Titolo: Anarchismo e trasformazione sociale
Autore: Jong, Rudolf de
Data: 2009
Note: Prima edizione nella rivista “Anarchismo” 1976, pp. 253-276 col titolo: “Concezione libertaria della trasformazione sociale”.
Relazione presentata alla “Conferenza su Storia e Scienze Sociali” tenutasi a Campinas, San Paolo (Brasile), dal 26 al 30 maggio 1975. Il titolo è stato abbreviato rispetto all’originale: “Qualche osservazione sulla concezione libertaria della trasformazione sociale rivoluzionaria”
Prima edizione in volume: settembre 2009
Opuscoli provvisori n. 18
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Non vogliamo la conquista di ciò che potrebbe farci seguire l’esempio del passato e consegnare il nostro destino nelle mani di un qualche nuovo padrone, ma prenderlo nelle nostre mani e vivere secondo la nostra concezione della verità.

Nestor Machno

Introduzione

Sono stato invitato a preparare uno studio sui “Movimenti pre-politici nelle aree periferiche”. Ora, io lavoro presso il Dipartimento Anarchismo, Spagna e America Latina dell’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam e, come forse sapete, l’anarchismo viene spesso considerato come un movimento pre-politico, la Spagna come un Paese periferico nell’ambito dell’Europa e l’America Latina come un continente periferico. Tuttavia, vorrei sottolineare che non sono d’accordo con simili definizioni della Spagna, dell’anarchismo e dell’America Latina, motivo per cui comincerò facendo alcune osservazioni critiche paradossali.

  1. Se vogliamo davvero appuntare la nostra attenzione sulle “aree periferiche” e sui problemi dei gruppi e delle comunità che in esse vivono, se vogliamo contribuire alla loro emancipazione, dobbiamo abbandonare l’abitudine di considerare quelle aree od i loro abitanti come “periferici”.

  2. Quando ci riferiamo a “movimenti pre-politici”, il nostro punto di riferimento non è l’area “periferica” ma piuttosto un centro. Il termine “aree periferiche” implica l’esistenza di un centro e/o di un sistema centrale che domini quest’area. Ciò che viene considerato dal centro come un processo politico “normale”, viene frequentemente sentito come oppressione dagli abitanti delle “aree periferiche”.

  3. La posizione “periferica” di un’area è il prodotto, il risultato dello sfruttamento da parte di un’altra area, vale a dire il centro.

Le notissime teorie sullo “sviluppo del sottosviluppo” e sulla colonizzazione interna, gli studi di A. Gunder Frank, R. Stavenhagen e molti altri, hanno modificato gli orientamenti sociali degli studiosi. Essi hanno concentrato la loro attenzione sul carattere di questo rapporto tra centri ed aree periferiche e sul bisogno di emancipazione di queste aree attraverso l’eliminazione dei centri di dominazione sfruttatrice.

Il primo problema che si presenta a questo riguardo è sapere che cosa esattamente siano un’area periferica, una posizione periferica, un gruppo periferico.

“Tutti i matrimoni felici sono simili, tutti i matrimoni infelici sono differenti”, è la famosa sentenza iniziale del romanzo di Tolstoj, Anna Karenina. Parafrasando Tolstoj, potremmo dire: tutti i centri sono simili, tutte le aree periferiche sono differenti. Certamente, non è esatto che tutti i centri – o i matrimoni felici – sono assolutamente simili. Comunque, tutti i centri mostrano caratteristiche comuni e lo stesso sviluppo: progresso basato sulla tecnologia, urbanizzazione, identica concezione di crescita, grandi istituzioni inevitabilmente accompagnate a burocratizzazione, alienazione e spersonalizzazione, dominazione su ciò che è intorno e sulle aree periferiche. Nell’ottica di tali centri, tutte le aree periferiche costituiscono lo stesso problema: il loro adattamento al centro.

Le aree periferiche sono sempre multiformi e differiscono tra loro. Nel caso della maggior parte delle antiche comunità indie in America Latina, ad esempio, ogni comunità è un universo a sé stante, con la propria identità, diversa da quella delle popolazioni viciniori. (Nel suo studio su una comunità di Tarascos, l’antropologo culturale olandese Van Zantwijk offre un’interessante definizione dell’“identità” in relazione al centro maggiore, quello della cultura meticcia. «La parola identità viene qui usata in senso relativo [...]. Si riferisce alla serie completa di elementi od aspetti della vita sociale e culturale che differenzia la società tarasca da quella dei meticci». [R. A. M. Zantwijk, The social and Cultural Identity of a Tarascan Community in Mexico, Assen 1964, p. 198]). Tuttavia, i loro rapporti con i centri sono più o meno gli stessi per tutte. Ma che cosa queste comunità indie hanno in comune, ad esempio, con le tribù indie dell’Amazzonia che cercano di evitare qualsiasi contatto col mondo moderno, con le antiche plebi urbane, coi borghi e i villaggi andalusi o siciliani, o con il sottoproletariato, tutti considerati come periferici?

Il problema è innanzitutto complicato dal fatto che tali gruppi sociali o aree possono avere tanto carattere periferico che centrale. Le plebi descritte in Ribelli primitivi da Eric Hobsbawn sono un buon esempio. (E. J. Hobsbawn, Primitive Rebels. Studies in Archaic Forms of Social Movement in the 19th and 20th Centuries, Manchester 1959, p. 115: «Nulla fu allora più facile per la plebe che identificarsi con la città e i governanti. Miserabile e ignorante com’era, non venne sfruttata direttamente dal Borbone o dalla Corte papale, ma ne fu al contrario il parassita, partecipando, sebbene modestamente, allo sfruttamento generale delle province e dei contadini da parte della città»). All’interno della città, la plebe venne considerata periferica dalle autorità e dalla corte ma, allo stesso tempo, era parte integrante della città e beneficiava dello sfruttamento sui contadini e i coltivatori da parte della città.

Secondo la teoria della colonizzazione interna che ho menzionato, i centri nazionali nei Paesi in via di sviluppo vengono considerati periferici dai centri internazionali quali New York o Washington, che dominano e sfruttano tali Paesi. Evidentemente, il carattere periferico di un’area dipende dalle sue relazioni con le altre aree.

Ai fini di questo studio ho cercato di classificare i diversi tipi di relazioni tra centro e periferia, senza pretendere di essere esauriente. Come potrete vedere, diversi gruppi sociali figurano in più di una categoria in questa classificazione. Quando mi servo della parola “area” mi riferisco ad un concetto sociale piuttosto che a quello geografico.

  1. Culture e società completamente estranee e distinte dal centro, in nessun modo “integrate”, “selvagge” nel giudizio del centro. Il loro destino è, spesso, la completa distruzione a seguito del loro ingresso nell’orbita del centro. Ai nostri giorni gli Indios dell’Amazzonia ne sono un tragico esempio.

  2. Aree periferiche in rapporti con un centro ed appartenenti alle sue strutture socioeconomiche e politiche che cercano, allo stesso tempo, di difendere e mantenere le loro identità, la loro “personalità”. Sono dominate dal centro, minacciate nella loro esistenza dalla sua espansione economica. Secondo l’ottica del centro, esse sono “retrograde”, arretrate, sottosviluppate. Buoni esempi ne sono le comunità indie del Messico e dei Paesi andini.

    Altri esempi di questa categoria – potremmo forse parlare di un sottogruppo B. 1 – sono i piccoli produttori, gli artigiani e i contadini minacciati nella loro esistenza economica e sociale dai progressi del centro e che lottano ancora per la propria indipendenza. Barrington Moore descrive questi movimenti anticapitalistici come «il gemito d’agonia di una classe sulla quale sta per rovesciarsi l’ondata del progresso». (Barrington Moore Jr., Social Origins of Dictatorship and Democracy: Lord and Peasant in the Making of Modern World, Boston 1966, p. 505).

  3. Classi economiche od anche sistemi socioeconomici abituati ad appartenere al centro, ma che vengono retrocessi verso una posizione periferica per effetto di innovazioni tecnologiche e crescite socioeconomiche nel centro. Casi simili sono: il sottoproletariato, vittima della rivoluzione industriale, l’esercito di disoccupati permanenti durante la depressione degli anni Trenta e gli abitanti di aree di approvvigionamento di un mercato mondiale che si è trasformato, come le piantagioni del Nordest del Brasile e la regione delle Antille. L’“ondata del progresso” ha già lasciato il suo marchio su queste popolazioni.

  4. Classi sociali e gruppi che fanno parte del centro in un senso economico, ma che sono periferici socialmente, culturalmente e/o politicamente: le classi lavoratrici, il proletariato nelle società industriali che nascono.

  5. Gruppi marginali e sottoculturali che non hanno un ruolo attivo all’interno del centro: i giovani, gli studenti, gli artisti, gli intellettuali, i bohemiens.

  6. Rapporti centro-periferici di natura politica, sia tra Stati, sia al loro interno: relazioni coloniali e imperialiste, relazioni tra capitale e provincia, ecc. Queste relazioni politiche nel sistema capitalista corrono parallele con le relazioni economiche sopradescritte. Aggiungeremo un sottogruppo F. 1 se volete: dominazione neocapitalista, colonizzazione e sfruttamento interno.

Riassumendo, potremmo dire che le aree periferiche hanno aree dominate da un centro. È il centro che ha costituito questa relazione. Vi sono movimenti sia pre-politici che politici in tali aree che assumono come proprio obiettivo la trasformazione di questa posizione subordinata.

Movimenti politici riusciti in aree periferiche, alla nascita degli Stati nazionali indipendenti, ebbero come risultato il processo di edificazione della nazione con le sue implicazioni culturali ed economiche.

Alla fine del secolo XIX la grande maggioranza degli storici e dei ricercatori appoggiò l’interpretazione che il centro del mondo era costituito dal Nordest dell’Europa o, in termini più precisi, dalle società industriali, commerciali, liberali e capitaliste del Nord Atlantico. Il “resto” del nostro globo venne considerato più o meno periferico, finanche retrogrado, per cui il grado di arretratezza fu valutato secondo i modelli del centro costituito dal Nordest europeo.

Il nostro secolo ha visto un processo di emancipazione. L’idea che l’Europa o le nazioni del Nord Atlantico siano il centro del mondo è caduta, non solo in America Latina, Africa ed Asia, ma anche in Europa. Ciononostante, il processo di emancipazione nel già periferico Terzo Mondo è deviato verso la formazione di molti nuovi sistemi centrali piuttosto che creare un nuovo rapporto – basato sull’uguaglianza, non sullo sfruttamento – tra centri ed aree periferiche. Anche persone che hanno coscienza della personalità della loro società nazionale, del suo sviluppo storico e dell’identità specifica ed unica, hanno trascurato gli aspetti periferici di questo sviluppo. Un esempio illustrativo si trova nel famoso libro di Gilberto Freyre: Los Amos y los Esclavos. L’importanza di questo libro per la creazione di una prospettiva brasiliana della storia, sociologia e cultura di questo Paese, per la creazione della nazione brasiliana, è stata paragonata al ruolo della rivoluzione messicana nella società messicana. (Frank Tannenbaum, Introduction to Gilberto Freyre’s The Mansions and the Shanties [Sobrados e Mucambos]. The Making of Modern Brasil, New York 1968, pp. XI-XIII: «... i Brasiliani hanno scoperto loro stessi [...]. Non molto tempo fa desideravano essere europei [...]. Il libro Los amos y los esclavos, pubblicato nel 1933, fu una rivelazione per i brasiliani intellettuali, artisti, romanzieri, poeti, musicisti ed architetti, che rivolsero i loro sguardi dentro di sé e iniziarono a cantare una canzone su loro stessi [...]. L’unico altro Paese latino-americano con uno sviluppo simile fu il Messico. Ma là fu necessaria una sanguinosa rivoluzione»). Ma Freyre non mostra interesse per la famosa Repubblica Nera di Palmares (cita Palmares solamente due volte in note a pie’ di pagina). La libera società nera rimane tanto periferica rispetto alla prospettiva del Brasile, preso come centro, quanto questo Paese lo è nella prospettiva dell’Europa presa come centro. Lo stesso vale per le insurrezioni indie ed altri movimenti periferici del passato e del presente nell’America Latina di lingua spagnola. Il sistema dei centri del secolo XIX, dominato dalle società del Nord Atlantico, sta lasciando il posto ad un sistema multiforme di relazioni tra centri e periferie che non contribuisce all’emancipazione delle aree e gruppi periferici.

