Titolo: Max Stirner. Un refrattario
Note: Opuscoli provvisori N. 74
Prima edizione: Edizioni Arkiviu T. Serra, Guasila 1991
Seconda edizione: Edizioni Anarchismo, maggio 2015
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Nota introduttiva alla seconda edizione

Fra i tanti equivoci che spesso mi sembra di cogliere nelle molte letture di Stirner che incontro qua e là, non solo equivoci scritti, che questi sono i meno pericolosi, giudicandosi da se stessi, ma equivoci pensati, cioè idee che ognuno si fa di quello che, secondo lui, ha scritto Stirner, mi sembra giusto riproporre la lettura di questo opuscolo, vecchio quanto si vuole ma sempre interessante.

Non che quanto qui scritto sia esente dalla tabe suddetta, solo che si tratta di considerazioni differenti, difatti non appartengono alla frettolosa, e volonterosa ma ottusa, lettura di tanti che vogliono vedere Stirner per quello che non fu mai, ma sollevano problemi esposti al sole decenni or sono e oggi racchiusi nei cassetti della memoria di coloro che hanno ancora il culto di quest’ultima dea.

Sottolineato, ma proprio in fondo, non in prima fila, il rapporto tra individualismo e comunismo, tra l’azione del singolo e l’azione cercata attraverso l’unione – provvisoria e non sigillata da alcuna bandiera – con altri compagni, altri individui, altri egoisti. Che importano le pretese definitorie?

E qual è il cemento di questa ricerca, se non quell’affinità di cui tanti continuano a parlare e pochi a comprendere? E, ancora più oltre, il fondamento, la costruzione, impensabile, quell’informalità anch’essa deformata e vilipesa, fino a quando resterà tale, oggetto di vacui dibattiti e interessate malcomprensioni di perdigiorno?


Trieste, 29 aprile 2014

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla prima edizione

La pubblicazione di un piccolo opuscolo di propaganda su Stirner va sempre salutata come ottima iniziativa: cambiano i tempi ma non accenna a inclinarsi il successo di lettura ed editoriale de L’unico. Di già questo stesso fenomeno, unico nel suo genere, meriterebbe uno studio e più di una riflessione. Cambiano i tempi, anche catastroficamente ed in modo impensabile, e grandi opere sono consegnate all’oblio degli archivi. Chi poteva immaginare, appena pochi anni fa, il tracollo di lettura ed editoriale delle opere di Marx, eppure è quanto vediamo accadere sotto i nostri occhi. Oggi, si può dire che faccia discredito prendere fra le mani un libro di Marx, per non parlare di un libro di Lenin. In URSS hanno spedito al macero non so quanti milioni di copie delle Opere complete di Marx ed Engels, L’unico invece continua ad attirare lettori, spesso sprovveduti, questo è vero, ed essendo libro di non facile interpretazione, l’avvento di un ulteriore opuscolo di propaganda è buona cosa.

Nuovo non è questo lavoro di Rudin, vecchio ormai di quasi cento anni, tradotto in italiano da Galleani, sotto lo pseudonimo di Mentana, ma pienamente valido come metodo di lettura, come guida a un avvicinamento possibile al testo di Stirner, e anche, perché no, come guida a possibili errori da evitare.

Su questo punto occorre dire qualcosa, e penso che possa bastare per il compito introduttivo, essendo argomento di fondamentale importanza. Stirner, come per altri aspetti Nietzsche, costituisce una sorta di coperta che tutti tirano ognuno dal proprio lato, senza riuscire a utilizzarla bene in nessun caso. Il motivo è presto detto: si tratta di pensatori estremamente complessi, in cui ogni singolo riferimento s’innesta nel tessuto filosofico di rimandi e frequentazioni non sempre accessibili, a una lettura immediata, qualche volta fuorvianti e, infine, non utilizzabili in modo diretto per sostenere una tesi, diciamo così politica, se non attraverso piccole o grosse forzature.

Per restare nell’ambito del problema stirneriano il lavoro di Rudin, sindacalista rivoluzionario, risente delle scelte politiche del suo autore, il quale tira appunto la coperta dalla sua parte, e insiste sulle “preconizzazioni” di Stirner concernenti la rivoluzione proletaria e lo sciopero generale. Qualche volta lo strattone è troppo violento costringendo lo stesso Galleani a intervenire con una nota. Altri, ai suoi tempi, utilizzavano Stirner strattonandolo dal loro lato, ed erano i gruppi individualisti, fiorenti specialmente in Francia agli inizi del secolo, ma per altro anche negli USA ai tempi della pubblicazione di “Cronaca sovversiva”, prima editrice della traduzione di questo opuscolo.

Anche da noi, almeno negli ultimi vent’anni, le letture di Stirner sono state molteplici e tutte interessate a dimostrare qualcosa. Anche le codificazioni universitarie, per altro diverse, non facevano eccezione (e perché avrebbero dovuto farlo?), basta pensare al lavoro proditoriamente di parte realizzato da Bravo nell’edizione UTET de L’unico, dove l’opera di Stirner è inserita accanto ai testi di Wilhelm Marr, che poi concluse i suoi giorni come razzista. Il progetto di Bravo era quello di continuare l’inserimento di Stirner nel filone “piccolo borghese” del pensiero reazionario che si camuffa giocando a rimpiattino con la rivoluzione, tentativo di cui sono i capi in testa Marx ed Engels. Non occorre dire che questi procedimenti da corridoio di polizia non intaccano il lavoro di Stirner, ben al di là di contingenze di partito, di accidenti di lettura e di bisogni agiografici, spesso fuori posto.

Non mi sembra fuor di luogo dire che oggi, più che mai, una lettura spassionata, nei limiti in cui una lettura può esserlo, del libro fondamentale di Stirner, ma anche degli Scritti minori, possa essere di grande importanza, proprio oggi che assistiamo al velocissimo tramonto dei grandi valori cristallizzatisi nel secolo che sta per concludersi, in primo luogo il valore della “classe operaia” come realizzatrice della rivoluzione.

Quasi vent’anni fa, quando scrissi la mia ricerca su Stirner [Max Stirner, seconda edizione, Trieste 2003] era ancora al centro di tutte le attenzioni, quindi anche della mia, il problema di come L’unico si ponesse nei confronti della classe proletaria, e quindi poiché questi rapporti c’erano si andava a rintracciarli mettendoli in risalto. Oggi, una lettura del genere, seppure lontana da quella suggerita da Rudin, andrebbe lo stesso rivista. Non ribaltata, ma rivista. I tempi non sono cambiati invano.

Il lavoro di Rudin è utilissimo per alcuni aspetti che occorre sottolineare. Prima di tutto è semplice, per come può e deve esserlo un opuscolo di propaganda. Poi, in secondo luogo, è sintetico, non andando alla ricerca di completezze illusorie. Infine, discute gli elementi fondamentali delle tesi stirneriane: le contraddizioni latenti, il mai risolto problema dei suoi debiti con l’hegelismo, la critica del sacro, la critica del partito, la critica del sacrificio, l’associazione degli egoisti, le basi della nuova morale al di là di quella costruita nei laboratori ideologici del potere. Rudin assolve bene, anche per il livello degli studi odierni, a questo compito, per quanto poi vada a chiudersi nel solco ristretto della valenza “proletaria” sottolineata a qualsiasi costo ne L’unico, dove, come ho già detto non che essa manchi, solo si può dire che resta sullo sfondo, come soluzione a un problema che è visto in tutte le sue complessità proprio nell’oggi e non nella prospettiva utopicamente risolutiva.

Il profondo cambiamento operatosi oggi nella condizione proletaria, la scomparsa delle classiche ripartizioni di classe, la nascita di strati sempre più estraniati da ogni prospettiva di omogeneità e di risposta adeguata a eventuali sollecitazioni frontiste, tutto ciò riporta Stirner nel pieno dell’attualità, dalla quale per altro non era mai mancato, se dobbiamo (e perché non farlo?) basarci sugli indici d’interesse – costanti nel tempo – riguardo L’unico. Alla ribalta oggi ci sono problemi d’identità, personali, di riconoscimento del proprio ruolo, di smembramento; domande pressanti sulla vita, sul destino, sul futuro; sul ruolo della fede, del sogno, dell’utopia, dell’illusione; sul modo di catturare la qualità, la bellezza, la verità, la libertà; mentre i vecchi meccanismi consolatori e assicurativi di ieri, quelli che pretendevano garantire un passaggio indolore (o doloroso il meno possibile) alla società libera del futuro, si vanno affievolendo sullo sfondo e al loro posto avanzano minacciosi progetti planetari di controllo e di dominio anonimi e disumani, forse più disumani delle stesse peggiori dittature del passato. Oggi, che angosciati ci interroghiamo sul futuro, sulle cose da fare, sugli errori che abbiamo commesso, una guida alla lettura di Stirner, può essere un grosso servizio reso a tutti coloro che non vogliono limitarsi a restare nelle incertezze del dubbio o nel vago delle chiacchiere, ma vogliono passare all’azione.


Catania, 5 maggio 1991

Alfredo M. Bonanno

Nota del gruppo autonomo di Boston (1914)

Questo studio critico di Rudin sulla dottrina e l’opera di Max Stirner, apparve primamente in francese nei “Portraits d’Hier”, l’effemeride quindicinale illustrata che pubblicava in quel tempo a Parigi Henry Fabre. La “Cronaca Sovversiva” ne curò tra gennaio e aprile 1911, la prima traduzione italiana, opportunamente.

Tutti parlavano di Stirner deformandone il carattere e lo spirito, di qua e di là del mare; e se in Europa, dove la corrente sovversiva è più piena e più rapida, la contraffazione e l’abuso trovarono presto un confine e Max Stirner potè in grazia di qualche studioso rientrare nelle sue magnifiche proporzioni, nella necessaria cornice del suo tempo, nel clima storico e nell’ambiente sociale che la sacrilega protesta de L’unico avevano fermentato, sobillato, sferrato qui era rimasto il feticcio ed il manutengolo d’una picciotteria losca, spavalda, gaglioffa che all’ombrellone de L’unico chiedeva il rifugio di tutte le sue aberrazioni, della sua insanabile degenerazione.

Fu reazione salutare.

Poiché l’io era l’io di classe, poiché cotesto individualista erto contro ogni potenza che si librasse minacciosa, dominatrice sulla sua individualità, non sdegnava la società che pur togliendogli qualche libertà, altre gliene garantiva in ricambio, poiché questo egoista feroce amava vedersi intorno sorridenti gli umili e i deleritti fino a volerne il riscatto e il benessere (L’unico), poiché insomma egli era ancora un cristiano, meglio abbandonarlo alla deriva comunista, meglio tornare apertamente a Nietzsche che almeno ciascuno può intendere a suo modo – o non intendere affatto – e torcerne i dionisiaci furori in mallevaria delle proprie aberrazioni, ad insegna delle proprie imprese; e Max Stirner s’ebbe il bando dai brevi clan intolleranti in cui l’individualismo rimane l’espressione ingenua ed il sinonismo sciagurato del feticismo che è il suo stridente contrario.

