare tutta l’educazione dei fanciulli e la loro istruzione sullo sviluppo scientifico della ragione, non su quello della fede; sullo sviluppo della dignità e della indipendenza personale, non su quello della pietà e dell’obbedienza; sul culto della verità e della giustizia, a tutti i costi, e prima di tutto sul rispetto umano, che deve sostituire in ogni parte il culto divino.

Il principio dell’autorità, nell’educazione dei fanciulli, costituisce il punto di partenza naturale; esso è legittimo, necessario, allorché è applicato ai fanciulli di tenera età, allorché la loro intelligenza non è ancora apertamente sviluppata. Ma quando lo sviluppo di ogni cosa, e per conseguenza dell’educazione, implica la negazione successiva dei punti di partenza, questo principio deve modificarsi a misura che avanzano l’educazione e l’istruzione per far posto alla libertà che ascende.

Qualsiasi educazione razionale non è in fondo che la eliminazione progressiva dell’autorità a profitto della libertà; lo scopo finale dell’educazione dovendo essere quello di formare uomini liberi e pieni di rispetto e d’amore per la libertà altrui. Così il primo giorno della vita di scuola, se la scuola prende i fanciulli di tenera età quando essi cominciano appena a balbettare qualche parola, deve essere il giorno della autorità più severa e della assenza quasi completa della libertà; ma il suo ultimo giorno deve essere quello della più grande libertà e dell’abolizione assoluta di ogni traccia del principio animale o divino dell’autorità.

Il principio d’autorità applicato agli uomini che hanno sorpassato o raggiunta l’età maggiore, diventa una mostruosità, una negazione flagrante dell’umanità, una fonte di schiavitù di depravazione intellettuale e morale. Sventuratamente i governi paternalistici hanno lasciato marcire le masse popolari in una così profonda ignoranza, che sarà necessario fondare delle scuole non solamente per i figli del popolo, ma per il popolo stesso. Da queste scuole dovranno essere assolutamente escluse le più piccole applicazioni o manifestazioni del principio di autorità. Non saranno più scuole, saranno accademie popolari, in cui non ci sarà più questione né di scolari né di maestri; dove il popolo verrà liberamente a prendere, se lo trova necessario, un insegnamento libero, e nelle quali, ricco della sua esperienza, potrà insegnare, a sua volta, molte cose ai professori che gli apportano cognizioni che egli non ha. Questo sarà dunque un insegnamento scambievole, un atto di fraternità intellettuale tra la gioventù istruita e il popolo.

La vera scuola per il popolo e per tutti gli uomini maturi, è la vita. La sola grande e potentissima autorità naturale e insieme razionale, la sola che noi possiamo rispettare, sarà quella dello spirito collettivo e pubblico d’una società fondata sul mutuo rispetto di tutti i suoi membri. Ecco un’autorità che non è per nulla divina, ma tutta umana, davanti alla quale noi ci piegheremo volentieri, certi che, invece di assoggettare gli uomini, li emanciperà. Autorità mille volte più potente di tutte le autorità divine, teologiche, metafisiche, politiche e giuridiche, istituite dalla Chiesa e dallo Stato; più potente dei codici criminali, dei carcerieri, dei carnefici.

La potenza del sentimento collettivo o dello spirito pubblico è di già notevolissima oggi. Gli uomini più inclinati a commettere delitti osano raramente sfidarla e affrontarla apertamente. Essi cercano d’ingannarla, ma si guardano bene dal provocarla, a meno che non si sentano appoggiati da una qualunque minoranza. Nessun uomo, per quanto potente si creda, avrà mai la forza di sopportare il disprezzo generale della società: nessuno potrebbe vivere senza sentirsi sostenuto dal consenso e dalla stima almeno di una parte qualunque di questa società. È necessario che un uomo sia spinto da una straordinaria e ben sincera convinzione, perché trovi il coraggio di pensare e andare contro tutti; e l’uomo egoista, dissoluto, vile non avrà mai un tale coraggio.

Nulla prova meglio di questo fatto la solidarietà naturale e fatale che lega tutti gli uomini. Ciascuno di noi può constatare ogni giorno questa legge e in se stesso e in tutti gli uomini che egli conosce. Ma se questa potenza sociale esiste, perché non è bastata fino ad oggi a moralizzare, a umanizzare gli uomini? Semplicemente perché fino ad oggi questa potenza non fu umanizzata; e non lo fu, perché la vita sociale di cui essa è la fedele espressione, si basa sul culto divino, non sul rispetto umano; sull’autorità, non sulla libertà; sul privilegio, non sull’eguaglianza; sullo sfruttamento, non sulla fraternità degli uomini; sull’iniquità e la menzogna, non sulla giustizia e sulla verità. Di conseguenza, la sua azione reale, sempre in contraddizione con le teorie umanitarie da essa proclamate, ha esercitato costantemente un’influenza funesta e corruttrice. Essa non comprime i vizi ed i delitti; all’opposto li crea. La sua autorità è quindi una autorità divina, antiumana; la sua influenza è nociva e funesta. Volete renderla benefica e umana? Realizzate la rivoluzione sociale. Fate che tutti i bisogni diventino realmente solidali, fate che gli interessi materiali e sociali di ciascuno diventino conformi ai doveri umani di tutti. Per riuscire in questo non c’è che un mezzo: distruggere tutte le istituzioni dell’ineguaglianza: fondare l’eguaglianza economica e sociale di tutti. Sopra questa base, s’eleverà la libertà, la moralità, l’umanità solidale di tutti.


L’idealismo in teoria ha, per conseguenza necessaria, il materialismo più brutale nella pratica, non già in coloro che lo predicano in buona fede – il risultato solito per costoro è di vedere condannati alla sterilità tutti i loro tentativi – ma in quelli che si sforzano di realizzare i loro precetti nella vita e nella società intera, in quanto la vogliono dominata dalle dottrine idealiste.

A dimostrare questo fatto generale, che può parere strano in sulle prime, ma che si spiega naturalmente se lo si analizza e lo si studia, le prove storiche non mancano.

Paragonate infatti le due ultime civiltà del mondo antico: la civiltà greca e la civiltà romana.

Quale è la più materialista, la più naturale per il suo punto di partenza e più umanamente ideale nei suoi risultati? Senza dubbio la civiltà greca.

Quale è al contrario la più astrattamente ideale nel suo punto di partenza, per il sacrificio della libertà materiale dell’uomo alla libertà ideale del cittadino – rappresentata quest’ultima dall’astrazione del diritto giuridico – e per sacrificio dello sviluppo naturale della società umana all’astrazione dello Stato; e quale si è manifestata ciò nondimeno la più brutale nelle sue conseguenze? La civiltà romana senza dubbio.

È bensì vero che la civiltà greca, come tutte le civiltà antiche, quella di Roma compresa, fu esclusivamente nazionale, ed ebbe per base la schiavitù. Malgrado questi due difetti, la prima non ha meno concepito e realmente idealizzato la vita degli uomini; ha trasformato il gregge umano in associazione libera di uomini liberi; essa ha creato dalla libertà le scienze, le arti, una poesia, una filosofia immortale, e le prime nozioni del rispetto umano. Con la libertà politica e sociale, essa ha creato il libero pensiero.

Alla fine dell’età di mezzo nell’era della Rinascenza, bastò che alcuni greci emigrati apportassero qualcuno di quei libri immortali in Italia perché la vita, la libertà, il pensiero, l’umanità sepolte nell’oscura prigione del cattolicesimo, fossero risuscitate. L’emancipazione umana, ecco il nome della civiltà greca. E il nome della civiltà romana? Il suo nome è la conquista, con tutto il suo brutale corteo. E la sua ultima parola? L’onnipotenza dei Cesari. È l’avvilimento e la schiavitù delle nazioni e degli uomini.

Oggi ancora che cos’è che uccide, che schiaccia brutalmente, materialmente, in tutti i Paesi d’Europa, la libertà e l’umanità? È il trionfo del principio cesareo e romano.


Paragonate ora le due civiltà moderne; la civiltà italiana e la civiltà germanica. La prima rappresenta senza dubbio, nel suo carattere generale, il materialismo, la seconda rappresenta al contrario tutto ciò che c’è di più astratto, di più puro, di più trascendente in fatto d’idealismo. Vediamo quali sono i frutti pratici dell’una e dell’altra.

L’Italia ha già reso immensi servigi alla causa dell’emancipazione umana. Essa fu la prima che risuscitò e applicò largamente, il principio della libertà in Europa, e che rese all’umanità i suoi titoli di nobiltà: l’industria, il commercio, la poesia, le arti, le scienze positive e il libero pensiero. Schiacciata poi da tre secoli di dispotismo imperiale e papale, trascinata nel fango dalla sua borghesia governante, essa riappare oggi è vero, ben scaduta in confronto a quello che fu. Non per tanto, come è diversa dalla Germania! In Italia malgrado questa decadenza, speriamo passeggera, si può vivere e respirare umanamente, fra un popolo che sembra essere nato per la libertà.

L’Italia, anche borghese, può mostrarvi con orgoglio degli uomini come Mazzini e Garibaldi. In Germania si respira l’atmosfera d’una immensa schiavitù politica e sociale, filosoficamente spiegata e accettata da un grande popolo con una rassegnazione e una buona volontà forti della riflessione. I suoi eroi – io parlo della Germania presente, non della Germania dell’avvenire; della Germania nobiliare, burocratica, politica e borghese, non della Germania proletaria – i suoi eroi sono tutto l’opposto di Mazzini e Garibaldi: sono Guglielmo il feroce ed ingenuo rappresentante del Dio protestante; sono Bismark e Moltke; i generali Manteuffel e Werder. In tutti i suoi rapporti internazionali, la Germania da che esiste, fu lentamente, sistematicamente invadente, conquistatrice, sempre pronta a stendere sui popoli vicini la sua propria servitù volontaria; e dopo che si fu costituita in potenza unitaria, divenne una minaccia, un pericolo per la libertà di tutta l’Europa. Oggi la Germania è la servilità brutale e trionfante.


Per mostrare come l’idealismo teorico si trasforma incessantemente e fatalmente in materialismo pratico, non vi è che da citare l’esempio di tutte le Chiese apostoliche e romane. Che vi è di più sublime, nel senso ideale, di più disinteressato, di più distaccato da tutti gl’interessi di questa terra, della dottrina di Cristo predicata da tutta la Chiesa? E che vi è di più brutalmente materialista della pratica costante di questa stessa Chiesa, dall’ottavo secolo, allorché cominciò a costituirsi in potenza? Quale è stato e quale è l’oggetto principale di tutti i suoi litigi contro i sovrani d’Europa? I suoi beni temporali, le sue rendite prima, e in seguito la sua potenza temporale, i suoi privilegi politici.

È necessario renderle questa giustizia, che essa è stata la prima a scoprire, nella storia moderna, questa verità incontestabile – ma pochissimo cristiana – che la ricchezza è la potenza, lo sfruttamento economico e l’oppressione politica delle masse, sono i due termini inseparabili del regno dell’idealità divina sulla terra; in quanto la ricchezza consolida e aumenta la potenza, la potenza scopre e crea sempre nuove sorgenti di ricchezza e tutte e due assicurano ben meglio del martirio e della fede degli apostoli, meglio della grazia divina, il successo della propaganda cristiana. È una verità storica che le Chiese o piuttosto le sette protestanti non disconoscono certo.