Ciò che avviene in una prospettiva mondiale – la nascita di molti sistemi nazionali o centrali – è accaduto pure all’interno della stessa società nordatlantica, in cui irruppe una sottocultura di lavoratori. Il movimento operaio organizzato, considerato per molto tempo come periferico, viene ora accettato come un centro – tra i molti – di potere e politica. Ma per molti anni altri aspetti tradizionali del movimento operaio, quali l’azione diretta, l’autorganizzazione, la solidarietà, il mutuo appoggio e tutta la storia e l’ideologia anarchiche rimasero periferiche e pre-politiche, quali curiosità storiche e storici fallimenti.

Movimenti pre-politici in aree periferiche sono quei movimenti che: a) hanno cercato di mantenere la loro identità; b) si sono rifiutati di creare nuove forme di rapporti contro-periferici; e c) sono stati erroneamente considerati secondo modelli politici di potere.

Per molti anni quello dei “Fiori per i ribelli che falliscono” è stato il principio che informò gli studiosi di questi movimenti. Oggi s’è formato un concetto secondo cui lo studio di quei movimenti offre importanti strumenti non solo per la comprensione del passato o delle aree “arretrate”, ma perfino della nostra società e del nostro futuro. In anni recenti è aumentato in modo notevole il numero di sociologi – sia antropologi culturali che storici – che sono venuti a studiare all’Istituto [di Amsterdam] gli archivi storici sull’anarchismo al fine di raggiungere una migliore comprensione delle strutture sociali di oggi e dei problemi delle comunità, dei movimenti contadini, ecc., di Spagna e dell’America Latina. Inoltre, molti, interessati e coinvolti in esperienze e lotte antiautoritarie iniziate negli anni Sessanta, sono venuti a studiare la prospettiva libertaria nella storia del socialismo.

In questo studio ho voluto concentrare la mia attenzione sulla tradizione anarchica, in quanto l’anarchismo è una ideologia che rifiuta di creare nuovi sistemi centrali con nuove aree periferiche. La mia intenzione è confrontare gli atteggiamenti anarchico e marxista riguardo alle relazioni e ai problemi centro-periferici, soprattutto per quanto concerne il processo di trasformazione sociale. I marxisti rivoluzionari, i social-riformisti e, in generale, la maggior parte dei rivoluzionari di sinistra vogliono sempre usare il centro come uno strumento – e nella pratica come lo strumento – per la emancipazione dell’umanità. Il loro modello è sempre un centro: Stato o partito o esercito. Per loro la rivoluzione è in primo luogo la conquista del centro e della sua struttura di potere, o la creazione di un nuovo centro, con lo scopo di utilizzarlo come strumento per la costruzione di una nuova società. L’anarchismo non vuole la conquista di questo centro, ma la sua immediata eliminazione. Sua opinione è che in seguito alla rivoluzione difficilmente rimane spazio per un centro nella nuova società. La lotta contro il centro è loro modello rivoluzionario e nella loro strategia gli anarchici cercano di impedire la creazione di qualsiasi nuovo centro.

«Non vogliamo la conquista di ciò che potrebbe farci seguire l’esempio del passato e consegnare il nostro destino nelle mani di un qualche nuovo padrone, ma prenderlo nelle nostre mani e vivere secondo la nostra concezione della verità», afferma uno dei primi proclami del movimento anarchico di Machno in Ucraina, durante la rivoluzione russa. (Citato da Paul Avrich, The Russian Anarchists, Princeton 1967, p. 212. In Zapata and the Mexican Revolution, New York 1969, p. 203, John Womack Jr. riporta da un manifesto zapatista, scritto da C. Diaz Soto y Gama: «Dove va la Rivoluzione? Che cosa propongono i figli del popolo sollevatisi armi in pugno, per loro stessi? [...] redimere le genti indigene, restituendo ad essi le loro terre e la loro libertà». Carlos Semprùn-Maura scrive sulla Colonna Durruti in Révolution et Contre-Révolution en Catalogne (1936-1937), Tours 1974, p. 30: «Entrò in Aragona come un esercito di liberazione sociale, applicando il metodo preconizzato dall’anarchico italiano Malatesta: “appropriarsi di una città o di un villaggio, impedire che qualche rappresentante dello Stato faccia danni e invitare la popolazione ad organizzarsi liberamente da sola”. Non ho la minima intenzione di offrire qui una visione idilliaca; ciò venne portato a termine non sempre senza conflitti, senza errori, se non senza crimini, ma venne portato a termine»).

Queste parole esprimono il credo anarchico e potrebbero esprimere quello di tutti i movimenti nelle aree periferiche.

Il movimento anarchico

L’anarchismo come movimento nacque al tempo della Prima Internazionale. In seguito alla scissione che derivò dal Congresso tenutosi all’ Aia nel 1872, la maggioranza della Prima Internazionale dichiarò la sua adesione alla concezione libertaria della lotta rivoluzionaria ed alla strategia per portarla avanti.

Fino alla Prima Guerra Mondiale l’anarchismo, nelle sue differenti forme, fu una delle principali forze nel movimento operaio internazionale. Trovò forte seguito nei Paesi “latini” dell’Europa e tra i lavoratori immigrati nell’America del Nord e del Sud. Minoranze o idee anarchiche giocarono un ruolo più o meno importante in quasi tutti i Paesi in cui nacquero movimenti socialisti o operai.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale – ed anche prima – l’anarchismo declinò rapidamente in molti Paesi, eccetto che in America Latina e nella Penisola Iberica, dove continuò ad avere un ruolo significativo fino alla fine degli anni venti ed alla fine della Guerra Civile Spagnola, rispettivamente. Solamente in Spagna l’anarchismo attirò grandi masse di lavoratori e fu l’unico luogo in cui il movimento ebbe una parte decisiva nella storia del Paese, raggiungendo il suo apice nella rivoluzione sociale durante la Guerra Civile.

È difficile dare una buona definizione dell’anarchismo. Secondo me, l’anarchismo è la lotta per una società socialista aperta ed universale, autocontrollata e autodiretta, una società in cui l’autorità coercitiva venga sostituita con un procedimento di adozione di decisioni che non dia luogo ad alienazione tra l’individuo e le decisioni prese. Per socialismo intendo la realizzazione degli ideali della Rivoluzione Francese: libertà, uguaglianza e fraternità. (Una famosa definizione di Pëtr Kropotkin, contenuta nell’articolo relativo all’anarchismo sulla Enciclopedia Britannica, è questa: «Anarchismo è il nome dato ad un principio o teoria di vita e condotta che comprende una società senza governo. In una simile società l’armonia viene raggiunta non mediante la sottomissione alla legge, o per obbedienza ad una qualche autorità, ma attraverso liberi accordi raggiunti tra i diversi gruppi, territoriali e professionali, costituiti per la produzione e il consumo, così come per soddisfare l’infinita varietà di bisogni e aspirazioni di una vita evoluta... ». Altri due pensieri interessanti, secondo me, sono i seguenti: «Con questa parola [anarchia] ho voluto identificare il termine estremo del progresso politico. L’anarchia è, se così posso dire, una forma di governo, o di costituzione, in cui la coscienza pubblica e privata, educata mediante lo sviluppo della scienza e del diritto, è autosufficiente per mantenere l’ordine e garantire ogni libertà, dove in conseguenza il principio di autorità, le forze di polizia, le misure di prevenzione o di repressione, il funzionarismo, l’erario, ecc., vengono ridotti alle loro più semplici espressioni... ». [P.-J. Proudhon, Correspondence, vol. XIV, Paris 1875, p. 32]. « ... Il principio fondamentale dell’anarchia, la sicurezza del più libero sviluppo delle possibilità attraverso un’effettiva solidarietà e il rifiuto dell’oppressione e della schiavitù volontaria». [M. Nettlau, Anarchisten und Sozialrevolutionare Entwicklung des Anarchismus in den Jahren 1880-1886, Berlin 1931, p. 5]).

Termini come “autocontrollo”, “autodirezione” (o “autogoverno”), ecc., indicano l’opposizione espressa dall’anarchismo rispetto allo Stato, anche nelle forme rappresentativa e parlamentare, e la sua opposizione a partecipare alla politica “corrente”, cioè, del centro.

Alcuni osservatori hanno suggerito l’esistenza di una stretta somiglianza tra anarchismo e forme pre-politiche più tradizionali di democrazia diretta, come il mir russo, l’aldea spagnola, le gilde delle città medievali, le comunità indie sulle Ande, ecc. Questa somiglianza ha suscitato critiche abbastanza ingiuste. Innanzitutto, i critici dell’anarchismo non presero l’opposizione anarchica contro lo Stato come tale, davvero sul serio, in quanto gli anarchici sembravano sostituire quegli organismi decisionali allo Stato. Ciò che non capirono quei critici è che gli anarchici si oppongono allo Stato nazionale a causa delle sue strutture autoritarie connesse, che danno come risultato l’alienazione e la mancanza di controllo da parte dei meno abbienti. Una struttura simile non è mai esistita nelle comunità e nelle istituzioni ora ricordate. (Vedi, per esempio: Eric Wolf, Guerre contadine del XX secolo, tr. it., Milano 1971, p. 75 segg., per la descrizione della partecipazione ugualitaria nel mir russo e il suo modo di raggiungere il consenso: «L’ottenimento dell’unanimità produce un profondo sentimento di soddisfazione e di solidarietà, e i membri della comunità, raccolti nel mir, si allontanano senza aver votato, senza aver formato un comitato, e tuttavia sentendo che ognuno sa ciò che ci si aspetta da lui». [G. Gorer e J. Rickman, The People of Great Russia, New York 1951, p. 233]). In secondo luogo, i critici interpretano l’interesse anarchico per la democrazia diretta come “prova” che l’anarchismo fu – per usare i termini di questa ricerca – un movimento pre-politico all’interno di un’area periferica. In qualche modo, l’anarchismo osò introdurre organismi di autocontrollo ed autogoverno nella moderna società industriale: controllo operaio, sindacalismo, ecc. (Oggi è di moda considerare il controllo operaio, i Consigli, l’autogestione, come idee fondamentali del marxismo ed addirittura dello stesso Marx. Una generazione più vecchia di studiosi di Marx sa qualcosa di più. «Il proudhonismo è il predecessore diretto del moderno sindacalismo: [...] le entità in cui deve costituirsi la forza anticapitalista devono avere uomini uniti non da convinzioni comuni – una semplice sovrastruttura intellettuale – ma dalle occupazioni reali cui devono attendere, poiché questo è il fattore essenziale che determina le loro azioni». [Isaiah Berlin, Karl Marx. The Life an Environment, Oxford 1982, p. 119]). I problemi di proporzione, di coordinazione e interscambio che sorgono da questa concezione di democrazia diretta – sebbene a volte trascurati da parte del movimento – vennero affrontati dalla maggior parte degli scrittori anarchici. La decisione di affrontare questi problemi viene dall’analisi di Kropotkin sul declino degli organismi di autogoverno, come le gilde, ecc. (P. Kropotkin, Mutual Aid. A Factor of Evolution, Londra 1914, pp. 217-218: «L’idea fondamentale della città medievale fu grande, ma non sufficientemente ampia. L’aiuto e il mutuo appoggio non possono limitarsi ad una piccola associazione; devono estendersi ai vicini o questi assorbiranno l’associazione». Cfr. Il mutuo appoggio, ed. Anarchismo, Trieste 2008. La descrizione che Kropotkin fa della città medievale fu criticata da altri anarchici, come M. Nettlau, che la ritennero troppo attraente). È caratteristico della concezione anarchica l’accento posto sulla solidarietà, l’internazionalismo, la responsabilità, l’educazione, in altre parole, la creazione del lavoratore cosciente, capace di affrontare e risolvere i problemi che si presentano.

Per questa ragione ho usato le parole “aperto ed universale” nella mia definizione dell’anarchismo: esse indicano il valore dell’“idea” e sottolineano la differenza con le vecchie forme chiuse della democrazia diretta.