Per converso s’invogliarono alla conoscenza di Stirner ed allo studio de L’unico, molti che prima, sia per averlo visto soltanto in compagnia equivoca, sia per non averne conosciute che le contraffazioni volgari, ne avevano la più cordiale diffidenza. E poiché allo studio del Rudin si può negare ogni merito ed ogni valore, come si può da qualche suo raffronto, da qualche sua induzione o conclusione, apertamente dissentire, ma non si può disconoscerne né l’acume, né la serietà, né l’imparzialità, non si può ad ogni modo impugnarne l’onesto ed essenziale proposito di aver voluto intorno a Stirner ricostruire le grandi giornate, il turbolento periodo di transizione in cui l’iconoclasta di Bayreuth era vissuto, all’intelligenza dell’opera stirneriana ha contribuito efficacemente lo studio di Rudin che la “Cronaca Sovversiva” ha pubblicato or sono due anni e ripubblica ora il Gruppo Autonomo sicuro di giovare allo sviluppo del pensiero libertario, di far piacere ai compagni studiosi e di rendere un segnalato servigio agli avversari che dell’opera di Max Stirner discorrono con malafede o incoscienza, disinvolte sì, ma ugualmente sciagurate.

Il Gruppo Autonomo
East Boston, P.O. Box 159, 1° gennaio 1914

I. Un refrattario

Si era a Berlino, la vigilia del 1848. Presagio di rivoluzione, la nebbia fosca della reazione andava dissipandosi, e gruppi densi di intellettuali sovversivi andavano costituendosi un po’ dappertutto, tra i quali uno era particolarmente notevole per la sua critica cinica e corrosiva. Era il gruppo dei “Liberi”, e se è vero che ispirava più terrore ai piccoli borghesi d’allora di quel che praticamente facesse, non è meno vero che di questi refrattari – nei quali erano difetti e pregi comuni ai refrattari d’ogni Paese – molti presero parte alle barricate di Marzo.

Presso Hipperl, il caffé in cui si davano convegno e dove s’incontravano gli uomini più in vista dei partiti avanzati, era facile imbattersi quasi ogni sera in un uomo biondo rossiccio, di statura mediana, dagli occhi azzurri sotto gli occhiali d’acciaio, osservatore calmo e un po’ pedante – il tipo più completo del professore di collegio, a dire dei superstiti.

Johann Kaspar Schmidt di nome, si attribuiva lo pseudonimo, che dovevano poi rendere illustre, di Stirner, a causa della fronte (Stirn in tedesco) vigorosa, la sola parte veramente notevole del suo volto.

Molto prima della pubblicazione (1844) dell’opera sua L’unico e la sua proprietà, egli era in questo ambiente di refrattari conosciuto per le sue idee rivoluzionarie. Una canzone satirica venuta fuori recentemente (pubblicata nei Dokumentes des Sozialismus, 1904-1905), ma datata dal 1842, ed in cui l’autore ignoto magnifica le gesta dei “Liberi”, rappresenta Stirner coi tratti seguenti:

Ecco Stirner, il cauto iconoclasta.
Birra soltanto pel momento ei beve,
Ma sangue fra poco tracannerà.
Imprecan gli altri: abbasso i regi ognor!
Stirner grida: abbasso le leggi ancor!

È curioso quest’apprezzamento che di Stirner danno i suoi compagni, e ci pare che esso valga assai più delle critiche scialbe seguite alla divulgazione delle sue opere.

Pubblicisti, poeti, maestri, ebbero parte attivissima nel movimento di quest’epoca, in cui Berlino era una città di soli 400 mila abitanti, in cui le organizzazioni operaie delle fabbriche erano a mala pena in embrione, in cui la più parte dei mestieri si componeva di artigiani dei quali due terzi erano maestri, un terzo appena, salariati (cfr. E. Bernstein, Geschichte der Berliner Arbeiter-Bewegung, Berlino 1907). E furono gli intellettuali a gridare la parola d’ordine, a formulare le rivendicazioni popolari frequentando il solo “circolo di artigiani” allora esistente. Ed è naturale che, sicuri com’erano di scuotere l’universo intero, pigliassero delle grandi arie. E che la delusione dovesse essere atroce!

Stirner guardava attorno a sé freddamente. Quell’ambiente gli piaceva, ma gli era facile constatare che nessuna forza nuova poteva scaturirne. E cominciò a cercare altrove, senza spezzar tuttavia le sue relazioni. L’industria aveva iniziato nella vecchia Germania patriarcale l’opera sua di dislocazione. Anche un considerevole numero d’intellettuali erano sul lastrico. Professori, sospesi per il loro liberalismo dall’impiego, accrescevano la falange dei refrattari.

Stirner era uno di essi, uno certo dei più interessanti.

“Ogni vagabondaggio – scrive egli ne L’unico – spiace ai borghesi, e spiacciono soprattutto i vagabondi dell’idea che, soffocando sotto l’antico tetto dei padri, vanno cercando lontano un po’ d’aria, un po’ di spazio. In luogo di sedersi in un angolo del vecchio focolare domestico a rimuovere le ceneri d’una opinione moderata, in luogo di tenere come verità indiscutibile ciò che fece la consolazione e la gioia delle generazioni precedenti, scavalcano la siepe del breve campo avito, e per le temerarie vette della critica se ne vanno dove l’indomito ardore di dubbio li trascina. Questi vagabondi strani rientrano essi pure nella classe della gente irrequieta, instabile e senza riposo che sono i proletari, e quando tradiscono la loro mancanza di domicilio morale sono chiamati senz’altro: confusionari, teste calde, esaltati e peggio. Manca ad essi tutti questa specie di diritto di domicilio nella vita che viene soltanto da un commercio solido, da mezzi di esistenza assicurati, da rendite stabili. E come la loro vita non poggia su una base sicura essi appartengono al clan degli ‘individui pericolosi’, al pericoloso proletariato. Sono particolari che non offrono alcuna garanzia, e non hanno nulla da perdere, nulla da rischiare”.

Non pare di udire un fratello di Jules Vallés, un po’ più astratto, un po’ più ideologo, ma non meno pittoresco nelle sue parole vigorose?

Soltanto che l’uomo non ebbe energia. Preso nelle tenaglie della vita quotidiana, Stirner vi rimase schiacciato.

Nato da una famiglia di artigiani a Bayreuth nel 1806, Stirner studiò filosofia a Berlino avendo come maestri Hegel stesso, Schleiermacher e altri celebri professori. Aspirava ad un posto di professore in qualche collegio governativo, e non vi fu accolto. Per qualche anno diede lezioni in un istituto femminile privato e lasciò il posto nel 1844 volendo essere completamente libero al momento dell’apparizione della sua opera.

Aveva già iniziato la carriera letteraria collaborando alla famosa “Gazzetta del Reno” di Marx.

Il suo libro vide la luce a Lipsia in un momento in cui la censura infieriva duramente. Temendo qualche persecuzione, l’editore, mandata la copia di rito al Censore, caricò i volumi su un carretto e mandò a farne la distribuzione presso i librai.

La confisca dell’opera fu pronunciata, ma presso l’editore non si trovarono che duecentocinquanta esemplari i quali furono dopo qualche giorno restituiti alla circolazione: il Censore aveva giudicato il libro di Stirner “troppo inetto” per essere pericoloso.

Stirner s’era in questo libro dato interamente, ed è a credere che lo sforzo l’avesse esaurito. Non diede di poi più nulla di originale.

Scoppiarono quasi subito i moti rivoluzionari.

Come Vallés, il refrattario divenuto l’insorto del 1871, è stato il refrattario Stirner, questo meraviglioso teorico della violenza, trascinato nella tempesta rivoluzionaria del 1848?

A quest’epoca, Stirner è perduto di vista, ma tutto induce a credere che egli non vi abbia partecipato.

Natura pensosa, non poteva opporre alla vita che una resistenza passiva; non aveva la stoffa del militante anche se aveva fatta sua la dottrina della rivolta: non aveva il diavolo in corpo; l’aveva nel cervello il suo diavolo. Così Bakunin, che egli aveva visto da Hippel, gli aveva fatto un’enorme impressione. “Si racconta che seppe imporsi a Stirner, il quale ne ammirava la sforza slava elementare, la natura sana, fresca, e la potenza”. (Max Nettlau, The life of Michail Bakunin), [reprint, Milano 1971, I, nota 566, p. 96]. Ma, se Stirner ammirò la forza, non pervenne mai a praticarla. Egli che combatteva l’intellettualismo sognando l’armonia tra il pensiero e l’azione, l’azione aveva soltanto sfiorato – cerebralmente.

Qualche anno prima della pubblicazione de L’unico, aveva sposato Marie Daehnhardt incontrata al circolo dei “Liberi”, la quale gli aveva portato in dote qualche soldo, tanto da vivere momentaneamente senza preoccupazioni.

Poi, aveva sperato di vivere dei suoi scritti, ma la reazione, riprendendo furiosamente, l’aveva presto disingannato. Tentò d’istituire allora una latteria, ma fu un disastro in cui la dote della moglie andò inghiottita; e nella povera casa si stabilì la miseria. La sua compagna l’abbandonò stabilendosi a Londra dove Aleksandr Herzen, Ferdinand Freiligrath e altri la visitarono, poi se ne andò in Australia da dove tornò dopo anni di angustie, ereditiera, mistica, cattolica aspra, chiusa in sé, non conservando della sua primitiva esistenza che una grande amarezza.

Stirner si lasciò andare lentamente sulla china della miseria: fece tutti i mestieri, subì tutte le prove fino ad essere due volte arrestato per debiti, pena che a quei tempi esisteva ancora; ma non rinnegò mai il suo passato come molti compagni dei “Liberi” prosternati più tardi ai piedi del governo.

Improvvisamente nel 1856, a quarantanove anni, quando fisicamente era ancora forte, morì d’intossicazione a seguito della puntura d’una mosca. Bruno Bauer e Ludwig Buhl, antichi amici naufragati essi pure nella miseria, lo condussero al cimitero.

Le sue carte sparirono, e le lacune dei suoi storiografi non potranno forse mai essere colmate.

Non resta di Stirner alcuna fotografia contemporanea, soltanto quarant’anni dopo la sua morte, Engels, sollecitato da Henri Joseph Mackay, cercò di ristabilirne a memoria i lineamenti.