Io parlo naturalmente delle Chiese indipendenti dell’Inghilterra, dell’America, della Svizzera, non delle Chiese ufficiali della Germania. Queste non hanno iniziativa propria, fanno tutto ciò che i loro maestri, i loro sovrani temporali, che sono nello stesso tempo i loro capi spirituali, ordinano loro di fare. Si sa che la propaganda protestante, quella dell’Inghilterra e dell’America soprattutto, si connette direttamente alla propaganda degli interessi materiali e commerciali di queste due grandi nazioni; ed è anche noto come questa propaganda non abbia punto per oggetto la ricchezza e la prosperità materiale dei paesi nei quali entra in nome della parola di Dio, ma invece mira allo sfruttamento di codesti paesi, a vantaggio della prosperità materiale di determinate classi che nel loro proprio paese non hanno per funzione che lo sfruttamento e la depredazione.

In una parola, non è affatto difficile provare con la storia alla mano, che la Chiesa, che tutte le Chiese cristiane e non cristiane, a parte la loro propaganda spirituale; e probabilmente per accelerarne e consolidarne i successi, non hanno mai trascurato di organizzarsi in grandi compagnie per lo sfruttamento economico delle masse, sotto la protezione e con la benedizione diretta e speciale d’una divinità qualunque. Neppure è difficile provare che tutti gli Stati i quali alla loro origine – con le loro istituzioni politiche e giuridiche e le loro classi dominanti e privilegiate – non furono che succursali temporali di queste diverse Chiese, non ebbero altro scopo che questo stesso sfruttamento a profitto di minoranze laiche, indirettamente legittimate dalla Chiesa. Da ultimo, è facile dimostrare che, in generale, l’azione del buon Dio e di tutte le idealità divine sulla terra, finì sempre e dappertutto per fondare il prospero materialismo di un piccolo numero sull’idealismo fanatico delle masse costantemente affannate.

La nostra storia contemporanea ne è una prova. Ad eccezione di quei cuori generosi, e di quei grandi spiriti fuorviati a cui accennai, quali sono oggi i difensori più accaniti dell’idealismo? Anzitutto le corti dei sovrani. Furono in Francia Napoleone III con sua moglie Eugenia; e tutti i loro ministri, cortigiani, ed ex-marescialli; sono gli uomini e le donne del mondo ufficiale imperiale che hanno così bene idealizzato e salvato la Francia. Sono i loro giornalisti e i loro sapienti. E infine la nera falange dei gesuiti e delle gesuitesse di ogni genere; e tutta l’alta e media borghesia della Francia. Sono i dottrinari liberali e i liberali senza dottrina, tutti difensori accaniti dello sfruttamento borghese. In Prussia, in Germania, è Guglielmo I, il re incarnazione del buon Dio sulla terra; lo sono i suoi generali, i suoi ufficiali prussiani, tutto il suo esercito che, forte di fede religiosa, conquistò la Francia nel modo ideale che si sa. In Russia è lo zar e tutta la sua corte: e sono tutti gli strozzatori e i pii convertitori della Polonia. Per ogni dove, infine, l’idealismo religioso e filosofico non essendo l’uno che la traduzione più o meno libera dell’altro, serve di bandiera alla forza brutale e sanguinaria, serve di pretesto allo sfruttamento materiale più sfrontato; mentre al contrario la bandiera rosso-nera dell’eguaglianza economica e della giustizia sociale è sollevata dall’idealismo pratico delle masse oppresse e affamate, tendendo a realizzare la libertà e il diritto umano di ciascuno nella fratellanza di tutti gli uomini sulla terra.

Quali sono i veri idealisti, gli idealisti non dell’astrazione ma della vita, non del cielo ma della terra, e quali sono invece i materialisti?

È evidente che l’idealismo teorico o divino ha per condizione essenziale il sacrificio della logica, della ragione umana, la rinuncia alla scienza. Si vede, d’altra parte, che, seguendo le dottrine idealistiche, si è forzatamente trascinati nel partito degli oppressori e degli sfruttatori delle masse popolari. Ecco due grandi ragioni che sembrerebbero sufficienti per allontanare dall’idealismo ogni spirito superiore ed ogni cuore elevato. Come va che, al contrario, i nostri illustri idealisti contemporanei – ai quali certamente non mancano né la mente né il cuore né i buoni intendimenti, e che hanno dedicata la loro esistenza intera al servizio dell’umanità – come va che essi si ostinano a rimanere tra i rappresentanti d’una dottrina ormai condannata e disonorata?


Siamo costretti a ritenere che vi siano spinti da una ragione potentissima. Questa non può essere né la logica né la scienza, giacché la logica e la scienza hanno pronunciato il loro verdetto contro le dottrine idealistiche. Non possono essere nemmeno gli interessi personali, poiché questi uomini sono infinitamente superiori a tutto ciò che porta un tal nome. Bisogna dunque che sia una potente ragione morale. Quale? Non ve ne può essere che una. Codesti uomini illustri pensano, senza dubbio, che le teorie e le credenze idealistiche siano essenzialmente necessarie alla dignità e alla grandezza morale dell’uomo, e che le teorie materialiste, al contrario, lo abbassino al livello delle bestie.

E se il vero fosse precisamente l’opposto?

Ogni sviluppo, come già dissi, implica negazione del punto di partenza. La base o il punto di partenza, secondo la scuola materialista, essendo materiale, la negazione deve essere necessariamente ideale. Partendo dalla totalità del mondo reale ovvero da ciò che si chiama astrattamente materia, la scuola materialista arriva logicamente a una reale idealizzazione e cioè all’umanizzazione, all’emancipazione piena ed intera della società umana. Al contrario e per la stessa ragione, la base e punto di partenza della scuola idealistica essendo l’ideale, essa arriva forzatamente alla materializzazione della società, all’organizzazione d’un dispotismo brutale e di uno sfruttamento iniquo, ignobile, sotto la forma della Chiesa e dello Stato.

Lo sviluppo storico dell’uomo, secondo la scuola materialistica, è un’ascensione progressiva; nel sistema idealistico, non può essere che una caduta continua.

Qualunque sia la questione umana che si voglia considerare, si riesce sempre a trovare questa contraddizione essenziale tra le due scuole. Così, come ho già fatto osservare, il materialismo parte dall’animalità per costituire l’umanità; l’idealismo parte dalla divinità per costituire la schiavitù e condannare le masse ad una animalità senza uscita. Il materialismo nega il libero arbitrio e finisce alla costituzione della libertà; l’idealismo nel nome della dignità umana, proclama il libero arbitrio, e sulle rovine di ogni libertà fonda l’autorità. Il materialismo respinge il principio d’autorità perché lo considera, con ragione, come il corollario dell’animalità, e ritiene al contrario che il trionfo dell’umanità, scopo e significato principale della storia, non sia realizzabile che nella libertà. In una parola, voi troverete sempre gli idealisti in flagrante delitto di materialismo pratico; mentre vedrete i materialisti proseguire e realizzare le aspirazioni, i pensieri più vastamente ideali.

La storia, nel sistema degli idealisti, non può essere che una decadenza continua. Essi incominciano con una caduta terribile, da cui non si rileveranno mai: e cioè con il salto mortale, dalle regioni sublimi dell’idea pura e assoluta, alla materia. E in quale materia? Non nella materia eternamente attiva e mobile, piena di proprietà e di forze, di vita e d’intelligenza, quale si presenta a noi nel mondo reale; ma nella materia astratta, impoverita, ridotta alla miseria assoluta, quale la concepivano i teologi e i metafisici che le hanno tolto tutto per dare tutto al loro Dio; in una materia che, priva di azione e di ogni movimento proprio, non rappresenta, in opposizione all’idea divina, che la stupidità, l’impenetrabilità, l’inerzia e l’immobilità assolute.

La caduta è così terribile, che la divinità stessa perde la nozione di se medesima, e si trova forzata a fare dei miracoli! Perché dal momento che la materia è inerte, ogni movimento che si produce nel mondo è un miracolo, e non può essere che l’effetto d’un intervento provvidenziale, dell’azione di Dio sulla materia. Ed ecco che questa povera divinità, quasi annientata dalla sua situazione, resta per qualche migliaio di secoli nel suo svenimento, poi si risveglia lentamente, sforzandosi invano di ripigliare qualche vaga memoria di sé; e ogni movimento, che essa fa a tale scopo nella materia, diventa una creazione, una nuova formazione, un miracolo nuovo. In questo modo essa passa per tutti i quadri della materialità e della bestialità, dapprima gas, corpo chimico o composto, minerale; e si spande in seguito sulla terra come organizzazione vegetale e animale, poi si concentra nell’uomo. Qui sembra debba trovare se stessa; perché essa accende in ciascun essere umano una scintilla angelica, una piccola parte del proprio essere divino, l’anima immortale.

Come ha potuto mai accadere che una cosa assolutamente immateriale sia venuta a risiedere in una cosa assolutamente materiale: come mai il corpo può contenere, rinserrare, limitare, paralizzare lo spirito puro? Ecco ancora una delle questioni che solo la fede può risolvere, la fede che è affermazione appassionata e stupida dell’assurdo. Questo è il più grande dei miracoli. Qui non dobbiamo fare altro che constatare gli effetti, le conseguenze pratiche di un tale miracolo.

Dopo migliaia di secoli di vani sforzi per rinvenire in sé, la divinità, perduta e sparsa nella materia che essa anima e mette in movimento, trova un punto d’appoggio, una sorta di focolare per il proprio raccoglimento. È l’uomo, ossia la sua anima immortale imprigionata in un corpo mortale. Ma ogni uomo individualmente considerato è infinitamente ristretto, è troppo piccolo per rinserrare l’immensità divina; non può contenerne che una piccolissima parte, immortale come il Tutto, ma infinitamente più piccola del Tutto. Ne risulta che l’Essere assolutamente immateriale, lo spirito, è divisibile come la materia. Ecco ancora un mistero di cui bisogna lasciare la soluzione alla fede.

Se Dio tutto intero potesse abitare in ciascun uomo, ciascun uomo sarebbe Dio. Noi avremmo allora un’immensa quantità di dèi, ciascuno dei quali si troverebbe limitato da tutti gli altri, e non essendo per questo meno infinito; contraddizione che implicherebbe necessariamente la mutua distruzione degli uomini, l’impossibilità che ce ne fosse più d’uno. Quanto alle particelle, è un’altra cosa; nulla di più ragionevole, in effetti, che una particella sia limitata da un’altra, e che essa sia più piccola del tutto. Ma qui si presenta un’altra contraddizione. Essere più grande o più piccolo è attributo della materia, non dello spirito come l’intendono gli idealisti. È vero che, secondo i materialisti, lo spirito non è che il funzionamento dell’organismo affatto materiale dell’uomo, e la grandezza o piccolezza dello spirito dipendono dalla più o meno grande perfezione materiale dell’organismo umano. Ma questi stessi attributi di limitazione e di grandezza relativa non possono essere assegnati allo spirito quale è concepito dagli idealisti, allo spirito assolutamente immateriale, allo spirito esistente fuori di ogni materia. In tale concetto non vi è più grande né più piccolo, anzi non vi sono limiti per gli spiriti, perché non vi è che uno spirito solo: Dio. Se si aggiunge che le particelle infinitamente piccole e limitate che costituiscono le anime umane sono nello stesso tempo immortali, si toccherà il colmo della contraddizione. Ma è una questione di fede. Passiamo oltre.