Dopo che Gerald Brenan pubblicò il suo Labirinto spagnolo (The Spanish Labyrinth. An account of the Social and Political Background of the Civil War, Cambridge 1943), tutti gli storici hanno accentuato il valore dell’idea nel movimento anarchico spagnolo. Questa idea fu, spesso, considerata un elemento arcaico, un sostituto della religione. Fu, invece, qualcosa di nuovo e implicò una rottura col passato. Il lavoratore cosciente non tenne in mente solo la comunità autonoma, ma anche l’Internazionale. (La differenza coi carlisti – senza dubbio un movimento pre-politico in una area periferica, ma violentemente opposto a qualsiasi genere di idee “aperte ed universali” – fu molto sentita dagli anarchici spagnoli. Al tempo della sollevazione di Alcoy del 1873, i rivoluzionari vennero accusati di complicità con Don Carlos. “El Condenado”, periodico collettivista difensore dell’Internazionale, rispose all’accusa così: «Le masse carliste, incitate dal clero, combattono per un nuovo padrone, e ciò tranquillizza i nostri sfruttatori; le masse socialiste combattono per non aver padroni e per avere il frutto del loro lavoro, in una parola per la giustizia, e perciò gli sfruttatori sono terrorizzati». [I “socialisti” sono i membri dell’Internazionale di tendenza anarchica]. Vedi Clara E. Lida, Anarquismo y Revolución en la España del siglo XIX, Madrid 1972, p. 226).

Appare chiaro da quanto ho detto che non considero l’anarchismo spagnolo – o qualsiasi altra forma di anarchismo – come un riflesso dell’arretratezza. Coloro che sostengono questo punto di vista devono aver centrato la loro attenzione sull’anarchismo in Andalusia ed hanno trascurato, o hanno appena intravisto, il fatto che il movimento anarchico nella industriale Barcellona e in Catalogna – il centro della Spagna moderna – fu tanto forte quanto in Andalusia, precisamente dalla Prima Internazionale fino al 1939. Uno degli argomenti utilizzati per interpretare superficialmente l’anarchismo catalano fu che l’ideologia non era originale ma, al contrario, introdotta da operai immigrati dal Sud della Spagna, dai “murcianos”; un altro argomento è che l’anarcosindacalismo catalano non fu una forma “pura” di anarchismo, ma qualcosa tra l’anarchismo “reale” e il trade-unionismo “moderno”. Il primo argomento era diffuso fra i nazionalisti catalani restii ad ammettere l’esistenza di un forte movimento anarchico indigeno. In realtà, l’anarchismo catalano sorse all’epoca della Prima Internazionale e aveva radici nelle organizzazioni operaie molto più antiche. Non è nemmeno vero che i principali baluardi dell’anarchismo militante della Spagna meridionale offrirono molti lavoratori emigranti. In ogni modo, la Catalogna non fu l’unica parte moderna della Spagna che ebbe movimenti anarchici. Altri vessilli furono Valencia (città e “paese”), con la sua agricoltura d’esportazione, le città della Galizia, le Asturie. (J. Romero Maura, “The Spanish Case”. In Anarchism Today, a cura di Davis E. Apter e James Joll, London 1971, p. 63: «Non si capì che la dimensione delle industrie e la modernità dei diversi settori industriali erano saldamente legate all’espansione delle diverse organizzazioni operaie fuori di Spagna. In Spagna, non vi è neppure la base per suffragare una simile ipotesi. [...]. La base è molto frammentaria. Ma vi sono troppi esempi del contrario. Il sindacato dei tipografi fu per molto tempo il baluardo socialista a Madrid, mentre a Barcellona fu quello degli anarchici. All’inizio del secolo, press’a poco, i minatori delle Asturie sono socialisti e gli operai, anarchici [vedi David Ruiz, El Movimiento Obrero en Asturias, Oviedo 1968, p. 100]; sembra, comunque, che all’inizio della guerra civile un gran numero di minatori asturiani fossero anarchici. All’inizio degli anni Trenta i portuali di Barcellona e di Gijon sono anarchici, mentre quelli di Siviglia sono comunisti. In apparenza i due nuclei principali dell’anarchismo a Madrid furono gli operai edili e gli impiegati della Compagnia dei Telefoni. A Barcellona e nel resto della Catalogna, non sembra che gli anarchici abbiano avuto il controllo meno delle grandi aziende tessili e metallurgiche piuttosto che delle piccole fabbriche». Tuttavia, l’opinione che la CNT catalana fosse fortemente influenzata dalle «crisi agrario-religiose» al Sud, viene fatta presente da Gerald H. Meaker, in The Revolutionary Left in Spain, 1914-1923, Stanford 1974]).

Il secondo argomento è stato pure esso confutato. Io vedo l’anarcosindacalismo come l’espressione dell’atteggiamento anarchico di fronte ai lavoratori industriali. L’anarcosindacalismo in Spagna, come altrove, nacque come movimento in quanto molti anarchici considerarono il comunismo anarchico di Kropotkin inadeguato a risolvere i problemi della società moderna ed eccessivamente ottimista per quanto riguarda la riorganizzazione libertaria della società dopo la rivoluzione, compito che Kropotkin riteneva facile. L’anarcosindacalismo fu fino ad un certo punto un recupero della strategia di Bakunin di unire la lotta quotidiana alla lotta rivoluzionaria. Come orientamento, prospettiva e strategia, l’anarcosindacalismo rimase interamente anarchico. Più che in Francia, l’anarcosindacalismo spagnolo ebbe le sue origini nel movimento anarchico e negli ideali anarchici. (Vedi Romero Maura, “The Spanish Case”, op. cit., e, dello stesso autore: “Les Origines de l’Anarcho-sindicalisme en Catalogne: 1900-1909”, in Anarchici e Anarchia nel mondo contemporaneo. Atti del Convegno promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi (Torino 5, 6 e 7 dicembre 1969), Torino 1971. In altri Paesi il sindacalismo rivoluzionario fu molto antiriformista, ma l’ideologia anarchica non ebbe l’importanza che ebbe in Spagna. Forse per questa ragione molte organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie si piegarono al Profintern [comunista] o al riformismo. L’Associazione Internazionale dei Lavoratori, fondata a Berlino (1922-1923), fu la prima vera internazionale anarcosindacalista).

Un altro aspetto interessante dell’anarchismo andaluso risiede nel fatto che recenti studi di storici ed antropologi culturali hanno dimostrato che la nascita del movimento anarchico in Andalusia fu il risultato di trasformazioni socioeconomiche avvenute nel corso del secolo XIX, che portarono alla modernizzazione ed alla commercializzazione del sistema del latifondo e, di conseguenza a minor lavoro, minor “sicurezza sociale” e minor terra per i contadini. (Mi è gradito ricordare l’interessante studio storico di Temma Kaplan – un manoscritto che è nell’IISG – “The Social Base of Nineteenth Century Andalusian Anarchism in Jerez de la Frontera”, pubblicato sul “Journal of Interdisciplinary History”. Questo lavoro contiene significative correzioni alle opinioni sostenute da Juan Diaz de Moral, Historia de las agitaciónes campesinas andaluzas, Madrid 1929, Brenan [op. cit.] e Hobsbawn [op. cit.]. Juan Martinez-Alier, in uno studio antropologico-culturale, dal titolo Labourers and Landowners in Soutern Spain, Londra 1971, è estremamente critico verso le conclusioni segnalate da J. A. Pitt-Rivers, The People of the Sierra, la cui prima edizione è del 1954. «Un sistema di sicurezza sociale consiste nell’alloggiamento, “un modo tradizionale per risolvere la disoccupazione” [...] mediante l’assunzione di lavoratori da parte dei latifondisti». [Vedi Juan Martinez Allier, op. cit., pp. 78-79]). L’aspetto di “legge e ordine” di questa trasformazione è rappresentato dalla guardia civil, l’aspetto politico è riflesso dall’apogeo del “caciquismo”, attraverso cui il regime e l’oppressione locale risultano legati al sistema politico nazionale. (La Spagna fu il primo Paese europeo ad introdurre il suffragio “universale” [solo per gli uomini]. Ciò diede origine ad un legame tra l’oppressione locale esistente e il centro, e stimolò in modo massiccio il sistema del “caciquismo”. In Italia, l’estensione dell’esenzione tributaria favorì la mafia. [Vedi Hobsbawn, op. cit., p. 43]). Agendo come una forza contraria a questo processo, il movimento anarchico supporta una nuova ideologia, una nuova coscienza. Devo ritornare su questo processo di “creazione di qualcosa di nuovo nel processo di opposizione”, in quanto mi sembra che questo sia un fenomeno di portata mondiale che ha un grande rilievo per il nostro tema.

Se spostiamo la nostra analisi verso i movimenti anarchici e rivoluzionari di altri Paesi, ritroviamo lo stesso quadro che in Spagna: l’anarchismo in città e centri industriali, così come in aree agricole. In Francia e Germania l’anarchismo sorse nelle grandi città industriali. In Italia, i grossi borghi di provincia – in Romagna, Ancona, Carrara – furono i maggiori centri; in Olanda e Svezia lo furono le capitali e le aree agricole e boschive. Nell’America Latina gli anarchici raggiunsero una forte posizione nelle città più importanti della regione della Plata, soprattutto a Rosario – “la Barcellona dell’America Latina” – con i suoi moderni impianti industriali. (Vari studi sul movimento anarchico in diversi Paesi del mondo, giunsero alle seguenti conclusioni: Germania. «L’anarchismo tedesco fu un movimento da metropoli, sostenuto dal proletariato industriale, con un piccolo nucleo di intellettuali ed una limitatissima influenza tra il lumpenproletariato delle capitali». [Ulrich Linse, Organisierter Anarchismus in Deutschen Kaiserreich von 1871, Berlino 1969, p. 119]. Francia. «... Con le debite sfumature, non possiamo che sottolineare il carattere operaio dalle sue origini fino ai nostri giorni, movimento che tuttavia si diversifica assai poco rispetto alle altre correnti politiche della sinistra, socialista o comunista, per quanto riguarda l’occupazione degli aderenti o militanti». [J. Maitron, “Un Anar qu’est-ce que c’est”, in “Le Mouvement Social”, n. 83, aprile-giugno 1973, p. 45. Lo stesso numero contiene un’indagine sull’espansione regionale dell’influenza anarchica in Italia e nei Paesi Bassi]. I Paesi del Rio della Plata. «L’anarchismo fu, dall’inizio fino agli anni Trenta, un precipuo movimento di lavoratori, radicato nel proletariato urbano, anche se nel suo periodo di maggior espansione ebbe occasionalmente l’adesione di contadini». [Eduardo Colombo, “Anarchism in Argentina and Uruguay”, in Anarchism Today, op. cit., p. 18]. Anarcosindacalisti russi. «Tra il 1903 ad il 1907, il gruppo dl Novornirski di anarcosindacalisti del meridione russo attrasse un numero considerevole di lavoratori delle grandi città dell’Ucraina e della Nuova Russia, così come pure intellettuali dell’area socialdemocratica, socialista rivoluzionaria ed anarcocomunista». [P. Avrich, op. cit., p. 78]).

In Messico, sia l’ideologia contadina che gli zapatisti risentono di una pronunciata influenza anarchica. In USA si ebbe un vigoroso movimento proletario anarchico tra i lavoratori immigrati (italiani, spagnoli ed ebrei dell’Est europeo) e tra i lavoratori dell’IWW nei territori di “frontiera”, come pure una notevole tradizione libertaria e intellettuale basata sulle piccole comunità autosufficienti e sull’individualismo nordamericano. In Russia, il movimento contadino di Machno operò fortemente influenzato dall’anarchismo, ed anche in Bulgaria l’influsso anarchico si concentrò sulle aree agricole.

Come si vede, è molto difficile fare qualsiasi generalizzazione assoluta. L’anarchismo viene spesso spiegato attribuendolo a cause diverse da quelle economiche, quali la struttura della personalità dell’anarchico come individuo ed altri simili fattori psicologici. Ma un giudizio psicologico non è pertinente per rispondere alla domanda sul perché l’anarchismo sia tramontato. Per cercare di rispondere a questa domanda occorre ritornare un’altra volta alla mia definizione. Ritengo che l’esistenza o meno di movimenti anarchici ed anarcosindacalisti abbia qualcosa a che fare con il problema seguente: se cioè, nell’opinione comune, fu o è una possibilità reale quella di costituire gruppi autogestiti. In condizioni di massiccia atomizzazione, come in guerra, con forme totalitarie d’oppressione, rapida industrializzazione, che fanno sì che i lavoratori come individui abbandonino qualsiasi senso d’indipendenza e ogni legame col passato, diminuisce la possibilità di formare e mantenere gruppi autonomi di individui coscienti. Sebbene vi sia un “impegno” verso una crescita socioeconomica – maggiore alienazione significando minore anarchismo – il legame è solo indiretto; l’accrescimento dell’apparato statale, la guerra e la militarizzazione sono, almeno, tanto importanti quanto l’incremento delle relazioni economiche alienanti tra i lavoratori stessi e tra essi e il lavoro.

Ritornerò più avanti sulla crescente importanza della politica nella società come fattore di declino dell’anarchismo.

