Titolo: Lettera di un franco tiratore su alcuni aspetti del modo di distruzione statale
Autore: Mercier, P. R.
Note: Pubblicato su “Anarchismo” n. 59, gennaio 1988, pp. 35-44
Prima edizione in opuscolo: novembre 2013
Opuscoli provvisori N. 49
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Nota introduttiva alla seconda edizione

C’è una distruzione che dovremmo potere avviare noi, tutti coloro che si richiamano alla rivoluzione anarchica, una distruzione del mondo vecchio sulle cui rovine costruire un mondo nuovo, unica soluzione per parlare correttamente, ancora una volta, e in modo coerente, di autogestione generalizzata, e poi c’è la distruzione in atto di ogni possibilità futura di vita migliore, di ogni mondo finalmente libero dalle brutture che contrassegnano la melma in cui viviamo, e questa seconda distruzione la stanno realizzando le forze congiunte del capitale e dello Stato.

Pensare possibile una differente via di mezzo, un accordo a metà strada, un acconsentire – come da ogni dove ci viene suggerito – allo scopo di alleggerire la portata e i danni dei progetti repressivi, in modo da avere più forze a disposizione, più slancio e riserve di ossigeno, allo scopo di contrattaccare fondandosi su di un progetto di coinvolgimento politico con coloro che “sembrano” a prima vista capaci di percorrere un pezzo di strada insieme a noi, è un suicidio lento ma sicuro, uno svilimento delle nostre idee, dei nostri progetti e delle nostre stesse possibilità rivoluzionarie.

Il radicalizzarsi delle nostre proposte non è tanto dovuto a quello che siamo stati capaci di fare, o a quello che, adesso, saremo capaci di fare, ma all’esistenza stessa dello scontro di classe, alla persistente camaleontica forza del nemico, messa in campo sotto mille aspetti e in grado, ancora una volta, di confondere le idee, suggerendo mirabilie e illusioni che possono ingannare solo gli sprovveduti.

Ecco, questo scritto di Mercier, con tutti i suoi limiti, dovuti più che altro al contesto che lo produsse e al tempo che è trascorso da allora, se indica una cosa è proprio che non siamo rimasti sprovveduti, che abbiamo ancora la capacità e la coscienza di capire dove si trovano i limiti nostri e, principalmente, quelli del nemico. E, oltre a tutto questo, che bisogna ancora una volta continuare ad attaccare.

Null’altro.


Trieste, 3 novembre 2011

Alfredo M. Bonanno

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“Diffido di tutti i sistematici e li evito. La volontà di sistema è una mancanza di onestà”.

(Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli)

Lettera di un franco tiratore su alcuni aspetti del modo di distruzione statale

Fra gli aspetti del modo di distruzione statale di cui vogliono rendere conto le briciole di teoria qui sotto esposte, ce n’è uno che sarà esaminato per primo in quanto toglie al concetto di modo di distruzione statale l’apparenza perentoria che, a prima vista, sembrerebbe rivestire: è l’aspetto distruttore delle forze produttive moderne. Qualcuno non mancherà di sottolineare che non di un aspetto, per quanto centrale, del modo di distruzione statale si tratta, ma del suo fondamento. Osservazione, questa, che non possiamo condividere poiché porterebbe a considerare lo sviluppo delle forze produttive come determinante per tutte le manifestazioni della realtà sociale. Dal nostro punto di vista, incontestabilmente parziale essendo quello della lotta di classe, il carattere distruttore delle forze produttive moderne è fondamentalmente il risultato della lotta di classe. Le forze produttive moderne sono distruttrici in primo luogo, perché rovinano le forze produttive umane e naturali; in secondo luogo, e soprattutto, perché fanno tabula rasa delle possibilità storiche della sola forza produttiva rivoluzionaria: il proletariato. In questo processo di distruzione, ne abbiamo la certezza, tutti gli elementi sono fra loro collegati; e precisamente lo sono dalle lotte: lotte tra classi dominanti che si fronteggiano, perfino lotte tra clan per il dominio all’interno di una classe, e lotte tra queste classi o fazioni dominanti contro quelle che si oppongono al loro dominio.

Viste così le cose appaiono complesse. Perciò crediamo sia il caso di precisare subito che parte di quel che segue contiene delle formulazioni astratte; esse tuttavia sono quanto rimane di più concreto andando ad estrarre, dalle astrazioni vissute che lo spettacolo ama fondere nella confusione, la verità di questo mondo. Non siamo noi dunque, e con qual piacere poi, ad avere complicato le cose; in verità, è la cosa stessa a essere ingarbugliata; quindi i riferimenti al rigore concettuale hanno la funzione di riportare e di chiarificare una realtà effettivamente sincretica.