Ecco dunque la Divinità frantumata e alloggiata, per parti infinitamente piccole, in una immensa quantità di esseri di ogni sesso, di ogni età, di ogni razza e di tutti i colori. È questa una situazione eccessivamente incomoda e infelice, perché le parti divine si riconoscono così poco tra loro al principio della loro esistenza umana, che cominciano con il divorarsi a vicenda. Ciò non di meno, in mezzo a tale stato di barbarie e di brutalità del tutto animale, queste parti divine, che sono le anime umane, conservano come un vago ricordo della loro divinità primitiva, e sono invincibilmente trascinate verso il loro Tutto; si cercano fra loro e cercano il Tutto, la divinità medesima, sparsa e sperduta nel mondo materiale, che si cerca negli uomini; ed è talmente istupidita in questa moltitudine di prigioni umane nelle quali si trova, che, cercandosi, commette follia su follia.

Cominciando dal feticismo, essa cerca e adora se stessa, ora in una pietra, ora in un pezzo di legno, ora in un cencio. È anche probabilissimo che essa non sarebbe mai uscita dalla pietra o dal cencio, se l’altra divinità, che non si è lasciata incorporare nella materia, conservandosi allo stato di spirito puro nelle altezze sublimi dell’ideale assoluto, o nelle regioni celesti, non avesse avuto pietà di lei.

Ecco un nuovo mistero. Il quale consiste nella divinità che si scinde in due parti: egualmente infinite tutte due, e di cui l’una Dio Padre – si conserva nelle pure regioni immateriali; – l’altra – Dio figlio – si lascia incarnare nella materia. Vedremo presto, tra queste due divinità separate l’una dall’altra, stabilirsi rapporti continui dall’alto in basso e dal basso in alto; e questi rapporti, considerati come un solo atto eterno e costante, costituiranno il Santo Spirito. Tale è, nel suo vero senso teologico e metafisico, il grande, il terribile mistero della Trinità cristiana.

Ma abbandoniamo al più presto queste altezze, e vediamo quel che accade sulla terra.

Dio padre, vedendo dall’alto della sua magnificenza eterna, che il povero Dio figlio schiacciato, istupidito dalla sua caduta, si è talmente disteso e perduto nella materia, che, formato allo stato umano non riesce a ritrovarsi, si decide e venirgli in aiuto. Tra questa immensa quantità di parti immortali, divine e infinitamente piccole, nelle quali il Dio figlio si è disseminato al punto di non poter riconoscersi, il Dio padre sceglie quelle che maggiormente gli piacciono, da esse prende i suoi ispirati, i suoi profeti, gli uomini di genio virtuoso, i grandi benefattori e legislatori dell’umanità: Zoroastro, Buddha, Mosè, Confucio, Licurgo, Solone, Socrate, il divino Platone e soprattutto Gesù Cristo, la completa realizzazione di Dio figlio, raccolto finalmente e concentrato in una sola persona umana; vi prende tutti gli Apostoli, S. Pietro, S. Paolo, S. Giovanni, Costantino il grande, Maometto, poi Gregorio VII, Carlo Magno, Dante, secondo alcuni, e così Lutero, Voltaire, Rousseau, Robespierre e Danton e molti altri grandi e santi personaggi di cui è impossibile ricordare tutti i nomi, ma tra i quali, come russo, prego di non dimenticare S. Nicola.

Eccoci dunque arrivati alla manifestazione di Dio sulla terra. Ma non appena Dio appare, l’uomo si annienta. Si dirà che non si annienta poiché è egli stesso una particella di Dio. Scusate! Io ammetto che la particella d’un tutto determinato, limitato, sia per quanto piccola, una quantità o una grandezza positiva. Ma una particella dell’infinitamente grande, paragonata appunto a questo, è infinitamente piccola. Moltiplicate dei miliardi: il loro prodotto, in confronto dell’infinitamente grande, sarà infinitamente piccolo, e l’infinitamente piccolo è uguale a zero. Dio è tutto, dunque l’uomo e tutto il mondo reale con lui, l’universo, sono nulla. Voi non uscirete di lì.

Dio appare, l’uomo si annienta; più la Divinità si fa grande e più l’umanità diventa miserabile. Ecco la storia di tutte le religioni: ecco l’effetto di tutte le ispirazioni e di tutte le legislazioni divine. Nella storia, il nome di Dio è la terribile clava con la quale uomini diversamente ispirati, i cosiddetti grandi geni, hanno abbattuto la libertà, la dignità, la ragione e la prosperità degli uomini.

Abbiamo avuto prima la caduta di Dio. Abbiamo ora una caduta che c’interessa assai quella dell’uomo, causata dalla sola apparizione di Dio sulla terra.

Vedete dunque in quale errore profondo si trovano i nostri cari ed illustri idealisti. Parlando di Dio essi credono e vogliono elevarci, emanciparci, nobilitarci, e al contrario ci schiacciano e ci avviliscono. Con il nome di Dio essi immaginano di potere fondare la fratellanza fra gli uomini, ed invece creano l’orgoglio e il disprezzo; seminano la discordia, l’odio, la guerra; fondano la schiavitù. Perché con Dio vengono i diversi gradi d’ispirazione divina; l’umanità si divide in uomini ispiratissimi, meno ispirati, non ispirati. Tutti sono egualmente nulla davanti a Dio, è vero, ma confrontati, gli uni agli altri, gli uni sono più grandi degli altri; non solamente di fatto, ciò che non avrebbe importanza perché una ineguaglianza di fatto si perde da se stessa nella collettività quando non può connettersi ad alcuna finzione o istituzione legale; ma la ineguaglianza consiste nel diritto divino della ispirazione: il che costituisce una ineguaglianza, fissa, costante, pietrificata. I più ispirati devono essere ascoltati ed obbediti dai meno ispirati, dai non ispirati. Ecco il principio dell’autorità ben stabilito e con esso le due istituzioni fondamentali della schiavitù: la Chiesa e lo Stato.


Di tutti i dispotismi, quello dei dottrinari o degli ispirati religiosi è il peggiore. Essi sono così gelosi della gloria del loro Dio e del trionfo della loro idea, che non resta loro più cuore né per la libertà né per la dignità, e nemmeno per le sofferenze degli uomini viventi, degli uomini reali. Il divino zelo, la preoccupazione delle idee, finiscono per disseccare nelle anime più affettuose, nei cuori più compassionevoli, le sorgenti dell’amore umano. Considerando tutto ciò che è, tutto ciò che si fa nel mondo dal punto di vista dell’eternità o dell’idea astratta, essi trattano con disdegno ogni cosa mondana; essi stessi non sono che esseri che passano, e che, una volta passati, vengono sostituiti da altri passeggeri. Ciò che vi è di permanente o di relativamente eterno è l’umanità che costantemente si sviluppa da una generazione all’altra. Io dico relativamente eterno, perché il nostro pianeta, una volta distrutto, – non può mancare di perire prima o poi, ogni cosa che ha cominciato dovendo necessariamente finire, – una volta scomposto per servire senza dubbio come elemento a qualche formazione nuova nel sistema dell’universo, chi sa che cosa diverrà di tutti i nostri sviluppi umani? Tuttavia, il momento di questa dissoluzione essendo immensamente lontano da noi, possiamo ben considerare, relativamente alla vita umana, che è così breve, l’umanità come eterna. Ma questo fatto dell’umanità progressiva non è reale e vivente che per le sue manifestazioni in tempi determinati, in luoghi determinati, in uomini viventi, e non nella sua idea generale.


L’idea generale è sempre un’astrazione, e per ciò stesso, una negazione della vita reale. La scienza non più cogliere nei fatti reali che il loro senso generale, i loro rapporti, le loro leggi, in una parola ciò che è permanente nella loro trasformazione continua, ma non già il loro lato individuale e palpitante di realtà e di vita. La scienza comprende il pensiero della realtà, non la realtà stessa; il pensiero della vita, non la vita. Ecco il suo limite, il solo limite, che essa non può varcare perché è un limite dato dalla natura stessa del pensiero, che è l’unico organo della scienza.

Da questo suo carattere derivano i diritti incontestabili e la missione della scienza, ma ne derivano altresì la sua impotenza vitale e la sua azione malefica, ogni volta che i suoi rappresentanti si arrogano il diritto di governare la vita.

La missione della scienza è di constatare i rapporti generali delle cose; riconoscendo le leggi generali inerenti dello sviluppo dei fenomeni del mondo fisico e del mondo sociale, essa assicura il cammino progressivo dell’umanità.

In una parola, la scienza è la bussola della vita; ma non è la vita. La scienza è immutabile, impersonale, generale, insensibile, come le leggi di natura che essa interpreta e riproduce. (La scienza stessa è il prodotto di un organo materiale: il cervello).

La vita è tutta fuggitiva e passeggera, ma palpitante di realtà ed individualità, di sensibilità, di sofferenze, di gioie, di aspirazioni, di bisogni e di passioni. È essa sola che crea le cose e gli esseri reali.

La scienza non crea nulla, constata e riconosce solamente le creazioni della vita. E tutte le volte che gli uomini di scienza, uscendo dal loro mondo astratto, si occupano del mondo reale, tutto ciò che propongono o creano è povero, ridicolmente astratto, privo di sangue e di vita, nato morto, simile all’homunculus creato da Wagner, il discepolo pedante dell’immortale dottor Faust. Ne risulta che la scienza ha per missione unica di rischiarare la vita, non di governarla.

Il governo della scienza e degli uomini della scienza, fossero anche dei positivisti discepoli di Auguste Comte, fossero anche dei discepoli della scuola dottrinaria del socialismo tedesco, non può essere che impotente, ridicolo, inumano, crudele, oppressivo, sfruttatore, malefico. Si può dire degli uomini di scienza, come tali, ciò che si disse dei teologi e dei metafisici: essi non hanno né senso né cuore per gli esseri individuali e viventi. Ne di ciò si deve far loro rimprovero, perché è conseguenza naturale del loro mestiere. Come uomini di scienza, essi non possono interessarsi che delle generalità e delle leggi assolute. Come i preti, gli scienziati formano una casta a parte, e non potendo fare delle esperienze sui corpi umani vivi, non cercheranno di meglio che di farne sul corpo sociale. Ecco ciò che bisogna assolutamente impedire.

La scienza è così poco atta ad afferrare l’individualità d’un uomo come quella d’un coniglio. Non già che ignori il principio d’individualità; – lo comprende perfettamente come principio, se non come fatto.

Essa sa che l’uomo, ultimo e più perfetto animale di questa terra, presenta l’individualità più completa e più notevole per effetto della sua facoltà di concepire, concretare e personificare nella sua esistenza sociale e privata, la legge universale. La scienza sa infine, allorché non è viziata dal dottrinarismo teologico o metafisico, politico o giuridico, o da meschino orgoglio, che il rispetto dell’uomo è la legge suprema dell’umanità, e che il grande, il vero scopo della storia, il solo legittimo, è l’umanizzazione e l’emancipazione, è la libertà reale, la prosperità di ciascun individuo vivente nella società. Perché, a meno di ricadere nelle finzioni liberticide del bene pubblico rappresentato dallo Stato, finzioni fondate sempre sull’immolazione sistematica del popolo, e pur forza riconoscere che la libertà e la prosperità collettiva non esistono che a condizione di rappresentare la somma delle libertà e delle prosperità individuali.

La scienza sa tutte queste cose, ma essa non va e non può andare oltre. Essa si occupa degli individui in generale, ma non del tale o tal altro, che non esistono, che non possono esistere per lei. I suoi individui non sono altro che astrazioni.