La diffusa opinione secondo la quale l’anarchismo è una forma “primitiva” di movimento di lavoratori e che per questa unica ragione esso rimase forte nella Spagna “arretrata” dopo che il socialismo e il comunismo moderni fecero il loro ingresso sulla scena in altri posti, non ha valore in assoluto. Nel Nord europeo – Germania, Svezia, Paesi Bassi – l’anarchismo sorse dopo e come una reazione contro il riformismo marxista dei nuovi partiti socialisti. In Spagna dipese dalla regione, e non dall’epoca, il fatto che si sia sviluppato un movimento socialista o anarchico. In Catalogna il sindacalismo riformista e socialista – organizzato nelle “Tre Categorie di Vapore” – raggiunse il suo pieno sviluppo prima della nascita della CNT anarcosindacalista.

L’anarchismo tramontò dopo la prima guerra mondiale, per l’azione di questa guerra, la depressione e i regimi totalitari negli anni Trenta, la Seconda Guerra mondiale, la guerra fredda, eventi che furono accompagnati da un clima culturale e ideologico che non ammetteva altro che ammirazione per le masse, unificazione ed organizzazioni operaie centralizzate su ampia scala. (Eric J. Hobsbawn ha affermato che l’anarchismo e il sindacalismo rivoluzionario han perduto molto della loro carica rivoluzionaria agli inizi del 1914: «L’avvenimento storico cruciale è il drammatico declino dell’influenza anarchica [o anarcosindacalista] nella decade dopo il 1914. Nei Paesi belligeranti d’Europa questo fu un aspetto trascurato dal collasso generale della sinistra d’anteguerra. Di solito viene presentato innanzitutto come una crisi della socialdemocrazia, e molto giustificatamente. Ma nello stesso tempo esso fu anche una crisi dei rivoluzionari libertari o antiburocratici in due sensi. Primo, molti di essi [per esempio tra i “sindacalisti rivoluzionari”] si unirono ai marxisti socialdemocratici nella marcia dietro alle bandiere patriottiche, almeno per un certo tempo. Secondo, coloro che non lo fecero, dimostrarono in genere una completa inefficacia nella loro opposizione alla guerra, ed anche poca efficienza nel loro sforzo di presentare un movimento rivoluzionario libertario come alternativa a quello dei bolscevichi». [E. J. Hobsbawn, “Bolshevism and Anarchism”, in Anarchici e Anarchia, op. cit., p. 476]. La mia opinione personale è che la crisi nei movimenti anarchici europei data da un periodo anteriore, dopo il 1890: «... Posso affermare che la storia dell’anarchismo al di fuori della Spagna dopo il 1890 consiste proprio nella storia della ricerca di metodi adeguati». [Rudolf de Jong, “Entstehund und Entwicklung des Anarchismus”, in Ich will weder befehlen noch gehorchen, Marxismus und Anarchismus, Tomo II, Berlin 1975, p. 60. Conferenza tenuta nel 1967]. Dopo il 1890, il fenomeno della “dispersione delle tendenze“, come lo definì J. Maitron nella sua Histoire du Mouvement Anarchiste en France [1880-1914], Paris 1951, lo si può trovare dappertutto. L’anarcosindacalismo costituisce la miglior risposta a questa crisi. Solo nella Svezia neutrale il movimento anarcosindacalista sopravvisse alla seconda guerra mondiale).

La rinascita, negli anni Sessanta, delle idee, movimenti e forme d’organizzazione libertarie in Europa e negli Stati Uniti non ebbe quasi nulla a che vedere con il vecchio movimento, i suoi superstiti o i gruppi socioeconomici che la preceddettero. Ci si trovò davanti ad una nuova generazione di individui coscienti, che avevano raggiunto la convinzione che nella società moderna la vita è dominata da grandi istituzioni senza controllo da parte dell’individuo, e che trovarono nuove forme di strutture organizzative autocontrollate ed autogestite da utilizzare nella lotta per la trasformazione sociale e una vita migliore.

Le forze alla base della trasformazione sociale

1. La prospettiva del centro riguardo le forze della trasformazione sociale: libera iniziativa e marxismo.

I criteri degli antichi liberali e della moderna libera iniziativa negano l’esistenza di qualsiasi contraddizione fondamentale o antagonismo tra centro ed aree periferiche nel processo di trasformazione sociale. Con la crescita del centro, le aree periferiche – come le classi lavoratrici all’interno dello stesso centro – dovrebbero svilupparsi e, in prospettiva, trarre vantaggio dalle trasformazioni sociali e partecipare ai benefici del centro. Questa era la filosofia che stava dietro le argomentazioni in termini commerciali del mondo liberale. È tuttora la filosofia ufficiale del mondo occidentale, con la sua fiducia nella potenza economica. Stava dietro l’Alleanza per il Progresso “liberale e democratico” di Kennedy e sta dietro alla politica brasiliana di oggi. Il suo punto debole è argutamente riassunto nella famosa frase di Keynes: “In prospettiva siamo tutti morti”. I poveri devono pagare il prezzo del progresso.

Seppure Marx e il marxismo sembrano esser lontani da questi criteri di trasformazione sociale, allorquando descrivono i punti di riferimento che ne sono le risultanti questi mostrano di assomigliarsi molto.

Marx ebbe una visione veramente chiara della trasformazione sociale. Questa doveva essere rivoluzionaria, in quanto egli credeva in un antagonismo fondamentale tra le classi sociali. Marx concentrò la sua attenzione su un antagonismo: quello esistente tra i possessori dei mezzi di produzione in una società di capitalismo privato e i proletari costretti a vendere il loro lavoro ai capitalisti. Si interessò solamente alla relazione tra centro e periferia connotata come D. nella mia classificazione. Ed esistono motivi per ritenere che questa relazione non è una relazione vera tra centro e periferia in assoluto; da un punto di vista economico – e l’economia costituisce la chiave fondamentale per Marx – i lavoratori industriali sono parte del centro, parte del sistema capitalista. In nessun caso Marx s’interessò di altre aree e gruppi periferici che ho elencato. Poté vedere la miseria, la tragedia delle aree periferiche, ma le definì come conseguenze di un processo storico, che egli valutò inevitabile e positivo. Secondo la sua opinione, il ruolo sociale delle aree periferiche fu sempre conservatore e spesso reazionario. Dovevano venire soffocate dal centro e dal capitalismo emergente quando la società fosse entrata pienamente nel regno del socialismo.

Il marxismo dimostra lo stesso disgusto della borghesia liberale verso il sottoproletariato, l’organizzazione e la lotta autonoma dei contadini, dei lavoratori manuali indipendenti e verso le culture primitive. Nella concezione di Marx le uniche forze progressiste sono la borghesia e il proletariato. Non c’è contraddizione tra questo ruolo progressista assegnato alla borghesia e il suo ruolo reazionario nella lotta di classe contro il proletariato. La borghesia rappresenta una forza rivoluzionaria nel processo di edificazione di una società capitalista, una forza reazionaria nella lotta per il socialismo portata avanti dal proletariato, che è il becchino creato dallo stesso capitalismo. Ogni volta che il sistema del centro capitalista, nel corso della sua crescita, fondò, aggredì o distrusse delle aree periferiche, Marx si pose al fianco della “storia”, della borghesia. Un esempio di ciò è un articolo della rivista “Die Neue Rheinische Zeitung” scritto dal suo amico F. Engels nel 1849. In un attacco contro Bakunin, Engels parla dell’occupazione – nel 1847 – della California da parte degli Stati Uniti d’America. L’occupazione fu un atto manifesto dell’imperialismo yankee contro il Messico, un fatto che Engels non negò, ma che non rivestì importanza ai suoi occhi. Per lui, l’essenziale era che nel conquistare la California ai “pigri messicani”, gli “energici yankee” avevano agito nell’interesse della civiltà, in quanto aprivano la California e il Pacifico al commercio mondiale, allo sfruttamento delle risorse naturali della zona, ecc. (In un frammento, il cui testo è in tedesco, del Karl Marx, Friedrich Engels, Werke [tomo VI, Berlin 1961, pp. 273-274], Engels ironizza sulla preoccupazione di Bakunin per i princìpi di giustizia ed umanità, affermando che le grandi realizzazioni degli «energici yankee» valevano bene il prezzo delle sofferenze e l’abbandono della «giustizia e di altri princìpi morali» a spese di «qualche californiano e texano spagnolo». Nel 1849, in uno scritto sui popoli slavi dell’Est europeo, Engels si espresse in favore della loro totale germanizzazione, respingendo le loro aspirazioni nazionali e culturali, considerandole un ritorno alle posizioni del Medioevo. Nella prima grande lotta contro il colonialismo francese da parte degli Algerini liberati da Abd el Kader, Engels è a favore della Francia colonialista e della sua influenza modernizzatrice. [Vedere gli atteggiamenti di Marx e Engels a favore del centro europeo in Kostas Papaionnou, “Marx et la Politique Internationale”, I, II e III, in “Le Contrat Sociale”, Paris 1967]. Un marxista olandese fu tra i pochissimi che in Olanda non si pose dalla parte dei Boeri sudafricani giustificandosi col fatto che l’imperialismo britannico rappresentava lo “sviluppo storico”).

Era solamente nei centri del capitalismo che il proletariato industriale componeva una larga parte della popolazione e, perciò, Marx previde che la rivoluzione avrebbe avuto luogo nei Paesi più industrializzati, come l’Inghilterra e la Germania. L’idea che possono aversi rivoluzioni in aree periferiche rispetto al capitalismo e il concetto che “forze opposte creano qualcosa di nuovo” sono completamente estranei al marxismo.

Alcuni scritti dello stesso Marx contengono elementi di analisi meno dogmatica riguardo al centro. È famosa la sua lettera a Vera Zasulich, in risposta ad una domanda sul mir, la comunità contadina russa. In essa Marx ammette che il mir – un fattore periferico nello sviluppo del capitalismo russo – poteva essere «un elemento di rinnovamento per la società russa ed un elemento di superiorità rispetto ai Paesi dominati dal regime capitalista». (Citato da David Mitrany in Marx against the Peasant. A Study in Social Dogmatism, London 1952, p. 48). È interessante segnalare che Marx evidentemente riaggiustò molto questa lettera di quaranta righe, la cui brutta copia ne riportava più di novecento. Le dottrine ideologiche della socialdemocrazia e i partiti comunisti chiusero un occhio sui tentennamenti scientifici del loro maestro.

Nelle loro politiche pratiche i socialisti e i comunisti europei seguono modelli diversi da quelli ideologici e teorici. La loro risposta alla “questione coloniale” consiste in un sillogismo anticapitalista perché le popolazioni colonizzate sono sfruttate dagli stessi padroni capitalisti che sfruttano i lavoratori europei. Col crescente opportunismo dei partiti europei, l’atteggiamento anticolonialista ritorna alla sua radice.

La questione coloniale come tale ha poco a che vedere col nostro tema, ad eccezione della colonizzazione politica definita in C. nella mia classificazione. Socialisti e comunisti accettarono e perfino ammirarono il nuovo nazionalismo situatosi come centro nei giovani Stati indipendenti.

Posti di fronte alla realtà dei movimenti periferici, i marxisti furono sempre costretti a correggere la loro teoria. (Gli autori marxisti oggi ritenuti classici – Rosa Luxemburg, A. Gramsci, i comunisti dei Consigli, José Carlos Mariategui, ecc. – furono sempre considerati non ortodossi e perfino eretici ai loro tempi. Tutti dimostrarono un grande e positivo interesse per le realtà periferiche e sindacaliste, che non vennero completamente apprezzate dai marxisti ortodossi. Rosa Luxemburg venne fortemente influenzata dalla Rivoluzione russa del 1905, dall’idea dello sciopero generale, ecc. «Gramsci vuole l’autonomia dei Consigli operai non solo rispetto all’organizzazione sindacale ma anche al partito socialista rivoluzionario, perfino allorquando detti Consigli all’inizio si orientano verso un “naturale” sindacalismo ed “anarchismo”». [“Times Literary Supplement”, 24 agosto 1967]. Mariategui osteggiò la “decentralizzazione centralista” e si pronunciò a favore di una concezione periferica del “nuovo regionalismo”. «In altre parole, comincia a tratteggiarsi un nuovo regionalismo. Questo regionalismo non è una semplice protesta contro il regime centralista. È un’espressione della coscienza montanara e del sentimento andino. I nuovi regionalisti sono, prima di tutto, indigenisti. Non li si può confondere con gli anticentralisti vecchio tipo». [José Carlos Mariategui, Siete Ensayos de interpretación de la realidad peruana, ed. Amauta, Lima 1971, p. 215. Prima ed. 1928. Tr. it. Torino 1972]).