Non abbiamo ceduto d’altronde alla tentazione di servirci del seguente filo conduttore: – nel regno delle evidenze d’ora innanzi va classificato il pensiero secondo cui bisogna vivere pericolosamente. In una società in cui qualsiasi contropartita all’insoddisfazione dominante non è più nemmeno tollerata, tutto ciò che si rifaceva all’ordine modale si è ritrovato mutato in imperativo categorico. S’impone in tutte le manifestazioni della vita quotidiana un “devi accettare di vivere pericolosamente”. Senza dubbio, la situazione del mondo è stata sempre critica, ma il nostro tempo si distingue dalle epoche passate per il fatto che, per la prima volta, è la sopravvivenza della specie umana ad essere in gioco. Tutte le attività umane non ricevono in effetti più alcuna giustificazione negli ambiti ristretti della società tecno-burocratica; che infatti promuove, sotto il totale controllo dello Stato, la distruzione delle forze produttive umane e dell’ambiente naturale nel quale gli uomini hanno fondato, in origine, i loro rapporti sociali. Del rapporto iniziale che gli uomini intrattenevano con la natura fino ad ora, ivi compresi i rapporti mediati dalle semplici tecniche, si perpetua, in qualche modo, una sola e identica coerenza. A quei differenti rapporti si va sostituendo ormai un rapporto determinato tecnologicamente, ed è risaputo che il mondo tecnologico, gestito dalla burocrazia a profitto delle sfere statali, se non viene interrotto nel suo corso da ciò che ancora gli si mantiene estraneo, non può implicare che un uomo diverso distante dagli ultimi uomini quanto il primo lo fu dalla sua animalità, ma questa volta spossessato di tutte le sue radici. La genericità di quanto ho detto esclude gli aspetti immediati delle lotte di classe; per essere pertinenti dobbiamo esprimere gli stadi ai quali sono pervenute queste lotte.

Per far vedere l’andamento della realtà storica si ricorre oggi frequentemente alla visione orwelliana del mondo, quale traspare in 1984. È vero che diversi aspetti della nostra vita ricalcano esattamente certe situazioni prodotte dal Grande Fratello, tuttavia, nella condotta dell’indagine sullo stato presente del mondo, sarebbe azzardato dimenticare che lo Stato immaginato da Orwell aveva soppresso le lotte di classe. Nel mondo in cui viviamo, lo Stato non ha raggiunto questo risultato. Cosicché, quand’anche si ponesse l’ipotesi di un’entrata della storia nella fase di dissoluzione delle lotte di classe, bisognerebbe ancora dimostrare in qual modo questa dissoluzione si manifesta in seno alle classi in lotta.

La prospettiva storica centrale della nostra epoca è tracciata dalle lotte di classe all’interno delle sfere dominanti. Nulla permette al momento di prevedere se queste lotte oltrepasseranno i loro ambiti burocratici. Il proletariato può trarne vantaggi? È questo ancora un segreto degli dèi. Tutto quello che si può dire per adesso è che quelle lotte esistono, e pongono conseguentemente contraddizioni. La nostra attenzione deve quindi fissarsi su queste contraddizioni, perché è proprio da esse che il proletariato può attingere nuove forze che gli permettano di imporre se stesso sulla scena della storia.

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Ne Il Capitale, Marx fa la seguente osservazione: “Tutto un libro di storia potrebbe venire scritto intorno alle invenzioni fatte dopo 1830 per difendere il capitale dalle sommosse operaie”. A parere nostro, per trattare oggi delle invenzioni che si propongono la distruzione del proletariato come forza produttiva rivoluzionaria, vi sarebbe materia per una intera enciclopedia. Però, non concluderemmo, noi, con l’osservazione marxiana che le forze produttive erano già realmente distruttive in quanto spezzavano, nel loro sviluppo, il proletariato; poiché dallo sviluppo delle forze produttive, come risultato delle lotte di classe, il proletariato ha saputo sempre trarre di che coltivare i propri interessi. Al contrario, lo sviluppo delle forze produttive moderne è distruttore in quanto non permette più al proletariato di farsi i propri interessi di classe. Detto altrimenti, il dispiegamento delle forze distruttive è privo di qualunque interesse per il proletariato.

Il modo migliore per apprezzare questa idea è di affidarsi nuovamente all’analisi delle funzioni di una forza distruttiva. A tal fine, abbiamo creduto ragionevole la scelta del nucleare per evitare ogni accusa di arbitrarietà, dato che una crisi tecnologica come quella di Chernobyl possiede la facoltà di imporsi universalmente.

La disinvoltura con la quale le tecnologie nucleari civili possono venire distornate a fini militari si deve alla loro originaria esistenza militarmente determinata; il che attenua anche il carattere fittizio della separazione tra sfere civili e militari. Al di là della distinzione del nucleare civile dal nucleare militare si afferma la realtà del nucleare come forza distruttiva statale. Per convincersi ancora, se necessario, del carattere essenzialmente statale del nucleare, ci si può riferire alla Convenzione di Parigi del 21 luglio 1960 e a quella di Vienna del 10 maggio 1963, relative alla responsabilità civile in materia di danni nucleari, che stabiliscono, per i danni, la responsabilità del gestore degli impianti nucleari, senza comunque distinguere tra gestori che sono imprese private e quelli che dipendono direttamente dallo Stato; tuttavia la responsabilità dello Stato vi è sempre richiamata, in quanto è quest’ultimo a rilasciare le autorizzazioni necessarie affinché un’impresa possa dedicarsi ad attività nucleari; non sorprende pertanto vedere dietro la responsabilità dello sfruttamento privato quella dello Stato che, del resto, monopolizza generalmente tutte le attività nucleari: quando esse, molto raramente, dipendono dal settore privato, si ritrovano strettamente controllate dalle autorità amministrative dello Stato.