Eppure non sono le individualità astratte che fanno la storia, ma gli individui operanti e viventi. Le astrazioni camminano portate dagli uomini reali; ma per questi esseri, fatti di idee, di carne e di sangue, la scienza non ha cuore. Essa, tutt’al più, li considera come carne sviluppata intellettualmente e socialmente. Che le importano le condizioni particolari di Pietro e di Giacomo? Essa si renderebbe ridicola se volesse valersene altrimenti che come esemplificazioni in appoggio delle sue teorie eterne.

La sua missione è di occuparsi della situazione e delle condizioni generali della esistenza e dello sviluppo della specie umana in generale; delle cause della sua prosperità, della sua decadenza e dei mezzi atti a farla progredire.

Non bisogna chiedere di più alla scienza; e sarebbe disastroso affidarle la missione di reggitrice dei popoli, poiché essa continuerebbe a ignorarne i destini. Ma i suoi rappresentanti patentati, uomini niente affatto astratti, vivissimi, con interessi molto reali, cedendo all’influenza perniciosa che il privilegio fatalmente esercita sugli uomini, li scorticherebbero in nome della scienza, come li hanno scorticati i preti, i politicanti di ogni colore e gli avvocati, nel nome di Dio, dello Stato e del Diritto giuridico.

E il mio grido è fino ad un certo punto, rivolta della vita contro la scienza, non per distruggerla – il che sarebbe un delitto di lesa umanità – ma contro il governo della scienza.


Finora tutta la storia umana è stata una immolazione perpetua e sanguinosa di milioni di poveri esseri umani in onore d’una astrazione spietata qualunque: Dio, Patria, potenza dello Stato, onore nazionale, diritti storici, diritti giuridici, libertà politica, bene pubblico.

Tale fu sino ad oggi il movimento naturale, spontaneo e fatale delle società umane. Perché non bisogna ingannarsi: anche dando ampia parte agli artifici machiavellici delle classi governanti, dobbiamo riconoscere che nessuna minoranza sarebbe stata abbastanza potente per imporre tutti questi orribili sacrifici alle masse, se non vi fosse stato in queste un movimento vertiginoso, spontaneo, che le spingesse sempre a sacrificarsi, ora all’una, ora all’altra di codeste astrazioni che, vampiri della storia, si sono sempre nutrite di sangue umano.

Ben si comprende che i teologi, i politicanti e i giuristi trovino tutto ciò ammirevole. Sacerdoti di codeste astrazioni, essi non vivono che della continua immolazione delle masse popolari. Che la metafisica vi si presti non ci deve meravigliare. Essa non ha altra missione che legittimare e fare apparire razionale quel che è iniquo e assurdo. Ma che la scienza positiva abbia mostrato le stesse tendenze, ecco ciò che dobbiamo deplorare. La scienza deve essere un mezzo per la realizzazione di uno scopo ben più alto: quello della completa umanizzazione di tutti gl’individui in carne ed ossa, che nascono, vivono e muoiono sulla terra.


L’immenso vantaggio della scienza positiva sulla teologia, sulla metafisica, sulla politica e sul diritto giuridico consiste in questo: che al posto delle astrazioni menzognere e funeste, proclamate da queste dottrine, essa pone astrazioni vere, rapporti e leggi generali del loro sviluppo. Ecco ciò che le assicurerà sempre una grande posizione nella società, perché essa costituirà la sua coscienza collettiva.

La scienza dell’avvenire dovrà procedere diversamente da come procedettero le dottrine del passato. Queste si sono avvalse dell’ignoranza delle masse per sacrificarle alle loro astrazioni sempre lucrative per coloro che le rappresentarono in carne ed ossa.

La vera scienza della storia non esiste ancora; ed è molto se incominciamo ad intravedere oggi le sue linee estremamente complicate.

I miliardi di individui che hanno fornito la materia vivente e dolorosa per la storia – ad un tempo trionfale e lugubre – non trovano il minimo posto nei nostri annali. Essi vissero e furono schiacciati per il bene dell’umanità astratta. Ecco tutto!

Gli individui che compongono le masse sono inafferrabili nel presente come nel passato. La stessa scienza sociale, continua ad ignorarli.

Ma noi abbiamo diritto d’esigere, dalla scienza sociale, – scienza dell’avvenire – che ci indichi con mano fedele e sicura le cause generali delle sofferenze individuali – e tra queste, essa non dimenticherà senza dubbio l’immolazione e la subordinazione, ancora troppo frequente, purtroppo! degli individui viventi alle generalità astratte, mostrandoci nello stesso tempo le condizioni generali necessarie all’emancipazione reale degli individui viventi nella società.

Ecco la sua missione; ecco anche i limiti, al di là dei quali la scienza sociale non potrebbe essere che impotente e funesta. Al di là di questi limiti cominciano le pretese dottrinarie, le pretese di governo da parte dei suoi rappresentanti patentati, dei suoi sacerdoti. È tempo di finirla con questi pontefici, dovessero anche darsi il nome di democratici socialisti.

Ancora una volta, l’unica missione della scienza è quella di illuminare la via. Ma liberata da tutte le pastoie dottrinarie e di governo, resa alla vastità della sua azione, che la vita sola può creare.


Come risolvere questa antinomia?

Da un lato la scienza è indispensabile all’organizzazione razionale della società, d’altro lato essa è incapace di interessarsi a ciò che è vivo e reale.

Questa contraddizione non può essere risolta che in un modo solo: è necessario che la scienza non resti più fuori dalla vita di tutti, avendo per rappresentante un corpo di sapienti brevettati, ma bisogna che si immedesimi e si fonda con le masse. La scienza, essendo ormai chiamata a rappresentare la coscienza collettiva della società, deve realmente diventare proprietà di tutti. Per tal modo, nulla perderà del suo carattere universale, che non potrà mai abbandonare sotto pena di cessare d’essere la scienza. Si formerà così un movimento analogo a quello che fece dire ai predicatori protestanti agli inizi della riforma religiosa, che non vi era più bisogno di preti per l’uomo ormai divenuto prete di se stesso, da che ogni uomo, grazie all’intervento invisibile del Signore Gesù Cristo, era finalmente riuscito ad ingoiare il suo buon Dio.

Ma qui non si tratta né di Gesù Cristo né del buon Dio né della libertà politica né del diritto giuridico, tutte cose teologicamente o metafisicamente rivelate, e tutte egualmente indigeste. Il mondo scientifico non è una rivelazione, ma una conoscenza reale. Però finché esso forma una regione rappresentata solo dal corpo dei sapienti, questo mondo scientifico minaccia di prendere, in rapporto al mondo reale, il posto del buon Dio, riservando ai suoi rappresentanti patentati l’ufficio di preti.

È per questo che necessita rompere l’organizzazione speciale dei sapienti grazie all’istruzione generale, eguale per tutti e per tutte, affinché le masse, cessando di essere mandrie condotte e tosate da preti privilegiati, possano prendere nelle loro mani la direzione dei loro destini.


La scienza divenendo patrimonio di tutti guadagnerà in utilità ciò che avrà perduto in ambizione ed in pedanteria dottrinaria; il che non impedirà agli uomini di genio, meglio disposti alle speculazioni scientifiche, di dedicarsi esclusivamente ai problemi che più li interessano, rendendo grandi servigi all’umanità solamente, essi non potranno ambire ad altra influenza sociale che quella esercitata naturalmente dalle intelligenze superiori, né avere altra ricompensa che la soddisfazione di un nobile impulso.

Ma fintanto che le masse non saranno arrivate a questo grado di istruzione, dovranno lasciarsi governare dagli uomini di scienza? No certo. Varrebbe meglio per esse fare a meno della scienza, piuttosto che lasciarsi governare dagli scienziati.

Il governo di questi uomini avrebbe per prima conseguenza di rendere la scienza inaccessibile al popolo, perché le istituzioni attuali della scienza sono essenzialmente aristocratiche, ed il loro reggimento sarebbe capace di paralizzare la vita, perché la vita non la scienza crea la vita.

Senza dubbio sarebbe una grande fortuna se la scienza potesse, sin d’ora, illuminare il cammino del popolo verso la sua emancipazione.


Non inutilmente i popoli hanno percorso una lunga carriera storica, pagando i propri errori con secoli di miseria. Il riassunto di questa dolorosa esperienza costituisce una scienza tradizionale, cioè la conoscenza della scienza storica.

Inoltre una parte della gioventù studiosa, tra i figli dei borghesi, sentiranno abbastanza odio contro la menzogna, l’ipocrisia, l’ingiustizia e la viltà della loro classe, e troveranno in sé coraggio ed entusiasmo sufficienti per abbracciare senza riserve la giusta e umana causa del proletariato; costoro saranno gli istruttori fraterni del popolo, e grazie a loro, non si saprà che farne del governo dei sapienti.


Ma se il popolo deve guardarsi dal governo dei sapienti, a più forte ragione deve premunirsi contro quello degli idealisti ispirati.

Più i credenti ed i preti del cielo sono sinceri, tanto più sono dannosi.

Ho detto che l’astrazione scientifica è una astrazione razionale, vera nella sua essenza, necessaria alla vita, e che teoricamente ne rappresenta la coscienza. Essa può e deve essere assorbita nella vita.

L’astrazione idealista, invece, Dio, è un veleno corrosivo che distrugge e decompone la vita, falsandola.

L’orgoglio degli idealisti, non essendo personale, ma divino, è irascibile e implacabile. L’idealista morirà, ma non cederà, persistendo ad assoggettare gli uomini al suo Dio. Così i luogotenenti della Prussia, gli idealisti pratici della Germania, hanno voluto schiacciare i popoli sotto lo stivale speronato del loro imperatore.

Il risultato della fede è sempre quello: la schiavitù; e, nello stesso tempo, il trionfo del materialismo il più brutale. Non c’è bisogno di dimostrarlo per la Germania.


L’uomo, come tutta la natura vivente, è un essere completamente materiale e l’intelligenza è l’unica creatrice di tutto il nostro mondo ideale.

Noi sappiamo con certezza che l’esperienza dei fatti verificabili nell’uomo e negli animali anche di specie inferiori sono prova di intelligenza; intelligenza che tanto più si sviluppa quanto più l’organizzazione della specie progredisce.

L’esperienza universale, che è l’unica sorgente di tutte le nostre cognizioni, ci dimostra dunque che ogni intelligenza emana sempre da un corpo animale qualunque, e che l’intensità, la potenza di questa funzione dipendono dalla relativa perfezione dell’organismo.

Questo risultato dell’esperienza universale, vale non solo per le diverse specie animali, ma noi lo constatiamo egualmente negli uomini, la cui potenza intellettuale e morale dipende in modo evidente dalla perfezione più o meno grande del loro organismo come razza, nazione, individui, sì che non è necessario insistere su questo punto.

D’altra parte è certo che nessun uomo ha mai visto né potuto vedere lo spirito puro, separato da un corpo animale qualunque. E se nessuno l’ha visto, come hanno potuto gli uomini credere alla sua esistenza?

Bisogna distinguere l’esperienza universale, sulla quale si fonda la scienza, dalla fede universale, sulla quale gli idealisti appoggiano le loro credenze; la prima è una constatazione reale dei fatti, la seconda non è che una supposizione di fatti che nessuno ha visto.