II. Il dualismo nell’opera stirneriana

Stirner è generalmente rappresentato come un logico impeccabile, il suo libro come un flusso perpetuo di idee incatenate l’una all’altra immutabilmente. E così suggestionato, anticipatamente, trascinato dall’impeto magnifico del verbo, il lettore non suppone il più delle volte neppure quale stridente conflitto fra due metodi di pensare si riveli nell’opera stirneriana penetrandone ogni meandro.

Quantunque idealista di origine, Stirner ha combattuto il metodo di pensare per astrazione, di non vedere che attraverso il prisma dei concetti, ed ha fatto sforzi immensi per estirpare dal proprio cervello la metafisica. Ed ha vinto: dalla lotta è uscito realista, ha saputo veder chiaro attorno a sé, adattare alla vita il proprio pensiero e non enunciare un’idea se non come la generalizzazione dei fatti osservati.

Ma i lettori, noi, che assistiamo a questa lotta strana dell’autore, attanagliato tra due diverse direzioni mentali, noi proviamo a volte un certo malessere, ed a coloro che codesta lotta di Stirner non rilevano, l’opera sua rimane impenetrabile.

Ecco in che modo codesto dualismo si rivela. Stirner analizza, per esempio, i rapporti tra gli uomini e la società, e due tendenze lo spingono in due opposte direzioni.

Primo: in luogo di esaminare questo rapporto in sé, come tale, egli porta tutta la sua attenzione sulla nozione di questo rapporto; trasforma una coincidenza di fenomeni reali in urto di idee e, senza tener conto della realtà, opera sui diversi concetti; distruggendo in seguito questo pensiero, non proclamandolo più che un pensiero, crede di abolire il rapporto stesso.

Secondo: esamina questo rapporto da un punto di vista diametralmente opposto, come una cosa concreta, come un fatto; ne dimostra il valore empirico, osserva le condizioni in cui si è prodotto, segue il metodo induttivo, e giunge così ad un risultato prezioso: alle generalità, a pensieri che nella loro espressione condensano la moltitudine dei fatti osservati.

Ed i due metodi adopera con eguale maestria.

Vediamo qualche esempio:

Egli scrive un articolo su I misteri di Parigi di Eugène Sue. È da notare che ai suoi tempi, ad eludere l’attenzione della polizia, la questione sociale ed i problemi politici si dovevano esaminare come questioni romanzesche o poetiche, in quanto la questura sequestrava ogni scritto che non andasse travestito con queste forme. Ora, I misteri di Parigi hanno scatenato nei Tedeschi un entusiasmo immoderato. Apparvero in Germania come il primo romanzo sociale. Marx e Engels l’hanno flagellato di una critica aspra e violenta (vedi: Die heilige Familie), e l’articolo di Stirner si riattacca a questa critica apparsa in seguito.

Negli Scritti minori egli scrive con veemenza: “Sue è il poeta della borghesia virtuosa e liberale... Banchieri e moralisti giudicano gli uomini da un identico punto di vista... Rodolfo, questo fratello di carità, vuol rendere inoffensivi quelli che sono caduti e li punisce di raffinate torture morali... Veramente non si potrebbe descrivere con violenza maggiore, con maggiore crudeltà l’epoca nostra, e... Rodolfo è certamente la copia fedele del suo autore miserabile e virtuoso”.

È splendido.

Ebbene, Stirner “completa” le sue conclusioni con una serie di riflessioni. Ma quale abisso fra le due parti che pur formano tutto un blocco nel testo!

Egli solleva il velo dell’ipocrisia delle classi possidenti, spiega con cause e circostanze materiali i loro giudizi morali; comincia a veleggiare nel mondo delle astrazioni eretto lontano dalle realtà terrestri e degli atti, delle cose della vita, non fa altro più che tenui riflessi del principio morale di cui, come l’acqua di fonte, la vita emana. Tratta Rodolfo da spiritato, oppone il bene al male, ne fa due princìpi indipendenti dalla realtà, e “tutto l’urto – conclude – si riduce a un conflitto tra due esseri ottusi, posseduti entrambi dal fantasma del bene e del male”.

Ma, nello stesso tempo, attratto dall’altra tendenza della sua mente, riconduce lo stesso “conflitto” al suo vero posto, nell’insieme della vita reale di cui partecipa. E allora quest’uomo che, poche pagine prima costringe il “principio morale” a “creare gli esseri” scrive che “il principio morale non può essere il motore della vita reale... I fatti e gli atti della vita si burlano dei nostri fragili princìpi”.

Trascinato dal filo dei suoi ragionamenti astratti egli giunge difficilmente ad arrestarsi.

Scrive, ad esempio: “La proprietà non è un furto, è grazie ad essa soltanto che il furto diventa possibile”, e otto righe più avanti sventola, senza un preambolo, questa “scoperta”: “La proprietà non è un fatto, come crede Proudhon, ma una finzione, un’idea”. (L’unico).

Egli penetra il meccanismo della nostra società – vedremo poi come lo comprenda – ma il tic metafisico, allogato in un angolo del cervello, lo spingerà a scriver molte lamentevoli pagine sull’origine della società la quale “non è altro che l’occupazione in comune di una sala”.

Ne consegue una confusione manifesta, ma si sente che a misura che egli procede ne L’unico l’ha rotta definitivamente con la sua antica concezione del mondo. Le incursioni nel dominio della pura astrazione si fanno sempre più rare e si vede che esse sono la parte effimera dell’opera sua, che il carattere durevole è nell’altra parte.

Una conclusione intanto è acquisita, fuori di ogni dubbio: Stirner ha superato il suo dualismo e quando codesta vernice speculativa è ben raschiata, la struttura dell’opera appare intera, solida, solidamente piantata nella vita reale.

Il nostro sguardo afferra, prima, in Stirner la nozione dell’io. Se egli ha forzato il santuario delle idee preconcette, delle tradizioni, delle menzogne innate ed inoculate, l’ha fatto per cristallizzare l’io reale, l’io vivente in tutta la pienezza dei suoi bisogni e delle sue facoltà.

Questo compito – un’analisi psicologica irresistibile – lo ha meravigliosamente assolto. Noi abbiamo la chiave di volta del suo edificio.

L’errore fondamentale in cui cadono quanti hanno scritto intorno a Stirner, è di situare il suo punto di partenza nell’io, nell’individuo.

Ora, Stirner ha cominciato invece dall’analisi della coscienza individuale, la quale, sia per l’educazione ricevuta, sia per la speciale cultura da cui siamo asserviti, curvati, è avviluppata da un denso strato ideologico.

Qual è la meta di Stirner?

Egli vuole arrivare sino in fondo all’io reale dell’individuo, posto nel suo ambiente sociale; vuole dargli la coscienza dei suoi veri bisogni vitali; vuole che l’individuo faccia i suoi propri interessi, non quelli del padrone il quale cerca naturalmente di soffocarli. “L’individualità vi richiamerà a voi stessi. Ritorna a te! Essa vi grida”. (L’unico).

Non bisogna cadere più ormai nelle insidie che altri ci hanno tese. “Io riprenderò nelle mie mani la potenza che ho fin qui abbandonato agli altri ignorando quale fosse il valore delle mie forze”.

Vuole, insomma, ricondurre le idee agli uomini. Allora, l’ideologia, estranea ai nostri propri interessi, dilegua fra le nebbie, e Stirner arriva al suo io, all’io reale e concreto. E noi vedremo che l’io di cui egli parla costantemente non è un essere vago, ma appartiene ad una classe determinata.

III. A chi parla Stirner

Quando consideriamo l’opera di un autore del passato dobbiamo procedere con la più grande prudenza. Non potendo penetrare a nostro agio nella sua mentalità, gli prestiamo volentieri le nostre opinioni ed interpretiamo di conseguenza da un punto di vista attuale pensieri che sono maturati in epoche lontane.

Procedendo in questo modo, si sono, ad esempio, trovati numerosi precursori del sindacalismo, e si sono scoperti in tutti i grandi movimenti di idee le più dubbie parentele, senza costrutto d’altronde, giacché a nessuna via nuova un tale procedere ha portato maggiore sicurezza.

Con Stirner, la cosa è diversa. Non occorre essere abituati all’analisi critica per convincersi che la sua filosofia è filosofia essenzialmente sociale. Egli non si cura più di tanto di fissare i rapporti tra “gli uomini in generale” e la “società in sé”. Lascia questo compito ai filosofi puri che – egli lo dice nettamente – non sono in grado di comprendere né la vita sociale né la vita individuale.

Appena Stirner si sente saldo il terreno sotto i piedi, si sforza di precisare la posizione che occupa il suo io nella società. Non parla più dell’individuo in generale allo stesso modo che non parla più dell’egoismo in generale; parla invece di due egoismi, dell’egoismo di coloro che posseggono, e del suo. Assimila i suoi interessi a quelli dei diseredati.

Parla pure, e spessissimo, non in nome dell’io, ma in nome del noi, al plurale; il che è già un indice caratteristico. Quando abbozza poi il quadro in cui la condizione di questi noi è rievocata, il dubbio diventa impossibile. “Tutto ci è tolto” – esclama e grida rivolto ai possidenti – “Voi vi immaginate che, ad esempio, queste ostriche non siano roba nostra come sono roba vostra? Urlereste alla violenza se ci vedeste riempire il nostro piatto e consumarle con voi? – e avreste ragione. Senza violenza noi non le avremmo, come voialtri non le avete se non per il fatto che ci fate violenza”. (L’unico).

Egli presta ai suoi “io” le intenzioni precise e naturalissime di affrancarsi dallo sfruttamento e dall’oppressione. Pone cioè il problema con tutta l’esattezza voluta: da una parte la classe ricca col suo egoismo borghese, dall’altra noi la plebe, come egli volentieri si esprime, col nostro egoismo.

E può esserci dubbio sulle intenzioni di Stirner in tutte le pagine nelle quali parla in nome dei lavoratori, del proletariato?

“La vostra proprietà è sicura perché noi ci asteniamo dall’attaccarla. E che cosa ci date in cambio? Voi che avete ‘per il popolo minuto’ disprezzo e pedate, solo la sorveglianza della polizia e un catechismo con questo comandamento: rispetta ciò che non è tuo, rispetta la roba degli altri”.

Bisognerebbe essere miopi per non notare, percorrendo L’unico, che Stirner si faceva il più grande scrupolo di mettere in luce il suo “io” nei quadri della propria esistenza sociale; l’io insieme con tutti i “noi” si riferisce, in tutte le condizioni vitali, alla classe operaia, e quando parla dei loro interessi è facile vedere a quali rivendicazioni corrispondano.