Riguardo al nucleare, il mediocre uso sociale civile che se ne fa è molto più pericoloso dell’uso militare, per la ragione in realtà semplicissima che lo scoppio di una crisi civile non è il risultato di una decisione della volontà dello Stato, come invece può esserlo lo scoppio militare. I migliori risultati, nel processo di distruzione nuclearizzato, dopo Hiroshima e Nagasaki, si sono ottenuti sul terreno civile, e senza la volontà degli Stati. È interessante inoltre notare che non esiste alcuna prova decisiva che riveli che l’uno o l’altro dei super-Stati, cioè gli Stati Uniti e la Russia, abbia veramente inteso colpire l’altro durante il periodo più gelido di quella guerra fredda che queste superpotenze statali si danno permanentemente; furono lanciati certamente, nel periodo più prospero in lotte ideologiche, appelli all’annientamento dell’avversario per mezzo della bomba atomica, in modo che fosse risolto con la forza il contenzioso storico tra la barbarie socialista e la brutalità capitalista, eppure mai, nonostante tutti i mezzi per indebolire l’avversario fossero considerati leciti, si giunse ad azioni armate dirette; l’obiettivo che alla fine venne raggiunto mirava ad espellere dal proprio campo le tendenze ideologiche contrarie agli interessi di ciascuno Stato. Una volta conclusa la seconda guerra mondiale, i militari hanno poi agito nella prospettiva di conservare la direzione delle operazioni di questo mondo; nessun dubbio che la “guerra fredda” andasse a permettere l’allargamento del dominio dei militari sugli apparati dello Stato, tanto che da quel momento si può dire che la politica è stata la continuazione della guerra con altri mezzi.

È abbastanza chiaro ora che l’uso militare del nucleare, poiché non permette ad alcuno Stato di conquistare l’altro senza rischiare la distruzione totale, trova il suo fine nella regolazione dei rapporti sociali. Così, in campo militare, il controllo dell’uso del nucleare è strettissimo, nonostante che, nel momento stesso in cui gli Stati sviluppano tecnologie finalizzate ad erigere una barriera protettiva contro la distruzione totale, la guerra nucleare potrebbe essere accidentalmente scatenata da una erronea valutazione o peggio ancora dal difetto di una pulce elettronica.

L’industria bellica è sempre stata il laboratorio dello sviluppo delle forze produttive, tant’è vero che dall’arte della guerra ci si è sempre potuti attendere eccellenti ricadute nelle professioni civili. Nell’epoca in cui viviamo, comunque, i rapporti sociali di distruzione non possono essere colti nella sola prospettiva della condotta della guerra; più precisamente, le forze dette produttive, nuclearizzate o informatizzate, non sono distruttrici unicamente per il loro uso militare, lo sono immediatamente per il loro uso sociale generalizzato; quelle che l’ideologia fredda nasconde sotto la denominazione controllata di “nuove tecnologie” devono piuttosto chiamarsi forze distruttive; e l’operazione che consiste nel distinguere ciò che è legato alla pace da ciò che è legato alla guerra, al fine di meglio separare ciò che appartiene alla sfera civile da ciò che appartiene alla sfera militare, non ha più alcuna ragion d’essere dal momento che non può giustificare i pericoli tecnologici che si corrono in tempo di pace e che valgono precisamente quanto i vecchi rischi che si correvano in tempo di guerra. In verità, i tempi sono molto cambiati, e quel che oggi si chiama tempo di pace è a immagine e somiglianza di un tempo di guerra.

Abbiamo, qui sopra, qualificato l’uso dell’energia nucleare come “mediocre uso sociale civile”: l’espressione è però generosa, considerato che anche la tanto vantata economicità di questa energia viene contestata dal costo sociale dei disastri che provoca il suo impiego e che attesta il numero attuale dei futuri condannati a morte, quale compariva ad esempio in seguito alla crisi tecnologica di Chernobyl: centomila persone resteranno sotto sorveglianza medica per il resto della loro vita, e secondo le stime di esperti americani quattromila tumori provocati dal cesio 137 tra i cento milioni di abitanti delle regioni occidentali dell’Unione Sovietica, dell’Europa dell’Est e della Scandinavia, ottomila altri direttamente causati dall’emissione dello iodio 131, e almeno quarantamila dovuti alla contaminazione delle catene alimentari da parte dello stesso elemento, sono attesi per i prossimi anni; e tutto questo senza considerare le zone geografiche contaminate, i danni che hanno subito i prodotti degli allevamenti, i raccolti, ecc. In un sol colpo questa crisi tecnologica sintetizza da sola, sia nello spazio planetario, che nella circostanza non possiede più entità geografiche pertinenti a ciascuno Stato, e sia nel tempo che essa riduce a un punto che è quello stesso dell’esplosione, gli effetti differenti delle molteplici crisi tecnologiche apparentemente, ma solo apparentemente, di minore portata, quali l’infragilimento delle filiere biologiche della foresta ad opera delle “piogge acide”, le fratture geologiche provocate da sbarramenti giganteschi, le manipolazioni genetiche, in breve tutto ciò che concorre ad una distruzione industriale di quel che si può ancora, forse per poco tempo, chiamare vivente, ma che appare espressione del movimento autonomo del non vivente.