Gli idealisti, tutti coloro che credono alla immaterialità ed alla immortalità dell’anima umana devono ben trovarsi impacciati dalla differenza che esiste tra l’intelligenza delle razze, dei popoli, degli individui, a meno di supporre che le particelle diverse siano state irregolarmente distribuite, come spiegare questa differenza? – Sventuratamente vi è un numero considerevole di uomini stupidi fino all’idiotismo. Avranno essi, dunque, ricevuto in dono una particella divina e stupida ad un tempo? Per togliersi d’imbarazzo gli idealisti affermano che tutte le anime umane sono uguali, ma che i corpi in cui esse sono racchiuse sono diversi. Ma queste distinzioni cadono nell’inconseguenza e nel materialismo più grossolano; perché, data la assoluta immaterialità dell’anima, tutte le differenze corporali scompaiono.

L’abisso che separa l’anima dal corpo, l’assoluta immaterialità dalla materialità assoluta è incolmabile. Per conseguenza, tutte le differenze, d’altronde inesplicabili e logicamente impossibili, non devono avere influenze sull’anima, non possono e non devono esercitare su di essa alcuna influenza.

Di tutte le immaginazioni generate dalla ignoranza e dalla stupidità primitiva degli uomini, quella di un’anima immateriale imprigionata in un corpo materiale, è certamente la più grossolana, la più stupida, né vi è cosa che provi meglio l’onnipotenza esercitata dai pregiudizi il vedere uomini dotati di alta intelligenza parlare ancora di questa bizzarra unione.


L’esempio che ci offrono i fanciulli e gli adolescenti e anche molti uomini che hanno da anni varcata l’età maggiore, ci prova che l’uomo può esercitare lungamente le sue facoltà mentali prima di rendersi conto del modo con cui le esercita. In questo periodo del funzionamento dello spirito incosciente di se stesso, l’uomo, assediato dal mondo esteriore, spinto da questo stimolo interno che si chiama la vita, e dai molteplici bisogni di questa, crea una quantità d’immaginazioni, di nozioni e di idee necessariamente imperfette, pochissimo conformi alla realtà delle cose e dei fatti che esse si sforzano d’esprimere. Non avendo ancora la coscienza della propria azione intelligente, non sapendo ancora che egli stesso ha prodotto e continua a produrre queste immaginazioni, queste idee e nozioni, ignorando la loro origine tutta soggettiva, e cioè umana, egli deve naturalmente considerarle come esseri oggettivi, come esseri reali, affatto indipendenti da lui, esistenti per se stessi ed in se stessi.

È così che i popoli primitivi, emergendo lentamente dalla loro innocenza animale, crearono i loro dèi. Una volta creati, non sospettando di essere essi i creatori, li hanno adorati; considerandoli esseri reali infinitamente superiori, hanno attribuito loro l’onnipotenza, e riconoscendosi loro creature, si sono fatti schiavi.

A misura che le idee umane si sviluppano, gli dèi, che non sono mai stati che la rivelazione fantastica, ideale, poetica dell’immagine rovesciata, s’idealizzano pur essi. Dapprima feticci grossolani, diventano a poco a poco spiriti puri, esistenti fuori del mondo visibile, e nel corso della storia finiscono per confondersi in un solo essere divino, spirito puro, eterno, assoluto, creatore e padrone dei mondi.

In tutto lo sviluppo, giusto o falso, reale o immaginario, collettivo o individuale, difficile è sempre il primo atto. Una volta varcata la soglia, il resto si sviluppa naturalmente come una conseguenza necessaria.

Quel che era difficile nello sviluppo storico di questa follia religiosa che continua ad assediarci era di porre un mondo divino fuori del mondo reale.

Questo primo atto di follia, così naturale dal punto di vista fisiologico, e per conseguenza necessario nella storia dell’umanità non si compì d’un colpo. Furono necessari non sappiamo quanti secoli per sviluppare e fare penetrare questa credenza nelle abitudini sociali degli uomini. Ma una volta stabilita, divenne onnipotente, come lo diviene la follia impadronendosi del cervello dell’uomo.

Prendete un pazzo, qualunque sia l’oggetto della sua pazzia, troverete che l’idea oscura e fissa che lo assedia gli pare la più naturale, e che al contrario le cose della realtà che sono in contraddizione con questa idea, gli sembrano follie ridicole e odiose.

Ebbene! la religione è una follia collettiva tanto più potente in quanto è tradizionale e la sua origine si perde nell’antichità più lontana. Come follia collettiva essa è penetrata fino al fondo dell’esistenza pubblica e privata dei popoli, si è incarnata nella società, è divenuta, per così dire, l’anima e il pensiero collettivo. Ogni uomo ne è avviluppato sin dalla nascita; la succhia con il latte di sua madre, l’assorbe con tutto ciò che tocca, con tutto ciò che vede. Ne è così ben nutrito, avvelenato, penetrato in tutto il suo essere che, più tardi, per potente che sia il suo spirito naturale, ha bisogno di fare degli sforzi inauditi per liberarsene, e non vi riesce mai in modo completo. I nostri idealisti moderni ne sono una prova e i nostri materialisti dottrinari, i conservatori tedeschi, ne sono un’altra. Essi non hanno saputo disfarsi della religione dello Stato.

Una volta ben stabilito il mondo soprannaturale nella immaginazione dei popoli, lo sviluppo dei diversi sistemi religiosi seguì il suo corso naturale e logico, conformandosi tutto, del resto, allo sviluppo contemporaneo dei rapporti economici e politici, di cui fu in ogni tempo, nel mondo della fantasia religiosa, la riproduzione fedele e la consacrazione divina. È così che la follia collettiva e storica, che si chiama religione, si sviluppa passando dal feticismo per tutti i gradi dal politeismo al monoteismo cristiano.

Il secondo passo nello sviluppo delle credenze religiose, il più difficile senza dubbio, dopo lo stabilimento d’un mondo divino separato, fu precisamente il passaggio dal politeismo al monoteismo, dal materialismo religioso dei pagani alla fede spiritualistica dei cristiani. Gli dèi pagani – e qui consiste il loro carattere principale – erano innanzi tutto dèi esclusivamente nazionali. Numerosissimi, essi conservarono un carattere più o meno materiale, o piuttosto, furono numerosi perché erano materiali, essendo la molteplice varietà uno degli attributi principali del mondo reale. Gli dèi pagani non erano ancora propriamente la negazione delle cose reali; ma ne erano l’esagerazione fantastica.

Abbiamo visto quanto questo passaggio sia costato al popolo giudaico, del quale costituì per così dire tutta la storia. Mosè e i profeti ebbero un bel predicare il Dio unico; il popolo ricadeva sempre nella sua prima idolatria, nella fede antica, e molto più naturale, in molti buoni dèi materiali, umani, palpabili. Jehovah stesso, il loro Dio unico, il Dio di Mosè e dei profeti, era ancora un Dio estremamente nazionale, che serviva per ricompensare o punire i suoi fedeli, il popolo eletto, con mezzi materiali, spesso stupidi, sempre grossolani e feroci. Non sembra neppure che la fede nella sua esistenza abbia implicato la negazione dell’esistenza degli dèi primitivi. il Dio giudaico non negava l’esistenza dei suoi rivali, solo non voleva che il suo popolo li adorasse al suo fianco. Jehovah era geloso. Il suo primo comandamento fu questo: “Io sono il tuo Dio e non adorerai altri dèi all’infuori di me”.


Jehovah non fu dunque che un primo abbozzo materiale e grossolano dell’idealismo moderno. D’altronde non era che un Dio nazionale, come il Dio slavo che adorano i generali, sudditi sottomessi e pazienti dell’Imperatore di tutte le Russie, come il Dio germanico che proclamano i pietisti, e i generali tedeschi sudditi di Guglielmo I a Berlino. L’Essere supremo non può essere un Dio nazionale, deve essere quello dell’umanità intera. L’Essere supremo non può essere nemmeno un ente materiale, deve essere la negazione di tutta la materia, lo spirito puro. Per attuare il culto dell’Essere supremo, furono dunque necessarie due cose: 1) l’attuarsi dell’umanità per mezzo della negazione delle nazionalità e dei culti nazionali; 2) uno sviluppo assai inoltrato delle idee metafisiche per spiritualizzare il grossolano Jehovah dei Giudei.


Alla prima condizione pensarono i Romani in modo assolutamente negativo; con la conquista della più gran parte dei Paesi conosciuti dagli antichi e con la distribuzione delle loro istituzioni nazionali. Grazie ad essi, l’altare d’un Dio unico e supremo poté stabilirsi sulle rovine di migliaia di altri altari. Gli dèi di tutte le Nazioni vinte, riuniti al Pantheon, si annullarono a vicenda.

Quanto alla seconda condizione, la spiritualizzazione di Jehovah, questa fu attuata dai Greci, molto prima che il loro Paese fosse conquistato dai Romani. La Grecia aveva già ricevuto dall’Oriente un mondo divino, che si era definitivamente stabilito nella fede tradizionale dei suoi popoli. In questo periodo istintivo, anteriore alla sua storia politica, essa aveva sviluppato e prodigiosamente umanizzato quel mondo per mezzo dei suoi poeti; e allorché cominciò veramente la sua storia, essa aveva pronta una religione, la più simpatica e la più nobile di tutte le religioni che siano esistite, per quel che una religione, cioè una menzogna, può essere nobile e simpatica.

I suoi grandi pensatori – né alcun popolo ne ebbe di più grandi della Grecia – trovarono il mondo divino formato e stabilito, non solamente fuori di essi, ossia nel popolo, ma anche in loro medesimi, come abitudine di sentire e di pensare, e lo presero naturalmente per punto di partenza. Fu già molto che non facessero della teologia, e cioè che non si perdessero a riconciliare la nascente ragione con le assurdità di tale o tal altro dio, come fecero poi gli scolastici nel medio evo. Essi lasciarono gli dèi fuori delle loro speculazioni e si occuparono direttamente dell’idea divina, una, invisibile, onnipotente, eterna, assolutamente spiritualistica e non personale. I metafisici greci furono dunque, molto più dei Giudei, i creatori d’un Dio cristiano. Gli Ebrei non vi aggiunsero che la brutale personalità del loro Jehovah.


Che un genio sublime come il divino Platone abbia potuto essere convinto della realtà dell’idea divina, questo ci dimostra solo quanto sia contagiosa, quanto sia potente la tradizione della follia religiosa anche sui più grandi spiriti.

D’altronde non bisogna meravigliarsene, perché anche ai nostri tempi, il più grande dei filosofi che sia esistito dopo Aristotele e Platone, Hegel, si è sforzato di porre sul trono trascendentale o celeste l’idea di Dio che Kant aveva demolito, se pure con una critica imperfetta e metafisica.

È vero che l’opera di Hegel finì per uccidere definitivamente il buon Dio, mostrando come esso sia creazione dello spirito umano; ma, per mettere fine a tutte le follie religiose e dissolvere il miraggio divino, mancò di pronunziare quella parola che fu poi detta da due grandi spiriti: Ludwig Feuerbach, discepolo e demolitore di Hegel, e da Auguste Comte, il fondatore della filosofia positiva in Francia.

Ed ecco questa parola: “La metafisica si riduce alla psicologia”.

Tutti i sistemi metafisici non sono mai stati che psicologia umana sviluppata nella storia.

Così non è difficile comprendere come siano nate le idee divine e come siano state create dalla facoltà astratta dell’uomo.