Quantunque sia certo che le teorie sullo “sviluppo del sottosviluppo” negli odierni Paesi latino-americani siano state ispirate dai marxisti, le conclusioni che portano sono in contraddizione con due concetti marxisti ortodossi della trasformazione sociale nel Terzo Mondo.

Secondo il primo concetto, le rivoluzioni della borghesia nazionale contro l’imperialismo, primo “compito storico”, dovevano essere sostenute da tutte le forze progressiste. Il secondo concetto si fondava sul presupposto che la borghesia nazionale fosse eccessivamente debole per portare avanti la “sua” rivoluzione e che il proletariato e il “partito delle avanguardie” si assumessero il ruolo dirigente fin dall’inizio. Ci fu fondamentalmente una piccola differenza tra i due concetti; secondo questi, le forze sociali in seguito alla trasformazione sociale prendono origine dal centro, non dalle aree periferiche. (Da Cuba, noti marxisti e “attivisti” non ortodossi [R. Debray, E. Guevara] hanno parlato quasi esclusivamente del ruolo di sfruttamento del capitalismo nordamericano e delle multinazionali in America latina, mentre il loro aspetto modernizzatore, tanto importante per Marx, è stato trascurato. È un tipico caso di “ironia della storia” il fatto che questo aspetto del capitalismo sia stato messo in luce da uno scrittore anarcosindacalista, Augustin Souchy. [Souchy sottolinea che a causa di un massiccio movimento di sciopero scatenato in Honduras, nel 1954, che vide partecipare 12.000 lavoratori delle piantagioni di banane, la United Fruit Company dovette cedere, prendendosi l’onere perfino dell’educazione scolastica dei bambini in scuole pubbliche. Il frammento è contenuto in: Augustin Souchy, Betrief: Latein Amerika. Zwischen Generalen, Campesinos und Revolutionaren. 20 Jahre Erfahrungen und Lehren, Frankfurt am Main 1974, pp. 59-60]. Vedi anche Boris Goldenberg, The Cuban Revolution and Latin America, London 1965, pp. 66-67: «La dominazione economica delle compagnie straniere, i loro privilegi e i loro guadagni, e la loro alleanza con l’oligarchia locale e i successivi dittatori dovevano produrre forti sentimenti antimperialisti tra i pochi settori della popolazione politicamente coscienti. Il contributo positivo del capitale estero allo sviluppo del Paese, quindi, venne ignorato. Pochi si preoccupano di chiedersi se il Paese [il Guatemala] si sarebbe sviluppato senza gli “imperialisti”. Non venne nemmeno considerato il fatto che gli assuntori stranieri pagavano due o tre volte di più dei capitalisti locali. Né si degnò di un minimo di attenzione il fatto che i lavoratori della United Fruit Company si procurarono migliori condizioni di lavoro, migliori abitazioni e scuole per i loro figli e che gli unici ospedali del Paese vennero edificati e riforniti da industrie straniere»).

2. La prospettiva periferica a riguardo delle forze della trasformazione sociale: anarchismo

Il criterio anarchico sulle forze sociali alla base della trasformazione sociale è di gran lunga più generale, meno perentorio delle formule marxiste. A differenza del marxismo, non assegna un ruolo specifico al proletariato industriale. Negli scritti anarchici si trova ogni genere di gente lavoratrice e di gente povera, tutti gli oppressi, tutti quelli che in qualche modo appartengono ai gruppi o aree periferiche e perciò costituiscono fattori potenziali nella lotta rivoluzionaria verso la trasformazione sociale.

Inoltre, l’anarchismo ha sempre mostrato un vivo interesse per l’organizzazione sociale delle culture primitive (indicate come A. nella mia classificazione dei rapporti tra centro e periferia). Nel suo Mutuo appoggio Kropotkin dedica un capitolo al “mutuo appoggio tra i selvaggi”. Elie Reclus scrisse un libro dal titolo: Les Primitifs. Etudes d’ethnologie comparée, Paris 1885. Gli autori anarchici sono sempre stati attratti dagli scritti degli antropologi culturali. Negli anni Sessanta, durante la decolonizzazione dell’Africa, il periodico mensile inglese “Anarchy” pubblicò articoli in cui confrontava i tratti libertari delle culture autenticamente indigene africane e le strutture parzialmente libertarie delle tribù con i nuovissimi Stati nazionalisti fondati sull’eredità autoritaria del governo coloniale e sul nazionalismo importato in Africa dagli europei autoritari tradizionali. (Jeremy Westall, “Africa and the Future”, in “Anarchy”, n. 3, London, maggio 1961: «Si comincia a comprendere che l’uomo occidentale ha eseguito il più arrogante degli atti nel processo di acculturazione dell’Africa: [...] sembra che quelle cose che sono tanto vitali per l’Africa, le cose che ci attirano in Occidente in quanto sono assenti nella nostra società – la vitalità che pulsa e il profondo mistero dell’esperienza – si estingueranno quando il continente africano diverrà totalitario, dittatoriale e infine imperialista, quando si industrializzerà e si occidentalizzerà. Ma che cosa potrebbe fare un anarchico? Che cosa potrebbe cercare di fare nel proprio Paese un africano che avesse idee anarchiche? Per quanto mi riguarda, incoraggerei la conservazione dell’eredità culturale presente nella tribù, ma lo stesso sistema tribale deve essere impregnato di spirito libertario. In alcune tribù, prima dell’invasione europea, non esistevano capi. Gli Ibo in Nigeria, i Kikuyu in Kenia e i Tonga in Rhodesia settentrionale sono tre esempi in cui troviamo già le basi per una società fondamentalmente decentralizzata. Sottolineerei inoltre il valore della vita del villaggio africano e i malanni dell’industrializzazione, anche se il rifiuto di tutto ciò che è occidentale sarebbe un grosso errore. Incoraggerei un assorbimento critico di ciò che viene considerato utile e importante per gli africani»).

Gli estranei alla società – gruppi marginali, giovani, sottoproletariato, ecc., indicati come C. ed E. nella classificazione – hanno sempre ricevuto l’attenta simpatia degli scrittori anarchici. È ben noto che Bakunin presentò il sottoproletariato e gli intellettuali che rifiutano la loro classe come forze rivoluzionarie e che ebbe una grande simpatia per le rivolte contadine di Razin e Pugachev. E si riconosce alla “plebe” un ruolo positivo negli studi anarchici di storia, come fa Kropotkin nella sua storia della Rivoluzione francese.

Nell’anarchismo i fattori socio-psicologici sono considerati autonomi, non come complementari ai fattori economici, e il ruolo è stimato, a giudicare dall’attenzione prestata negli scritti anarchici ai giovani, alla gioventù in quanto tale, e non solamente ai giovani proletari. L’opuscolo Ai giovani di Kropotkin, forse le pagine di propaganda più frequentemente tradotte e diffuse nel movimento anarchico, è dedicato ai giovani di ogni classe.

L’argomento più importante intorno alle forze per la trasformazione sociale fu formulato da Bakunin quando criticò le idee di Marx sulla potenzialità rivoluzionaria del proletariato industriale nei centri del capitalismo. Nelle sue polemiche coi marxisti, Bakunin sostenne che nei centri capitalisti – specialmente quelli tedeschi e inglesi – la classe operaia si apparta dalla rivoluzione socialista e giunge ad accettare la società borghese, i cui atteggiamenti, le abitudini e le prospettive di base vengono alla fine accolti ed assimilati. In quanto vere forze rivoluzionarie, egli ripose le sue speranze sulle aree periferiche dell’Europa capitalista del suo tempo: l’Italia, la Russia e la Spagna. (Per le idee di Bakunin su questi argomenti, vedere: Opere Complete, vol. III, Bakunin e i conflitti nell’Internazionale. La questione germano-slava. Il comunismo di Stato, ordinati e commentati da A. Lehning, tr. it., ed. Anarchismo, Catania 1977. Vedere anche il vol. IV delle Opere Complete, contenente Stato e Anarchia e altri scritti, annotati da Lehning, tr. it., ed. Anarchismo, Catania 1977. Sulla speranza di Kropotkin in una rivoluzione russa, vedere la fine de La Grande rivoluzione, tr. it., ed. Anarchismo, Catania 1975).

Tradotta in termini aggiornati, la tesi di Bakunin potrebbe essere formulata così: nei centri del sistema capitalista i lavoratori lottano per trasformazioni sociali all’interno del sistema borghese e cercano di trarre vantaggio dai risultati della “crescita” economica e dell’espansione dei consumi. Nelle aree periferiche della società capitalista tutte le classi povere, che pagano e soffrono per questa espansione capitalista senza avvantaggiarsi del processo di crescita, guardano con speranza alle forme rivoluzionarie di trasformazione sociale.

3. Qualche realtà dopo la teoria.

Osservando i movimenti e le organizzazioni storiche in Europa, non si può evitare di notare la poca coerenza che esiste tra pratica e teoria a proposito delle forze che si muovono per una trasformazione sociale.

I partiti marxisti non sono mai stati esclusivamente proletari, né hanno cercato di esserlo. In molti Paesi essi trovano simpatizzanti e votanti tra la popolazione rurale e in ogni classe urbana. Nella propaganda marxista la parola proletariato giunse presto a includere tutti coloro che lavorano.

L’orientamento dei movimenti anarchici ed anarcosindacalisti in molti Paesi fu principalmente industriale ed urbano. Nelle zone agricole i sostenitori delle organizzazioni anarchiche e sindacaliste erano i salariati e i piccoli coltivatori. Il sottoproletariato non ebbe mai un ruolo importante in queste organizzazioni e neppure gli altri gruppi marginali. Gli intellettuali e i giovani vengono attratti da movimenti completamente differenti. Gli eserciti di disoccupati semipermanenti formarono il grosso dei votanti comunisti durante gli ultimi anni della Repubblica di Weimar in Germania. In altri Paesi i disoccupati evidenziarono una condotta molto diversa nel voto. Il fascismo trovò aderenti tra molti gruppi periferici. Le classi operaie inglesi sostennero sempre il Partito Laburista e le “trade unions”, ecc.

Mi si consenta ora di volgere lo sguardo alle idee ed alle strategie anarchiche e marxiste ed alla mentalità che le informano.

La strategia della trasformazione sociale rivoluzionaria

1. L’organizzazione della lotta.

Sia gli anarchici sia i socialisti ebbero sempre presente la distanza che separa le loro concezioni riguardo alla strategia da adottare nella lotta per la trasformazione sociale e rivoluzionaria. Fu questa differenza la vera causa della scissione della Prima Internazionale e delle divisioni ripetute nelle polemiche tra le due scuole del socialismo.

Se applichiamo la terminologia centro-periferia a questo antagonismo, i marxisti sembrano aderire alla politica orientata verso il centro, cioè, essi cercano di creare un centro politico al fine di conquistare e utilizzare i centri di potere e l’organizzazione politica esistenti. Gli anarchici sono orientati verso la periferia e le sue prospettive; cercano di creare una confederazione di nuclei di base autodiretti che intrattengono rapporti sulle loro prospettive dell’obiettivo finale, la lotta contro l’ordine esistente, la società futura, la strategia e la solidarietà. Tutte le scuole dell’anarchismo hanno mostrato di condividere questa concezione. Un’altra delle sue caratteristiche importanti è che l’organizzazione per la lotta contiene già in sé i germi della futura società libertaria.

La lotta anarchica ed anarcosindacalista viene spesso presentata come una guerriglia, mentre i partiti socialdemocratici e comunisti europei sono rappresentati come eserciti regolari, disciplinati e gerarchici, nei quali i capi del partito assumono il ruolo di ufficiali e i membri ordinari e i sostenitori fanno i soldati. In questo contesto è interessante citare l’osservazione di Gerald Brenan sul ruolo svolto dalla guerriglia spagnola nella lotta contro gli eserciti di Napoleone: la guerriglia da sola non avrebbe potuto sconfiggere Napoleone, ma neppure avrebbero potuto farlo gli eserciti di Wellington; fu solamente con gli sforzi combinati dei guerriglieri spagnoli e dell’esercito inglese che l’esercito francese poté esser vinto. (Brenan, op. cit., p. 180: «I francesi vennero scacciati dalla Spagna per la continua azione aggressiva dei gruppi di guerriglia [che, come le forze anarchiche odierne, erano una espressione spontanea del sentimento rivoluzionario del popolo] che agivano in collegamento con una piccola ma ferreamente disciplinata forza. Nessuno di essi avrebbe potuto sostenere la lotta da solo. Seguendo lo stesso modello, le forze anarchiche e socialiste unite, in circostanze favorevoli, sarebbero sfociate in una rivoluzione riuscita. Ma nella realtà un simile collegamento delle organizzazioni del lavoro spagnole non fu sempre possibile. Si dovette addirittura attendere la ribellione di Franco per ottenerlo»).