Coloro che volessero giustificare l’interesse per il nucleare arguendolo dal fatto che non sono stati, fino ad oggi, testimoni di una guerra nucleare generalizzata, potrebbero ritenersi anche soddisfatti dello stato di guerra permanente che esigono le forze distruttive nuclearizzate. L’organizzazione sociale è di già effettivamente regolata sui pericoli permanenti che le forze distruttive racchiudono; pertanto, non sorprende affatto vedere moltiplicarsi le occasioni per tenere un atteggiamento degno del comportamento e della disciplina militare; questo nuovo atteggiamento sociale umano consiste nella sottomissione obbligata all’oggettività del funzionamento tecnologico così come ne è stata data prova ancora in Europa a seguito della crisi tecnologica di Chernobyl. In Russia, per conseguenza di quella catastrofe, le persone che non sono in pericolo immediato di vita sono vittime dello “choc psicologico” provocato dalle misure di evacuazione e dalle nuove condizioni di esistenza imposte dalla presenza di radioattività; nella Germania Occidentale lo Stato ha impiantato un super-ministero dell’Ambiente che “oltre ad occuparsi dei problemi di polluzione atmosferica, di protezione dei suoli e delle acque, si occupa anche della sicurezza in materia nucleare. I suoi compiti prioritari saranno quelli di ricercare un modus vivendi assieme ai governi dei Lander al fine di raggruppare sotto un’autorità centrale le responsabilità, nel caso di incidente nucleare e di rassicurare una popolazione largamente traumatizzata dalla catastrofe di Chernobyl” (“Le Monde”, 5 giugno 1986). Più oltre vedremo che il modus vivendi, letteralmente “modo di vivere”, che gli Stati elaborano, concerne la “responsabilizzazione” delle popolazioni di fronte alla sindrome delle tecnologie, cioè l’accettazione non più di sopravvivere con i potenziali pericoli che le tecnologie racchiudono, come finora si chiedeva loro, più o meno esplicitamente, ma di imparare a sussistere con le crisi tecnologiche. Queste crisi esprimono una forza che sfugge agli uomini di Stato, i quali non le padroneggiano meglio di quanto i borghesi di un tempo non padroneggiassero le loro crisi economiche; ciò, tuttavia, non impedisce affatto a questi uomini di Stato, pur nella loro incapacità di previsione, di arrogarsi il diritto di decidere della sorte dei popoli. È vero che le attività nucleari degli Stati fanno affidamento su tecnologie moderne, tuttavia queste, poiché hanno un carattere pericoloso, dati i rischi eccezionali che comportano, non possono sfuggire alla loro realtà essenziale così come viene caratterizzata con felice espressione della terminologia anglo-americana: attività “ultra-azzardate”. È bene sottolineare intanto che l’incapacità di previsione costituisce anche il limite del sapere burocratico. Il sapere burocratico ha infatti notevoli difficoltà nello stabilire le possibilità delle crisi tecnologiche e le loro conseguenze, anche quando queste crisi siano la materializzazione di quanto esso va enunciando. Così, secondo uno specialista, resta ancora da fare persino la rilevazione dei maggiori rischi tecnologici. I progressi nel dominio della scienza burocratica si registrano grazie ai dati che ogni nuova crisi rivela; cosicché la burocrazia scientifica ne sa di più dopo la “direttiva di Seveso” e dopo Three Mile Island; e di conseguenza si può legittimamente presumere che immensi progressi deriveranno dal fenomeno Chernobyl. Ma, per la gestione della realtà sociale, il vantaggio delle crisi tecnologiche, che traducono una crisi della razionalità statale, consiste nel permettere agli Stati di rettificare, di passaggio, il valore dei rischi tecnologici e questo nella stessa maniera in cui ad ogni nuova crisi nucleare bisogna che essi rivedano, rialzandolo, il tasso di radioattività assorbibile dagli organismi biologici. Con la crisi di Chernobyl viene assunta una nuova unità di misura dei pericoli tecnologici nei confronti della quale l’affare del “Mont-Louis”, il girovagare dei fusti di diossina o l’incidente del trasformatore d’EDF a Reims vanno considerati come incidenti minori.