Alcuni critici hanno rilevato e notato “la simpatia” dell’autore de L’unico per “gli umili” e nessuno ha visto che il suo libro si indirizza apertamente alla classe lavoratrice e che sarebbe altrimenti incomprensibile.

La maggior parte dei lettori e dei critici, leggendo Stirner con partito preso, lo trattano da individualista, da piccolo borghese egoista e gli buttano, a manate, gli epiteti meno lusinghieri. Ma, per giustificare le loro malevoli affermazioni dovrebbero innanzi tutto cancellare da L’unico tutti i passaggi – e sono frequenti – in cui Stirner fa appello a tutti gli “io”, a tutti gli “unici”, per scuotere d’accordo, con uno sforzo comune, il giogo dell’oppressione: “Difendetevi, e nessuno vi farà nulla!”, grida alle masse. “Se alcuni milioni di uomini sono dietro di voi e vi sorreggono, siete una forza imponente e a vincere non avrete gran pena”. (L’unico).

È un risultato acquisito: l’io, in Stirner. è l’oppresso.

Soltanto, non stupitevi se talvolta ne L’unico incontrate un individuo che non ha nulla di umano e che pure è segnalato da un cartello alla vostra attenzione: questo è un io. Non sarà che l’ombra dell’“io” reale; non saranno che i vecchi fantasmi metafisici che ritornano a turbare il loro involontario creatore, e anche più profondamente noi, benevoli lettori. Bisognerà abituarsi, giacché non troveremo in Stirner alcuna nozione concreta che non sia accompagnata dalla sua ombra idealista.

Stirner, in generale, ha nell’opera sua accumulate tante difficoltà di ordine metodologico che ad un critico, il quale voglia essere un tantino coscienzioso, addossano un enorme lavoro. Il suo “io”, che è certamente l’oppresso, lo sfruttato del mondo sociale, figura ancora come una nozione filosofica.

Uno spirito ordinato, non potendo denominarli differentemente avrebbe separato questi due “io”. Stirner ha invece ritenuto questa separazione inutile e, da una riflessione sul postulato psicologico dell’“io” in generale, salta ad un abbozzo della vita dell’“io” in quanto lavoratore. Si converrà che il principio del minimo sforzo non è rispettato. Sarebbe uscire dal quadro, già così limitato, del presente studio occuparsi della parte psico-fisiologica de L’unico. Notiamo soltanto che Stirner non accetta la distinzione di principio tra il mondo psichico e il mondo fisico; riallacciandosi così ai teorici recenti.

Cerchiamo di applicare, almeno nel nostro studio, questo principio di distinzione, e continuiamo l’esame delle nozioni fondamentali di Stirner.

Avendo constatato che L’unico s’indirizza ai lavoratori, è facile comprendere quanto riguarda l’egoismo.

Le idee ricevute che piegavano la mentalità dell’oppresso, sono relegate in seconda linea. Stirner ha dimostrato da dove provengono, da chi e a quale fine ci sono state imposte. Ammettiamo che il cambiamento sia realmente avvenuto: che cosa resta della mentalità?

Resta, come conseguenza, l’individuo cosciente di tutti i suoi interessi veri, di tutti i suoi bisogni non sfigurati dalla falsa educazione. Ma questo individuo non è isolato, come affermano quasi tutti i critici compreso Victor Basch (L’individualisme anarchiste. Max Stirner, Paris 1904), ma in compagnia dei suoi simili, di egoisti, di cui Stirner ci parla, i quali sanno la loro forza disconosciuta e vogliono affermarla. Atterrata la falsa ideologia, ricacciata nel nulla, cessati gli atti ispirati dal pregiudizio e dalle menzogne inoculate, la vita attuale deve fare posto ad una vita nuova. L’individuo non ha ormai “né vocazione, né missione da assolvere, ha forze, e queste forze si spiegano, si manifestano dove sono giacché essere equivale a manifestarsi, e non possono rimanere inattive come non lo può la vita, se arrestandosi anche per un secondo non sarebbe più la vita. Si potrebbe dunque gridare all’uomo: adopera la tua forza!”.

Eccovi l’io reale. Ed eccovi anche il materialismo: sono le forze operanti nella vita che muovono l’“io”, che determinano il suo intelletto, che gli danno coscienza dei suoi bisogni. Ed esso, secondo Stirner, non tarderà, bisognerebbe dire che non dovrebbe tardare, a soddisfarli.

Tale aspirazione che è la base della vita individuale intesa alla soddisfazione dei bisogni vitali fino ad oggi soffocati, questa forza motrice è indicata da Stirner col nome di egoismo.

Qualcuno obietterà che conveniva cercare un’altra parola, giacché questo egoismo non ha nulla di comune col movente poco raccomandabile che noi designiamo nel linguaggio volgare come egoismo. Ma, in bocca a Stirner, questo enunciato non è una categoria morale, non serve affatto come criterio della moralità, e non è mai in antitesi all’altruismo.

L’importante per lui è che la mentalità degli uomini, quella dei lavoratori soprattutto, sia la loro propria mentalità.

Per concludere: l’individuo liberato dall’ideologia che nasconde il movente dei suoi atti veri, sa marciare da sé dal momento che “nel mondo non vede che il mondo, prosaicamente”. È pure il significato del suo motto celebre quanto vilipeso: “Io ho fondato la mia causa su nulla”.

Il motto vuol dire: i fatti non derivano da un’idea qualsiasi, come affermano i filosofi idealisti, al contrario l’idea è la risultante delle forze materiali, delle condizioni, degli interessi che questi fatti determinano. L’individuo col suo dominio di idee è subordinato ai fatti della vita. Quindi, soltanto in rapporto all’ideologia la sua causa è basata su nulla: e questa definizione si deduce d’altronde da quella dell’egoismo, ed è ancora una prova che i princìpi fondamentali di Stirner sono quelli del materialismo sociale.

Eppure con questa formula dall’apparenza bizzarra si scontrano i critici de L’unico.

Ebbene, se vi sono in quest’opera frasi meno oscure d’aspetto, ma realmente vane, non ci pare che fra esse debba relegarsi la sua epigrafe.

IV. Marx e Stirner

A tracciare più distintamente la linea di demarcazione che separa la sua dottrina da quella dei socialisti suoi contemporanei, Stirner ha scelto una parola ritenuta da molti addirittura spaventosa: l’egoismo.

Il socialismo dominante in Germania ai suoi tempi era un miscuglio di sentimentalismo, di collaborazione di classe, d’umanitarismo astratto, con qualche vena d’utopia d’importazione francese. È noto che Engels ripudiava a quei tempi di dirsi socialista per paura di essere assimilato ai dolciastri socialisti borghesi.

Il socialismo filosofico, che aveva allora tutta una letteratura, per il quale le idee dominavano la vita, considerava la rivoluzione come la realizzazione dell’idea.

Stirner assalì questo socialismo, i suoi postulati filosofici, le sue basi “sociali” ed aveva assolutamente ragione quando rispondeva a Hess, uno dei suoi critici: “Io non sono minimamente contro il socialismo, ma contro il socialismo sacro; il mio egoismo non è per nulla opposto all’amore... non è affatto nemico del sacrificio, dell’abnegazione, e meno che mai del socialismo; per farla breve non è il nemico di interessi veri, e si ribella non contro l’amore ma contro l’amore sacro, non contro il pensiero, ma contro il pensiero sacro, non contro i socialisti, ma contro il socialismo sacro”. (Scritti minori).

Questo socialismo sacro, sotto il nome di socialismo “vero” è stato attaccato anche da Marx e Engels (Manifesto del partito comunista). Stirner fu di questa critica il vero pioniere. Nel 1844, Marx non ha ancora elaborato tutta la sua dottrina, e La sacra famiglia, la quale diede al socialismo vero e a tutti gli ideologi del genere di Bruno Bauer lo stesso formidabile colpo de L’unico, non apparve che qualche mese più tardi.

Il giovane Marx ebbe senza dubbio, di già in questo periodo, conoscenze molto più estese di Stirner, giacché la scienza economica di quest’ultimo è stata sempre rudimentale. Ricordiamo che egli non ebbe sott’occhio che gli artigiani di Berlino, e che urtato dalla loro scarsa energia, prese, per contrasto, la difesa della “plebe”. Bisogna però riconoscere che l’intuizione, talvolta geniale, di Stirner, l’ha guidato supplendo spesso in modo meraviglioso al suo difetto d’esperienza e di sapere. D’altronde s’interessavano alla questione sociale tutti coloro che gli stavano vicino: Ludwig Buhl, un “libero”, ha scritto un opuscolo curioso dal titolo: Indicazioni sui bisogni delle classe operaia e sulle associazioni aventi il suo benessere come scopo (1845). Marx, che viaggiava di già, aveva certo vedute più profonde di Stirner e di tutti gli scrittori di quei tempi, egli studiò allora dalle stesse fonti gli scrittori rivoluzionari francesi, mentre Stirner non attingeva la sua scienza che dall’opera tedesca di Karl H. von Stein, la quale comprendeva in riassunto le dottrine correnti, quella di Graccus Babeuf, quella di Charles Fourier, ecc. Le sue cognizioni filosofiche e storiche erano ugualmente piuttosto magre.

La comparazione tra la teoria, allora, di Marx e quella di Stirner è delle più semplici. Un’idea domina il pensiero di Stirner: non considerare più le idee in se stesse, ma riferirle agli atti umani.

Questo principio viene enunciato nei termini seguenti: “Si dice che l’idea di libertà si realizzi nella storia universale; ora questa idea è, al contrario, reale dal momento in cui un uomo la pensa, ed è reale nella misura stessa che essa è idea, in quanto cioè io la penso e la possiedo. Non è l’idea di libertà che si sviluppa, ma sono gli uomini che si sviluppano e sviluppandosi, sviluppano naturalmente anche il loro pensiero”. (L’unico).

Conseguenza immediata di questo pensiero è la distruzione dell’ideologia impropria, non conforme agli interessi di classe, ed egli l’ha così riassunta: “La vittoria delle idee non è completa se non quando esse cessano di essere in contraddizione con gli interessi, quando cioè danno soddisfazione all’egoismo”. (L’unico).

Questa idea implica la rottura aperta col socialismo idealista: è l’affermazione della lotta di classe; ed è proprio quello che Marx ha fatto ne La sacra famiglia.

Non è dunque da meravigliarsi se l’opera di Stirner ha colpito Engels.

Prendete ne La sacra famiglia la tesi essenziale che caratterizza le vedute di Marx e di Engels in questo periodo, la quale coincide con l’elaborazione del pensiero stirneriano (è evidente che L’unico e La sacra famiglia si componevano parallelamente). La tesi è questa: “È riconosciuto come l’uomo sia alla base di ogni azione umana e di tutte le circostanze... La storia da sola non fa nulla, non ha tesori inesauribili, non ha neppure lotta di sorta. È l’uomo che al contrario fa tutto, possiede tutto e guida la battaglia, l’uomo reale, l’uomo vivente. Non è la storia che utilizza l’uomo come strumento per raggiungere i suoi fini, quasi che essa fosse una persona, la Storia non è che l’azione degli uomini inseguenti la propria meta”. (La sacra famiglia).