Rispetto alla concezione marxista che propugnava l’uso degli organismi e delle forme d’organizzazione politica creati dalla borghesia – partito, Stato – gli anarchici hanno osservato che l’unico risultato sarebbe che il socialismo verrebbe dominato e sacrificato piuttosto che emancipato da quegli strumenti. Previdero che sarebbe sorta una nuova classe dirigente che, a sua volta, governerebbe con la coercizione e che, alla fine, vi sarebbe poca differenza tra l’oppressione marxista e quella borghese.

Per gli anarchici non fece meraviglia che, una volta al potere, i marxisti o altri partiti di sinistra siano ricorsi alla stessa filosofia di base su trasformazione sociale e progresso che si ritrova tra i difensori del liberalismo e della libera iniziativa. Una volta al potere questi rivoluzionari affermano che la trasformazione sociale e il progresso possono esser realizzati solamente sotto la direzione ed attraverso nuovi centri di potere: il partito, lo Stato e i suoi canali ufficiali. E solamente attraverso verso questi canali ufficiali! Proprio come i sostenitori della società capitalista, essi negano l’esistenza di un antagonismo fondamentale tra centri ed aree periferiche; quest’ultime devono svilupparsi secondo le direttive del centro e ad imitazione del suo modello. Il risultato fu che lo sfruttamento e il massacro di gruppi periferici come i contadini, che non aderivano al modello di sviluppo del centro, fu difficilmente tanto crudele come lo fu nella Russia “socialista”.

Sistemi di centro come quelli della Russia e dell’Europa orientale reagiscono nello stesso modo e attraverso gli stessi meccanismi dei vecchi sistemi allorquando affrontano una trasformazione sociale rivoluzionaria iniziata da gruppi periferici nelle loro società: mantenimento della legge e dell’ordine, oppressione, diffamazione. Nei loro scritti storici, le rivoluzioni e le ribellioni sanguinose – come quelle che si ebbero dopo la morte di Stalin – sono ridotte ad “avvenimenti” o “accenni” ricordati nelle note a fondo pagina. La riorganizzazione rivoluzionaria della struttura della vita politica, sociale ed economica, avvenuta durante tali “eventi” è completamente ignorata. Uno studio comparativo, per esempio, di come viene ricordata la Comune di Parigi nella storiografia borghese e come la Rivoluzione del 1956 in Ungheria è ricordata nella storiografia comunista – e del linguaggio usato dai rispettivi storiografi – rivelerebbe interessanti somiglianze.

Gli storiografi borghesi e marxisti tendono ad adottare lo stesso punto di vista al riguardo della storia dell’anarchismo, dei movimenti anarchici e delle lotte rivoluzionarie, senonché gli storiografi borghesi sono un po’ più liberali nei loro atteggiamenti. La sorte della rivoluzione sociale durante la guerra civile spagnola è sintomatica: solo da poco tempo gli storiografi “liberali” ricordano la rivoluzione, un argomento che fin’allora venne praticamente ignorato nella ponderosa letteratura sulla guerra. Gli storiografi comunisti persistono nelle loro diffamazioni sul tema. (A proposito delle somiglianze tra i giudizi “liberali” e quelli comunisti riguardo alla guerra civile spagnola e alla rivoluzione sociale, vedi: Noam Chomsky, “Objectivity and Liberal Scholarship” in American Power and the New Mandarins, Middlesex 1969).

Oltre al disaccordo tra anarchici e socialisti politici a proposito della strategia da seguire, vi è anche una differenza di opinione tra loro sul carattere del terreno di lotta. Per gli anarchici, esso è la società come tale; hanno perfino rifiutato di limitarlo al solo settore socioeconomico.

Gli anarchici sono stati presenti in ogni genere di movimenti, cercando di liberare la società esistente dalle strutture autoritarie: liberazione della donna, antimilitarismo, anticolonialismo, libero pensiero, libera educazione in “scuole moderne”, riforma carceraria, diritti umani, ecc. In vari Paesi l’attività anarchica impegnata in tali campi prese la forma di un’azione contro ogni sfaccettatura della società. (Nei Paesi Bassi l’organizzazione più importante del movimento anarchico – a parte l’organizzazione sindacalista rivoluzionaria – fu quella antimilitarista (IAMV). Negli Stati Uniti, l’azione di Emma Goldman si concentrò principalmente sui diritti umani: libertà d’espressione, libertà di divulgazione della riforma sessuale, ecc.). Nei movimenti marxisti la politica è sempre al primo posto. I marxisti hanno sovente frenato lotte d’emancipazione che ritenevano subordinate al più “ampio” interesse del partito. Frequentemente si oppongono all’indipendenza dei movimenti che lottano per una causa specifica.

“Società, non politica”, è il credo anarchico. Ma che cosa accade se la politica di “legge e ordine” è sostituita da un sistema di regole? Società e politica danno allora risultati non molto distanti. Quando e dove ciò è successo, l’anarchismo perse credibilità.

2. Mentalità e valori.

Oltre alle differenze teoriche tra le scuole di pensiero anarchico e marxista esistono differenze di mentalità e valori. Nell’anarchismo i valori umani hanno una parte importante: giustizia, libertà, liberazione, dignità umana, i valori morali del sacrificio individuale, sono considerati autonomi, in ogni momento. Agli occhi dei marxisti questi valori sono sempre in relazione con un ordinamento socioeconomico specifico. E questa la ragione per cui essi rimproverano gli anarchici di essere assolutisti e di mancare di realismo storico. E fondamentale nel marxismo il concetto di “processo storico” che afferma che questo processo e le forze che lo motivano possono esplicarsi scientificamente. Espressioni quali “necessità storica”, “crescita inevitabile”, “la storia ha dimostrato”, ecc., appaiono con frequenza nel linguaggio marxista. La fede marxista in un “processo storico” è tanto assoluta quanto la fede anarchica nei valori umani universali, abbastanza ovvio che queste diverse concezioni si rifletteranno nei diversi criteri sul progresso.

I risultati dell’economia libera – la grande ed efficiente corporazione economica e politica del centro – non solo vennero riconosciuti dai marxisti come necessità, ma sono stati addirittura approvati e spesso ammirati come i risultati del progresso umano. Marxisti e capitalisti condividono lo stesso punto di vista per quanto riguarda il progresso e la trasformazione sociale, la stessa idea – il nostro cammino è l’unico per l’umanità –, che riflette un certo “orgoglio di progresso”. Spesso ci si imbatte in questo punto di vista “capitalista” sul progresso, leggendo marxisti che credono di averlo sfrondato di ogni dogmatismo. Un buon esempio è il libro Socialismo a Cuba di Paul M. Sweezy e Leo Huberman, gli editori della “The Monthly Review”. (Socialism in Cuba, New York-London 1969). Il primo capitolo di questo libro si intitola “La necessità del socialismo”. Inizia con affermazioni su ciò che si deve fare nei Paesi latino-americani che aspirano alla crescita. Queste affermazioni si rifanno al... messaggio del Presidente Kennedy in occasione della proposta per l’Alleanza per il Progresso e ad un articolo del senatore Mike Mansfield. (Ib., pp. 19-20. «Sul “New York Times Magazine of Sunday” del 4 dicembre 1960, il senatore Mike Mansfield si occupò dal problema fondamentale dell’America Latina. Ecco che cosa egli propose che dovrebbe fare ogni nazione latino-americana che voglia svilupparsi: 1) Deve agire allo stesso tempo per alleviare le carenze più evidenti nell’alimentazione, modo di vita e salute di cui soffrono decine di milioni di persone. 2) Deve dare impulso all’agricoltura mediante la diversificazione delle coltivazioni, l’incoraggiamento della proprietà terriera, l’espansione della superficie coltivabile e l’introduzione di moderne tecniche agricole su grande scala, per poter aumentare la produzione, particolarmente di alimenti. 3) Deve portare a termine l’installazione di una serie di industrie in continua espansione. 4) Deve estinguere l’analfabetismo in pochi anni ed offrire particolari facilitazioni per preparare un sempre maggior numero di tecnici, specialisti e professionisti altamente qualificati per coprire tutta la serie dei moderni servizi. 5) Deve porre termine all’isolamento dei grandi centri costieri con l’interno e delle zone interne tra loro, attraverso un vasto incremento dei sistemi di trasporto e di comunicazione esistenti»). Huberman e Sweezy fanno il seguente commento a Kennedy e Mansfield: «Orbene, la cosa interessante di questa eccellente ricetta per curare le malattie dei Paesi latino-americani è che è una vecchia ricetta prescritta anni fa da medici parimenti competenti [...]. Ma la medicina non venne mai presa, finché il governo rivoluzionario di Cuba giunse al potere. Allora, finalmente, si fece ciò che era necessario, furono prese le misure per fare di Cuba una nazione sana invece che malata. Ciò che il senatore Mansfield, l’Associazione per la Politica Estera, la Banca Mondiale, il Dipartimento del Commercio e il Presidente Kennedy dissero che si doveva fare, si sta ora facendo nella Cuba socialista». (Ib., p. 20).

Secondo me, il punto più interessante è che i due marxisti sono d’accordo con i portavoce del capitalismo moderno sul rimedio, sulla strada per il progresso e la trasformazione sociale. L’unica differenza consiste nel fatto che il socialismo riesce nel compito mentre il capitalismo no. Quest’atteggiamento non sorprende se andiamo a vedere la definizione che Huberman e Sweezy danno della rivoluzione socialista: «... Là dove il potere statale della borghesia e i suoi alleati interni ed esterni sono stati sconfitti, si stabiliscono un nuovo governo e un esercito che rappresentano gli interessi delle classi sfruttate, e tutti o la maggior parte dei mezzi di produzione vengono trasferiti dal settore privato a quello pubblico» (Ib., p. 9).

Questa definizione non ha nulla in comune colla mia definizione dell’anarchismo, né con l’idea di mantenere l’identità delle aree periferiche e dei loro abitanti. Per gli anarchici socialismo e progresso significano liberazione della società esistente, libertà per l’uomo d’oggi. Per i marxisti l’accento cade sulla società futura. Credo che una delle ragioni per cui l’anarchismo e i movimenti pre-politici siano stati spesso definiti come utopici, sia attribuibile a questa fiducia in una nuova società dall’altra parte della collina. Le “utopie” degli anarchici andalusi, degli zapatisti, ecc., furono in verità ben realistiche. Solo che gli osservatori intellettuali tendono spesso a dimenticare che il cielo della povera gente è molto ristretto.

Le realtà della trasformazione rivoluzionaria

1. Rivoluzioni periferiche...

Se si paragonano le aspettative sulla trasformazione sociale radicate nei capitalisti liberali, nei marxisti e negli anarchici, con la situazione attuale, non si ha di che essere contenti.

La libera iniziativa ha trasformato il mondo, ma per la grande maggioranza della popolazione mondiale si è avuto solamente un cambiamento favorevole nel senso che s’è venuto a creare un maggiore grado di benessere, di libertà o dignità umana.

Non sono mai esplose nei centri del capitalismo industriale le rivoluzioni socialiste, come quelle che aveva previsto Marx. Invece, in tutti i Paesi capitalisti che da una situazione periferica passano a una posizione di centro, i lavoratori industriali si integrano nelle società capitaliste e i loro partiti ed associazioni sindacali divengono riformisti.

Gli sforzi degli anarchici per spingere ad una rivoluzione sociale che liberi la società dallo Stato e dall’autorità, non ebbero successo, e il concetto sindacalista dello sciopero generale fallì. La più importante rivoluzione socialista e quella più influenzata dagli ideali anarchici, cioè la Rivoluzione spagnola, terminò con la vittoria di Franco.

Nella Rivoluzione messicana il movimento zapatista, con le sue interessanti iniziative periferiche ed anarchiche, svanì con la vittoria di Carranza e l’assassinio di Zapata. Le altre rivoluzioni di questo secolo sono finite con regimi autoritari e totalitari, con un rigido controllo e dominio statale sull’economia dei Paesi. È ciò che viene solitamente chiamato nazionalismo... eccetto che dagli anarchici.