La potenza materiale devastatrice del nucleare è alla portata di quella potente astrazione che è lo Stato. Ma, sebbene gli Stati mostrino la loro potenza nell’imporre lo sviluppo delle forze distruttive, rivelano la loro debolezza di ritorno ogni qualvolta sopravviene in modo azzardato una qualunque catastrofe; l’esistenza di tale debolezza comunque non rimette effettivamente in causa la potenza intrinseca delle forze statali, perché ciò che viene distrutto dal non controllo delle tecnologie è nello stesso tempo ciò che già era sottomesso alla realtà statale. E qualsiasi cosa si dica della complessità presente nel padroneggiare il nucleare, di una cosa almeno si può essere certi: l’incapacità di gestire efficacemente questa energia conduce a una semplificazione dei rapporti umani, in quanto intensifica e accelera il processo di scomparsa degli uomini. Del resto, dev’essere criticata non soltanto l’imperizia dei collaboratori dello Stato nel dominare la produzione del nucleare, ma il fatto che essi ne facciano semplicemente uso, se così si può dire. Rigorosamente, la finalità del controllo dell’energia nucleare si situa nel dominio statale dei rapporti sociali. Anche coloro che oggi continuano a rivendicare un controllo severo del nucleare non fanno in verità che reclamare un’assoluta dominazione dello Stato nel corso della realtà sociale. Abbiamo potuto vedere, a seguito della crisi nucleare di Chernobyl, una sfilza di intellettuali, che di solito si accontentano di intrattenere i gonzi, chiedere che l’opinione pubblica possa autogestire la sua miseria sociale. Questi seguaci della servitù intellettuale, e non solo di quella, dichiaravano: “Le popolazioni d’Europa – quelle almeno che possono democraticamente esprimersi – hanno in maggioranza accettato i benefici e i rischi dell’industria nucleare. A condizione però che si eserciti un controllo da parte degli scienziati e dell’opinione pubblica (...). A condizione quindi che l’informazione circoli (...)”. Quando si sono viste le popolazioni d’Europa accettare liberamente l’uso dell’energia nucleare? Mai, se non nel discorso servile degli zelanti ideologi dello Stato. E quelle che qui vengono chiamate “popolazioni d’Europa... che possono democraticamente esprimersi” sono le popolazioni alle quali si è chiesto di esprimere un parere solo quando il programma nucleare era in via di realizzazione. E nell’insieme, anche ad esse questa volta, si è risparmiato il perpetuo ricorso al voto. Evidentemente chi tace acconsente, ma le differenti contestazioni antinucleari, benché non abbiano mai raggiunto la soglia di una effettiva critica dello Stato, hanno rivelato nondimeno il carattere illusorio dello pseudo-dibattito democratico che doveva ragionevolmente animarsi sulla questione della fondatezza di una società nuclearizzata. Questi intellettuali dai cervelli modellati sulla sagoma statale si vantano di potere esigere che l’opinione pubblica possa mettere le mani sul sapere del pericolo che la minaccia; l’informazione deve circolare dal momento che l’opinione pubblica stessa è sul punto di sparire dalla circolazione. Abile manovra questa per condurre più agevolmente gli uomini ad abituarsi alla sorte che è di già la loro: lo Stato ha diritto di vita e di morte sui suoi sudditi.

Così come gli uomini di Stato debbono incessantemente rivalutare i rischi tecnologici a seguito di ogni nuova crisi, facendo in modo che ogni valutazione rimanga parziale e per ciò stesso menzognera, allo stesso modo ogni nuova crisi tecnologica provoca una rimessa in causa della credibilità degli esperti dello Stato; e il pericolo che corrono le autorità della menzogna è di non vedersi più accettare la loro incapacità di gestire la vita sociale; poco per volta difatti gli individui sono portati a comprendere ben altro di quel che dice il linguaggio codificato degli esperti e degli altri responsabili ufficiali. I collaboratori dello Stato devono quindi organizzare la gestione delle crisi tecnologiche in maniera che gli individui vi partecipino attivamente; indubbiamente tale prospettiva non trova consenzienti tutti i seguaci del potere, ma i modernisti tra essi vogliono sul serio creare dei gruppi di esperti – pubblici e privati – che figurino come garanti delle crisi future.

Uno degli scopi fondamentali della statalizzazione dei rapporti sociali è di mantenere l’illusione che le sfere della società, o anche semplicemente qualcuna fra esse, sono in grado di controllare lo Stato, mentre quel che succede è esattamente il contrario. Suprema raffinatezza dell’illusione, questa, dove chi vuole incaricarsi degli affari dello Stato viene diretto e comandato ad esserne integralmente al servizio. Coloro che reclamano un potere di controllo sul nucleare, nei fatti vogliono un controllo di ciò che lo Stato giudica importante fare della società, fare in modo cioè che quest’ultima sia indotta ad appropriarsi di quel prodotto statale e ne sia contenta. Una volta di più, lo Stato, tramite una fazione della sua burocrazia intellettuale, avrà messo in opera la sua abituale strategia che consiste nel persuadere la società di essere la produttrice di ciò che in origine non emana da essa e le è inoltre estraneo, al fine che ne divenga, tutto sommato, la legittima posseditrice e, di conseguenza, ineluttabilmente, l’unica garante. In altri termini, il “dibattito” oggi all’ordine del giorno, non è che l’espressione delle divergenze burocratiche riguardanti la maniera di gestire i rapporti sociali statalizzati; questo dibattito del resto permette di ridurre al silenzio quegli stessi che sarebbero suscettibili di pensare, così come quelli che pensano, che la soluzione sta nella distruzione delle forze distruttive, o, se lo si preferisce, nella soppressione di quel garante che è lo Stato. Il vero silenzio che circonda la questione del nucleare non è quindi il silenzio dei responsabili statali che hanno tutti i motivi per tacere giacché sono in gioco i loro interessi, è quello invece di chi vuole evitare che si ponga la questione della distruzione delle centrali nucleari, le quali sono solo un’espressione del potente dominio statale. Tale questione a sua volta può essere stornata in termini di lotta per la conquista dell’apparato statale, come avviene attualmente nella Germania Occidentale. Quanto all’intero complesso della popolazione, il suo comportamento può essere paragonato a quello degli spettatori in questo passo di Kierkegaard: “L’incendio si sviluppò nelle quinte di un teatro. L’attore comico si affacciò ad avvertire il pubblico. Questo credette ad una battuta ed applaudì. L’attore si ripetè. Gli applausi raddoppiarono. Sarà così, penso, che il mondo moderno perirà: fra l’esultanza generale delle persone di spirito, persuase che si tratti di uno scherzo”.