È la tesi che si riattacca incontestabilmente alla teoria di Stirner, la concezione che della storia avevano allora Marx e Engels. Due anni dopo essi hanno fissato la corrispondenza tra l’azione degli uomini e i loro interessi privati, la corrispondenza tra l’azione della storia e gli interessi comuni di una collettività. Ma bisognava innanzi tutto superare la prima tappa, e vi incontrarono Stirner. La dottrina di quest’ultimo segna di conseguenza un grande passo avanti. Per costruire infatti un sistema non idealista, per potersi servire del metodo induttivo, bisognava, prima di ogni cosa, “ammettere” l’uomo vivente, non come in Ludwig Feuerbach, di una semiesistenza, ma nella pienezza dei suoi bisogni, tra cui è primordiale quello del pane.

Nell’evoluzione del pensiero socialista tedesco, Stirner è lo scrittore che meglio contribuì allo sviluppo di questa fase, gli altri andarono poi, più lontano.

Resta così stabilito che il primo passo verso la concezione della lotta di classe, il realismo storico, la critica dell’ideologia, la dispersione delle illusioni e delle false idee annebbianti la visione degli interessi veri, fu fatto per una parte da Stirner con L’unico, per l’altra parte da Marx con La sacra famiglia.

Noteremo quanto agli altri punti di contatto che La sacra famiglia non è l’opera in cui si trovi l’idea fondamentale di Marx, e possiamo trovare molto astratta la sua maniera di esprimersi sul compito del proletariato.

Ecco quello che essenzialmente dice: “Il proletariato, questa parte distruttiva della contraddizione... realizza il verdetto pronunciato da una parte della società contro se stessa, vista l’apparizione del proletariato. Se il proletariato avesse vinto non diventerebbe in nessun modo la parte assoluta della società, in quanto non potrebbe trionfare che distruggendo se stesso e contemporaneamente il suo antagonista (cioè la proprietà privata). Il proletariato e la proprietà privata allora scompariranno”. Stirner invocando lo sciopero generale è stato più concreto.

Si comprende ora che Marx e Engels non potevano passare sotto silenzio il libro di Stirner. Lo criticarono. Ma scritta due anni dopo, questa critica non vide la luce che nel 1904, grazie a Eduard Bernstein, il quale ha presso di sé gli scritti postumi di Marx. Ha per titolo ironico San Max, ed è spietata. Passo, passo, minuziosamente, Marx esamina ogni frase di Stirner adottando lo stesso metodo che già aveva usato con Proudhon. La critica è più voluminosa di tutto L’unico. Ma Marx non tiene conto che dell’aspetto metafisico stirneriano. Disconosce, o per dir meglio non vuole riconoscere, il materialismo che emana da L’unico, anzi gli nega ogni valore e giunge fino a sfigurare il senso delle formule stirneriane. L’impressione d’insieme che si riceve di Stirner, leggendo San Max è questa: un metafisico senza conoscenza, un pallido imitatore di Hegel, un rappresentante tipico dei filosofi disorientati, un uomo che nella propria immaginazione si abborraccia di tutto senza comprendere né vedere nulla della realtà, un filosofo della piccola borghesia tedesca, uno spaccone sentimentale in teoria e un reazionario in pratica, Don Chisciotte e Sancio Panza nello stesso tempo.

Non è seducente l’immagine che Marx ci regala di Stirner ma, soprattutto, è ingiusta.

Non si può rimproverare Marx, che combatte Stirner per meglio far valere la sua dottrina allora nascente, di non aver considerato dal punto di vista storico, senza passione, come possiamo fare oggi noi, la teoria dell’avversario.

E bisognerà aggiungere che se regna sulle opinioni emesse intorno a Stirner tanta confusione, ne va data colpa anche alla sua terminologia essenzialmente diversa dalla nostra: le nozioni, le definizioni di cui egli si serve hanno oggi un senso del tutto diverso; bisogna ricondurle a quelle che noi oggi utilizziamo.

V. Libertà, individualità, socialità

Prima di andare più lontano sarà bene chiarire il pensiero di Stirner intorno ad alcuni princìpi che dai suoi critici sono stati mutilati.

Si ammette a priori che Stirner non riconoscesse se non la libertà assoluta. Egli sarebbe antisociale, il disorganizzatore di ogni vincolo fra gli esseri umani. (Vedere, ad esempio, il libro di Basch).

Se dovesse giudicarsi dall’uso frequente che egli fa della parola “unico” equivalente ad “egoista” non si avrebbero forse tutti i torti. Non si riflette che argomentando in nome de L’unico, Stirner ricorreva semplicemente ad un processo didattico.

Egli afferma che ogni libertà in senso assoluto è una chimera, che “in conseguenza di questa pulsione religiosa, stravagante, si venne elevando al livello di ideale la libertà in sé, la libertà assoluta, il che equivaleva ad inalberare ai quattro venti l’assurdo d’impossibili voti”. (L’unico).

Si ritiene generalmente che in Stirner tutto si riduce all’io per una parte, alla società per l’altra parte, all’antagonismo tra l’uno e l’altra.

Ebbene, questo dilemma secondo Stirner non si può neanche erigere.

Consultiamolo ancora: “Il problema dei tempi nostri [la questione sociale] non si potrà risolvere finché sarà posto in questi termini: È la generalità che ha il diritto, oppure l’individualità? È la generalità (lo Stato, la legge, i cortigiani, la moralità, ecc.), oppure l’individuo? No. Il problema non si risolverà che quando non si domanderà più un’autorizzazione e non si limiterà la lotta esclusivamente ai privilegi. Voi aspirate alla libertà? Stolti! abbiate la forza e la libertà verrà da sé”. Linguaggio che rievoca la superba parola di Marx quando nelle sue chiose su Feuerbach dice che non si tratta ormai d’interpretare il mondo come facevano i filosofi, ma si tratta di cambiarlo.

Le beghe di scuola, tutte le sottigliezze idealiste in cui s’annegavano i filosofi discutendo il principio, l’idea della libertà, lasciano indifferente Stirner. Non potendo tollerare oltre le loro dispute interminabili e accidiose, li confutò più brutalmente ancora di Marx, intimando loro di cambiare il mondo, in luogo di contemplarlo più o meno filosoficamente.

D’altronde, Stirner nella sua società antiautoritaria, nella sua associazione di egoisti, non ammetteva affatto questo principio (della libertà assoluta); e lo dice categoricamente: “Non è in nessun luogo possibile evitare alla libertà una certa limitazione, giacché non è possibile affrancarsi del tutto; non potremo volare mai come un uccello per la sola ragione che lo desideriamo giacché non ci potremo mai liberare dal nostro peso; così non potremo vivere mai a nostro agio sott’acqua... L’associazione non può nascere e sussistere se non a condizione di restringere in ogni modo la libertà”. (L’unico).

È manifesto che Stirner non ha dimenticato la distinzione tra necessità e desiderio.

Ma, oltre alle leggi naturali contro cui sarebbe assurda ogni rivolta, c’è una cosa per la quale Stirner non ammette restrizioni: “C’è differenza grande tra una società la quale non limita che la mia libertà, ed una società che limita la mia individualità. La prima è un’associazione; quella invece che minaccia l’individualità è una forza sopra di me”.

Cerchiamo di chiarire la formula: L’associazione, il suo ideale della società futura, restringe la libertà come quella che non implica la libertà assoluta; ma non restringe l’individualità.

Che cos’è questa individualità?

La forza motrice che spinge l’individuo alla soddisfazione dei suoi bisogni è, secondo Stirner, l’egoismo. La totalità dei bisogni non soffocati costituisce l’individualità. Questa individualità nell’ordine attuale è limitata naturalmente da ogni lato. Allora, conclude Stirner, se nell’associazione c’è una tendenza ad agire in modo identico, è chiaro che l’equilibrio è stato spezzato, che un gruppo si è fatto padrone, ciò che appunto bisogna evitare. Finché esisterà questo stato di cose non saremo liberi.

Tale il criterio di Stirner per stabilire la differenza tra la società autoritaria e la società senza coazione.

– “Ma via!”, – ci dirà qualcuno – “l’individuo, secondo Stirner, è antisociale”.

È ancora una falsità, tutto quello che Stirner domanda alla società futura è di essere “...un mezzo, uno strumento del quale servirci. Una società a cui mi unisco mi toglie, certo, alcune libertà, ma in compenso me ne assicura certe altre. Importa anzi assai poco che da me (per contratto, ad esempio) mi privi di questa o di quell’altra libertà. Quello che per converso importa è la difesa gelosa della mia individualità”.

È un essere antisociale Stirner? Non è difficile riconoscere in queste sue affermazioni, rudimentale, l’ideale anarchico.

Ora, se non sono sempre d’accordo con la tattica anarchica, tutti i socialisti sono convinti che (prima o poi) l’anarchia potrà realizzarsi, e non rimangono a maledirla di antisocialità che pochi vecchi brontoloni.

Il povero Stirner, di cui si vorrebbe fare un mostro antisociale, ha sognato invece l’accordo armonico, una società senza coercizione.

“Non c’è alcuna ragione, evidentemente, per opporsi ad un tentativo d’associazione qualsiasi, ma bisogna opporsi con tutta l’energia ad ogni resurrezione dell’antica cura di anime, della tutela, insomma di ogni principio che voglia si faccia di noi qualche cosa”. (L’unico).

Un individualista stirneriano si metterebbe di malissimo umore se gli mettessimo sott’occhio le tre pagine in cui Stirner si domanda come e quando l’egoista possa aderire ad un partito. Non esistevano ai suoi tempi che società segrete assai autoritarie, e Stirner concluse per la necessità di entrare in un partito alla condizione di rimanervi autonomo, di non essere per così dire “sequestrato e incatenato” dal partito. Aveva in orrore certe pratiche, di uso massonico, che sono andate poi in disuso e che l’avevano indotto ad esclamare: “Troverò sufficienti persone che si associeranno a me, senza prestare giuramento alla mia bandiera”. (L’unico).

Perfettamente: l’importante è trovare i compagni.

Quanto alla necessità dell’organizzazione per il buon successo della lotta economica, Stirner non fa la minima riserva.

C’è di più, non può concepire l’azione che nel vincolo della solidarietà. Prendendo, ad esempio, uno sciopero di lavoratori salariati, dice: “Bisogna che tutti i servi dell’aratro marcino la mano nella mano. Soltanto questo accordo può dare un risultato”. (L’unico).