Ma all’epoca di Platone questa conoscenza era impossibile. Lo spirito collettivo e per conseguenza anche lo spirito individuale, e persino quello del più grande genio d’allora, non erano maturi per ciò. Aveva appena detto con Socrate: “Conosci te stesso”. Questa conoscenza di se stessi non esisteva che allo stato di astrazione; ma in pratica era ancor nulla.

Doveva infatti essere impossibile che lo spirito umano sospettasse di essere lui il creatore del mondo divino. Lo trovò davanti a sé, nella storia, come nel sentimento, come abitudine di pensare e ne fece necessariamente l’oggetto delle sue più alte speculazioni. E fu così che nacque la metafisica, e che le idee divine, base dello spiritualismo, furono sviluppate e perfezionate.

È però vero che, dopo Platone, vi fu nello sviluppo dello spirito come un movimento inverso. Aristotele, il vero padre della scienza e della filosofia positiva, non negò il mondo divino, ma se ne occupò il meno possibile. Egli fu il primo che studiò, da quell’analista e sperimentatore che era, la logica, le leggi del pensiero umano, e nello stesso tempo il mondo fisico, non nella sua essenza ideale, illusoria, ma nel suo aspetto reale.

Dopo di lui, i Greci di Alessandria fondarono la prima scuola di scienze positive. Essi furono atei. Ma il loro ateismo restò senza influenza sui contemporanei. La scienza andò via via a isolarsi dalla vita. Quanto alla negazione delle idee divine formulata dagli epicurei e dagli scettici, non ebbe alcuna azione sulle masse.

Un’altra scuola, assai più importante, si era formata in Alessandria. Era la scuola dei neoplatonici. Costoro confondendo in una mescolanza impura le immaginazioni dell’Oriente con le idee di Platone, furono i veri preparatori, e più tardi, gli elaboratori dei dogmi cristiani.

Così l’egoismo personale e grossolano di Jehovah, la dominazione non meno brutale dei Romani, e l’ideale speculazione metafisica dei Greci, materializzata dal contatto dell’Oriente, furono i tre elementi storici che costituirono la religione spiritualistica dei cristiani.

Un Dio che si elevava così al di sopra delle differenze nazionali di tutti i Paesi, che ne era in qualche modo la negazione diretta, doveva essere necessariamente un ente immateriale e astratto. Ma, l’abbiamo detto, una fede così strana nell’esistenza d’un essere simile non poté nascere d’un colpo. Fu lungamente preparata e sviluppata dalla metafisica greca, che per prima stabilì in forma filosofica la nozione dell’idea divina, modello eternamente riprodotto del mondo invisibile. Ma la divinità concepita dalla filosofia greca non era una divinità personale. Nessuna metafisica logica e seria potendo elevarsi o piuttosto abbassarsi all’idea d’un Dio personale, fu necessario immaginare un Dio che fosse unico e che fosse tre nel medesimo tempo. Lo si trovò nella persona brutale, egoista e crudele di Jehovah, il Dio nazionale degli Ebrei. Ma gli Ebrei, malgrado quello spirito nazionale esclusivo che li distingue anche oggi, erano divenuti davvero, ben prima della nascita di Cristo, il popolo più internazionale del mondo. Trascinati in parte come prigionieri, ma ancora più spinti da quella passione mercantile che costituisce uno dei tratti principali del loro carattere, s’erano sparsi in tutti i Paesi, portando per ogni dove il culto del loro Jehovah, al quale rimasero tanto fedeli quanto più erano da lui abbandonati.


In Alessandria il Dio terribile dei Giudei fece la conoscenza personale della divinità metafisica di Platone, già molto corrotta dal contatto dell’Oriente, e la corruppe ancora di più.

Malgrado il suo esclusivismo nazionale, geloso e feroce, esso non poté a lungo resistere alle grazie della divinità ideale e impersonale dei Greci: si fuse in essa e ne nacque il Dio spiritualista, ma non spirituale, dei cristiani. I neoplatonici d’Alessandria furono i principali creatori della teologia cristiana.

Tuttavia, la teologia non costituisce ancora la religione, allo stesso modo in cui gli elementi storici non bastano a creare la storia.

Per elementi storici intendo le condizioni generali di uno sviluppo reale, qualunque, come per esempio, la conquista del mondo da parte dei Romani, e l’incontro del Dio dei Giudei con la Divinità ideale dei Greci. Per fecondare gli elementi storici, per fare loro percorrere una serie di trasformazioni, è necessario un fatto vivente, spontaneo, senza il quale avrebbero potuto restare ancora molti secoli allo stato di elementi improduttivi. Questo fatto non manca al cristianesimo; e fu la propaganda, il martirio e la morte di Gesù Cristo.


Noi non sappiamo quasi nulla di questo personaggio, tutto ciò che ci raccontano i Vangeli essendo contraddittorio e così favoloso che appena ci è dato cogliere alcuni tratti reali e viventi. Quel che è certo è ch’egli fu l’oratore del popolo povero, l’amico, il consolatore dei miserabili, degli ignoranti, degli schiavi e delle donne, e che fu molto amato da queste ultime. Egli promise la vita eterna a tutti coloro che soffrono, il cui numero è immenso. Fu crocefisso, com’è logico, dai rappresentanti della morale ufficiale e dell’ordine pubblico dell’epoca. I suoi discepoli e i discepoli di questi poterono diffondersi, grazie alla conquista romana, e alla distruzione delle barriere nazionali, e propagandarono i Vangeli in tutti i Paesi conosciuti dagli antichi. Dappertutto furono ricevuti a braccia aperte dagli schiavi e dalle donne, le due classi più oppresse, le più sofferenti, e naturalmente le più ignoranti del mondo antico. Se essi fecero alcuni proseliti nel mondo privilegiato e letterario, lo dovettero in gran parte all’influenza delle donne. La loro propaganda più vasta s’esercitò quasi esclusivamente nel popolo infelice, istupidito dalla schiavitù. Questa fu la prima grande rivolta del proletariato.

L’onore vero del cristianesimo, il suo merito incontestabile e tutto il segreto del suo trionfo inaudito e d’altronde legittimo, è d’essersi indirizzato a questo pubblico sofferente e immenso al quale il mondo antico imponeva una servitù intellettuale e politica feroce, ricusandogli persino i diritti più semplici dell’umanità. Altrimenti non avrebbe mai potuto diffondersi. La dottrina che insegnavano gli apostoli di Gesù Cristo, benché abbia potuto parere consolante agli infelici, era troppo rivoltante, troppo assurda – dal punto di vista della ragione umana – perché uomini illuminati potessero accettarla. Con quale gioia infatti l’apostolo Paolo, parla dello “scandalo della fede” e del trionfo di questa divina follia respinta dai potenti e dai saggi del secolo, ma ancora più appassionatamente accettata dai semplici, dagli ignoranti e dai poveri di spirito!

Infatti, occorreva un ben profondo malcontento della vita, una ben grande sete di cuore ed una povertà quasi assoluta di pensiero, per accettare l’assurdità cristiana, la più mostruosa di tutte le assurdità.

Non era solamente la negazione di tutte le istituzioni politiche, sociali e religiose dell’antichità; era il rovesciamento assoluto del senso comune, di tutta la ragione umana. L’essere vivente, il mondo reale, dovevano essere considerati ormai come nulla; mentre, sorpassando le cose esistenti, e persino le idee di spazio e di tempo, l’uomo si riposa nella contemplazione del suo vuoto e della sua immobilità assoluta; è l’astrazione delle astrazioni, caput mortuum, assolutamente vuoto di ogni contenuto, il vero nulla, Dio è proclamato il solo essere reale, eterno, onnipotente. Il Tutto reale è dichiarato nulla, e il nulla assoluto è proclamato il Tutto. L’ombra diviene corpo, e il corpo svanisce come un’ombra.

So benissimo che nei sistemi teologici e metafisici orientali e soprattutto in quelli dell’India, il buddismo compreso, si trova già il principio dell’annientamento del mondo reale a profitto dell’ideale e dell’astrazione assoluta. Ma non vi è ancora il carattere di negazione volontaria e riflessa che distingue il cristianesimo. Quando codesti sistemi furono concepiti, il mondo dello spirito umano, della volontà e della libertà, non si era ancora sviluppato come lo fu di poi, nella civiltà greca e romana.

Era un’audacia ed un’assurdità senza nome, il vero scandalo della fede per le masse; era il trionfo della stupidità credente sullo spirito, e per alcuni, era l’ironia di uno spirito affaticato, corrotto, disilluso e disgustato della ricerca onesta e seria della verità; era il bisogno di stordirsi e di abbrutirsi, sogno che si riscontra spesso negli spiriti abusati.

“Credo quia absurdum”. Ossia: non credo solamente all’assurdo; ci credo precisamente e soprattutto perché è assurdo.

È così che molti spiriti distinti ed illuminati credono al magnetismo, allo spiritismo, alle tavole che girano, – e perché andare così lontano? – credono ancora al cristianesimo, all’idealismo, a Dio.


La credenza del proletariato antico, come quella del proletariato moderno, era robusta e semplice. La propaganda cristiana s’era rivolta al suo cuore, non al suo spirito, alle sue aspirazioni eterne, ai suoi bisogni, alle sue sofferenze, alla sua schiavitù, non alla sua ragione che dormiva ancora, e per la quale le contraddizioni logiche, l’evidenza dell’assurdo, non potevano esistere. La sola questione che lo interessava era di sapere quando suonerebbe l’ora della liberazione promessa, quando arriverebbe il regno di Dio. Il proletariato convertito al cristianesimo ne costituiva la potenza materiale, ma non il pensiero teorico.

Quanto ai dogmi cristiani, essi furono elaborati in una serie di lavori teologici, letterari, e nei concili, principalmente, dai neo-platonici convertiti dell’Oriente. Lo spirito greco era sceso così in basso, che nel VII secolo dell’era cristiana – epoca del primo concilio – l’idea d’un Dio personale, spirito puro, eterno, assoluto, creatore e padrone supremo, esistente fuori di noi, era unanimamente accettata dai padri della Chiesa; e come conseguenza logica di questa assurdità assoluta, diventava naturale e necessario credere alla immaterialità e all’immortalità dell’anima umana, alloggiata ed imprigionata in un corpo mortale in parte solamente, perché in questo corpo stesso, vi è una parte che, pur essendo corporale, è immortale come l’anima e deve risuscitare con essa. Tanto fu difficile, anche ai padri della Chiesa, rappresentarsi lo spirito puro, fuori da ogni forma corporale! Bisogna osservare che, in generale, il carattere di ogni ragionamento metafisico e teologico è di tentare la spiegazione di un’assurdità per mezzo di un’altra.


Fu gran ventura per il cristianesimo incontrare il mondo degli schiavi. Seguì poi un’altra fortuna; l’invasione dei barbari. Costoro erano brava gente piena di forza naturale, e soprattutto stimolata da una grande energia di vita: briganti a tutta prova, capaci di tutto devastare e di tutto ingoiare, come i loro successori, i Tedeschi attuali, ma erano molto meno sistematici e pedanti di questi ultimi, molto meno moralisti, meno sapienti, ed in compenso molto più indipendenti e più fieri, incapaci di scienza e non incapaci di libertà, come sono i borghesi della Germania moderna. Malgrado tutte le loro grandi qualità, essi non erano nulla più che barbari, e cioè indifferenti a tutte le questioni di teologia e di metafisica quanto gli schiavi antichi, un gran numero dei quali apparteneva alla loro razza. Di modo che, una volta vinte le ripugnanze pratiche, non fu difficile convertirli teoricamente al cristianesimo.