Il processo di nuclearizzazione della realtà sociale non è, come generalmente si pensa, compimento del sistema di produzione mercantile borghese, ma il segno sintomatico del passaggio da un sistema di produzione mercantile a un sistema di produzione statale nel quale la potenza antisociale su cui si fonda l’esistenza dei rapporti statali è espressione dell’autonomia dello Stato. È questa una considerazione fondamentale dato che intende porre il problema della liquidazione dei rapporti mercantili, generati dal modo di produzione borghese, a beneficio dei rapporti sociali statalizzati, derivati dal modo di produzione statale. Non si tratta naturalmente di una scomparsa pura e semplice della ragione mercantile, ma ormai della giustificazione che quest’ultima trova nella sua subordinazione alla ragione statale. Cosicché gli uomini, che non hanno saputo trasformare i rapporti sociali sopprimendo le precedenti condizioni di dominio, dovranno adesso sopportare maggiormente questo Stato che minaccia di far scomparire tutto ciò che progettava, o permetteva di progettare, la sua stessa scomparsa. Indubbiamente, le forze produttive sono sempre state controllate dalla borghesia in maniera tale che il proletariato non potesse riappropriarsene, tuttavia permaneva da parte del proletariato la possibilità di riappropriarsi di ciò che costituiva la somma dei propri sforzi, e questo in ragione dello sviluppo dei suoi interessi di classe. Di tale contraddizione storica lo Stato vuole fare tabula rasa: perciò il dispiegamento tecnologico finanziato dallo Stato deve essere del tutto privo di interesse per i moderni poveri.

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Storicamente la tecnica precede la scienza, ma, da quando la scienza si va impossessando della tecnica, quest’ultima, semplice protesi dell’uomo, si trasforma in tecnologia. Nel processo di appropriazione statale delle conseguenze di tale mutazione, la tecnologia, ormai ideologia di Stato materializzata, condiziona un controllo sociale al quale lo Stato moderno ha affidato la sua esistenza; e gli uomini, spossessati di tutto, non potendo padroneggiare le “nuove tecnologie”, a seguito del fatto che non vi traggono alcun interesse specifico, sono controllati da esse o, meglio, da coloro che le animano: tecnocrati, funzionari, amministratori e altri membri della burocrazia universale. È dalla fine della seconda guerra mondiale che lo sviluppo tecnologico si effettua in verità agli ordini dello Stato, essendo il suo indirizzo largamente dipendente dalle istanze militari che dominano negli apparati statali. Accaparrandosi le forze produttive del sapere scientifico, i militari rafforzano il proprio potere all’interno delle sfere dirigenti, e contemporaneamente impongono alla realtà il loro modo burocratico di dominio. La burocratizzazione militare del sapere scientifico, col suo sviluppo su scala mondiale, va implicando una ristrutturazione dei rapporti di classe la di cui posta diviene il mantenimento o l’annientamento dello Stato. In tal modo, lo Stato è portato a distornare a proprio vantaggio ciò che finora era la garanzia dell’esistenza della borghesia, e cioè il plusvalore. Il processo di appropriazione del plusvalore da parte dello Stato si generalizza via via che il condizionamento della tecnologia da parte della burocratizzazione militare del sapere scientifico va sempre più esigendo, a livello della ricerca, dello sviluppo e della produzione militare, le plusvalenze in precedenza indirizzate verso la produzione industriale civile. Simultaneamente, questa produzione industriale civile viene ad essere anch’essa determinata nel suo sviluppo dall’indirizzo burocratico del sapere scientifico che concepisce il mondo solo sotto forma di un mondo tecnologico, le cui attività sono tutte rivestite di un senso tecnologico.

Partecipando a una tale evoluzione, lo Stato francese ha ottenuto negli ultimi vent’anni, nella produzione delle “nuove tecnologie”, quelli che la gente addomesticata chiama ordinariamente “successi”. Questi, beninteso, non concernono il settore dell’eleganza o quello della gastronomia, ma riguardano gli armamenti, il nucleare, l’aeronautica, lo spazio e le telecomunicazioni. Queste belle cose sono tutte prodotte dalla volontà statale che ha sostanzialmente finanziato la ricerca e ne ha assorbito i proventi ricorrendo a proprie risorse, sotto forma di commesse pubbliche. La ricerca e lo sviluppo tecnologico non possono essere che decisioni emananti da sfere statali, dato che il costo piramidale di quelle forze distruttive non può essere sostenuto da capitali privati. Le condizioni di un tale procedere trovano la loro ragione di essere nelle molteplici manifestazioni di indipendenza dello Stato nazionale, a cominciare dalla sua difesa militare; e la necessità di perpetuare la valorizzazione del suo capitale, che gli impone di non farsi mai escludere dalla concorrenza internazionale, spingono lo Stato a porsi sempre “all’avanguardia tecnologica”. Le plusvalenze vengono realizzate a partire dalle possibilità di esportazione che presuppongono, inizialmente, la soppressione da parte dello Stato, in ambito nazionale, d’una concorrenza che provocherebbe quasi certamente l’impoverimento dei settori selezionati; successivamente, che lo Stato s’impegni ad appoggiare politicamente i costruttori unici, che ha scelto, in seno alla concorrenza internazionale, che è concorrenza tra Stati visto che gli Stati sono i suoi principali clienti.