Più avanti, nel dialogo che intreccia tra padrone e salariato aggiunge: “ – Sta bene, io sono il tuo contadino, ma d’ora in avanti non arerò più il tuo campo che al prezzo di uno scudo al giorno. – E va bene; io ne prenderò un altro. – E tu non ne troverai più altri perché noi contadini non lavoriamo più che a queste condizioni. E se qualcuno verrà da te chiedendoti minor salario, dovrà stare attento”. (L’unico).

È solidarietà, e di quella buona, in cui si intravede come un’anticipata premessa della “caccia alle volpi!” (caccia al crumiro!).

La parentesi delucidativa era necessaria prima di affrontare la parte più importante dell’opera stirneriana.

Dobbiamo notare prima di tutto un fatto caratteristico il quale dimostra sufficientemente la disinvoltura degli ammiratori di Stirner. Il celebre musicista Hans Von Bulow, adoratore di Bismark, in un discorso pronunciato a Berlino riconsacrando la Sinfonia Eroica al primo cancelliere (è noto che Beethoven l’aveva già consacrata a Napoleone) ha parlato di Stirner press’a poco in questi termini: “Le tre parole, libertà, eguaglianza, fratellanza? Ma sono asinerie di cui Stirner ha dimostrato tutta la vanità, e le tre parole sono state da lui sostituite con un motto più positivo: fanteria, cavalleria, artiglieria...”.

VI. Stirner e il proletariato

È veramente meraviglioso che Stirner, il campo delle cui esperienze fu così limitato, abbia potuto concepire il meccanismo della società borghese ed avere la visione dell’avvenire del proletariato.

Gli utopisti ed i socialisti veri ripudiavano ogni idea di rivolta dei proletari. L’amore degli umili, il sentimento della giustizia non faranno difetto, occorrendo, ai borghesi illuminati, essi dicevano.

Stirner ripudia questa dottrina falsa e pericolosa: “A che cosa vi hanno dunque condotto le vostre invocazioni d’amore? – grida indignato ai suoi critici – da duemila anni all’incirca lo predicate agli uomini e, lo vedete bene, i socialisti sono costretti a constatare che i proletari sono oggi trattati molto peggio di quanto non lo fossero gli schiavi dell’antichità”.

Suppliche e buona volontà non bastano a colmare l’abisso tra ricchi e poveri. E in Stirner a questo riguardo non c’è indugio: è preciso, categorico: due volontà diametralmente opposte, ecco l’immagine che egli riceve della struttura sociale; e domina l’opera di questo precursore della lotta di classe, la visione dell’urto tremendo che seguirà il loro incontro.

Credere che gli attacchi diretti contro il socialismo ne L’unico possano applicarsi al socialismo attuale, sarebbe disconoscere assolutamente la genesi del libro che non può essere isolato dalle condizioni dell’ambiente storico che l’ha determinato. Noi supponiamo che Bakunin abbia influenzato Stirner col suo splendido articolo La reazione in Germania, apparso il 17-21 ottobre 1842 e firmato Jules Elisard. Le due classi in lotta, la predicazione di una inevitabile rivolta, potevano suscitare in Stirner idee analoghe. Ma ogni pensiero di un’influenza inversa, di Stirner su Bakunin, deve in ogni caso ripudiarsi come impossibile anche dal punto di vista cronologico.

Vi sono malattie che soltanto l’impiego di rimedi eroici può guarire, osserva Stirner. L’organizzazione della nostra società dimostra che bisogna ricorrere a tale rimedio esterno, alla rivoluzione. Certo, non bisogna cercare ne L’unico un’analisi minuta della società e dei suoi fattori operanti. Stirner ne abbozza a larghi tratti il quadro mettendo in luce tuttavia il compito della borghesia, dello Stato e del proletariato.

Spesso, si rimprovera a Stirner di avere soverchiamente semplificato l’idea dello Stato ridotta ad un’entità, ad una istituzione quanto meno germogliante fuori di ogni campo e di ogni relazione con l’ordine economico. L’io contro lo Stato sarebbe l’antagonismo annunciato da Stirner. E certo egli era contrario allo Stato, ma la formula ha presso di lui radici assai più profonde di quanto generalmente si creda. Vi sono postulati senza i quali essa sarebbe lettera morta, senza i quali ogni discussione tornerebbe superflua.

Secondo Stirner la distruzione dello Stato è direttamente e necessariamente subordinata alla distruzione dello sfruttamento economico. Prendete, ad esempio, la fine del suo pronostico sullo sciopero generale, qual è la conclusione che ne deduce?: “Lo Stato è fondato sulla schiavità del lavoro; se il lavoro si affranca lo Stato si sfascia”. Queste parole e questa condizione sono di un’importanza capitale. Ci provano che Stirner seppe comprendere le relazioni esistenti tra l’organizzazione del lavoro e la forma politica della società; ci indicano pure che se egli aveva preconizzato la lotta contro lo Stato doveva necessariamente preconizzare la lotta contro l’ordine economico. Ed alla stregua di queste sue parole l’abolizione del capitale, la “liberazione del lavoro” sono le condizioni primordiali della distruzione dello Stato.

In molte definizioni, spesso felici ed assolutamente esatte, Stirner riflette il significato dello Stato moderno: “Quelli che posseggono governano... Lo Stato è l’angelo custode dei capitalisti... Lo Stato è uno Stato borghese, il palladio della borghesia... Lo Stato è il regno della borghesia”.

Che poi Stirner s’imbarazzi qualche volta, che ci dia, passando, una formula stravagante, metafisica e magari fantastica, non è da stupire: egli oscilla tra due modi di vedere le cose.

Un odio profondo contro le iniquità del regime borghese, anima tutto il libro, che ne stigmatizza lo sfruttamento. Ha compreso che questo sfruttamento emana dalla forma della proprietà.

Ed è interessante precisare, sotto la sua vera luce, la posizione di Stirner di fronte alla proprietà privata. Ne è il nemico risoluto, deciso: “La proprietà così come la intendono i liberali borghesi merita tutte le invettive dei comunisti e di Proudhon: è insostenibile. Tutti i lavoratori, tutti noi, dobbiamo possedere. Che i lavoratori s’impossessino dei prodotti! di questi prodotti del loro lavoro, e capiranno che essi spettano loro come prodotto creato col proprio lavoro”.

Disgraziatamente tutti gli sforzi di Stirner per analizzare la proprietà privata dal punto di vista sociale rimangono sterili. La lotta intima che si combatte in lui non è in alcun luogo più manifesta che in questo problema. I suoi sforzi rimangono sterili, abbiamo detto, e sono tre le cause che questa sterilità hanno determinato: la sua antica concezione del mondo la quale interviene sempre al momento meno desiderabile; la concezione della proprietà secondo il comunismo arciautoritario di Wilhelm Weitling; le sue conoscenze economiche così superficiali e così scarse che mal saprebbe l’intuito sostituirle vantaggiosamente.

La prima di queste cause non mandò a picco, per poco, tutto il sistema di Stirner: egli identifica la proprietà in generale con la proprietà privata: crede, come il bottegaio del quartiere, che l’abolizione della proprietà privata, l’espropriazione degli strumenti di produzione... determini la manomissione delle idee e dei sentimenti individuali giacché dice, idee e sensi sono pure essi stessi una “proprietà”.

La seconda causa agisce in modo meno sciagurato. L’ideale della società futura abbozzato da Weitling lo spaventa: “Il comunismo di Weitling, dice, s’oppone, e con ragione, all’oppressione di cui sono vittima da parte degli individui proprietari, ma il potere che dà alla Comunità è ancora più tirannico”. Qui parla certo un antiautoritario.

La terza causa infine lo ha posto semplicemente nell’impossibilità di fare un’analisi critica della proprietà privata, giacché la storia economica dell’umanità gli sfugge. C’è forse bisogno di aggiungere che la parte “storica” de L’unico, le tre fasi attraversate dall’umanità, tutti quei mongolismi, ecc. non hanno altro valore furché allegorico?

Ma quando si libera il pensiero dall’arido viluppo speculativo, il midollo è solido: la proprietà privata deve essere soppressa. Da chi? dai lavoratori. Non si tratta più di cavillare sul diritto alla proprietà, alla libertà... Bisogna avere la possibilità materiale di attingere questa meta. Ed il fine al quale egli tende è la società la più conforme ai bisogni degli uomini; ed egli si rifiuta di tracciare, come gli utopisti, il piano dettagliato della società cui aspira.

Si domanderà che cosa possa avvenire il giorno che i senza pane avranno preso coraggio? Come si realizzerà il livellamento? È come domandarsi che cosa avverrà di un fanciullo.

Che cosa farà uno schiavo che abbia spezzato le sue catene?

Aspettate, e lo vedrete.

Come contrappeso ai sogni degli utopisti, lo scetticismo di Stirner aveva il suo lato buono. Conseguenza immediata della teoria era la preconizzazione della lotta diretta ed effettiva. Molti critici amerebbero farci credere che Stirner ammetteva soltanto la rivoluzione delle idee, che non formulò mai la rivolta materiale essendo anzitutto un partigiano della trasformazione interiore, la salvezza essendo in noi e non nelle trasformazioni esterne. Eppure, fra gli scrittori del suo tempo non se ne trova uno che abbia più tenacemente insistito sulla necessità del cambiamento, e non della sola mutazione, ma della fondamentale, materiale distruzione delle nostre attuali condizioni d’esistenza.

Voleva non soltanto la sparizione dello sfruttamento, ma la distruzione pure dello Stato sotto tutte le sue forme.

In termini più precisi: si elevò contro ogni forma di coercizione.

Noi non abbiamo qui tanto spazio da poter dare anche riassuntivamente la sua critica dello Stato: bisogna leggerla. Egli istituisce sotto i più diversi aspetti il suo processo allo Stato, adottando volta per volta i più diversi metodi, lo psicologico, il filosofico, lo storico; ed i suoi argomenti hanno spesso una grande forza di persuasione.

La rivoluzione che verrà, la sua rivoluzione, deve abolire lo Stato, in caso contrario non sarà più la rivoluzione; mostrando così il suo disprezzo per tutte le rivoluzioni che si sono a tutt’oggi limitate a modificare solo le apparenze esteriori.

E la chiama a volte insurrezione, alle volte delitto. Bisogna convenirne, nelle sue descrizioni dell’insurrezione, vi sono elementi di pura immaginazione, ma ve ne sono altri che si è tentati di credere desunti dalla rigida conservazione tanto hanno della concezione rivoluzionaria sociale di già acquista.