Durante dieci secoli, il cristianesimo, armato della onnipotenza della Chiesa e dello Stato e senza concorrenza alcuna, poté depravare, imbastardire e falsare lo spirito d’Europa. Non ebbe concorrenti, perché fuori della Chiesa, non vi furono né pensatori né letterati. Essa sola pensava, essa sola parlava, scriveva, essa sola insegnava. Se eresie sorgevano nel suo grembo, non toccavano mai altro che gli sviluppi teologici o pratici del dogma fondamentale, ma non già il dogma. La credenza in Dio, spirito puro e creatore del mondo, e la credenza nell’immaterialità dell’anima restavano fuori disputa. Questa doppia credenza divenne la base ideale di tutta la civiltà occidentale e orientale d’Europa; penetrò tutte le istituzioni, tutti i dettagli della vita pubblica e privata delle caste e delle masse; e, per così dire, vi si incarnò.

C’è da meravigliare, dopo ciò, che questa credenza si sia mantenuta fino ai nostri giorni, continuando ad esercitare la sua disastrosa influenza su spiriti eletti quali Mazzini, Michelet, Quinet e tanti altri? Abbiamo visto che il primo attacco fu diretto contro di essa dalla rinascenza del libero spirito al XV secolo, spirito generatore di eroi e di martiri come Vanini, Giordano Bruno, Galileo. Benché soffocato dallo strepito, dal tumulto e dalle passioni della riforma religiosa, quello spirito continua senza rumore il suo lavoro invisibile, legando ai nobili spiriti di ciascuna generazione la sua opera di emancipazione umana per la distruzione dell’assurdo, fino a che, nella seconda meta del XVIII secolo, riapparve alla luce, levando arditamente la bandiera dell’ateismo e del positivismo.

Si poté credere allora che lo spirito umano fosse vicino a liberarsi da ogni ossessione divina. Fu un errore. La menzogna di cui l’umanità era lo zimbello da diciotto secoli – per non parlare che del cristianesimo – doveva mostrarsi anche una volta più potente della verità. Non potendo più servirsi della gente nera, dei corvi consacrati dalla Chiesa, dei preti cattolici o protestanti che avevano perduto ogni credito, quella menzogna si servì dei preti laici, dei mentitori e dei sofisti in veste corta; la parte principale fu assunta da due uomini fatali; uno lo spirito più falso, l’altro la volontà più dottrinariamente dispotica dell’ultimo secolo: J.-J. Rousseau e Robespierre.

Il primo è il vero tipo dell’angustia e della meschinità ombrosa, dell’esaltazione avente per oggetto la propria persona, dell’entusiasmo a freddo e dell’ipocrisia ad un tempo sentimentale e implacabile, della menzogna dell’idealismo moderno. Si può considerarlo come il vero creatore della reazione. Mentre in apparenza è lo scrittore più democratico del XVIII secolo, in realtà cova dentro di sé il dispotismo implacabile dell’uomo di Stato. Fu il profeta dello Stato dottrinario, come Robespierre, suo degno e fedele discepolo, tentò di esserne il grande sacerdote. Avendo inteso da Voltaire che se non vi fosse Dio, bisognerebbe inventarlo, J.-J. Rousseau inventa l’Essere Supremo, il Dio astratto e sterile dei deisti. E fu in nome dell’Essere Supremo, che Robespierre ghigliottinò prima gli hebertisti, poi il genio stesso della rivoluzione, Danton, nella persona del quale assassinò la repubblica, preparando così il trionfo – divenuto necessario – della dittatura napoleonica.

Dopo il grande rinculo, la reazione idealista cercò e trovò servitori, meno fanatici e meno terribili, più adatti alle forme notevolmente immeschinite della borghesia attuale. In Francia Chateaubriand, Lamartine e – bisogna dirlo – Victor Hugo, il democratico, il repubblicano, il quasi socialista; e dopo di loro tutta la coorte malinconica, sentimentale degli spiriti deboli e pallidi che costituirono, sotto la direzione di questi maestri, la scuola romantica moderna. In Germania furono gli Schlegel, i Tieck, i Novalis, i Werner; furono gli Schelling e tanti altri, i cui nomi non meritano neppure d’essere ricordati.

La letteratura creata da questa scuola fu il regno delle ombre e dei fantasmi. Non sopportava la luce del giorno: non poteva vivere che nel chiaro-scuro. Né sopportava meglio il contatto brutale delle masse. Era la letteratura degli aristocratici delicati, distinti, aspiranti al cielo, loro patria, e viventi, quasi loro malgrado, sulla terra. Aveva in orrore e in dispregio la politica e le questioni del giorno, ma allorché per caso ne parlava, si mostrava francamente reazionaria; prendeva il partito della Chiesa contro l’insolenza dei liberi pensatori, dei re contro i popoli, e di tutti gli aristocratici contro la vile canaglia della strada.

Del resto, come abbiamo detto, ciò che dominava nella scuola del romanticismo era una indifferenza quasi completa per la politica. In mezzo alle nubi nelle quali viveva, non si potevano distinguere che due punti solidi: lo sviluppo rapido del materialismo borghese, e lo scatenarsi sfrenato delle vanità individuali.


Per comprendere codesta letteratura romantica, bisogna cercarne la ragion d’essere nella trasformazione che si era operata nella classe borghese dopo la rivoluzione del 1793.

Dalla Rinascenza e dalla Riforma sino alla Rivoluzione, la borghesia, se non in Germania, almeno in Italia, in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, in Olanda, era stata l’eroina e la rappresentante del genio rivoluzionario della storia. Dal suo grembo uscirono la maggior parte dei liberi pensatori del XVIII secolo, i riformatori religiosi dei due secoli precedenti e gli apostoli dell’emancipazione umana, compresi stavolta quelli della Germania del secolo passato. Essa sola, naturalmente appoggiata al braccio potente del popolo che aveva fede in lei, fece la rivoluzione del 1789 e del 1793. Essa aveva ben proclamato la decadenza del trono e della Chiesa, la fratellanza dei popoli, i diritti dell’uomo e del cittadino. Sono questi i suoi titoli di gloria; e sono davvero immortali!

Ben presto essa si divise. Una parte considerevole di compratori di beni nazionali divenuti ricchi – e appoggiatisi non più al proletariato delle città, ma alla maggior parte dei rurali di Francia, divenuti essi pure, proprietari terrieri, – non aspirò più che alla pace, al ristabilimento dell’ordine pubblico, alla fondazione d’un governo potente e regolare. La vediamo acclamare con entusiasmo la dittatura del primo Bonaparte. Quantunque sempre volteriana, non guardava di cattivo occhio il concordato con il Papa, il ristabilimento della Chiesa ufficiale in Francia: “La Religione è così necessaria per il popolo!”. Il che vuol dire che questa parte della borghesia cominciò d’allora a comprendere come fosse urgente provvedere alla conservazione della sua situazione e dei suoi beni da poco acquistati e come fosse necessario ingannare la fame non saziata del popolo con le promesse d’una manna celeste. Fu allora che cominciò a predicare Chateaubriand.

Credo utile ricordare qui un aneddoto, d’altronde conosciuto e veramente autentico, che getta una luce nettissima sul valore personale di questi riscaldatori di credenze cattoliche nonché sulla società religiosa di quell’epoca. Chateaubriand aveva portato al libraio un’opera contro la fede. Il libraio gli fece osservare che l’ateismo era passato di moda, che il pubblico che leggeva non ne voleva più e che domandava, al contrario, delle opere religiose. Chateaubriand si ritirò, ma, qualche mese più tardi, gli portava il suo Genio del Cristianesimo.

Napoleone cadde. La Restaurazione ricondusse in Francia la monarchia legittima e con questa la potenza della Chiesa e dell’aristocrazia nobiliare, che vi ripresero la maggior parte della antica influenza, in attesa del momento opportuno per riconquistare tutto.

Questa reazione rigettò la borghesia nella Rivoluzione, e con lo spirito rivoluzionario si risvegliò in essa anche quello dell’incredulità: diventò spirito forte. Pose da parte Chateaubriand e ricominciò a leggere Voltaire, ma non andò fino a Diderot: i suoi nervi indeboliti non comportavano più un così forte nutrimento. Voltaire, spirito forte e deista a un tempo, le si confaceva assai meglio.

Pierre-Jean de Béranger e Paul-Louis Courier espressero perfettamente questa nuova tendenza. Il “Dio della buona gente” e l’ideale del re borghese – liberale a un tempo e democratico – disegnati sul fondo maestoso e ormai inoffensivo delle vittorie gigantesche dell’Impero: tale fu a quell’epoca il quadro che la borghesia di Francia si faceva del governo della società. Lamartine, stimolato dalla mostruosa e ridicola voglia d’elevarsi all’altezza poetica del grande Byron, aveva bene cominciato i suoi inni delirando freddamente appresso al Dio dei gentiluomini e alla monarchia legittima. Ma i suoi canti non avevano eco che nei saloni aristocratici. La borghesia non li intendeva. Béranger era il suo poeta e Courier il suo scrittore politico.

La rivoluzione di Luglio ebbe l’effetto di nobilitare il suo gusto. Si sa che ogni borghese di Francia porta in sé il tipo incancellabile del borghese gentiluomo, tipo che non manca mai di fare la sua comparsa appena il parvenu acquista ricchezza e potenza. Nel 1830, la ricca borghesia aveva definitivamente rimpiazzato l’antica nobiltà al potere. Essa mirò naturalmente a fondare allora una nuova aristocrazia. Aristocrazia del capitale prima e soprattutto; ma distinta, di buone maniere, e di sentimenti delicati. E cominciò a sentirsi religiosa.

Né questo fu solamente per scimmiottare i costumi aristocratici. Era anche una necessità della situazione.

Il proletariato le aveva reso un ultimo servigio aiutandola ancora una volta a rovesciare la nobiltà. La borghesia non aveva più bisogno ora di questo concorso, giacché essa si sentiva solidamente seduta all’ombra del trono di Luglio, e l’alleanza del popolo, ormai inutile, cominciava a divenire incomoda. Bisogna rimetterlo al suo posto, ciò che naturalmente non poté fare senza provocare una grande indignazione nelle masse. Diventò necessario contenerle, ma in nome di che? In nome dell’interesse borghese crudelmente confessato?

Sarebbe stato troppo cinico. Più un interesse è ingiusto, inumano, e più ha bisogno di sanzioni. Ora, di dove prendere la sanzione, se non dalla religione, questa buona protettrice di tutti gli arricchiti e consolatrice degli affamati?

E meglio di tante altre volte la borghesia trionfante comprese allora che la religione era indispensabile al popolo.


Dopo aver conquistato tutti i suoi titoli di gloria nella opposizione religiosa, filosofica e politica, nella protesta e nella rivoluzione, la borghesia era infine divenuta la classe dominante e per ciò stesso la tutrice e conservatrice dello Stato della cui potenza si serviva.

Lo Stato è la forza, ed ha per sé, prima di tutto, il diritto della forza, l’argomento trionfante delle armi più moderne. Ma l’uomo è così singolarmente fatto, che questo argomento, per quanto sembri eloquente, alla lunga non vale. Per imporgli il rispetto, è assolutamente necessaria una sanzione morale qualunque. Di più, è necessario che possa convincere le masse, le quali dopo essere state domate dalla forza dello Stato, devono essere avviate al riconoscimento morale del diritto dello Stato medesimo.