Gli economisti analizzano in genere lo sviluppo delle forze produttive come un mezzo per lottare contro il processo della caduta tendenziale del saggio di profitto, o contro la svalorizzazione del capitale; il dominio statale sarebbe così il prodotto della contraddizione esistente tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali di produzione che ostacolano questo sviluppo e, con esso, la ripresa della valorizzazione del capitale: da qui l’intervento necessario dello Stato per regolare i rapporti mercantili. Tuttavia, se nel corso del XIX secolo, lo Stato non ha mai assunto il ruolo di regolatore dei rapporti mercantili, al punto che si poté pensare ad uno sviluppo autonomo della merce, ci si domanda come, di colpo, lo Stato potrebbe concedersi un tale ruolo. E se la ragione statale aveva potuto subire in pieno l’espansione della ragione mercantile, nondimeno aveva conservato qualche potere, come testimonia la sua attività all’epoca della Comune di Parigi. In nome dell’ideologia del “meno Stato” si vorrebbe così omettere il fatto che esso ha un divenire, per farlo spuntare ogni volta come se fosse estratto da un cappello. In verità, potremmo cogliere senza tante storie il carattere ideologico di simili interpretazioni che, pur essendo esatte, fino ad un determinato punto, hanno pure lo scopo di far dimenticare che il motore dello sviluppo statale è essenzialmente la lotta di classe. Anzi, la valorizzazione del capitale non è per lo Stato che uno strumento al servizio di un fine, quello del dominio senza riserve su tutte le attività umane.

Il capitale e l’indirizzo da dare al capitale, che sono le finalità dell’attività borghese, stanno per trasformarsi in strumenti dello Stato. Sicuramente strumenti per eliminare la borghesia che, perdendo l’appropriazione del plusvalore, perde la sua ragione d’essere, ma strumenti ugualmente per sopprimere le contraddizioni sociali che permettono al proletariato di essere rivoluzionario. Per dominare senza riserve, infatti, non basta eliminare dalla scena della storia la sola classe sociale ad avere effettuato la sua rivoluzione, è necessario escludere l’altro versante della realtà, costituito dal proletariato come possibile progetto rivoluzionario; e questo in misura tanto più urgente in quanto le rivoluzioni moderne sono state caratterizzate da una critica immediata delle sfere statali. Il compito storico dello Stato, così come lo traducono le sue quotidiane manifestazioni, consiste quindi nel distruggere metodicamente le realtà sociali che finora favorivano il progetto proletario; ma, per proseguire nella sua impresa, è necessario inoltre che lo Stato non renda possibile il sorgere di nuove contraddizioni.

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Secondo il pensiero borghese tradizionale, i rapporti mercantili, separati dalle burocrazie poliziesca, militare, amministrativa, politica e diplomatica, devono occupare il posto centrale nella vita sociale. Il ruolo dello Stato verrebbe riservato al modesto, seppure in certe occasioni decisivo, controllo delle tensioni sociali; in tal modo, si potrebbe parlare di uno Stato al servizio della borghesia. Questa idea, pur avendo una sua giustificazione nel momento ascensionale della borghesia, quando questa si è impadronita dell’apparato statale, è divenuta una illusione nel momento in cui la burocrazia è arrivata ad estendere la sua influenza sulla società civile. L’ideologia contemporanea del “meno Stato” mostra sufficientemente, per la timidezza di cui dà inevitabilmente prova, che ha da fare con lo Stato. Essa desidererebbe vedere diminuito il potere dell’Amministrazione, che tratta come una semplice istituzione di cui si potrebbe regolare a piacere la funzione, a seconda delle necessità del momento. Infatti, i partigiani dell’ideologia del “meno Stato” disconoscono gli interessi burocratici dell’Amministrazione. Rifiutarsi di riconoscere il carattere di classe di quest’ultima: che illusione colossale!

Quando parliamo degli interessi della burocrazia, è sottinteso che questa viene qui considerata nella sua forma generale e unitaria. Occorre sempre tenere in mente che, nella realtà delle lotte di classe, la burocrazia riveste molteplici aspetti contraddittori; e gli interessi d’altronde, ove siano di natura burocratica, divergono a seconda dei differenti tipi di burocrazia, al punto da creare a volte effettivi antagonismi. Uno di questi, fra i più caratteristici perché dominante, consiste nella lotta tra la burocrazia statale e la burocrazia privata. La lotta per l’indirizzo da fornire alla vita sociale, offre una diversità di opposizioni tra, da una parte, le sfere burocratiche di Stato: politica, militare, amministrativa; e dall’altra, le sfere burocratiche private: industriale, finanziaria, di organizzazione privata. Certo, le lotte non mancano di farsi selvagge, alla maniera di quella che ad esempio è stata condotta, in questi ultimi anni, sul fronte dell’informatica; e grazie alla quale si è potuto constatare che lo sviluppo dell’informatica è più indispensabile per lo Stato di quanto non lo sia per gli industriali. (Il che è vero, tuttavia, riguardo la situazione francese; mentre, negli Stati Uniti, su questa questione dell’informatica, si è visto la burocrazia privata tentare di condizionare il potere dello Stato). È l’essenza del dominio burocratico ad imporsi, comunque, se com’è vero andiamo constatando una riproduzione nell’industria di una struttura analoga a quella dello Stato.