“L’insurrezione... è opera di individui che si levano, che si rizzano senza preoccuparsi delle istituzioni che sotto il loro impeto andranno sommerse. La rivoluzione aveva in vista un solo regime, l’insurrezione ci porta a non lasciarci reggere più ma a reggerci da soli e non coltiva alcuna speranza brillante sulle istituzioni future”.

E nella visione apocalittica della rivoluzione sfrenata getta il suo fosco, terribile appello:

“L’egoista si è affermato soltanto col delitto, e con la mano sacrilega ha rovesciato dal loro piedistallo gli idoli santi. Romperla con tutto ciò che è sacro o, meglio ancora, fare che la guerra a tutto quanto è sacro diventi generale. Non è una nuova rivoluzione quella che si avvicina; è potente, orgogliosa, senza rispetto, senza vergogna, senza coscienza; un delitto che scroscia con le sue folgori all’orizzonte e sotto al quale, turgido di presentimenti, il cielo si oscura e tace”.

Ci sia permesso aggiungere che il linguaggio rivoluzionario di Stirner non ci direbbe nulla se non fosse completato felicemente dalla filosofia d’azione popolare e soprattutto dall’idea dello sciopero generale. Quantunque tali propositi siano in assoluta armonia con lo spirito de L’unico non bisogna dimenticare che le immagini violente erano in uso fra gli scrittori della sinistra hegeliana. I dottori in filosofia, come bene osserva Bakunin, credettero sbalordire il mondo con la rivoluzione imminente, credettero soprattutto di poterla realizzare così logicamente rettilinea quale si presentava nei loro cervelli.

Bakunin li aveva dipinti, durante la rivoluzione, in una sua lettera datata del 1848: “Tutti i filosofi, scrittori e uomini politici, tutti coloro che hanno nelle tasche un sistema bell’e fatto... tutti quanti sono bestie e impotenti”. È vero che Stirner, i cui propositi violenti non sono il più delle volte che esuberanze retoriche, non si presenta mai con un piano prestabilito, rifiutandosi anzi di dire che “cosa farà lo schiavo quando avrà spezzato le sue catene”; ma dove la sua dottrina diventa seria e profonda veramente, e dove non è lecito avere due giudizi, è dove parla del compito della classe operaia nella prossima rivoluzione: “Che cosa fare dunque? chiedono i lavoratori. Contarvi, non contare che su di voi stessi senza preoccuparvi dello Stato. L’egoismo, l’interesse personale soltanto debbono in materia decidere”. (L’unico).

Vi è di più. Stirner insiste sul fatto che la rivoluzione sociale deve essere opera degli stessi sfruttati, ed è qui una chiaroveggenza sublime. Se egli non ha accennato ai mezzi di operarla non importa. Il suo contributo rimarrà nella storia: “Dall’egoismo soltanto la plebe deve attendersi un aiuto, questo aiuto essa deve prestarselo da se stessa ed essa lo presterà”. Si può supporre che, frequentando l’ambiente radicale di prima del 1848, Stirner abbia compreso dove risalga il fiotto nuovo da cui, irresistibilmente, il vecchio mondo sarà sommerso. Circa il modo d’organizzarsi, e l’azione sistematica che potrebbe dare il risultato voluto, Stirner resta muto. Il movimento operaio, nel senso contemporaneo, non esisteva allora ed egli non potè considerare che la fase ultima della lotta: lo sfacelo. Ebbe dunque la concezione catastrofica della lotta di classe.

Ma creatore come era, Stirner non poteva fare a meno di trovare qualche nota sua, nuova, caratteristica. Così, si riscontrano nell’opera frasi significanti le quali mostrano com’egli fosse più realista di quanto non si pensi. Scrisse che “una società non può rinnovellarsi per niente finché i suoi elementi vecchi non saranno sostituiti da elementi nuovi”. (L’unico). L’ascensione di questi elementi nuovi implica l’avvento della rivoluzione.

Bisogna preparare questa ascensione nella lotta quotidiana. Ma dove? come?

Stirner non poteva rispondere, i sindacati, il loro compito, non potevano allora prevedersi.

Ma ciò rende anche più significativo questo tratto vero di genio in Stirner: egli concepì l’idea dello sciopero generale economico e rivoluzionario che si riferisce alla rivoluzione.

Eccone la forma che si direbbe scolpita in cui non manca nulla, in cui tutto pare naturalmente riflesso e meditato: “I lavoratori dispongono di una potenza formidabile. Se essi perverranno a rendersene conto, se si decideranno ad usarla, nulla, nessuno potrà resistere loro. Basterebbe, che cessassero ogni lavoro, che si appropriassero di tutti i prodotti; questi prodotti del loro lavoro; che capissero spettare ad essi così come sanno che emanano dal loro lavoro! Perché è questo il significato dei moti proletari che noi vediamo balenare un po’ dappertutto”. (L’unico).

Queste parole, scritte da cinquantasei anni, bastano per assicurare a Max Stirner un posto distinto nell’evoluzione del pensiero proletario.

È interessante rilevare come Marx, nella sua critica, si sia burlato di questa idea dello sciopero generale. È opportuno qui un rilievo: la nozione di popolo non ha nella terminologia di Stirner il senso che noi gli prestiamo. Le classi sfruttate ed oppresse sono da lui designate con il nome di proletariato e più spesso di plebe. Il popolo è da Stirner identificato con la nazione, ed è di conseguenza combattuto da lui allo stesso modo dello Stato. Quanta deplorevole confusione può nascere nella mente di coloro che non notano questa identificazione. Perché per essi Stirner proclama da una parte la formidabile potenza dei lavoratori e assimila i loro interessi con i suoi, dall’altra afferma che la felicità del popolo è la sua disgrazia.

VII. La morale stirneriana

Tra il momento attuale e lo sciopero generale c’è un periodo preparatorio che Stirner non sa come colmare. Non poteva avere su tale argomento la competenza dovuta.

Ma poteva, per converso, se non osservare, intuire in modo sufficientemente esatto i princìpi morali del proletariato rivoluzionario. E così sappiamo che tali princìpi egli li sentì profondamente. In ogni caso, le sue “massime” sono gagliardamente fuse.

In ragione forse della loro generalità le sue frasi di violenza e di rivolta ci commuovono: non applicandosi in apparenza, nel suo libro, ad alcuna forma precisa di vita reale, è facile, secondo il bisogno, trovare a queste generalità un equivalente storico. Noi le possiamo adattare, incarnare, in una o in un’altra forma pratica, e utilizzarle così.

Stirner comprende i princìpi etici nel modo seguente: per i possidenti, essere morali significa inchinarsi davanti al regime presente; essere immorali è ribellarvisi. Per gli oppressi essere morali è rivoltarsi all’ordine costituito, è immorale rassegnarvisi.

Non c’è dubbio alcuno, per i dirigenti “ogni rivoluzione, ogni insurrezione è sempre cosa immorale a cui nessuno si risolve che cessando di essere ‘buono’ per diventare ‘cattivo’ o né buono né cattivo”. (L’unico). Ma la lotta di classe scinde inevitabilmente l’etica dagli atti. Dal momento che i lavoratori non prendono più a prestito dai padroni la loro ideologia, i loro giudizi morali mutano conseguentemente, ed “essi amano meglio i loro interessi reali che umiliarsi ai comandamenti della morale”. E Stirner chiama questo nuovo orientamento “saggia immoralità”.

La borghesia dal canto suo fa quanto le è possibile per ottenebrare la mentalità degli schiavi. Stirner ha aspre parole per gli ideologi stipendiati dalla borghesia, e non esita a denudare i loro scopi. “Il servo obbediente, eccovi l’uomo libero! Ed eccovi anche un assurdo spaventoso. Eppure tutto il criterio della borghesia è lì. Goethe il suo poeta, come Hegel il suo filosofo non hanno celebrato che la dipendenza del soggetto di fronte all’oggetto, la sottomissione di tutti al mondo oggettivo”.

E Stirner, scrittore rivoluzionario, si rivolge per contro a “quelli che amano essere egoisti”, dimostrando ad essi che hanno tutto l’interesse a ribellarsi.

Considerando la lotta intrapresa tra le due classi come l’urto gigantesco di due volontà, Stirner non vede altra via d’uscita per i lavoratori che il possesso della forza. I diritti come espressione della forza non sono per lui una preoccupazione. E lancia il suo appello: “Siate forti! e ciascun io sia l’onnipotenza!”.

E a lotta impegnata, nessuna debolezza. Parlare, davanti al nemico, d’ideali, invocare ad ogni istante “la sacra santità degli imprescrittibili diritti dell’uomo in cospetto di coloro che ne sono nemici, incriminare lo Stato, l’egoismo dei ricchi, quando è colpa nostra soltanto se vi sono ricchi e uno Stato”, ed agire così in quanto in stato di guerra non c’è modo di essere generosi, né si deve chiedere quartiere al nemico, anzi, al contrario, si “devono eludere le leggi che non si ha la forza di distruggere”, cosa quest’ultima che Stirner scusava soltanto con l’assenza di una vera e propria coscienza di classe.

Egli non ammette quindi una morale ad uso e consumo di tutti. Negò, ed è molto, l’esistenza di una morale comune a tutti i membri di una società divisa in classi opposte e con interessi divergenti. Certo, non potè esporre l’etica operaia che si elabora attualmente soltanto nelle relazioni reciproche degli operai organizzati. [L’essenziale sono le relazioni nuove che la nuova coscienza proletaria ha intessuto fra i lavoratori, collettività ed individui. Il subordinarne lo sviluppo all’organizzazione è, da parte di Rudin, autorizzare l’equivoco che organizzazione e solidarietà siano sinonimi. E ci corre. Dove questa è, quella è superflua. L’organizzazione non può documentare e non documenta che la contumacia della solidarietà. (Nota di Galleani)]. Relazioni che ignorò. Ma dimostrò per contro, quasi a priori, l’incommensuralità dei giudizi morali delle due classi nemiche. Quando affronta i fenomeni, non sotto la forma di concetti chiamati a vivere di vita propria, ma nella loro forma concreta, divide i princìpi morali secondo la situazione economica degli individui.