Tuttavia, la concezione sociologica degli anarchici a proposito della rivoluzione, soprattutto la previsione di Bakunin sulle future rivoluzioni nelle aree periferiche del capitalismo, è risultata essere molto più realistica di quella che si evince dagli studi di Marx. Le rivoluzioni e le insurrezioni maggiori del nostro secolo sono avvenute in Russia (1905 e 1917), Messico, Cina, Spagna, Vietnam, Algeria, Cuba ed altre aree periferiche rispetto al centro capitalista.

All’interno di questi Paesi periferici erano i gruppi sociali periferici rispetto al capitalismo, soprattutto i contadini e gli altri gruppi citati al punto B. della mia classificazione, che svolsero un ruolo rivoluzionario. La loro esistenza fu il risultato del fatto che dovettero subire una forte pressione e vennero minacciati nella loro esistenza dalle forze centraliste di modernizzazione capitalista.

Il centro della rivoluzione di Zapata fu Morelos, che era diventata l’obiettivo di una forte espansione di tipo capitalista da parte delle industrie saccarifere. Ma non furono i lavoratori delle piantagioni a ribellarsi, bensì la popolazione india delle antiche comunità, la cui esistenza venne minacciata dall’espropriazione capitalista delle loro terre e dalla violazione dei loro diritti, a formare la forza sociale che sostenne il movimento di Zapata. Anche se gli zapatisti stavano semplicemente difendendo i loro diritti legali, vennero attaccati da tutte le forze ispirate dal centro, conservatrici e liberali, “rivoluzionarie” e controrivoluzionarie, da Diaz a Huerta, da Madero a Carranza. Altri movimenti contadini subirono lo stesso destino. L’antropologo culturale Gerrit Huizer, che per molti anni visse nelle comunità contadine in America latina, elenca i seguenti fattori che considera fondamentali per la formazione di vaste organizzazioni contadine:

  1. Contatto con le forze modernizzatrici che per la maggior parte dei contadini significarono frustrazione piuttosto che miglioramento delle loro condizioni e che li hanno lasciati al margine dei vantaggi dello sviluppo.

  2. Coscienza da parte dei contadini dei loro interessi e rivendicazioni di base e della possibilità dell’azione unitaria che possono intraprendere per difendere questi interessi.

  3. Efficacia di forti o carismatici leader locali.

  4. Sostegno da parte di alleati istruiti nella città. (Vedi: Gerrit Huizer, The Revolutionary Potential of Peasants in Latin America, Lexinton 1972, capitolo VI, e dello stesso autore, Peasant Rebellion in Latin America, Middlesex 1963, pp. 103-104).

Questi fattori sono anche applicabili al movimento anarchico di Machno ed al sindacalismo rivoluzionario. (Quello dei “forti e carismatici leader” è in apparente contrasto coi principi anarchici. La contraddizione non è reale, in quanto non si tratta affatto di una questione di comando incondizionato. Womack [op. cit., p. 79] scrive sulla figura di capo di Zapata: «La lotta per il comando rivoluzionario a Morelos non fu tuttavia una rissa. Fu un processo di riconoscimento da parte di vari capi indigeni del fatto che c’era un solo uomo nello Stato che aveva il rispetto di tutti tanto da poter avere la loro cooperazione, e credettero loro dovere mettere i loro sostenitori sotto la sua autorità. [...] Ma la sua promozione al ruolo di comando non fu automatica e neppure definitiva. Come lui stesso aveva scritto in precedenza ad Alfredo Robles Dominguez, doveva fare molta attenzione ai suoi uomini: perché essi lo seguivano, disse, non perché fossero costretti ma perché provavano affetto verso di lui, cioè lo volevano, lo ammiravano, lo trattavano con dolcezza, gli erano attaccati. Per questo fu il genere d’uomo che avrebbe potuto portare altri eminenti pragmatisti lungo il cammino come né Tepepa né Merino né alcun altro che all’interno del movimento cercavano sempre di competere con lui». La stessa descrizione potrebbe valere per gli uomini come Nestor Machno, Buenaventura Durruti e gli altri leader del sindacalismo rivoluzionario).

Possono forse anche applicarsi alle grandi rivoluzioni in Asia ed Africa. Nel Vietnam provinciale e tradizionale, Hanoi fu la capitale rivoluzionaria, opposta a Saigon, dove la modernizzazione e la commercializzazione capitalista portò alla proletarizzazione dei lavoratori delle piantagioni.

I “trionfi periferici” in Cina ed Algeria sono largamente conosciuti.

Non solo le forze sociali che sono dietro a queste rivoluzioni sono libertarie, ma tutti i loro “lineamenti” sono ben caratteristicamente anarchici: la creazione di molte forme di organizzazione sociale autodirette, autogestite e ispirate dalla periferia, come i soviet in Russia, le collettivizzazioni in Spagna, la democrazia diretta nelle comunità di Morelos, l’autogestione algerina, l’autonomia dei villaggi vietnamiti, ecc.

Nelle lotte rivoluzionarie le azioni di guerriglia ebbero spesso un ruolo imporante, finanche decisivo.

In tutte queste varie rivoluzioni troviamo la “creazione di qualcosa di nuovo nel processo di contrattacco”. Le nuove strutture emergenti della democrazia diretta presentano un’alternativa ed una sfida alle concezioni “normali” – cioè ispirate dal centro – del progresso sostenute dalla borghesia e dai marxisti.

2. ...conquistate da marxisti e centristi.

Se il giudizio anarchico sulle rivoluzioni nelle aree periferiche è molto più realistico di quello marxista, ci si può chiedere perché, nonostante ciò, tanti partiti comunisti hanno avuto tanto successo nella conquista del potere durante le rivoluzioni.

La mia prima osservazione al riguardo è che solamente i marxisti eretici – in una “agonizzante revisione” di molti dei concetti marxisti esistenti – lo ebbero. Lo stesso Marx rivide le sue idee dopo averle confrontate con la realtà della Comune di Parigi. Il suo scritto La guerra civile in Francia viene spesso citato dai marxisti libertari. Lenin offre l’esempio più calzante di una simile correzione. Tra la prima e la seconda rivoluzione russa (febbraio-ottobre 1917) la sua analisi della situazione e le conclusioni che ne trasse contraddicevano completamente la politica e la teoria cui aderivano il suo partito ed egli stesso. È nota l’esclamazione di un marxista ortodosso presente, in reazione alle “Tesi di aprile” formulate da Lenin ai suoi attoniti compagni i giorni successivi al suo arrivo nella rivoluzionaria Pietrogrado: «Lenin si è presentato come candidato ad un trono europeo che è rimasto vacante per trent’anni – il trono di Bakunin! – Le nuove parole di Lenin sono l’eco di qualcosa di antico, le vecchie verità del primitivo anarchismo». (L. P. Goldemberg citato da Avrich, op. cit., p. 128). Il libro Stato e Rivoluzione è un altro risultato di questo nuovo atteggiamento eretico ed “anarchico” adottato da Lenin. Comunque, una volta al potere la pratica di Lenin e dei bolscevichi non ha nulla a che vedere con la teoria di Stato e Rivoluzione.

I comunisti cinesi e vietnamiti organizzarono la lotta su una base periferica. La loro politica ha molto poco in comune con le analisi e gli scopi di Mosca considerata come centro. Gli scritti di Mao Tse-tung sulla lotta rivoluzionaria comprendono anche allusioni a banditi sociali e tracce che ricordano le idee di Bakunin. (Vedi, sull’argomento, Stuart Schram, Mao Tse-Tung, New York 1969, pp. 127-128: «L’argomentazione che i vagabondi delle campagne possano essere trasformati con un adeguato addestramento nell’avanguardia del proletariato è una sorprendente riflessione sull’estremo volontarismo che è culminato nell’idea che “il soggettivo crea l’obiettivo”. [...] Fin dall’infanzia ha provato ammirazione per i briganti eroi dei racconti popolari cinesi, e sebbene la sua concezione del mondo non rimase certamente circoscritta all’orizzonte contadino ribelle, le sue convinzioni marxiste non lo portarono nemmeno a ripudiare gli entusiasmi della sua gioventù. I suoi articoli scritti nel 1926 sulle classi della società cinese hanno dato notevole conferma di ciò. In essi Mao offrì una colorita descrizione delle cinque categorie che costituiscono gli elementi fuori delle classi – soldati, briganti, ladri, mendicanti e prostitute – ed elogiò la loro capacità di lottatori rivoluzionari, senza alcuna delle riserve che reputò giusto inserire nell’edizione ortodossa corrente delle sue opere»).

Nel classico di Fanon sulla rivoluzione algerina e le altre rivoluzioni anticolonialiste, I dannati della terra, che si basa sulla realtà della lotta, l’attenzione dell’autore è centrata interamente sulle aree periferiche e la gente periferica.

Una seconda osservazione è che nella realtà storica una lotta diretta dalla periferia, che può avere importanti risultati d’emancipazione, si sviluppa insieme ad una nuova struttura di potere considerata come centro, col suo partito, il suo esercito e il suo Stato. Nella lotta contro il vecchio ordine, le due forze si uniscono e rimangono strettamente legate. Una volta raggiunto il trionfo sui vecchi nemici – colonialisti stranieri, oppressori nazionali od entrambi – i nuovi sistemi centrali restaurano i rapporti centro-periferici. Ciò è assolutamente coincidente alle concezioni marxista, nazionalista e di sinistra, che la trasformazione sociale deve venir diretta dal centro. In seguito il centro dissolve le nuove strutture periferiche e gli organismi autogestiti che sono nati come portato della lotta contro il vecchio ordine. Il destino dei soviet russi e dell’autogestione algerina sono buoni esempi di questo procedimento. (La rivolta di Kronstadt del 1921, nella quale fu reclamato il potere ai soviet, e non ai partiti, e si invocò la distruzione dello “Stato dei commissari”, fu per gli anarchici l’ultimo atto della Rivoluzione russa. Da allora in poi la Rivoluzione russa si è decomposta ed è morta. «... Qualcosa è morto dentro di me», scrisse Alexander Berkman, il 7 marzo 1921, nel suo diario. Vedi: Alexander Berkman, The Bolshevik Myth [Diary 1920-1922], New York 1925, p. 303).

Una terza osservazione è che le rivoluzioni sociali del nostro secolo vennero invariabilmente accompagnate da guerre e altre forme di violenza organizzata. Anche se i socialisti del secolo XIX non previdero rivoluzioni senza violenza, reputarono che una simile violenza avrebbe avuto soprattutto carattere spontaneo e sarebbe stata solo questioni di giorni, forse di ore. Dopo tutto, questo fu il caso del 1830, 1848 e nei giorni della proclamazione della Comune di Parigi.

Molti filosofi anarchici non si mostrano eccessivamente ottimisti sui risultati delle rivoluzioni sorte durante guerre o dittature. (Molti anarchici – Max Nettlau, Rudolf Rocker ed altri – non ebbero molta fiducia nelle rivoluzioni che nascono in tempo di guerra e di violenza. Negli scritti anarchici si è spesso confrontato lo spirito del 1789 con quello prevalente nel 1793: nel primo caso esso fu realmente libertario e liberale; nell’ultimo, no. Nel terzo volume delle sue memorie, Ro- cker narra, nelle sue conversazioni, del 1918, con F. Domela Nieuwenhuis [Rudolf Rocker, Revolución y Regresion [1918-1951], Buenos Aires, s.d., pp. 12-13]: «Ciò che più deprimeva il vecchio erano le ripercussioni spirituali che avrebbe avuto la guerra come conseguenza. Pensava che tutte le esperienze di guerra rafforzano nell’individuo la convinzione che i mutamenti sociali di base possono essere conseguiti solo con la forza bruta. Ma quest’opinione, come pensava, doveva avere un’eco anche dopo la guerra sui vasti strati del movimento socialista. Era pure convinto che dopo la catastrofe si sarebbero avute in molti Paesi vaste sollevazioni ed alcune con effettive rivoluzioni. Tuttavia temeva che quelle sollevazioni, sotto l’influenza della terribile miseria, delle masse e del fascino della violenza che avrebbe lasciato dietro di sé la guerra, avrebbero potuto essere facilmente incanalate su strade che erano pronte per una nuova reazione, come si evidenziava ormai chiaramente in Russia, dove la dittatura del bolscevismo si preparava a sopprimere tutte le altre correnti socialiste sotto il pretesto che ciò era necessario per la difesa della rivoluzione». Vedi anche: Womack, op. cit., pp. 224-225: «L’Esercito di Liberazione del Centro e del Sud era un “esercito popolare”. E per gli uomini che lottavano nelle sue file, e per le donne che li accompagnavano come vivandiere, era considerato come “popolo” piuttosto che come un “esercito”. Per i posti di comando fanno ricorso più facilmente ai loro capi-villaggio piuttosto che agli ufficiali rivoluzionari dell’esercito. All’inizio, nei primi anni di guerriglia, non si ebbero difficoltà nella loro fedeltà, perché i capi della comunità e gli ufficiali rivoluzionari erano di solito le stesse persone, o in stretti rapporti, o vecchi amici. Ma nelle grandi campagne contro Huerta, quando venne formato lo scheletro di un esercito regolare, i guerriglieri cominciarono a diventare soldati di professione, e i comandanti ebbero meno rapporti personali coi leader civili locali. Anche quando le assemblee di villaggio cooperarono normalmente con l’esercito, i soldati divennero sempre più di dubbia o almeno diversa fedeltà. La guerra non durò abbastanza, comunque, da rinvigorire le tendenze militariste dell’Esercito di Liberazione». Sebbene la violenza e l’azione violenta siano stati fenomeni tradizionali dell’anarchismo, non assunsero le ampie dimensioni della violenza militare. La strategia della non violenza di Gandhi – ispirata ai pensatori anarchici H. D. Thoreau e L. N. Tolstoj influenzò gli intellettuali anarchici, specialmente in Olanda. Tuttavia, la maggior parte degli anarchici e degli anarcosindacalisti non credette che l’azione nonviolenta potesse essere efficace nei loro Paesi. Con la nascita della nuova sinistra, l’azione diretta nonviolenta divenne popolare). La terribile violenza attuata in lunghi periodi di tempo, che è caratteristica delle lotte rivoluzionarie del secolo XIX, ha inequivocabilmente rafforzato la posizione dei nuovi centri che nascono. Effettivamente rivoluzione e violenza sembrano esser diventate inseparabili.