Ora, non vi sono che due mezzi per convincere le masse della bontà d’una istituzione qualsiasi. Il primo, il solo vero e reale, ma anche il più difficile ad essere impiegato – perché implica l’abolizione dello Stato, vale a dire l’abolizione dello sfruttamento politicamente organizzato della maggioranza a profitto d’una minoranza qualunque – consiste nella soddisfazione diretta e completa dei bisogni e delle aspirazioni del popolo, ciò che equivarrebbe alla liquidazione dell’esistenza della classe borghese. Inutile dunque parlarne.

L’altro mezzo, al contrario, funesto soltanto al popolo, prezioso alla salute dei privilegiati borghesi, non è altro che la religione. È il miraggio eterno che trascina le masse alla ricerca dei tesori divini, mentre, molto più scaltra, la classe governante, si contenta di dividere fra tutti i suoi membri – assai inegualmente però e sempre dando più a chi più possiede i miserabili beni della terra e le spoglie del popolo, compresa naturalmente la libertà politica e sociale.

Non c’è, e non può esserci Stato senza religione. Prendete gli Stati più liberi del mondo, gli Stati Uniti d’America, o la Confederazione svizzera, per esempio, e vedete quale parte importante vi compie in tutti i discorsi ufficiali, la divina Provvidenza, questa sanzione superiore di tutti gli Stati.

Così, ogni qual volta che un capo dello Stato parla di Dio, sia esso l’imperatore di Germania o il presidente d’una qualunque repubblica, state certi che egli si prepara a una nuova tosatura del suo gregge-popolo.

La borghesia francese liberale e volteriana, spinta dal suo temperamento a un realismo singolarmente ristretto e brutale, divenne classe governante grazie al suo trionfo del 1830 e lo Stato dovette darsi una religione ufficiale. Il che non era facile. La borghesia non poteva rimettersi senz’altro sotto il giogo del cattolicesimo romano. Tra lei e la Chiesa di Roma vi era un abisso di sangue e di odio, e per quanto pratici e saggi si diventi non è possibile reprimere nel proprio seno una passione sviluppata dalla storia. D’altronde il borghese francese si sarebbe coperto di ridicolo se fosse ritornato alla Chiesa per prendere parte alle pie cerimonie del suo culto, condizione essenziale d’una conversione meritoria e sincera. Molti la tentarono, è vero, ma il loro eroismo non ottenne altro risultato che uno sterile scandalo. In una parola, il ritorno al cattolicesimo era impossibile per via della contraddizione che separa la politica invariabile di Roma dallo sviluppo degli interessi economici e politici della classe media.

Sotto questo rapporto il protestantesimo è molto più comodo. È la religione borghese per eccellenza. Accorda giusto tanta libertà quanta ne abbisogna ai borghesi, e trova il mezzo di conciliare le aspirazioni celesti con il rispetto che esigono gl’interessi terreni. Nei Paesi protestanti infatti il commerciò e l’industria si sono sviluppati in modo particolare.

Ma alla borghesia francese era impossibile farsi protestante. Per passare da una religione all’altra – a meno di farlo per calcolo come gli Ebrei di Russia e di Polonia, che si fecero battezzare persino tre e quattro volte, per ricevere altrettante volte la remunerazione loro assegnata –, per cambiare di religione seriamente, è necessario avere un poco di fede. Ora, nel cuore esclusivamente positivo del borghese di Francia non c’è posto per la fede. Egli professa la più profonda indifferenza per tutte le questioni che non toccano la sua borsa prima, la sua vanità sociale poi.

Egli è indifferente tanto al protestantesimo quanto al cattolicesimo. D’altra parte, il borghese francese non potrebbe passare al protestantesimo senza mettersi in contraddizione con la tendenza cattolica della maggioranza, il che sarebbe una grande imprudenza da parte di una classe che pretende di governare la Nazione.

Restava però un mezzo: ritornare alla religione umanitaria e rivoluzionaria del XVIII secolo. Ma questo sarebbe stato troppo. Fu dunque necessario alla borghesia, se voleva sanzionare il suo nuovo stato, di creare una religione nuova che, senza sollevare eccessivo scandalo e senza cadere troppo nel ridicolo, potesse essere la religione altamente proclamata da tutta la classe borghese.

Così nacque il deismo dottrinario.

Altri fecero molto meglio di quanto potrei fare io, la storia della nascita e dello sviluppo di questa scuola, che ebbe un’influenza sull’educazione politica intellettuale e morale della gioventù in Francia. Essa data da Benjamin Constant e da Madame de Staël; suo vero fondatore fu Pierre-Paul Royer-Collard; suoi apostoli François Guizot, Victor Cousin, Abel-François Villemain e molti altri. Loro scopo, altamente confessato, era la riconciliazione della rivoluzione con la reazione, o per parlare il linguaggio della loro scuola, del principio della libertà con quello dell’autorità, naturalmente a profitto di quest’ultima.

Tale riconciliazione significa: in politica, la libertà popolare tradita a profitto della dominazione borghese, rappresentata dallo Stato monarchico e costituzionale; in filosofia, la sottomissione riflessa della libera ragione ai princìpi eterni della fede.

È noto come quella riconciliazione sia stata soprattutto elaborata da Cousin, il padre dell’eclettismo francese. Parlatore superficiale e pedante; incapace di ogni concezione originale; di ogni pensiero che gli fosse proprio, ma abilissimo nel maneggiare il luogo comune, da lui confuso con il buon senso, questo illustre filosofo preparò dottamente, ad uso della gioventù studiosa di Francia, un piano metafisico a suo modo, che fu dichiarato obbligatorio in tutte le scuole dello Stato sottomesse all’Università; ed è questo il nutrimento indigesto al quale furono condannate necessariamente molte generazioni.

Appendice sull’edizione di Dio e lo Stato

«Si rinuncerà, d’ora in poi, io spero, a pubblicare a parte, isolandolo dall’insieme del manoscritto, e sotto tale titolo che non è di Bakunin, questo frammento mutilo e rimaneggiato: il lettore lo troverà, nel presente volume, ricollocato nel suo contesto, da cui non avrebbe mai dovuto essere separato, e scrupolosamente restituito nella sua forma originaria». Ecco ciò che scrisse Guillaume, nel terzo volume delle Œuvres (uscito nel marzo 1908, p. XX), su Dio e lo Stato. Il suo giudizio mi pare piuttosto severo. Non bisogna dimenticare che, quando Reclus e Kropotkin preparavano il manoscritto di Bakunin per l’opuscolo del 1882, non avevano l’intenzione di pubblicare un’edizione scientifica, ma un testo destinato alla propaganda. Un po’ più tardi, Guillaume mutò opinione, come si evince da una lettera del 23 dicembre 1909 a Nettlau: «Quanto alla nuova edizione di God and the State, penso che si abbia perfettamente il diritto di pubblicare questo frammento in un opuscolo speciale, a patto che lo si faccia precedere, come avete fatto, da una introduzione che spieghi a quale opera d’assieme appartiene e a patto ancora che si ristabilisca il testo originale». (Ms. Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis. Amsterdam).

Nella sua edizione degli scritti di Bakunin, De la guerre à la Commune, Fernand Rude ha stabilito un testo di Dio e lo Stato sulla base dell’edizione del 1882, modificandolo leggermente; tali modifiche, come numerose note indicanti delle varianti, provengono dalle bozze del 1871 (corrispondenti ai fogli 149-210 del manoscritto che si trova all’IISG), un frammento della copia fatta da Lefrançais, un frammento del manoscritto di Bakunin (i fogli 214-247 che sono alla Bibliothèque Nationale) e il testo fornito da Guillaume in Œuvres, III. Per giustificare la ristampa del testo di Reclus, bisogna osservare che le correzioni apportate, nel 1882, da Reclus e Kropotkin, sono spesso avvedute e che costoro «hanno effettuato una minuziosa ripulitura, eliminando le dimenticanze, le pesantezze, le parole inutili e quelli che si potrebbero definire i tic stilistici di Bakunin (ad esempio l’abituale ripetizione delle parole “umano”, “umana”, o della locuzione “sia… che”, anziché la semplice congiunzione “e”). Ci sono in effetti alcuni errori di lettura. Ma ci è sembrato che non si possa disprezzare questo considerevole lavoro stilistico. Lavoro di riflessione, anche, e non è privo di interesse studiare come lo scienziato geografo Elisée Reclus e il suo o i suoi collaboratori (?) [in realtà Kropotkin], hanno capito e interpretato il pensiero di Bakunin. Si può d’altronde legittimamente rimpiangere l’espressione diretta di questo pensiero (benché questo non sia deformato che in casi eccezionali) e preferire la spontaneità di Bakunin». (De la guerre à la Comune, pp. 281-282).

In una copia della seconda edizione francese del 1893, Nettlau ha indicato pagina per pagina e riga per riga le differenze tra il testo di Bakunin e la versione del 1882. (Ms. IISG). Le si può ritrovare nella Biographie, nota 2422.


Una seconda edizione dell’opuscolo del 1882 comparve a Parigi, nella collana “Publications de la Rivolte”, nel 1893. La pagina del titolo riporta: “Paris, Imprimerie Gilbert Pessaux, 34, avenue Rapp, 1892”, ma la copertina indica l’anno esatto: “Paris, Au bureau de la Rivolte, 140, rue Mouffetard, 1893”. È un opuscolo di 100 pagine; una nota dice: “La nuova edizione di questo opuscolo, tirata in tremila copie, è stata stampata e pubblicata a spese di uno dei nostri compagni”.

La prima edizione inglese fu pubblicata a cura di Benjamin Tucker (Boston 1883, 52 p.; stessa edizione: Tunbridge Wells, Kent, Inghilterra, 1883). Una parte di questo testo fu pubblicata sul Commonweal (Londra, 28 agosto-4 settembre 1892) e dalla stessa rivista in un’edizione completa (Londra, London Anarchist Groups, 1893 [recte: 26 maggio 1894]). In un’Appendice (pp. 52-54), Nettlau riporta una storia succinta del grande manoscritto di cui Dio e lo Stato è un frammento.

Nel 1910, Nettlau pubblicò una nuova edizione inglese (Londra, Freedom Press), stavolta basata sul manoscritto originale; in una nota, datata 24 novembre 1908, che precede il testo, Nettlau offre di nuovo una sintesi storica dei manoscritti. In questa edizione, basata sulla traduzione di Tucker, Nettlau riprende in una nota di sei fogli, intercalati da Reclus nell’edizione del 1882, che non appartenevano al manoscritto vero e proprio e che sono omessi da Guillaume nelle Œuvres, III (vedere pp. 166-168 di questo volume). Nell’opuscolo tedesco Gott und der Staat, tradotto e introdotto da Nettlau (Lipsia, Hirschfeld, 1919), questi fogli sono stati intercalati nel testo.

Gli editori del 1882 avevano terminato l’opuscolo tagliando il testo di Bakunin in mezzo ad un capoverso, in cui l’autore inizia a parlare di Victor Cousin (vedere p. 177 di questo volume). Le edizioni inglese (1910) e tedesca (1919) dovute a Nettlau terminano sulla frase: «1. L’esistenza di un Dio personale, l’immortalità dell’anima e la sua determinazione spontanea, il libero arbitrio». (Vedere ibidem).


[Pubblicato in M. Bakunin, Opere complete, vol. VIII, L’Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale, 1870-1871, tr. it., Trieste 2009, pp. 585-586]