Secondo le sue dottrine, due sono le categorie dei sentimenti morali: “Quelli che ci sono dati e quelli che germogliano in noi sotto l’impulso delle condizioni esteriori. Questi ultimi sono propri, sono egoisti perché non sono stati né ispirati, né imposti, mentre i primi ci sono stati dati”. (L’unico). Ed i primi naturalmente egli ripudia, ma i secondi accetta mostrando una volta di più che non insorge contro ogni e qualsiasi morale, ma contro ogni morale non adeguata ai nostri noi, agli interessi della classe sfruttata. Constata infatti che “la borghesia si riconosce dalle pratiche morali strettamente legate alla sua essenza”. Non soltanto per il fatto che si tiene in piedi il capitalismo, ma perché converge tutti i mezzi intellettuali all’asservimento della mentalità dei produttori a cui maschera l’essenza vera della Società. E quando Stirner attacca la moralità, tutte le religioni, più che a considerazioni filosofiche si richiama alla funzione nefasta che esse compiono fra gli uomini, ed è esplicito: “Il cristianesimo è uno spegnitoio meraviglioso di tutti i brontolii, di tutte le rivolte. Soltanto non si tratta più oggi di soffocare i desideri, bisogna soddisfarli. La borghesia che ha gridato l’evangelo della gioia di vivere, del godimento materiale, si stupisce che tale dottrina abbia trovato seguaci in mezzo a noi, in mezzo ai poveri; essa ci ha mostrato che non la fede, non la miseria, ma l’istruzione e la ricchezza rendono l’uomo felice; ed è così che lo intendiamo pure noi, i proletari”. (L’unico).

Questo passaggio lo abbiamo volentieri citato perché da una parte rivela il compito eletto di Stirner con la critica delle entità morali e, dall’altra parte, rivela la distanza che separa le sue convinzioni da quelle che a Nietzsche dettarono la tavola dei valori.

Stirner vuole per la miseria una morale propria da sostituire alla morale che consacra la miseria. Questa morale sarà “sinonimo di attività spontanea, di libera disposizione di se stesso”.

È curioso vedere Stirner ribellarsi all’idea di fare egli stesso della morale con tutte le sue massime di egoismo: deciditi! riprenditi! rialzati! sii forte! Ed ha ragione di parlare così (ed ha torto Marx a rimproverarlo) dal momento che dimostra la rigorosa necessità di ribellarsi: “L’influenza morale incomincia dove incomincia l’umiliazione... Quando grido a qualcuno di allontanarsi dalla roccia che sta per saltare, non esercito con il mio appello alcun influenza morale su di lui. Se io dico al fanciullo: tu avrai fame se non vuoi mangiare ciò che è sulla tavola, non faccio nulla che indichi o rassomigli ad una influenza morale. Ma, se gli dico: bisogna pregare, onorare il padre e la madre, rispettare il crocefisso... allora esercito su di lui un’azione morale”. (L’unico).

Secondo Stirner, il rispetto della legalità emana in gran parte dalla devozione alla moralità ufficiale: “Il periodo borghese è dominato dallo spirito della legalità”, ma egli fa appello alla violenza la cui era sarebbe assai prossima se gli oppressi avessero fucinato le loro armi. L’azione parlamentare non ha di conseguenza alcuna importanza secondo Stirner: “I membri del parlamento non possono varcare i confini che loro segna la costituzione”. Potrebbe ai nostri giorni aggiungere argomenti anche più decisivi. Soprattutto escludeva la rassegnazione ipocrita di coloro che pur facendo mostra di combattere l’ordine presente, si sciolgono in “proteste d’amore” e “richiamano il nemico al rispetto delle cose sacre”. Questo rispetto di cui hanno dato prova i suoi contemporanei, Stirner l’aborre, egli ha come l’ossessione di ciò che è sacro, e finisce per scovarlo anche dove non si è mai rifugiato.

Risultato della morale stirneriana è che “ha per sé il diritto colui che ha per sé la forza”.

Guardate i potenti, guardateli all’opera! Una sola via è aperta a voi che volete dar torto ai potenti: La Forza.

Se noi aggiungiamo i princìpi dell’antipatriottismo, pronunciatissimi ne L’unico, potremo qualificare la concezione della morale di Stirner come morale di classe.

VIII. L’ideale

Ci resta poco da dire sull’ideale stirneriano. Stirner stesso non ha applicato mai questa parola all’Associazione degli Egoisti. Accanito contro ogni sorta di orpelli “cancellò dal suo dizionario” le grandi parole, quelle soprattutto che erano care agli idealisti del suo tempo. Ma si tratta del significato della parola, e senza essere forzati a prestare il carattere dell’entità all’Associazione, possiamo tuttavia designarla come l’ideale stirneriano, con qualche riserva sempre di tipo abbastanza imprevedibile.

Stirner si sforzò, anche qui, di portare confusione. Si direbbe che ha fatto tutto il possibile per guastare il suo libro. Spesso l’Associazione è la società futura senza Dio né padrone, ma ecco che l’organizzazione degli egoisti, che deve condurre la lotta contro la società presente – una specie di partito – è ancora designata con il termine di associazione. Se ancora Stirner ci dicesse che da quest’ultima associazione uscirà la società nuova, come noi crediamo per i sindacati, la cosa si capirebbe. Ma il male è che egli confonde le due associazioni parlando di esse ora in un senso ora nell’altro.

Aggiungete ancora che sulle due forme di associazione non ci dà informazioni dettagliate. Per fortuna ricusa di costruire la sua società, ed è un’utopia di meno; ma ad onta del rifiuto categorico non ci risparmia poi la descrizione, assai vaga è vero, delle relazioni che correranno fra gli egoisti del futuro.

Una volta sola, per dare un’esempio del funzionamento dell’Associazione degli Egoisti, si pone sul terreno solido della realtà. Secondo questo esempio si può riassumere il funzionamento in una sola frase, molto saggia del resto: “Fa i tuoi affari tu stesso”.

Ecco testualmente le sue parole: “Il pane, ad esempio, è un oggetto di prima necessità per tutti gli abitanti di un Paese. Nulla di più naturale quindi che l’accordarsi per istituire una panetteria pubblica. In luogo di questo si abbandona questa fornitura indispensabile ai fornai che si fanno concorrenza. Così, per la carne ai macellai, per il vino ai vinai, ecc. Abolire il regime della concorrenza non vuol dire favorire gli interessi della corporazione. Eccone la differenza: nella corporazione fare il pane è affare dei compagni; sotto la concorrenza è affare di quanti vogliono concorrervi; nell’associazione è affare di quanti hanno bisogno di pane, è quindi compito mio, compito vostro. Non è più preoccupazione di compagni o di fornai patentati, ma degli associati tutti quanti”.

È di una ingenuità commovente!

Assai più importante sarebbe indicare il mezzo per arrivare alla trasformazione.

Dopo tutto, non è l’ideale che ci giuda, è al contrario il cammino scelto da noi che determina lo scopo finale. Ora, a parte lo sciopero generale, Stirner non ci dà altro accenno.

Come arriveremo allo sciopero generale?

Stirner non sa.

Così, l’Associazione degli egoisti sotto il duplice aspetto che prende nell’opera di Stirner è appena segnata: quando cerchiamo di approfondirla e concretarla ci sfugge come dovette sfuggire al suo creatore.

Descrizioni più minute – come le troviamo ad esempio in Fourier – avrebbero appesantito L’unico d’un chiacchiericcio insopportabile.

Tale, nelle sue grandi linee, la dottrina di Stirner.

Senza parlare dell’influenza esercitata sui contemporanei dal pensatore, noi accenneremo soltanto a quello che le si può domandare.

Chiamare L’unico e la sua proprietà la bibbia di una dottrina, di un ismo qualsiasi sarebbe assurdo. Stirner maestro che erige la tavola dei valori?

E via! Si dibatteva egli stesso tra le più diverse correnti di pensiero che dovette superare nella sua evoluzione intellettuale. Rovescia alle volte su di noi cateratte di concetti che mette in gioco trascurando ogni analisi. E la lettura del suo libro può allora apparire inquietante. Ma, se ne può uscire anche rinfrancati. La critica dei princìpi ideologici della borghesia, gli appelli all’energia, alla decisione, le esplosioni di odio, l’erompere del pensiero imprevisto attirano, costringono i pensieri e le idee ad un senso nuovo. Certo, sarebbe imprudente lasciarsi attrarre dal libro e credere che la sua critica ideologica sia impeccabile. Conviene avere una base teorica più solidale mettere da parte l’organizzazione pratica, che è senza dubbio il fattore più efficiente del cambiamento della mentalità, ed allora L’unico di Stirner diventa lettura eccellente e rivelatrice.

Ha un grande valore storico, ma, a parere nostro, sarebbe preferibile per un militante tenere Stirner in fondo alla biblioteca e studiare il movimento operaio, e l’opera dei pensatori che più hanno contribuito allo studio dei fenomeni sociali, i pensatori che soli, secondo Stirner, hanno il diritto al titolo di filosofi perché “hanno gli occhi spalancati sulle cose del mondo, lo sguardo limpido e sicuro che sul mondo porta un giudizio retto, e nel mondo non vedono che il mondo e nelle cose le cose sole: in breve vedono il mondo prosaicamente, così come esso è”.

Ma Stirner questa limpidezza di visione attinse assai raramente. Se per un privilegio dell’uomo di genio, il suo sguardo penetrò l’umano divenire, troppo spesso si estinse di fronte alle realtà più vicine, e ci vuole allora tutta la veemenza del suo stile corrosivo come un acido, aguzzo come una lama, per farci dimenticare quanto sia stato incompleto il pensatore. I precursori hanno sempre torto: vengono troppo presto e non sono scoperti che troppo tardi.

Nota

Quantunque abbia idee diversissime da quelle di Stirner, Nietzsche ha con lui comune l’odio verso l’intelletualismo. Ora, Nietzsche non ha fatto mai parola su Stirner nei lavori da lui pubblicati da vivo, né nei manoscritti e nelle note date alla luce dai suoi eredi. Non c’è dubbio però che Nietzsche ha letto Stirner, e questo può aggiungere un lineamento alla sua fisionomia. Eccone le prove:

  1. Nietzsche sapeva quasi a memoria l’opera di F. A. Lang, Storia del materialismo, [tr. it., Milano 1932], in cui si parla di Stirner nelle pagine che seguono quelle consacrate a Schopenhauer di cui Nietzsche era in quell’epoca ammiratore appassionato.

  2. L’allievo favorito di Nietzsche a Basilea, Adolf Baumgartner ha preso in prestito alla Biblioteca dell’Università, su consiglio di Nietzsche, il libro di Stirner, tra il 1872 e il 1880, Baumgartner ha confermato il fatto egli stesso.

  3. Franz Overbech, un amico vero di Nietzsche, migliore di molto di sua sorella, racconta che il filosofo gli ha parlato di Stirner.

  4. – Il signor C. A. Bernouilli nel suo recente libro (Franz Overbech und Friedrich Nietzsche, eine Freundschaft, Jena 1908) conferma il fatto. Sua moglie ricorda perfettamente che Nietzsche nel 1878 l’intrattenne su due eccentrici: Klinger e Stirner, e parlava di quest’ultimo con “indignazione morale”. Infine Wagner e Hans von Bulow, l’ultimo soprattutto, dovettero parlargli di Stirner.