Un fenomeno notevole è che la violenza rivoluzionaria nelle aree periferiche può assumere un carattere anarchico: la guerriglia. Sebbene siano state scritte biblioteche intere sulla guerriglia negli ultimi dieci anni, ritengo che possa tornar utile qualcosa sulla guerriglia connessa alle relazioni centro-periferiche.

3. Guerriglia.

II termine spagnolo “guerrilla” significa “piccola guerra” ma spesso si traduce come “guerra popolare”. La guerriglia unisce questi due aspetti. Una buona definizione è: guerra su piccola scala, dappertutto, sostenuta da tutta la popolazione, o da ampi settori di essa, in cui chi partecipa continua il più possibile la sua vita giornaliera e il suo lavoro. Questa guerriglia – secondo me l’unica reale – viene totalmente diretta perifericamente ed utilizza tutti gli elementi specifici della regione. Suo scopo è distruggere il dominio del centro sulle aree periferiche con l’eliminazione di ogni tipo di rapporti di potere (politico, economico e sociale) che fino allora hanno legato la regione al centro. La distruzione dei rapporti centro-periferia va di pari passo con la nascita di una società ugualitaria basata su l’identità dell’area. Questa viene creata dagli abitanti dell’area che hanno assunto i loro destini nelle loro mani. Il mio concetto di una “vera” guerriglia implica che il guerrigliero “professionale”, che ha abbandonato la sua vita ordinaria, non vi appartiene. L’Esercito Rosso cinese nella sua “lunga marcia” degli anni trenta, le colonne di Fidel Castro sulla Sierra Maestra, il gruppo boliviano di Che Guevara, non appartennero alla vera guerriglia. Essi rappresentano il nucleo di un nuovo esercito, il “foco” per usare una parola in voga negli anni Sessanta – di una nuova struttura normale di esercito diretta dal potere. (È interessante vedere che nella vasta letteratura sulla “guerriglia” latino-americana, il ruolo della vera guerriglia popolare nella storia dell’America latina – Zapata, Toussaint l’Ouverture – viene raramente citato. Il lavoro degli antropologi culturali evidenzia la tendenza opposta). Tutti questi ebbero lo stesso ruolo degli eserciti di Wellington durante la Guerra Peninsulare.

Tuttavia, i confini tra vere guerriglie e quelle professionali non sono molto definiti, e i legami tra loro sono ben forti. I foco vivono quasi nelle medesime circostanze e nella stessa area del popolo; i loro contatti nella lotta unitaria contro il nemico comune sono stretti ed armonici. L’affermazione di Brenan sulla necessità dell’azione unitaria di esercito e guerriglia dimostrò di esser giusta per questo tipo di lotta. Da essa risultò l’ottenimento di grandi vittorie.

La successiva rinascita della società, comunque, è un compito completamente distinto.

Si può osservare che regimi che giunsero al potere in seguito a guerre di guerriglia – in Cina, Vietnam, Jugoslavia, Cuba, Guinea-Bissau – lasciarono molto più spazio nelle loro concezioni circa la trasformazione sociale per sviluppi diretti dalla periferia, allorquando rimanga vivo i1 ricordo della lotta guerrigliera. (Nel suo libro What is Castroism?, Th. Draper afferma che il programma di Castro prima del 1959 si accorda bene «con il sistema della politica tradizionale dell’ala sinistra cubana. [...] Ciò che caratterizza il castrismo fu qualcosa d’altro. Nella sua gran parte, la marcia di Castro verso il potere si basò su tattiche e non su idee. E le sue tattiche furono, secondo gli standard cubani, almeno parzialmente differenti». [Th. Draper, What is Castroism?, Theory and Practice, New York 1965, p. 6 e pp. 21-22]. Comunque, se questa fu l’unica differenza, fu molto importante; le sue “tattiche” evidenziarono fondamentalmente le opinioni di Castro sulle relazioni tra la Cuba urbana e quella rurale, e la sua concezione della trasformazione sociale). Cercano di evitare l’esempio russo della totale dominazione del centro. Simili regimi e ideologie mostrano spesso i segni di una forte tensione interna, proprio come quelli degli spiriti e delle menti dei nuovi signori del potere, gli ex capi della guerriglia. Queste tensioni riflettono due tendenze contraddittorie: direzione autoritaria delle aree periferiche, loro autonomia. L’armonia tra queste tendenze che era presente nei giorni della guerriglia, è entrata in conflitto. La tensione è illustrata dagli immediati cambiamenti nella politica cinese: il Grande Balzo Avanti, il periodo dei Cento Fiori, la Rivoluzione Culturale. La preoccupazione cubana di mantenere la mentalità della Sierra Maestra, ne è un altro esempio. Alla distanza, la dominazione del centro può venire contrattaccata solamente da movimenti genuinamente autonomi, cioè movimenti rivoluzionari che operino dall’esterno del centro.

Conclusioni

Molto è stato scritto sul destino dei movimenti pre-politici nelle aree periferiche. La gente coinvolta ha fatto grandi sacrifici nel corso delle numerose battaglie eroiche, battaglie che hanno cambiato il volto della terra. Tuttavia, gli ideali pre-politici come vennero definiti dalla “Machnovtchina” (Movimento Machnovista) – a “prendere il nostro destino nelle nostre mani e vivere secondo il nostro volere e la nostra concezione della verità” – non furono mai realizzati. L’unica cosa che è mutata è l’atteggiamento verso questi movimenti nei centri mondiali. L’“arroganza del progresso” del centro rispetto alle aree periferiche, dei partiti politici rispetto alle forme pre-politiche di organizzazione non si è interrotta, ma si è indebolita. Vi è una crescente coscienza – almeno tra i sociologi – che per gli estranei provenienti dai centri urbani vi sia nelle aree periferiche molto più da imparare che da insegnare. La trasformazione sociale deve mantenere e utilizzare la identità che ha prodotto e continuerà sempre a produrre effetti disastrosi per chi vive in tali aree.

Per le aree e i movimenti periferici il centro continuerà ad essere importante. Il loro principale problema fu e continua ad essere il modo in cui affrontare le difficoltà date dal fatto che i sistemi centralisti hanno proporzioni molto maggiori, addirittura mondiali. Le popolazioni dirette da un centro hanno una comune radice e identità, mentre i movimenti periferici hanno sempre radici differenti, identità specifiche; devono ricostruire un loro sistema in cui lavorare.

Individui di origine urbana hanno sempre svolto un ruolo importante nei movimenti periferici, soprattutto come portavoce di sostegno ai movimenti, come compilatori di ideologie e programmi pratici e come maestri. Ricordo la posizione di Palafox e di Diaz Soto y Gama nel movimento di Zapata e il ruolo svolto da Archinov e Volin nel movimento di Machno. L’ideologia anarchica – opera di intellettuali di Spagna – ha arricchito il movimento spagnolo di una serie di idee e di sistemi organizzativi che lo resero capace di trovare – attraverso esperimenti – vie e mezzi per affrontare problemi importanti.

Una condizione per questo genere di aiuto da parte del centro è sempre stata, per esempio, una completa assenza di sensi di superiorità rispetto ai movimenti periferici. La chiave del successo anarchico si dovette al fatto che l’anarchismo non fece differenze tra centri ed aree periferiche, tra avanguardie e masse. La lotta interna al centro contro la superbia del potere e contro le strutture autoritarie porterà senza dubbio all’emancipazione delle aree periferiche.

Negli anni Sessanta il vecchio centro – le società nordatlantiche – diventa scenario di nuovi “movimenti pre-politici” che nascono all’interno della società esistente: la nuova sinistra con la sua controcultura. Questo movimento sviluppò forme di lotta e d’organizzazione, una mentalità ed atteggiamenti che ricordano quelli dei movimenti pre-politici e, a volte, dell’anarchismo. Propendo a chiamare postpolitico un tale movimento. Sebbene diede una nuova spinta all’anarchismo, differisce in molti aspetti dai vecchi movimenti anarchici e pre-politici. I sostenitori della nuova sinistra appartengono principalmente alla categoria E. della mia classificazione. Il movimento è nato all’interno del centro. Ha creato una “area” periferica – la controcultura – attraverso una deliberata scelta fatta da individui che hanno preferito emarginarsi dalla società dell’abbondanza. Essi difendendo la loro identità, il loro diritto di vivere la loro vita, crearono una nuova identità, nuovi modi di vita e nel farlo aggredirono i valori del centro rispetto alla società esistente. (Parole tipiche degli anni Sessanta – “creatività”, “immaginazione”, “alternativa”, “controcultura” – sono un’indicazione della differenza con i vecchi movimenti, che non cercarono una nuova identità e che non usarono tali espressioni. Nel movimento più vecchio la “difesa” svolse un ruolo importante).

La nuova gente “periferica” può trovare nel centro una base di maggiore uguaglianza di quella che poterono trovare le antiche aree periferiche. Hanno una maggiore conoscenza e comprensione del centro. (Michael Lerner, “Anarchism and the American Counter-Culture”, in Anarchism Today, op. cit., p. 59: «La mia ultima osservazione, poi, è che – anche se la società tecnologica non avesse bisogno di un cambiamento verso l’anarchismo come unica alternativa di fronte all’annullamento o all’intossicazione – la società tecnologica può, con la sua ricerca di lavoratori altamente specializzati, contribuire a creare uomini che abbiano bisogno [per quanto ne siano capaci] di relazioni interpersonali ed etiche di un genere diverso. L’argomento è metafisico e tendenzioso poiché non è completamente impossibile che la tecnologia partecipi di nuovo – come sembra aver fatto nel passato – nel mutare i cicli di vita degli uomini che adatteranno la tecnologia alle loro nuove necessità e capacità. Se la controcultura è in qualche modo profetica sul cammino dei bisogni e delle capacità per una trasformazione, il modello anarchico e i valori anarchici possono avere a che fare con la forma della nuova società più di quanto non speriamo». Sulle trasformazioni nella composizione sociale dei movimenti libertari, vedi: Société et Contre-Société chez les Anarchistes et les Anti-Autoritaires, Gruppo di lavoro del CIRA, Ginevra 1974). Ma possono anche cadere facilmente in una posizione di centro in quanto mancano di coerenza e di resistenza caratteristiche dei vecchi movimenti. Pertanto, l’ondata libertaria degli anni Sessanta, come lotta diretta contro l’ordine e la cultura esistenti, ha perso ormai molta della sua forza e del suo contenuto antiautoritario agli inizi degli anni Settanta. D’altra parte i movimenti libertari hanno sempre avuto degli alti e bassi. Oggi le idee che sono alla base della concezione anarchica – assumere il proprio destino nelle proprie mani, autogestione di piccole unità – non sono più considerate tipiche dei “movimenti pre-politici nelle aree periferiche”. Sono tipiche della società moderna e notevoli per i maggiori problemi del nostro tempo.