A questo stadio della nostra indagine, dobbiamo riprendere la distinzione che Debord pone, all’interno dello spettacolo unitario, tra spettacolo concentrato e spettacolo diffuso, per applicarla all’analisi della burocrazia quale si manifesta in seno allo spettacolo diffuso. Possiamo quindi parlare di una burocrazia concentrata che serve gli interessi dello Stato, e di una burocrazia diffusa che serve i propri interessi privati. Però, una tale distinzione, tra una burocrazia di Stato e una burocrazia “borghese”, operativa solo se si rende conto del fatto che lo spettacolo, appunto per mantenersi sempre unitario, non ha raggiunto senza un processo la fase conclusiva nella quale è entrato. Durante il periodo di accumulazione primitiva, lo spettacolo, il mondo, è ancora scisso, in seno alle istanze mondiali di dominio, in due compagini delle quali la prima esercita ancora i diritti della borghesia, mentre la seconda, liquidando le rivoluzioni proletarie dalle quali è generata come da un negativo mal riuscito, si impone, anche nei confronti della storia della burocrazia, come il nuovo spirito burocratico. Questo nuovo spirito burocratico finirà con l’affermarsi lì dove la borghesia aveva fallito: liquidare l’antica burocrazia celeste. Quanto alla liquidazione della borghesia, che segnerà il trionfo dello spirito burocratico sullo spirito borghese, essa va operandosi essenzialmente attraverso un trasferimento, nel modo di produzione borghese, delle strutture statali che valgono come modello di organizzazione generale della società civile; questo fenomeno raggiunge il suo culmine nell’accumulazione scientifico-tecnologica dello spettacolo. Con la burocratizzazione militare del mondo, che implica l’accumulazione tecnologica dello spettacolo, lo spettacolo stesso entra nella sua fase conclusiva, perché è precisamente lo spettacolo concluso a consacrare il trionfo dello spirito della burocrazia.

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La burocratizzazione della vita sociale trova parimenti la sua giustificazione nelle modificazioni che essa apporta all’essenza dei rapporti mercantili. Ne testimonia lo sviluppo di un nuovo universo della merce. In effetti, la ragione burocratica, non si accontenta di una semplice burocratizzazione delle antiche condizioni di esistenza, essa ne crea molte altre specie più adatte ai suoi bisogni. I rapporti mercantili borghesi si ritrovano dunque dissolti – ovvero non possono più dominare l’insieme dei rapporti mercantili dai nuovi rapporti mercantili che in sé sono burocratici: le merci immateriali sono la materialità della ragione burocratica. Queste merci immateriali assorbono a tal punto il capitale derivato dai profitti di produttività che è giocoforza constatare che la gestione e l’organizzazione del lavoro prevalgono sulla produttività. Ci appare d’improvviso così quanto sia ridicola l’idea secondo la quale le “nuove tecnologie” al servizio della produttività dovevano permettere la soppressione relativa del tempo di lavoro nella produzione, in modo da consentire ai poveri moderni di consumare liberamente il sovrapprodotto culturale. Non solo la riduzione del tempo di lavoro nella produzione viene tendenzialmente reintrodotta nella gestione (benché in qualche modo il lavoro sia assolutamente soppresso per milioni di disoccupati), ma il consumo delle merci culturali si riporta su quello delle merci immateriali, in particolare quelle raggruppate sotto la voce di “servizi”.

In questo universo burocratico, alcuni antagonismi sociali precedentemente legati alla natura borghese delle attività umane scompaiono, ed altri sono condotti a cristallizzarsi sulla natura burocratica dei rapporti sociali. Compaiono allora contraddizioni nelle sfere dominanti. Le tensioni che emergono in questo momento negli Stati Uniti, a livello di burocrazia scientifica, non appartengono a un movimento trascurabile, dato che la società moderna richiede una burocrazia bene organizzata e affidabile. Ignoriamo ancora come si evolveranno le tensioni che negli Stati Uniti si stanno accumulando attorno al problema delle “Guerre stellari”, poiché non è chiaro se gli scienziati che si oppongono alla decisione statale di questo progetto, nei fatti lavorino per conto di quei politicanti del Congresso per i quali una riduzione degli armamenti permetterebbe di ridurre l’enorme deficit del bilancio, deficit che fa dello Stato americano lo Stato più indebitato del mondo: situazione questa che minaccia l’ordine mondiale dei rapporti mercantili. Notiamo qui fino a che punto la ragione mercantile viene subordinata alla ragione statale. Certo, per prendere una piega effettivamente antistatale questa resistenza deve uscire dai suoi ambiti burocratici; tuttavia, in uno spazio dove le lotte vengono soffocate, quel che importa prima di tutto è che si pongano le contraddizioni. Nello spettacolo concluso, l’accumulazione scientifico-tecnologica dello spettacolo occupa un posto non trascurabile, e il ruolo che vi devono tenere gli scienziati non lo è da meno. Gli scienziati non sono tutti dei consiglieri ufficiali, né uomini d’affari che producono le attrezzature che hanno inventato. Nella loro gran massa sono dei poveri moderni, benché spesso non lo pensino affatto; come ignorano generalmente, sotto l’influenza della divisione del lavoro, le finalità precise delle loro ricerche. Non è quindi un dettaglio insignificante quello che, in un mondo tecno-burocratico, gli scienziati decidano di allontanarsi dal ruolo che lo Stato esige che essi ricoprano, organizzando una resistenza allo sviluppo dei suoi interessi.